Il cappello a cilindro

GI americani nei pressi del Tempio di Hera a Paestum. Da www.nuke.montecassinotour.com

GI americani nei pressi dei templi di Paestum. Da http://www.nuke.montecassinotour.com

Prologo.

Anche quel giorno  Ciccill o’ ferroviere  era comparso nel cielo per fare il suo solito giretto di ricognizione lungo la linea ferroviaria. La popolazione aveva imparato a conoscerlo. E a non temerlo. Ciccill o’ ferroviere, infatti,  non sganciava mai bombe: arrivava, sorvolava la linea ferroviaria e poi se ne andava. Forse scattava solo fotografie. Si diceva che ai comandi ci fosse un pilota di origini italiane. Ma quel giorno non era un giorno come un altro. Quel giorno Ciccill o’ ferroviere sganciò alcuni spezzoni incendiari. Ci furono un morto e quattro  feriti. Per Salerno e i suoi abitanti le bombe di Ciccill o’ ferroviere erano solo l’inizio di un incubo interminabile.
Era il 20 giugno 1943.  

Verso Salerno.

Non ci sarebbe stato alcun bombardamento di preparazione.  Molti avevano storto il naso quando erano stati diramati gli ordini. E non solo i colonnelli e i generali.  A  molti quella decisione era sembrata e sembrava un’ eresia e chi l’aveva elaborata un apostata. Da quando la guerra era diventata “ moderna”, infatti,  i cannoni e gli aerei venivano impiegati per “ammorbidire” il nemico, affinché l’azione delle fanterie fosse facilitata. Soprattutto in occasione di uno sbarco. Ma questa volta si era ragionato diversamente: bombardare  le spiagge e l’entroterra avrebbe annullato l’effetto sorpresa e messo in allarme  i tedeschi. Quindi, niente bombardamento iniziale. In pratica ciò  significava forse  sorprendere il nemico, ma anche mettere a terra  le truppe d’assalto senza un’adeguata protezione. Ecco perché a molti quella decisione era apparsa insensata. O , per lo meno, discutibile.
I fanti di marina e i GI imbarcati sui giganteschi mezzi anfibi provenienti dai porti nordafricani e siciliani e diretti verso il litorale campano, tuttavia, non erano preoccupati. Anzi, erano su di morale. Di più : erano molto contenti. Euforici forse no, ma molto contenti sì. La tensione accumulata nei giorni e nelle ore precedenti si era sciolta all’improvviso quando, alle 18,30 dell’8 settembre ,  Radio Algeri aveva portato loro la voce del comandante in capo, il generale Dwight David Eisenhower, per tutti “Ike”. L’Italia, diceva quella voce, ha accettato un armistizio, si è arresa e  non combatte più. Quell’annuncio era stato accolto con entusiasmo. Le imprecazioni contro il mancato bombardamento iniziale si erano trasformate in esclamazioni di gioia. Per quegli uomini in navigazione verso l’Italia le parole di “Ike” significavano una sola cosa: una volta a terra sarebbero stati accolti da folle festanti, non ci sarebbe stato bisogno di combattere. Gli ufficiali avevano avuto il loro bel daffare per riportarli alla realtà.
Qualche ora dopo l’annuncio di Eisenhower, il Maresciallo Pietro Badoglio, nuovo capo del governo italiano, rese a sua volta noto l’armistizio. Concludendo: …[ Le Forze Armate italiane]…reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Fin troppo facile individuarla, quella “provenienza.”
Buttava male.

Avalanche.

Da un pezzo i tedeschi si aspettavano una defezione dell’Italia.  E avevano agito di conseguenza. Sbollite la rabbia e l’indignazione seguite alla sostituzione di Mussolini con Badoglio, Hitler aveva spedito nell’Italia del Nord truppe fresche. Per rafforzare Kesselring, semmai gli Alleati avessero invaso la Penisola, disse.  In realtà, quelle truppe servivano a disarmare i soldati italiani e a occupare militarmente il Paese quando Badoglio fosse uscito allo scoperto. Badoglio , infatti, faceva il doppio gioco: si professava fedele alla vecchia alleanza e intanto avviava contatti  con gli angloamericani. Che cosa era andato a fare il generale Giuseppe Castellano , in incognito, a Lisbona? A godersi i tramonti sul Tago e a gustare il bacalhau?
Da parte loro, gli Alleati erano, per usare un ossimoro, in amichevole disaccordo. Fin dall’inizio del conflitto persisteva, infatti,  un equivoco politico di fondo. La parola d’ordine “L’Europa prima di tutto”( Europe first) rischiava di rimanere un semplice slogan se non si fosse deciso che cosa fare, perché farlo, dove farlo e quando farlo. Il che valeva, naturalmente, anche per l’Italia.  Le conferenze di Casablanca ( Symbol) e di Quebec ( Quadrant)  non avevano chiarito che cosa si sarebbe dovuto fare dopo la conquista della Sicilia( agosto 1943). Finirla lì e concentrarsi su Overlord o partire di lì per operazioni più impegnative lungo la Penisola? Gli americani mal sopportavano un ulteriore impegno in Italia; per i britannici – e per Churchill, in particolare – non impegnarsi sarebbe equivalso a un vero e proprio “ disastro”. Non si potevano tenere immobilizzati nei porti nordafricani e siciliani così tanti uomini per quasi un anno  aspettando Overlord come Godot. Alla fine si trovò un accordo e si decise di sbarcare in Italia.
Per ottenere che cosa, tuttavia, continuava a non essere chiaro. Mussolini era stato deposto, Badoglio trattava segretamente con gli Alleati, presto l’Italia sarebbe stata fuori dal conflitto. Perché invaderla? Per sgonfiare “il ventre molle dell’Asse” e raggiungere i Balcani alla svelta come volevano i britannici? Per distogliere truppe tedesche dalla Normandia e per occupare gli importanti aeroporti dell’Italia meridionale di cui servirsi per bombardare i pozzi petroliferi di Ploesti come volevano gli americani?  

Se il perché restava controverso, il dove e il quando furono individuati abbastanza presto.  Già in agosto gli analisti militari erano stati incaricati di  preparare piani – nome in codice Top Hat, Cappello a cilindro-  per sbarcare una forza d’invasione in Italia. Dal cappello a cilindro degli analisti militari erano usciti due conigli: Baytown e Avalanche. Il tenente generale Bernard Law Montgomery sarebbe dovuto sbarcare in Calabria e risalire con la sua Ottava armata il versante adriatico; il tenente generale Mark Wayne Clark con la Quinta armata sarebbe dovuto sbarcare a Salerno, convergere su Napoli  per congiungersi , poi, con il collega britannico.
La scelta di Salerno fu quasi obbligata. La prima opzione era stata, ovviamente, Napoli. Ma il porto era stato minato, le spiagge del litorale erano inadatte a uno sbarco e in più la città si trovava al limite del raggio d’azione dei caccia alleati. Una volta raggiunto il capoluogo campano, infatti, la loro autonomia operativa si riduceva a una ventina di minuti. Restavano il golfo di Gaeta e  quello di Salerno. Gaeta – gradita a Clark – ancora più lontana di Napoli, fu esclusa in partenza. C’era poco da scegliere, quindi.
E anche poco da stare allegri. Per  quella complessa operazione Eisenhower avrebbe dovuto arrangiarsi. Sette divisioni, infatti, sarebbero dovute partire alla volta  dell’Inghilterra in preparazione di Overlord. A Eisenhower restava ancora tanto, è vero, ma, a ben vedere, non moltissimo .  Almeno in relazione al compito affidatogli.  C’erano pochi mezzi da sbarco disponibili, ad esempio. Impossibile quindi effettuare due sbarchi contemporanei. L’operazione Baytown sarebbe stata lanciata per prima;  Avalanche (lo sbarco a Salerno) l’avrebbe seguita a distanza di una settimana. Era stata prevista anche una terza operazione anfibia: l’operazione Slapstick, l’occupazione dei porti di Taranto e di Brindisi.   Sulla carta tutto sembra facile. Ma in pratica? Von Clausewitz ha scritto: “ In guerra tutto è semplice, ma anche la cosa più semplice è maledettamente difficile.”

 

La valanga.

Il 3 settembre, gli uomini del XIII Corpo d’armata di Montgomery attraversano lo Stretto di Messina e cominciano a prendere terra in Calabria. La resistenza è debole. Kesselring ha lasciato il LXXVI Corpo corazzato del generale Traugott Herr a presidiare la zona con il compito di ritirarsi combattendo. O, meglio, di ritirarsi demolendo.  I ponti, gli edifici , le strade e le ferrovie devono essere resi inutilizzabili. Obiettivo: rallentare quanto più possibile l’avanzata dell’Ottava armata. Il feldmaresciallo tedesco, infatti, non è caduto nella trappola. Ha ritenuto – correttamente –  quella di Montgomery una manovra secondaria e non ha spostato neanche un uomo verso la Calabria. La velocità dell’avanzata  di Montgomery non dipende dalla resistenza armata opposta dai tedeschi: dipende dal tempo impiegato dai  suoi genieri a sgomberare il cammino da detriti, macerie, mine. Non è un’operazione facile e avanzare speditamente è impossibile.
Il 9 settembre i parà della Prima divisione britannica, sbarcati dalle navi guidate da militari italiani attraverso le zone minate, occupano rapidamente il porto di Taranto come previsto dall’operazione Slapstick. Di sbarcare truppe a Taranto non ci sarebbe stato bisogno, a dire la verità. Gli accordi contenuti nell’armistizio del 3 settembre, il cosiddetto “armistizio corto”, mettevano a disposizione delle forze alleate i porti di Taranto e di Brindisi. Eisenhower, tuttavia, fa sbarcare ugualmente la Prima divisione: spera che i tedeschi inviino truppe per fronteggiare lo sbarco, distogliendole da Salerno. Siccome non lo fanno, a Taranto( 9 settembre) e a Brindisi (12 settembre) non c’è praticamente resistenza.   E fin qui tutto – o quasi-  sembra procedere secondo auspici e programma.
A Salerno , invece, fin da subito qualcosa va storto. Le due divisioni britanniche inizialmente impiegate – la 46.ma e la 56.ma – sbarcano a nord della foce del Sele nella zona di Montecorvino; la 36.ma divisione americana –la divisione “Texas” – sbarca a sud del fiume nella zona di Paestum. Sul fianco sinistro dello schieramento , reparti di rangers americani e di commandos britannici si dirigono verso i passi della penisola di Sorrento per occuparli e bloccare le vitali vie di comunicazione. Ci riescono abbastanza facilmente.
Ma  alla loro destra, il X Corpo del tenente generale McCreery incontra una forte e del tutto imprevista resistenza. Nonostante non sia stato effettuato alcun bombardamento preliminare, non c’è stata sorpresa. I tedeschi sono sul chi vive da un pezzo e hanno occupato le alture. A Salerno essi possono contare, per il momento, solo sulle unità del generale Rudolf Sieckenius ( XVI Panzer Division), organizzate, però, con accortezza dal loro comandante. Divisa in quattro gruppi operativi, ciascuno dei quali formato da un battaglione di fanteria sostenuto da artiglieria e da carri armati, la divisione di Sieckenius è in grado di contrastare gli sbarchi su entrambe le rive del Sele. La Luftwaffe, dal canto suo, non risparmia le missioni. Parecchi mezzi da sbarco vanno a fondo ancor prima di toccare terra. La confusione e il disorientamento aumentano. Per rafforzare Sieckenius, dallo spento fronte adriatico viene richiamata la 26.ma divisione corazzata.
A Roma, frattanto, le truppe italiane sono state disarmate e Kesselring  può muovere la Decima armata del generale Heinrich von Vietinghoff verso Salerno. Qui, nel proprio settore, la 36.ma non fa progressi degni di rilievo; nel settore opposto  i britannici sono sotto il tiro delle artiglierie e attaccati dall’aria. Solo quando intervengono i cannoni navali e le riserve tattiche si registra qualche miglioramento. La sera del 9 settembre, comunque, la testa di sbarco può dirsi consolidata. I britannici occupano una testa di ponte abbastanza profonda, gli americani occupano la piana del Sele e sono avanzati  per una decina di chilometri. Dal 10 al 12 settembre, la testa di sbarco – un centinaio di chilometri di lunghezza, una quindicina di profondità- viene ulteriormente consolidata. Lo sbarco di uomini e di materiali avviene con continuità e senza incidenti; le truppe sono pronte a muoversi verso l’interno.
Ma si muovono anche i tedeschi. Il 13 settembre la Hermann Goering attacca a nord, mentre il grosso della Decima armata si infila nel corridoio lungo il Sele. Il fiume, infatti, divide le forze d’invasione e impedisce loro di congiungersi.  L’avanzata tedesca è fulminea e travolgente. Benché scarsamente contrastato, Montgomery è lontano, dannatamente lontano e non può per il momento aiutare Clark. Anzi, a causa del tempo cattivo e degli sforzi sostenuti, il vincitore di El Alamein si è fermato per far  rifiatare i suoi. Clark, allora, nel tentativo di chiudere la falla, getta nel varco in cui si sono infilati i tedeschi l’82.ma divisione aviotrasportata.
Il lancio è da manuale. Gli uomini dell’82.ma prendono terra nei settori assegnati e, insieme alla “Texas”, rallentano ma non fermano l’avanzata degli uomini di von Vietinghoff. Li ferma per qualche ora un ponte sul Calore, fatto saltare in precedenza. I cannoni alleati  ne approfittano e colpiscono duro. Ma quando alcune unità tedesche arrivano a poche centinaia di metri dal mare, là dove a difendere la linea ci sono solo “cuochi, furieri e autieri”, Clark pensa addirittura di reimbarcare parte della sua forza d’invasione per sbarcarla in un altro punto della costa.
Non ce ne sarà bisogno. Compresa appieno la pericolosità della crisi, preoccupato per la lenta avanzata di Montgomery, il generale Alexander responsabile del 15.mo Gruppo di Armate,  ha fatto muovere una potente squadra navale da Malta.  Da parte sua, il Maresciallo dell’Aria sir Arthur Tedder ha mandato nei cieli di Salerno ogni bombardiere disponibile. I proiettili dei cannoni navali e le bombe degli aerei alleati si abbattono come una valanga di fuoco sulle truppe di Kesselring ( e sulla popolazione civile). Impossibilitato a far fronte a quell’inferno, il feldmaresciallo tedesco, d’accordo con Vietinghoff, ordina ai suoi di abbandonare le spiagge e di raggiungere, combattendo, le linee difensive allestite sulla strada per Roma.
Il 16 settembre le prime pattuglie dell’Ottava armata prendono contatto con la forza di invasione sbarcata a Salerno; il 1° ottobre gli Alleati entrano a Napoli nella quale la popolazione si è ribellata e ha cacciato i tedeschi. Le strade sono deserte. A Clark  sembra di essere entrato in “ una città di fantasmi”.

La guerra di Murphy.

Ai giovani d’oggi e, forse , anche a molti diversamente giovani,  il nome di Audie Murphy dirà poco o niente. Audie Murphy è stato un attore cinematografico statunitense diventato molto popolare anche in Italia a metà degli anni Cinquanta del secolo scorso interpretando… se stesso. Prima di diventare attore, Audie Murphy era stato un soldato. Forse “ il” soldato per antonomasia. Pluridecorato, dotato di un coraggio ( o di una temerarietà) non comune aveva combattuto molte battaglie della seconda guerra mondiale. Anche in Italia. Aveva cominciato come soldato semplice, fu congedato col grado di maggiore.
Il suo film più popolare ( Murphy ne ha interpretati molti e di genere diverso) è un film in gran parte autobiografico intitolato “All’inferno e ritorno”( Hell and back). Il film non è granché sotto il profilo artistico, ma è basato in gran parte su fatti realmente accaduti anche se proposti in una chiave eroico- mitologica e non storico-realistica. La guerra stessa è vista più o meno come un’avventura dai risvolti eccitanti, non come un’oscura maledizione per l’intera umanità.
Audie Murphy partecipò all’operazione Avalanche, nella fase di inseguimento dei tedeschi in ritirata. La sua divisione – la Terza divisione di fanteria comandata dal maggior generale Lucian Truscott – fu messa a terra nove giorni dopo gli sbarchi iniziali con il compito di tagliare le vie di fuga ai tedeschi. Siccome, come abbiamo visto, questi ultimi si ritiravano combattendo e seguendo un piano prestabilito, non fu un inseguimento facile. Audie Murphy si distinse in modo particolare sulla via per Napoli durante la battaglia di Acerno, dove per il coraggio dimostrato si guadagnò la promozione a sergente.
La “guerra di Murphy” , quella raccontata nel film, Avalanche compresa, ha poco a che vedere con la guerra reale. È una guerra in cui gli errori non esistono o, se esistono, vengono immancabilmente corretti dalle azioni risolutive di individui dotati di coraggio e di capacità non comuni. È una guerra, insomma,  in cui i protagonisti  assomigliano ai  supereroi celebrati dai fumetti e dal cinema di oggi.

A military fiasco.

Al contrario di quanto raccontato in “All’inferno e ritorno” e in altri film analoghi, a Salerno non ci furono supereroi: ci furono, come in tutte le battaglie, un coraggio comune- e proprio perché comune, straordinario-ma anche errori molto gravi. Quegli errori causarono agli Alleati più di diecimila perdite fra morti, feriti e dispersi ( i tedeschi ne ebbero circa quattromila). Lo storico americano Eric Morris ha definito l’intera operazione  a military fiasco ( un fallimento militare); Carlo D’Este, importante storico militare, anch’egli americano,  è più o meno sulla stessa lunghezza d’onda.
Ma quali furono questi errori? Quali difetti erano contenuti nel piano generale? Gli Alleati avevano la supremazia navale e aerea, forze superiori a quelle del nemico, il pallino in mano. Perché allora furono a un passo dall’essere ributtati in mare?  Abbiamo già sommariamente accennato al problema politico di fondo: che cosa fare in Italia? Perché invaderla? Le opinioni erano discordanti e ciò lasciava Avalanche senza un obiettivo strategico definito. Non sciogliere questo equivoco di fondo fu forse l’errore più grave. Sentite Montgomery: “ Mi fu ordinato di invadere la Penisola con l’Ottava armata, ma non mi fu detto perché.”
Sul piano strettamente militare,  Avalanche avrebbe dovuto consentire agli Alleati di stabilire una solida base di operazioni nella Penisola e di occupare l’eccellente porto di Napoli. Una volta ricongiuntisi, Clark e Montgomery avrebbero dovuto continuare le operazioni in direzione di Roma, approfittando della nuova situazione venutasi a creare in Italia dopo l’armistizio. Per molti, a cominciare da Alexander, raggiungere Roma sarebbe stata una specie di passeggiata. Si ricrederanno presto.
Per l’attuazione di Avalanche  erano stati designati due Corpi d’armata: il Decimo – britannico – comandato dal tenente generale Richard McCreery e il Sesto-  americano-  agli ordini del maggior generale Ernest J. Dawley.  Entrambi erano Corpi d’armata solo sulla carta. In pratica il Decimo era formato da due divisioni di fanteria – la 46.ma e la 56.ma; il Sesto era formato da una sola divisione e, per giunta, poco esperta : la 36.ma “Texas” agli ordini del maggior generale Fred L. Walker. Perché tre divisioni soltanto? Perché i mezzi da sbarco erano pochi e più di tanto non potevano trasportare.
È vero: la forza da sbarco era integrata da reparti di rangers e di commandos; poteva contare sul supporto di due potenti squadre navali e, dal  secondo giorno, avrebbe potuto fare affidamento anche sui carri della 45.ma divisione corazzata Thunderbird ( Maggior generale Troy Middleton),  ma un fatto resta incontestabile: il giorno dello sbarco ( D-day) le unità impiegate erano troppo deboli per svolgere il compito loro affidato.   La zona loro assegnata era troppo estesa: diventava complicato e difficile tanto difendersi, quanto attaccare. Inoltre, di quelle tre divisioni, due avevano compiti in gran parte difensivi. La 36.ma doveva infatti, mettere in sicurezza il fianco destro dello schieramento; la 56.ma doveva occupare e tenere l’aeroporto di Montecorvino, sul fianco sinistro. Conclusione: “delle nove brigate disponibili, solo due – entrambe di fanteria – avrebbero dovuto attaccare:  marciando a piedi…”[1] . Vale a dire senza l’appoggio dei carri armati e dell’artiglieria e per di più in un settore in cui i tedeschi avevano occupato le alture, piazzandovi i loro micidiali cannoni da 88 millimetri.
A complicare le cose, la forza iniziale di invasione fu divisa in due tronconi, separati dal fiume Sele. Risultato: nella zona di Paestum la 36.ma “Texas” costituiva , praticamente, una forza d’invasione a se stante; nella zona di Montecorvino, la 56.ma britannica agiva per conto proprio. Le due divisioni non potevano congiungersi né prestarsi aiuto reciproco ed erano separate da un corridoio di una quindicina di chilometri. Una manna per i tedeschi. Già in fase di preparazione, quasi presagendo il peggio, Alexander, aveva definito Avalanche un “ azzardo pericoloso” ( a dangerous gamble). E Patton dal suo “ esilio” siciliano, una volta presa visione del piano, aveva annotato nel suo diario: “ Come è vero che c’è Dio, i tedeschi attaccheranno lungo il fiume.” Ma, chissà perché,  Clark  riteneva “ not too serious” il pericolo rappresentato da quella specie di voragine fra le sue divisioni.
E che dire della decisione di rinunciare al bombardamento preliminare? Quando lo seppe, l’ammiraglio Henry K. Hewitt, comandante di una delle due Task Force navali impegnate a Salerno, andò giù di brutto: la sorpresa tattica? Levatevelo dalla testa. Anche un semplice guardiamarina con una mappa e un compasso non ci metterebbe molto a capire  che il Golfo di Salerno  è l’unico posto in cui possiamo sbarcare.
Se apriamo il fuoco, fu la risposta di Clark, i tedeschi capiranno, si muoveranno immediatamente  e convoglieranno rinforzi in zona. Non possiamo correre questo rischio. Dobbiamo rinunciare al bombardamento iniziale.
Era una scelta come un’altra e valeva come quella opposta. Anzi, per molti ufficiali di stato maggiore era forse più valida del suo contrario. Per costoro, un rapido colpo di mano sarebbe potuto risultare più efficace di un bombardamento prolungato. In teoria, forse; in pratica a Salerno questo non accadde. Ma per ironia della sorte furono i cannoni navali – muti il giorno dello sbarco- a decidere la partita. Senza il loro intervento, la forza di invasione sarebbe stata con ogni probabilità ributtata in mare. Consentendo ai tedeschi di cogliere un importante successo sul piano militare, ma, soprattutto, sul piano  propagandistico e mediatico.
Fu tirato in ballo anche Montgomery. Troppo lento, troppo prudente, addirittura fermo in un momento in cui a Salerno la forza da sbarco era terribilmente sotto pressione. Alexander sentì addirittura il dovere di sollecitarlo  a fare in fretta. Ma avrebbe davvero potuto fare di più? Ritorna in ballo Clausewitz e la sua massima: in guerra tutto è facile e , nello stesso tempo, tutto è difficile. Il tempo cambiò, piovve per giorni, il fango la fece da padrone. Guadare fiumi in piena e superare un ostacolo dietro l’altro non favorivano certo una rapida marcia. Montgomery stesso l’aveva detto subito: anche se avanzo spedito, c’è troppa distanza fra me e Clark per sperare in un ricongiungimento delle due task force nei tempi stabiliti. Lo scopo di Baytown  è quello di allontanare truppe da Salerno? Fingiamo uno sbarco in Calabria e rinforziamo Avalanche, piuttosto. Ci guadagneremmo. Non fu ascoltato. Anzi, ci fu chi lo criticò per questa sua presa di posizione.
I rapporti fra i comandanti alleati non furono dei migliori. McCreery non stimava Clark e Clark considerava Mc Creery un feather duster, un piumino per spolverare[2]; Montgomery  aveva da dire su tutto; lo stesso Eisenhower a un certo punto si chiese se Clark -di cui era amico-  avesse perso la testa. Né andava meglio fra i soldati. Per gli inglesi gli americani non sapevano combattere, per gli americani gli inglesi erano spocchiosi e pieni di sé. Ci fu addirittura chi si ammutinò. Reparti britannici si rifiutarono di andare in prima linea. L’ammutinamento rientrò per intervento di McCreery, ma molti dei responsabili finirono davanti a una corte marziale.

Epilogo.

L’offensiva tedesca è in pieno svolgimento. I Panzergrenadier  avanzano appoggiati dai carri, sostenuti dall’artiglieria. Sembrano inarrestabili.  Il generale Ernest J. Dawley, comandante del VI Corpo d’armata, riceve una telefonata. È Clark. Come stanno andando le cose? Che cosa intendi fare per fermare i tedeschi?  Niente, risponde Dawley, non ho più riserve. Non mi resta che pregare.
La vittoria, si sa, ha molti padri, la sconfitta è orfana. Non nel caso di Salerno. Quel military fiasco doveva avere un colpevole. I signori della guerra, è risaputo, non sbagliano mai. E, forse, sui campi di battaglia, i signori della guerra non si rivolgono mai a Dio, perché rivolgersi a Dio sarebbe come ammettere i propri errori.
Dawley lo fece e pagò per tutti.

Da leggere:

Rick Atkinson, Il giorno della battaglia. Gli alleati in Italia 1943-45, Mondadori, 2008
Carlo D’Este, Fatal decision. Anzio and the battle for Rome,  Harper Perennial, 1998-2002
Eric Morris, Salerno, a military fiasco, Stay & Day Pub, 1983
Angelo Pesce, Operation Avalanche, Albertelli editore, 1996
Andrea Saccoman, La campagna d’Italia, Hobby and Work, 2007
G.A. Shepperd, La Campagna d’Italia 1943-45, Garzanti, 1975

Da vedere:

All’inferno e ritorno.  Regia di Jesse Hibbs, 1955.  Il film è  tratto dal libro omonimo di Audie Murphy. 

 Nel web, in aggiunta a Wikipedia:
http://cronologia.leonardo.it/storia/a1943zb.htm

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/30-maggio-2011/giugno-1943-cielo-morte-salerno-190755776875.shtml

http://lacittadisalerno.gelocal.it/cronaca/2008/04/25/news/il-900-di-salernonei-ricordi-del-vigile-pioniere-1.4518895

http://digilander.libero.it/salernostoria/tredicimesi.htm

In inglese: http://nuke.montecassinotour.com/OPERATIONAVALANCHETHELANDINGATSALERNO/tabid/86/Default.aspx

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Qui puoi inoltre trovare l’indice completo dei post di questo sito relativi alla Campagna d’Italia e non solo.

Cartine:

Il piano per l'invasione dell'Italia: le operazioni Avalanche, Baytown e Slapstick. Da www.nuke.montecassinotour.com

Il piano per l’invasione dell’Italia: le operazioni Avalanche, Baytown e Slapstick. Da http://www.nuke.montecassinotour.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] “The result was that of the nine brigades [ of infantry] …available only two were allotted to the task of breaking out of the bridgehead; both infantry, marching on foot..” ( D. Graham and S. Bidwell, Tug of war: The battle for Italy, 1943-45, citato in Carlo D’Este, Fatal Decision, Harper Perennial, 1992-2008

[2] A Clark questo modo di dire piaceva molto. Non solo McCreery, ma anche Alexander ne fu gratificato.

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