Arcata 19

Casaltone monumento

Nell’aprile del 1945, una volta subìto lo sfondamento della Linea Gotica, i tedeschi in fuga si riversarono nella Pianura Padana nel tentativo di raggiungere il fiume Po prima degli Alleati. Durante questa corsa disordinata  e disperata non mancarono episodi di violenza ai danni degli abitanti di piccole località, frazioni, agglomerati di case coloniche situate nella bassa parmense e reggiana. Sono “le stragi dell’ultimo giorno”, tanto più crudeli e inspiegabili in quanto commesse a pochi giorni, a poche ore quasi, dalla cessazione delle ostilità.

Uno dei miei cinque lettori mi ha mandato via mail il testo di un paio di articoli usciti su un giornale locale – La Gazzetta di Parma– e relativi a una di quelle stragi.  Li pubblico volentieri.

Prologo

Sorbolo è un paese della bassa parmense. Oggi conta circa diecimila abitanti. È situato sulla riva sinistra del fiume Enza. Brescello –il paese di Don Camillo – e il Po non sono molto distanti. Due ponti – uno ferroviario e un altro stradale- attraversano l’ Enza a Sorbolo mettendo in comunicazione le province di Parma e di Reggio Emilia.
Durante la seconda guerra mondiale quei due ponti , situati lungo un’importante via di comunicazione, divennero obiettivi militari. Le bombe degli aerei alleati e il tritolo dei partigiani della Settima SAP “Julia” riuscirono a metterli fuori uso. Ma c’era anche un terzo ponte. Un ponte di legno. Nel ’45, intorno alla metà di aprile, presagendo il peggio, i tedeschi lo avevano tirato su in fretta e furia nei pressi di Casaltone,  tre chilometri a sud del capoluogo.

Quell’ultimo ponte

Il 20 aprile 1945 i GI americani irrompono nella Pianura Padana a una ventina di chilometri da Bologna. Due giorni dopo, il 22, unità statunitensi e britanniche raggiungono il Po rispettivamente a San Benedetto(MN) e a Ficarolo(RO). La Linea Gotica è stata sfondata. Le truppe tedesche in Italia si ritirano per sfuggire all’accerchiamento.
È una ritirata disordinata e caotica, una vera e propria rotta. Non ci sono più reggimenti, gradi, ordini, disciplina. I tedeschi vogliono raggiungere il Po ad ogni costo e salvare la pelle. Solo questo conta. Hanno le barbe lunghe, le uniformi a brandelli, vedono partigiani dovunque, temono imboscate, sono tesi,  hanno il grilletto facile. Un nonnulla potrebbe scatenare reazioni incontrollabili.
Il 23 aprile gruppi di civili armati – mandati lì chi dice dal CNL, chi dagli americani – prendono posizione nei pressi del ponte di fortuna sull’Enza. Secondo alcune testimonianze si tratta di un’operazione in grande stile alla quale partecipano gli uomini “ vecchi e giovani” di Casaltone; secondo altre testimonianze si tratta di una scaramuccia e per giunta  limitata alla sola mattina del 24. Sia come sia, attorno al ponte si combatte.
Nel primo pomeriggio del 24 una colonna di militari tedeschi in bicicletta raggiunge Casaltone. Sono armati. Stando ad alcune testimonianze, appartengono in gran parte alle SS. Vengono con l’ordine di garantire la sicurezza del ponte o vengono, piuttosto,  con l’intenzione di compiere una rappresaglia?
La gente si chiude nelle case. Nei pressi del ponte o, stando a un’altra versione, dalle finestre di alcune abitazioni del paese qualcuno spara. I tedeschi reagiscono. È una strage: ventuno civili vengono uccisi, altrettanti vengono feriti. Dopo aver incendiato alcune abitazioni, gli aggressori raggruppano i superstiti e se ne fanno scudo contro eventuali attacchi da parte dei partigiani mentre attraversano il paese. Fra gli ostaggi c’è anche il parroco di Casaltone, don Giovanni Morini. Invano ha cercato di placare gli animi, invano si è offerto come ostaggio al posto dei suoi parrocchiani. Una volta usciti dal paese, i tedeschi abbandonano gli ostaggi e riprendono la loro fuga.
Questi per sommi capi gli avvenimenti di quei giorni. Le testimonianze scritte sono scarse e spesso contraddittorie, non esistono documenti: ricostruire con esattezza quanto successo diventa pertanto difficile. A maggior ragione a distanza di quasi settant’anni. Restano le domande: chi sparò per primo? Dove? Quando? Per ordine di chi? A quali unità appartenevano quei soldati tedeschi? Chi li comandava? Fu una reazione incontrollata di militari  sbandati o fu un’azione voluta e decisa in anticipo? Ma, a ben vedere, ha senso cercare una risposta a queste domande? Qualsiasi risposta non potrebbe mai spiegare la ferocia e l’assurdità di quell’azione in cui uomini e donne innocenti persero la vita a pochi giorni dalla fine del conflitto.

Epilogo.

Casaltone lapide SalvatoriNel cimitero di Sorbolo l’arcata 19 è situata più o meno a metà dell’ala ovest della parte cosiddetta “vecchia”. E’ l’arcata dedicata ai partigiani e ai civili sorbolesi – uomini e donne- caduti durante la seconda guerra mondiale. In alto, là dove l’arcata si restringe e tocca il soffitto, c’è, quasi nascosta,  una lapide più piccola delle altre. Chi passa davanti all’arcata deve alzare lo sguardo per poterla individuare. Quella lapide ricorda Giorgio Salvatori, una delle ventuno vittime della strage  di Casaltone.
Giorgio Salvatori era un bambino . Un bambino di quattro mesi.

Guido Azzali (69 anni)
Ubaldo Azzali (34 anni)
Emilio Baroni (50 anni)
Florio Benassi (23 anni)
Renzo Confortini (16 anni)
Luigia Dall’Asta (16 anni)
Amedeo Fava (56 anni)
Gianni Galvani (19 anni)
Amilcare Gandolfi (53 anni)
Costante Ghiretti (37 anni)
Umberto Maestri (40 anni)
Ercole Pesci (69 anni)
Oreste Pesci (69 anni)
Ennio Pesci (47 anni)
Ermete Pesci (15 anni)
Gustavo Pesci (56 anni)
Nello Reggiani (31 anni)
Giorgio Salvatori (4 mesi)
Luigi Sepali (28 anni)
Rino Setti (21 anni)
Rosolino Zoni (29 anni)

Da leggere:

Vittorio Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45, 1975

Roberto Battaglia, Storia della resistenza italiana, Einaudi, 1979

Emilio Cocconi, Mario Clivio, Parliamo un po’ di Sorbolo, 1979

Leonardo Tarantini, La resistenza armata nel parmense, Step, 1978

Le testimonianze.

Gazzetta di Parma, 2 maggio 1945, Le atrocità tedesche a Casaltone. Articolo non firmato

 “A Casaltone le case bruciate e diroccate restano a testimoniare l’inutile ferocia tedesca. Le carrette e gli autocarri colpiti e rovesciati ai margini della strada parlano di sconfitta e di rotta. La voce di chi interroghiamo, ferma, ci parla dei morti che ebbe un giorno a compagni nella vita intima di poche case raccolte attorno alla chiesa come di soldati, che, caduti per un ideale, riposino finalmente vendicati: “ Ricevuto dal locale Comitato di Liberazione Nazionale l’ordine di proteggere il ponte di fortuna sull’Enza, gli uomini giovani e vecchi di Casaltone iniziavano il lunedì la loro attività catturando una ventina di tedeschi. Il giorno dopo, attaccati da più di cento fra tedeschi e fascisti si difendevano eroicamente fino all’ultimo, sino a quando, lasciati sul terreno diversi morti, per mancanza di munizioni dovevano sciogliersi e disperdersi. Si scatenava allora la furia dei tedeschi che entrati nelle case cominciarono i saccheggi, le uccisioni e gli incendi ciecamente e senza nessuna pietà.
Gli viene indicata una casa: “ Là, ci dicono, un bimbo di sei mesi, Giorgio Salvatori, fu ucciso in grembo alla madre da un colpo di moschetto che ferì anche la donna inorridita dal sangue della sua creatura. In un’altra venivano uccisi a bruciapelo Amedeo Fava, Gustavo, Ercole e Oreste Pesci, tutti della stessa famiglia, tutti colpevoli di essere italiani. Erano pure assassinati nelle loro abitazioni Guido Azzali col figlio Ubaldo e Ennio Pesci col proprio figlio. Altre vittime risultano essere Nello reggiani, Amilcare Gandolfi, Gianni Galvani, Ernesto Sepali, Rino Setti, Umberto Maestri, Rosolino Zoni e Ghiretti, detto “Morèn”.
“Mentre gli eccidi venivano commessi, giungeva notizia del sopraggiungere delle forze alleate e ciò significava per i tedeschi il combattimento contro altri soldati, contro gente armata. Non solo non lo accettarono, ma radunate trecento persone del paese, donne e bambini col parroco don Giovanni Morini, iniziarono il ripiegamento su Casalbaroncolo dopo aver avvisato gli ostaggi che la loro sorte era segnata, ridendo del pianto delle donne, dell’orrore e del panico suscitato. Il coraggio e la decisione di alcune staffette che riuscirono a raggiungere la Via Mantova  in cerca di soccorso, evitava la strage certa degli inermi , già presi di mira dalle mitragliatrici. Ora i morti riposano nel cimitero di Sorbolo.”
Questo il racconto di uno di coloro che vissero le tragiche ore di Casaltone. Non aggiungiamo nessun commento poiché i fatti hanno la forza che potrebbe mancare alle parole, soltanto ricordiamo con quanta gioia abbiamo risposto al saluto di due patrioti seduti a cavalcioni sul fusto dilaniato di un cannone tedesco coi piedi su uno di quegli elmetti che da soli simboleggiarono sempre per gli italiani: Germania e oppressione.

 

                                               ***

Gazzetta di Parma, 24 aprile 1965, L’eccidio di Casaltone, articolo firmato Ulisse Adorni.

La primavera è tornata anche qui, a Casaltone, in mezzo al lezzo dei canali, fra le case ammuffite, lungo l’argine piccolo.
Strani fiori che hanno la vita di un giorno nascondono le sponde livide e l’acqua sporca, su cui galleggiano scatole di conserva. La gente vive, nei campi o nelle fabbriche, i giorni nuovi del’anno e la domenica, intorno alla rotonda del crocevia, i ragazzi di Casaltone raccontano forte le cose semplici della loro età. Anche alcuni vecchi si sono fermati a parlare all’ombra dei pini che velano il monumento. Casaltone è tutto qui, un paese piccolo, aggrappato alla chiesa ed alle due osterie con gente che vuole soltanto vivere in pace e che sogna di farsi la casetta lungo la strada maestra.
Solo negli occhi di quelli che hanno “ visto” senza poter fare nulla, si legge un poco della spaventosa tragedia che segna con un filo rosso di sangue la fine della guerra. È stato duro per questa gente ricominciare, ma la forza l’hanno ritrovata per i piccoli, per la speranza, che non abbandona nessuno, di un mondo nuovo dove non ci sia posto per fatti come questo.
“Era una mattina di primavera”. Comincia sempre così il racconto: era il 24 aprile del 1945. Si parla al presente, perché quel giorno vive ancora. Siamo agli ultimi giorni di guerra. I tedeschi sono in ritirata e già a Sorbolo giungono le prime avanguardie delle truppe alleate. Per ordine degli americani, un gruppo di patrioti viene inviato a difesa dell’unico ponte di legno che ancora permette l’attraversamento dell’Enza. Anche i tedeschi, infatti, sono vicini e si teme vogliano distruggere la passerella.
La mattina del 24 aprile trascorre tranquillamente. La gente è a caccia delle notizie che si spandono in un baleno, che vengono ridimensionate o annullate, circa la fine della guerra. Al ponte si sparano alcuni colpi di fucile. Poi, verso le 15, sulla strada che da Casaltone conduce alla Via Emilia, appare una lunga colonna di tedeschi in bicicletta. Sono armati, appartengono per la maggior parte alle “SS”.
Dalle finestre viene esploso qualche colpo, ma il resto della gente fugge e si chiude a gruppi nelle case. Ma bastano quei colpi isolati a scatenare la rappresaglia. I primi episodi di crudeltà si registrano in un gruppo di case chiamato “ Piave”. Qui i soldati sfondano le porte e le finestre con bombe a mano e raffiche di mitra, costringono gli abitanti ad uscire e, dopo aver cercato inutilmente nelle loro povere case qualche oggetto di valore, incendiano tutto. Alla fine, l’eccidio.
Guido Azzali viene abbattuto da una raffica di mitra sotto gli occhi della moglie e della figlia. A pochi metri di distanza cade Ubaldo Azzali, il primogenito della famiglia ed i soldati fanno scempio del cadavere davanti alla madre impietrita. Intanto nella casa di Gustavo Pesci vengono uccisi tre uomini che vi avevano cercato scampo, insieme al proprietario: Amedeo Fava, Nello Reggiani, Rino Setti. Ma il massacro non è ancora terminato. I tedeschi abbandonano la località “Piave” ormai trasformata in un rogo e marciano verso il centro del paese.
Qui le testimonianze si confondono o si fanno tremanti, discrete, perché non si tratta più di un episodio di guerra, ma di una cieca vendetta. Tutti coloro che sono dinanzi alle case o che si affacciano alle finestre o che fuggono nei campi vengono uccisi. Gli altri, strappati alle cucine od ai solai, vengono incolonnati e costretti ad attraversare la via centrale del paese. I tedeschi, temendo la reazione dei pochi patrioti ancora nascosti, si fanno scudo con le donne e con i bambini. Solo un miracolo impedisce che la strage sia consumata fino all’ultima goccia: la notizia che forze alleate si stanno dirigendo su Casaltone a marce forzate.
Altre vittime, però, si aggiungono a quelle che già sono nella polvere. Ermete Pesci, un ragazzo di 15 anni, torturato prima di essere messo al muro; Gianni Galvani, di 19 anni, ucciso mentre cercava scampo dalla sua casa in fiamme; Amilcare Gandolfi; Emilio Baroni; Luisa Dall’Asta; Renzo Confortini; Ennio Pesci (padre di Ermete); Roso Zoni; Florio Benassi; Ercole Pesci; Oreste Pesci; Umberto Maestri; Luigi Sepali.
Non c’è limite ormai alla strage e in quegli istanti i soldati non sono uomini. Giorgio Salvatori, un fanciullo di sei mesi, viene ucciso con una raffica di mitra nelle braccia della madre. Anch’ella rimane gravemente ferita dalla scarica. Infine l’ultima vittima: Costante Ghiretti. Ferito gravemente, viene scaraventato a terra e calpestato. Morirà il giorno della Liberazione, dopo una notte di atroce agonia trascorsa nella chiesa parrocchiale.
In quelle ore di eccidio, eroico fu il comportamento del parroco don Morini che mise a repentaglio la propria vita per quella degli altri e che si offerse in cambio degli ostaggi.
Dice il Battaglia nella sua “Storia della Resistenza”: “ …L’ultimo combattimento si svolge a Casaltone dove i tedeschi pagano duramente gli ultimi atti di ferocia commessi contro la popolazione civile.” Alla fine i tedeschi si ritirano, temendo l’arrivo delle truppe alleate e la vendetta dei partigiani. Ai casaltonesi non rimase che comporre pietosamente i cadaveri sparsi nella strada  e fare il triste bilancio della giornata. Erano rimasti uccisi ventun cittadini, mentre i feriti superavano anch’essi la ventina: di questi, poi, alcuni lo erano in modo gravissimo.

                                               ***

Vittorio Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45, pag 369.

Il Signor Confortini che visse i giorni di quell’illogica ed assurda strage ci ha minuziosamente rievocato ogni particolare con voce rotta dall’emozione del ricordo. “Da quando i ponti di S.Ilario e di Sorbolo erano divenuti inagibili per i bombardamenti alleati, i Tedeschi ne avevano costruito uno in legno a Casaltone intenzionati a servirsene anche per la ritirata. Senonché il 21 gli apparecchi danneggiavano lievemente anche questo ed i partigiani tentarono di incendiarlo. Resi furiosi da tali azioni, i Tedeschi si lanciarono alla caccia dei sappisti, ma i tempi stringevano ed essi non poterono vendicarsi come avrebbero voluto. Essi avevano anche la preoccupazione di distruggere quel ponte per ostacolare l’inseguimento alleato. Toccava pertanto ai civili, patrioti improvvisati, impedire che i Tedeschi realizzassero il loro piano. In realtà il tentativo di passaggio di alcuni automezzi nazifascisti nelle prime ore del 24 era stato ostacolato da qualche civile armato. Ciò fu probabilmente la causa immediata della ritorsione tedesca. Arrivarono in molti, forse avvertiti da una spia o da qualche prigioniero costretto a parlare. Il piccolo centro venne setacciato sistematicamente e molte case furono incendiate.

Il racconto prosegue riprendendo in gran parte quanto pubblicato dalla Gazzetta di Parma  del 24 aprile 1965.

 

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