“Il canarino di Hitler”

Salvataggio ebrei danesi

 

Prologo

Copenhagen, Danimarca, autunno del 1943. Nella sartoria di Nathan Goldman entra un uomo. Ha bisogno di un vestito nuovo. Ai tedeschi  è vietato avere rapporti amichevoli con gli ebrei. E allora perché quell’uomo, quel tedesco, è venuto da lui? Le mani  di Nathan sudano e tremano mentre prende le misure.
Qualche giorno dopo, l’uomo torna per ritirare l’abito. Prima di andarsene, si avvicina a Nathan e al suo lavorante e dice loro: “ Si sta preparando un ­’azione contro gli ebrei. Fuggite finché siete in tempo.”
Quell’uomo è  il dottor Werner Best, plenipotenziario tedesco in Danimarca.[1]

Il “protettorato perfetto”

Le truppe tedesche entrarono in Danimarca il 9 aprile 1940, all’alba. Le disposizioni erano quelle di adottare un atteggiamento “ amichevole”. Ci furono alcune scaramucce iniziali, poi su ordine del re, ogni resistenza cessò. A sera la Danimarca era un paese occupato.
I tedeschi non calcarono la mano. Lasciarono sul trono il re, in carica il governo; concessero alla Danimarca di mantenere il proprio ordinamento, la propria polizia, il proprio esercito, la propria neutralità; trasformarono l’occupazione in “ cooperazione”.
Perché? Perché , secondo i canoni razziali nazisti,  i danesi erano “ ariani”? Perché non avevano opposto resistenza? Perché la Germania aveva bisogno dei prodotti dell’agricoltura danese e dell’aeroporto di Aalborg? Perché  la rotta scandinava del ferro doveva essere protetta   restare a prova di attacco alleato? Perché la Danimarca doveva servire da via di transito delle truppe tedesche verso la strategica Norvegia? Perché questa via di transito non doveva essere minacciata da attacchi della resistenza come sarebbe accaduto in un Paese occupato?
Per tutti questi motivi, certo. Ma anche per un altro motivo: i nazisti volevano fare della Danimarca il “protettorato perfetto”, esibire la prova provata di come sarebbe stata amministrata l’Europa – almeno quella “ariana”, purificata dal giudaismo- dopo la conclusione vittoriosa della guerra.  Per Berlino, insomma, la Danimarca più che un paese occupato era una scommessa politica. Da vincere a tutti i costi.

I danesi fecero buon viso a cattivo gioco. La “ cooperazione” li poneva al riparo da rappresaglie e dalle conseguenze di una dura occupazione anche se li metteva in cattiva luce presso gli Alleati( Churchill, impietosamente, definì la Danimarca “il canarino di Hitler”, Hitler’s tame canary). Consapevoli di essere vasi di coccio fra vasi di ferro,  si mossero con prudenza e scesero a più di un compromesso: arrestarono numerosi comunisti[2], aderirono al patto anti Comintern, riservarono alla Germania i prodotti della propria agricoltura. Ma non rinunciarono alle proprie idee, ai propri principi in fatto di giustizia, alle proprie convinzioni morali. Pretesero e ottennero di amministrare autonomamente gli affari interni. Posero condizioni precise: niente pena di morte, niente leggi razziali, stretta neutralità. L’ambasciatore a Washington, Henrik Kauffmann si spinse oltre: rappresento “ la Danimarca indipendente”, dichiarò.
Con i nazisti non entrarono mai in sintonia. Esclusero fin da subito – e il re Cristiano X fu il primo a farlo- l’esistenza in Danimarca di una “questione ebraica”. Dal canto loro i tedeschi, almeno fino al 1943, si guardarono bene dall’insistere su questo argomento. A differenza dei loro correligionari in altri paesi occupati dai nazisti, gli ebrei danesi – circa ottomila, perfettamente integrati nella società- non furono identificati, espulsi dall’insegnamento o dall’amministrazione statale né dovettero mai portare la stella gialla o subire limitazioni di movimento. Le loro proprietà non furono toccate. Era il prezzo da pagare se si voleva che la tanto sbandierata cooperazione funzionasse.

Ma le basi sulle quali si reggeva erano deboli. I danesi la subivano, più che parteciparvi con convinzione. Esibivano distintivi allusivi e provocatori con i colori nazionali( il bianco e il rosso)[3], distinguevano – e sempre distinsero-  chiaramente fra un “noi”( l’intera nazione con i suoi valori e i suoi ideali) e un “loro”( i nazisti), fra lo stato di diritto e il diritto del più forte. E anche se, contrariamente alla leggenda, Cristiano di Danimarca non esibì mai durante la sua quotidiana passeggiata a cavallo per le vie di Copenhagen un bracciale con la stella di Davide, perché, come si è detto, gli ebrei danesi non furono mai obbligati a portare la stella gialla,  era disposto a farlo se l’obbligo fosse stato introdotto. Quando nel settembre del ‘42 Hitler gli scrisse una lunga lettera di auguri in occasione del suo settantesimo compleanno, il re rispose: “ Spreche Meinen besten Dank aus”, qualcosa come “I miei più sentiti ringraziamenti”.
La brevità e il tono formale di quella risposta  fecero infuriare Hitler, già agitato per il comportamento poco collaborativo dei danesi. Offeso e risentito reagì immediatamente. Il moderato Cecil von Rentke-Fink, plenipotenziario tedesco in Danimarca, fu richiamato a Berlino e sostituito con il “ duro” Werner Best; il comandante della Wehrmacht , generale Erich Luedke,  fece le valigie per lasciare il posto al pari grado Hermann von Hanneken; il primo ministro Wilhelm Buhl, socialdemocratico, si dimise o fu “dimesso” e al suo posto fu chiamato il liberale Erik Scavenius, considerato più vicino alla Germania.

Nel 1943 la situazione si aggravò. Le sconfitte tedesche a Stalingrado e in Africa settentrionale  contribuirono a diffondere la convinzione che la Germania stesse perdendo la guerra. In Danimarca si intensificarono scioperi e sabotaggi. Berlino reagì  inviando un ultimatum al governo danese. Esigeva l’introduzione della legge marziale, del coprifuoco, l’istituzione di tribunali speciali e il ripristino della pena di morte. L’ultimatum fu respinto, il governo si dimise, fu istituita la legge marziale, i soldati e i marinai danesi furono internati, i segretari dei ministeri assunsero la funzione di ministri permanenti. Tribunali e forze di polizia danesi, tuttavia, continuarono a funzionare e a operare regolarmente.
Erano gli ultimi giorni di agosto: la “cooperazione” finiva e la “questione ebraica” cominciava.

Rosh Hashanah

La retata sarebbe dovuta iniziare nella notte fra il 1° e il 2 ottobre, vigilia di Rosh Hashanah, il capodanno religioso ebraico. Le forze tedesche di polizia già presenti in Danimarca furono portate a 1.800 uomini( di cui 300 agli ordini del colonnello delle SS, Standartenfueher  dott. Rudolf Mildred  ) e il piano fu preparato fin nei minimi particolari.
Fu un fiasco clamoroso. Poco più di trecento ebrei – in massima parte anziani- furono rastrellati, caricati sulle navi e deportati a Theresienstadt. Più di settemila ebrei danesi lasciarono per tempo le proprie abitazioni , trovarono rifugio presso famiglie non ebree, nei boschi, in case isolate, negli ospedali, nelle chiese, nei conventi e, sostenuti dalla solidarietà di un intero Paese, raggiunsero via mare, nei giorni e nelle settimane successivi, la neutrale Svezia. Alcuni – compresi numerosi bambini- rimasero in Danimarca e vissero nascosti o ospiti di famiglie non ebree fino alla fine della guerra.  In novembre, quando l’azione nei confronti degli ebrei danesi ebbe termine, quattrocentottantaquattro (484) persone – su circa ottomila-  erano state arrestate. Cinquantatré internati morirono in prigionia; tutti gli altri- grazie all’interessamento e alle pressioni del governo danese che mai li abbandonò- ritornarono sani e salvi in Danimarca al termine del conflitto.

“So quello che devo fare”

Come e perché fu possibile tutto questo? Il “come” è noto. Alla metà di settembre, un funzionario dell’ambasciata tedesca a Copenhagen, Georg  Ferdinand Duckwitz , delegato per gli Affari Marittimi , fu informato dal plenipotenziario tedesco, dottor Werner Best , che si stava preparando il rastrellamento degli ebrei. Per Duckwitz- iscritto al partito nazista, ma da tempo critico nei confronti del regime-  si trattava di una decisione insensata. Sul piano umano, certo: ma anche sul piano politico. La decisione di procedere contro gli ebrei danesi avrebbe segnato la fine del “protettorato perfetto”, avrebbe fatto probabilmente fallire gli imminenti colloqui bilaterali in materia di scambi commerciali, avrebbe scatenato un’ondata di scioperi e di disordini in Danimarca. Cercò allora di mettersi in contatto con Berlino per fare presente tutto questo, ma inutilmente.
Il 28 settembre Duckwitz scrisse sul proprio diario: “ Ora so che cosa devo fare” e avvisò Hans Hedtoft, giovane leader socialdemocratico danese, della decisione di rastrellare gli ebrei. Hedtoft , a sua volta, comunicò la notizia al presidente della comunità ebraica danese, Carl Bertel Henriques. Sulle prime non fu creduto. Sono voci diffuse ad arte dai tedeschi  per ottenere un governo filonazista in Danimarca, gli fu risposto. Ma con il passare delle ore i dubbi si fecero certezza e alla fine gli ebrei  furono avvisati, nelle sinagoghe e tramite il passaparola,  dell’imminente pericolo. Bisognava fuggire al più presto.
Ma lasciare la propria città, il proprio Paese nel giro di pochi giorni se non proprio di poche ore, non era affatto semplice. Ci volevano soldi, contatti, rifugi sicuri, piani di fuga. Bisognava decidere che cosa portare con sé e che cosa lasciare, chiudere gli appartamenti, prelevare danaro dai conti correnti, abbandonare il lavoro, i colleghi, le abitudini di sempre.  E, per di più, con il rimorso- molto sentito-  di stare compiendo qualcosa di illegale.

Chi partì subito lo fece in modo del tutto improvvisato ed estemporaneo[4]. La meta erano i porti e le coste danesi prospicienti l’ Øresund, lo stretto braccio di mare oltre il quale c’erano la neutrale Svezia e la salvezza. Ogni mezzo era buono per raggiungerli; auto a noleggio, autobus, treni. Una volta arrivati, i fuggiaschi erano costretti ad attendere, spesso per lungo tempo, in rifugi poco sicuri, un pescatore disposto a correre il rischio di traghettarli  in Svezia. Poi, a poco a poco, la situazione migliorò. L’intero Paese si mobilitò; i vescovi presero posizione a favore degli ebrei[5]; i segretari permanenti, il re, l’università, la Corte Suprema fecero sentire la propria voce; il governo svedese affermò pubblicamente di essere pronto ad accogliere i profughi; i pescatori offrirono le proprie imbarcazioni; le informazioni cominciarono a circolare in modo corretto ed efficace; l’organizzazione fu perfezionata e il salvataggio portato a compimento. La polizia e la guardia costiera danesi non intervennero. O, quando lo fecero, fu per aiutare chi fuggiva.

E i tedeschi? Von Hanneken non smaniò certo per appoggiare l’iniziativa: la Wehrmacht,  dichiarò,  ha compiti militari, non di polizia. I profughi viaggiarono spesso in treno e in pieno giorno alla volta dell’Øresund. E sui treni non era raro trovare soldati tedeschi. Ma a nessuno furono chiesti i documenti o i motivi del viaggio. Tedeschi e danesi, semplicemente, si ignorarono.
Le maglie della rete erano larghe, ma qualche volta i posti di blocco non si potevano evitare. Un giorno un sergente tedesco fermò un camion coperto, sollevò il telone e vi scoprì all’interno, come disse, rivolgendosi ridendo ai propri uomini “ Abramo, Giacobbe e Isacco tutti in una volta”. Pronunciate queste parole, riabbassò il telone e fece cenno all’autista di proseguire. E in modo analogo si comportarono altri soldati quando, a un posto di blocco, fermarono un altro camion carico di fuggiaschi. Lo studente[6] alla guida implorò: “ Comportatevi con umanità. Abbiamo dei bambini a bordo.” Dopo aver visto i volti spaventati di quei bambini, il capo pattuglia fece cenno allo studente di proseguire.[7] E che dire di quegli otto infagottati bambini in cammino per le vie di Copenhagen diretti verso il luogo di imbarco? Per raggiungerlo, sarebbero dovuti passare davanti a un gruppo di soldati tedeschi. Non furono degnati di uno sguardo. Uno di quei bambini affermerà, anni dopo: “A volte penso che non vollero vederci.”

Non sempre andò così, sia chiaro. Nel distretto di Elsinore (Helsingør), ad esempio, truppe regolari presero parte all’arresto degli ebrei, donne e bambini inclusi. In Elsinore era attivo un funzionario particolarmente zelante, poco disposto a chiudere un occhio. Nella notte fra il 6 e il 7 ottobre 1943, Hans Juhl( era questo il nome del funzionario in questione, un sergente maggiore delle SS), soprannominato Gestapo-Juhl, fece irruzione nella chiesa della cittadina portuale di Gilleleje dove 85 ebrei si erano nascosti in attesa di un passaggio per la Svezia. Con l’aiuto  di soldati della Wehrmacht, Juhl li arrestò tutti e li avviò alla deportazione. E questo non fu l’unico episodio in cui lo SS-Hauptscharführer si “ distinse”. Tuttavia, Elsinore, per quanto riguarda l’intervento della Wehrmacht,  rimase un’eccezione, non la regola.

Anche la marina tedesca in Danimarca sembrò tirarsi fuori. Proprio nell’imminenza dell’azione contro gli ebrei, affidò l’azione di pattugliamento in mare alla guardia costiera danese e riassegnò le proprie unità e i propri equipaggi a compiti di sminamento. Inoltre, alcune imbarcazioni militari furono mandate in bacino di carenaggio per “ riparazioni”. I tedeschi non si fidavano dei danesi. Sapevano che durante il servizio erano abituati a chiudere più di un occhio. Eppure assegnarono loro compiti di sorveglianza e di pattugliamento in mare proprio alla vigilia del momento scelto per il rastrellamento degli ebrei.  Forse anche in questa decisione ci fu lo zampino di Duckwitz. Sia come sia,  la guardia costiera danese non intervenne. In molti casi, addirittura, fornì aiuto ai fuggiaschi. Il “non intervento” della guardia costiera- sia dei funzionari nei porti, sia dei comandanti  in mare aperto-  fu uno dei fattori decisivi per il successo dell’operazione.

Il muro umano

La Svezia giocò un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei danesi. I Paesi neutrali, in quei giorni, tendevano a chiudere le frontiere non ad aprirle. Anche la Danimarca – abbastanza autonoma, come abbiamo visto, in politica interna- non largheggiava con i visti di entrata. E lo stesso faceva la Svezia. Ottenere un visto svedese era il modo migliore – e legale- per sfuggire all’imminente retata. Ma averlo era difficile e c’era troppo da aspettare. Solo dopo che Duckwitz si fu recato in Svezia intorno al 20 di settembre per conferire con il primo ministro, la procedura di rilascio dei visti fu sveltita. Ma con la retata imminente, anche velocizzare al massimo il rilascio dei visti non avrebbe  risolto il problema.
In un primo momento il governo svedese giocò  la carta politica:  inviò una nota di protesta a Berlino. La nota fu ignorata. Allora decise di agire autonomamente e la sera del 2 ottobre rese nota ufficialmente la disponibilità della Svezia ad accogliere i profughi provenienti dalla Danimarca. Navi svedesi con le luci di bordo accese furono dislocate lungo l’ Øresund con il compito di guidare e di assistere le imbarcazioni danesi cariche di profughi. In alcuni casi, i fuggiaschi furono trasbordati  direttamente sulle navi svedesi in mare aperto e condotti in porto.

Ma il salvataggio riuscì soprattutto perché l’intera popolazione danese non rimase indifferente. Fu una mobilitazione spontanea e pressoché totale, anche se, all’inizio, confusa e improvvisata. Gli ebrei  furono ospitati, nutriti, nascosti, assistiti, condotti ai punti d’imbarco. Sparirono, come è stato scritto, “dietro un muro umano tirato su nello spazio di una notte”. Gli studenti universitari chiusero temporaneamente i libri e si trasformarono in guide e in autisti; furono promosse collette per raccogliere fondi; il governo abbandonò l’idea di internare gli ebrei per sottrarli ai tedeschi[8]; i pescatori misero a disposizione – dietro pagamento, ma ci fu anche chi lo fece gratis- le proprie barche. Ai primi di ottobre un viaggio lungo l’ Øresund poteva costare anche una piccola fortuna ( dalle mille alle duemila corone), poi si stabilizzò intorno alle cinquecento -seicento corone. I fuggiaschi trovavano perfettamente naturale che si dovesse pagare: i pescatori rischiavano e rischiavano di brutto. La confisca della barca, come minimo, forse l’arresto.[9] Ma non tutti la pensavano così: qualcuno- ma non chi fuggiva verso la Svezia –  ebbe da ridire su quella specie di “ corsa all’oro”. Un fatto comunque è certo: chi non aveva denaro sufficiente fu accolto ugualmente a bordo. Nessuno  fu abbandonato.

Perché i danesi lo fecero? Qualcuno ha scritto: lo fecero perché l’idea di democrazia faceva parte del loro Dna; perché erano sorretti da una forte tensione morale e da un altrettanto forte spirito umanitario; perché per loro la libertà individuale era sacra; perché, a loro modo di vedere , lo stato di diritto non poteva cedere al diritto del più forte; perché percepirono l’azione contro gli ebrei come un’azione profondamente ingiusta. I soldati  e i marinai danesi internati al momento dell’introduzione della legge marziale, ad esempio, liberati, con un’astuta mossa politica, proprio in concomitanza dell’azione contro gli ebrei, fecero sapere: avremo preferito la prigionia. Ci ripugna tornare liberi se, in cambio della nostra libertà, tanti nostri concittadini innocenti devono perdere la loro.  E se è vero che i pescatori chiesero denaro per fare quello che fecero è altrettanto vero che lo fecero, quando avrebbero potuto voltarsi dall’altra parte risparmiandosi rischi e pericoli. Come del resto fecero molti cittadini in Francia, in Olanda e altrove.

Altri la vede diversamente. Gli storici, si sa, sono poco inclini a idealizzare i fatti. La mobilitazione del popolo danese fu, per alcuni di essi, più una risposta all’occupazione tedesca che un’azione genuinamente umanitaria.  Aiutando gli ebrei, i danesi agirono contro gli occupanti, non con le armi – come faceva la Resistenza- ma con un’azione non violenta di massa. Insomma, sostituirono le coccarde bianche e rosse con le quattro monete a somma nove con un’azione più incisiva. Lo scopo? Umiliare i nazisti e riaffermare con forza la differenza fra “noi” e “ loro”.

Menzogne e interrogativi

Ma ci furono anche altre ragioni. In Danimarca si giocava una complessa partita politica: Hitler voleva il “protettorato perfetto”, anticipazione ideale della futura Neuropa nazista; von Ribbentrop voleva mantenere la Danimarca  sotto il controllo del proprio ministero; Himmler guardava alla “ questione ebraica”. Il plenipotenziario tedesco a Copenhagen doveva muoversi con cautela per non scontentare nessuno dei potenti. E poiché il “protettorato perfetto” si basava sulla cooperazione fra occupanti e occupati, era necessario non irritare i danesi. Se i fragili equilibri della “cooperazione” fossero saltati a causa di una mossa sbagliata, le conseguenze politiche sarebbero state molto gravi per la Germania. Il governo danese si sarebbe quasi certamente dimesso, la resistenza armata e gli scioperi si sarebbero intensificati, i costi dell’occupazione sarebbero aumentati, ci sarebbero voluti più soldati per presidiare il territorio. Detto in altri termini, sarebbe stata la fine del “protettorato perfetto” e dei suoi vantaggi politici e militari.

Werner Best non ci mise molto a capirlo. Antisemita convinto, arrivato ai vertici dell’organizzazione delle SS ( era il numero tre, dopo Himmler e Heydrich) e caduto momentaneamente in disgrazia a causa di divergenze con quest’ultimo, si era distinto in Francia e in Polonia per lo zelo e la tenacia con cui aveva combattuto la resistenza e affrontato la questione ebraica.  Arrivò da plenipotenziario in Danimarca con la fama di duro. Il piccolo partito filonazista danese (NSDAP)contava su di lui per acquistare visibilità e potere. Non ebbe né l’una né l’altro. Best avvertì l’ostilità dei danesi nei confronti del partito filonazista e, pur di salvare la “cooperazione”, lo mantenne sempre in una posizione marginale. A lui interessava tenere viva l’illusione del “protettorato perfetto” e tutto doveva essere funzionale a questo scopo.
Ma nell’agosto del ’43, dopo gli scioperi, i disordini e l’introduzione della legge marziale, Best intuì che Hitler non avrebbe differito ulteriormente la “ questione ebraica” in Danimarca. E allora giocò d’anticipo. Scrisse a Berlino: il momento è propizio, il momento è adesso. Perché lo fece? Per acquistare credito presso le alte sfere? Per non essere accusato di acquiescenza? Per gestire l’operazione  a modo suo?
Con le autorità danesi fu sempre ambiguo: promise e negò, affermò e smentì. Rassicurò il governo e i vescovi ( “ La persecuzione degli ebrei? Dovranno passare sul mio cadavere” o qualcosa del genere), ma nello stesso tempo pretese da Berlino l’invio di ulteriori forze di polizia. A cose fatte, si atteggerà a vittima: degli ordini superiori, delle circostanze, dell’inevitabile. Insistette perché la retata si tenesse durante il periodo di vigenza della legge marziale in modo da attribuire le responsabilità a von Hanneken( con il quale, ricambiato, non andava molto d’accordo).  Ma impartì anche ordini perché si riducesse al minimo la violenza durante la retata. Le forze di polizia, ad esempio, sarebbero dovute entrare nelle abitazione degli ebrei senza sfondare le porte. Se non fosse stato loro aperto, se ne sarebbero dovute andare.  A cose fatte, rivoltò la frittata, trasformando un clamoroso insuccesso in un successo. Scrisse a Berlino: qual era il problema? Liberare la Danimarca dagli ebrei. Ebbene, lo scopo è stato raggiunto: non c’è più un solo ebreo oggi in Danimarca.  Che siano in Svezia o nei campi di concentramento poco importa.

Best si rendeva conto dell’importanza della posta in palio, non ignorava l’atteggiamento antinazista del popolo danese, conosceva i precari equilibri sui quali si reggeva la cooperazione. Sapeva che un’azione contro gli ebrei avrebbe potuto farli saltare. Ma si rendeva altresì conto dell’ineluttabilità dell’operazione; sapeva di dover rispondere del proprio operato tanto a Berlino quanto a Copenhagen ( e, in prospettiva, anche agli Alleati). Un’azione non violenta contro gli ebrei danesi avrebbe lasciato aperta una porta, ancorché stretta, per riannodare i fili della cooperazione. E, nello stesso tempo, non lo avrebbe posto in cattiva luce a Berlino.
Andò davvero così? Era questo che voleva? Per questo aveva avvisato Nathan Goldman? La questione è ancora aperta e se ne discute ancora. E’ quindi difficile  stabilire fino a che punto la sua ambiguità fu frutto di calcolo politico o dipese interamente dalle circostanze. Ci si chiede ancora se sapesse del viaggio compiuto da Duckwitz in Svezia intorno al 20 settembre o se lo avesse messo a parte intenzionalmente di quanto si stava preparando contro gli ebrei per fare arrivare l’informazione all’opposizione danese. Un fatto è certo: non agì per ragioni umanitarie. Più probabilmente agì per ragioni politiche, collegate alla sua posizione e alla lotta per il potere in corso a Berlino. Ma è altrettanto vero che, tranne poche eccezioni, durante la retata i tedeschi – per denaro, per compassione, per calcolo politico, per indifferenza- “ chiusero un occhio”.

Ma anche se li avessero chiusi entrambi niente sarebbe stato possibile senza la mobilitazione di un popolo intero. È stato detto e ripetuto: circostanze eccezionali consentirono un avvenimento eccezionale, impossibile altrove. La Danimarca era formalmente autonoma; gli ebrei non erano discriminati; anche dopo l’occupazione la vita di tutti i giorni non aveva subito sostanziali cambiamenti; i tedeschi lasciavano fare. E allora sorge spontanea una domanda: se l’azione contro gli ebrei fosse stata intrapresa nel ‘41 o nel ‘42 i danesi avrebbero reagito come reagirono nel ‘43? La guardia costiera avrebbe chiuso entrambi gli occhi? E la neutrale Svezia come si sarebbe comportata? Furono l’introduzione della legge marziale e le conseguente fine della “ cooperazione” ad accendere la scintilla della ribellione o i danesi si sarebbero ugualmente mobilitati in nome di un ideale umanitario, in nome della Giustizia? Entrambi i fattori concorsero a rendere possibile il salvataggio degli ebrei in Danimarca: quello umanitario giocò -e molto probabilmente avrebbe giocato anche nel ’41- un ruolo fondamentale, ma anche la volontà di dimostrare nei fatti e con metodi non violenti l’avversione per l’occupante nazista fece-e probabilmente avrebbe fatto- anche se in misura minore, la sua parte.
Bo Lidegaard, nel suo libro Il popolo che disse no, ha scritto: “Naturalmente, alcune porte rimasero sbarrate. E, naturalmente, codardia, tradimento e avidità emersero in determinate situazioni. Ma la democrazia danese si era mobilitata per proteggere i valori su cui si fondava. Con la decisione di estendere la soluzione finale alla Danimarca, il Terzo Reich aveva risvegliato  la forza più potente di un paese: la comune volontà popolare.”(143).  Mobilitandosi per salvare gli ebrei e rendendo possibile l’impossibile, i danesi salvarono se stessi, la loro integrità e il loro onore.
E l’umanità intera.

Epilogo

Il 13 aprile 1945, i prigionieri danesi detenuti a Theresienstadt furono avvisati della loro imminente liberazione. Il conte svedese  Folke Bernadotte aveva negoziato con Himmler il rilascio degli internati scandinavi nei campi di detenzione nazisti. Il provvedimento riguardava chiunque fosse stato catturato in Danimarca, indipendentemente dalla sua cittadinanza. Il 15 aprile gli internati salirono sugli autobus messi a disposizione dai governi danese e svedese. Con loro c’erano alcuni bambini nati in prigionia, un ragazzo danese deportato da Berlino e alcune donne cecoslovacche sposatesi a Theresienstadt  con detenuti danesi.
Gli autobus erano stati dipinti di bianco per facilitarne l’identificazione durante il viaggio. Non fu un viaggio tranquillo: strade quasi impercorribili,  attacchi aerei alleati, profughi ovunque. Il 17 aprile, finalmente, “gli autobus bianchi” raggiunsero il confine danese. I passeggeri furono rifocillati, assistiti, accolti con calore dalla popolazione. La Danimarca era ancora occupata e così, dopo aver trascorso una notte a Odense, i passeggeri raggiunsero la Svezia per il periodo di quarantena. Tornarono in patria un paio di settimane dopo la liberazione del Paese, avvenuta il 5 maggio.
Il dottor Werner Best fu giudicato da un tribunale danese e condannato a morte. La pena fu poi commutata in dodici anni di carcere. Fu liberato nel 1951, tornò in Germania e lavorò per le industrie del gruppo Siemens. Nel 1969 fu arrestato di nuovo con l’accusa di aver partecipato allo sterminio degli ebrei polacchi durante la guerra. Rilasciato nel 1972 per motivi di salute, morì in Germania nel 1989 all’età di ottantasei anni.
Georg Ferdinand Duckwitz  continuò a prestare servizio al Ministero degli Esteri tedesco. Dal 1955 al 1958 fu nominato ambasciatore della Repubblica Federale Tedesca a Copenhagen. Quando, nel 1966, Willy Brandt divenne ministro degli esteri, lo volle accanto a sé al ministero. Nel 1971 il governo israeliano lo nominò “ Giusto fra le Nazioni”. Morì nel 1973, all’età di sessantotto anni.

 Da leggere:

Bo Lidegaard, Il popolo che disse no, Garzanti, 2014

www.duaneschultz.com/thehousewithbluecurtains.php

http://www.pbmstoria.it/giornali12198

images[6]Michael Mogensen, October 1943- The Rescue of the Danish Jews

 

images[6]Leni Yahil, The Uniqueness of the rescue of Danish Jewry

 

images[6]Ministero degli Esteri danese e Museo della Resistenza, October 1943, the rescue of the Danish Jews from annihilation

Gli avvenimenti in breve.

12 aprile 1933. Re Cristiano X di Danimarca partecipa alla cerimonia celebrativa dei cento anni della sinagoga di Copenhagen. Si tratta di un gesto politicamente importante alla luce di quanto accaduto nella vicina Germania dove il partito nazista- dichiaratamente antisemita-  ha assunto il potere.

9 aprile 1940: le truppe tedesche entrano in Danimarca. Berlino si impegna a rispettare l’autonomia e la neutralità danesi.

20 gennaio 1942: conferenza di Wannsee. I nazisti decidono la “ soluzione finale del problema ebraico”, ma ne differiscono la realizzazione in Danimarca per evitare complicazioni politiche.

29 agosto 1943. Il governo danese si dimette per non sottostare all’ultimatum tedesco inviatogli dopo un periodo di scioperi e disordini. Viene istituita la legge marziale. Si comincia  a parlare della soluzione della “questione ebraica” in Danimarca.

31 agosto 1943. Elenchi contenenti informazioni relative agli ebrei di Danimarca ( indirizzi, dati anagrafici, ecc) vengono sequestrati dai nazisti in un ufficio vicino alla sinagoga di Copenhagen. Le autorità  danesi chiedono a Best chiarimenti circa le voci relative a un possibile rastrellamento degli ebrei. Best nega.

15 settembre 1943. Berlino autorizza il rastrellamento e la deportazione degli ebrei danesi.

28 settembre. Georg Ferdinand Duckwitz, attaché agli Affari Marittimi presso l’ambasciata tedesca a Copenhagen, avvisa il leader socialdemocratico Hans Hedtoft dell’imminente operazione contro gli ebrei. Hedtoft passa l’informazione alle autorità ebraiche.  I primi ebrei cominciano a lasciare le proprie abitazioni. La popolazione danese si mobilita.

29 settembre. Durante il servizio religioso mattutino nelle sinagoghe, gli ebrei vengono avvisati dell’imminente azione contro di loro. Il passaparola fa il resto. I vescovi luterani danesi inviano una lettera di protesta a Best. Vi si legge:” Nonostante le differenze religiose, noi ci batteremo per assicurare alle nostre sorelle e ai nostri fratelli ebrei quella libertà che per noi è più preziosa della vita stessa”.

1 ottobre. Rosh Hashanah, capodanno religioso ebraico. Scatta l’operazione contro gli ebrei. Gran parte degli ebrei ha già abbandonato le proprie abitazioni. Nel Paese si alzano le prime proteste.

2 ottobre. Il governo svedese annuncia pubblicamente di essere disposto ad accogliere gli ebrei danesi. In poco più di un mese, quasi ottomila fra ebrei e non ebrei ( uomini e donne di religione diversa ma sposati o sposate a ebree e a ebrei) vengono traghettati oltre l’Øresund  nella neutrale Svezia.

3 ottobre, sabato. In tutte le chiese di Danimarca viene letta la lettera pastorale firmata, a nome di tutti i vescovi,  dal vescovo di Copenhagen Hans Fuglsang- Damgaard . I cittadini sono invitati a contrastare i tentativi tedeschi di rastrellare e deportare gli ebrei.

6 ottobre. A Gilleleje, piccolo centro portuale danese, qualcuno informa i tedeschi della presenza di 85 ebrei nella locale chiesa. Gli ebrei vengono arrestati e deportati.

[1] http://tabletmag.com/jewish-news-and-politics/160607/denmarks-real-miracle-rescue

[2] Come nota Bo Lidegaard, i comunisti danesi avevano affermato esplicitamente la volontà di impossessarsi del potere con la forza. In Danimarca, questa dichiarazione, unita al pericolo del comunismo sovietico, aveva contribuito a creare una forte ostilità nei confronti del marxismo. E’ bene tenere presente questo fatto perché qualcuno potrebbe chiedersi come mai un popolo che si mobilitò a favore dei propri concittadini ebrei non mosse un dito per aiutare i propri concittadini comunisti.
Per la verità  anche allora molti danesi videro nell’arresto dei comunisti – e nella promulgazione della legge 22/8/41, in base alla quale il Partito Comunista non aveva diritto di operare in Danimarca – una violazione dei principi dello stato di diritto sui quali si fondava la democrazia danese e sui quali si fonda la democrazia in generale.

[3] Attaccarono, ad esempio, quattro monete su una coccarda bianca e rossa. La somma del valore delle monete doveva dare nove, chiara allusione al giorno(9) e al mese(4, aprile) dell’invasione.

[4] Bo Lidegaard, giornalista e scrittore, ha raccontato questi momenti basandosi sui diari –  inediti-  scritti dai componenti di due famiglie ebree danesi in fuga verso la Svezia.  Il libro di Lidegaard è stato pubblicato in italiano da Garzanti con il titolo Il popolo che disse no.

[5] Il 3 ottobre, nelle chiese luterane di Danimarca, i ministri del culto lessero una lettera redatta, a nome di tutti i vescovi danesi, dal vescovo di Copenhagen, Dottor Hans Fuglsang-Damgaard. Nella lettera venivano elencati i motivi per cui la Chiesa danese si opponeva a qualsiasi persecuzione degli ebrei. Durante la lettura, spontaneamente, molti fedeli si alzarono in piedi  in segno di solidarietà e rispetto.

[6] Le università danesi furono chiuse per una settimana, proprio per dare agli studenti la possibilità di partecipare al salvataggio di massa degli ebrei.

[7] www.duaneschultz.com/thehousewithbluecurtains.php

[8] I segretari permanenti dei ministeri ( i sostituti dei politici dopo le dimissioni del governo seguite al rifiuto dell’ultimatum del 28 agosto)  discussero a lungo come fare per impedire ai tedeschi di agire nei confronti degli ebrei. Un modo per risolvere la questione sembrò quello di internare  gli ebrei in territorio danese per sottrarli alla deportazione. Sarebbero stati i danesi stessi a farlo, dopo aver preteso e ottenuto dai tedeschi precise garanzie sull’ incolumità degli internati e sulla loro permanenza in Danimarca. L’idea fu presto abbandonata, sia per l’atteggiamento ambiguo di Best nei confronti di questa proposta, sia per le implicazioni di ordine morale in essa contenute ( come era possibile arrestare connazionali innocenti, solo perché di religione diversa?), sia perché un’operazione del genere avrebbe soltanto facilitato il lavoro dei tedeschi.
Negli anni precedenti, qualcuno aveva avanzato la proposta di regolare la “ questione ebraica” dall’interno, promulgando, cioè, leggi danesi in materia per evitare l’intervento tedesco. La proposta non era stata neppure presa in considerazione, perché totalmente contraria a quanto affermato dalla Costituzione danese in materia di diritti individuali e di libertà personale. ( Hans Moeller, Rescue of Jews from annihilation: Resistance and Responsibility in  Nazi occupied Denmark )

[9] Chi trasportò i fuggiaschi oltre l’Øresund ( pescatori e privati)  agì perché spinto dal desiderio di guadagno? Qualcuno lo fece, naturalmente. Ma la maggior parte dei traghettatori considerò il denaro come una specie di assicurazione contro i possibili rischi insiti in quell’operazione: il sequestro della barca, le ritorsioni sui familiari, l’arresto, i mancati guadagni,  ecc.

L’immagine sotto il titolo riproduce un quadro della pittrice Adina Edel Sompolinsky. E’ tratto dal seguente sito web: http://www.Judiska-museet.se/

Annunci

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: