A bunch of “idiots”- Un mucchio di “idioti”

Boston Red Sox

Prologo

Intorno alle 23,30 del 27 ottobre 2004, al Busch Stadium di St. Louis, Missouri, col punteggio di tre a zero a favore dei Red Sox, il lanciatore Keith Foulke took the mound [1] per conservare il punteggio e salvare la partita. Era in corso un’eclissi . A causa di uno strano gioco di riflessi, nei cieli americani la luna aveva assunto un colore rossastro. A St Louis, tuttavia, una spessa coltre di nubi ne impediva la vista. Con passo sicuro, cercando di controllare la tensione, Foulke  uscì dal bullpen[2], salì sul monte di lancio   e cominciò il riscaldamento.
A millesettecento chilometri di distanza, nelle strade, nei bar, nelle piazze di Boston , Massachusetts, e in tutto il New England, migliaia di tifosi dei Red Sox – uomini e donne, giovani e anziani, persino bambini svegliati nel cuore della notte perché fossero testimoni dell’avvenimento – staccarono gli occhi dai televisori e dai megaschermi e alzarono lo sguardo verso il cielo sgombro da nuvole. E sulla superficie di quella strana luna rossa molti videro quello che volevano vedere: non le solite macchie e le solite ombre rese più marcate dall’eclissi e dai riflessi rossastri, ma  i tratti del volto del grande, immenso, immortale  Babe Ruth .
Il Bambino era tornato. E sorrideva.

Curva pericolosa.

A Boston un cartello stradale appeso alle arcate del Longfellow Bridge avvertiva gli automobilisti della presenza di una curva pericolosa. Con pennello e vernice, un tifoso -disperato, rassegnato o semplicemente spiritoso – aveva trasformato la scritta Reverse curve, controcurva,  curva pericolosa in Reverse the curse,  inverti la maledizione, cambia verso alla maledizione. Mentre, a St. Louis, Foulke si apprestava ad affrontare nell’ultima, decisiva ripresa  i formidabili battitori dei Cardinals, a Boston il cartello con la scritta reverse the curse era ancora là, immutato e immutabile.
Come la maledizione che evocava: “la maledizione del Bambino”.

George Herman “Babe” Ruth, il Bambino,  era stato un grande lanciatore e un grandissimo battitore. Nei primi anni del Novecento, con lui in organico, i Red Sox  erano diventati una squadra vincente, “la” squadra vincente. Nel gennaio del 1920,  dopo tre stagioni culminate con la conquista del titolo, il Bambino fu ceduto agli Yankees di New York per centomila dollari. Perché? Perché  i Sox erano a corto di  soldi? Perché il proprietario del club, Harry Frazee, aveva bisogno di liquidità per finanziare una musical a Broadway? Sia come sia, un fatto è certo: Babe Ruth fece le valigie e lasciò il New England. Dopo la sua partenza i Sox cominciarono a perdere e gli Yankees a vincere.
Col passare del tempo la partenza di Babe Ruth e non la scarsa qualità tecnica dei giocatori fu associata alle pessime prestazioni dei Red Sox . Negli anni ’90 assunse i tratti di una vera e propria maledizione. Presero forma le ipotesi più strane, in gran parte prive di fondamento. Compresa quella secondo la quale  era stato Babe Ruth in persona a predire un futuro di sconfitte per la sua ex squadra.
E di sconfitte ce n’erano state tante, una peggiore dell’altra. Nel 1986 il prima base Bill Buckner, nel tentativo di anticipare un’innocua battuta di Moodie Wilson, si era lasciato passare la pallina fra le gambe consegnando la vittoria e il titolo ai Mets. Nel 1978 Bucky Dent aveva battuto un fuoricampo da tre punti grazie al quale gli odiati Yankees si erano presi la wild card e, in seguito, l’ennesimo titolo. Nel 2003 il manager dei Sox, Grady Little, aveva lasciato in campo lo stanchissimo e dolorante lanciatore Pedro Martinez a farsi massacrare dai battitori di New York.
Non potevano essere semplici coincidenze. I tifosi dei Sox si erano quasi rassegnati a essere perdenti in eterno. Nell’86 Steve e Karin Sheppard,  in vacanza in Irlanda, si giurarono reciproca fedeltà “finché morte non ci separi o finché i Red Sox non vinceranno le World Series”. Circolavano battute al veleno. Tipo questa: un tifoso dei Red Sox va in Paradiso e chiede a Dio: “Quando vinceremo le World Series?” Dio si gratta il mento, pensieroso, poi risponde: “Beh, di sicuro non durante la mia vita.” ( NY Times, 20/10/2004).  Quando Buckner nel 1990 tornò a giocare a Boston, Fenway Park gli tributò una standing ovation. Non era colpa sua la sconfitta dell’86 : come tutti gli altri, anche lui era vittima di qualcosa di umanamente incontrollabile.
E così quando Albert Pujols , prima base dei Cardinals, poco dopo le 23,30 del 27 ottobre 2004, batté valido facendo passare la palla fa le gambe di Foulke, per molti tifosi gli incubi  tornarono a materializzarsi. Chissà quanti di loro avranno pensato: ci risiamo, ecco di nuovo la maledizione, ecco di nuovo Buckner.
Ma il vento non faceva più il solito giro: il vento era cambiato.
Dieci giorni prima.

Why not us?

Dieci giorni prima i Red Sox erano virtualmente fuori dai giochi. Il giornalista Bob Ryan scrisse sul Boston Globe: “Sono sotto tre a zero, hanno perso l’ultima partita 19 a 8: in questo sport si tratta di una vera e propria condanna a morte. Presto tutto sarà finito e noi trascorreremo un altro triste inverno recriminando su questo e su quello.”[3]
Gli Yankees – ancora loro- in vantaggio di tre partite a zero conducevano quattro a tre nell’ultima ripresa della quarta partita per il titolo di Lega[4]. A Fenway Park i tifosi esibivano cartelli con la scritta I believe, ci credo, ma forse erano loro i primi a non crederci. Mariano Rivera, il pitcher Yankee con la faccia da torero, salì sul monte di lancio per farla finita. Ma gli “ idioti”- come orgogliosamente si autodefinivano-  non erano finiti. O forse Babe Ruth, consapevole di aver tirato troppo la corda,  aveva deciso di dare una mano a quella banda di scavezzacolli barbuti e capelloni, trasgressivi e anticonformisti per i quali finire la partita con la divisa immacolata significava non aver giocato affatto.
Fatto del tutto inusuale, Rivera concesse una base su ball al primo battitore affrontato,  Kevin Millar. Erano  tre anni che Rivera non concedeva una base su ball nei playoff. Un segno? Terry “Tito” Francona, il manager dei Sox, tolse Millar e mandò in campo come sostituto corridore ( pinch runner) il velocissimo Dave Roberts. Non ci voleva un genio per interpretare quella mossa: Roberts avrebbe cercato di “rubare” la seconda base e raggiungere una posizione utile per segnare il punto del pareggio.
Per tre volte consecutive Rivera  lanciò in prima nel tentativo di eliminare Roberts o di  impedirgli di staccarsi troppo dal cuscino.  Quando finalmente fece partire il lancio verso casa base,  Roberts scattò in avanti. Il popolo di Fenway Park trattenne il fiato per esplodere in un urlo di gioia quando il corridore toccò salvo il cuscino di seconda. Sul viso del ricevitore Yankee Jorge Posada comparve una smorfia di disappunto.
Fu quello il momento decisivo. In quel preciso momento, la “maledizione del Bambino” cambiava verso e la corsa di Roberts entrava nella storia e nella leggenda come “ The Steal“, la rubata per antonomasia.


Il pareggio arrivò grazie a una battuta valida del terza base Bill Mueller e la partita andò agli extra inning[5]. David Ortiz, detto “Big Papi”,  la chiuse con un fuoricampo alla dodicesima ripresa. Il giorno dopo a Boston cominciarono a vedersi nei negozi e sulle bancarelle t-shirt con la scritta “Why not us?”, perché non noi?
Già, why not us?

La notte più lunga.

Che il vento stesse girando e che Babe Ruth stesse sonnecchiando lo si capì la sera successiva, quando i Red Sox, sotto 4 a 3, agguantarono il pareggio all’ottava ripresa grazie a una volata di sacrificio[6] del loro uomo-simbolo e futuro capitano, il catcher Jason Varitek. Ma la maledizione del Bambino era  sempre in agguato. Nella parte alta della nona ripresa[7], con due eliminati e  Ruben Sierra in prima base, Tony Clark batté lungo verso la parte destra del campo. Se la palla fosse uscita direttamente dallo stadio, cioè se la battuta di Clark fosse stata abbastanza lunga da diventare un fuoricampo, gli Yankees avrebbero segnato due punti; se la palla fosse rimasta in campo, Sierra sarebbe forse riuscito a raggiungere casa base per il punto decisivo. Ma quella sera gli dei del baseball avevano deciso altrimenti: la palla di Clark rimbalzò all’interno del campo e , come spinta da una mano invisibile,  uscì dalla recinzione .  In questi casi, secondo regolamento, si concede un doppio: ai giocatori, cioè, è consentito avanzare di due basi. Non una di più. Sierra dovette fermarsi in terza e gli Yankees persero l’occasione di passare in vantaggio.
Si andò di nuovo agli extrainning. Alla quattordicesima ripresa, con due eliminati e due corridori in base ( Johnny Damon in seconda, Manny Ramirez in prima), David Ortiz, il gigante nero, si presentò alla battuta. Sugli spalti una giovane tifosa alzò un cartello: Do it again, Papi, fallo di nuovo, Papi. Alludeva ovviamente al fuoricampo della sera precedente, quello decisivo. Una signora di mezza età giunse le mani in segno di preghiera e alzò  gli occhi al cielo come se Dio non avesse altro di cui occuparsi; un signore anziano non resse la tensione e si voltò per non vedere; un gruppo di ragazzi batté le mani ritmicamente contro il rivestimento di gommapiuma del “ Mostro verde”,  il muro di recinzione di Fenway Park; un bambino sorrise. Le speranze della Sox Nation erano di nuovo nelle mani di quel gigante mancino dal cuore generoso e dallo swing devastante.
“Papi” aveva di fronte Estebàn Loaiza, un discreto lanciatore, veloce, potente il giusto, bravo a trovare gli angoli. E gli effetti erano sotto gli occhi di  tutti: Ortiz girava la mazza, colpiva la pallina ma non riusciva a mandarla in campo. La “spizzava” come si dice in gergo, mandandola ora dietro il ricevitore, ora sulle tribune, ora in foul sulla parte lunga sfiorando il fuoricampo.  Accadde nove volte. E ogni volta il popolo dei Red Sox incitava, gridava, pregava, bestemmiava, urlava, si disperava. Tutti erano tesi, in campo e sugli spalti.
Al decimo lancio, finalmente, Ortiz spedì la palla in campo e la sua “quaglia morente” [8] mandò Damon a segnare il punto della vittoria. Dopo quasi sei ore di gioco, la notte più lunga finiva con i Sox ad abbracciarsi attorno a Damon e a Ortiz, mentre sugli spalti il popolo rossoblù scandiva, in un crescendo assordante, “ Let’s go, Red Sox!”  Scuro in volto, il capo chino, il manager degli Yankees,  Joe Torre,  lasciò il campo e raggiunse gli spogliatoi.

Il calzino insanguinato.

Restavano da giocare due partite. Ma si sarebbero dovute disputare nel Bronx, nel leggendario stadio di Babe Ruth, di Joe Di Maggio, di Lou Gehring. Sperare di vincere lì richiedeva un atto di fede suprema. O un intervento divino.
Bastò Curt Schilling.

Curt Schilling giocava lanciatore. A trentasette anni suonati, in una sera disturbata da un vento fastidioso, salì sul monte di lancio a New York per gara 6 . I Red Sox lo avevano acquistato alla fine del 2003 dagli Arizona Diamondbacks. Nel 2001 la squadra di Phoenix aveva vinto il titolo a spese degli Yankees. Schilling era stato decisivo. Quindi chi meglio di lui per avere ragione degli odiati avversari?
Schilling aveva un pessimo carattere e un problema alla caviglia destra: un legamento tendeva a uscire dalla sua guaina. Soprattutto sotto sforzo. Il problema si era aggravato  verso la fine della stagione regolare. In Gara 1 contro New York , la caviglia di Schilling era stata immobilizzata con una sorta di bendatura rigida. Non aveva funzionato: Schilling era stato sostituito alla sesta ripresa con gli Yankees in vantaggio per sei a zero.
Ma Schilling era stato ingaggiato proprio per mettere in difficoltà gli Yankees. Non poteva finire nella lista degli infortunati. Urgeva rimediare. Il dottor William Morgan dello staff dei Sox pensò allora di “cucire” mediante punti di sutura il legamento al tessuto connettivo, in modo da mantenerlo stabile anche sotto sforzo. Avrebbe funzionato?
Funzionò. Nella bolgia dello Yankee Stadium, Schilling sparò le sue bombe con la scioltezza di chi durante la stagione regolare aveva vinto ventuno partite perdendone solo sei. Preciso ( 67 strike su 99 lanci totali) e coraggioso vinse la “sua” partita col cuore e con la tecnica, con il carattere e con l’esperienza, non perdendo mai la  concentrazione. Neppure quando, lancio dopo lancio, il calzino (sock) della caviglia operata si bagnava di sangue. Le telecamere delle Tv mandarono in migliaia di case l’immagine di quel calzino insanguinato. E agli occhi di centinaia di migliaia di americani il calzino insanguinato di Schilling divenne il simbolo dell’abnegazione  e del coraggio, della tenacia e della voglia di affermarsi. Di un uomo e di due Nazioni. Di quella a stelle e strisce e di quella che aveva come emblema un paio di calzini rossi.



Al termine della partita, finita 4 a 2[9] per i Red Sox, Schilling si sfilò il calzino insanguinato e lo gettò in un contenitore dei rifiuti[10]. Poi andò alla conferenza stampa  indossando una maglietta nera con la scritta Why not us?

“ Ci sono cose che non hanno prezzo…”

Derek Lowe era arrivato a Boston nel 1997 da Miami  in una specie di pacco dono insieme al ricevitore Jason Varitek. Una sorta di due per uno al mercato del baseball. I Marlins, davvero lungimiranti, non si fidavano di lui o lo consideravano scarso. Era alto quasi due metri e pesava un quintale. Alla corte dei Red Sox faticò a trovarsi un ruolo: prima lanciatore partente, poi lanciatore di rilievo, poi closer[11] poi di nuovo partente. Quella del 2004 non era stata per lui una stagione proprio memorabile. Come partente aveva vinto 14 partite e ne aveva perse 12.  Ma soprattutto aveva concesso , in media, più di cinque punti a partita. E sette in un solo inning agli Yankees. Troppi.
Grande fu dunque la sorpresa quando fu designato partente  in gara 7. Tutti o quasi tutti a Boston e altrove si aspettavano Tim Wakefield o il più quotato Pedro Martinez. Anche i cinquantamila tifosi degli Yankees  aspettavano Pedro per percularlo con  cartelli, cori, canzoncine e sfottò preparati per l’occasione. E invece sul monte salì Lowe. Un azzardo? Una mossa avventata? L’ennesima dimostrazione di masochismo targato Red Sox ? A Terry Francona saranno fischiate le orecchie. Ma mai mossa fu più azzeccata: sei riprese giocate, 69 lanci, una sola battuta valida concessa, un punto, una base su ball e tre strike out. Una signora partita. Stato di grazia o avversari spompati? Entrambe le cose, probabilmente.

Il baseball è uno sport dominato dalla scaramanzia se non proprio dalla superstizione. Se un lanciatore non sta concedendo valide, guai a dirglielo perché di sicuro il prossimo battitore la butterà fuori. Sei in serie positiva da alcune partite? Non lavare l’uniforme di gioco perché se lo farai non batterai più valido. E via di questo passo. E in omaggio alla scaramanzia, gli Yankees avevano fatto lanciare la prima palla  di gara 7 a Bucky Dent, l’artefice della vittoria del ‘78.
Non aveva funzionato. A far venire il mal di testa agli Yankees  ci avevano pensato prima il solito Ortiz ( home run da due punti alla prima ripresa), poi il redivivo Johnny Damon. Figlio di un militare americano e di una donna tailandese, Damon aveva qualcosa di orientale nei lineamenti e un colpo d’occhio e una potenza straordinari in battuta. A Boston , dove era arrivato agli inizi del 2003 da Oakland, si era lasciato crescere barba e capelli alla nazzarena. Sembra Gesù Cristo fecero notare i tifosi costantemente in attesa di miracoli.
Damon non si era visto granché nelle gare precedenti: 3 valide su 29 presenze, 103 di media. Una miseria. Nella seconda ripresa si presentò nel box di battuta con le basi piene. Brown,  il lanciatore partente, era stato sostituito e sul mound adesso c’era Javier Vasquez, a lungo oggetto- neanche troppo segreto – del desiderio Red Sox.  Damon colpì in pieno il primo lancio di Vasquez spedendo la palla fuori dallo stadio. Fu un fuoricampo da quattro punti, un vero colpo da maestro. I Red Sox si portarono sul sei a zero. Damon batté un secondo fuoricampo alla quarta ripresa e i Sox presero il largo.
I tifosi Yankee erano sbigottiti , ammutoliti, increduli e incazzati neri. Ripresero animo verso l’ottava ripresa quando Lowe fu sostituito da Pedro: un po’ perché New York accorciò le distanze segnando tre punti e molto perché finalmente poterono scatenarsi nei confronti di Pedro, perculandolo a più non posso per via di una sua incauta affermazione di qualche tempo prima. Non bastò: Boston vinse 10 a 3.

Sotto tre partite a zero e in svantaggio 4 a 3 nell’ultima ripresa di gara quattro , i Red Sox erano stati capaci di ribaltare il risultato vincendo quattro partite di fila con buona pace della maledizione del Bambino. Non era mai accaduto prima, non accadrà mai più dopo. Nessuna squadra era stata capace di una prestazione simile, nessun’altra squadra sarà capace di una prestazione simile. Almeno  fino a oggi non è ancora accaduto. Quella “ banda di idioti” aveva compiuto un’impresa storica. Unbelievable , incredibile, fu il commento degli addetti ai lavori.
La Sox Nation andò letteralmente fuori di testa. In uno spot pubblicitario girato per una nota carta di credito secondo la quale certe cose non hanno prezzo, per  un biglietto della finale contro i Cardinals di St Louis c’era chi era disposto a dare cinquecento dollari, lo stipendio di due mesi, l’auto, la casa, il cane, la fidanzata, il computer, persino il figlio primogenito, qualsiasi cosa. Esagerazioni, certo, ma con più di un fondo di verità. Per i tifosi vedere di nuovo i Sox in finale era una specie di miracolo. E come tutti i miracoli era  davvero senza prezzo.

Tonight’s the night.

Nella notte di St Louis Foulke aveva ora di fronte Scott Rolen, un signor battitore. Si portò sul 2 a 1 a proprio favore ( due strike e un ball). Il popolo dei Red Sox rumoreggiava sulle tribune, nei bar e nelle piazze di Boston, in tutto il New England inneggiando a “ Big Papi” e facendo scongiuri a tutto spiano. Al Busch Stadium apparve un cartello : “Is this Heaven?” è questo il Paradiso?[12]”  Al quarto lancio, Rolen colpì la palla. Fu una  battuta lunga verso l’esterno destro: “Gabe” Kapler  prese la palla al volo e Rolen  fu eliminato.
Toccava a Jim Edmons, esterno centro dal fuoricampo facile. A Foulke bastarono tre lanci, -due palle veloci e una palla curva- per eliminarlo al piatto. Il telecronista di Fox Tv commentò: “ The Red Sox are one out away”, per vincere ai Red Sox  basta un eliminato. “Tonight’s the night” avrà pensato John Henry l’uomo d’affari proprietario dei Sox ( e, qualche anno dopo, anche del Liverpool FC) con la sua faccia da intellettuale e il suo soprabito di gabardine;  Tonight’s the night  amici  di St Louis: fatevene una ragione.
L’ultimo fu Edgar Renterìa, shortstop ( interbase) con la dinamite nel braccio e pessimo cliente in battuta. Renterìa lasciò passare il primo lancio- un ball interno- e colpì il secondo. La palla rimbalzò sul mound e finì nel guanto del lanciatore.
Foulke  si girò sulla propria sinistra, fece sei, sette passi( chilometri per lui, un’eternità per i tifosi) e consegnò la palla al compagno dal nome impronunciabile per un americano: il prima base Doug Mientkievicz. Renterìa, l’ultimo eliminato, giocava con il numero 3, lo stesso del Bambino. Semplice coincidenza?


Dopo ottantasei anni  i Red Sox erano  di nuovo campioni. Varitek finì fra le braccia di Foulke e sulla copertina di Time.  Sulla tomba di  Babe Ruth a Hawthorne,  NY, tifosi riconoscenti depositarono cappelli, palline, guanti, mazze, fiori rossi: The curse is over. Rest in peace, Babe. Buckner fu perdonato. E ci fu chi disse: adesso  posso morire in pace.

Epilogo

Boston e il New England impazzirono di gioia, i giocatori furono accolti come eroi. I figli sciolsero i voti dei padri, i nipoti quelli dei nonni.  Il cartello con la scritta “Reverse the Curse” fu tolto dalle arcate del Longfellow Bridge alla presenza del governatore del Massachusetts Mitt Romney; Roger Altman, ministro del Tesoro durante l’amministrazione Clinton, plastificò la prima pagina del New York Times con la cronaca delle World Series e la seppellì vicino alla tomba della madre, tifosa dei Sox , scomparsa prima di vederli vincere; il senatore John Kerry, in corsa per la presidenza degli Stati Uniti, si presentò a una manifestazione pubblica indossando un cappello da gioco dei Red Sox; durante la sfilata della vittoria a Boston faceva bella mostra di sé il cartello: “ Jeter is playing golf in this moment[13]”.

Non durò a lungo. Il “mucchio di idioti” cominciò a perdere pezzi. Lowe firmò per i Dodgers di Los Angeles, Pedro per i Mets. Kapler si svincolò e andò a giocare nel campionato giapponese, Dave Roberts si accasò a San Diego, “Pockey” Reese a Seattle, Mark Bellhorn alla corte degli Yankees. Arrivarono i lanciatori David Wells e Matt Clemens; fu messo sotto contratto l’interbase Edgar Renterìa. Nel 2006 anche Damon lasciò Boston per New York. Gli Yankees non tolleravano barbe e capelli lunghi: “Jesus” dovette accorciarsi i capelli e tagliarsi la barba. I Red Sox vinsero altri due campionati ( 2007, 2013), ma nella storia è rimasto solo quello del 2004.
Come ha scritto Dan Shaughnessy tutti ricordano Armstrong sulla luna e” il gigantesco balzo in avanti per l’umanità”(giant leap for mankind); pochi sanno dire qualcosa sulla seconda missione della NASA.”

Da leggere:

Dan Shaughnessy, The Curse of the Bambino, Penguin, 2004

Dan Shaughnessy, Reversing the Curse, H.M Harcourt, 2005

Da vedere:

L’amore in gioco (Fever Pitch- The Perfect Catch), 2005 ,  di Bobby e Peter Farrelly

[1] Nel gioco del baseball il mound è un terrapieno circolare leggermente rialzato allineato con la seconda base e situato al centro del campo interno. Alla sommità del mound si trova la pedana dalla quale il lanciatore affronta i battitori avversari. La pedana è situata a 18 metri e 44 centimetri dal piatto di casa base. L’espressione “to take the mound”, “ to take the hill” viene usata in gergo quando un lanciatore comincia la partita( starting pitcher) o quando subentra al lanciatore partente( relief pitcher).

[2] Il bullpen ( letteralmente recinto dei tori) è un’area adiacente al terreno di gioco nella quale i lanciatori effettuano il riscaldamento sia prima dell’inizio della partita, sia durante lo svolgimento della stessa. Il termine bullpen, per traslato, indica non solo il luogo fisico riservato ai lanciatori, ma anche l’insieme dei lanciatori sostituti ( relief  pitchers).

[3] They are down 3-0, after last night’s 19-8 rout and, in this sport, that is an official death sentence. Soon it will be over, and we will spend another dreary winter lamenting  this and lamenting that.

[4] Il campionato di baseball americano della Major League annovera trenta squadre divise in due Leghe: la American e la National League. Ogni Lega è a sua volta organizzata in tre gironi ( East, Central, West) di cinque squadre ciascuno. Al termine della stagione regolare, si disputano il titolo di ogni Lega ( pennant) le prime classificate dei tre gironi più una quarta squadra ammessa con una wild card dopo una partita secca fra le due migliori seconde classificate. Le partite eliminatorie si giocano al meglio dei cinque incontri; la finale al meglio dei sette incontri. Le due squadre vincitrici di Lega, cioè la vincitrice del pennant dell’American League e la vincitrice del pennant della National League, si incontrano per l’assegnazione del titolo (World Series) al meglio delle sette partite.

[5] Nel baseball il pareggio non è contemplato: “Si vince, si perde e qualche volta piove”, come recita un famoso adagio. (In caso di pioggia, infatti, non si gioca , a meno che lo stadio non sia una stadio coperto, ovviamente). In altre parole, in caso di pareggio dopo le nove riprese regolamentari, si gioca  a oltranza fino a quando una delle due squadre non mette a segno il punto decisivo. Nel 2014, in una partita per il titolo di Lega( National League), i Giants di San Francisco e i Nationals di Washington sono andati avanti fino alla diciottesima ripresa – hanno giocato, cioè, il doppio delle riprese ( o innings) previste per una partita normale- prima che i Giants mettessero a segno il punto della vittoria. I Giants hanno poi vinto le World Series battendo in finale Kansas City, quattro partite a tre.

[6] Sacrifice fly. Si indica con questo termine una battuta alta presa al volo da uno dei difensori esterni in seguito alla quale il corridore in terza base, partendo dal cuscino dopo la presa del difensore,  riesce a segnare un punto.

[7] Ogni ripresa si divide in due parti; la parte alta ( top) e la parte bassa(bottom). Nella parte alta, la squadra di casa è schierata in difesa, mentre la squadra ospite è in attacco; nella parte bassa, i ruoli si invertono: la squadra di casa attacca e la squadra ospite  si difende.

[8]Dying quail”. Viene chiamata in questo modo una battuta alta che cade improvvisamente nella zona fra i difensori interni e i difensori esterni senza che né gli uni né gli altri riescano a intervenire.

[9]Gara 6 fu anche la partita delle decisioni contestate. Alla quarta ripresa Mark Bellhorn, seconda base, batté lungo verso l’esterno sinistro. La palla colpì la mano di uno spettatore e ritornò in campo. Sulle prime gli arbitri non concessero il fuoricampo, poi rividero la propria decisione e i Sox si portarono sul 4 a 0.
All’ottava ripresa il sostituto di Schilling, Bronson Arroyo, raccolse un battuta corta di Alex Rodriguez e gli si fece incontro per eliminarlo. Mentre stava per essere toccato, Rodriguez colpì intenzionalmente col braccio il guanto di Arroyo. La palla cadde a terra , Rodriguez raggiunse la  prima base e Derek Jeter segnò il punto del 4 a 2.  Non era un’azione regolare: il difensore ( in questo caso Arroyo) era stato disturbato al momento di eliminare il corridore. In gergo si chiama interferenza. La decisione fu rivista , Rodriguez fu eliminato e il punto segnato da Jeter annullato.

[10] Durante le World Series, vale a dire durante la finalissima con i Cardinals di St.Louis, Schilling lanciò di nuovo e di nuovo il calzino destro si tinse di sangue. Questa volta Schilling ebbe l’accortezza di non gettarlo nella spazzatura. Quel calzino finì nella Hall of Fame  del baseball.
Durante le World Series Schilling  giocò con bene in evidenza sulla scarpa destra la scritta K ALS . Era un modo per promuovere la raccolta di fondi a favore dell’ALSA, l’associazione che si batteva contro la sclerosi laterale  amiotrofica(ALS), conosciuta anche come morbo di Gehring dal nome del campione dei New York Yankees  deceduto a causa di questa malattia(vedasi il film L’idolo delle folle interpretato da Gary Cooper). La lettera K sta per strike out. K ALS significa, quindi, metti strike out l’ALS, sconfiggila. Tempo prima Schilling aveva chiesto ai tifosi di fare una donazione a favore dell’ALSA per ogni strike  out ottenuto.  L’aver scritto quelle lettere sulla scarpa destra fu una mossa studiata per dare maggiore visibilità all’iniziativa. Memori del “calzino insanguinato”, infatti,  tutte le Tv d’America avrebbero inquadrato a più riprese la scarpa destra di Schilling.

[11] Fu il grande Tony La Russa, manager tuttora  in attività, a inventare il closer, vale a dire il lanciatore, specificamente preparato per chiudere ( to close, da cui closer) le partite e per salvare il risultato. Di solito il closer entra in gioco all’ultima ripresa con il risultato ancora in bilico( pareggio o vantaggio risicato). Si tratta di un giocatore dotato in genere di un lancio molto potente, ma può essere anche uno specialista delle palle curve o un lanciatore dotato di grande controllo e in grado di piazzare la palla dove vuole( alta, bassa, interna e così via). A Aroldis Chapman, closer dei Chicago Cubs,  appartiene il record della palla più veloce ( 102 miglia orarie, centosessanta chilometri all’ora).  Anche Mariano Rivera degli Yankees di cui abbiamo già parlato era un closer. Uno dei più grandi, se non il più grande.

[12] È la famosa battuta pronunciata dal leggendario ( nel bene e nel male) giocatore dei Chicago White Sox “Shoeless” Jo Jackson nel film del 1989“ L’uomo dei sogni” ( Field of dreams) interpretato da Kevin Kostner.

[13] “In questo momento Jeter sta giocando a golf”. Derek Jeter era allora ed è stato a lungo l’interbase degli Yankees  nonché l’uomo-simbolo della squadra di NY.  Ha annunciato il ritiro lo scorso settembre( 2014) a quarant’anni d’età dopo vent’anni da giocatore degli Yankees. Probabilmente il suo numero ( il numero 2) sarà ritirato. Nella partita d’addio, volle essere annunciato, come ai bei tempi, dallo speaker storico dello Yankee Stadium, Bob Sheppard. In un’atmosfera di intensa commozione, gli altoparlanti diffusero la voce registrata dello speaker ( deceduto nel 2010): Now batting for the New York Yankees the shortstop, number two, Derek Jeter, number two. ( Alla battuta per gli Yankees  l’interbase,  numero 2, Derek Jeter, numero 2).

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