“Gli imboscati del D-Day”

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Prologo

In inglese il termine dodger indica colui che vuole evitare rogne o ottenere qualcosa ricorrendo  all’astuzia. Così lo definisce l’Oxford Dictionary: A person who engages in cunning tricks or dishonest practices to evade a debt or obligation; A person who dislikes or avoids a specified thing. In Italiano potrebbe essere tradotto con “ furbacchione”, “furbetto” o “impunito”( nel senso buono). Ma anche con “lavativo” o “imboscato” a seconda dei contesti.
E lavativi e imboscati sembrarono a Lady Astor  i militari inglesi e americani impegnati nel ’44 in Italia. Secondo lei, si godevano il sole di Roma, il vino dei Castelli, portavano a ballare le ragazze e passavano il tempo giocando a baseball e a calcio mentre in Normandia i loro commilitoni combattevano la guerra “vera”. Prendendo spunto da una lettera inviatale da uno di loro,  li definì  D-Day Dodgers, gli imboscati del D-Day.
La nobildonna negò di aver mai definito i combattenti in Italia “D-Day Dodgers”,  ma ormai il danno era fatto.

L’attesa

14 aprile 1945, 6 del mattino. Nel posto di comando del generale Lucian Truscott a Traversa, vicino a Firenzuola , caffè a litri e una sigaretta via l’altra. C’è tensione. Sono due giorni che quella maledetta nebbia non vuole saperne di alzarsi.
Anche quel 14 aprile – giorno scelto per il colpo finale alla Linea Gotica dopo un rinvio di un paio di giorni-  i primi, impietosi, bollettini riportano: piste avvolte dalla nebbia. Truscott alza il telefono e chiama il generale Willis D. Crittenberger comandante del IV Corpo: ora H posticipata alle 8. E aggiunge: tenersi pronti a muovere in qualsiasi momento.
Ma il comandante della Quinta armata lo sa bene: senza gli aerei in volo, l’attacco delle fanterie non può avere luogo. E se la nebbia non si dissolve, gli aerei non possono operare. Qualche minuto dopo, una chiamata da Grosseto: la nebbia sembra alzarsi. Altre sigarette, altro caffè. Alle 8 Grosseto comunica: piste sgombre. Rapporti analoghi confermano la tendenza anche altrove. Truscott ritelefona a Crittenberger

L’inverno dello scontento.

Era stato un inverno durissimo quello del 1944. E non solo per via del clima. In novembre i partigiani italiani erano stati (quasi) invitati a smobilitare. Dal generale Harold Alexander in persona.
Nei giorni e nelle settimane successive al proclama diffuso dalle frequenze di  Radio Combattente era cominciata una piccola diaspora.  Qualche brigata aveva passato le linee e si era unita alle truppe alleate; numerose unità si erano frazionate in piccoli gruppi; altre, sempre in piccoli gruppi, erano scese in pianura; alcuni formazioni di irriducibili  erano restate sulle montagne. Altro non si poteva fare. Alexander era stato chiaro: non vi potremo aiutare, dovrete cavarvela da soli.
Nessuno l’aveva presa bene, ovvio. L’uscita di Alexander era sembrata una presa di distanza non necessaria, una sconfessione politica della lotta popolare. Non lo era, ma tale era sembrata. L’amarezza e lo sconforto avevano preso il posto dell’ottimismo dei mesi precedenti. L’inverno cominciava nel peggiore dei modi. Per i partigiani ci sarebbe mai stata una campagna di primavera?
Anche per Alexander quello non era stato un inverno tranquillo. In dicembre i tedeschi erano passati all’offensiva nelle Ardenne; sul fronte orientale l’Armata Rossa sembrava aver perso slancio. Secondo lo Stato Maggiore alleato occorreva intensificare la pressione a occidente per chiudere la partita alla svelta. Questo significava ridurre il fronte italiano  a un ruolo del tutto marginale: le forze impegnate in Italia avrebbero potuto essere trasferite e utilizzate altrove per la spallata finale.
Tuttavia, in gennaio, Marshall aveva deciso di non indebolire troppo Alexander e di dargli un’ulteriore possibilità per neutralizzare definitivamente il Gruppo di armate C. Se non ci fosse riuscito, però,  la Quinta armata avrebbe lasciato l’Italia per congiungersi con le altre armate alleate ai confini del Reich tedesco.  Dopo tante operazioni improvvisate o mal condotte, questa volta per Alexander , Clark e compagnia era vietato sbagliare.

Aspettando la primavera.

Per mesi, durante l’inverno, lungo la Linea Gotica– raggiunta dai D- Day Dodgers dopo aspri combattimenti- il fronte aveva sonnecchiato fra timori e aspettative,  fra operazioni militari di routine e massiccia riorganizzazione. Il feldmaresciallo Albert Kesselring era stato richiamato a Berlino e nominato comandante in capo del fronte occidentale. Aveva cercato di convincere Hitler ad adottare una strategia flessibile in Italia, ma senza risultati. Quando aveva sentito parlare di ritirate tattiche intenzionali , il Fuehrer aveva opposto un netto rifiuto. Ci si ritira soltanto se non se ne può fare a meno e solo per raggiungere una posizione più forte, aveva ribadito.
Replicare sarebbe stato inutile. In quei giorni corruschi in cui tutto si sfaldava, Hitler, da sempre prevenuto nei confronti dei suoi generali,  non intendeva ragioni. “Il Gruppo di Armate C è finito” avevano amaramente commentato gli ufficiali dello stato maggiore della 14.ma armata in Italia, una volta venuti a conoscenza della decisione presa a Berlino. Salerno, San Pietro Infine, Anzio, Cassino, la tattica di ritirarsi combattendo da una linea di difesa all’altra  non avevano dunque insegnato niente?
Magari avevano insegnato poco a Hitler, non agli Alleati. Durante l’inverno i depositi di munizioni erano stati riempiti, erano arrivate truppe fresche, artiglieria, “coccodrilli” e  “canguri”[1]. Gli uomini erano stati riarmati, riequipaggiati, addestrati. I cieli sopra l’Italia erano di esclusivo dominio degli aerei da guerra alleati con i loro carichi di napalm e di bombe ad alto potenziale. C’era mezzo mondo in armi fra le nevi e le nebbie  della Gruene Linie: polacchi, greci, neozelandesi, canadesi, sudafricani, brasiliani, inglesi, indiani, nepalesi, afroamericani e, dalla parte tedesca, persino turcomanni.
E italiani dell’ex Regio Esercito. Organizzati in gruppi di combattimento, erano stati aggregati all’Ottava armata ( Legnano) e alla Quinta ( Friuli, Folgore, Cremona). Una volta in azione non sfigureranno, anzi.
Più la primavera si avvicinava, più il nervosismo e la tensione crescevano. Dal fronte arrivavano notizie non proprio rassicuranti: l’Armata Rossa era in vista di Vienna, Tito di Trieste. Urgeva sbrigarsi e colpire duro. E non solo per anticipare i “ rossi” nei Balcani. Giravano infatti voci circa una fantomatica “Ridotta Nazionale” allestita sulle Alpi fra Salisburgo e Klagenfurt all’interno della quale i tedeschi in fuga dall’Italia ( e non solo) avrebbero potuto raggrupparsi e vendere cara la pelle.
I comandanti erano impazienti di cominciare, anche se questionavano in  continuazione sulle date, sulle modalità, sui tempi. Clark avrebbe voluto cominciare in aprile, McCreery in maggio; per arrivare al Po Clark preferiva l’asse Massa Lombarda-Budrio, McCreery quello Argenta-Ferrara. E così via. Una cosa comunque era chiara a tutti: l’offensiva di primavera non avrebbe dovuto mirare a obiettivi limitati ( tipo la conquista di Bologna, mancata per un soffio l’autunno precedente), ma a un obiettivo più vasto: intrappolare e distruggere il Gruppo di Armate C a sud del Po.

Il piano.

Fino a quel momento, gli alleati avevano subito la tattica di Kesselring di ritirarsi combattendo da una linea di difesa all’altra. A Cassino si erano intestarditi ad attaccare settori ristretti del fronte nella speranza di aprire una breccia. I tedeschi ne avevano approfittato spostando truppe da un settore all’altro, rinforzando quelli sotto pressione ed ergendo un muro invalicabile. Dopo quattro sanguinose battaglie, la linea Gustav a Cassino era stata sfondata, ma la Decima armata l’aveva fatta franca e si era ritirata dietro la linea Gotica. Colpa di Clark, si disse: cambiò le carte in tavola per entrare da conquistatore in Roma.
Ma questa volta non si sarebbero commessi errori. Questa volta l’intero fronte sarebbe stato investito con tutte le forze disponibili per l’uno-due decisivo. L’Ottava armata( il gancio destro) avrebbe dovuto operare nel settore delle Valli di Comacchio e aprirsi una strada verso Argenta e Ferrara per aggirare le linee tedesche appoggiate ai numerosi fiumi e torrenti della zona; la Quinta armata( il gancio sinistro) avrebbe dovuto superare l’Appennino, irrompere in pianura, raggiungere Bologna e Modena, proseguire e congiungersi con i britannici. Nella parte più occidentale del fronte, unità alleate avrebbero dovuto dirigersi verso La Spezia nel tentativo di costringere i tedeschi a impiegare in questo settore parte delle proprie riserve. Per ingannare il nemico, inoltre, erano state previste azioni diversive finalizzate alla realizzazione di un ipotetico sbarco nella Laguna di Venezia, in modo da obbligare il sostituto di Kesselring, Generaloberst Heinrich von Vietinghoff , a mantenere alta la guardia anche in quest’ultimo settore. Una volta intrappolate le divisioni tedesche a sud del Po, le due armate avrebbero dovuto neutralizzarle,  passare il fiume e dirigersi verso Verona e il Brennero ( la Quinta armata) e verso Trieste (l’ Ottava armata).
La zona assegnata all’Ottava armata era fangosa, acquitrinosa e minata. Solo una stretta fascia intorno alla provinciale n. 16, la cosiddetta “strettoia di Argenta” o Argenta Gap, era asciutta. E lungo questo corridoio avrebbero dovuto infilarsi le divisioni di McCreery. Per superare agevolmente le zone allagate -sia quelle naturali, sia quelle artificiali – erano stati fatti arrivare nuovi veicoli anfibi, denominati Fantail o Buffalo, in grado di trasportare truppe e materiali in acque basse. Alcuni mezzi erano stati equipaggiati con cingoli a “zampa d’anatra” perché potessero esercitare una presa migliore sul terreno argilloso. L’aviazione avrebbe bombardato le posizioni tedesche sia nella zona dell’Ottava armata sia in quella della Quinta prima dell’attacco principale e appoggiato le fanterie nella loro azione di sfondamento. Le premesse per una rapida vittoria c’erano tutte.
Ma le incognite non mancavano.  I Fantail e i loro equipaggi a corto di addestramento si sarebbero rivelati affidabili? Il tempo avrebbe tenuto? I tempi sarebbero stati rispettati? I tedeschi avrebbero ripetuto il giochetto di ritirarsi combattendo da una linea all’altra?  E neppure le grane mancavano. I polacchi, ad esempio, non volevano più combattere. Ci fermiamo, dissero ad Alexander. Dopo Jalta la Polonia non esiste più: perché, per chi combattere ancora? Dovettero intervenire Churchill e il governo polacco in esilio a Londra per fare cambiare idea a Anders e ai suoi. Per il momento, almeno.

L’uno-due.

Alle 19,30 del 9 aprile, nella zona dell’Ottava armata, le prime truppe d’assalto muovono verso gli obiettivi. Per tutto il pomeriggio, ondate di bombardieri pesanti e medi con l’appoggio di più di settecento cacciabombardieri avevano colpito la zona posta fra i fiumi Senio e Santerno.
Alcuni giorni prima, dal primo al 6 aprile, unità di commando britannici imbarcati sui Fantail e supportati dai partigiani della 28.ma Brigata Garibaldi avevano raggiunto combattendo Porto Garibaldi nelle Valli di Comacchio, occupato alcune isolette nelle laguna e messo in sicurezza una vasta zona intorno alla foce del Reno nota in seguito come the Wedge, il cuneo.
Non tutto era andato per il verso giusto. I Fantail non avevano fatto presa sui fondali melmosi delle zone allagate, molti si erano impantanati e gli uomini avevano dovuto scendere in acqua e raggiungere la riva fra mille difficoltà. Una brigata polacca era stata colpita dal fuoco amico e aveva subito numerose perdite.
All’inizio la resistenza è debole. A ridosso della mezzanotte unità indiane e neozelandesi attraversano il Senio e stabiliscono una prima testa di ponte al di là del fiume. I genieri cominciano a gettare i  Bayley. La testa di ponte si allarga e si consolida. Alfonsine, Lugo, Fusignano e Cotignola cadono in mano alleata. L’11 aprile vengono raggiunte Menate e Longastrino , tappe obbligate verso l’importantissimo ponte di Bastia; il giorno seguente anche il Santerno viene superato. Ai tedeschi resta ora solo la linea  del fiume Sillaro.  Von Vietinghoff sposta nella zona l’intera 29.ma Panzer Division deciso a tenere la linea. La pressione alleata, tuttavia, non accenna a diminuire. Benché tenacemente contrastati, gli uomini di McCreery guadagnano terreno. Unità britanniche si impadroniscono del ponte di Bastia, i polacchi entrano a Imola e il 14 aprile le prime unità d’assalto attraversano il Sillaro in più punti stabilendovi teste di ponte. Vietinghoff scrive a Hitler chiedendogli l’autorizzazione a portarsi dietro una linea più sicura. Ma intanto, di propria iniziativa, ordina ai suoi di ritirarsi dalla zona di Imola.
Il 14 aprile, nel settore della Quinta armata, le 8, 30 sono passate da poco quando  nel cielo appaiono i primi Liberator e B 17. Bombe ad alto potenziale si abbattono sulle posizioni tedesche. Poi, senza soluzione di continuità, arrivano i bombardieri medi e i cacciabombardieri. Napalm e bombe a frammentazione colpiscono concentramenti di truppe, posizioni fortificate, postazioni di artiglieria.  Dappertutto si alzano fumo e fiamme, la polvere copre ogni cosa. L’aria è grigia, densa e irrespirabile; il cielo è scomparso.  E non è ancora finita. Dopo gli aerei tocca ai 75, ai 155 e agli otto pollici finire il lavoro. Protette da quella tempesta di fuoco, le truppe raggiungono le posizioni assegnate. Truscott ha in linea due Corpi d’armata: nella zona centroccidentale il Quarto ( generale Crittenberger),  al centro il Secondo ( generale Geoffrey Keyes). All’estremità occidentale del fronte operano la 92.ma divisione Buffalo – formata da soldati di colore – e il 442 reggimento Nisei, formato da americani di origine giapponese. Protette sul fianco da truppe brasiliane, queste due unità si erano mosse per prime il 5 di aprile, conquistando in rapida successione le città di Massa e di Carrara . Per proteggere l’armata della Liguria comandata dal maresciallo Rodolfo Graziani, Vietinghoff aveva inviato rinforzi nel settore, fermando la 92.ma , ma indebolendo altre parti del fronte.

La Compagnia G , 85.mo reggimento, Secondo battaglione, Decima divisione da montagna  – la formidabile unità del Quarto corpo- è in azione nella zona di Castel D’Aiano.  Il fuoco tedesco è intenso: mortai, artiglieria, mitragliatrici. Gli ufficiali attaccati alle radio da campo chiedono con insistenza fuoco di copertura. Che tarda ad arrivare.
Il soldato di prima classe John D. Magrath si offre  allora volontario per andare in avanscoperta. Viene dal Conneticut, ha vent’anni. Armato soltanto del proprio fucile, attacca una posizione tedesca, neutralizza i serventi, si impossessa della loro mitragliatrice e prosegue mettendo fuori combattimento altre due postazioni nemiche e consentendo ai suoi di avanzare.  Quando il fuoco tedesco si sposta sulle posizioni raggiunte dalla Compagnia G, Magrath esce di nuovo in avanscoperta per vedere se ci siano feriti e per farsi un’idea dell’entità delle perdite. Cadrà sul campo durante questo tentativo. Guadagnerà una Medaglia d’Onore alla memoria per aver operato “above and beyond the call of duty”, oltre i normali doveri di servizio.
Sono i soldati come Magrath non i cannoni a far tacere le mitragliatrici tedesche; è l’impeto degli “alpini” della Decima  a costringere i tedeschi a ritirarsi da Rocca Roffeno, Monte Pigna, Vergato, Monte Milano; sono i carristi del Secondo corpo e i “tori rossi” della 34.ma ad aprirsi la strada lungo le statali 64 e 65 e a far  traballare lo schieramento tedesco. Sono scontri aspri e sanguinosi, non di rado combattuti all’arma bianca. Le unità di élite tedesche tengono duro e  si battono con ardimento tanto sul fronte dell’Ottava quanto su quello della Quinta.
La fatica e lo stress cominciano a farsi sentire. Quando i fanti dell’87.mo reggimento della Divisione da montagna arrivano nel villaggio di Montepastore sono stanchi morti, non ce la fanno quasi più. Tutto va bene, purché serva da riparo e da letto: le stalle, i fienili, le case abbandonate. Si tolgono gli zaini dalle spalle e si accasciano semiaddormentati. Dopo giorni di combattimenti continui, quello è il primo vero momento di riposo. E dopo il sonno, il cibo. Escono dai ripari a caccia di pollame, in cerca di cipolle e di altre verdure. Accendono i fuochi e cucinano: quello è il loro primo pasto caldo dopo giorni e giorni a gallette e a carne in scatola.
Quei giorni di lotta furibonda hanno lasciato il segno anche sui tedeschi. Molti di loro, stanchi e sfiduciati, si sono arresi. Gli altri, i combattenti irriducibili delle divisioni ritiratisi da Montepastore, da Torre Iussi, da Rocca Roffeno e dalle alture sovrastanti la Via Emilia, sono esausti. Il maggior generale Bernhard Steinmetz, comandante del settore sotto pressione, se ne è infischiato altamente degli ordini di tenere duro a tutti i costi e di propria iniziativa ha ordinato ai suoi di ritirarsi.
Il 17 aprile arriva la scontata risposta di Hitler a von Vietinghoff : non ci si ritira. Lo stesso giorno , dopo violenti combattimenti intorno alla Fossa Marina, i britannici forzano la strettoia di Argenta: sta prendendo forma un gigantesco accerchiamento. Vietinghoff non ha più riserve da impiegare in combattimento: se non si sbriga a togliersi di lì alla svelta non potrà mai organizzare una ritirata ordinata né sperare di raggiungere il Po prima degli Alleati.
Anche le speranze di ottenere un cessate il fuoco erano cadute qualche tempo prima. Il generale delle SS Karl Wolff  aveva intavolato , tramite intermediari, trattative segrete con gli Alleati a Ginevra per negoziare una resa onorevole delle truppe tedesche in Italia. Ma gli Alleati si erano mostrati intransigenti e avevano posto come condizione fondamentale per il cessate il fuoco la resa incondizionata.
Dunque: la Linea Gotica è stata spezzata in più punti, la porta delle trattative è stata definitivamente chiusa, Vietinghoff ha l’acqua alla gola. Scrive di nuovo a Hitler: devo abbandonare le posizioni e portarmi oltre l’Adige per salvare ciò che resta del Gruppo C . Non ho altra scelta. E senza aspettare la risposta da Berlino, ordina ai suoi di ritirarsi. È il 20 aprile, compleanno di Hitler. Nello stesso giorno, unità della Decima lo “festeggiano” raggiungendo la Via Emilia a Ponte Samoggia, una ventina di chilometri da Bologna. E non è finita. La Sesta divisione corazzata sudafricana entra a Casalecchio; i Polacchi del generale Anders sono ormai a pochi chilometri da Ferrara; la 10.ma divisione indiana ha aggirato Budrio; la divisione neozelandese ha stabilito una solida testa di ponte oltre il fiume Idice. La trappola per Goti sta per chiudersi.

Epilogo.

I soldati britannici in Italia canticchiavano sempre più spesso una canzoncina sull’aria di Lili Marlene. Diceva, più o meno, questo: qui in sunny Italy facciamo la bella vita fra bisbocce e vino a fiumi. Salerno? Una vacanza pagata e accoglienza da re. E che dire di Napoli e di Cassino? Una scampagnata. Anzio e il Sangro? Tante belle ragazze da rimorchiare. Firenze? Una passeggiata. Rimini? Un viaggetto in autobus passando per la Linea Gotica. Per tutto l’inverno ci siamo dati agli sport invernali e in primavera abbiamo fatto il bagno nel Po. Eh sì, proprio una bella vita. Nessuno venga a dirci di andarcene da qui. Di chi sono quelle croci sulle colline, ci chiedete? Ma che domanda: degli imboscati che non vogliono andarsene dall’ Italia. Di chi altri se no? Churchill era andato giù pesante con Lady Astor. I D-Day Dodgers non furono da meno.[2]

Guerra inutile?

La campagna d’Italia fu lunga, sanguinosa, crudele. E costosa. Sotto i bombardamenti persero la vita migliaia di civili, interi paesi furono rasi al suolo. Migliaia di soldati di entrambe le parti caddero in combattimento o ricevettero terribili ferite. La geografia e il maltempo trasformarono il campo di battaglia in un inferno. C’era fango dappertutto, i fiumi e i torrenti erano gonfi e impetuosi, si procedeva su strade infami. Sembrava di essere tornati indietro di trent’anni, alle battaglie della prima guerra mondiale. Soldati tedeschi giudicarono le condizioni ambientali del fronte italiano peggiori di quelle del fronte russo, il che è tutto dire. Ci vollero quasi due anni e oltre trecentomila  perdite( seicentomila fra i civili) per uscire da quel vicolo cieco e arrivare al Po. E allora perché la campagna d’Italia fu progettata e combattuta? Che impatto ebbe- se l’ebbe- sulla guerra?
I sostenitori del “ vicolo cieco” non hanno dubbi: fu una guerra inutile, evitabile, male organizzata e peggio condotta, un palcoscenico per prime donne isteriche o quasi, una campagna da ricordare solo per il pesante “conto del macellaio”. Furono commessi errori militari macroscopici, fu distrutta inutilmente la secolare Abbazia di Montecassino, si sprecarono tempo e occasioni, i costi superarono di gran lunga i benefici.  Il dilemma di fondo- Normandia o Italia – non fu risolto subito e questo generò equivoci, false aspettative, speranze frustrate. Britannici e americani non la vedevano allo stesso modo. Per i primi  l’Italia era in potenza il “terzo fronte”, quello in grado di spalancare la porta di servizio della Germania; per i secondi era un fronte del tutto secondario, buono tutt’al più a distogliere truppe tedesche dalla Francia. Al fronte italiano furono tolte divisioni e, soprattutto, sostegno politico a vantaggio di quello normanno. Privato dei reparti spediti in Francia per l’operazione AnvilDragoon (sbarco in Provenza a sostegno di Overlord), il fronte italiano non era abbastanza forte per ottenere una rapida vittoria né abbastanza debole per essere tenuto fermo o smobilitato. Visse così in una sorta di limbo, dimenticato dai più, ma certo non da chi doveva combattervi in condizioni disumane. I soldati di Cassino rannicchiati dietro ai sangar in mezzo ai cadaveri insepolti fra nugoli di mosche o i GI della 36.ma mandati al macello sul Rapido pagarono per questa situazione. E  per gli errori dei propri comandanti.
Ma c’è anche chi, pur ammettendo improvvisazione e errori, considerò il “fronte dimenticato” un fronte fondamentale. Churchill, naturalmente. Scrisse: impegnammo in Italia venti divisioni tedesche, altrettante le tenemmo bloccate nei Balcani alleggerendo sia Stalin, sia  Eisenhower. E Kesselring, da parte sua: se non ci fosse stata Anzio, in Normandia non avreste vinto. Affermazioni autorevoli, senza dubbio. E forse giuste. Ma un dubbio resta: Churchill e Kesselring sono sinceri quando fanno queste affermazioni o parlano pro domo sua? Esprimono un dato oggettivo o tendono ad ampliarlo per mettere in risalto la propria capacità militare( Kesselring)e la propria lungimiranza politica( Churchill)? Qualcuno, infatti, nei panni dell’avvocato del diavolo, retoricamente si chiede: sarebbero stati in grado i tedeschi di muovere truppe dall’Italia verso altri fronti quando le ferrovie non esistevano più, le strade erano voragini e gli aerei alleati dominavano i cieli?
La campagna d’Italia rese sicuro il Mediterraneo, mise a disposizione degli Alleati il complesso aeroportuale di Foggia da cui si potevano colpire i Balcani, la Romania e Ploesti; fornì utili insegnamenti circa l’impiego di truppe aviotrasportate durante le operazioni anfibie, servì a dare respiro a Stalin vista l’impossibilità di aprire il secondo fronte in Francia nel ’43. Tutto vero. Ma la campagna d’Italia si protrasse troppo a lungo e causò  migliaia di vittime innocenti fra la popolazione civile sottoposta ai pesanti bombardamenti alleati e alle rappresaglie delle SS. Nel suo libro La guerra inutile, Eric  Morris fornisce numerose testimonianze circa le sofferenze patite dalla popolazione civile in quei terribili frangenti. E  allora si torna al punto di partenza: la campagna d’Italia fu davvero necessaria? Si sarebbe potuta evitare? Avrebbe potuto essere chiusa  prima?

Alcune risposte si trovano qui:

Da leggere:

Eric Morris, La guerra inutile: la campagna d’Italia 1943-45, Longanesi, 1993

Gianni Rocca, L’Italia invasa: 1943-45, Mondadori, 1998

Guido Vergani, Trappola per Goti, La Repubblica, 5 maggio 1985

I titoli di altri testi  sull’argomento compaiono nel seguente post: Il fronte dimenticato.

Cartine :  si rimanda al libro di Morris , La guerra inutile: in appendice sono riportate cartine molto dettagliate.

In questo sito:

Ditelo ai vostri uomini.
Sicilia 19431943: lo sbarco alleato in Sicilia fra cadaveri alla deriva, opinioni contrastanti , fazzoletti gialli e generali “ d’acciaio”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

Il gatto e la balena.
Angelita di Anzio1944: lo sbarco alleato a Anzio. “Dio, aiutaci! Ma vieni di persona. Non mandare tuo figlio: non è un posto per bambini, questo.”
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

Il cappello a cilindro.
AvalancheSalerno 1943: la “valanga” alleata si abbatte sulla costa campana.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

QUI  , inoltre, potrete leggere altri articoli sulla Seconda Guerra Mondiale e non solo.

Gli avvenimenti in breve.

Settore dell’Ottava armata.

1° aprile 1945. Iniziano le operazioni preliminari in preparazione dell’attacco principale. Hanno un duplice scopo: mettere in sicurezza la zona intorno alle Valli di Comacchio e costringere i tedeschi a spostare in questo settore parte delle loro riserve per prevenire un eventuale sbarco nella Laguna di Venezia. Commando della Seconda brigata britannica coadiuvati dai partigiani della 28.ma Brigata Garibaldi iniziano un’operazione anfibia nelle Valli per garantire copertura alla futura azione verso Argenta. I fondali sono poco solidi e i Fantail si impantanano. Tuttavia i commando , superando la confusione, riescono a prendere terra, cogliendo di sorpresa  la divisione Turcomanna impegnata nel settore.
4 aprile. I commando britannici raggiungono Porto Garibaldi. In quattro giorni hanno fatto più di ottocento prigionieri.
5 aprile. Una forza anfibia britannica conquista alcune isolette poste al centro della laguna.
6 aprile. Unità della 56.ma divisione britannica attaccano nella zona della foce del Reno. I tedeschi si battono bene, ma devono cedere al nemico una vasta zona nel settore sud-occidentale della Laguna di Comacchio, zona in seguito conosciuta come “The Wedge”, il cuneo. Questa azione pone termine alle operazioni preliminari.
9 aprile. Bombardieri pesanti e medi martellano per ore le posizioni tedesche fra il Senio e il Santerno. Le unità di testa del Corpo polacco vengono bombardate per errore dal “ fuoco amico”.  Protetti dal fumo, dalla polvere e dall’oscurità , alle 19,30 i primi reparti di fanteria scattano in avanti. La resistenza tedesca è inizialmente debole.  Alle 23,30 unità dell’Ottava divisione indiana stabiliscono una piccola testa di ponte oltre il Senio; due battaglioni della Quinta e della Sesta brigata della Seconda divisione neozelandese passano il fiume. I genieri cominciano a gettare i primi ponti Bailey. I polacchi incontrano una decisa resistenza da parte di unità della 26.ma Panzer Division e della Quarta paracadutisti, ma riescono a portarsi oltre il fiume.
10 aprile. Vengono raggiunte Alfonsine, Lugo, Fusignano e Cotignola. La testa di ponte alleata è consolidata su un fronte di una trentina di chilometri.
11 aprile. Scatta l’operazione Impact Plain. Una brigata britannica(169.ma) appoggiata da commando  si muove sui Fantail dal “Cuneo” in direzione del centro abitato di Menate, a sei chilometri circa dalla foce del Reno e a una decina dall’importantissimo ponte di Bastia. Questa volta i Fantail si muovono senza difficoltà nelle zone allagate. Menate e Longastrino sono conquistate in poco tempo. Una seconda brigata(167.ma), partita dalla riva opposta, si congiunge con la prima consentendo ai carri di avanzare in sicurezza. La 42.ma Jaeger Division, minacciata di accerchiamento, combatte con la forza della disperazione. Le perdite aumentano. I polacchi occupano Bagnara; i neozelandesi della Seconda divisione passano il Santerno stabilendo una piccola testa di ponte a sudovest di Sant’Agata; gli indiani della 17.ma brigata oltrepassano il fiume a nordovest di quest’ultima località; i polacchi allargano la loro testa di ponte in direzione di  Castel Bolognese; la brigata israeliana si avvicina a Monte Gebbio; il Gruppo di combattimento Friuli passa il Senio e occupa Riolo dei Bagni; il reggimento Nembo del Gruppo Folgore occupa Tossignano. I tedeschi si ritirano oltre il Santerno.
12 aprile. Nonostante un’accanita resistenza, unità dell’ 8.va divisione indiana, della Seconda divisione neozelandese e della Terza divisione dei Carpazi stabiliscono solide teste di ponte oltre il fiume Santerno. I polacchi “bonificano” Castel Bolognese e occupano Castelnuovo sei chilometri a nord. Il Gruppo Folgore entra a Cadrignano, Ronco e Camaggio. Due brigate britanniche e il Gruppo di combattimento Cremona si avvicinano alla confluenza Reno-Santerno.
13 aprile. Dopo aver perso le linee del Senio e del Santerno, i tedeschi sono fermamente intenzionati a difendere a oltranza la linea difensiva appoggiata al fiume Sillaro. Nella zona schierano anche unità della 29.ma divisione Panzer, tenuta fino a quel momento di riserva.  Reparti  della Seconda divisione neozelandese occupano la cittadina di Massa Lombarda. Due brigate britanniche si avvicinano a Conselice da nordest, una terza brigata da sud.
14 aprile. Reparti britannici e italiani ( Gruppo di combattimento Cremona) si impadroniscono del ponte sul Reno a Bastia prima che possa essere distrutto dagli Jaeger in ritirata. I Polacchi raggiungono Imola.  Unità della Seconda divisione neozelandese raggiungono il Sillaro, lo attraversano e stabiliscono una testa di ponte a nord di Sesto Imolese. Vietinghoff scrive a Berlino: se non effettuo una ritirata tattica sulla linea Po-Ticino, il destino del Gruppo C e del’Italia è segnato. Senza aspettare la risposta, ordina al Primo reggimento paracadutisti di ritirarsi da Imola e di raggiungere la linea successiva. Anche il generale Traugott Herr, di propria iniziativa, sposta l’intera 29.ma divisione panzer nella zona di Argenta. Ormai per entrambi i comandanti è chiaro che non ci sarà alcuno sbarco anfibio nella Laguna di Venezia. E possono, quindi, concentrare le loro forze nel settore più direttamente minacciato.
15 aprile. Gli Jaeger si ritirano da Bastia. La testa di ponte oltre il Sillaro viene consolidata e estesa. Il 15.mo reggimento della 29.ma divisione panzer è trincerato intorno alla Fossa Marina, un canale situato a tre chilometri a sud di Argenta. Unità  della 167.ma brigata britannica occupano Bastia, reparti di esploratori si spingono fino a un paio di chilometri da Argenta. Le avanguardie della 36.ma brigata raggiungono il Canale Quaderno a sudovest di Bastia. La resistenza è accanita. I parà tedeschi ( Prima e Quarta divisione) si ritirano combattendo verso il punto in cui il Sillaro attraversa la Via Emilia. Nella notte fra il 15 e il 16 una brigata indiana si avvicina alla località di Medicina.
16 aprile. La linea attorno al Canale della Fossa viene attaccata in più punti. I partigiani guidano i britannici attraverso i campi minati. I granatieri della 29.ma si battono con decisione , ma non possono impedire l’attraversamento del Canale da parte degli uomini di MacCreery. I polacchi entrano a Medicina.
17 aprile. Si formano e si consolidano le prime teste di ponte britanniche oltre la Fossa. Da Berlino arriva la risposta alla richiesta di von Vietinghoff: non ci si ritira.
17 aprile. Bombardieri alleati saturano di bombe l’area intorno alla Fossa Marina e prendono di mira qualsiasi cosa si muova intorno ad Argenta. Unità della 78.ma divisione escono dalle teste di ponte e si muovono in avanti a est di Argenta mentre una brigata della 56.ma, imbarcata sui Fantail, attraversa le zone allagate a sudest della città. Alla sinistra della 78.ma, commando della Seconda brigata, servendosi dei Fantail, attraversano un’area allagata a ovest del Reno per portare a termine l’accerchiamento. La sera le prime truppe britanniche entrano nel centro di Argenta.
18 aprile. Un contrattacco tedesco contro le posizioni alleate sulla Fossa Marina e in Argenta viene respinto.

Settore della Quinta armata.

5 aprile. La 92. ma divisione americana Buffalo, coadiuvata dal reggimento Nisei, si muove in direzione di Massa. 10 aprile. La città di Massa è occupata dagli Alleati; il Nisei guada il fiume Frigido; l’11 aprile viene raggiunta Carrara. I rinforzi inviati da Vietinghoff arrestano l’avanzata della 92.ma Buffalo. Tuttavia lo scopo è stato raggiunto: gli Alleati sono oltre Carrara e i tedeschi hanno impiegato  nella zona parte delle proprie riserve indebolendo il  fronte principale.
14 aprile. Dopo un violento bombardamento aereo e di artiglieria, scatta l’attacco americano. La Decima divisione da montagna attacca nella parte occidentale del fronte assegnato al IV Corpo d’armata ( generale Crittenberger). Il Secondo battaglione dell’ 87.mo reggimento, mossosi in direzione del Monte Pigna, riesce ad occupare le alture sovrastanti il villaggio di Torre Iussi. I tedeschi si ritirano su posizioni più sicure. Alla sinistra della Decima, la divisione brasiliana occupa il villaggio di Montese e alcune colline intorno a Castel D’Aiano; alla destra della Decima, la Prima divisione corazzata americana si muove verso Suzzano e Vergato.
14 aprile. L’86.mo reggimento della Decima divisione da montagna occupa la posizione chiave di Rocca Roffeno nella zona di Castel D’Aiano  minacciando il fianco delle due divisioni tedesche ( la 94.ma e la 334.ma, entrambe di fanteria ed entrambe sotto organico) schierate a difesa del settore. La conquista delle alture sovrastanti Rocca Roffeno costa più di cinquecento perdite agli americani. I tedeschi, infatti, nonostante i bombardamenti di preparazione, hanno opposto una violenta reazione. I campi minati hanno fatto il resto, rallentando la marcia delle fanterie.
15 aprile. L’87.mo e l’86 reggimento riprendono ad avanzare in direzione di Monte Pigna ( 87.mo) e delle linea Amore-Monte Mantino (86.mo). L’avanzata dell’85.mo verso Monte Righetti è rallentata dalla tenace resistenza tedesca. La Prima divisione corazzata occupa Suzzano. A Vergato, i tedeschi si difendono casa per casa. Unità del II Corpo d’armata (generale Geoffrey  Keyes ), appartenenti alla Sesta divisione corazzata sudafricana e all’88.ma divisione di fanteria attaccano al centro in direzione di Bologna a cavallo delle strade statali 64 e 65. La 91.ma e la 34.ma di fanteria attaccano lungo la strada n.65.
16 aprile. L’86.mo reggimento della Decima occupa le alture a nord di Monte Mantino. Sfruttando l’appoggio dei carri, il reggimento prosegue fino a Montepastore. A Vergato cessa la resistenza tedesca.
17 aprile. I carristi americani oltrepassano Vergato; unità del Sesto battaglione si dirigono verso Monte d’Avigo; l’11.mo battaglione occupa Monte Milano e vede aprirsi sotto di sé la valle del Reno.
18 aprile. L’87.mo reggimento è in vista del Monte Pigna, l’ultima altura ancora in mano tedesca.
20 aprile. Unità della Decima di montagna sfondano le difese tedesche e  raggiungono la valle del Po a nord di Bologna.
21 aprile. I polacchi del generale Anders, i “tori rossi” della 34.ma divisione americana e i fanti del Legnano entrano a Bologna.
22 aprile. Unità del IV corpo americano e del XIII britannico raggiungono il Po, rispettivamente, a San Benedetto e a Ficarolo.
23 aprile. A Finale, una frazione di Bondeno, le due armate si ricongiungono intrappolando quattro divisioni tedesche e alcuni reparti corazzati. Il generale Heidrich, comandante delle due divisioni paracadutisti intrappolate, per non cadere prigioniero deve attraversare a nuoto il Po.
24 aprile. Truppe americane entrano a Genova.
25 aprile. Il CNLI proclama l’insurrezione armata delle città del Nord Italia.
2 maggio. I tedeschi in Italia si arrendono e depongono le armi.

[1] I “Coccodrilli”(Crocodiles)  erano carri armati Churchill trasformati in carri lanciafiamme. Quando li videro in azione per la prima volta, i tedeschi ne furono terrorizzati. I “Canguri” ( Kangaroos) erano carri Sherman adattati per il trasporto di piccole unità d’assalto. La torretta era stata tolta e all’interno del mezzo, protetti dalla corazza, potevano trovare posto dai cinque ai sette soldati.

[2] Della canzone “D-Day Dodgers” esistono  varie versioni. Sul sito della BBC trovate il testo completo; qui potete ascoltare la canzone nella versione dei Leesiders  e qui prendere visione  della sua traduzione.

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