Ditelo ai vostri uomini

Sicilia 1943

Prologo.

Il maggiore dei Royal Marines William Martin nato a Cardiff, Galles, il 29 marzo 1907,  aveva un fidanzata di nome Pam , un padre premuroso e qualche guaio con la propria banca. La prima gli scriveva lettere d’amore, il secondo si firmava l’affezionatissimo padre,  la  banca lo invitava a saldare uno scoperto di 79 sterline, 19 scellini e due penny. Ma per il maggiore Martin tutto questo, ormai, non significava granché. Perché il maggiore Martin era morto. Annegato, probabilmente dopo un incidente aereo. La deriva lo aveva portato sulle coste spagnole vicino a Huelva dove intorno alle 9,30 del mattino del 30 aprile 1943 un pescatore lo aveva trovato avvisando subito  le autorità locali.
Il maggiore Martin aveva con sé una lettera d’amore e una fotografia di Pam , una lettera del padre, una ricevuta della gioielleria SJ Philipp Lt comprovante l’acquisto di un anello di fidanzamento, la lettera di sollecito della banca e, in una cartella legata alla cintura,  un paio di lettere dal contenuto esplosivo.
La prima era del vice capo di stato maggiore imperiale sir Archibald Nye e aveva come destinatario il generale Harold Alexander; la seconda era dell’ammiraglio Lord Louis Mountbatten ed era indirizzata all’ammiraglio Andrew Cunningham, comandante delle forze navali britanniche nel Mediterraneo. Con il tono confidenziale di chi si rivolge a un vecchio amico,  sir Nye parlava di piani per sbarcare in Grecia, con il nome in codice di Husky,  un paio di divisioni; accennava a un finto sbarco in Sicilia  e ad altre operazioni nel Mediterraneo (l’operazione Brimstone, ad esempio). Lord Mountbatten qualificava Martin come esperto di guerra anfibia nonché come latore di un’importante e urgente lettera per il generale Alexander. E concludeva: rimandalo a Londra alla svelta, magari con un po’ di sardine, visto che qui sono razionate. Quella strana allusione alle ” sardine” poteva far pensare a un possibile sbarco in Sardegna.[1]
Era tutto un colossale imbroglio. Il maggiore Martin non esisteva, non era mai esistito. Si trattava di una clamorosa messinscena architettata dai Servizi inglesi per far ritenere imminente un attacco alleato alla Grecia o alla Sardegna. Il cadavere recuperato nelle acque spagnole era quello di un povero disgraziato morto dopo aver ingerito veleno per topi. Un sommergibile britannico lo aveva portato fin lì dentro un contenitore sigillato ripieno di ghiaccio secco e poi lo aveva abbandonato a un miglio dalla riva con indosso un giubbotto di salvataggio.
Avvisati dagli spagnoli, gli agenti tedeschi dell’Abwehr esaminarono il cadavere e i documenti e la bevvero tutta d’un fiato. D’altronde quella messinscena non solo era verosimile: era perfetta. Tutto era stato curato fin nei minimi particolari: l’uniforme, la  scelta del nome( fra i Royal Marines , Martin era un cognome molto diffuso), un biglietto dell’autobus, le matrici dei biglietti di un teatro di Londra con la data del 27 aprile, la ricevuta di pagamento per un pernottamento presso il Club della Marina, un’altra ricevuta per l’acquisto di camicie militari presso un negozio di Londra , la foto della fidanzata, persino la biancheria intima. Quella messinscena avrebbe ingannato chiunque. Non per niente nella sezione che l’ aveva architettata- quella del comandante Ewen Montagu-lavorava anche un signore destinato a diventare famoso grazie alle spie e agli agenti speciali: Jan Fleming.
Il corpo del maggiore Martin fu consegnato al viceconsole britannico e sepolto con gli onori militari nel cimitero di Huelva. Il 4 giugno il  Times di Londra ne  pubblicò il nome nell’elenco dei caduti insieme al nome di due piloti britannici precipitati nelle acque spagnole. La messinscena era completa.

Symbol.

Casablanca, Marocco,  gennaio 1943. Conferenza interalleata , nome in codice  Symbol. Il problema per Roosevelt e Churchill è questo: Stalin si sta accollando praticamente da solo il peso della guerra in Europa, è maledettamente sotto pressione, chiede con insistenza l’apertura di un secondo fronte: bisogna dargli una mano. E fin qui, tutti d’accordo. Già, ma dove aprirlo questo benedetto secondo fronte? In Francia? Ci si sta già lavorando, ma la strada è ancora lunga. Quanto lunga? Un anno se va bene, fanno sapere gli analisti militari. Niente Francia, dunque. Almeno per il 1943.  Ma una mano a Stalin bisogna pur darla, bisogna alleggerire la pressione sull’Armata Rossa, costringendo Hitler a togliere truppe dal fronte orientale per impegnarle altrove.
Altrove sì, ma dove? Visto l’esito favorevole di Torch ( l’invasione dell’Africa settentrionale francese e la successiva conquista della Tunisia), perché non continuare le operazioni nel Mediterraneo  e, già che ci siamo, perché non provare a togliere di mezzo l’Italia, da sempre soft underbelly ( ventre molle) dell’Asse? Non che non ci siano altri “ altrove”, sia chiaro. I Balcani e la Grecia, ad esempio, potrebbero andar bene, ma sono ben presidiati. Meglio l’Italia.
E la Sicilia in particolare. Vicina alle coste nordafricane, nel raggio d’azione dei nostri bombardieri e, una volta occupati gli aeroporti meridionali, anche dei nostri caccia, importante base per il controllo delle rotte marittime nel Mediterraneo  e verso Suez, difesa da truppe italiane poco motivate e da un paio di divisioni tedesche, se cade in mano nostra può esserci molto utile. Hitler, a questo punto, non potrebbe più restare indifferente,  vedrebbe i Balcani minacciati e  finirebbe  col distaccare truppe dal fronte orientale. E che dire poi degli effetti politici provocati in Italia da un simile sconquasso?  Mussolini resisterebbe? O non sarebbe, piuttosto, destituito dal re o da un golpe di palazzo privando Hitler del suo più fedele alleato?
Si sbarca in Sicilia, dunque. Tutto a posto? Neanche per idea. Perché sbarcare in Sicilia non basta. La vera questione è un’altra: che facciamo dopo averla conquistata? Invadiamo la Penisola, of course, propongono gli inglesi; finiamola lì e addestriamo le truppe in vista dello sbarco in Francia,  ribattono gli americani. E rincarano la dose: questa storia di mettere piede sulla Penisola ci sembra un sciocchezza madornale, una cosa senza capo né coda. Una volta cominciata un’operazione, lo sapete bene, bisogna andare fino in fondo. E quanto ci costerebbe andare fino in fondo in termini di uomini, di materiali, di risorse sottratte allo sbarco in Francia, di tempo sottratto alla campagna nel Pacifico? Bombardiamola all’infinito se proprio non dovesse cedere, ma teniamo le nostre truppe alla larga dalla Penisola, da questa ” pompa aspirante” di risorse e di tempo ( Marshall).
Ma quale sciocchezza,  ribattono i britannici, ma quale ” pompa aspirante”. Riflettete, ragionate. Husky, secondo tutti i calcoli, finisce in un mese, massimo in un mese e mezzo. E dopo che facciamo? Teniamo i soldati inattivi, i nostri aerei a terra, le nostre navi in porto? Che ne penserà Stalin? No: prendiamo la Sicilia, passiamo lo Stretto e risaliamo la Penisola. Lo sbarco in Francia? Chissà se si può davvero fare, se ci saranno forze sufficienti o sufficienti mezzi da sbarco. Mentre noi ora siamo qui, a due passi dall’Italia: sarebbe davvero colpevole sprecare una simile occasione per abbreviare, qui e ora, il corso della guerra.
E così , una volta terminata la conferenza, è tutto un fiorire di memorandum e di contro-memorandum,  di proposte e di contro-proposte. Ci vorrà addirittura un’altra Conferenza ( Trident, maggio 1943) per definire i dettagli dell’operazione. Gli inglesi hanno i loro buoni motivi per volere a tutti i costi la prosecuzione delle operazioni nel Mediterraneo. Non ultimo quello di fare dell’ ex mare nostrum un mare britannicum. E che dire poi dell’idea di  tenere Stalin lontano dai Balcani? O almeno di provarci? Gli americani, per parte loro, non mollano: il secondo fronte dovrà essere aperto in Francia. Punto.  Se Casablanca doveva essere il “simbolo” di collaborazione, unità d’intenti, coesione e chi più ne ha più ne metta, c’è riuscita in pieno.

Husky.

Sul piano militare non va meglio. Nel pollaio alleato ci sono troppi galli e galletti sempre pronti a gonfiare il petto e ad alzare la cresta. Montgomery vuole la platea solo per sé, Patton critica tutto e tutti; Eisenhower – prima di Torch, un perfetto sconosciuto o quasi- comanda l’intera baracca, Alexander le forze di terra, Tedder  controlla la Forza aerea e Cunningham quella dei cannoni navali. Tre britannici più Montgomery nei posti chiave. Che gli inglesi non si fidino fino in fondo degli americani? D’altronde, perché fidarsi: vuoi mettere El Alamein con il passo di Kasserine?
La preparazione del piano operativo, poi, è una sofferenza continua. Sbarchiamo a nordovest, no sbarchiamo a sudest ; attacchiamo direttamente Messina, no Messina  è fuori dal raggio d’azione dei nostri caccia e non ci sarebbe copertura aerea; prendiamo prima di tutto gli aeroporti, no prendiamo i porti, anzi prendiamoli entrambi; distribuiamo le forze su un fronte molto ampio, no teniamole unite, in modo che possano coprirsi a vicenda. Alla fine Montgomery, sempre più calato nei panni dello stratega infallibile, interviene a muso duro: niente dispersione di forze, niente sbarchi a nordovest, concentriamoci sulla parte sudorientale dell’isola e forniamoci appoggio reciproco. Eisenhower non ne può più di tutto quel tira e molla e cede.
Ed eccolo il piano. Due armate – l’Ottava britannica e la Settima americana- devono sbarcare parte dei propri uomini ( sette divisioni) su un fronte di circa centocinquanta chilometri nella zona meridionale e sudorientale della Sicilia. Per appoggiare lo sbarco, unità aviotrasportate devono prendere terra dietro le linee nemiche. I britannici devono sbarcare a nord della penisola di Pachino, prendere Siracusa e proseguire poi verso Augusta, Catania, l’aeroporto di Gerbini e Messina. Gli americani devono sbarcare nel Golfo di Gela fra Licata e Scoglitti,  impadronirsi di alcuni aeroporti fra Licata e Comiso (Ponte Olivo, Biscari), raggiungere la cosiddetta “ Linea Gialla”, situata a una quarantina di chilometri verso l’interno, allo scopo di controllare le alture e di proteggere il fianco sinistro dell’Ottava armata. Una volta messo in sicurezza il fianco sinistro di Montgomery, gli uomini di Patton devono spostarsi ancora più avanti e raggiungere una nuova linea, denominata “Linea Blu” e controllare la strada da e per  Piazza Armerina. Non si parla di operazioni verso Palermo.( Consulta la cartina riportata al termine del post. Fonte: www.ibiblio.com).
Come si può vedere, la parte del leone è assegnata ai britannici dell’Ottava armata; Patton sembra avere solo il compito di proteggerne i fianchi e di agevolarne l’avanzata. Visto il tipo, quanta alka seltzer gli sarà voluta per mandare giù quella decisione? In più, Alexander la combina grossa.  Non dice a Patton che cosa fare un volta raggiunta  la Linea Blu. Si deve fermare? Può andare avanti? Deve andare avanti? E se sì, in quale direzione? Alexander si riserva di decidere una volta consolidate le teste di ponte a terra. Combinando un bel guaio.
Ad affrontare questa formidabile armada ( in Sicilia, il primo giorno, sbarcheranno più uomini che in Normandia) ci sono circa trecentomila soldati italiani inquadrati in sei divisioni costiere, in quattro divisioni di fanteria e in diverse unità “ locali” di difesa. A dar loro manforte ci sono trentamila soldati tedeschi organizzati in due divisioni: la Quindicesima Panzer e la divisione corazzata Hermann Goering. Tutte agli ordini del generale Alfredo Guzzoni, italiano.  I nostri, secondo copione,  sono male equipaggiati, scarsamente addestrati e giù di morale, ma, a parte il morale, non è che i tedeschi se la passino meglio:  la Quindicesima è a pieno organico, ma la Hermann Goering non lo è affatto e annovera fra le proprie file anche parecchi elementi inesperti. Un po’ poco per affrontare lo strapotere anglo-americano.
Se dovessimo seguire il solito stereotipo degli italiani arruffoni e pressappochisti, non dovremmo né potremmo risparmiare i nostri comandanti, i “ salami” secondo una celebre – e per certi versi ingiusta-  definizione di Rommel. Guzzoni avrà anche dei difetti, può darsi, ma non è certo un “ salame”. Gli anglo-americani – è il suo ragionamento-  ci bombardano da settimane, hanno preso Pantelleria e Lampedusa[2], presto arriveranno anche qui e saranno molti, troppi per noi. E fin qui, diciamoci la verità, ci sarebbe arrivato chiunque. Ma se noi riuscissimo a fermarli sulle spiagge, continua Guzzoni, magari le cose cambierebbero. Potremmo tenerli inchiodati il tempo necessario per ricevere rinforzi e per contrattaccare. La questione è: dove sbarcheranno? Possono sbarcare a ovest e puntare su Palermo oppure a sud e a sudest e puntare su Messina o sbarcare in entrambi i posti. Probabilmente non sparpaglieranno le loro forze e sbarcheranno in un punto solo.
Ma dove? Secondo me, hanno bisogno di porti e di aeroporti: quindi sbarcheranno nella zona meridionale per tagliare fuori alla svelta Messina e bloccarci qui. Che fare, allora? Per stare sul sicuro è meglio mandare due delle nostre divisioni di fanteria verso Palermo e due a sudest e schierare le due divisioni tedesche in quest’ultimo settore, perché sarà qui, fra Pachino e Licata, che il nemico sbarcherà.
Guzzoni ne parla con Kesselring, il comandante delle forze tedesche nel Mediterraneo. E questa volta a fare la figura del “ salame” è “Albert il Sorridente”: niente da fare, obietta, entrambi i possibili luoghi dello sbarco vanno presidiati. E sposta la Quindicesima Panzer Division– a pieno organico e in piena efficienza- a ovest[3]. Risultato: nelle prime, cruciali ore dell’invasione , a presidiare i settori meridionale e orientale, insieme alle unità italiane, c’è la sola Hermann Goering, parzialmente sotto organico.

Il vento di Mussolini.

Brutta, bruttissima notte quella fra il 9 e il 10 luglio, giorno dello sbarco. Notte di tregenda, notte di onde impetuose, notte di mal di mare. Il vento soffia a più di sessanta chilometri  all’ora, sballotta i mezzi da sbarco ora qui ora là, sbatacchia senza pietà gli aerei e gli alianti, disorienta gli inesperti piloti, trasforma il lancio dei parà in un mezzo disastro.  Per appoggiare Montgomery, decollano 147 alianti carichi di truppe: solo dodici raggiungono gli obiettivi. Gli altri o finiscono in mare o si disperdono chissà dove. Nella zona della Settima armata ( Patton) va forse peggio. Gli uomini di un intero battaglione – il Secondo del colonnello Mark Alexander-  prendono terra a quasi cinquanta chilometri dall’obiettivo. I GI battezzano subito quel vento impetuoso “il vento di Mussolini”.
Tuttavia , una volta a terra, i parà americani si riorganizzano in fretta, agiscono in piccoli gruppi, attaccano le pattuglie, interrompono le linee telefoniche e telegrafiche, creano scompiglio e confusione alle spalle di italiani e tedeschi. Settantacinque di loro attaccano addirittura una città di ventiduemila abitanti: Avola. Nel settore inglese, una piccola unità atterrata con gli alianti- il plotone del tenente Louis Withers- riesce a impadronirsi del Ponte Grande, importantissima via d’accesso da e per Siracusa.
Saputo dei primi lanci, Guzzoni non ci mette molto a capire: stanno arrivando e proprio dove avevo previsto io , a sud e a sudest. All’una e trenta allerta le posizioni costiere. Se fossero disponibili forze sufficienti, gli anglo-americani potrebbero essere fermati sulle spiagge. Ma non ci sono forze sufficienti. La Quindicesima Panzer, colpevolmente inviata a ovest, non può essere impiegata – non immediatamente almeno- ,  le nostre divisioni sono male armate, peggio equipaggiate e forse anche demoralizzate. E così,  calmatosi il “ vento di Mussolini”, gli anglo-americani prendono terra quasi incontrastati.  La sera del 10 luglio, Montgomery, dopo essere entrato a Siracusa, si è portato sulla strada per Augusta; nel proprio settore, Patton ha creato una solida testa di ponte di una ventina di chilometri quadrati; i parà americani hanno respinto un attacco portato con i carri armati leggeri da italiani( Divisione Livorno) e tedeschi intorno alla posizione- chiave di Piano Lupo, i cannoni navali hanno inferto gravi danni ai granatieri della Hermann Goering e ai loro Tiger.
Ma non sempre tutto va bene. “Il vento di Mussolini” ha disperso i mezzi da sbarco; la morbida sabbia delle spiagge fa slittare le ruote degli autocarri e rallenta i carri armati. Si procede a rilento. Il 180.mo reggimento della 45.ma divisione americana è sparpagliato su un fonte di una ventina di chilometri. Un suo battaglione, il Primo, attaccato dai tedeschi subisce perdite elevate.
Nel settore britannico al ponte di Primosole ( Primasole, come è segnato erroneamente sulle mappe anglo-americane), si accende una battaglia violentissima, durante la quale accade di tutto. Montgomery  ha fretta, vuole quel ponte sul Simeto per raggiungere Catania alla svelta. Pianifica un’operazione combinata fra truppe di terra e truppe aviotrasportate( la cosiddetta “Operazione Fustian”, fustagno)  e spera nella fortuna. Speranza vana.
Questa volta, però, il “vento di Mussolini” non c’entra. Gli aerei e gli alianti provenienti dal Nordafrica incappano prima nel fuoco amico, poi in quello nemico. I piloti non hanno molta voglia di continuare quella missione scombiccherata e pericolosa, qualcuno fa il furbo e comincia a girare in tondo. Il tenente colonnello Alastair Pearson, comandante di battaglione, quando se ne accorge, deve estrarre il revolver d’ordinanza per costringere il pilota del suo aereo a dirigersi sull’obiettivo. Nel frattempo, i tedeschi hanno fatto arrivare una divisione di paracadutisti- addestrati, motivati, decisi-  dalla Francia.
I britannici prendono il ponte e lo sminano, poi subiscono un contrattacco e sono costretti a ritirarsi. Si rifanno sotto, ma la resistenza è accanita, le posizioni tedesche sono forti, le perdite aumentano. Da un parte e dall’altra. Poi il colonnello Pearson- quello stesso Pearson che aveva costretto, armi in pugno, il pilota del suo aereo a smetterla di girare in tondo-  porta un paio di compagnie con i mortai al di là del Simeto sfruttando un guado e si posiziona alle spalle dei tedeschi. La battaglia non è finita, ma con questa mossa la sorte del ponte è segnata.
Via libera verso Catania, dunque? Magari. Primosole viene conquistato il 16 luglio, Catania viene raggiunta tre settimane dopo,  il 5 agosto. E fra il 13 luglio e il 5 agosto ne succedono di tutti i colori. Guzzoni resta formalmente il comandante, ma, ogni giorno di più, il generale tedesco Hans-Valentin Hube diventa de facto il padrone del vapore. La resistenza si inasprisce e Montgomery avanza a passo di lumaca.
Nervoso e stizzito a causa  di quell’ inaspettato fuori programma, il vincitore di El-Alamein suggerisce ad Alexander di spostare più a ovest il confine fra la zona di competenza americana e la zona di competenza britannica, affinché l’Ottava armata possa avanzare al centro e aggirare le posizioni difensive costiere. In pratica significa “ cedere” ai britannici parte della zona e delle conquiste degli americani per far posto a Monty. Detto, fatto. In base ai nuovi ordini di Alexander, l’Ottava armata deve dirigersi verso Enna, piegare a nordest e raggiungere Messina. E la Settima deve farle da ancella, proteggendole il fianco.
Tutta l’ alka seltzer del mondo non sarebbe bastata per far digerire a Patton una simile situazione: la sua Settima armata, la sua armata di killer  già ben oltre la Linea Gialla ridotta di colpo a reggimoccolo di quegli antipatici degli inglesi. Chi credono di essere? I signori della guerra? Ma non doveva essere un’operazione combinata? Non dovevamo anche noi dirigerci verso Messina? Era o non era la Sicilia centrosettentrionale zona di nostra esclusiva competenza? Ci reputano dei novellini buoni a nulla? Questo nuovo ordine , poi,  è una colossale boiata: riposizionandoci perderemo slancio, permetteremo ai tedeschi di organizzare una linea difensiva fra Enna e Catania, butteremo al vento quanto fatto finora . E via di questo passo.
Non è solo offeso, è infuriato. Sogna la rivincita, prepara il colpo di teatro. Con Alexander, tuttavia, sulle prime la prende alla larga. E se mandassi i miei a fare una puntatina verso Agrigento, così tanto per dare un’occhiata? prova a buttare lì. In fondo, la città si trova a poche miglia dalle posizioni raggiunte dalla mia Terza divisione. E va bene, risponde Alexander,  “ ricognizione” autorizzata. Truscott non si fa pregare e il 15 luglio entra in Agrigento.
Patton allora si precipita al quartier generale e strappa ad Alexander l’autorizzazione a dirigersi verso Palermo, il suo vero obiettivo, il suo colpo di teatro.  Ci impadroniremo di un importante porto, punteremo su Messina anche da ovest, è una buona occasione per disorientare il nemico, sostiene a favore della propria causa. Nel frattempo, mentre io mi dirigo verso Palermo, il generale Bradley si muove verso nord e taglia l’isola in due. E aggiunge: Montgomery può stare dunque tranquillo.
Alexander sulle prime cede,  poi ci ripensa: niente operazione su Palermo: dirigersi a nord e proteggere il fianco dell’Ottava armata, intima. Ma Patton, lasciato il quartier generale, ha già messo in movimento i suoi . Chi riceve il contrordine di Alexander fa il sordo, inventa difficoltà di comunicazione e di interpretazione, lamenta disturbi nella trasmissione radio e riacquista di colpo l’udito e la capacità di discernimento solo quando Patton è già davanti a Palermo. Gli ordini sono chiari: occupare la città stroncando ogni resistenza; arrestare il podestà locale, il sindaco e il prefetto; aprire le celle delle prigioni e restituire la libertà ad alcuni importanti ” personaggi” locali;  liberare le famiglie  anglo-italiane residenti in città.  Non ci sono truppe tedesche. Guzzoni, infatti, ha richiamato in fretta e furia la Quindicesima a est. La città , difesa dalle sole truppe italiane viene raggiunta – e conquistata- in meno di settantadue ore, il 22 luglio.
Con buona pace di Patton e dei mirabolanti vantaggi strategici  secondo lui ottenuti, Kesselring dirà: Palermo? Tempo perso per loro, tempo guadagnato per noi.

 Il Grande Uno Rosso.

Cade Palermo e cade Mussolini. Il 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo lo sfiducia, il re lo sostituisce con il maresciallo  Pietro Badoglio e la “ guerra continua”.  Più violenta di prima. Soprattutto intorno all’ “Aetna-Stellung”, la linea dell’Etna, allestita dai tedeschi fra Acireale ( est) e San Fratello ( nord) e imperniata attorno ad alcuni capisaldi, il più munito dei quali è la cittadina di Troina.  L’Etna e i Monti Nebrodi – o Caronie- sono, infatti, formidabili ostacoli naturali fatti apposta per allestirvi linee difensive.
E i tedeschi  sono determinati a resistere. Si apprestano a lasciare l’isola e vogliono guadagnare il tempo necessario per farlo in tutta sicurezza. Sia per Patton- in arrivo da ovest- sia per Montgomery- in arrivo da sud,   si fa grigia. E anche per il povero Guzzoni si fa grigia. Lui non vorrebbe andarsene, vorrebbe resistere fino all’ultimo uomo, ma ormai non è più lui a comandare: comanda, in tutto e per tutto, Hans- Valentin Hube. Il generale tedesco fa allestire più linee di difesa scaglionate in profondità in direzione dello Stretto e si prepara a ritirarsi  combattendo da una linea di difesa all’altra,  fino a quando tutti i suoi  non avranno lasciato la Sicilia. ( Qui ulteriori informazioni e una mappa delle difese).
La zona fra Acireale e San Fratello è impervia,  i mezzi corazzati sono bloccati da quella geografia aspra e accidentata. I villaggi si trovano in gran parte sulle alture dove i carri faticano ad arrivare quando non sono  del tutto impossibilitati a farlo. Ci vogliono muli e cavalli per muovere l’artiglieria e i rifornimenti.  In più Patton ha una fretta dannata: vuole a tutti i costi arrivare a Messina prima di Montgomery. Scrive al generale Middleton, comandante della 45.ma Divisione: “ Qui è in gioco il prestigio dell’esercito americano. Dobbiamo assolutamente arrivare a Messina prima degli inglesi e vincere questa corsa.”
Non ha digerito lo sgarbo di Alexander, cova rabbia e risentimento. Se la prende anche con i suoi. Mentre sta visitando un ospedale, si imbatte in un soldato apparentemente sano, gli dà del  vigliacco e lo colpisce con un guanto. Durante la visita a un altro ospedale chiama “codardo figlio di puttana” (yellow son of a bitch) un soldato ricoverato con  i nervi a pezzi, gli agita davanti alla faccia una delle sue Colt con l’impugnatura d’avorio e lo percuote. Eisenhower pretenderà pubbliche scuse.
Sul campo di battaglia,quella di Patton è una corsa tutta in salita. E non solo in senso figurato. Geografia orribile, difesa accanita, malaria e febbri di ogni tipo, stanchezza, caldo africano rallentano la marcia dei GI. Quando , il 31 luglio, parte all’attacco di Troina, la Prima divisione americana – il Grande Uno Rosso- è esausta.  Ha il supporto dell’artiglieria, di un reggimento di truppe da montagna marocchine, dell’aviazione, ma ha anche di fronte a sé un nemico ben trincerato, difficile da aggirare e ampi spazi da attraversare allo scoperto. Gli attacchi portati in successione vengono respinti uno dopo l’altro dai granatieri della Quindicesima Panzer e dagli artiglieri dell’Aosta, le perdite sono elevate, un reggimento ( il 26.mo) viene isolato sul Monte Basilio e deve essere rifornito dall’aria. La battaglia-  insieme a quella di Primosole una delle più violente dell’intera campagna- termina solo quando Hube, terribilmente sotto pressione negli altri punti della linea e incapace di sloggiare ciò che resta del 26.mo dal Monte Basilio,  ordina alla Quindicesima e ai resti dell’Aosta  di ritirarsi verso Randazzo. È il 6 agosto.
A San Fratello la situazione non è molto diversa. Qui Truscott ( Terza divisione) in marcia lungo  la strada costiera ha di fronte  un reggimento di granatieri tedeschi trincerati lungo i fianchi delle colline sovrastanti la strada. Il fuoco tedesco è intenso e preciso, i GI tentano ripetuti attacchi ma inutilmente. Quando Truscott organizza uno sbarco anfibio a Sant’Agata  per aggirare la posizione nemica, i tedeschi hanno già lasciato San Fratello( 7 agosto).
Ormai la linea dell’Etna è rotta in più punti. Montgomery , seppur lentamente,  sta risalendo da sud e il triangolo entro il quale sono confinati i tedeschi e gli italiani si restringe sempre di più. E tuttavia i tentativi di Patton di imbottigliarli aggirandoli con mini -operazioni anfibie ( a Brolo, ad esempio, l’11 agosto) vanno a vuoto. La ritirata tedesca si svolge con ordine e quando il 17 agosto Patton entra a Messina un’ora prima del suo rivale Montgomery, più di centomila soldati italiani e tedeschi hanno passato indenni lo Stretto. Ce l’avrebbero fatta se  la guerra, quella guerra, non fosse stata  anche una questione privata fra uno che , dopo El Alamein, si considerava un fulmine di guerra e un altro che non si riteneva da meno?
Ma la rivalità fra Patton e Montgomery fu solo una delle ragioni di quel successo a metà, di quella ” vittoria amara” secondo la definizione dello storico Carlo D’este.  I tedeschi e gli italiani sfuggirono alla morsa  semplicemente perché mancava un piano per bloccarli in Sicilia. E il piano mancava perché l’operazione Husky nasceva fin da subito come operazione circoscritta, limitata alla conquista della sola Sicilia. Non si pensò mai di realizzare una serie di azioni coordinate in Calabria a sostegno di Husky. Gli americani – e Marshall, il capo di stato maggiore, in particolare- non volevano un’invasione dell’Italia, la sentivano se non proprio come una minaccia a Overlord, sicuramente come un ostacolo alla sua preparazione e alla sua realizzazione. Condurre operazioni sul continente, anche solo per appoggiare lo sbarco in Sicilia,  avrebbe potuto determinare una serie di reazioni a catena e spostare l’attenzione strategica alleata dalla Manica al Mediterraneo.
Di qui l’abbondanza di cautele, di preoccupazioni, di esitazioni prima, durante e dopo la campagna. Ci fu  addirittura un momento in cui l’intera operazione fu a un passo dall’essere cancellata. Il motivo? In Sicilia c’erano probabilmente due divisioni tedesche in più rispetto a quelle previste. Commento di Churchill, più che mai deciso  a sgonfiare il “ventre molle dell’Asse”: “ E che cosa dovrebbe dire Stalin che ne ha di fronte 185?”
Certo,  alla fine gli Alleati sbarcarono nella Penisola, ma la decisione fu presa solo dopo la conclusione di Husky. Prima, nella primavera del ‘43, quando Husky fu progettata, l’opzione di invadere l’Italia non figurava neppure lontanamente. Per questo italiani e tedeschi riuscirono a ritirarsi oltre lo Stretto.
Husky fu il battesimo del fuoco per molti GI e contemporaneamente fu l’occasione per mettere alla prova il funzionamento di operazioni combinate. Se i GI se la cavarono egregiamente, il coordinamento fra le varie armi lasciò molto a desiderare. Fu tutto un lamentarsi: la fanteria si lamentò per la mancanza di appoggio aereo e per la scarsa precisione dei lanci delle truppe paracadutate; l’Aeronautica per essere stata oggetto di fuoco amico; la Marina perché i comandanti  a terra non avevano saputo sfruttare il suo lavoro; Montgomery perché Patton dirigendosi verso Palermo lo aveva lasciato senza copertura nella sua avanzata verso Catania; Patton perché Montgomery sembrava nutrire disistima nei confronti dei soldati americani. E via di questo passo.  Probabilmente si lamentarono anche i cuochi e i furieri.
La valutazione finale è nota:
da quegli errori si trasse una lezione importante e un anno dopo, sulle spiagge normanne, il coordinamento fra le varie armi funzionò molto meglio. Traduzione: in Sicilia abbiamo combinato un pasticcio dietro l’altro, ci siamo lasciati scappare il nemico sotto il naso, ma abbiamo imparato e non accadrà mai più.
Un’operazione come Husky  non era mai stata tentata prima. Dunque la prudenza adottata in tutte le fasi dell’operazione è comprensibile. E comprensibile è anche l’ atteggiamento conservatore degli alti comandi. Stiamo sul sicuro, non allarghiamoci troppo, cauteliamoci, stiamo attenti a non fare il passo più lungo della gamba, ripetevano fin quasi alla noia. Questo atteggiamento conservatore, tuttavia, impedì loro di  vedere e di valutare altre possibili soluzioni, sia in fase di preparazione, sia, soprattutto, in fase di realizzazione. Anche i comandanti ci misero del loro. Eisenhower si mostrò incerto e timido, Alexander cambiò il piano in corsa facendo infuriare Patton, Montgomery non si fidava degli americani e gli americani non si fidavano di lui. E si potrebbe continuare.  Mancò, insomma, un comandante unico in grado di imporsi in nome di un progetto comune. Mancò, in altri termini, l’Eisenhower di Overlord.
Ma la Sicilia fu conquistata, le linee di navigazione nel Mediterraneo furono ripristinate a vantaggio degli Alleati, la rotta per Suez  fu riaperta, Mussolini fu deposto e l’Italia fu occupata dai tedeschi. Per presidiarla servivano truppe. Sia che le togliesse dal fronte orientale, sia che le togliesse dalla Francia Hitler avrebbe comunque fatto un favore o a Stalin o a Overlord. O a entrambi.
Da questo punto di vista per gli Alleati non c’erano dubbi: Husky era stato un successo completo.
E gli italiani? Senza appoggio aereo, senza appoggio navale, in molti casi senza neppure l’appoggio tedesco, non potevano resistere a lungo. La maggior parte di essi non ne poteva più di quella guerra, dei bombardamenti continui, della fame, delle privazioni, del regime fascista. Moltissimi si sbarazzarono del fucile, molti anche dell’uniforme, i prigionieri non si contarono.
Ma sarebbe sbagliato fare di ogni erba un fascio. Alcune unità, numerosi ufficiali, militari di truppa, persino Camicie Nere si batterono con coraggio per quella causa persa in partenza. Anziché aerei e navi, anziché cannoni e carri armati da Roma arrivavano solo bolse esortazioni retoriche completamente fuori dalla realtà. Con quelle i nostri soldati avrebbero dovuto affrontare sulla ” linea del bagnasciuga” gli Sherman da trenta tonnellate a ricacciare in mare l’ ” invasore”. Ci sarebbe voluto ben altro.

Ditelo ai vostri uomini.

In giugno, alla vigilia dello sbarco,  Patton aveva riunito gli ufficiali della 45.ma divisione di fanteria- la Thunderbird– e, come suo costume,  era andato subito al sodo. Quando sbarcheremo, colpite duro. Se il nemico è a centocinquanta, duecento metri da voi e alza le mani per arrendersi, sparate. Deve morire, dovete ucciderlo.
Ditelo ai vostri uomini.

La mattina del 15 luglio 1943 il tenente colonnello Ernest King, cappellano militare della 45.ma divisione Thunderbird ,sta guidando la propria jeep in direzione dell’aeroporto di Biscari- oggi Acate- conquistato il giorno prima.  King è apprezzato da tutti,  soprattutto perché, come scrive Atkinson, non la tira troppo in lungo con i suoi sermoni. A un certo punto, vicino a un uliveto, il cappellano nota qualcosa di strano. Scende dalla jeep, si avvicina e rimane inorridito: decine di corpi in abiti civili giacciono riversi a terra. Tutti presentano ferite di arma da fuoco, molti hanno i capelli bruciacchiati e tracce di polvere da sparo sui vestiti. Non ci possono essere dubbi: quegli uomini sono stati fucilati quasi  a bruciapelo. Lì vicino alcuni GI si stanno riposando. Quando vedono il cappellano si alzano e gli si fanno incontro . “ Noi siamo venuti qui, armi in pugno, per combattere questo genere di cose” dicono indicando i corpi. Sono profondamente amareggiati,  si vergognano dei loro commilitoni.

Il capitano John T. Compton, compagnia C, Prima divisione, 180.mo reggimento non dorme da tre giorni. Praticamente dal giorno dello sbarco in Sicilia. Alle 11 del mattino del 14 luglio, il capitano Compton porta la sua compagnia all’attacco dell’aeroporto di Biscari. C’è resistenza: colpi di mortaio e tiri di cecchini. Se un GI viene colpito, i tiratori scelti sparano agli infermieri usciti dai ripari per soccorrerlo. Abbandonato il proprio riparo nel tentativo di localizzarne la posizione, il soldato semplice Raymond Marlow si imbatte in una casamatta dalla quale escono più di quaranta italiani , alcuni in divisa, altri in abiti civili. Un interprete chiede loro se siano cecchini, ma non ottiene alcuna risposta. Chi risponde affermativamente è invece il tenente Blanks quando Compton glielo chiede.
E allora fucilateli, è la risposta del capitano.

Il generale Omar Bradley , comandante del Secondo Corpo d’armata, è l’esatto opposto di Patton: calmo, riflessivo, prudente. Ha saputo da King di quanto successo a Biscari e ne parla con Patton. Il sergente Barry West, compagnia A, prima divisione, ha fatto fucilare a sangue freddo trentasei prigionieri italiani mentre li stava scortando al comando per l’interrogatorio. Il capitano John Compton ne ha fatti fucilare più di quaranta. Sono crimini di guerra e non vanno fatti passare sotto silenzio. Calma, risponde Patton, calma. Perché non dire che erano cecchini? Tanto sono morti e non c’è più niente da fare.

Bradley ignora il “ consiglio” del suo superiore e va fino in fondo.
Sia West, sia Compton vengono deferiti alla Corte Marziale. Entrambi si difendono affermando di non aver fatto altro che  attenersi agli ordini di Patton.
“Ditelo ai vostri uomini” ( You will tell your men that) aveva detto  il “ generale d’acciaio” agli ufficiali della Thunderbird. “Devono avere l’istinto del killer” ( They must have the killer instinct), perché “ i killer sono immortali” ( killers are immortal).
Il sergente West  fu riconosciuto colpevole, condannato all’ergastolo, degradato e dopo sei mesi di carcere rispedito al fronte.
Secondo alcuni, cadde in Normandia.
Il capitano Compton fu riconosciuto non colpevole  e mantenuto nei ranghi.
Cadde a Cassino.

Il fazzoletto giallo.

14 luglio 1943, Villalba, Sicilia centrale. Un aereo si abbassa sulle case, sfiora i tetti delle abitazioni  e si dirige verso la campagna. Fuori dall’abitacolo del pilota svolazza una bandiera gialla con una grande “L” nera nel mezzo. Il velivolo raggiunge una fattoria situata nelle vicinanze, si abbassa e il pilota fa cadere una valigia.  Mani sollecite la recuperano e la consegnano al padrone della fattoria, un uomo sulla sessantina, dal ventre prominente, le maniche della camicia arrotolate e le bretelle a reggergli i calzoni ben sopra il girovita. L’uomo apre la valigia. Dentro c’è un fazzoletto giallo con una “L” nera nel mezzo. Quell’uomo si chiama Calogero Vizzini, Don Calogero Vizzini, leader mafioso della regione. Ricevuto il messaggio, Don Calogero avvisa subito un altro pezzo grosso, Don Giuseppe Genco Russo: gli americani devono essere aiutati in ogni modo possibile, gli scrive.

Sei giorni dopo tre carri armati americani entrano nel centro della cittadina. Sull’antenna radio del carro di testa sventola una piccola bandiera gialla. In mezzo la solita “L” nera. I bambini si affollano attorno ai carri, in cerca di caramelle e di gomma da masticare. I carri si fermano, un ufficiale chiede, in dialetto siciliano, di vedere Don Calogero. Don Calogero Vizzini avanza verso l’ufficiale. La folla si fa da  parte  facendogli ala al passaggio. L’ufficiale aiuta Don Calogero a salire sul carro armato e la torretta si chiude.
Il giorno seguente gli americani attaccano Monte Cammarata,  a nord di Villalba. La sera precedente l’attacco i soldati italiani su Monte Cammarata hanno ricevuto la visita di misteriosi personaggi. Il mattino dopo, quando i carri americani muovono verso il loro obiettivo, gli italiani sono spariti. Durante la notte hanno gettato il fucile alle ortiche, cambiato la divisa con abiti civili e hanno lasciato un pugno di tedeschi a difendere la posizione.  Monte Cammarata è conquistato quasi senza colpo ferire.

Il tenente di vascello Paul Alfieri, sbarcato con le truppe di Patton,  deve incontrare un uomo. Non l’ha mai visto. Sa solo che quell’uomo è fuggito dagli Stati Uniti quando era ancora un ragazzo sul cui capo pendeva una condanna a morte. I due devono incontrarsi a Licata. Quando lo incontrerà , per farsi riconoscere, non dovrà mostrare alcun fazzoletto giallo, semplicemente gli si dovrà rivolgere con due sole parole: “ Lucky Luciano”.
Il tenente Alfieri ha incontrato il suo uomo, ha pronunciato quelle due parole e ogni diffidenza è caduta. È notte. Alfieri si sta dirigendo verso il comando dell’Asse di Licata con una robusta scorta fornitagli dall’uomo incontrato nel nome di Lucky Luciano. Gli uomini della scorta neutralizzano le sentinelle tedesche e spalancano la porta del comando. Alfieri trova una miniera d’oro: carte delle difese dell’isola,  dislocazione delle forze dell’Asse nel Mediterraneo, mappe dei campi minati , persino un codice radio. Per questa azione, Alfieri riceverà una medaglia.

Durante l’operazione Husky, dunque, la mafia aiutò gli americani? E gli americani si rivolsero alla mafia per essere aiutati? Gli episodi di Villalba sono solo una leggenda o hanno un fondamento reale? C’è chi ne è sicuro, chi lo nega con decisione, chi lo ammette a metà.  Di sicuro c’è questo: a partire da un certo periodo, gli americani ridussero Villalba e molti altri episodi a dicerie prive di ogni fondamento. L’attacco al Monte Cammarata? Mai programmato e mai effettuato. Don Calogero Vizzini all’interno del carro armato? Certo, ma solo per spiegare come mai un soldato americano era rimasto ucciso  nei giorni precedenti nei pressi della sua fattoria. La testimonianza di Michele Pantaleone ( il giornalista che per primo raccontò la storia di Villalba nel 1962)? Inattendibile perché fortemente di parte. È un comunista, ce l’ha con noi, tende a screditarci. Leggetevi i rapporti delle  nostre unità e troverete una verità ben diversa. “Uomini d’onore” nominati sindaci e amministratori della cosa pubblica una volta terminate le operazioni militari? Non ci fu alcun accordo preventivo, fu una semplice scelta di convenienza: vista la loro influenza sugli abitanti del luogo, ci servivano per garantire l’ordine. Il ruolo di Lucky Luciano? Ma se era in galera. E via di questo passo.
Ma se la mafia avesse potuto dire la sua sugli episodi di Villalba, quale versione avrebbe scelto, secondo voi?

Epilogo.

Le prime avanguardie americane arrivarono al campo di  Dachau, in Baviera, nella tarda mattinata di domenica 29 aprile 1945.  Le SS di guardia si arresero. Di fronte allo spettacolo di migliaia di prigionieri ridotti a larve umane, i GI americani non ressero. Prima piansero, poi cominciarono a sparare alle SS che si erano arrese.
Molti di loro appartenevano alla 45.ma divisione di fanteria Thunderbird.

Da leggere:

Rick Atkinson,  Il giorno della battaglia : gli alleati in Italia 1943-1944, Mondadori, 2008.
Andrea Augello, Uccidi gli italiani. Gela 1943: la battaglia dimenticata, Mursia, 2009.
Fabrizio Carloni, Gela 1943 : le verità nascoste dello sbarco americano in Sicilia, Mursia, 2011
Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi, 2004.
Gianfranco Ciriacono, Le stragi dimenticate, cdb Ragusa, 2005
Carlo D’Este, Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, 1990.
Gianluca Di Feo, Sicilia 1943: uccidete i prigionieri italiani, Corriere della Sera, 23/06/2004

CONSULTA QUI L’INDICE DEI POST DI QUESTO SITO RELATIVI ALLA PRIMA E ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE.

Questo il testo originale del discorso di Patton agli ufficiali della 45.ma divisione:

When we land against the enemy, don’t forget to hit him and hit him hard. When we meet the enemy we will kill him. We will show him no mercy. He has killed thousands of your comrades and he must die. If your company officers in leading your men against the enemy find him shooting at you and when you get within two hundred yards of him he wishes to surrender—oh no! That bastard will die! You will kill him. Stick him between the third and fourth ribs. You will tell your men that. They must have the killer instinct. Tell them to stick him. Tick him in the liver. We will get the name of killers and killers are immortal.

General S Patton Biography | Biography Online

Quando sbarcheremo, colpite duro; quando incontreremo il nemico, uccidetelo. Nessuna pietà. Ha ucciso migliaia dei nostri e deve morire. Se i vostri ufficiali di compagnia alla testa dei propri uomini vedono il nemico fare fuoco e arrivati a duecento iarde da lui, vedono che accenna ad arrendersi, niente da fare! Quel bastardo morirà. Voi lo ucciderete. Colpitelo fra la terza e la quarta costola. Ditelo ai vostri uomini. Devono avere l’istinto del killer. Dite loro di colpirlo. Colpitelo al fegato. Acquisteremo la fama di killer. E i killer sono immortali.

Ma era questo il ” vero” Patton?  Carlo D’Este scrive: ” Ci furono [..] due Patton: uno che appagava le aspettative dell’americano medio amante dell’eroe spaccone, l’altro consistente in un uomo profondamente riservato, il cui impegno nella professione di soldato era altrettanto profondo di quello mostrato da Montgomery. L’immagine pubblica di Patton si è venuta formando su basi false, così che il generale americano è diventato uno stereotipo che presenta una scarsa rassomiglianza con il vero Patton. L’immagine pubblica di Patton era una facciata creata ad arte per se stesso allo scopo di compensare il senso di inadeguatezza che l’accompagnò per tutta la vita e che era dovuto, in parte, alla sua dislessia[…]
Il modo in cui Patton esercitava la sua leadership è stato argomento di infinite discussioni. Egli riteneva che un comandante dovesse influenzare l’azione sul campo di battaglia sia con la sua presenza sia guadagnandosi l’attenzione e la fiducia delle truppe” ( Carlo D’Este, Lo sbarco in Sicilia, 1990, pagg 98-101)

[1] Queste le parole di Mountbatten: “Let me have him [Martin] back, please, as soon as the assault is over. He might bring some sardines with him–they are on points here!” (“ Rimandami Martin non appena l’assalto sarà concluso. Potrebbe portare un po’ di sardine con sé, visto che qui sono razionate!”).
Nella valigetta del “maggiore Martin” c’era anche una terza lettera. Mountbatten chiedeva al generale Eisenhower di scrivere una breve  prefazione per l’edizione americana di un opuscolo sul ruolo e sulle funzioni del Comando  Operazioni Combinate.

[2] La campagna per la conquista delle due isole ( e di altre isole minori) , fortemente voluta da Eisenhower, cominciò in giugno e fu soprattutto una campagna aerea.  Obiettivo: la conquista dell’ottimo aeroporto di Pantelleria, decollando dal quale i velivoli alleati avrebbe potuto appoggiare con maggiore efficacia gli sbarchi in Sicilia. Pantelleria e Lampedusa erano ottimamente difese, ma le guarnigioni italiane si arresero praticamente senza sparare un colpo. Senza subire alcuna perdita – se  si esclude un GI morso da … un asino-  gli Alleati, una volta sbarcati,  catturarono  più di undicimila prigionieri.

[3] Kesselring sembrava temere di più un ” tradimento”  italiano che un attacco alleato in Sicilia. Ingannati dai documenti trovati addosso al falso maggiore Martin, a Berlino non avevano dubbi: gli Alleati avrebbero attaccato in Grecia o in Sardegna. Lo sbarco in Sicilia sarebbe stata solo una mossa diversiva. Ma potenzialmente in grado- e per  Hitler era diventata una vera e propria ossessione- di provocare una defezione degli italiani e dell’ Italia. La mossa di Kesselring di spostare a ovest la Quindicesima Panzer è vista dallo storico Carlo D’Este anche come un tentativo tedesco di tenere sotto controllo la regione in caso di una defezione italiana.

La celeberrima  foto di Robert Capa riportata sotto il titolo del post raffigura  un pastore siciliano nell’atto di indicare a un soldato dell’esercito americano un punto in  lontananza. Quel pastore si chiamava Giovanni Maccarone. Poche ore dopo essere stato ritratto da Capa, Maccarone fu ucciso da un soldato tedesco che aveva assistito, non visto,  alla scena. ( Fonte: Alfio Caruso, Arrivano i nostri).

L’operazione Husky.

Invasione della Sicilia mappa da www.ibiblio.org

La mappa degli sbarchi. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

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