“The Anzio Gait”, il passo di Anzio

Articolo principale: Il gatto e la balena.

Un paio dei miei cinque lettori del post Il gatto e la balena mi hanno chiesto  via Facebook( pagina storie storia) qualche informazione in più circa le condizioni di vita dei soldati e della popolazione civile  durante i quattro mesi dell’assedio di Anzio. A loro consiglio di leggere il libro di Carlo D’Este, Fatal Decision. Anzio and the battle for Rome,  dove l’argomento in questione è trattato ampiamente. Tuttavia il libro  non si trova con facilità nelle biblioteche,  ce n’è solo qualche copia in vendita su un paio di librerie web( IBS, Libreria Universitaria, Amazon) e non mi risulta sia stato tradotto in italiano. A beneficio dei miei cinque lettori, proverò, dunque, a riassumerne gli aspetti più significativi.

Fatal decisionFatal decision

Carlo D’Este  è uno storico americano, autore di pubblicazioni di storia militare e di biografie . È nato nel 1938 a Oakland in California, ha prestato servizio nell’esercito degli Stati Uniti e si è congedato anzitempo con il grado di tenente colonnello per dedicarsi alla scrittura e alla ricerca. La sua opera più nota, per quanto riguarda la guerra in Italia, resta Bitter Victory, la vittoria amara, tradotta in italiano con il titolo Lo sbarco in Sicilia,  edita da Mondadori.   In Fatal decision, lo sbarco a Anzio e Nettuno e la conseguente battaglia per Roma, D’Este utilizza, oltre ai documenti ufficiali e ai lavori di altri storici, numerose fonti primarie quali diari, lettere, storie ufficiali dei vari reparti. Servendosi di queste fonti  egli ricostruisce, tanto dal punto di vista militare ( il suo scopo principale), quanto da quello umano, gli avvenimenti e i momenti di quella sfortunata operazione.
Fin dalle prime pagine  D’Este avverte: quella di Anzio non fu una battaglia come le altre. A Anzio, ad esempio, non ci fu differenza fra la prima linea e le cosiddette retrovie. A Anzio non solo i GI o i fucilieri britannici precipitarono all’inferno: la loro sorte fu condivisa da medici, infermieri, cuochi, dentisti, autisti, furieri, segnalatori, da tutti coloro, cioè, che, in situazioni normali, operavano relativamente al sicuro nelle linee arretrate.  Anzi, paradossalmente, quando lo situazione si immobilizzò, fu la parte più lontana dal fronte vero e proprio a subire i danni maggiori. Vediamo perché.
I tedeschi avevano schierato più di trecentosettanta cannoni – di cui centocinquanta di grosso calibro- e martellavano senza requie giorno e notte il perimetro alleato. “Anzio Annie” e “Anzio Express” , due enormi bocche da fuoco da 280 mm in grado di colpire da settanta chilometri di distanza, erano solo l’aspetto più mostruoso di questo gigantesco apparato di morte. In certi settori del fronte, però, le opposte prime linee erano molto vicine fra loro. Vista la vicinanza fra le due linee, i cannoni tedeschi,  per non rischiare di colpire le proprie, preferivano allungare il tiro prendendo di mira gli altri settori del perimetro, “retrovie” comprese. E allora, molte volte, gli uomini dimessi dagli ospedali da campo o finito un breve  periodo di riposo, chiedevano di essere mandati in prima linea, perché lì, in prima linea, si sentivano più al sicuro. E vicino alla prima linea allestì il proprio comando anche il generale Ernest  Harmon, comandante della Prima divisione corazzata, beccandosi più di una critica da parte dei colleghi. Non si erano mai visti soldati desiderosi di tornare in prima linea. Eppure a Anzio successe.
E non fu l’unico paradosso. Il mitragliere di un B24 imbarcato su un LST in rotta per Napoli con a bordo numerosi  feriti  rimase sorpreso , ad esempio, nel vedere  soldati senza una gamba o senza un braccio sorridere. Perché sorridevano? Perché quelle mutilazioni erano la loro assicurazione sulla vita: non sarebbero mai più tornati nell’inferno di Anzio.
A tanto si era arrivati.

La Seconda Guerra Mondiale, a differenza della Prima, fu una guerra di movimento. Ma a Anzio si ritornò alla guerra di trincea. Almeno durante i mesi dell’assedio.  I rimpiazzi, le reclute, i novellini, non erano stati addestrati a quel tipo di guerra. Quando arrivavano al fronte si trovavano  spaesati, disorientati, smarriti. Scrive D’Este: in guerra il termine missing, disperso, è sinonimo, in genere, di prigioniero. Non a Anzio. Qui il termine acquistò il significato  di “ scomparso”. In senso letterale. Molti uomini sparirono nel nulla – qualche volta poche ore dopo aver raggiunto il proprio posto di combattimento –  e di essi non si ebbe più notizia.
Durante le offensive tedesche di febbraio, i reparti più esposti ( i Nottingham Foresters, ad esempio) subirono perdite spaventose. Di notte gli uomini scavavano lungo le rive dei torrenti o lungo i fianchi del calanchi fosse poco profonde e vi seppellivano i caduti. Non di rado, la pioggia e la corrente portavano via la terra superficiale rendendo  di nuovo visibili, il giorno seguente,  un braccio o una gamba avvolti nella stoffa color cachi dell’uniforme. Il più delle volte , però, risultava impossibile seppellire i cadaveri. La tacita consuetudine di consentire il recupero dei corpi dei caduti per dare loro sepoltura, infatti,  a Anzio fu rispettata assai raramente.
Scavare trincee e “tane di volpe” era una questione di vita o di morte. Scavavi una buca e lì cercavi di ripararti dalle schegge, dagli spezzoni, dagli shrapnel. Tutto serviva a rinforzare le “tane”: tronchi d’albero, sacchetti di sabbia, fascine, persino barili. Quando si poteva, si posavano nelle loro vicinanze cavalli di Frisia  per tenere alla larga le pattuglie nemiche.
Le “tane di volpe” e le trincee, tuttavia, tendevano a allagarsi quando pioveva. A Anzio ci fu chi si addormentò nella propria tana di volpe allagata e ne fu estratto semi-assiderato; chi la protesse con un ombrello simile a un grosso fungo nero; chi fabbricò con le cassette vuote delle razioni C una rudimentale zattera da appoggiare sul fondo della trincea nel tentativo di mantenersi i piedi asciutti.
Il rischio, infatti, era quello di contrare il cosiddetto “piede da trincea”, un’infezione subdola e dalle gravi conseguenze. Molti lo contrassero. Ma il rischio andava corso: restando esposti le probabilità di essere colpiti erano mille volte maggiori. Più fortunati – si fa per dire- erano i carristi: dormivano all’interno di propri mezzi corazzati. Evitavano la pioggia e gli shrapnel, non sempre  le bombe degli 88.
M
uoversi allo scoperto durante il giorno all’interno del perimetro- ne ho accennato anche nel gatto e la balena– equivaleva a un vero e proprio suicidio. Gli uomini erano costretti a restare accovacciati all’interno dei ripari per ore e ore. Non potevano muoversi né lavarsi né lavare la biancheria e le uniformi. Erano infestati dai pidocchi. Di notte, in prima linea, bisognava recuperare i corpi dei caduti, distribuire le razioni,  uscire di pattuglia . Una vita da bestie, una vita da topi. Molti non reggevano lo stress e andavano fuori di testa. Qualcuno disertò.  Sembrava di essere tornati ai tempi  di Verdun, dello Chemin Des Dames, di Passchendaele.
Le missioni notturne erano le più pericolose. E allora, per non rischiare, una volta usciti di pattuglia, quando ancora ci si trovava in una zona relativamente sicura, ci si faceva volutamente “ scoprire” dal nemico , ci si scambiava qualche colpo d’arma da fuoco per salvare la forma e si toglieva il disturbo. Non abbiamo potuto continuare la missione – si scriveva nel rapporto- perché “ sfortunatamente” il nemico ci ha individuati prima del previsto. Non tutte le pattuglie si comportavano in questo modo, ma qualcuna non esitava a farlo.

Durante l’assedio, a Anzio si viveva in una tensione continua. Ha scritto lo storico della Quinta divisione britannica ( quella a cui apparteneva, secondo Carlo D’Este, anche il caporale Christopher Hayes), sbarcata a Anzio a metà marzo e spedita a  presidiare la zona dei calanchi: passiamo interi giorni nell’attesa, le armi puntate, gli occhi arrossati. Anche un semplice stormir di fronde ci fa sobbalzare. Sarà un sollievo quando saremo di nuovo in combattimento. Se si voleva restare vivi, a Anzio bisognava tenere occhi e orecchi aperti, ascoltare i rumori, seguire le ombre. Le rane, ha scritto ancora lo storico della Quinta divisione, più di una volta ci hanno salvato la vita: smettevano di colpo  di gracidare quando si avvicinavano le pattuglie nemiche.
Si cercava di trarre il massimo vantaggio possibile da qualsiasi cosa si avesse a disposizione. La polvere dentifricia, ad esempio, veniva impiegata- e con ottimi risultati- anche per pulire le canne dei fucili. Dai pacchetti delle sigarette si ritagliava il circolo rosso con la scritta “Lucky Strike” e lo si incollava sulle lenti delle torce elettriche per schermarle. Quando il vino trovato in bottiglie nei casolari finì, alcuni intraprendenti soldati  si costruirono un rudimentale distillatore e produssero un micidiale intruglio alcolico, “ molto richiesto” a detta di alcuni testimoni.

In guerra, condizioni estreme non sempre generano cameratismo o solidarietà. Si bada a salvare la propria pelle prima di tutto. Ma a Anzio non andò così. D’Este riporta un’ affermazione del generale Harmon: mai visti tanto cameratismo e tanto altruismo come a Anzio. Gli infermieri e i medici al fronte non abbandonarono i feriti e spesso pagarono con la prigionia la loro scelta; un reparto di artiglieria rese omaggio al proprio amatissimo colonnello caduto in combattimento non sparando salve di commiato, ma proiettili veri sulle posizioni tedesche come il comandante stesso aveva richiesto prima di morire.
Ci fu chi partì protetto da una bandiera della Croce Rossa per recuperare uomini feriti e non fece più ritorno; chi strisciò , a rischio della propria vita, nella terra di nessuno per soccorrere un commilitone; c’è chi fu sfortunato e chi ebbe fortuna. Un giovane ufficiale fu colpito una coscia da alcune schegge mentre cercava di aiutare uno dei suoi soldati: accolse i propri esterrefatti soccorritori in preda a un riso convulso: le schegge letali si erano conficcate in un libro pornografico conservato nella tasca dei pantaloni. Cose da film, verrebbe da dire.
La vita e la morte dipendevano dal caso. C
i fu chi si allontanò da dove si trovava appena in tempo per non essere colpito da una bomba; chi vide un proiettile di artiglieria cadere vicinissimo e non esplodere; chi fu centrato in pieno all’interno della propria tana di volpe appena scavata; chi fu ucciso dalla caduta di un albero.
Dopo i durissimi combattimenti di febbraio, quando la situazione andò in stallo, all’interno del perimetro le perdite, fa morti e feriti, ammontavano a  più di cento uomini al giorno.  Per quattro mesi, ogni giorno, quello stillicidio non si arrestò. Le defezioni da stress raggiunsero il loro picco più alto, ci furono anche più di mille diserzioni. A un certo punto fu istituita una specie di colonia penale all’interno del perimetro per chi si fosse rifiutato di combattere. Fu presa in considerazione anche l’eventualità di reintrodurre la pena di morte in caso di diserzione, ma, fortunatamente, non se ne fece nulla.
Si combatteva con ferocia, eppure gli uomini smettevano di sparare quando accadevano fatti inusuali o imprevisti. Una volta, nel mezzo di un accanito combattimento, la radio tedesca diffuse a tutto volume le note di una sinfonia. Gli uomini abbassarono le armi e tutti, da una parte e dall’altra, dimenticarono per un breve momento gli orrori della guerra e andarono col pensiero alle proprie case e ai propri cari.
Qualche volta – ma solo qualche volta-  i soldati degli opposti schieramenti familiarizzavano. Durante lo scambio di consegne fra due pattuglie,  il comandante della pattuglia  subentrante fu avvisato: domani alla tal ora arriverà un sergente tedesco con dei viveri. Pensava a una presa in giro. Ma il giorno dopo, alla tal ora, il sergente arrivò davvero. Parlava un ottimo inglese,  scambiò un paio di convenevoli , divise la propria razione di cibo  con il suo interlocutore, discusse della guerra e poi se ne ritornò fra i suoi. Succedeva di rado, ma succedeva.
Di notte, munizioni e viveri dovevano essere trasportati a spalla in prima linea. I tedeschi illuminavano a giorno con i bengala le zone del fronte e chi malauguratamente fosse stato sorpreso allo scoperto si sarebbe trovato nella stessa condizione di un topo in trappola. Così, per evitare il fuoco nemico, chi trasportava i viveri, le medicine e le munizioni procedeva al riparo delle rive di torrenti e canali, i piedi immersi nell’acqua. I soldati avevano sempre con sé calzini di ricambio asciutti, ma, una volta ultimata la missione, dovevano fare in fretta a cambiarseli. Una volta tolti gli scarponi, i piedi si gonfiavano rapidamente e se non fossero stati più che svelti a cambiarsi le calze, quei soldati non sarebbero stati in grado di infilarsi di nuovo le scarpe.
Gli ospedali da campo erano in condizioni precarie.  Le tende non riparavano dalla pioggia, i ritmi di lavoro  erano massacranti. I chirurghi lavoravano otto ore filate, si riposavano per un breve periodo e poi riattaccavano per altre otto ore. Spesso si doveva decidere chi operare e chi no , si doveva scegliere chi poteva essere salvato  e chi doveva essere abbandonato al proprio destino.
Il cibo era sempre lo stesso, razioni fredde da consumarsi in fretta. Ma gli uomini avevano a disposizione una riserva di carne fresca cui attingere. Nei campi , infatti, vagavano in cerca di cibo molti animali fuggiti dalle stalle o dai cortili. Le bombe tedesche non risparmiavano certo polli, conigli, maiali, pecore, capre, vitelli e via discorrendo . I GI si affrettavano allora a recuperarli e a cucinarseli.  A volte erano gli stessi soldati a sparare agli animali. Gli ufficiali avevano vietato di abbattere i capi di bestiame, ma come annotò ironicamente il generale Harmon, i GI sparavano … per legittima difesa. In quella zona, infatti, gli animali si rivelavano “particolarmente aggressivi”. I muli, invece, potevano tornare utili come bestie da soma: furono risparmiati e , in alcuni casi, adottati come mascotte dai reparti. Tuttavia, nonostante le bombe tedesche e le reazioni di “ legittima difesa” da parte dei GI, molti animali, annota D’Este, sopravvissero all’inferno di Anzio.
La popolazione civile viveva in gran parte nascosta nelle grotte della zona, ma ci fu anche chi si rifiutò di abbandonare la propria abitazione e i propri  campi. Alla fine, però, quasi tutti  furono costretti a farlo. Per evitare le bombe tedesche, ma anche per consentire agli Sherman americani di trovare agevoli ripari dietro i muri delle case coloniche. Ventimila residenti furono imbarcati sugli LST e trasferiti a Napoli dove ottennero lo status di rifugiati.
E a Napoli venivano inviati, periodicamente, anche i GI per brevi turni di riposo. A Napoli proliferarono così i bordelli e le mescite di vino ; scoppiarono frequenti risse e la polizia militare dovette fare gli straordinari. Una volta il generale Harmon, ritenendo i propri soldati ingiustamente sanzionati dalla polizia militare, minacciò di mandare mezza divisione a Napoli a sistemare le cose. Ma , naturalmente, la divisione era più utile a Anzio e la minaccia di Harmon rimase senza esito.

Un reparto in particolare era molto temuto dai tedeschi: i “Diavoli Neri” del brigadier generale Robert Frederick, noti anche come la “ Brigata del diavolo”. Si trattava di un’unità di commandos  statunitensi e canadesi ( First Special Service Force, SSF) addestrati a portare colpi di mano notturni e azioni di disturbo. Sbarcati a Anzio in febbraio,  agirono  nella zona compresa fra il Canale Mussolini e le Paludi Pontine.
Erano spietati, audaci e implacabili. Con la faccia annerita, uscivano di notte per catturare prigionieri o per colpire gli avamposti nemici. Non di rado si infiltravano anche in profondità, dando l’impressione di essere ben più numerosi di una brigata. Kesselring, a un certo punto, inviò nella zona consistenti rinforzi, proprio perché convinto di avere a che fare con una divisione. Chiunque avesse fatto prigioniero uno di questi “ diavoli” aveva diritto a dieci giorni di licenza. La Brigata aveva allestito il proprio quartier generale in prossimità delle prime linee e lo aveva ribattezzato Gusville. Di qui  gli uomini partivano per le missioni, colpivano, lasciavano sui cadaveri o nelle casematte espugnate cartelli con la scritta “ Il peggio deve ancora venire” e tornavano. I tedeschi erano letteralmente terrorizzati dalla loro presenza.
Anche a Roma si giocò una partita  importante per Anzio. Un ufficiale dell’OSS americano, Peter Tompkins ( nome in codice “ Pietro”),  fu inviato nella Città Eterna con il compito di raccogliere informazioni circa le intenzioni e i movimenti tedeschi. Parlava perfettamente la nostra lingua e aveva importanti conoscenze sia all’interno dell’esercito italiano, sia in Vaticano. Facendo valere queste conoscenze riuscì a raccogliere informazioni importanti e a comunicarle a volte molto prima di ULTRA, la macchina con la quale gli analisti di Bletchley Park decifravano le comunicazioni tedesche.
Non fu un lavoro facile : mancavano i mezzi e il tempo era contato. Soprattutto fu un lavoro molto pericoloso. Si aveva a che fare con personaggi ambigui, millantatori, infiltrati. Tompkins più di una volta fu sul punto di essere catturato , ma riuscì sempre a cavarsela. La sua rete di informatori resse anche quando un importante membro dell’organizzazione, il tenente Maurizio Giglio, fu fatto prigioniero e orribilmente torturato. Non fornì alcun nome. Tompkins fece il possibile per aiutarlo. Per liberarlo, arrivò anche a progettare un assalto al carcere dove era rinchiuso.
Tutto fu inutile: il tenente Giglio fu fucilato a
lle Fosse Ardeatine.

Carlo D’Este, Fatal Decision. Anzio and the battle for Rome,  Harper Perennial, 2008. In particolare  capitolo 18, pagine  299-325 .

  

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