Il colle delle proteste

Pieter Paul Rubens ( 1577-1640): Ritrovamento di Romolo e Remo( 1615-1616), Roma, Musei Capitolini.

Pieter Paul Rubens ( 1577-1640): Ritrovamento di Romolo e Remo( 1615-1616), Roma, Musei Capitolini.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A volte, quando la discussione in Parlamento si fa accesa, le opposizioni minacciano di “ salire sull’Aventino”. Il significato di questa espressione è, credo, noto a tutti. Ma a seguito di quali avvenimenti l’espressione “Salire sull’Aventino” ha assunto il significato che oggi le viene comunemente attribuito?
L’Aventino è uno dei sette colli di Roma. È il colle dal quale, stando alla leggenda, Remo, in gara col fratello Romolo per il dominio della futura Città Eterna, avvistò sei avvoltoi; è il colle sul quale, sempre secondo la leggenda, Romolo seppellì il fratello dopo averlo ucciso. Non si sa perché si chiami in questo modo. C’è chi dice che il suo nome derivi da ab avibus ( Plutarco), cioè dagli uccelli ( aves) avvistati da Remo e chi da adventus ( venuta, arrivo), vista la presenza nella zona di popolazione proveniente dalla campagna nei dintorni di Roma.

Ma l’Aventino è noto anche per altri motivi. Fu il colle in cui la plebe cittadina si rifugiò più di una volta durante il corso degli anni per protestare contro lo strapotere dei patrizi, i discendenti delle antiche famiglie gentilizie romane detentori del potere economico e politico. I plebei – piccoli proprietari terrieri, bottegai, artigiani, braccianti- spesso si indebitavano coi patrizi e se non onoravano i debiti alla scadenza correvano il rischio di essere ridotti in schiavitù insieme alla propria famiglia. Benché non avessero diritti politici, i plebei dovevano prestare servizio militare. Lasciavano i campi e le botteghe per lo scudo e la lancia e, quando tornavano, erano più poveri e più indebitati di prima. Alle cicatrici delle ferite ricevute in battaglia si aggiungevano i segni delle frustate ricevute dai creditori di cui erano diventati schiavi( Livio, II,24).
Le promesse di rimettere i debiti ai plebei si sprecavano, naturalmente. Soprattutto nell’imminenza di una guerra. Ma, terminate le ostilità, non venivano mantenute. Una situazione del genere non poteva durare e non durò. Nel 259 ab Urbe Condita (per noi, 494 a.c.) soldati di alcuni reparti si rifiutarono di eseguire gli ordini, occuparono l’Aventino ( secondo Tito Livio, il Monte Sacro) e si trasformarono in una seria minaccia per Roma. Fu Menenio Agrippa con il suo famoso apologo a far rientrare la rivolta. Ma soprattutto fu l’istituzione del tribuno della plebe, un magistrato sacro, inviolabile e dotato del diritto di veto, a calmare temporaneamente le acque.
Poi, qualche anno dopo(449 a.c, 304 ab Urbe Condita), fu il comportamento del decemviro Appio Claudio  a scatenare la ribellione. Invaghitosi di una fanciulla plebea, Virginia, ricorse a maneggi di ogni sorta per averla. La vicenda ebbe un epilogo drammatico: il padre di Virginia, pur di non cederla a Claudio, la uccise( Livio, III,44).
Questa volta la reazione fu immediata e violenta. Artigiani, bottegai, commercianti, legionari in armi si trasferirono in massa sull’Aventino, mettendo in atto una serrata generale e minacciando di abbandonare Roma. La storia di Virginia odora di leggenda, ma la serrata ci fu, eccome. Alla fine si trovò una soluzione di compromesso e i diritti della plebe, temporaneamente sospesi, furono ripristinati.
Sull’Aventino si rifugiarono, secoli dopo, anche Caio( o Gaio) Gracco e i suoi seguaci, incalzati dai legionari inviati contro di loro dal Senato. Caio Gracco occupava la carica di tribuno della plebe e voleva moralizzare la vita pubblica eliminando – o per lo meno attenuando- la corruzione ormai dilagante. Più che le leggi sulla cittadinanza, fu la sua proposta di una legge sulla giustizia a scatenare la reazione degli ambienti conservatori- plebei compresi- i cui esponenti avevano le mani in pasta in centinaia di affari leciti e meno leciti[1]. Non potendo sfuggire ai propri inseguitori, Caio Gracco si suicidò (121 a.c, 632 dalla fondazione della città).

Sull’Aventino salirono anche gli oppositori del fascismo nel Parlamento italiano. Quando nel giugno del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti scomparve, i deputati ostili a Mussolini chiesero spiegazioni. Non avendole ottenute, abbandonarono il Parlamento e si ritirarono in una sala della Camera con l’intenzione di astenersi dai lavori parlamentari fino a quando il governo non avesse fornito chiarimenti sulla vicenda.

Una fotografia del deputato socialista Giacomo Matteotti ( 1885-1924). Da www.treccani.it

Il deputato socialista Giacomo Matteotti ( 1885-1924). Da http://www.treccani.it

Salire sull’Aventino, indica, quindi, una forma di protesta politica contro qualcosa percepito come ingiusto o illegale. A determinare il suo significato attuale concorrono sia gli avvenimenti relativi alla secessio plebis di antica memoria, sia quelli relativi alla più recente e celebre protesta del 1924. Ma attenzione a prendere cantonate: nel 1924 nessuno degli aventiniani si recò fisicamente se non per una passeggiata domenicale ( Montanelli) sul Colle di Menenio Agrippa: i dissidenti rimasero in una sala di Montecitorio.  Fu quella sala il loro simbolico Aventino.

 
 
 
 

Jean Baptiste Topino-Lebrun ( 1764-1801), La morte di Caio Gracco(1792), Marsiglia, Musée des Beaux-Arts.

Jean Baptiste Topino-Lebrun ( 1764-1801), La morte di Caio Gracco(1792), Marsiglia, Musée des Beaux-Arts.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

[1] Nella sua veste di tribuno della plebe, Caio Gracco(154-121 a.c.) propose diverse importanti leggi.La legge agraria – adeguamento della legge agraria voluta in precedenza dal fratello Tiberio Gracco- regolamentava l’assegnazione delle terre demaniali ai poveri; la legge frumentaria fissava il prezzo del grano e ne regolava le distribuzioni pubbliche ai bisognosi; la legge militare regolamentava l’accesso e la permanenza dei cittadini sotto le armi; la legge sulla cittadinanza mirava a estendere la cittadinanza romana ai Latini e quella latina agli Italici e, infine, la legge giudiziaria si proponeva di porre un freno alla corruzione dilagante affidando ai componenti della nuova classe dei cavalieri – e non a quella dei senatori- la carica di giudice nei tribunali incaricati di controllare l’operato dei governatori delle province.

 

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