Gli abeti rossi

Katyn Wajda

Prologo

Da qualche giorno i controlli nel campo di Kozelsk( Kozielsk secondo la grafia polacca) si sono fatti meno asfissianti. Si mangia meglio, le guardie sembrano quasi cordiali. “ Tornerete a casa”, si sente dire. Un ufficiale dell’NKVD “ perde” una mappa con l’indicazione del percorso ferroviario da Kozielsk alla Polonia, subito raccolta dai prigionieri. Allora è vero? Gli internati sono presi da una profonda  agitazione, chiedono, vogliono sapere. L’ansia si somma alla speranza e l’eccitazione è al massimo. Comincia l’evacuazione del campo. I prigionieri vengono divisi in gruppi, le guardie chiacchierano con loro, qualcuna sorride. Si compilano elenchi, si fanno i primi appelli, le  partenze si succedono alle partenze. Chi non parte insieme gli altri e viene trattenuto al campo non sa farsene una ragione.

L’inizio.

L’esercito polacco vanta gloriose tradizioni. E non pochi successi. Nel 1920, ad esempio,il generale Jòsef Pilsudski aveva giocato un bruttissimo scherzo all’Armata Rossa. L’aveva prima bloccata davanti a Varsavia, poi l’aveva contrattaccata costringendola a ritirarsi. “Il miracolo della Vistola”  non era rimasto senza conseguenze: Lenin era stato costretto a firmare a Riga una pace umiliante; Stalin aveva perso la faccia davanti al mondo intero, facendo affluire le riserve nel posto sbagliato e servendo la vittoria a Pilsudski su un piatto d’argento. Lo avrebbe mai dimenticato?
Ma nel settembre del 1939, i polacchi hanno solo il valore e l’orgoglio da opporre alle divisioni corazzate della Wehrmacht e al muro umano delle divisioni di fanteria sovietiche. Vanno alla carica, sciabole contro cannoni, in sella ai loro magnifici cavalli come una volta avevano fatto i loro antenati agli ordini del re Giovanni Sobieski. È una partita persa in partenza e loro lo sanno. Come possono sperare di avere successo contro la tecnologia e la forza del numero? Ma lo fanno ugualmente. Cariche suicide? Una questione d’onore, piuttosto. Non abbiamo i vostri cannoni, non abbiamo i vostri carri armati, non abbiamo tanti uomini come voi. Ma non ci arrendiamo, non cediamo, lottiamo fino all’ultimo per la nostra patria e per il nostro onore.
A guidare quelle cariche ci sono chimici e storici, insegnanti e biologi, ingegneri e architetti. La laurea dà loro diritto, in tempo di pace, a un grado di ufficiale della Riserva. Chiamati a indossare l’uniforme e a combattere in uno dei momenti più difficili della loro storia, quei giovani laureati si battono con coraggio e valore: molti di essi  cadono sul campo, moltissimi  vengono fatti prigionieri. I sovietici non sanno come gestirli. Il generale Kulik comandante della forza d’invasione, trattiene gli ufficiali ma spedisce a casa i soldati. “ Non saprei dove metterli e come sorvegliarli”, scrive a Mosca.
Per quegli ufficiali si aprono i cancelli dei campi di prigionia. Un altro mondo, in tutti i sensi. Per “ rieducarli” i sovietici proiettano film celebrativi, distribuiscono copie dei discorsi di Stalin, stringono le maglie della sorveglianza, raccolgono informazioni servendosi di infiltrati e di spie, compilano fascicoli dettagliati, imbastiscono accuse pesanti. Per gli ufficiali polacchi prigionieri pregare è un delitto, rispondere in polacco a un ordine impartito in russo è insubordinazione, minacciare uno sciopero della fame, sovversione. Non possono scrivere a casa se non raramente; non possono ricevere pacchi, biancheria di ricambio, camicie pulite.  È la dura legge del codice penale sovietico. Altri codici, altre leggi non contano in quell’universo rovesciato. Un ingenuo ufficiale sovietico di un campo di prigionia scrive a Mosca: qui da me i prigionieri tirano in ballo continuamente la Convenzione di Ginevra: mandatemene una copia, per “ conoscenza”. Compagno comandante, è la risposta di Mosca, lascia perdere la Convenzione di Ginevra e pensa ad eseguire alla lettera gli ordini dell’ NKVD.
La situazione è drammatica. Drammatica e, per certi versi, paradossale. Perché quegli ufficiali e quei soldati non sono  prigionieri di guerra. Da un punto di vista strettamente giuridico almeno. E non lo sono perché la guerra fra i due Paesi non è mai stata dichiarata. Stalin ha mandato l’Armata Rossa a “ portare aiuto al popolo polacco” senza alcuna dichiarazione di guerra; la Convenzione di Ginevra, poi, è carta straccia perché l’URSS non l’ha mai firmata. E allora che cosa sono, chi sono quei chimici e quei biologi quegli insegnanti e quegli storici in uniforme? Per la legge sovietica sono internati; per l’ideologia sovietica, nemici di classe. Per ora nessuno parla di eliminarli: vengono impiegati come manodopera forzata, costruiscono strade e scavano trincee. Ma in futuro?
L’orgoglio polacco però non viene meno. Alcuni ufficiali prigionieri alzano la voce, chiedono un trattamento più umano, vogliono conoscere di che cosa li si accusa. Tutti sono refrattari a qualsiasi tentativo di “ rieducazione”. Curano i propri stivali come una reliquia, ne preservano le suole proteggendole con rozzi zoccoli di legno. Gesti futili? Al contrario. Quegli stivali non sono calzature qualsiasi. Sono il simbolo dell’appartenenza alla gloriosa cavalleria polacca. Finché restano lucidi e integri essi rappresentano l’appartenenza a un’élite e, nello stesso tempo, una sfida a chi  tiene prigioniero chi li calza.

Poi, improvvisa, la drammatica svolta: quei prigionieri vanno eliminati con una procedura “ speciale” e i loro familiari devono essere deportati. Perché? Berija scrive: perché se restano in vita, si batteranno contro di noi. Anzi, non ne vedono l’ora. Stalin approva e la mattanza comincia.
Perché approva? Perché non ha dimenticato “il miracolo della Vistola” e cova vendetta? Perché i campi di prigionia devono essere liberati per far posto ai prigionieri finlandesi o a quelli dei Paesi Baltici? Balla megagalattica quest’ultima. Come si fa a parlare di prigionieri finlandesi se in Finlandia l’Armata Rossa le sta buscando di santa ragione? Il motivo è un altro. I polacchi prigionieri vanno eliminati perché non ne vogliono sapere di essere “ rieducati”; vanno eliminati perché sono una potenziale minaccia alla costruzione del socialismo in Polonia e , più in generale, all’edificazione della società perfetta vagheggiata dal marxismo-leninismo. Quegli ufficiali prigionieri –tutti o quasi tutti laureati-  sono in potenza la futura classe dirigente della Polonia; appartengono, per loro natura, a una classe estranea al proletariato e, per questa ragione, devono essere fatti fuori.
I sovietici non sono gli unici a pensarla in questo modo, sia chiaro. Quando sente parlare di intellettuali, Hitler va in bestia. Anche lui aspira a costruire la società perfetta, il Reich millenario dei nuovi padroni del mondo. Di un mondo in cui non c’è posto-o c’è un posto molto ridotto- per le razze inferiori. Nei Paesi conquistati dai nazisti, dunque, l’intellighenzia deve essere spazzata via e il resto della popolazione  tenuto a un livello di istruzione prossimo allo zero. Tanto, per fare da schiavi ai nuovi padroni l’istruzione non serve. Lo scopo di Hitler e di Stalin è dunque il medesimo, anche se diversi sono i potenziali nemici della società perfetta da essi vagheggiata: le classi ostili al proletariato per Stalin, le razze inferiori per Hitler.
A Katyn furono rinvenuti i cadaveri di circa quattromila cinquecento militari polacchi, di un prete cattolico e di una donna ufficiale pilota. Tanti? Pochi? Tanti, se presi in sé e per sé, pochi se paragonati alle decine di migliaia di prigionieri polacchi fucilati dai sovietici a Karkov a Smolénsk , a Minsk e dai nazisti a Danzica a Torum e altrove. Katyn fu genocidio? Scrive Zalawski: le purghe sovietiche del ‘37-‘38 furono genocidio; l’Olocausto fu genocidio, lo sterminio sistematico dei prigionieri di guerra sovietici fu genocidio: Katyn fu qualcosa di diverso: fu“ classicidio”, “ pulizia di classe” ( Class Cleansing).

 Sussurri e grida.

Il 22 giugno 1941, all’alba , le divisioni tedesche scatenano Barbarossa  in Unione Sovietica. In agosto, Stalin libera i prigionieri polacchi detenuti nei campi di prigionia e autorizza i loro familiari a tornare dai luoghi dove erano stati deportati. Dal  Kazakistan e dalla Siberia ritornano in molti; dai campi di prigionia in pochissimi.  Mancano soprattutto gli ufficiali. Il generale Wladislaw Anders sta organizzando un esercito polacco in esilio e ha bisogno di ufficiali. Chiede: dove sono finiti quelli detenuti nei campi di prigionia? Risposta: non ne sappiamo niente. Il capitano Joseph Chapsky , esponente dell’antica nobiltà polacca, riemerso dall’inferno di Gryazovests, compie ricerche, fa domande, raccoglie testimonianze e quando chiede spiegazioni o informazioni riceve sempre la stessa risposta: i prigionieri polacchi? Non ne sappiamo niente. I familiari degli ufficiali prigionieri , a loro volta, si fanno sentire: non ne sappiamo niente è , ancora una volta, la risposta di Mosca.
Ma le voci corrono. Eccome se corrono. I sussurri diventano grida, si parla di ufficiali assassinati, di migliaia di cadaveri sepolti in fosse comuni.  Anders e Sikorski, il capo del governo polacco in esilio a Londra, affrontano a muso duro lo stesso Stalin. Che ne è di quegli ufficiali? Dove sono? La risposta è un puro concentrato di cinismo: secondo me sono fuggiti e ora si trovano in Manciuria o chissà diavolo dove. Ma li troveremo. Alza la cornetta del telefono, chiama Berija e gli ordina  di trovarli ad ogni costo.
Ma se si illude di aver messo le cose a posto con quella messinscena si sbaglia. Si sbaglia di grosso. I familiari degli scomparsi in… Manciuria insistono, chiedono, preparano appelli, vogliono sapere. Sikorski va a Londra da Churchill e gli dice chiaro e tondo: ho informazioni certe: i russi hanno assassinato migliaia di nostri ufficiali prigionieri. Sir Winston in quanto a cinismo non è da meno di Stalin: se sono morti, dice, non c’è niente che possiamo fare per riportarli in vita. Traduzione: siamo tutti sulla stessa barca. Il nostro compito è quello di far fuori Hitler non di irritare i sovietici. Sbarazziamoci di Hitler e poi guardiamo nei nostri armadi.
E il 13 aprile del 1943, quegli armadi si spalancano di colpo. I tedeschi comunicano urbi et orbi di aver trovato alla fine di febbraio  a Katyn, in Bielorussia, sepolti in fosse comuni, i cadaveri di migliaia di militari polacchi giustiziati con un colpo di pistola alla nuca. E aggiungono: sono stati i sovietici, questa è la firma dell’ NKVD. I sovietici non ci stanno e rimandano la palla al mittente: non siamo stati noi, sono stati i nazisti.
In breve tempo la faccenda si allarga. Sui giornali polacchi compaiono i primi nomi dei caduti; in tutta la Polonia i cappellani militari e i sacerdoti cattolici celebrano messe di suffragio; Churchill sente più di un brivido corrergli lungo la schiena ; Stalin, infuriato e furioso, taglia i ponti con il governo polacco in esilio e poco tempo dopo Sikorski muore in un misterioso incidente aereo. Le fosse di Katyn si sono tramutate di colpo in un affare politico  maledettamente serio.
Ma qual è la verità? Chi è stato? Hanno ragione i tedeschi nell’incolpare i russi o i russi nell’incolpare i tedeschi?  Per stabilire la verità i primi nominano una commissione internazionale di cui non fanno parte medici tedeschi; i secondi , dopo aver riconquistato la Bielorussia nel 1944, incaricano il professor Burdenko e altri illustri medici di guardarci dentro. La commissione internazionale arriva alle seguente conclusione: gli eccidi di Katyn sono stati commessi nella primavera del 1940; per la commissione Burdenko invece , sono stati commessi nel 1941.  Questione di capitale importanza, quella della data. Se l’anno della morte è il 1940, sono stati i sovietici o, comunque, non possono essere stati i tedeschi; se l’anno, invece, è il 1941, sono stati i tedeschi o, comunque, possono essere stati loro.
La commissione internazionale afferma: ci chiedete perché, secondo noi, gli ufficiali e i soldati polacchi di Katyn sono morti nel 1940 e non dopo? Perché sui crani dei cadaveri abbiamo riscontrato la presenza di una sostanza organica particolare, una sostanza che comincia a formarsi non prima di tre anni dopo il decesso. E che dire degli abeti rossi piantati sulle fosse? Ne abbiamo controllato i tronchi, abbiamo interpellato un botanico esperto. Risposta: sono alberi non più vecchi di tre anni. Qualcuno, evidentemente, li ha piantati dopo le esecuzioni, per far crescere sui cadaveri una foresta e tenere lontani occhi indiscreti e pericolose curiosità. Conclusioni di parte?
Sembrerebbe proprio di no. Contemporaneamente alla commissione internazionale, infatti, un’altra commissione agisce a Katyn con il permesso tedesco. È interamente formata da polacchi, lavora sotto l’egida della Croce Rossa ed è infiltrata da membri della Resistenza alla caccia di nomi e cognomi di eventuali criminali di guerra nazisti. Ebbene, anche questa commissione arriva alle stesse conclusioni della commissione internazionale: i tedeschi non c’entrano. Lo comunica in via riservata a Londra e Londra, zitta zitta, fa sparire il rapporto in un ben celato cassetto.  E per la stessa ragione finisce in un cassetto anche la relazione di sir Owen O’Malley, ambasciatore britannico presso il governo polacco in esilio. Churchill è preoccupato: guai a fare infuriare Stalin proprio adesso, continuando “a girare intorno” a quelle tombe nei pressi di Smolénsk e alle “betulle” di Katyn. L’Armata Rossa ci sta dando dentro, i tedeschi sono in  difficoltà:  se allenta la presa sono guai seri. Già ne abbiamo avuto una dimostrazione durante la sollevazione di Varsavia: Stalin non ha mosso un dito, la città è stata rasa al suolo e duecentocinquantamila persone hanno perso la vita.
Anche dall’altra parte dell’oceano la musica è più o meno la stessa. Un fidato collaboratore di Roosevelt, George Earle, convinto della colpevolezza sovietica viene spedito a contemplare l’oceano nelle isole Samoa. Il rapporto del colonnello John Van Vliet, prigioniero di guerra, aggregato dai tedeschi come testimone alla commissione internazionale, sparisce anch’esso in un cassetto.  Dunque Churchill sa, Roosevelt sa, ma nessuno si muove. Meglio non parlarne, è la parola d’ordine. E i soldati e gli ufficiali di Katyn muoiono per la seconda volta.

E i sovietici? Loro vogliono, ancor prima di cominciare,  “accertare la fucilazione compiuta dai nazifascisti degli ufficiali polacchi prigionieri di guerra nel bosco di Katyn”. In altre parole, loro, ancor prima di cominciare, un colpevole ce l’hanno. E si muovono di conseguenza. Chiamano un bel po’ di giornalisti e presentano la loro versione. Questa: i prigionieri polacchi erano qui per costruire una strada. Arrivano i tedeschi  e nessuno di noi bada più a loro. Va ancora bene se riusciamo a badare a noi stessi. I tedeschi li catturano, li giustiziano con un colpo di arma da fuoco alla nuca ( le pallottole sono pallottole tedesche), li seppelliscono in una fossa comune. Poi, a distanza di tempo, ritornano, riesumano i cadaveri, falsificano i documenti, rimettono i corpi nella fossa e dicono che siamo stati noi. Addosso ai cadaveri abbiamo trovato documenti datati 1941; ci sono dei testimoni oculari; abbiamo identificato l’unità tedesca incaricata delle esecuzioni, conosciamo il nome del suo comandante, il tenente Ahrens. Non ci possono essere dubbi: il massacro è stato compiuto nel 1941, fra agosto e settembre.
Settembre? Ne siete proprio sicuri? chiede uno dei giornalisti invitati. Si indossano le uniformi pesanti in settembre? Già perché le uniformi di quei poveri disgraziati sembrano uniformi invernali. O no? Imperturbabile, Burdenko replica: ci siamo sbagliati, volevamo dire fra agosto e dicembre. Però, guarda caso, le deposizioni dei “ testimoni” non vengono adeguate. Sul rapporto della commissione le deposizioni restano ferme a settembre e non se ne trova una che faccia riferimento a dicembre. Contraddizione evidente. Non per la giovane Kathline Harriman, aspirante giornalista, figlia dell’ambasciatore americano a Mosca: per lei la versione di Burdenko  è ok. Qualche anno dopo, fattasi un po’ più esperta e meno ingenua, la sconfesserà.

I silenzi.

A guerra in corso, dunque, su Katyn scende  il silenzio. Per ragioni di ordine “superiore”, si dirà poi. Eppure la verità era lì, a portata di mano. E neanche tanto nascosta, secondo Zawodny. I prigionieri costruivano una strada e furono catturati dai tedeschi? E allora costava così tanto dirlo chiaro e tondo ai familiari delle vittime, ai generali Anders e Sikorski, al conte Chapski? Perché tirare in ballo la Manciuria o ripetere il solito ritornello: “ Non ne sappiamo niente”? Lasciamo stare gli abeti rossi piantati sulle fosse, ma come spiegare le ferite da baionetta a quattro punte riscontrate su molti cadaveri? Nel 1940 solo l’Armata Rossa usava quel tipo di baionetta. E che dire dei giornali di propaganda –tutti sovietici e tutti datati 1940-  trovati nelle tasche delle uniformi di alcuni ufficiali assassinati? Ce li hanno messi i tedeschi dopo aver riesumato i cadaveri? E come hanno fatto a sapere quali giornali circolavano, in quei tempi, nei campi di prigionia? E se anche l’avessero saputo, come hanno fatto a procurarseli? E i diari dei prigionieri? L’ultimo si ferma all’aprile del 1940. E perché i familiari delle vittime non hanno ricevuto nemmeno una comunicazione scritta datata 1941? Una sola lettera, anche due semplici righe, sarebbero state sufficienti per scagionare i sovietici. E perché questi ultimi non presentano un documento, una lista, una fattura che so per una fornitura di viveri destinata ai prigionieri dei campi incriminati?  Avrebbero potuto esibire il documento e dire: ecco, vedete, nel 1941 quei prigionieri erano ancora vivi , questa fattura lo prova senza ombra di dubbio.
E ci sono anche altri particolari. Gli zoccoli di legno, ad esempio. Sì, proprio loro, gli zoccoli con i quali gli ufficiali tentavano di preservare dall’usura le suole dei propri stivali  e, con essi, il proprio onore di soldati. Ne furono trovati parecchi nelle fosse. E allora una domanda sorge legittima: avrebbero potuto quei prigionieri con quelle zeppe sotto le suole godere della libertà di movimento necessaria per svolgere lavori pesanti quali la costruzione di una strada? Fate voi. Ma ammettiamo pure che non li avessero usati durante il lavoro: gli stivali avrebbero retto o non si sarebbero sfondati in quattro e quattr’otto? Eppure gli stivali trovati nelle fosse sono integri e nessuno di essi ha la suola consumata.
E c’è anche un altro particolare. Un po’ macabro, in verità. Nelle fosse i cadaveri erano impilati l’uno sull’altro e saldati l’uno all’altro per effetto del processo di decomposizione. Per rimuoverli fu necessario ricorrere a uncini, a pale e persino a picconi. Una volta eseguito il lavoro, sul cadavere dello strato inferiore rimaneva l’impronta del cadavere appena rimosso. Domanda: se i tedeschi avessero riaperto le fosse, riesumato i cadaveri per falsificare le prove, come sostiene Burdenko, sarebbero stati capaci, una volta staccatili, di ricollocare i cadaveri uno sull’altro facendo combaciare esattamente l’impronta lasciata dal processo di decomposizione? Ma ammettiamo per un momento ( la precisione tedesca è proverbiale…) che ci fossero riusciti. In questo caso, i cadaveri avrebbero potuto saldarsi a prova di piccone in poche settimane? E poi, perché la commissione Burdenko parla di nove documenti datati 1941 e non li presenta? Insomma e per dirla tutta, allora le urgenze erano altre e mancava il tempo per approfondire la questione.
Dopo la guerra, tutta un’altra storia direte voi. Mica tanto. A Norimberga, gli americani se ne lavano le mani. I sovietici arrivano al processo esibendo due testimoni decisivi, due pezzi da novanta secondo loro: i professori Markov, bulgaro  e Hajdek , cecoslovacco. Hanno fatto parte della commissione internazionale voluta dai tedeschi nel 1943, quindi  chi meglio di loro può spiegare come sono andate davvero le cose? Davanti al giudice, i due sconfessano le conclusioni della commissione. Affermano: abbiamo ricevuto continue pressioni dai tedeschi perché li dichiarassimo innocenti. Un altro componente la commissione,  il medico italiano Vincenzo Palmieri, napoletano, intervistato in merito dichiarerà: pressioni? Non me ne sono accorto. Ci seguiva, molto discretamente, un maggiore della Wehrmacht in seguito fucilato per aver partecipato al complotto di von Stauffenberg. Markov? Se Napoli fosse stata liberata dai sovietici anch’io probabilmente sarei stato costretto a ritrattare.
Durante il processo un ufficiale tedesco si presenta spontaneamente a testimoniare. Si chiama Friedrich Ahrens. Ha il grado di colonnello, nel 1941 era tenente. E secondo la commissione Burdenko comandava lui l’unità incaricata delle esecuzioni a Katyn. Documenti alla mano, il colonnello dimostra di essere stato in servizio altrove all’epoca dei fatti. E lo stesso fanno i suoi superiori di allora. Anche il reparto accusato di aver materialmente eseguito le fucilazioni non era a Katyn nel 1941. Tutto documentato.
La trappola sovietica non scatta. Il giudice di Norimberga fa la tara alle dichiarazioni di Markov e di Hajdek, tiene nel debito conto la testimonianza di Ahrens e sentenzia: probabilmente non sono stati i tedeschi. E allora chi è stato? chiedono tutti. Risposta: non spetta a noi appurarlo. Non abbiamo alcun mandato per continuare le indagini: per noi la cosa finisce qui. Pilato allo stato puro.
Qualche anno dopo, Katyn si riprende la scena. L’Europa è politicamente in fermento,  la guerra di Corea è in corso, i comunisti non sono più alleati ma nemici.  In Italia si chiede la testa di Palmieri, reo di aver offeso, attribuendo il massacro di Katyn ai sovietici,  “ le gloriose truppe di Stalingrado”; in Svizzera i comunisti accusano – ingiustamente- il  neurologo svizzero Nivelle ( altro componente la commissione internazionale) di essere filonazista. Con la guerra di Corea torna in ballo la questione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra. Certo che sono stati i russi, affermano gli americani dopo aver studiato i documenti relativi al massacro di Katyn. E che cosa potevate aspettarvi dai comunisti? E non sono forse comunisti quelli contro cui stiamo combattendo in Corea? Prepariamoci, preparatevi, dunque, al peggio.  A sentire chissà quale nefandezza a proposito del trattamento dei nostri prigionieri. Avvisaglie di guerra fredda, freddissima  con annesso uso strumentale delle tragedie della storia. Katyn inclusa.
I russi  mantengono la propria versione e ,addirittura, si inventano un’altra Katyn. Anzi Kathyn ( con l’acca intermedia) o Hatyn( con l’acca iniziale). In questa località, durante la guerra, la popolazione civile era stata massacrata dai tedeschi. In Russia Kathyn viene identificata con Katyn  e i tedeschi diventano gli unici responsabili del massacro. I documenti relativi ai 25.000 internati polacchi “ liquidati”, vengono tolti dagli archivi segreti e distrutti. Restano agli atti di quegli archivi  il promemoria  di Berija del 5 marzo del 1940 con le firme di tutti i componenti del Politburo  e altre carte  compromettenti ( compreso il testo del patto di non aggressione), conservate in quanto possibili armi da impiegare  nella lotta per il potere scatenatasi al Cremlino nella seconda metà degli anni Cinquanta. O perché troppo importanti per essere distrutti senza conseguenze.
Negli anni Novanta, in piena perestroijka, Michail  Gorbaciov riconoscerà la responsabilità dell’NKVD e di Berija, ma si rifiuterà di rendere pubblici i documenti compromettenti.  Boris Eltsin porrà fine alla vicenda aprendo gli archivi e rivolgendosi ai polacchi con queste parole. “ Perdonateci, se potete”. 

Epilogo

Non appena i prigionieri hanno lasciato Kozielsk – chi a piedi, chi su furgoni privi di finestrini- le guardie tornano quella di sempre: autoritarie, gelide e sprezzanti.  Alla stazione ci sono vagoni ferroviari ad attenderli:  gli ufficiali e i soldati  polacchi  salgono e le porte si chiudono. Qualcuno incide il proprio nome sulle pareti dei vagoni, scrive un breve messaggio, indica le località toccate; chi viene dopo di lui ( i sovietici usarono gli stessi convogli per tutti i successivi “ carichi”) , legge quei messaggi, scrive qualcosa a sua volta. Altri  annota sul proprio diario: sembra si vada verso ovest.
Si torna a casa?
La meta finale è una stazione appena oltre Smolensk, Gnezdovo. Scendono dai treni, un gruppo alla volta. Davanti alla stazione ci sono alcuni furgoni in attesa.  Scrive, sul suo diario, il maggiore Adam Solski, una delle vittime: “ La giornata.. ( è il 9 aprile).. è cominciata in modo molto strano. Siamo partiti in piccoli furgoni cellulari composti da tante piccole celle…Siamo stati portati in qualche posto in una foresta: sembra un luogo per vacanze estive. Siamo poi stati perquisiti accuratamente. Hanno preso i rubli, la cintura, il temperino.”
Quella foresta è la foresta di Katyn.  Ai prigionieri viene passata una corda al collo e, con la stessa corda, vengono legate loro le mani dietro la schiena; qualcuno viene anche imbavagliato, a qualcun altro viene riempita la bocca di segatura. In ginocchio sul ciglio delle fosse, con i pastrani tirati fin sulla testa o addirittura sdraiati sui compagni morti o moribondi,  i prigionieri  aspettano il colpo di grazia. Un ufficiale sovietico spara, un altro ricarica l’arma, una Walther tedesca. I prigionieri cadono gli uni sugli altri.
Alla fine  sopra di loro  si stenderà un bosco di abeti rossi.

Da leggere.
Robert Harris, Enigma, Mondadori, 1996

G. Sanford, Katyn e l’eccidio sovietico del 1940: verità, giustizia, memoria, Utet,2007

Victor Zaslavsky, Pulizia di classe, Il Mulino, 2006

J.K. Zawodny, Morte nella foresta, Mursia,  1973

Da vedere.

Andrzeij Waida, Katyn, 2007

 

Gli avvenimenti in breve.

 23 agosto 1939: a Mosca i ministri  degli Esteri dell’ Unione Sovietica (Molotov ) e della Germania nazista (Ribbentrop) firmano il patto di non aggressione, meglio conosciuto come patto Ribbentrop- Molotov. Un protocollo segreto sancisce di fatto la spartizione della Polonia fra Germania e Unione Sovietica.

1° settembre 1939: le divisioni corazzate  tedesche entrano in Polonia . L’esercito polacco compie prodigi di valore, ma deve cedere allo strapotere degli invasori.

1° settembre 1939: i partiti comunisti di Francia, Belgio, e Stati Uniti esprimono la loro solidarietà alla Polonia aggredita.

5 settembre 1939: Stalin riceve a Mosca il segretario del Comintern, Georgij Dimitrov  e detta la linea: la Polonia è uno stato borghese e fascista e opprime le minoranze bielorusse e ucraine. I partiti comunisti aderenti al Comintern invertono la rotta e accettano immediatamente la  nuova linea, con la sola eccezione del PC finlandese.

17 settembre 1939 : senza dichiarazione di guerra, l’Armata Rossa attraversa il confine con la Polonia prendendo alle spalle il provatissimo esercito polacco.

19 settembre 1939: il Cremlino approva un documento sullo status di prigioniero di guerra. E’ previsto l’utilizzo forzato dei prigionieri- ufficiali compresi-  “ nell’industria e nell’agricoltura dell’URSS”.

20 settembre:  a Mosca viene creato, per iniziativa di Berija,  il DPA, il Dipartimento per la gestione dei prigionieri di guerra, sottoposto alla supervisione dell’NKVD, il Comitato per gli Affari Interni.

21 settembre 1939 : il generale G.  Kulik , comandante delle truppe d’invasione, segnala a Mosca: i campi sono inadeguati a contenere tutti i prigionieri.

2 ottobre 1939: il Politburo emana una direttiva in base alla quale vengono liberati i prigionieri di guerra bielorussi e ucraini ( dei quali, però, 25.000 restano a disposizione dei sovietici  per essere impiegati nella costruzione della strada Novograd-Leopoli), trattenuti gli ufficiali polacchi e istituiti  quattro campi principali :  Starobelsk ( per gli ufficiali),  Ostaskov per i gendarmi, gli agenti segreti, le guardie carcerarie e di confine, i funzionari pubblici, Kozielsk e  Putivil per gli ufficiali e i militari prigionieri residenti nella parte tedesca.

8 ottobre 1939 : direttiva di Berija ai comandanti dei campi: infiltrare spie, raccogliere informazioni sui prigionieri, sulle loro convinzioni politiche, ecc; compilare fascicoli, avviare un programma di “ rieducazione”.

Fine di ottobre, inizio novembre del 1939: scambio di prigionieri polacchi fra tedeschi e sovietici. I  soldati, gli   ebrei e i comunisti polacchi residenti nella zona di pertinenza della Germania e rifugiatisi, per non cadere nelle mani dei nazisti,  nelle zone occupate dall’Armata Rossa  vengono rispediti nelle zone di residenza e  consegnati ai tedeschi. Gli ufficiali vengono trattenuti.

2 marzo 1940: il Politburo approva la proposta presentata da Berija e da Nikita Krusciov- all’epoca primo segretario del PC ucraino-  relativa alla deportazione in Kazakistan e alla confisca dei beni dei familiari dei militari e dei civili polacchi  detenuti nei campi di prigionia per un totale di 22-24.000 famiglie. Insieme ai familiari dei detenuti, dovevano essere deportate anche “ tutte le prostitute (…) schedate dagli organi dell’ex polizia polacca e che continuano a esercitare la prostituzione.”

5 marzo 1940:  viene approvata la proposta di Berija , presentata con un promemoria a Stalin , di contrastare una possibile “ controrivoluzione” nella Polonia occupata eliminandone  gli ispiratori: gli ex ufficiali dell’esercito, le guardie carcerarie e di confine, gli agenti di polizia, i funzionari dello stato, tutti , stando a Berija, dichiaratamente antisovietici( in totale quasi 25.000 detenuti). Il Politburo recepisce per intero le osservazioni di Berija e le approva senza alcun cambiamento. Sul documento ci sono le firme di Stalin, Molotov, Berija, Voroscilov, Kalinin, Kaganovic, Mikojan ( gli ultimi due non presenti alla riunione, ma considerati favorevoli). Non c’è quella di Krusciov, ma soltanto perché, all’epoca,  “semplice” primo segretario del Partito Comunista dell’Ucraina e non ancora membro del Politburo. Nel suo promemoria, Berija raccomanda di “ esaminare i casi secondo  una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione”. E aggiunge: “ Condurre l’indagine relativa ai singoli senza mandare i detenuti a processo, senza elevare a loro carico capi di imputazione, senza documentare la chiusura dell’istruttoria e senza formulare accuse..”

13 aprile 1940: inizia la deportazione dei familiari degli internati polacchi  nei campi di prigionia sovietici. Le deportazioni sono ancora in atto al momento dell’invasione nazista dell’URSS.

Aprile –maggio  1940: i militari  polacchi, le guardie carcerarie, gli agenti di polizia, i funzionari dello stato in mano sovietica detenuti a  Starobelksk e a Ostaskov  vengono prelevati dai campi  di prigionia, giustiziati con un colpo alla nuca nelle celle delle prigioni o nelle caserme  e sepolti nelle campagne vicine a Charkov ( gli assassinati a Starobelsk) e a Bologoe ( quelli  di Ostaskov). Le esecuzioni si protraggono per tutta la notte, praticamente senza interruzione . La procedura  è sempre la medesima: il prigioniero sceso dal  furgone cellulare ( i cosiddetti “ corvi neri”), viene accompagnato in una stanza dove viene legato o ammanettato e trascinato quindi  nella stanza delle esecuzioni( a volte insonorizzata, altre volte , rumorosissima). Qui due guardie lo tengono fermo, una terza guardia ( solitamente un ufficiale) spara alla nuca. Il corpo del giustiziato viene portato all’esterno attraverso  una porta secondaria, caricato su un autocarro a volte scoperto, a volte no e portato, insieme ad altri cadaveri, sul luogo della sepoltura. Una secchiata d’acqua toglie il sangue dal pavimento.

Più di  quattromilatrecento  militari  polacchi( in gran parte ufficiali) provenienti da Kobielsk vengono giustiziati in un bosco vicino a Katyn, in Bielorussia, e sepolti in fosse comuni. Trecentonovantacinque ( 448 secondo Zawodny) ufficiali vengono risparmiati, sia per interventi esterni ( quello del re d’Italia  a favore dei principi Radizwil e Lubomirski, ad esempio),  sia perché giudicati “utili”  in previsione della formazione  di un esercito comunista polacco.  Tuttavia, nonostante le pressioni  e le tecniche raffinate impiegate  dai carcerieri,  pochi aderiscono e, alla fine, anche questi pochi passano agli ordini del generale Anders. Solo il colonnello-poi generale- Zygmunt Berling , combatterà dalla parte dei sovietici.

22 giugno 1941, domenica : all’alba , le divisioni corazzate tedesche entrano a tutta velocità e quasi incontrastate in Unione Sovietica. E’ cominciata l’operazione “ Barbarossa”.

12 agosto 1941: il governo sovietico decreta l’amnistia dei cittadini polacchi imprigionati o deportati “ a qualsiasi titolo” nel precedente anno e mezzo. Dal Kazakistan e da altre località tornano i familiari superstiti delle vittime. All’appello ne mancano alcune migliaia..

3 dicembre 1941: il capo del nuovo  governo polacco in esilio, generale  Wladislaw Sikorski e il comandante militare del ricostituito esercito polacco, generale Wladislaw  Anders ( secondo un’altra versione, l’ambasciatore polacco a Mosca, Kot) chiedono a Stalin in persona  notizie sugli ufficiali prigionieri nei campi di prigionia sovietici . “ Forse sono fuggiti in Manciuria o forse sono nascosti da qualche parte in Unione Sovietica” è la risposta.

Marzo 1942: i familiari dei prigionieri non rientrati in servizio dopo l’amnistia  e perciò dichiarati  “dispersi” pubblicano sul giornale dell’ambasciata polacca a Mosca appelli e annunci di ricerca. La censura sovietica ne impedisce la diffusione.

13 aprile 1943: i tedeschi rendono noto di aver  individuato nei  pressi di Katyn  migliaia di cadaveri di militari polacchi  sepolti in fosse comuni  e accusano del massacro i sovietici. La notizia fa il giro del mondo.

15 aprile  1943: il generale Sikorski  riferisce a Churchill di avere informazioni sicure sull’assassinio da parte sovietica di migliaia di prigionieri polacchi. Il premier britannico risponde: “ Se sono morti non c’è niente che possa riportarli indietro”. E, qualche giorno dopo,  all’ambasciatore sovietico comunica: “ Dobbiamo sconfiggere Hitler e questo non è il momento per litigi o accuse”.

18 aprile 1943: il generale Anders ordina di celebrare messe in suffragio dei prigionieri polacchi “assassinati  nei campi di prigionia sovietici” e Sikorski chiede l’intervento “ super partes” della Croce Rossa Internazionale per fare luce su quanto successo a Katyn. La notizia circa le intenzioni polacche compare in un lancio dell’agenzia di stampa  Reuter il giorno prima della sua ufficializzazione. I tedeschi ne approfittano e , qualche ora prima della consegna della richiesta da parte dei polacchi , chiedono  a loro volta  l’intervento della Croce Rossa. Sono indubbiamente abili: la loro mossa fa apparire la richiesta polacca in sintonia  con  quella tedesca. Il che fa andare su tutte le furie Stalin. La Croce Rossa si dimostra disponibile, ma pone una condizione: tutte le parti in causa- e, quindi anche l’Urss-  devono chiederne l’intervento. Stalin , naturalmente, si guarda bene dal farlo. Nell’intento di creare dissapori e confusioni  fra gli Alleati,  i tedeschi  accusano  nei giorni seguenti la Gran Bretagna di essere l’ispiratrice dell’intera manovra. Il che costringe Churchill, prima  a far ritrattare i polacchi, poi a “ raffreddare” la questione di Katyn.

26 aprile 1943: Stalin  “ sospende” le relazioni con il governo polacco in esilio, accusandolo di collaborare  con i nazisti.

28 aprile 1943: Churchill, evidentemente preoccupato circa la tenuta dell’alleanza anti-nazista,   scrive ad Antony Eden, ministro degli Esteri britannico: “ Non si deve continuare  patologicamente a girare intorno alle tombe vecchie di tre anni presso Smolensk”.

30 maggio 1943: la Commissione internazionale istituita dai tedeschi nell’aprile precedente e presieduta dall’illustre medico ungherese  Ferenc Orsos( secondo Zalawski, dal professor François Naville, svizzero)  rende note, sulla base di accurati esami autoptici e di altre non meno importanti osservazioni( l’età degli abeti rossi piantati sulle fosse, ad esempio) , le proprie conclusioni: i tre generali e gli oltre quattromila  ufficiali e soldati semplici polacchi , la donna  e il prete cattolico sepolti a Katyn sono stati giustiziati nel 1940.  A identiche conclusioni arrivano anche i componenti del comitato tecnico  della Croce Rossa polacca– infiltrato da membri della resistenza- al lavoro, ancorché senza investitura ufficiale, ma con l’autorizzazione tedesca, a Katyn nello stesso periodo. Il rapporto del comitato resta segreto e  viene inviato a Londra . Sarà reso pubblico solo nel 1989.  Una terza commissione, formata da medici legali tedeschi e operativa nell’aprile-maggio del ’43,   arriva alle medesime conclusioni formulate dalla commissione internazionale( nella quale figuravano medici olandesi, belgi, svizzeri, italiani, bulgari ecc, ma nessun tedesco) e dal comitato della Croce Rossa polacca. Tutte e tre le commissioni lavorano contemporaneamente, ma  separatamente le une dalle altre e, stando alle testimonianze,  in piena autonomia. All’esumazione dei cadaveri assistono , per espressa volontà tedesca, anche alcuni prigionieri di guerra alleati. Himmler,  a un certo punto, accarezza addirittura l’idea di invitare a Katyn  come testimone lo stesso generale Sikorski.

Luglio 1943: il generale Sikorski muore in un  misterioso incidente aereo.

Gennaio 1944: la commissione sovietica presieduta dal professor  Nicolaj Burdenko  colloca l’assassinio di Katyn  in un periodo compreso fra l’agosto e il dicembre del 1941 e lo attribuisce  ai nazisti. La giovane giornalista Kathleen Harriman, figlia dell’ambasciatore americano a Mosca  e invitata a Katyn, invia un rapporto a Washington  in cui ritiene  convincente la versione sovietica. Anni dopo lo sconfesserà.

1° agosto 1944: Varsavia si ribella agli occupanti tedeschi. L’Armata Rossa è vicinissima, ma non interviene, qualcuno dice perché provata, qualcun altro intenzionalmente. La rivolta dura sessantatré  giorni. Alla fine Varsavia viene completamente rasa al suolo dai tedeschi  e duecentocinquantamila suoi  abitanti  perdono la vita.

23 maggio 1946: Nicolaj Zorja, uno dei pubblici ministeri incaricato di sostenere la versione sovietica su Katyn  davanti alla corte di Norimberga, viene trovato morto nella propria stanza. Aveva manifestato perplessità circa l’attendibilità di quella versione.

1946:  il tribunale (statunitense) di Norimberga  archivia il caso Katyn perché, a suo avviso,  mancano le prove  della colpevolezza tedesca. Appunto perché il proprio compito è soltanto quello di stabilire se i tedeschi siano o meno colpevoli  in relazione a determinati fatti,   il tribunale, una volta riconosciuta la mancanza di prove a carico dei tedeschi su quanto accaduto a Katyn,  non apre alcuna inchiesta ulteriore  per cercare di individuare i responsabili.

1951-52: il Congresso degli Stati Uniti d’America avvia un’inchiesta su Katyn e riconosce la responsabilità sovietica. La Gran Bretagna – per ragioni di carattere economico e politico-  è più tiepida e i sovietici ne approfittano.

3 marzo 1959: l’allora capo del KGB, generale Alexandr Selepin, invia una lettera a Nikita Krusciov in cui definisce i fascicoli individuali relativi ai prigionieri polacchi e conservati in un archivio supersegreto privi “ di alcun interesse operativo né valore storico” e ne consiglia la distruzione. Il Comitato per la Sicurezza di Stato approva la proposta.

1963: esce il libro Morte nella foresta, di JK Zawodny, nel quale l’autore attribuisce, sulla base dei documenti allora disponibili ( i rapporti delle commissioni, i diari dei prigionieri, ecc) la  responsabilità dell’eccidio ai sovietici.

1972: il governo britannico vieta agli emigrati polacchi di erigere un monumento nel centro di Londra  in memoria delle vittime di Katyn. Quando il monumento viene inaugurato in un cimitero privato, il governo vieta ai ministri e ai militari di partecipare alla cerimonia.

1972: un nota informativa del KGB ad uso delle ambasciate sovietiche insiste sulla colpevolezza tedesca e cita a supporto la sentenza del tribunale di Norimberga( che,a dire il vero, aveva  asserito il contrario).

13 ottobre 1990: Michail Gorbaciov riconosce le colpe dell’NKVD , porge ufficialmente le scuse alla Polonia, ma non rende pubblici i protocolli segreti ( Patto Molotv-Ribbentrop, lettera di Berija a Stalin, lettera di Selepin, ecc). Sarà Boris Eltsin a farlo, nel 1992.

I caduti.

In sette  delle otto  fosse scoperte a Katyn furono rinvenute secondo la Commissione internazionale  4.143 salme; secondo il comitato della Croce Rossa polacca, 4.243. Nella fossa numero 8, scavata solo parzialmente,  furono rinvenuti  altri duecento cadaveri, per un totale complessivo di 4.343  o 4.443, a seconda delle versioni. La maggior parte di essi erano cadaveri di ufficiali polacchi, ma furono trovate le salme di numerosi soldati semplici e di una ventina di persone in abiti borghesi. Fra i cadaveri anche quelli di un prete cattolico  e di una donna, tenente  dell’arma aerea polacca e giustiziata insieme ai commilitoni. Era figlia di un generale.

Tutti i giustiziati provenivano dal campo di prigionia di Kozielsk. I  tedeschi sapevano che i polacchi stavano cercando 15.000 fra soldati sottufficiali e soldati internati nei campi di prigionia sovietici e mai ritrovati dopo la concessione dell’amnistia da parte di Stalin. Così,  quando annunciarono la scoperta delle fosse, parlarono di 11-12 mila cadaveri. Poiché le salme rinvenute a Katyn erano un terzo della cifra annunciata, i tedeschi fecero scavare a lungo nella zona, senza per altro trovare alcunché.

I dati  di quella “ pulizia di classe” – di cui Katyn fu l’aspetto “politico”  più rilevante-  compaiono nella lettera con la quale  il capo del KGB, generale Alexandr  Selepin, suggerisce a Krusciov  di distruggere i fascicoli dei prigionieri. Secondo Selepin le  vittime furono in totale  21. 857: a Katyn 4.421( più o meno la cifra calcolata dai polacchi);  a Starobelsk, vicino a Karkov, 3.820;  a Ostaskov ( prov. Kalinin)6.311;   in altri campi e prigioni dell’ Ucraina e della Bielorussia 7.305. A questi vanno aggiunte le migliaia di deportati morti di stenti e di privazioni nei  luoghi di deportazione.

Sotto il titolo: un’inquadratura del film Katyn di Andrzeij Wajda

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