Il fronte dimenticato

   

Cimitero di Casaglia

PARTE PRIMA

Prologo

Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, aveva quasi terminato la sua visita al fronte lungo la Linea Gotica. Era abbastanza soddisfatto. Aveva trovato uomini determinati, desiderosi di battersi, bene equipaggiati e protetti da difese eccellenti. Aveva visitato il settore appenninico della Linea, ora stava viaggiando da Bologna a Forlì per farsi un’idea della situazione nel settore più orientale del fronte.
La strada era abbastanza trafficata e c’era una fitta nebbia. A un certo punto, la sua auto si trovò davanti una colonna di mezzi militari. L’autista cominciò a superarla. Nello stesso tempo, da una strada laterale, un grosso cannone stava per essere immesso sulla strada principale. Tutto intento a sorpassare i camion della colonna e complice la nebbia, l’autista non si avvide del cannone. Quando se ne accorse, era già troppo tardi. Lo centrò in pieno. Kesselring batté la testa procurandosi un taglio a una tempia. Era il 22 novembre 1944.
Sembrava una cosa da niente. Invece la ferita si rivelò più seria del previsto. Il feldmaresciallo perse conoscenza e non la riacquistò se non dopo molte ore. Fu ricoverato in ospedale a Ferrara e Hitler da Berlino volle essere informato quotidianamente sulle sue condizioni di salute. Kesselring si riprese, ma ci vollero quasi due mesi perché recuperasse la piena efficienza. Tornò al suo posto solo nel gennaio del 1945. Fortunatamente per lui, quel periodo di assenza forzata coincise con una crisi abbastanza seria delle armate alleate impegnate sulla Linea Gotica. Stando a quanto lo stesso Kesselring scrisse in seguito, subito dopo l’incidente fra i suoi soldati cominciò a circolare questa versione: il Feldmaresciallo? Ha dato una capocciata tremenda. Ora sta bene, ma il cannone contro il quale ha sbattuto deve essere andato in mille pezzi.

La zona bianca.

Il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema in provincia di Lucca il cielo sereno annunciava una splendida giornata di sole. All’alba, tre reparti di SS agli ordini del generale Max Simon salirono alla volta del paese. Al primo apparire dei tedeschi , gli uomini validi si nascosero nei boschi. I vecchi, le donne e i bambini rimasero. Non c’erano partigiani; Sant’Anna era stata classificata zona“ bianca”, zona per sfollati. E di sfollati ce n’erano davvero tanti a Sant’Anna, provenienti da molte città e regioni italiane.

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Testimonianza riportata nella sentenza emessa il 22 giugno 2005 dal Tribunale Militare della Spezia a carico degli imputati per la strage di Sant’Anna di Stazzema.

Mario Marsili si trovava in località Vaccareccia perché sfollato insieme alla sua famiglia. Nonostante avesse solo sei anni , ha ricordato che erano quasi le sei del mattino quando i tedeschi li presero dalle case per condurli lungo un viottolo fino alle stalle. Appena entrato con la madre, la nonna, il nonno e una ventina di altre persone dentro una di quelle stalle, sua madre lo nascose mettendolo a cavalcioni sopra due massi dietro alla porta, e da lì poté vedere le raffiche delle mitragliatrici posizionate fuori la porta ed il fuoco che, forse , fu appiccato con dei lanciafiamme. Nonostante sua madre fosse già stata colpita, forse per evitare il nascondiglio dove l’aveva messo, lanciò uno zoccolo contro il tedesco che stava per affacciarsi dentro la stalla. Questi, però, forse colpito in faccia, le diede una mitragliata uccidendola immediatamente. Questo gesto eroico valse alla madre la medaglia d’oro al valor civile data dal Presidente della Repubblica il 25 aprile del 2003.

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La zona verde.

La catena montuosa degli Appennini attraversa l’Italia da nord a sud per tutta la sua lunghezza. L’Appennino Settentrionale descrive un arco in direzione nordovest- sudest verso le coste della Romagna, poi piega di nuovo a sud, prendendo il nome di Appennino Centrale. A nord, gli Appennini digradano dolcemente verso la pianura lombarda e la valle del Po; nella parte centro meridionale, invece, presentano un paesaggio tormentato e aspro.
Si tratta in gran parte di un terreno infame, solcato da calanchi, attraversato da torrenti, coperto in molti punti da una vegetazione fittissima. In autunno i corsi d’acqua si ingrossano, si gonfiano, provocano frane e allagamenti. Nelle valli la nebbia la fa spesso da padrona riducendo la visibilità a zero. L’erosione causata dagli agenti atmosferici ha scavato i fianchi delle montagne, dato forma qua e là a picchi isolati e inaccessibili. Le alture non sono particolarmente elevate – non a livello di quelle alpine, almeno- e sono attraversate da passi abbastanza agevoli( Cisa, Abetone, Porretta, Futa, Raticosa, Mandrioli).
Se si eccettua la Firenze-Bologna, le strade principali corrono da ovest verso est, seguendo il corso delle alture. Ancorché numerose, le strade secondarie sono strette, accidentate, con molte curve e quindi di difficile percorribilità per i mezzi militari. Nella zona controllata dagli Alleati, ci sono un paio di linee ferroviarie sul versante ovest, una sul versante orientale. Le prime sono a doppio binario, la seconda è a binario unico. I tedeschi, dal canto loro, possono sfruttare la statale numero 9 – l’antica Via Emilia – e la linea ferroviaria ad essa parallela per spostare truppe e per fare affluire rinforzi e rifornimenti nei punti sotto pressione. Tuttavia, la superiorità aerea alleata limita – e di molto- questa condizione di vantaggio.
La Linea Gotica, ribattezzata poi Linea Verde , Gruene Linie, si appoggia – traendone il massimo vantaggio- alle difese naturali degli Appennini. Comincia un po’ prima di Viareggio, attraversa l’Appennino da ovest a est e termina a Pesaro, nelle Marche. Una seconda linea – Gruene Linie II– si estende alle spalle della prima, da Massa a Ravenna.
La Linea Gotica non è una trincea continua, ma un insieme di punti fortificati dislocati in profondità, appoggiati a casematte, fortini, bunker protetti da fossati anticarro, da reticolati e da campi minati. Le difese sono più munite in corrispondenza dei passi. Era stato Rommel –fedele alla propria concezione strategica di difendere il Nord della Penisola, abbandonando il Sud al proprio destino- a volere la Linea; quella testa dura di Kesselring era di opinione diversa e avrebbe voluto dare filo da torcere agli alleati dovunque e comunque e rallentarne la marcia combattendo. Per questo aveva fatto allestire a sud di Roma – suo settore di competenza- le linee Gustav e Bernhardt.
Tuttavia, un volta perduta Roma, anche per Kesselring, diventato nel frattempo comandante unico delle truppe tedesche in Italia, rafforzare la Linea Gotica diventa una scelta obbligata. Facendo ricorso a manodopera forzata e impiegando grandi quantità di cemento e di acciaio, i tedeschi allestiscono punti di fuoco, costruiscono casematte e bunker, portano in posizione i micidiali cannoni da 88 millimetri, interrano le torrette dei loro Mark IV Panther armati con i 75 a tiro rapido, predispongono ricoveri per gli uomini e per i mezzi, immagazzinano viveri e munizioni, stendono campi minati, scavano fossati anticarro.
Ma nell’ estate del 1944, nonostante lo sforzo profuso, solo alcune parti della Linea possono dirsi complete, mentre altri settori non lo sono ancora. Ad ogni modo, completa o no, La Linea Gotica resta una formidabile posizione difensiva, resa ancora più efficace dall’aspra conformazione dei luoghi. È l’ultimo ostacolo verso la valle del Po, la sella di Lubiana , l’Austria e i Balcani.

La zona rossa.

Sull’Appennino bolognese e nella zona della Linea Gotica operano diverse formazioni partigiane. La loro presenza costituisce un problema serio per i nazi-fascisti. I partigiani attaccano le caserme, compiono sabotaggi, attuano colpi di mano dietro le linee. Per limitarne i danni, i tedeschi devono impegnare truppe necessarie altrove. E, soprattutto, devono stare costantemente sul chi vive. Si tratta di una guerra nella guerra, di una guerra senza prigionieri e senza pietà, brutale e terribile.
Nella zona di Monte Sole opera la Brigata Stella Rossa. È una formazione costituita in gran parte da popolazione del luogo e in cui convivono diversi orientamenti politici. È guidata da un capo –Mario Musolesi, nome di battaglia “Lupo”- i cui obiettivi immediati non sono ideologici ( combattere per la realizzazione del socialismo o qualcosa del genere) , ma pratici. Per Lupo la sconfitta di fascisti e tedeschi viene prima di ogni altra considerazione politica. Nel panorama del tempo, la Stella Rossa potrebbe essere definita, abusando di un termine moderno, una formazione non allineata, profondamente antifascista, ma non ideologica. Lupo, infatti, è deciso a mantenere per quanto possibile la propria autonomia, tanto rispetto agli organi di controllo centrali ( CLN, poi CUMER), quanto rispetto alle altre formazioni operanti nella zona.
La Stella Rossa gode dell’appoggio di gran parte della popolazione locale, non di tutta. I rastrellamenti sono frequenti e i civili non ne sono risparmiati: le loro case sono incendiate, il loro bestiame viene razziato, qualcuno viene ucciso. Per una parte di quella gente, se i partigiani non ci fossero sarebbe anche meglio. Ma i partigiani della Stella Rossa ci sono. Operano in gran parte nelle zone di Marzabotto, Grizzana, Monzuno, Sasso Marconi , Vergato, San Benedetto Val di Sambro, in zone, cioè, relativamente lontane dal fronte. Per i tedeschi sono sempre un problema, non ancora “IL” problema. Poi, nell’agosto del 1944, tutto cambia. Gli Alleati conquistano Firenze e si muovono verso Bologna. Il Monte Sole diventa, all’improvviso, una zona di alto valore strategico, tanto per Kesselring, quanto per Alexander. Il primo ne vuole il controllo per garantirsi lo spazio per un’eventuale ritirata e per poter continuare a fare affluire rifornimenti al fronte; il secondo per impedire che tutto questo avvenga.

La zona verde.

Per gli Alleati il problema è dove e perché attaccare la Linea Gotica. In origine, il generale sir Harold Alexander aveva previsto di attaccarla al centro con una manovra a tenaglia: l’Ottava armata avrebbe dovuto muoversi in direzione di Bologna; la Quinta armata verso Lucca o Pistoia per poi scendere verso Modena. Obiettivo: costringere i tedeschi a richiamare truppe dal fronte francese. E – perché no? -raggiungere alla svelta la sella di Lubiana.
Ma il 4 agosto, il piano viene cambiato: il primo colpo non sarà più portato al centro, ma a est lungo il settore adriatico della Linea, là dove le colline scendono dolcemente verso la pianura romagnola. È il comandante dell’Ottava armata, il tenente generale sir Oliver Leese, a proporlo ad Alexander e al suo capo di stato maggiore, il generale Allan Francis “ John” Harding, riuniti nell’aeroporto di Orvieto, sotto l’ombra dell’ala di un bombardiere Dakota. Il suo ragionamento è questo: i francesi se ne sono andati e con loro se ne sono andate anche le truppe da montagna necessarie per sfondare al centro. Ma se io con l’Ottava armata –coperta sul fianco sinistro dalla Quinta- attacco a est dove le colline sono più accessibili, posso scendere in pianura abbastanza agevolmente, sfruttare appieno la potenza di fuoco dei miei carri e la mobilità dei miei reparti, condurre una serie di azioni decisive nella zona compresa fra i fiumi Metauro e Foglia, cogliere di sorpresa i tedeschi. Un mini-sbarco anfibio dalle parti di Ravenna e un bombardamento dal mare , infine, contribuiranno ad aumentare le mie probabilità di successo.
Alexander intravede nella proposta di Leese la possibilità di portare un uno-due decisivo in grado di mettere al tappeto il nemico e di archiviare la pratica Italia. Gli sono state tolte sette divisioni per realizzare Anvil- Dragoon, l’invasione della Francia meridionale a supporto di Overlord; sono arrivate unità brasiliane, greche e italiane se non raffazzonate, per lo meno inesperte: bisogna sfruttare ogni occasione buona prima che i tedeschi facciano affluire rinforzi. Alexander non è un ingenuo. Sa che Leese vuole prendersi una rivincita su Clark al quale non perdona di aver “scippato” all’Ottava armata la conquista di Roma, ma sa anche che nel settore centrale il terreno ostacola l’impiego dei carri armati. E senza carri armati, gli Alleati non possono far valere appieno la loro devastante potenza di fuoco. A ben vedere, dunque, un attacco nella zona orientale potrebbe togliergli molte castagne dal fuoco.
Ed ecco i dettagli del piano. Leese si muoverà in direzione di Rimini e scenderà nella pianura romagnola con due Corpi d’ Armata , il Primo canadese e il Quinto britannico. Una volta in pianura, i due Corpi manovreranno sul fianco sinistro del nemico in direzione di Bologna. Quando Kesselring avrà mosso truppe dal settore centrale a quello orientale per fronteggiare l’attacco, Clark avanzerà nel settore di Pistoia. Una volta sfondata la linea, le due branche della tenaglia si uniranno nel capoluogo emiliano per proseguire affiancate verso la valle del Po.

 Linea Gotica

Sembra sensato, sembra fattibile. Eppure, non tutti stravedono per quella soluzione. Il generale Henry Maitland Wilson, massima autorità militare alleata in Medio Oriente e nel Mediterraneo, ad esempio, non è affatto convinto. Non del tutto, almeno. Osserva: la facciamo troppo facile. Uno sbarco anfibio? E dove, di grazia, se la costa attorno a Ravenna non è adatta e se non abbiamo sufficienti mezzi da sbarco? Qualcun altro nutre più di un sospetto: che ci sia l’ossessione di Churchill di arrivare ai Balcani prima dei russi dietro la proposta di Leese e l’acquiescenza di Alexander? Clark dal canto suo si dichiara in linea di massima d’accordo, ma pretende di avere giurisdizione sul 13.mo Corpo ( britannico) del generale Sidney Kirkman, incaricato di proteggergli il fianco destro. Leese prima si impunta, poi cede. Quanto volentieri è facile intuire. Il 13 agosto il piano viene reso operativo. Nome in codice: Olive.
Il problema adesso è quello di spostare verso est l’Ottava armata senza dare troppo nell’occhio. Due settimane prima, i polacchi del generale Wladislaw Anders avevano condotto una serie di operazioni in forze nella zona del fiume Misa attorno a Senigallia. Appoggiate dall’aviazione, la Terza divisione dei Carpazi e la Quinta Kresowa erano riuscite a bonificare la zona fra il Misa e il Cesano . Leese può utilizzare quest’area, relativamente lontana dal raggio d’azione dell’artiglieria tedesca, per raggruppare la sua armata in vista dell’attacco programmato per il 25 agosto. Il riposizionamento riesce. I tedeschi non possono far volare i ricognitori e sono quindi a corto di informazioni; Clark ha intensificato la pressione nel settore centrale, facendo ritenere imminente un attacco in grande stile verso la Futa; Leese ha mandato avanti gli uomini di Anders fra il Cesano e il Metauro per preparare la strada alle truppe d’assalto; i servizi logistici compiono miracoli; i rifornimenti vengono garantiti. L’Ottava armata può, così, in poco più di una settimana, raggiungere le posizioni di partenza in sicurezza, senza essere individuata del nemico e con armi e bagagli al seguito. Per trovare una cosa del genere bisogna andare indietro nel tempo di quasi duemila anni, quando il console romano Gaio Claudio Nerone, in corsa contro il tempo, aveva mosso, magnis itineribus, a marce forzate, le proprie legioni lungo la costa adriatica dalla Puglia al Metauro per intercettare Asdrubale.
Fra il Metauro e il Marecchia, obiettivo finale dell’offensiva, si stende per una sessantina di chilometri un’area solcata da numerosi fiumi a carattere torrentizio e da canali d’irrigazione e attraversata da modeste alture controllate dai tedeschi. I carristi e i fanti alleati hanno il compito di attraversare i primi e di mettere in sicurezza le seconde. In pratica da quando hanno messo piede in Italia non hanno fatto altro che attraversare fiumi e superare monti. E anche lì, a un passo dalla Pianura Padana, dopo un monte, c’è sempre un altro monte da superare; dopo un fiume, un altro fiume da attraversare. Ma potrebbe essere l’ultima volta.

La zona bianca.

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Testimonianza resa da Enio Mancini ( all’epoca dei fatti era un bambino di sei anni) così come è riportata nella sentenza emessa il 22 giugno 2005 dal Tribunale Militare della Spezia a carico degli imputati della strage di Sant’Anna di Stazzema.

Dopo un po’ di tempo passò un’altra pattuglia di sette o otto soldati che li presero e li incolonnarono lungo un sentiero sconosciuto verso la piazza della chiesa. Alcuni soldati si misero davanti, loro al centro, ed altri militari , che li picchiavano con i calci dei fucili, stavano dietro. Malgrado queste sollecitazioni anche violente, loro non riuscivano a camminare spediti, tanto che i tedeschi se ne andarono, lasciando con loro solo un soldato giovanissimo, il classico biondino tedesco di 17-18 anni. Quest’ultimo cercava di comunicare, ma soltanto con molti sforzi e a gesti fece capire che dovevano stare zitti, scappare via, tornare indietro. Allora si girarono e si diressero verso casa, quando, alle loro spalle, il soldato sparò una raffica di mitra in aria , a simulare la loro uccisione.

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La zona verde.

Poco prima della mezzanotte del 25 agosto, per sfruttare appieno l’effetto sorpresa, Leese lancia l’attacco senza un preventivo fuoco di artiglieria di copertura. Le avanguardie del Primo e del Quinto Corpo superano il Metauro senza incontrare praticamente resistenza e stabiliscono le prime teste di ponte. Una volta stabilite le teste di ponte, i cannoni e gli aerei riversano sulle posizioni tedesche migliaia di bombe. All’alba del 26 agosto l’intera forza d’assalto è al di là del fiume e avanza con decisione verso gli obiettivi. L’aviazione alleata non si risparmia ed effettua missioni su missioni; un paio di cacciatorpediniere e un battello armato martellano dal mare il fianco sinistro dello schieramento tedesco; la reazione è pressoché inesistente. Il 76.mo Panzerkorps, infatti, non è in linea: qualche giorno prima si è ritirato dietro la Gotica per riorganizzarsi. Il 27 agosto, le divisioni alleate hanno bonificato la zona intorno al torrente Arzilla e si apprestano ad avanzare verso il fiume Foglia. Il 29 agosto arrivano sulle alture sovrastanti il fiume. Nello stesso giorno, avanguardie polacche entrano a Pesaro. Dirà il generale Alexander: l’Ottava armata è penetrata nelle difese della Linea, come se la Linea stessa non esistesse.
E i tedeschi? I tedeschi sono confusi e disorientati. Von Vietinghoff, il comandante della Decima armata, addirittura è in licenza. E non è il solo. Da parte sua, Kesselring è nervoso, indeciso e incerto. Quello portato da canadesi e britannici è l’attacco principale o solo una mossa diversiva? Esita a spostare truppe da un settore all’altro, teme di cadere in una trappola. Von Vietinghoff, tornato di corsa dalla licenza e ragguagliato dai suoi, ha le idee più chiare: nessun dubbio, si tratta dell’attacco principale. Ma Kesselring esita ancora. Quando però una copia del messaggio di Leese alle truppe cade in mano tedesca, i dubbi svaniscono.
Il 2 settembre, il capo di Stato Maggiore di Vietinghoff, il generale Fritz Wentzell, si reca a dare un’occhiata al fronte. Sotto la pressione alleata, il generale Traugott Herr ha ritirato i suoi lungo la linea Montecalvo- Monte Gridolfo- Tomba. Quest’ultima località è caduta in mano alleata e si è aperto un ampio varco fra la 26.ma Panzer e la Prima paracadutisti. Se quel varco non viene chiuso e gli Alleati lo sfruttano, si rischia il collasso dell’intera linea. Il generale Wentzell cerca di mettersi in contatto con il quartier generale per segnalare il pericolo. Non ci riesce. E allora, di propria iniziativa, sposta la 29.ma Panzer da ovest a est per chiudere il varco fra la 26.ma e la Prima. E anche Herr, di propria iniziativa, manda le sue riserve tattiche a chiudere un altro varco apertosi a seguito della conquista di Monte Gridolfo da parte dei canadesi. Quest’ultima è una mossa rischiosa: non ci sono più riserve e se i canadesi sfondassero, niente e nessuno li potrebbe fermare. Solo Kesselring può reintegrare le riserve di Herr. Come? Muovendo truppe dal settore centrale a quello orientale. Lo farà?
Deve farlo. Raggiunto il fiume Conca, infatti, i canadesi si sono spinti combattendo verso il villaggio di Coriano e sono a un passo dall’effettuare lo sfondamento. Ma, a causa delle misure adottate da Wentzell e Herr, incontrano una resistenza via via più accanita. E a questo punto, inspiegabilmente, Leese li ferma. Forse pensa siano esausti, forse sopravvaluta un improvviso contrattacco tedesco, fatto sta che affida alla Prima divisione corazzata – in origine destinata a condurre l’inseguimento- il compito di conquistare il crinale. Ma a causa della pioggia, la divisione impiega più di un giorno per arrivare in linea e solo a metà mattina del 4 settembre i primi carri armati muovono verso Coriano. Troppo tardi: tutti i varchi sono chiusi e i carristi della divisione sono costretti a fermarsi. Le truppe spostate a est da Wentzell prima e da Kesselring poi hanno indebolito il centro dello schieramento tedesco. E allora, in conformità al piano, Alexander mette in movimento Clark e la sua Quinta armata. Gli americani sono pronti da un pezzo. Ai primi di settembre hanno neutralizzato i due massicci in mano tedesca ( Monte Pisano e Monte Albano) e occupato la città di Lucca, già liberata dalle formazioni partigiane. Su ordine di Kesselring, il comandante tedesco del settore, il generale Joachim Lemelsen, ha ritirato i suoi dietro la Linea Gotica. Clark ha mosso i suoi all’inseguimento dei tedeschi in ritirata e ora si appresta ad attaccare in forze il Passo Giogo, fingendo un attacco verso la Futa. Se passa e raggiunge Firenzuola – situata a una decina di chilometri oltre il Passo- può scegliere se dirigersi verso Bologna lungo la statale 65 e il passo di Raticosa oppure verso Imola lungo una strada secondaria. Sia nell’uno , sia nell’altro caso per i tedeschi sarebbero dolori. Clark annota sul proprio diario: il nostro destino è legato a quello dell’Ottava armata. Ma noi siamo pronti. Il 10 settembre Alexander, dopo aver visitato il fronte adriatico per farsi un’idea della situazione attorno a Coriano, gli dà il via libera.
Lemelsen è conciato male. Gli è stata tolta una divisione per rafforzare il fronte in Francia; i partigiani hanno intensificato la loro attività di sabotaggio alle linee ferroviarie e stradali; bombardieri medi e caccia-bombardieri alleati effettuano missioni continue prendendo di mira centri di comando, depositi, concentramenti di truppe; i bombardieri pesanti con le loro missioni nelle valle del Po e sull’Italia settentrionale hanno messo fuori uso ponti e strade, vitali per garantire regolarità ai rifornimenti e agli spostamenti di truppe. Con le forze a sua disposizione, Lemelsen non può difendere tutto: concentra due dei suoi tre battaglioni nella zona della Futa e lascia un unico battaglione a guardia del Passo del Giogo.
E proprio qui si sta dirigendo il Secondo Corpo del generale Geoffrey Keyes. Dopo essere avanzato senza grossi problemi e con poche perdite, si accinge ad attaccare con l’appoggio dell’aviazione, dell’artiglieria e con una superiorità in uomini di tre a uno, le alture di Monticelli e di Monte Altuzzo, sovrastanti il passo.
Nonostante la superiorità in uomini e in materiali, quella di Keyes non è per niente una passeggiata. Ci sono campi minati da bonificare, reticolati da tagliare, fortini da attaccare, burroni scoscesi da superare. La conformazione geografica dei luoghi rende impossibile un attacco in forze. Su quel terreno si possono impiegare nell’assalto solo unità ridotte: plotoni o compagnie. Il fuoco di artiglieria è impressionante, i caccia-bombardieri volano bassi e colpiscono, ma tocca ai fanti arrivare in cima. La resistenza è accanita. Per sloggiare i tedeschi da Monticelli e da Monte Altuzzo ci vogliono sei giorni di duri combattimenti e quasi tremila perdite. La Linea, però, è stata forzata e i tedeschi sono nei guai. Le forze dislocate intorno alla Futa, infatti, corrono il rischio di essere accerchiate.

La zona rossa.

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La lotta contro i partigiani deve essere condotta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima severità. Io proteggerò qualunque comandante che, nella scelta e nella severità dei mezzi adottati nella lotta contro i partigiani, ecceda rispetto a quella che è la nostra abituale moderazione. Vale al riguardo il vecchio principio per cui un errore nella scelta dei mezzi per raggiungere un obiettivo è sempre meglio dell’inazione o della negligenza(…) i partigiani devono essere attaccati e distrutti. (…)

Feldmaresciallo Albert Kesselring, Bandenbefehl, 17 giugno 1944

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Il 29 settembre 1944, reparti della 16.ma Divisione Panzergrenadier agli ordini del maggiore Walter Reder   cominciano a salire i declivi di Monte Sole.

La zona verde.

Intanto a est, Leese inchiodato dalla pioggia e dal nemico davanti al crinale di Coriano, mette a punto un nuovo piano per uscire dall’impasse e scendere verso Rimini. Supportati dall’artiglieria e dai caccia-bombardieri della Desert Air Force (DAF), i britannici del Quinto corpo( generale sir Charles Allfrey) effettueranno una manovra diversiva in direzione della località di Croce, una decina di chilometri a nord di Coriano, mentre i canadesi della Quinta divisione e i britannici della Prima divisione corazzata, agli ordini del generale E.L.M Burns, attaccheranno frontalmente il crinale, lo conquisteranno e stabiliranno teste di ponte sulle alture sovrastanti il fiume Marano. A questo punto l’Ottava armata attraverserà il Marecchia, scenderà in pianura, piegherà a ovest per congiungersi con Clark e chiudere i tedeschi in una sacca.
Il 12 settembre i canadesi attaccano. Conquistano il crinale di Coriano e due giorni dopo raggiungono la riva meridionale del fiume Marano. Alcune unità lo attraversano e stabiliscono teste di ponte sulla riva opposta. Il generale Herr corre ai ripari, accorciando il fronte e ritirando i suoi dietro la linea San Patrignano- San Fortunato- monastero di San Martino. I canadesi perdono slancio e lo scontro si trasforma in una sanguinosa battaglia di attrito. Solo il 19 settembre, appoggiati dall’aviazione e dall’artiglieria, i canadesi riescono a occupare il crinale di San Fortunato. Privi di protezione sul loro fianco sinistro, i parà tedeschi attestati a San Martino devono ritirarsi. La pioggia battente li favorisce. I carri sprofondano nel fango, le fanterie avanzano a passo di lumaca: i tedeschi rompono il contatto e si ritirano dietro il Marecchia, gonfio e impetuoso come non mai.
Perduto il crinale di San Fortunato, Herr è consapevole di non poter tenere a lungo Rimini e chiede di essere autorizzato a ritirarsi. L’autorizzazione gli viene concessa. E insieme all’autorizzazione, gli viene impartito da von Vietinghoff l’ordine di non distruggere l’unico ponte rimasto in piedi: un ponte in pietra risalente ai tempi dell’imperatore romano Tiberio. Preservare quella testimonianza di storia e di cultura significa, per i tedeschi, perdere gran parte dei vantaggi della piena del Marecchia. Benché vecchio di quasi duemila anni, infatti, quel ponte può reggere alla grande il traffico militare di una guerra moderna. E a questo punto, una domanda sorge spontanea: come è possibile dichiarare Roma città aperta , essere sensibili alle testimonianze del passato e non esitare a massacrare donne e bambini innocenti?
Il 21 settembre, la Terza brigata greca entra a Rimini. La città è ridotta a un mucchio di rovine. Solo l’Arco di Augusto, costruito nel 27 dopo Cristo, è rimasto intatto. La pianura romagnola, tanto desiderata e per raggiungere la quale tanto sangue è stato versato, è lì, a due passi. E lì , a due passi, un fiume dopo un altro fiume, un torrente dopo un altro torrente aspettano le truppe alleate. La piogge autunnali li avrebbero oltremodo gonfiati e ingrossati, rendendone difficile l’attraversamento. E quelle piogge, nel settore della Quinta armata, si sarebbero presto trasformate in neve e ghiaccio. A causa delle divisioni spedite dall’Italia in Provenza, i tempi dell’intera operazione lungo la Linea Gotica sono saltati. Se non ci si sbriga, si rischia lo stallo.

La zona rossa.

Alla spicciolata, stanchi e affamati, i superstiti del rastrellamento raggiungono le linee alleate. Qualcuno è ferito. Nei boschi di Monte Sole giacciono ancora insepolti i corpi dei partigiani caduti. Lupo, il loro comandante, è fra questi. La Brigata Stella Rossa non esiste più come unità operativa. I partigiani superstiti parlano di centinaia di civili massacrati dai tedeschi durante quei cupi giorni di ferro e di fuoco. Esagerazioni o terribile realtà?

La zona verde.

Conquistato il Passo del Giogo, Clark ha due opzioni: dirigersi verso Bologna lungo la statale 65 per il Passo della Raticosa o puntare su Imola, sfruttando la statale 6528, una via secondaria parallela al corso del fiume Santerno. Clark ha le sue idee in fatto di strategia e di tattica, la più salda delle quali è attaccare lungo l’intero fronte. Così, mantenendo la massima pressione in direzione di Bologna, non rinuncia a inviare una divisione lungo la 6538 in direzione di Imola. In quel settore, le due armate tedesche, la Decima e la Quattordicesima si congiungono e, da sempre, il punto di giunzione fra due unità è un punto critico. Detto in altre parole, in quel punto le due unità sono più deboli. Se riesce a passare, la Quinta armata può cercare di congiungersi con l’Ottava nel frattempo impegnata in duri scontri nella zona intorno a Faenza.
Keyes sceglie l’88.ma divisione del maggior generale Paul W. Kendall per puntare su Imola. Ma l’operazione si rivela più difficile del previsto. La strada è stretta; viveri, munizioni e materiali devono essere trasportati, in alcuni punti, a dorso di mulo; la geografia non aiuta, il tempo neppure. Piove. A volte una fitta nebbia riduce la visibilità a pochi metri; gli aerei non possono volare; i fianchi delle montagne sono ripidi e scoscesi; i tedeschi occupano posizioni forti. Tuttavia, nonostante le difficoltà e combattendo con valore, i reggimenti di Kendall riescono a mettere in sicurezza alcune alture circostanti il punto chiave di Castel del Rio a una ventina di chilometri da Firenzuola, si spingono in avanti fino al Monte Battaglia – già in mano partigiana- ma non riescono a procedere oltre. Il supporto aereo non può essere garantito; Kesselring ha fatto affluire truppe fresche nella zona; i tedeschi reagiscono, contrattaccando a più riprese. Consapevole delle difficoltà incontrate da Kendall e, intorno a Faenza, da Leese, Clark sospende l’operazione . Lemelsen, comandante della Quattordicesima armata, minacciato sul fianco sinistro e a corto di uomini esperti, ringrazia. Ancora una volta, come già nel settore orientale, gli Alleati sono arrivati a un passo dal realizzare lo sfondamento, ma, ancora una volta, le pessime condizioni meteo e la pronta reazione tedesca l’hanno reso impossibile. Se avessero avuto più uomini, forse ce l’avrebbero fatta. Ma quegli uomini così necessari erano stati inviati, tempo prima, in Provenza.
Annullata la puntata verso Imola, Clark torna a concentrarsi su Bologna, intensificando la pressione intorno al Passo della Raticosa. I GI americani occupano Monte Bastione, Monte Oggioli e Monte Canda e convergono verso il passo. Kesselring, allora, percependo appieno il pericolo, accorcia il fronte. Il 28 settembre i tedeschi si sganciano, ritirandosi su una nuova linea di difesa incentrata sulla cittadina di Monghidoro. I progressi compiuti sia dall’Ottava , sia dalla Quinta armata sono stati notevoli. Ma a causa delle pessime condizioni atmosferiche e dell’accanita resistenza tedesca, gli obiettivi originariamente previsti, vale a dire distruggere la Decima armata di von Vietinghoff a sud del Po e spingere la Quattordicesima a ritirarsi oltre il fiume non sono stati raggiunti. I tempi si sono allungati, l’inverno è alle porte.
Mentre fra i calanchi e le forre degli Appennini o nella pianura romagnola allagata si combatte con accanimento, le alte sfere –Churchill in testa- si affannano a trovare un senso, strategico e tattico, al “fronte dimenticato”. Pensano alla continuazione delle operazioni in Italia e, contemporaneamente, a uno sbarco anfibio in Dalmazia con il duplice scopo di posizionarsi alle spalle dei tedeschi e di aiutare i partigiani di Tito. Ma per farlo ci vorrebbero mezzi da sbarco, appoggio aereo, truppe fresche tutte cose impossibili, con tanti fronti aperti, da ottenere in tempi brevi. Alla fine si sceglie di abbandonare l’idea anche per non scontentare i sovietici, contrari a un impegno angloamericano tanto nella regione balcanica quanto in Istria. Il “fronte dimenticato” ritorna alla sua vecchia funzione di supporto del fonte principale. Non sarà dunque smantellato; anzi: dovrà essere quanto mai attivo, al fine di neutralizzare le due armate tedesche impegnate in Italia. Ma Alexander a corto di uomini, con problemi di munizionamento, senza quella superiorità di tre a uno in grado di garantirgli la vittoria, dubita di raggiungere questo obiettivo in un futuro immediato.

«Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopralluogo. È vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli, il quale ha subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio di ben centocinquanta elementi civili. Siamo dunque di fronte a una manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l’autentica versione dei fatti».

Il Resto del Carlino, 11 ottobre 1944, anno XXII dell’Era Fascista.

                        ***

“In conclusione, non si possono nutrire dubbi sull’esistenza di un piano preciso, volto ad un massacro indiscriminato.” Tribunale Militare della Spezia, estratto dalla sentenza contro i responsabili della strage di Sant’Anna di Stazzema, 22 giugno 2005.

(Qui potete leggere la seconda parte di questo post: Gli imboscati del D-Day)

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Ditelo ai vostri uomini. 1943: lo sbarco alleato in Sicilia fra cadaveri alla deriva, opinioni contrastanti , fazzoletti gialli e generali “ d’acciaio”. Clicca qui per leggere l’articolo.

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Da leggere:
Ken Atkinson, Il giorno della battaglia: gli Alleati in Italia 1943-44, Mondadori, 2008
Vasco Ferretti, Le stragi naziste sotto la Linea Gotica, Mursia, 2004
Romano Gualdi, Monte Sole, 2012
James Holland, L’anno terribile, Longanesi, 2009
G.A. Shepperd, La campagna d’Italia 1943-45, Garzanti, 1970

Nel web:
Le vittime delle stragi nazi-fasciste in Italia: http://www.eccidiomarzabotto.com/storiaeccidi2.php

Bibliografia sulla strage di Monte Sole:
http://www.montesole.org/index.php/memoriale/bibliografia/

http://www.bibliotecasalaborsa.it/cronologia/bologna/0/326

La storia della Brigata Stella Rossa: http://certosa.cineca.it/chiostro/eventi.php?ID=477&al=1 http://anpibazzano.files.wordpress.com/2009/11/stella-rossa-monte-sole.pdf

Il testo della sentenza per l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema: http://www.santannadistazzema.org/immagini/Sentenza_Stazzema.pdf Sulla strage di Sant’Anna di Stazzema: http://supernico.altervista.org/12_agosto_1944%20_%20la_strage_degli_innocenti.htm
In questo sito: Storie di oggi

Da vedere:
L’uomo che verrà, di Giorgio Diritti, 2009

Miracolo a Sant’Anna, di Spike Lee, 2008

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