Prosciutto e marmellata ( “Ham and Jam”)

Operazione MUSH

 

Prologo

Il maggiore John Howard, Compagnia D, Secondo battaglione di fanteria leggera Oxfordshire and Buckinghamshire(“Ox and Bucks”), ripiegò accuratamente la propria uniforme di servizio e la ripose in un cassetto dell’armadio in camera da letto. Un modo come un altro per dire che, d’ora in poi, la sua unica uniforme sarebbe stata quella  da combattimento. Alla fine della licenza, al momento di tornare al battaglione, raccolse dal pavimento una scarpa del proprio figlioletto Terry e se la infilò in tasca come portafortuna. Poi tranquillizzò la moglie Joy : “ Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché in quel momento io avrò già finito il mio lavoro”.

Il colonnello Hans von Luck, comandante del 125.mo reggimento Panzer Grenadier  della 21.ma divisione di stanza nella zona di Caen, in Normandia, era un veterano. Aveva combattuto in Polonia, in Francia, sul fonte orientale e in Africa agli ordini di Rommel.
Era un tipo particolare, von Luck. Uno all’antica. Durante la sua permanenza in Africa, nel suo settore, alle cinque del pomeriggio le ostilità cessavano, gli inglesi prendevano  il tè, i tedeschi il caffè. Un giorno uno dei suoi si impadronì di un camion pieno di viveri. Von Luck guardò l’orologio e ordinò di restituirlo agli inglesi: il camion era stato catturato alle sei, un’ora dopo la tregua. I patti andavano rispettati, anche se, durante un raid( evidentemente prima delle cinque del pomeriggio), gli inglesi si erano impadroniti della sua motocicletta preferita.
Von Luck si aspettava l’invasione. Se l’era figurata molte volte da quando era in Francia. Era preparato. I suoi uomini erano preparati. Sapeva che cosa fare. Ma solo Hitler in persona poteva ordinare alla divisione di muoversi.
E questo von Luck non lo sapeva.

Thérèse e Georges Gondrée erano i proprietari del piccolo caffè vicino al ponte sul Canale di Caen. Thérèse era alsaziana di origine e conosceva il tedesco; per via dei suoi trascorsi alla Lloyd Bank di Parigi, Georges conosceva l’inglese. Entrambi lavoravano per la Resistenza. Fingendo di non capire, Thérèse ascoltava le conversazioni dei sottufficiali e dei soldati tedeschi e le riferiva al marito; Georges raccoglieva le informazioni e le inviava, tramite i suoi contatti, a Londra. Ai primi di giugno, i servizi inglesi ricevettero una sua comunicazione: riguardava l’esatta ubicazione del meccanismo per fare detonare le mine poste sotto le arcate del ponte sul Canale di Caen.

Il soldato semplice Vern Bonck aveva ventidue anni. Nato e cresciuto in Polonia, era stato arruolato nella Wehrmacht e spedito in Francia. Altri suoi connazionali lo avevano preceduto, altri lo avrebbero seguito. L’essere considerati truppe di seconda scelta si era rivelato una specie di terno al lotto: pochi rischi, vita relativamente tranquilla, buon vino, donnine allegre.
Quella sera Bonck, terminato il proprio turno di guardia al ponte del Canale di Caen , non andò a dormire, ma insieme a un commilitone, anch’egli polacco, decise di prendere servizio nel bordello della vicina cittadina di Bénouville. Quando Bonk e il suo compagno varcarono l’ingresso del bordello, mezzanotte era passata da poco.
Da cinque minuti era martedì 6 giugno.
6 giugno 1944.

Overlord

Da tempo gli Alleati pensavano all’apertura di un secondo fronte in Europa. Lo chiedeva con insistenza Stalin, lo esigeva la situazione sul terreno. Ma dove, come, quando aprirlo? Con quali forze? Da quale porta entrare in Germania? Dai Balcani, come sarebbe piaciuto a Churchill o dalla Francia, come voleva Marshall[1]?
Nell’aprile del 1942, Marshall in persona era volato a Londra per proporre l’apertura del secondo fronte in Francia per l’anno seguente. Ma a quel tempo Churchill aveva altre gatte da pelare. In Africa settentrionale Rommel sembrava inarrestabile e Suez concretamente minacciata. La perdita del canale avrebbe tagliato fuori la Gran Bretagna dal proprio impero e consentito ai tedeschi di impadronirsi delle risorse petrolifere della zona. Con grave disappunto di Marshall,  Churchill riuscì a convincere Roosevelt a dare la precedenza al Mediterraneo. Ma dopo El Alamein, Torch e Husky, la questione dell’apertura del secondo fronte in Europa non poteva più essere rimandata. Fedele alla propria idea, Churchill insisteva sull’Italia e sulla Sella di Lubiana; con altrettanta energia, Marshall proponeva la Francia. E questa volta fu lui a spuntarla.
Gli analisti militari del COSSAC (Chief Of Staff , Supreme Allied Command) sotto la guida del generale britannico  Frederick E. Morgan si misero al lavoro. Un lavoro non facile. C’era bisogno di almeno un porto, della copertura aerea, di un terreno relativamente solido, di maree favorevoli, di mezzi da sbarco in numero adeguato. Nella scelta del luogo dello sbarco si andò per esclusione: Brest in Bretagna era troppo lontana,  Calais troppo prevedibile perché troppo vicina e troppo rischiosa perché troppo difesa. Restava la Normandia. E qui, fra la penisola di Cotentin a ovest e l’estuario del fiume Orne a est,  fu individuato il luogo dello sbarco.
Lo sfortunato raid alleato a Dieppe (1942) aveva dimostrato l’impossibilità – o comunque, la grande difficoltà- di occupare con un attacco dal mare un porto ben difeso. Ma gli Alleati avevano bisogno di un approdo sicuro per mettere a terra, dopo la prima ondata, truppe e rifornimenti. Furono così predisposti due porti artificiali- chiamati in codice Mulberries, gelsi. Essi sarebbero stati assemblati pezzo per pezzo vicino alle coste normanne per ricevere, in attesa della conquista del porto naturale di Cherbourg,  i rifornimenti e gli uomini da sbarcare nei giorni successivi al consolidamento delle teste di ponte. Un linea di navi affondate e disposte poppa contro prua, ( in codice, Gooseberry, uva spina) avrebbe inoltre fornito riparo alle imbarcazioni più piccole, consentendo loro di caricare e di scaricare senza correre grossi rischi.
Alla prima fase dell’operazione ( lo sbarco, Operazione Nettuno) furono assegnate cinque divisioni ( originariamente ne erano state previste tre): due americane( Utah Beach e Omaha Beach,  una canadese( Juno Beach) e due britanniche( Gold e Sword) Fondamentali erano l’appoggio aereo e l’appoggio navale. I cieli erano dominio assoluto degli aerei alleati e tale superiorità doveva essere sfruttata al massimo.

Ponti e alianti.

Ancora in fase di progettazione, tuttavia, ci si accorse che i fianchi delle future teste di ponte erano scoperti. E vulnerabili. Soprattutto a est, nella spiaggia designata in codice come “ Sword”. Gli analisti militari del COSSAC”, sollecitati” da un Montgomery alquanto preoccupato, corsero ai ripari rafforzando il fianco occidentale dello schieramento con due divisioni di paracadutisti ( 82.ma e 101.ma aviotrasportate, americane) e quello orientale con una divisione britannica ( la Sesta aviotrasportata). Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere  gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco.
Ma, una volta a terra, i paracadutisti avrebbero dovuto essere riforniti nel giro di breve tempo. Era impensabile, infatti, poter affrontare le unità corazzate tedesche o tenere le posizioni contando sul solo armamento leggero. Dunque, erano necessari artiglieria e carri armati. E siccome artiglieria e carri armati non possono- di solito- essere paracadutati, ma, una volta sbarcati, devono raggiungere il fonte viaggiando su strada o su ferrovia, il controllo delle vie di comunicazione terrestri diventava vitale.

Nella zona di Sword la chiave di tutto erano i ponti sul Canale di Caen e sul fiume Orne vicini rispettivamente alle cittadine di Bénouville e di Ranville[2]. Se quei ponti fossero rimasti in mano tedesca -ragionavano gli analisti del COSSAC-  i paracadutisti della Sesta divisione, senza possibilità di ricevere rifornimenti, sarebbero stati isolati e facilmente sopraffatti. Il grosso delle forze tedesche, infatti, era concentrato a nord e a est della Senna in previsione di uno sbarco alleato nella zona del Pas de Calais. Una volta  resisi conto che quello in Normandia era lo sbarco principale e una volta neutralizzati i parà, i tedeschi avrebbero potuto servirsi dei ponti sull’Orne per contrattaccare in forze i britannici a Sword e, dopo Sword, estendere il contrattacco a tutte le altre spiagge.
Non poteva accadere, non doveva accadere. Perciò quei ponti dovevano essere occupati dagli Alleati e tenuti fino al completamento dei lanci e al consolidamento completo delle teste di ponte  a terra. L’azione doveva essere rapida e risolutiva; sorpresa e velocità di esecuzione erano essenziali. I paracadutisti non potevano garantirle. Era una questione di tempo, non di valore individuale. Anche nell’ipotesi – tutt’altro che scontata- di un lancio perfetto e da manuale, quanto tempo avrebbero impiegato per raggrupparsi, raccogliere l’equipaggiamento, organizzarsi e passare all’azione?
Le operazioni aviotrasportate erano maledettamente rischiose. Dopo la costosissima conquista di Creta ( 1941), Hitler, ad esempio, non aveva più voluto sentir parlare di impiegare i paracadutisti in operazioni autonome. Se non si potevano impiegare i parà, si sarebbe potuto comunque fare ricorso agli alianti d’assalto. Gli Horsa inglesi potevano portare direttamente sul luogo dell’azione una trentina di uomini ciascuno. Ma i piloti sarebbero riusciti ad atterrare indenni? E di notte, per giunta? E come dimenticare il mezzo disastro dell’operazione Fustian( Sicilia, 1943)? [3]
Gli interrogativi e le riserve non mancavano, dunque. Né potevano mancare. Ma c’erano anche esempi contrari. D’accordo, Fustian si era rivelata un fallimento, ma la presa del forte di Eben-Emael da parte dei tedeschi nel 1940 era stata un successo pieno. E che dire della conquista del ponte sul Canale di Corinto, in Grecia? Entrambe le operazioni erano state condotte da truppe d’assalto imbarcate su alianti. Che cosa aveva di diverso il ponte sul Canale di Caen da quello sul Canale di Corinto? Se c’erano riusciti i tedeschi, perché gli Alleati avrebbero dovuto fallire?
Si decise, pertanto, di correre il rischio e di impiegare gli alianti d’assalto per prendere i ponti. Il generale britannico Richard “Windy” Gale [4], comandante della Sesta divisione aviotrasportata preparò il piano e scelse gli uomini. La scelta cadde sulla Compagnia D, Secondo battaglione di fanteria leggera Oxfordshire e Buckingamshire ( Ox and Bucks). La Compagnia del maggiore John Howard.
Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché io , in quel momento, avrò già finito il mio lavoro.”

“Hold until relieved”

Il “lavoro” cominciò il 5 giugno nell’aeroporto di Tarrant Rushton, nel Dorset. Alle 22,56, sei bombardieri Halifax decollarono portandosi al traino altrettanti alianti Horsa . A bordo degli alianti c’erano 180 uomini: la Compagnia D, due plotoni della Compagnia B, trenta genieri e un medico, il capitano John Vaughan. E , naturalmente,  i piloti ( due per aliante).  Gli alianti 1,2 e 3 formavano il primo gruppo: obiettivo il Canale di Caen; gli alianti 4, 5 e 6 formavano il secondo gruppo ed erano diretti al ponte sull’Orne. I due gruppi volavano paralleli l’uno all’altro.[5] Il maggiore John Howard comandava l’intera operazione.
Aveva ordini precisi: prendere i ponti con un fulmineo colpo di mano, organizzare la difesa, tenere la posizione finché non fosse stato rilevato. “ Hold until relieved” aveva scritto il generale di Brigata Nigel Poett. E aveva aggiunto: prendere i ponti non dovrebbe essere un grosso problema. A patto che gli alianti atterrino esattamente nelle zone assegnate. Avrete dalla vostra l’effetto sorpresa, avrete di fronte truppe per la gran parte inesperte, poco motivate e di seconda scelta. Potreste, dovreste farcela. I problemi, quelli veri, cominceranno con il contrattacco tedesco.
Hold until relieved”. A bordo dell’aliante numero 1, Howard continuava a pensare alle parole del suo superiore. “ Hold until relieved”. Ce l’avrebbero fatta a prendere i ponti intatti e resistere fino all’arrivo dei rinforzi? A che distanza dai ponti sarebbero atterrati gli alianti? Ci sarebbe stata contraerea? I tedeschi avevano fatto in tempo a piantare i pali ( i famosi e famigerati “Asparagi di Rommel”) nella zona d’atterraggio?
Howard allontanò da sé questi pensieri. Stranamente non soffriva di mal d’aereo, come era successo in tutte le esercitazioni precedenti. Intorno a lui gli uomini, i suoi uomini, quegli uomini di cui era fiero e orgoglioso, i volti anneriti dal nerofumo, gli Sten ad armacollo, cantavano per esorcizzare la tensione. Si erano allenati duramente. Mesi di addestramento feroce, esercitazioni con munizioni vere li avevano induriti e resi capaci di prendere decisioni in una frazione di secondo. Avevano assaltato quei maledetti ponti, dieci, venti, trenta volte, di giorno e di notte, con la luna piena e nella completa oscurità urlando “ Baker! Baker! Baker! o Able! Able! Able! per identificarsi e per evitare il fuoco amico.  Ma le manovre sono una cosa, il combattimento un’altra. E Howard lo sapeva. Fin troppo bene.

Sette minuti dopo mezzanotte.

Ai comandi di “ Lady Irene”, l’aliante numero 1, il sergente maggiore Jim Wallwork vedeva brillare il riflesso argenteo della risacca sotto di sé. Più o meno nello stesso momento, il Brigadiere Nigel Poett a bordo di un Albemarle si avvicinava alla zona di lancio. Dietro di lui, altri  cinque Albemarle trasportavano i pathfinder , gli uomini incaricati di illuminare le Drop Zone per i paracadutisti della Quinta brigata e in particolare del Settimo battaglione del colonnello Richard Geoffrey Pine-Coffin[6], incaricato di rilevare Howard. Il colonnello von Luck udì il rumore degli Albemarle. Aveva l’orecchio allenato e non ci mise molto a capire: volavano bassi. Non pensò a un attacco di paracadutisti: probabilmente quegli aerei stavano effettuando un lancio di armi e rifornimenti per gli uomini della Resistenza francese, si disse. Mandò in giro qualche pattuglia.

Nel bordello di Benouville, il soldato Bonk e il suo camerata ordinarono una bottiglia di vino rosso e si appartarono con due ragazze. Il maggiore Hans Schmidt, responsabile della difesa dei ponti sul Canale di Caen e sull’Orne, era a Ranville in compagnia dell’amante; le guarnigioni non erano in stato di massima allerta; le cariche esplosive non si trovavano nelle camere di scoppio: Schmidt, temendo incidenti o colpi di mano da parte degli uomini della Resistenza, aveva fatto riporre le mine in un luogo sicuro . Thérèse e Georges Gondrée erano già a letto.

Arrivati in vista della costa, i piloti sganciarono i cavi di traino. Ci fu uno scossone iniziale, poi solo silenzio: gli Horsa e gli uomini del maggiore Howard erano soli.
Mezzanotte era passata da sette minuti. L’invasione era cominciata.

Pegasus Bridge simbolo paràIl tenente Herbert “Den” Brotheridge, comandante di plotone, aprì, non senza sforzo, la porta dell’aliante numero 1. Brotheridge era un ottimo ufficiale: intelligente, coraggioso, deciso. Gli piaceva il gioco del calcio, lo praticava e ci sapeva fare. Avrebbe potuto benissimo giocare fra i professionisti. Howard ne apprezzava le qualità di uomo e di soldato e l’aveva spinto prima a diventare ufficiale, poi l’aveva voluto al suo fianco sull’aliante numero 1. Margaret, sua moglie, aspettava un bambino: questione di giorni, forse di ore.
Il cielo era coperto da nuvole. Lady Irene viaggiava alla velocità di circa duecentocinquanta chilometri orari. Durante estenuanti esercitazioni, Wallwork e il co-pilota John Ainsworth avevano provato e riprovato la manovra: controlla la velocità, vira; controlla la velocità, vira di nuovo. E ora, nel cielo sopra Caen, Ainsworth, servendosi di un cronometro, dettava i tempi ( e lo stesso facevano i co-piloti degli altri alianti): contava ad alta voce i secondi e urlava a Wallwork quando virare.
Come giganteschi uccelli rapaci, silenziosi e invisibili, distanziati di un minuto l’uno dall’altro, gli Horsa scendevano nel buio verso la preda: duemila metri: vira; millecinquecento metri: vira, mille metri: vira. Wallwork non vedeva niente e confidava nell’esattezza dei calcoli del suo co-pilota. Poi la luna spuntò per un momento dalle nuvole e Wallwork fu finalmente in grado di distinguere, in lontananza, l’inconfondibile silouette del ponte e la zona d’atterraggio. Il Canale appariva come un sottile nastro argentato.
“ OK”, disse a se stesso, “Andiamo.”

Lady Irene toccò terra esattamente dove, secondo i calcoli di Ainsworth, doveva toccarla. Non un metro di più, non un metro di meno. Viaggiava alla velocità di centosessanta chilometri l’ora. Troppi per una zona d’atterraggio lunga sì e no quattrocento metri. Non c’erano “ asparagi”.
Wallwork gridò allora a Ainsworth di azionare il paracadute dell’aliante. Quella manovra non gli piaceva( a volte il paracadute non si apriva), ma non c’era altro da fare se si voleva evitare di finire lunghi e di andare a sbattere contro il terrapieno della strada posto alla fine di quei quattrocento, infiniti, metri. Il paracadute si gonfiò, il muso dell’Horsa si inclinò bruscamente verso il basso, le ruote finirono in mille pezzi, l’intero aliante rimbalzò una prima volta, toccò terra di nuovo e di nuovo rimbalzò finché, senza più paracadute, piombò a cento chilometri all’ora sui reticolati, arrestandosi a una quarantina di metri dal ponte.
Wallwork e Ainsworth non fecero in tempo a godersi “ la più grande prodezza aerea dell’intera guerra” come la definì il Maresciallo dell’Aria, sir Leigh- Mallory: furono sbalzati fuori dalla carlinga e finirono lunghi distesi sul terreno.  Persero conoscenza. Toccò  loro un altro onore: quello di essere i primi soldati alleati a mettere piede ( e qualche altra arte del corpo, in verità) sul suolo francese il giorno dell’invasione.
Le due sentinelle tedesche in servizio sul ponte udirono tutto quel fracasso, ma non ci fecero caso più di tanto. C’era stata e c’era un’intensa attività aerea nella zona. L’ennesimo rottame dell’ennesimo aereo abbattuto, pensarono. Dentro Lady Irene c’era silenzio. Gli uomini erano intontiti. Il maggiore Howard aveva battuto il capo contro la parte superiore della carlinga  e l’elmetto gli si era calato sugli occhi. Non vedeva niente.
Mezzanotte era passata da sedici minuti.

“Che cosa stiamo aspettando, signore?”

Neanche una decina di secondi dopo l’impatto- a molti sembrarono minuti- gli Ox and Bucks, riavutisi, uscirono armi in pugno da Lady Irene, chi dalla porta principale, chi dal retro e si diressero di corsa verso i propri obiettivi. Sapevano che cosa fare, l’avevano provato e riprovato decine di volte, non potevano sbagliare.
Nel frattempo, in rapida successione, gli alianti 2 e 3 atterrarono vicino a Lady Irene. Nell’impatto, un uomo del numero 3  perse la vita e il tenente David Wood fu sbalzato fuori dal numero 2, armi  personali e munizioni comprese. Ripresosi, raggruppò i suoi e li condusse verso le trincee posizionate  sul lato orientale della strada.
Anche il tenente “Sandy” Smith fu catapultato fuori dall’aliante numero 3. Finì in mezzo al fango( l’aliante era atterrato ai bordi di uno stagno) e perse il suo Sten. Quando si rialzò, un caporale del suo plotone gli si avvicinò e, con calma, disse:” Che cosa stiamo aspettando, signore?” Fu questione di un attimo: Smith si rialzò, afferrò uno Sten e si diresse di corsa verso il ponte.
Più o meno nello stesso momento, il brigadier generale Nigel Poett, lanciatosi dall’Albemarle,  toccava terra in un avvallamento a circa un paio di chilometri dai ponti. Nessuno atterrò vicino a lui: non un parà, non il prezioso operatore radio al quale Howard avrebbe dovuto comunicare, servendosi delle parole in codice Ham and Jam, prosciutto e marmellata, la notizia della conquista dei ponti. Il brigadiere era solo. Si guardò intorno sperando di vedere la torre campanaria di Ranville, la sua stella polare. La torre non si vedeva. Poi udì gli spari. Si incamminò nella loro direzione attraverso un campo di grano. Poco più avanti si imbatté in un soldato sbandato e insieme a lui proseguì il cammino.

Pegasus Bridge simbolo paràBrotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli Sten imbracciati all’altezza del petto,  pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca- poco più di un ragazzo- si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non le si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando :” Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra( furono questi i colpi uditi da Poett). Il razzo e una forte esplosione( gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser.  Brotheridge fu raggiunto da un proiettile e cadde a terra. Morì dopo pochi minuti senza riprendere conoscenza. Due settimane dopo, sua moglie Margaret diede alla luce una bambina.
Non ci fu resistenza organizzata: i tedeschi erano stati colti completamente di sorpresa. Trincee e bunker sulle rive del Canale furono “ ripuliti” con le bombe a mano: il ponte fu catturato in meno di dieci minuti. Non senza ulteriori costi, però. Il tenente David Wood fu ferito alla gamba sinistra; il tenente “Sandy” Smith fu raggiunto dalle schegge di una granata e riportò una grave ferita a un polso. In più aveva un ginocchio dolorante. Entrambi avevano bisogno di cure. E del dottor Vaughan.
Il dottor Vaughan viaggiava a bordo dell’aliante numero 3 e sedeva immediatamente dietro i piloti. Al momento dell’atterraggio fu sbalzato fuori dall’abitacolo. Rimase privo di conoscenza per un quarto d’ora. Quando si rimise in piedi, sembrò un po’ frastornato, tanto frastornato da dirigersi per ben due volte verso le posizioni tedesche. Tornato pienamente in sé, il dottor Vaughan cominciò a prendersi cura dei feriti. E non sbagliò più direzione.
Anche Wallwork e Ainsworth ripresero conoscenza. Il primo aveva la faccia completamente coperta di sangue a causa dei tagli riportati quando era stato sbalzato fuori da Lady Irene; il secondo era bloccato sotto l’aliante. Wallwork allora aiutò il proprio co-pilota a liberarsi e lo affidò alle cure di un infermiere. Quindi cominciò a scaricare l’aliante e a portare le munizioni in prima linea. [7]
Mentre sul ponte ancora si sparava, i genieri ne esploravano le arcate alla ricerca delle cariche esplosive: trovarono le camere di scoppio vuote. Fu un sollievo per Howard e un colpo di fortuna per gli Alleati.

Nel bordello di Bénouville, Vern Bonk e il suo camerata polacco udirono i primi spari. Afferrarono le armi, si precipitarono fuori e si diressero di corsa verso il ponte del Canale di Caen. A un certo punto si fermarono per riprendere fiato. Che fare? Proseguire? tornare indietro? I due non ci pensarono un momento: scaricarono i loro Schmeisser sparando in aria e tornarono  di gran carriera a Bénouville, dicendo di essersi ritirati per mancanza di munizioni dopo aver impegnato il nemico sul ponte del Canale.

Anche Georges Gondrée udì gli spari e volle andare a vedere che cosa stesse succedendo proprio sotto casa sua. Strisciando sul pavimento raggiunse una finestra. Aprì con grande cautela le imposte e fece per sporgersi . In quel preciso momento una raffica di Sten colpì le imposte appena sopra la sua testa. Georges Gondrée tornò indietro , raggiunse moglie e figlie e insieme a loro scese  nello scantinato.

Fox!Fox!Fox!

Venti minuti dopo mezzanotte, nella zona di Ranville, l’aliante numero 6 atterrò a circa trecento metri dal ponte sull’Orne; un minuto dopo, il numero 5  atterrò trecento metri più indietro. L’Horsa numero 4 con a bordo il capitano Brian Friday, secondo in comando, e il tenente Tony Hooper, comandante di plotone, sbagliò zona e finì a circa venti chilometri di distanza nei pressi di un ponte sul fiume Dives [8]. Ma Howard aveva addestrato i propri uomini ad agire autonomamente, affinché potessero far fronte a eventuali inconvenienti. Ogni plotone aveva sì un compito preciso, ma conosceva anche tutte le fasi dell’operazione e, durante l’addestramento, le aveva provate e riprovate decine di volte.
Il tenente Dennis Fox raggruppò quindi rapidamente i propri uomini usciti dall’aliante numero 6 e, senza aspettare ordini o Friday, si diresse di corsa verso il ponte. Una mitragliatrice tedesca aprì il fuoco e gli uomini si gettarono a terra. Il sergente Charles “Wagger” Thornton si fece avanti e la neutralizzò con un unico colpo di mortaio. Subito dopo l’esplosione, tutti gli uomini scattarono in avanti urlando e in  breve raggiunsero l’estremità opposta. Non incontrarono resistenza. Fox schierò i propri uomini in posizione di attesa.
Aveva appena finito di farlo, quando una ventina di uomini imboccò il ponte urlando “ Easy! Easy! Easy!”. Era il plotone del tenente “Todd” Sweeney. Dall’ estremità opposta arrivò la risposta: “ Fox! Fox! Fox!”. Gli uomini di Sweeney attraversarono il ponte senza sparare un solo colpo.
A mezzanotte e ventisei minuti, il caporale Ted Tappenden, operatore radio di Howard, ricevette la comunicazione tanto attesa: il ponte di Ranville era stato conquistato intatto. Ham and Jam.
Erano trascorsi dieci minuti dall’atterraggio dei primi Horsa.

Ham and bloody Jam

Alle 0,50 i parà della Quinta brigata cominciarono a prendere terra nella zona del fiume Dives e a est dei ponti difesi dagli Ox and Bucks.  Il maggiore Howard passò alla fase due e organizzò la difesa. Sapendo di essere protetto sul lato orientale dai parà, rafforzò il settore occidentale, dislocando meglio i plotoni e impiegando i genieri come forza di riserva. Finito di impartire gli ordini, Howard cominciò a soffiare in Morse nel suo fischietto: tre punti, una linea; tre punti, una linea( era la “V” di Victory) . I parà avevano bisogno di sapere dove dirigersi: con il suo fischietto Howard cercava di fornire loro un punto di riferimento. Ma ci sarebbe voluto tempo, molto tempo, prima che gli uomini di Pine-Coffin si raggruppassero, raccogliessero il materiale e arrivassero. E sicuramente i tedeschi avrebbero contrattaccato. Dalle parti di Le Port e di Bénouville, infatti, si udiva il rumore poco rassicurante e minaccioso di carri armati in movimento. Howard non era per niente tranquillo.
Accanto a lui, Tappenden continuava a ripetere alla radio: “ Ham and Jam”, “ Ham and Jam” . Inutilmente. Un paio di volte perse la pazienza ed esclamò: “Hello Dog four. Ham and Jam, Ham and bloody Jam. Where the hell are you?”, che, tradotto, suona, più o meno, in questo modo: “Pronto Dog quattro. Prosciutto e marmellata, prosciutto e quella stramaledetta marmellata. Dove cavolo siete?”

Il destinatario di quella sfilza di imprecazioni si trovava in quel momento nei pressi di Ranville. Il generale Poett, infatti, era uscito finalmente dal campo di grano in compagnia del soldato sbandato incontrato lungo il cammino e aveva raggiunto il ponte sull’Orne. Dopo aver conferito con il tenente Sweeny,  Poett raggiunse il ponte sul Canale. Qui incontrò Howard e fu messo al corrente della situazione.
Quando Poett arrivò al ponte di Bénouville, Tappenden si riappacificò con la marmellata.

Pegasus Bridge simbolo paràNel frattempo, il colonnello Pine-Coffin s’era perso. Sceso con il paracadute poco prima dell’una di notte, non sapeva dove si trovasse. Come già Poett prima di lui, non vedeva la torre della chiesa di Ranville e in più non riusciva a individuare la posizione sulle mappe. Aveva intorno a sé meno di cento uomini e non sapeva dove fosse finito il grosso del suo battaglione. Stava ancora cercando di raccogliere le idee, quando udì il fischietto di Howard. Che fare? Muovere quel pugno di uomini o aspettare di aver radunato tutti gli effettivi? Cento uomini erano sicuramente pochi, ma erano pur sempre meglio di niente e aspettare avrebbe significato solo perdere tempo.
Pine- Coffin non ci pensò due volte: ordinò ai suoi cento parà di dirigersi a passo sostenuto nella direzione da cui provenivano i segnali.

“Vi ricacceremo in mare”

Sui ponti conquistati era stato allestito un posto di medicazione. E lì, Con la pazienza di un santo, Il dottor Vaughan ascoltava quel ferito tedesco magnificare, in perfetto inglese, la razza superiore e il genio militare di Adolf Hitler. Per ora vi è andata bene, sbraitava il ferito. E vi è andata bene perché il nostro Fuehrer non è stato ancora informato della vostra stupida azione. Appena saprà che siete qui, reagirà di brutto e per voi saranno guai seri. In men che non si dica sarete ributtati in mare.
Quegli sproloqui infastidivano appena il dottore: il suo dovere di medico era quello di curare chiunque ne avesse bisogno. Anche i nazisti convinti. E Hans Schmidt aveva tutta l’aria di esserlo. Era stato ferito mentre in auto si stava recando a rotta di collo verso il ponte sull’Orne per rendersi conto di quanto stesse succedendo. Forse era un nazista, sicuramente era un nemico, ma era ferito e andava curato. Questo imponeva il giuramento di Ippocrate.
Schmidt era partito in fretta e furia da Ranville insieme all’amante e alla scorta. Lasciata la donna davanti alla sua abitazione, era arrivato a velocità folle sul ponte, sorprendendo le pattuglie di guardia. Non Sweeny, però. Una raffica di Sten aveva raggiunto la Mercedes  del maggiore facendola sbandare e mandandola ad arrestarsi violentemente contro la struttura del ponte. A bordo furono trovate calze da donna, biancheria intima e bottiglie di vino.
Vaughan praticò a Schmidt un’iniezione di morfina e cominciò a fasciargli le ferite. Dopo una decina di minuti, il maggiore smise di magnificare Hitler e la razza ariana e ringraziò il dottore per come lo stava curando.

Il contrattacco

All’una e trenta, due carri armati Panzer IV *** avanzarono nell’oscurità verso il ponte sul Canale. Venivano avanti con molta cautela, uno davanti, l’altro un po’ più indietro. Howard li udiva più che vederli e sudava freddo. Se i tedeschi avessero ripreso il ponte, avrebbero avuto il tempo di organizzare un perimetro difensivo e di bloccare i paracadutisti prima del loro arrivo. Poi sarebbero intervenuti i reparti corazzati e sarebbe stata la fine.
All’imboccatura del ponte , il sergente Thornton tremava come una foglia. Ma era pronto. Nessuno sparava, la tensione era alle stelle.

Subito dopo l’una di notte, il colonnello von Luck ricevette i primi rapporti sull’arrivo di paracadutisti nella sua zona. Mise immediatamente il reggimento in stato di allerta: di lì a poco- ne era sicuro- gli sarebbe stato impartito l’ordine di muoversi. I parà erano nel loro momento di massima vulnerabilità: avrebbero dovuto raggrupparsi, recuperare l’armamento pesante, organizzarsi. Era quello il momento per intervenire. L’attesa avrebbe soltanto favorito il nemico. I paracadutisti si sarebbero raggruppati, avrebbero raggiunto i ponti, avrebbero organizzato le difese e, con la luce del giorno, avrebbero potuto contare sull’aviazione e sul fuoco dei cannoni navali. Von Luck fremeva: non si doveva aspettare, bisognava contrattaccare immediatamente.
Ma l’ordine di muoversi non arrivava.

Sul ponte di Caen, frattanto, appostato nell’ oscurità, invisibile agli equipaggi dei panzer, il sergente Thornton brandiva un fucile anticarro PIAT, l’unico ancora funzionante. Gli altri erano stati danneggiati durante l’atterraggio. Il PIAT era un’arma macchinosa e pesante, efficace solo a breve distanza. Ma Thornton non poteva, non doveva sbagliare. Se il colpo fosse andato a vuoto, niente e nessuno avrebbe potuto fermare i carri.
Il panzer di testa avanzava lentamente, il cannone minacciosamente proteso in avanti. Trenta metri, venticinque metri…
Thornton tirò il grilletto.

Il colonnello Pine- Coffin vide accendersi la notte davanti a lui. In lontananza, lunghe lingue di fuoco si alzarono verso il cielo. A qualche miglio di distanza, all’imboccatura del ponte di Caen, il panzer di testa bruciava, le munizioni e le bombe a bordo esplodevano, mettendo in scena una specie di spettacolo pirotecnico. Il colpo di Thornton era andato a segno. L’altro carro si era ritirato. Arrivato a Bénouville, il comandante del panzer aveva riferito ai suoi superiori che nella zona del ponte c’erano almeno sei cannoni anticarro. I comandanti avevano allora preferito aspettare l’alba per riprovarci. Non ci sarebbero stati ulteriori attacchi, quella notte.
Pine- Coffin adesso sapeva dove dirigersi. Avanzò con i suoi cento uomini quasi a passo di corsa verso quelle lingue di fuoco. Il resto del reggimento, sparpagliato nei dintorni, fece lo stesso.

Dormire, dolce dormire.

Verso le tre di notte, il tenente Fox e il sergente Thornton ispezionarono i bunker sulle rive del Canale. In uno di essi trovarono tre soldati tedeschi addormentati. Inspiegabilmente non si erano accorti di alcunché. Fox si avvicinò a uno di essi, gli puntò la luce della sua torcia elettrica in faccia e gli intimò di alzarsi. Il tedesco, insonnolito, alzò appena le palpebre, gettò un’occhiata a Fox, alla sua strana uniforme, al suo volto annerito dal nerofumo, alla sua arma altrettanto strana e pensò a uno scherzo da parte dei commilitoni. Senza tanti complimenti lo mandò  a quel paese e riprese a dormire.
Il sergente Thornton cominciò a ridere così forte che gli vennero le lacrime agli occhi.

Mentre il sergente Thornton si sbellicava dalle risa, il colonnello von Luck aveva riunito il suo reggimento ed era pronto. I motori dei carri erano accesi, mancava solo l’ordine di muoversi. Ma quell’ordine poteva impartirlo solo Hitler in persona. Solo lui poteva muovere le divisioni corazzate. Non von Rundstedt, non Rommel, non von Salmuth. E tanto meno von Luck. E Hitler, in quel momento stava dormendo. Svegliarlo? E perché? Sì certo, c’erano stati lanci di paracadutisti in Normandia, ma chi garantiva che quello fosse l’attacco principale e non una manovra diversiva? No, non valeva la pena di svegliare il Fuehrer.
E intanto, mentre Hitler dormiva, mentre i motori dei carri di von Luck continuavano a girare a vuoto, i paracadutisti del generale Gale prendevano posizione intorno ai ponti di Bénouville e di Ranville. Con loro c’era anche il capitano Richard Todd, Settimo battaglione aviotrasportato.
Diciotto anni più tardi avrebbe interpretato il ruolo del maggiore John Howard nel film Il giorno più lungo.

Epilogo.

Cominciava ad albeggiare e von Luck era ancora fermo accanto ai suoi carri con il motore acceso. Mentre dentro di sé imprecava e malediceva la stupidità degli alti papaveri, vide avanzare alcuni suoi uomini. Avevano catturato due segnalatori alleati atterrati nella zona di Ranville e recuperato una motocicletta dall’interno di un aliante abbandonato. Von Luck degnò appena di uno sguardo i prigionieri: tutta la sua attenzione era concentrata sulla motocicletta. Gli sembrava familiare. Guardò meglio e non ebbe più dubbi: era proprio la sua motocicletta perduta in Africa. Uno strano destino gliela riconsegnava, a distanza di tempo, sulle coste normanne.
Ma l’ordine di contrattaccare non era ancora arrivato.

Georges Gondrèe sentì bussare alla porta. Con infinita cautela andò ad aprire. Si trovò davanti due soldati dalle strane uniformi, la faccia annerita, l’aspetto minaccioso. Uno di due gli chiese, in francese, se ci fossero tedeschi all’interno della sua abitazione. Georges non sapeva che fare, non sapeva se fidarsi o no. Chi erano quei soldati? Da dove venivano? Erano forse tedeschi camuffati mandati lì a verificare se collaborava o no con la Resistenza? Era un trappola per smascherarlo? Decise di fare lo gnorri.
A gesti, intercalando qualche parola di francese, fece capire che no, non c’erano tedeschi. I due soldati entrarono, gli Sten spianati. Georges presentò Thérèse e le figlie. I due soldati si scambiarono un’occhiata. Poi uno dei due si rivolse all’altro, in perfetto cockney, dicendo che tutto gli sembrava a posto.
Georges Gondrée allora capì. Non si trattava di un tranello o di un’astuta messinscena: quei soldati erano soldati inglesi. Pianse di gioia. Per festeggiare, resuscitò un centinaio di bottiglie sepolte all’arrivo dei tedeschi, 1450 giorni prima. Anche l’astemio Howard si arrese allo champagne.
Thérèse Gondrée baciava tutti i soldati che incontrava e non la smetteva più. Ben presto la sua faccia diventò nera. Per due giorni Thérèse non si lavò: voleva fare sapere a tutti che lei era stata la prima donna francese a incontrare i soldati alleati  il giorno dell’invasione.

Verso l’una del pomeriggio del 6 giugno, il maggiore Howard udì il suono di una cornamusa provenire dalla direzione di Bénouville. Era quella di Bill Millin: annunciava l’arrivo dei berretti verdi di Lord Lovat e dei 177 commando francesi del comandante Philippe Kieffer.
Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché io , in quel momento, avrò già finito il mio lavoro.”

 

Quel che successe dopo.

Il maggiore John Howard

Il maggiore John Howard

Il 13 novembre 1944, per un tragico e beffardo gioco del destino, il maggiore John Howard fu vittima di un incidente stradale. Nell’incidente riportò gravi lesioni. Al termine del conflitto avrebbe voluto essere confermato in servizio permanente effettivo, ma fu giudicato fisicamente inidoneo e la sua richiesta fu respinta. Trovò lavoro presso il Ministero dell’Agricoltura.
Fino al giorno della sua scomparsa avvenuta nel 1999, ogni anno, immancabilmente, il maggiore Howard tornava in Francia sui luoghi della sua incredibile impresa. Il governo francese lo ha insignito di un’alta onorificenza e recentemente è stato emesso un francobollo con la sua effigie per ricordare gli avvenimenti di quei giorni. La via principale del Pegasus Memorial a Ranville, in Francia, porta il suo nome.

Modello - a grandezza naturale-di un aliante Horsa al Pegasus Memorial

Modello – a grandezza naturale-di un aliante Horsa al Pegasus Memorial

Il ponte sul Canale di Caen, ribattezzato “Ponte Pegaso”, “ Pegasus Bridge( Il cavallo alato Pegaso, con in arcione il mitico guerriero Bellerofonte, era il simbolo delle forze aviotrasportate britanniche) è stato sostituito nel 1994 da una nuova struttura, in grado di reggere il traffico moderno. Il vecchio ponte fu acquistato per la cifra simbolica di un franco francese da alcuni reduci dello sbarco del ’44. Per sette anni- mancavano i fondi per restaurarlo- rimase ad arrugginire accanto al suo fratello più giovane. Alla fine i fondi furono trovati e oggi il ponte, quel ponte, rimesso completamente  a nuovo e tirato a lucido, fa bella mostra di sé nel Pegasus Memorial. Accanto al ponte si possono ammirare un modello in scala originale di un aliante Horsa e il busto di bronzo dedicato al maggiore Howard.

Il Caffè Gondrée, oggi.

Il Caffè Gondrée, oggi.

Ogni anno, fin che ha gestito il caffè, Thérèse Gondrée ha sempre offerto champagne ai reduci della Sesta divisione aviotrasportata e ai berretti verdi di Kieffer arrivati con lord Lovat. Dal giugno del 1987, il Caffè Gondrée è monumento nazionale. Oggi è gestito da una figlia di Georges e Thérèse, Arlette.

 

Il colonnello Hans von Luck

Il colonnello Hans von Luck

Nel 1991, il colonnello “Todd” Sweeney si incontrò con il colonnello Hans von Luck a Ranville, in Normandia. Insieme- i due, dopo la guerra, avevano avuto modo di conoscersi personalmente e di stimarsi- visitarono il  locale cimitero con le sue 2.562 tombe di cui 322 di soldati tedeschi. Sweeney e von Luck sostarono in raccoglimento nei rispettivi settori, entrambi commossi e profondamente turbati. Nel silenzio del sacrario, mentre rendeva onore ai compagni caduti, Sweeney pensò alla guerra e al suo significato. D’accordo, allora non c’era alternativa, disse a se stesso. Ma davvero la guerra è necessaria? O non è piuttosto il modo sbagliato di sistemare le cose.
All’altra estremità del cimitero, probabilmente von Luck la stava pensando allo stesso modo.

 

Questa succinta rievocazione dei momenti salienti della conquista dei ponti sul Canale di Caen e sul fiume Orne il 6 giugno 1944, si basa sul libro di Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge , al quale si rimanda.
***Nella versione di Antony Beevor ( D-Day , la battaglia che salvò l’Europa), gli uomini di Howard non furono attaccati da due panzer, ma da due semicingolati carichi di truppe. In quell’occasione, sempre secondo Beevor, dopo il colpo andato a segno di Thornton, furono fatti numerosi prigionieri, compreso il maggiore Schmidt, catturato invece -secondo Ambrose e come abbiamo visto- in tutt’altra circostanza.

 

Da leggere:

Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge , Simon & Schuster, 1988

Stephen E. Ambrose, D-Day. Storia dello sbarco in Normandia, BUR, 2004

Antony Beevor, D-Day, la battaglia che salvò l’Europa, Rizzoli, 2010

Will Fowler, Pegasus Bridge, Bénouville D-Day 1944, Osprey 2010

Cornelius Ryan , Il giorno più lungo, BUR, 2003

Da vedere:

Il giorno più lungo, prodotto da Darryl F. Zanuck, 1962

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[1] George C. Marshall, generale, capo di stato maggiore dell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo nome è legato anche  al piano per la ricostruzione dell’Europa post-bellica, noto appunto come Piano Marshall.

[2] Il Canale di Caen congiungeva il capoluogo del Calvados con la cittadina di Ouistreham sulla Manica. Nel 1944, il ponte sul Canale si presentava come un ponte basculante in acciaio lungo cinquantasei metri e largo quattro. All’imboccatura del ponte, sulla riva orientale, si trovavano una casamatta, un cannone anticarro e, più a nord lungo la riva, una seconda mitragliatrice. Sulla riva occidentale, dove, sul lato sud della strada che portava a Benouville,  si trovava il locale dei Gondrèe, erano posizionate altre due mitragliatrici.  Su entrambe le rive del Canale erano state scavate trincee e  bunker. Reticolati mobili erano stati collocati sulla riva orientale. Al di là del ponte, la strada che lo attraversava si congiungeva perpendicolarmente con quella che portava alle località di Le Port(a nord) e di Bénouvile ( a sud). Incontrandosi, le due strade formavano una specie di “T”.
Il ponte sull’Orne- un ponte girevole- era stato disegnato dal famoso ingegnere Gustav Eiffel, lo stesso dell’arcinota torre simbolo di Parigi. Era in acciaio e lungo un centinaio di metri. Era meno difeso di quello sul Canale.
I due corsi d’acqua correvano paralleli fino a Ouistreham. I due ponti distavano circa cinquecento metri l’uno dall’altro.
Grazie alle informazioni inviate dagli uomini della Resistenza francese, gli Alleati sapevano tutto dei due ponti: struttura, difese, consistenza delle truppe ecc. Di conseguenza, l’operazione era stata preparata fin nei minimi particolari.

[3] Proprio perché rischioso, questo genere di operazioni faceva discutere. Secondo Marshall, ad esempio, occorreva tenere unite le forze aviotrasportate e non disperderle e, per quanto riguardava lo sbarco in Normandia, lanciarle a sorpresa nella zona di Evreux a circa 130 km a est di Caen per prendere tanto il controllo delle rive della Senna quanto quello delle strade per Parigi.
Eisenhower citava Anzio per sostenere il contrario. A Anzio avevamo artiglieria e carri armati , argomentava, eppure siamo stati bloccati per mesi. E aggiungeva: i tedeschi sono maestri nel contrattaccare e una forza isolata, poco mobile e priva di armamento pesante, può essere facilmente neutralizzata. Per questo motivo, secondo lui, operare nei dintorni di Evreux significava sacrificare inutilmente ottimi soldati, mentre operare sui fianchi dello sbarco avrebbe potuto essere più utile e più efficace tatticamente.
Eisenhower non cambiò idea e Marshall non tornò più sull’argomento. (Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge, Simon & Schuster, 1988, pag 10)

[4] In inglese “ gale” significa “tempesta”, “ vento forte”. Di qui il soprannome ( “Windy”= ventoso) dato al generale Richard Gale.

[5] Questi gli ufficiali comandanti di plotone: aliante n.1: tenente Den Brotheridge; aliante n. 2: tenente David Wood; aliante n.3: tenente “Sandy” Smith; aliante n.4 : capitano Brian Friday ( secondo in comando) e tenente Tony Hooper; aliante n. 6 : tenente Dennis Fox; aliante n. 5: tenente Tod Sweeney.

[6] I soldati di Howard scherzavano- facendo anche ampi scongiuri- sul fatto di dover essere rilevati dal Settimo battaglione del colonnello Pine-Coffin. Pine Coffin, infatti, significa letteralmente “ Bara di pino”

[7] Per ordine esplicito del generale Montgomery, i piloti degli alianti, durante quell’operazione, non dovevano essere impegnati in combattimento: le loro competenze erano troppo preziose perché fossero inutilmente sprecate. Per questo motivo a Wallwork fu affidato il compito di trasportare le munizioni.

[8] I cinque ponti sul Dives, in una zona allagata artificialmente, dovevano essere distrutti, per impedire ai tedeschi di servirsene per eventuali contrattacchi. Il compito di distruggerli era stato affidato ai paracadutisti  del generale Gale.

 

Sotto il titolo: Albert Richards( 1919-1945): Exercise MUSH( Aprile-maggio 1944), Londra, Imperial War Museum

In maggio, gli uomini di Howard eseguirono un’esercitazione denominata Exercise MUSH, una specie di prova generale dell’attacco ai ponti sul Canale di Caen e sull’Orne. Furono scelti due ponti in Inghilterra molto simili a quelli da attaccare in Francia e  gli Ox and Bucks furono trasportati con autocarri militari sul luogo prescelto. Erano presenti alcuni giudici o arbitri ( umpires) , il cui compito era quello di valutare i risultati dell’esercitazione.
Una volta ricevuto il segnale di inizio della manovra, gli Ox and Bucks si avvicinarono ai ponti, li assaltarono e apparentemente riuscirono a impadronirsene. Uno degli arbitri, tuttavia, fu di diverso parere. Secondo lui, gli uomini di Howard erano arrivati tardi su uno dei ponti e non erano riusciti a impedire che fosse fatto saltare in aria. Ci furono vibrate proteste, ma l’arbitro non cambiò idea.
Quando, venti minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno 1944, il tenente “Todd” Sweeney raggiunse il tenente Fox sul ponte di Ranville , per prima cosa gli chiese come stessero andando le cose.  Fox rispose che  tutto stava andando nel migliore dei modi. E aggiunse, con chiaro- e ironico- riferimento a MUSH: “But where the hell are the umpires?”, ma dove cavolo sono gli arbitri?

 

La cartina con i particolari dell’operazione ( le difese dei ponti, le zone di atterraggio degli alianti, ecc.) è consultabile QUI

 images[6]Cliccando sull’immagine del Pdf, è possibile accedere alla traduzione in  inglese del post. Attenzione, però. Si tratta di una traduzione automatica. Il risultato, pertanto, non è garantito.
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