“Bloody Omaha”

Omaha Beach feriti

Prologo.

La spiaggia –a forma di mezzaluna- misura circa otto chilometri. Scogliere alte e ripide la chiudono alle estremità orientale e occidentale. La spiaggia termina con una riva di ciottoli, alta, in alcuni punti , anche tre metri e ampia quindici. Oltre la riva, si alza un muro parte in cemento e parte in legno. Al di là di quest’ultimo, stretti passaggi dominati da ripide falesie conducono ad alcuni villaggi nell’entroterra. Durante la bassa marea, la spiaggia resta scoperta per circa 280 metri; durante l’alta marea, le acque la coprono fino alla riva di ciottoli.
Spiagge come questa sono frequenti lungo le coste della Normandia. Ma questa non è una spiaggia come le altre: questa è Omaha Beach.

Una posizione formidabile.

Nella seconda metà del gennaio 1944, un sottomarino britannico tascabile, l’X-20, al traino di un peschereccio armato, si era spinto fino in prossimità di Omaha Beach. Due genieri –  il capitano Logan Scott-Bowden e il sergente Bruce Ogden-Smith- avevano raggiunto a nuoto la riva, prelevato campioni di terreno e, dopo aver eluso la sorveglianza tedesca, erano ritornati in Inghilterra. Il giorno dopo il suo ritorno, Scott-Bowden era stato convocato a Londra. Ammiragli e generali- in particolare Omar Bradley, comandante della Prima armata americana- avevano voluto sapere se, su quella spiaggia, il terreno fosse  abbastanza solido per reggere il peso degli Sherman da trenta tonnellate.
Poco prima di lasciare la riunione, Scott-Bowden aveva detto con franchezza al generale Bradley: “Spero non vi dispiaccia sentirmelo dire, signore, ma quella spiaggia è una posizione davvero formidabile e dobbiamo aspettarci perdite tremende”.
“Lo so figliolo”, aveva risposto il generale mettendogli una mano sulla spalla , “lo so.” [1]

Omaha Beach, dunque, era l’ultimo posto in cui sbarcare. Ma era anche l’unico posto in grado di congiungere il settore britannico con Utah Beach, all’estremità occidentale del fronte. Per gli Alleati gli stretti passaggi verso le cittadine di Colleville-sur-Mer, Saint Laurent-sur-Mer e Vierville-sur-Mer erano vitali: di lì sarebbero dovuti transitare uomini e mezzi corazzati diretti verso l’interno. Sarebbe toccato alle squadre d’assalto delle prime ondate il compito di  conquistare quei passaggi e di metterli in sicurezza.
Non era un compito facile. In prossimità di quei passaggi, infatti, i tedeschi avevano allestito difese formidabili. Mitragliatrici, mortai e artiglieria erano stati posizionati sulle alture e orientati in modo da prendere d’infilata la spiaggia . I comandanti militari alleati lo sapevano. Ma ponevano la massima fiducia nel massiccio bombardamento preliminare: secondo loro, avrebbe spianato le difese tedesche e tolto di mezzo gran parte degli ostacoli sistemati sul bagnasciuga.
Ma non tutti erano ottimisti. Il generale di Corpo d’armata Leonard “Gee” Gerow, americano, era uno di questi. Non gli era piaciuta e continuava a non piacergli l’idea di mandare i propri uomini a terra mezz’ora dopo l’alba, quando già faceva chiaro; restava scettico circa l’efficacia del bombardamento preliminare; riteneva insufficiente il numero di soldati impiegati nella fase iniziale dell’operazione. E che dire dei genieri? Senza il favore del buio sarebbero stati esposti al fuoco nemico. E allora, come avrebbero potuto aprire corridoi sicuri per la fanteria o togliere di mezzo con le cariche esplosive gli ostacoli disseminati sul bagnasciuga?
Tutto inutile. Bradley e Eisenhower lo avevano ascoltato, ma non avevano cambiato idea: l’attacco iniziale si sarebbe svolto nei modi e secondo i tempi stabiliti.

Il piano.

Sotto l’aspetto operativo, la spiaggia era stata divisa in quattro settori: Charlie, Dog, Easy e Fox. Ogni settore – con l’esclusione di Charlie – era stato a sua volta diviso in sottosettori.  Da ovest verso est si stendevano, nell’ordine, Dog Green, Dog White, Dog Red, Easy Green, Easy Red, Fox Green. A ogni unità era stato assegnato un settore. Dog e Easy Green erano di competenza degli uomini della 29.ma divisione di fanteria, impegnata nella prima ondata con il 116 RCT( Regimental Combat Team); Easy Red e Fox Green spettavano alla Prima divisione di fanteria( il Grande Uno Rosso) e in particolare, per quanto riguarda gli sbarchi iniziali, al 16.mo RCT.
Gli uomini della Compagnia A del 116.mo sarebbero dovuti sbarcare davanti all’uscita per Vierville, denominata in codice D-1; quelli delle Compagnie E e F davanti a D-3 ( Les Moulins). Nel settore del Grande Uno Rosso, le Compagnie E e F del 16.mo RCT avrebbero dovuto procedere verso E-1 ; le Compagnie I e L ( settore Fox) avrebbero dovuto forzare il passaggio E-3 verso Colleville. (Consulta la cartina)
L’intera operazione di sbarco sarebbe stata preceduta da un violento bombardamento aeronavale. Corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere, LCT, bombardieri pesanti B 17 avrebbe dovuto spianare le difese tedesche, aprire buche sulla spiaggia da utilizzare come ripari,  far esplodere le mine e costringere gli artiglieri nemici a restare rintanati nei rifugi.
Era stato previsto anche l’impiego di carri armati. La maggior parte di essi avrebbe dovuto toccare terra qualche minuto prima dell’ ora H( prevista per le 6,30). I carri avrebbero dovuto sostenere le fanterie e agire in modo coordinato con i reparti ai quali erano stati assegnati. Alcuni tank sarebbero stati lanciati direttamente dalle navi. Si trattava dei cosiddetti Duplex Drive ( DD), carri Sherman in grado di muoversi, grazie a ingegnosi accorgimenti, tanto in acqua quanto sulla terraferma. Altri carri sarebbero stati trasportati direttamente sulla spiaggia.
Le truppe d’assalto ( “Force O”, prima ondata; “Force B”, seconda ondata) sarebbero state seguite a brevissima distanza dai genieri della Marina e dell’Esercito. I genieri avrebbero dovuto liberare la spiaggia dagli ostacoli e dalle mine,  tracciare corridoi per consentire alla fanteria e ai carri armati di procedere verso l’interno,  preparare il terreno per i futuri sbarchi,  approntare luoghi sicuri per l’evacuazione dei feriti e per l’arrivo dei rifornimenti. Il responsabile del trasporto delle truppe della prima ondata, l’ammiraglio John L. Hall aveva avvisato: secondo me, i genieri  sono troppo pochi per il compito loro affidato. E, per di più- aveva aggiunto- dovranno operare in condizioni estremamente sfavorevoli. Ma anche in questo caso, come era capitato con Gerow, nessuno aveva tenuto nel debito conto le sue affermazioni. Come era stata cortesemente ma fermamente rifiutata l’offerta inglese di carri attrezzati per fare esplodere le mine, per superare i fossati anticarro, per rimuovere gli ostacoli. Le “ diavolerie di Hobart”( Hobart’s Funnies) piacevano poco agli americani. Se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto era stato calcolato e definito nei minimi particolari: la marea, i tempi di avvicinamento, la successione degli sbarchi, la durata del bombardamento. Ma qualcosa era sfuggito. A Omaha gli Alleati si aspettavano di fronteggiare truppe di seconda scelta [2]. Invece intorno alla metà di marzo, un’eccellente divisione tedesca – la 352.ma, agli ordini del maggiore generale Dietrich Kraiss- era stata spostata proprio in questo settore del fronte.[3] Ma le ragioni per cui le cose andarono tragicamente storte e si arrivò a un passo dal fallimento non dipesero dalla sola presenza della 352.ma. Ci furono anche altre ragioni.

La battaglia e il piano di battaglia.

La massima di von Moltke il Vecchio[4], secondo la quale il primo a cadere in battaglia è il piano di battaglia, trovò tragica e drammatica conferma a Omaha Beach. Il bombardamento iniziale fallì. Corazzate e incrociatori “spararono Jeep”[5] alla cieca e mancarono i bersagli;  per paura di colpire le truppe da sbarco, i piloti dei B 17  e dei Liberator ritardarono di trenta secondi il lancio delle bombe e colpirono  mucche al pascolo, fattorie isolate o villaggi nell’interno; i razzi sparati dagli LCT finirono corti; il cemento delle difese tedesche fu appena scalfito; gli ostacoli sul bagnasciuga rimasero intatti; non una buca fu aperta sulla spiaggia. Insomma, fu sollevata molta polvere , ma furono inferti pochissimi danni.
I primi mezzi da sbarco arrivarono alle 6,30. Esausti, tormentati dal mal di mare, bagnati fradici, i GI videro pesci morti galleggiare in superficie e cominciarono a temere che i razzi  degli LCT fossero finiti in acqua e non sulle scogliere. Quando non videro buche sulla spiaggia, i loro timori si trasformarono in certezza. Qualcuno si mise a pregare a voce alta.
La visibilità era scarsa, il mare era mosso, il vento e le correnti erano forti. I fragili LCPV furono trasportati verso est e pochissime unità presero terra nel settore assegnato.( Consulta di nuovo la cartina). La  Compagnia E del 116.mo destinata a Easy Green sbarcò a Fox Green, all’estremità opposta. Fu un caso limite. In genere si trattò di deviazioni di poche centinaia di metri. Ma sufficienti per mandare a monte i piani iniziali. Numerose compagnie si trovarono isolate, impossibilitate a stabilire un qualsiasi collegamento fra di loro; altre unità si frazionarono in tanti gruppetti, il più delle volte distanti gli uni dagli altri e senza alcun collegamento gli uni con gli altri.
I genieri non poterono operare secondo quanto stabilito. Partirono in ritardo; come tutti, furono portati fuori zona dalla forte corrente; persero gran parte del materiale; furono ostacolati dalla marea in aumento e dai commilitoni acquattati dietro gli ostacoli in cerca di riparo; ricevettero scarso appoggio da parte dei carri armati. Eppure, bagnati fradici, appesantiti dall’equipaggiamento, essi riuscirono, pagando un prezzo altissimo, ad aprire sei corridoi completi ( due nella zona del 116.mo; quattro nel settore Easy) e tre parziali. Ma riuscirono a marcarne uno solo: gli indispensabili nastri erano andati quasi tutti perduti al momento dello sbarco. Così come erano andati perduti i paletti di demarcazione.
A causa delle cattive condizioni del mare, pochi piloti furono in grado di portare i loro LCPV nei settori prestabiliti. Alcuni mezzi finirono sui banchi di sabbia prospicienti l’area dello sbarco, altri furono colpiti prima di arrivare in vista della spiaggia; in alcuni punti i portelli furono aperti in zone in cui l’acqua era troppo alta. I carri armati anfibi, destinati ad appoggiare le fanterie a terra, affondarono quasi tutti quando furono calati in acqua da distanze impossibili ( quattro/cinque chilometri dalla riva). Alcuni ufficiali, agendo di testa propria, usando il buon senso o perché costretti da cause di forza maggiore( guasti, malfunzionamenti, imprevisti) portarono gli LCT della loro flottiglia fin quasi a riva, rinunciando a calare i DD in acqua e scaricandoli –come, col senno di poi, avrebbero dovuto fare tutti- direttamente sulla spiaggia.  Il fuoco anticarro tedesco, tuttavia, fu immediato , intenso e micidiale. C’erano solo un paio di 88 lungo l’intera costa. Ma anche i cannoni cecoslovacchi da 100 millimetri in dotazione alla 726.ma divisione sapevano colpire duro.

Quando le prime truppe d’assalto misero piede sulla spiaggia, i tedeschi aprirono il fuoco con le mitragliatrici, con le armi leggere e con i mortai. Fu una carneficina spaventosa. Appesantiti dall’equipaggiamento, privi di riparo, con quasi trecento metri da percorrere parte in acqua, parte allo scoperto, i GI della prima ondata furono falciati a centinaia. La Compagnia A ( 116.mo, 29.ma divisione) , una delle poche a non sbagliare settore, prese terra proprio davanti alle difese del “ passaggio” verso Vierville e fu spazzata via in meno di un quarto d’ora. Alla sua destra, i Rangers del Secondo reggimento, Compagnia C ( una piccola compagnia di una settantina di uomini) persero metà degli effettivi prima di raggiungere il precario riparo offerto dalla riva di ciottoli.
Il settore denominato Dog Green si trasformò in una specie di mattatoio. Ovunque c’erano morti e feriti; ovunque si udivano invocazioni di aiuto e grida di disperazione; caos e confusione regnavano sovrani. Gli uomini cominciarono allora a uscire dai mezzi da sbarco scavalcandone le sponde laterali; in tanti furono trascinati verso il fondo dal pesante equipaggiamento; le armi individuali, liberate troppo presto dai teli impermeabili di protezione, si incepparono. Ci fu chi trovò riparo dietro gli ostacoli presenti sulla spiaggia, impedendo di fatto ai genieri di neutralizzarli; altri si finsero morti, abbandonandosi alla corrente in attesa di essere trasportati fin sotto il muro di ciottoli – e, quindi, al riparo- dalla marea montante.
Gran parte degli ufficiali e dei sottufficiali cadde nei primi momenti dello sbarco. Numerosi soldati, senza guida e senza ordini, terrorizzati da quanto accadeva intorno a loro, rinunciarono ad avanzare e si dedicarono al recupero dei commilitoni feriti. Ma nonostante i loro sforzi, non pochi feriti affogarono quando la marea prese a salire. Ricordate l’inizio del film Salvate il soldato Ryan quando i Rangers del capitano John Miller- Tom Hanks  sbarcano sulla costa normanna? La descrizione di quei momenti riassume sullo schermo, con il crudo realismo delle immagini, quanto accadde all’alba del 6 giugno 1944 a Omaha Beach.
Per la verità non tutti gli sbarchi finirono in un bagno di sangue. A Dog Red, il fumo della vegetazione incendiata dal bombardamento preliminare offrì una copertura insperata  alla truppe da sbarco della Compagnia G ( originariamente destinata a Dog White e finita fuori zona per effetto della corrente) e ne limitò le perdite. Altrove gruppi di soldati toccarono casualmente terra nei rari “ punti morti” non coperti dal fuoco incrociato tedesco. Ma furono eccezioni. E per giunta non sfruttate immediatamente. Gli ufficiali, infatti, sbarcati fuori zona, si dimostrarono indecisi sul da farsi e non seppero passare immediatamente all’azione. I dubbi di Gerow si erano trasformati in realtà: l’imprevisto non era stato calcolato e adesso nessuno sapeva che cosa fare se non cercare di restare vivo.

Dalle 7,00 alle 7,40 arrivò la seconda ondata[6]. La marea si era alzata, numerosi ostacoli non erano stati eliminati, il fuoco nemico era ancora intenso. Nessuna unità della prima ondata aveva ancora lasciato la riva di ciottoli per inoltrarsi all’interno. Privi di un supporto efficace da parte dei carri armati e non potendo contare sull’appoggio della fanteria già a terra, anche i nuovi arrivati riportarono perdite elevate, soprattutto in alcuni settori del fronte.
Ancora una volta i GI furono sbarcati lontano dai loro obiettivi; le unità si disunirono; i genieri non poterono agire efficacemente sugli ostacoli; le radio da campo non funzionarono o funzionarono a intermittenza, rendendo ardue se non proprio impossibili le comunicazioni; in alcuni casi, i lanciafiamme, i tubi bangalore, i mortai andarono perduti; più di un mezzo da sbarco fu danneggiato o affondato; numerosi pezzi di artiglieria finirono in fondo al mare.
Per i GI della seconda ondata, inoltrarsi verso i villaggi dell’interno – erano questi gli ordini- non era dunque immediatamente possibile. A causa della marea montante, nessun corridoio era utilizzabile; i mezzi ( carri armati compresi) non potevano muoversi verso l’interno ed erano facili bersagli per l’artiglieria nemica. Ben presto la spiaggia fu congestionata e  gli sbarchi di uomini e mezzi furono temporaneamente sospesi.
Fu il momento di massima crisi. I comandanti ricevevano poche informazioni e quelle poche erano negative. Verso mezzogiorno, Bradley prese addirittura in considerazione l’eventualità di abbandonare Omaha e di dirottare i propri uomini verso Utah o Juno. Dal canto loro, i difensori tedeschi erano convinti di essere riusciti a respingere l’invasione.

Ma non era così. Alcune unità- soprattutto in prossimità della zona coperta dal fumo degli incendi- erano riuscite a prendere terra con perdite relativamente ridotte, con quasi tutto l’equipaggiamento intatto e avevano cominciato a riorganizzarsi. A Dog Green, gruppi di soldati erano riusciti a portarsi alla base delle scogliere, trovando riparo nelle nicchie e negli anfratti fra le rocce. Individualmente o in piccoli gruppi spesso formati da elementi di unità diverse, i GI cercavano- dove potevano- di uscire dai ripari e di dirigersi vero le alture. Il maggiore Sidney V. Bingham cercò di forzare il passaggio verso Les Moulins (Easy Green, D-3) con  50 uomini della Compagnia F. Arrivò con dieci uomini fin quasi in cima alla scogliera, ma, impossibilitato a neutralizzare un nido di mitragliatrici, dovette ritornare indietro. Erano ancora azioni sporadiche e male organizzate, ma stavano comunque rivelando un’inversione di tendenza.
Il fuoco nemico era sempre molto intenso, soprattutto in corrispondenza delle uscite dalla spiaggia, ma più gli sbarchi- e i potenziali bersagli- aumentavano, meno esso diventava accurato. A partire dalle 7,30 cominciarono ad arrivare a Omaha anche gli ufficiali comandanti. Il colonnello Charles Canham (116.mo) e il generale di brigata Norman “Dutch” Cota (116.mo) furono tra i primi a sbarcare a Dog White. Trovarono la riva di ciottoli affollata di soldati e altri ( i Rangers del Secondo battaglione[7]) in arrivo . Nella zona dove i due  alti ufficiali erano sbarcati, il fumo rendeva meno efficace il fuoco tedesco proveniente dalle scogliere. C’erano insomma le condizioni per tentare finalmente di aprirsi una via verso l’interno.
La presenza degli ufficiali restituì morale agli sfiduciati e atterriti soldati. Sia Cota sia Canham diedero l’esempio, portandosi sulla linea del fuoco ( Canham fu ferito a un polso) e non esitando ad avanzare per primi. È rimasta famosa l’affermazione rivolta dal colonnello George Taylor, 16.mo reggimento, Prima divisione, ai propri soldati: “ Su questa spiaggia ci sono due tipi di uomini: quelli che sono morti e quelli che stanno per morire. Togliamoci da qui.”[8] E facendo seguire alle parole i fatti, si era diretto verso l’interno.
Quanto accadeva nella zona del generale Cota o in quella del colonnello Taylor non era un fatto isolato. Lungo l’intero fronte, infatti, gruppi di uomini stavano cercando di oltrepassare la killing zone e di raggiungere le scogliere. I piani originari erano saltati e gli ufficiali e i soldati improvvisavano. Spesso il caso dava loro una mano, facendoli agire in settori in cui le difese nemiche erano più deboli o il fumo degli incendi offriva  una preziosa copertura.
Paradossalmente, l’aver sbagliato zona si rivelò, in questa seconda fase, un fattore decisivo. Anziché sbarcare di fronte alle uscite fortemente difese, alcune unità  finirono sui fianchi delle postazioni tedesche e cominciarono a infiltrarsi. Certo, avanzare non era semplice. Bisognava infatti aprire varchi nei reticolati e superare campi minati prima di portarsi alle spalle dei centri di resistenza. Ma con il migliorare delle comunicazioni, anche il fuoco di copertura si faceva più accurato. Quello dei carri armati, ovviamente; ma soprattutto quello dei cacciatorpediniere. Furono essi- a detta di molti-  a risolvere il momento critico. Si spinsero vicinissimi alla riva, a volte a meno di cinquecento metri. Rischiarono grosso, ma colpirono duro. Le difese tedesche furono centrate con precisione e la resistenza cominciò a indebolirsi.
La linea tedesca era molto forte, ma non era scaglionata in profondità. Chi l’avesse superata sarebbe riuscito a procedere con relativa facilità verso l’interno. Intorno a mezzogiorno, i “bastardi” di Cota raggiunsero la cima delle scogliere sopra Vierville e mezz’ora più tardi, quando il fuoco dei cannoni navali cessò, lo stesso Cota in persona guidò una pattuglia verso la base della scogliera. Furono fatti numerosi prigionieri, fu aperta una via in un piccolo campo minato e  i genieri colmarono un fossato anticarro.
A Fox Green, elementi del 16.mo reggimento ai quali si erano aggregati uomini del 116.m0 si mossero verso Colleville-sur-Mer. Durante l’avvicinamento, la resistenza fu blanda. Il pericolo maggiore venne dal fuoco amico. Verso le 13,30 Bradley ricevette notizie confortanti: le truppe prima bloccate a Easy Red, Easy Green, Fox Red  stavano dirigendosi verso le alture. Ma soltanto nel tardo pomeriggio le scogliere furono occupate e furono necessari altri due giorni per fare tacere completamente il fuoco tedesco. Ad ogni modo, già dalla sera del 6 giugno, esso non era più in grado di bloccare sulla spiaggia il flusso di uomini e di mezzi.

Epilogo

Lo sbarco a Omaha Beach fu una vittoria pagata a carissimo prezzo. Fra morti, feriti e dispersi, gli americani ebbero circa tremila perdite( quattromila, secondo altre stime; poco più di duemila stando ad altre fonti) . Quasi tremila civili francesi persero la vita o riportarono ferite a causa dei bombardamenti. Si disse: le perdite subite furono in linea con quelle stimate. Anzi, addirittura inferiori. E tuttavia, questo non giustifica- col senno di poi naturalmente- gli errori di valutazione iniziali che furono, in gran parte, la causa di quelle perdite.
Fu un errore far sbarcare i soldati alla luce del giorno; fu un errore far arrivare i bombardieri dal mare anziché farli volare paralleli alla costa; fu un errore ritardare – seppure di poco- il lancio delle bombe; fu un errore l’aver rifiutato le “ diavolerie di Hobart”, quanto mai utili contro le mine e gli ostacoli anticarro; fu un errore non aver messo in conto eventuali imprevisti né aver predisposto adeguate contromisure per farvi fronte; fu un errore sovraccaricare i soldati di equipaggiamento ; fu un errore attaccare frontalmente le difese tedesche anziché aggirarle; fu un errore mettere in mare i carri anfibi da distanze impossibili.
Né serve a molto invocare la presenza della 352.ma come principale se non unico fattore destabilizzante. La 352.ma era una formazione esperta, ma non di élite. E per di più incompleta. Un intero reggimento era stato mandato nella zona dove erano stati segnalati lanci di paracadutisti. Quando fu richiamato, non fu in grado di raggiungere Omaha se non nel tardo pomeriggio. In quanto ai micidiali cannoni da 88 millimetri, ce n’era( forse) uno solo
Una cosa comunque è certa: se Omaha Beach non si trasformò in un disastro ciò fu dovuto in gran parte al coraggio e all’iniziativa dei singoli ufficiali, dei singoli uomini e dei singoli reparti, capaci di assumere l’iniziativa e di improvvisare quando tutto sembrava perduto, quando gli ordini non arrivavano e le falesie normanne sembravano più alte dell’ Himalaya. Si dovette alla capacità di assumersi rischi da parte dei comandanti dei cacciatorpediniere se le difese tedesche furono sgretolate e gli uomini e i reparti furono in grado di aprire passaggi sicuri verso l’interno; si dovette al coraggio e all’abnegazione di medici e di infermieri sottoposti a un lavoro massacrante se il numero dei morti –altissimo, per altro -non raggiunse dimensioni intollerabili.

Da leggere:

La bibliografia sullo sbarco in Normandia è praticamente sterminata. Io mi limiterò a riportare i testi che ho consultato e i siti web che ho visitato.

Stephen E. Ambrose, D-Day, June 6 1944: The battle for the Normandy beaches, Paperback, 2002( In italiano: D-Day: storia dello sbarco in Normandia, Rizzoli, 2004)
Anthony Beevor, D-Day: The battle for Normandy, Paperback, 2010 ( tradotto in italiano con il titolo: D-Day: la battaglia che salvò l’Europa, Rizzoli 2010)
Marco Gasperini, D Day: da Omaha Beach a Berlino, Il Capricorno, 2014
Cornelius Ryan, Il giorno più lungo, Rizzoli, 2003

Nel Web:

http://www.militaryhistoryonline.com/wwii/dday/omaha.aspx

http://www.world-war.co.uk/Dday/omaha.php3

http://www.historyofwar.org/articles/battles_omaha_beach.html

http://www.29infantrydivision.org/WWII-Battles/Omaha-Beach/index.html

images[6]

 

Omaha

 

images[6]

 

Omaha Beach

 

Su questo sito:

I denti del cobra


Il “Bocage” normanno è una trappola per gli Sherman alleati. Poi, alla vigilia della decisiva operazione ” Cobra”, il sergente Curtis G.Culin, Esercito degli Stati Uniti, ha un’intuizione…
Clicca quiper leggere l’articolo.

 
 
Prosciutto e marmellata ( “Ham and Jam”)

Pegasus Bridge simbolo parà6 giugno 1944: ” La più grande prodezza aeronautica di tutta la guerra“: l’assalto ai ponti sul Canale di Caen e sull’Orne, in Normandia.
Clicca qui per leggere l’articolo

 
 
 
 
 
La vittoria più bella

A Higher Call 1Da nemici a fratelli. L’incredibile storia di due piloti in guerra sui cieli della Germania pochi giorni prima del Natale 1943.
Clicca qui per leggere l’articolo
 
 
 

Da vedere:

Il giorno più lungo, prodotto da Darryl F. Zanuck, 1962

Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg, 1998

L’immagine riportata sotto il titolo è tratta da Commons.wikimedia.org

[1]Sir, I hope you don’t mind my saying it, but this beach is a very formidabile position indeed and there are bound to be tremendous casualties. “ L’episodio e la conversazione sono riportati in  Anthony Beevor, D-Day. The battle for Normandy, Paperback, 2009.

[2] Si trattava della 726.ma divisione, una divisione statica( vale a dire non motorizzata né corazzata) formata in gran parte da coscritti provenienti dall’Est europeo.

[3] Il 6 giugno, la 352.ma non era schierata al completo a Omaha. Il Kampfgruppe Meyer, ad esempio, era stato inviato in tutta fretta nella zona dove erano stati segnalati lanci di paracadutisti in gran parte fasulli. Il giorno dello sbarco, nella zona di Omaha Beach, erano operativi due battaglioni e un reggimento della 352.ma ( Beevor).

[4] Helmuth Karl von Moltke(1800-1891) fu un generale prussiano. Sconfisse i francesi a Sédan (1871) durante la guerra franco-prussiana del 1870-71. E’ considerato uno dei più grandi strateghi  della storia. La frase esatta è: “Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico.”( Kein Plan überlebt  die erste Feindeberuehrung.”) 

[5] Fra i soldati americani stipati sui mezzi da sbarco ci fu chi usò questa similitudine per alludere alle dimensioni e al calibro dei proiettili sparati dai cannoni navali di corazzate e incrociatori.

[6] Gli sbarchi successivi – intervallati di pochi minuti gli uni dagli altri- si sarebbero dovuti effettuare a partire dalle 9,30. Se la spiaggia non fosse stata sgombra per quell’ora, ci sarebbero stati problemi di sovraffollamento. Non tanto di uomini, quanto piuttosto di mezzi e di artiglieria. E questo avrebbe di certo aumentato la confusione e il caos.

[7]I Rangers del Secondo battaglione avrebbero dovuto, in origine,  dirigersi verso la Point du Hoc, nel settore occidentale di Omaha Beach e dare man forte ai commilitoni  che avevano avuto il compito di neutralizzare una batteria pesante posta sulla cima.( La batteria, come è noto, non si trovava- come era stato ritenuto- sulla cima, ma era stata spostata verso l’interno). Poiché le comunicazioni non funzionavano, i Rangers del secondo battaglione non ricevettero la comunicazione dell’avvenuta conquista della Point du Hoc. Ritenendo fallita la missione, si diressero verso la spiaggia dove era avvenuto lo sbarco principale. Il loro arrivo si rivelerà decisivo per la penetrazione verso l’interno.

[8]There are two kinds of people who are staying on this beach: those who are dead and those who are going to die. Now let’s get the hell out of here.”

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