Sangue nella foresta

Arminius Ambush, L'imboscata di Arminio, 1873. Peter Jansen(1844-1908)

Arminius Ambush, L’imboscata di Arminio, 1873. Peter Jansen(1844-1908)

Prologo

L’esercito vittorioso di Germanico Giulio Cesare si è spinto fino ai confini estremi del territorio dei Bructeri. È la Germania posta fra il Reno e l’Elba, territorio di tribù indomite, regione di boschi, di acquitrini, di fiumi e di paludi. Germanico sa dove si sta dirigendo. Il legato Aulo Cecina ha aperto la strada, mandando pattuglie in avanscoperta, facendo costruire ponti e alzare terrapieni per agevolare il passaggio dei legionari.
Seguito dai propri soldati, Germanico si inoltra in una fitta foresta. In quel luogo vengono trovati i resti di due accampamenti romani. Uno è un campo in grado di contenere tre legioni; l’altro – nulla più di un fossato poco profondo- un pugno di uomini.  E lì, nell’accampamento più piccolo,  biancheggiano ancora, sparse o a mucchi, le ossa di uomini e di cavalli; si vedono teschi inchiodati ai tronchi degli alberi; nei dintorni si ergono lugubri altari  destinati ai sacrifici umani. Un legionario indica a Germanico il luogo dove il comandante di quegli sfortunati uomini fu dapprima ferito e poi si tolse la vita; un altro la piccola altura usata dal capo vittorioso dei Germani per schernire Roma e  le sue insegne.
I legionari raccolgono quelle ossa senza sapere se siano di un amico, di un parente, di un conoscente o di un nemico e le interrano in piccole buche. Alzano un tumulo commemorativo. Profondamente turbato, Germanico depone la prima zolla di terra.
Quel luogo “tetro alla vista e cupo alla memoria”[1] è la Selva di Teutoburgo. Lì, sei anni prima, nel settembre del 9 dopo Cristo, tre splendide legioni al comando di Quintilio Varo erano state massacrate dai Germani.

Il capro espiatorio.

Durante la campagna di Gallia, Caio Giulio Cesare aveva portato le aquile delle legioni fino al fiume Reno. Il suo erede politico, l’imperatore Ottaviano Augusto, accarezzava il sogno di portarle fino all’Elba e di fare della Germania Magna una provincia romana. Fortunate campagne militari oltre il Reno lo avevano illuso di avercela fatta: la Germania era stata conquistata ed era pronta per essere romanizzata. Così quando uno dei suoi più abili generali – e suo successore in pectore-,  Tiberio, aveva dovuto rinunciare a una campagna contro i Marcomanni per precipitarsi a sedare una rivolta in Dalmazia e in Pannonia, Augusto aveva inviato in Germania, in qualità di legatus ( oggi diremmo governatore), un uomo del proprio entourage, appartenente a un’antica famiglia nobiliare ormai decaduta: Publio Quintilio Varo.

Ma chi era Quintilio Varo? Varo non era un novellino. Si era fatto le ossa prima in Africa settentrionale come proconsole, poi in Siria come legatus Augusti. L’imperatore lo apprezzava e lo aveva accolto nel suo entourage non solo perché era stato il marito di Vipsania,  figlia del suo amico di tante battaglie( nonché genero)  Vipsanio Agrippa e neppure perché aveva sposato in seconde nozze Claudia Pulchra figlia di una sua nipote.  Romanizzare la Germania Magna – la grande scommessa di Augusto- non era un compito semplice. Ci volevano mano ferma e occhi aperti, capacità di dialogo e rigore amministrativo, tatto e decisione, bastone e carota, magnanimità e spietatezza.  Agli occhi di Augusto, Varo era l’uomo giusto per dare forma a quel progetto ambizioso. Ma era davvero l’uomo giusto?
Gli storici antichi non sono certo teneri nei suoi confronti. Per Velleio Patercolo[2], Varo è  una sorta di smidollato e di pasticcione, la caricatura di un comandante. In Siria si è comportato bene, mi dite? Può darsi. Ma spiegatemi come mai “entrò povero in una Siria ricca [e] uscì ricco da una Siria povera”( pauper divitem [Syriam] ingressus, dives pauperem reliquit.) Cassio Dione[3] non è da meno. Scrive: come generale valeva niente, come amministratore accelerò l’imposizione di tasse, interrompendo un processo di integrazione( ancorché limitato e largamente incompleto) già in atto e inimicandosi tutti quanti i Germani.  Per Floro[4], Varo è arrogante, spocchioso e crudele. Acquista dignità solo dandosi la morte come “Paolo nella fatale giornata di Canne.” Tacito[5], il più autorevole di tutti, non lo giudica, limitandosi a indicare nei disegni del Fato e nell’imboscata di Arminio le cause della sua sconfitta( “ Varus fato et vi Armini cecidit).
È difficile, tuttavia, credere a un errore di valutazione di Augusto. Scegliendo Varo, Augusto sapeva quello che faceva. La romanizzazione dei territori oltre il Reno era il “suo” progetto, la Germania la “sua” Gallia. Non poteva, non doveva fallire. Stando così le cose avrebbe mandato sulle tracce di Druso e di Tiberio, un rammollito e un incompetente solo perché legato al proprio entourage? C’è più di una ragione per credere che Varo non fosse la persona descritta da Velleio e soci. I fatti parlavano per lui: aveva esperienza, era determinato, sapeva agire con rapidità e decisione. Anche con il pugno di ferro, se necessario. Quando era legatus in Siria, ad esempio, era intervenuto negli affari interni del vicino regno di Giudea e non aveva esitato a far crocifiggere duemila Giudei per interrompere sul nascere una ribellione in quella zona satellite dell’impero. Ma una volta sedata la ribellione, non aveva calcato la mano, aveva lasciato ampia autonomia alle comunità mantenutesi fedeli o neutrali, impedito i saccheggi e le spoliazioni. Dal punto di vista militare aveva fatto tesoro della lezione di Carre, potenziando i reparti di cavalleria al seguito delle legioni. Era, insomma, un ottimo amministratore e un buon comandante. Ma la Germania non era la Siria.

La Germania oltre il Reno aveva conosciuto le campagne trionfali di Druso prima e di Tiberio poi. Diverse tribù erano state assoggettate, altre vincolate con trattati. Lungo il Reno e lungo il fiume Lippe erano state edificati presìdi fortificati permanenti. E non solo a scopo difensivo. Mogontiacum, Bonna, Colonia Claudia Ara, Aliso e Castra Vetera [6]avrebbero dovuto fungere da trampolini  di lancio per completare la penetrazione in profondità fino all’Elba.
Gelosi delle proprie tradizioni e della propria indipendenza, i Germani avevano subìto e subivano la presenza romana, ma, piano piano, avevano imparato e stavano imparando anche a tenere mercati, a discutere in assemblea, a risolvere le questioni davanti a un giudice, a relazionarsi con i nuovi arrivati. Stavano, insomma, assimilando, seppur lentamente e per ora in alcune zone soltanto, lo stile di vita romano.
Nei luoghi dove arrivavano, i Romani portavano il Latino, il diritto, le strade, gli acquedotti. E le tasse. Varo ne portò troppe e troppo in fretta. Si comportò come se la Germania fosse già una provincia e non un territorio in gran parte da stabilizzare; considerò i Germani dei barbari ( di umano , secondo lui, avevano soltanto le membra e la voce) e li trattò alla stregua dei popoli soggetti. Non si sforzò di capire i loro costumi e la loro mentalità. Invece di andarci piano e di favorire il processo di integrazione in atto, volle accelerare i tempi rovinando tutto. I Germani cominciarono a nutrire odio e rancore verso di lui, ma seppero dissimularli molto bene. Finsero  di stare al gioco, adottando un atteggiamento pacifico e in apparenza collaborativo. E Varo, credendoli leali e addirittura desiderosi di far parte dell’Impero,  continuò a sbagliare.

Si fidava in modo particolare di un giovane principe della tribù dei Cherusci, intelligente e fiero, svelto di mente e di mano: Arminio[7].  Cresciuto a Roma – dove a sette anni d’età era stato portato in qualità di ostaggio- Arminio  aveva imparato molto e combattuto bene sotto le insegne imperiali in Dalmazia e in Pannonia. Gli erano stati conferiti la cittadinanza romana e il rango equestre. Parlava latino, conosceva gente potente. Militava nella cavalleria ausiliaria e ci sapeva fare. Ma dentro di sé  restava  un Germano.
In Germania- dove era tornato più o meno nel periodo in cui Varo ne era stato nominato governatore (intorno al 7 d.c.) – Arminio aveva trovato tribù in subbuglio, malcontento diffuso e crescente, tanti amici ma anche qualche nemico. Segeste, ad esempio, non gli aveva perdonato il rapimento della figlia Thusnelda e le successive nozze. E Segeste, oltre ad essere filo-romano, era anche molto potente fra i Cherusci.
Aveva allora cominciato a tramare nell’ombra. Mentre professava fedeltà a Roma, istigava i Catti, gli Usipeti, i Marsi, i Cherusci, i Bructeri e le altre tribù a ribellarsi; mentre si dichiarava leale a Varo, preparava piani per distruggerne le legioni. Perché questo comportamento? Perché Arminio tradì? Per ambizione personale? per una sorta di “ patriottismo” ante litteram? per difendere la libertà del suo popolo? Impossibile avere una risposta dagli storici antichi. Di certo c’è questo: Arminio conosceva, per esperienza diretta, le tattiche di combattimento dei Romani, ne aveva individuato i punti deboli, era sicuro di poterli battere. Doveva solo scegliere il luogo e i tempi.

La trappola.

La trappola scattò alla fine dell’estate del 9 d.c. Varo si era spinto fino al fiume Visurgis ( l’attuale Weser). Aveva riscosso imposte, mostrato i muscoli, represso qualche tentativo di ribellione, accolto le richieste di chi aveva chiesto aiuto, lasciato guarnigioni in diverse località. Ora le sue tre legioni (la XVII, XVIII, XIX), le unità di cavalleria, sei coorti di fanteria e le truppe ausiliarie ( queste ultime reclutate fra le tribù locali) per un totale di diciotto- ventimila uomini si stavano dirigendo, con il loro seguito di carri, carriaggi, bestie da soma, donne e bambini, verso gli accampamenti invernali di Castra Vetera.

A un certo punto della marcia, Varo decise di modificare il proprio percorso per andare a sedare una fantomatica ribellione scoppiata – stando alle informazioni diffuse ad arte da Arminio- non molto lontano dalla sua direttrice di marcia. Era quella l’esca della trappola preparata da tempo. Arminio si offrì di indicare ai Romani la strada. Varo si fidò e acconsentì. “Le più disciplinate, le più valorose, le più esperte” legioni dell’esercito romano ( Velleio Patercolo) si incamminarono verso il massiccio del Kalkriese, la selva di Teutoburgo e verso il loro tragico destino.
Eppure le cose sarebbero potute andare diversamente se Varo avesse creduto a Segeste. Il potente capo cherusco, suocero di Arminio, gli disse apertamente: attenzione, Arminio sta per tradirti. Anzi, ti ha già tradito. Ha riunito diverse tribù e prepara un’imboscata. Arrestalo in via precauzionale e sarai al sicuro. Non mi credi? Arresta anche me se vuoi. Anzi, mi offro come ostaggio per dimostrare la mia buona fede.
Ma per Varo a essere inaffidabile era Segeste, non Arminio. Per lui, Segeste era il padre in cerca di vendetta, non il leale alleato dei Romani; era l’uomo accecato dall’odio, non il principe amante della pace. Odiava Arminio perché gli aveva rapito- e sposato- la figlia Thusnelda e cercava l’ occasione per fargliela pagare. Uno come lui non poteva essere credibile, aveva pensato Varo.  E la sera prima dell’imboscata fatale, aveva cenato in compagnia di Arminio, discutendo di diritto e di politica.
Un imperscrutabile disegno del Fato? Senza scomodare gli dei, un errore colossale.

Morte nella foresta.

Le legioni procedevano attraverso una fitta foresta, su un sentiero sconnesso e circondato da paludi e acquitrini. Quel sentiero, usato dagli abitanti del luogo per i loro traffici e per i loro scambi commerciali, era quanto di più inadatto si potesse immaginare per una formazione militare. Il sentiero era stretto; in alcuni punti gli alberi dovevano essere abbattuti per consentire il passaggio dei soldati. Il lavoro dei genieri rallentava la marcia. Come la rallentavano i carri e i carriaggi delle salmerie. Era impossibile procedere in formazione di combattimento; l’intera colonna era sgranata lungo parecchi chilometri. Abituati a muoversi – e a combattere- in spazi aperti, i legionari si sentivano a disagio in quell’ambiente angusto e buio, adatto alle imboscate e popolato, secondo molti di loro, da spiriti maligni.
Arminio aveva lasciato la colonna, ufficialmente per raccogliere rinforzi nei dintorni, in realtà per coordinare l’imboscata. I suoi, infatti, erano già appostati dietro gli alberi e i terrapieni eretti in alcuni punti ai lati del sentiero e aspettavano solo l’ordine di attaccare. Altrove, altri Germani si erano sbarazzati – o si stavano sbarazzando- delle guarnigioni romane lasciate da Varo in numerose località nel territorio circostante.
Su quel terreno sconnesso e disagevole, i legionari avanzavano affiancati, spalla contro spalla, in file ridotte, sempre più tesi e sempre più turbati da cattivi presentimenti. Varo non aveva neppure mandato in avanscoperta gli esploratori. [8]
L’attacco arrivò improvviso e micidiale. In un clima da tregenda – si era scatenata una violenta tempesta- i Germani uscirono dagli alberi e scagliarono sulle file romane migliaia di lance. Colti di sorpresa, numerosi legionari caddero trafitti, altri ricevettero gravi ferite. Causa lo spazio ridotto, i giavellotti non potevano essere utilizzati, le file non potevano essere formate né serrate, il terreno sdrucciolevole rendeva precario l’equilibrio. A cominciare dalla retroguardia – la prima ad essere assalita- la colonna cominciò a spezzettarsi in tanti tronconi.
Arminio aveva visto giusto. In formazione di battaglia, su un terreno aperto, le legioni romane erano imbattibili. Imbottigliate in uno spazio ridotto erano vulnerabili. Il superiore addestramento dei legionari, la loro disciplina, la loro forza d’urto, i ranghi compatti, i meccanismi mandati a memoria, il combattimento ravvicinato , tutto questo perdeva di efficacia fino ad annullarsi, lì, in mezzo ai faggi e agli ontani del Saltus Teutoburgensis[9], sotto la pioggia battente, fra le urla degli attaccanti e i gemiti dei feriti.
Al centro della colonna – lunga, come si è detto, parecchi chilometri- Varo fu informato in ritardo di quanto stava succedendo. Forse sottovalutando la portata dell’attacco, ordinò di serrare i ranghi e di stringere le file con il risultato di aumentare la confusione e il disordine. I carri delle salmerie, i muli e i cavalli imbizzarriti o feriti ostacolavano i movimenti. I Germani si fecero allora più vicini. Smisero di scagliare le lance da lontano e affrontarono i legionari in uno scontro ravvicinato. Le loro lunghe lance li avvantaggiavano nel combattimento, la loro superiore mobilità li rendeva micidiali. Sopportando perdite rilevanti, i Romani riuscirono comunque a compattarsi e, raggiunta una radura relativamente ampia, a formare un campo per la notte.
Fu una notte fredda e terribile, resa ancora più terribile dalla paura di attacchi notturni e dal senso di sgomento diffusosi dopo gli avvenimenti della giornata. Gli uomini, stanchi e demoralizzati, si ripararono alla bell’e meglio in attesa dell’alba. Nessuno dormì.
La mattina seguente, bruciati i carri e liberatisi di ogni cosa superflua, i Romani ripresero la marcia, dirigendosi a ovest. Uscirono dai boschi e si trovarono finalmente su un terreno aperto. Ma i Germani, lungi dall’accettare un combattimento ravvicinato, si tenevano alla larga, scagliavano le loro lance e poi si ritiravano. Quando le legioni – o, meglio, i loro resti- entrarono di nuovo nella foresta, i Germani si fecero sotto, colpendo senza pietà. I Romani subirono altre perdite e alla sera i superstiti posero un secondo campo di fortuna, molto più piccolo rispetto al primo.
Il giorno successivo, rimessisi in marcia, si trovarono la strada sbarrata ai piedi del massiccio del Kalkriese, poco distante dall’odierna Osnabrueck. I Germani- nel frattempo aumentati di numero- avevano bloccato il sentiero con un ampio muro di legno e di terra battuta, dall’alto del quale cominciarono a bersagliare i legionari. Gli scudi , intrisi di pioggia, non proteggevano; gli archi non si tendevano.  Stretti fra la foresta e le paludi, impossibilitati a forzare il blocco( alcuni riuscirono a passare, ma furono pochissimi), circondati e assaliti da ogni parte, i legionari caddero, uno dopo l’altro, uno sull’altro. Stando a Floro( II, 30), fu un massacro spaventoso e brutale. I Germani cavarono occhi, squartarono, decapitarono, compirono atti di una ferocia  inaudita. A un soldato fu strappata la lingua e cucita la bocca, fra gli scherni dei torturatori. Varo- ferito in precedenza- e molti ufficiali si tolsero la vita; due aquile delle legioni caddero- sommo affronto- in mano nemica.[10]; quasi tutti gli ufficiali romani di rango elevato furono arsi vivi o sgozzati e offerti in sacrificio alle divinità dei vincitori.

Epilogo.

Appresa la notizia del massacro, Augusto rimase sconvolto. Si vestì a lutto, si fece crescere barba e capelli, fece allontanare da Roma e dai ranghi della propria guardia chiunque fosse di stirpe celtica. In lui presero corpo le ataviche paure di un popolo intero. Vide torme di “barbari”assetati di sangue sciamare da nord in direzione dell’Italia e della Gallia; pensò con terrore alle passate invasioni dei Galli di Brenno e a quelle dei Cimbri e dei Teutoni; si aspettò di ricevere, da un momento all’altro, ferali notizie dai confini settentrionali dell’impero; ricorse ad arruolamenti forzati.
Ma lì, ai confini settentrionali dell’impero, il legato Giulio Asprenas aveva mosso le sue due legioni di stanza a Castra Vetera e , per il momento, aveva fermato Arminio. Poi sarebbero venute le  campagne (rappresaglie, niente di più) di Germanico e di Tiberio, Varo sarebbe stato vendicato, Arminio  ucciso a tradimento dai suoi stessi connazionali . Ma ogni velleità di conquista fu abbandonata per sempre: Augusto vietò espressamente al suo successore designato, Tiberio,  di intraprendere una politica espansionistica oltre il Reno. Le tre legioni perdute a Teutoburgo non furono mai più ricostituite.
Si dice che Augusto, la barba incolta, i capelli lunghi, si aggirasse ancora mesi dopo il disastro per le stanze del proprio palazzo come in trance. A volte batteva la testa contro i muri esclamando : “ Quintili Vare, legiones redde!”, Quintilio Varo, rendimi le legioni!

Teutoburgo fu un disastro per Roma. Eppure, in qualche modo, cambiò la storia. Se dopo Canne (216 ac) e Carre (53 ac) – sconfitte ben più sanguinose di quella di Teutoburgo- Roma aveva cercato la rivincita e continuato con maggiore determinazione la propria politica di espansione nel Mediterraneo e in Oriente, dopo Teutoburgo diede il via a una serie di rappresaglie, ma rinunciò a qualsiasi velleità di conquistare la Germania Magna. Il limes fu fissato al Reno e lì rimase per secoli.
Ha scritto Stefano Malatesta:Ci sono delle sconfitte che risultano più utili delle vittorie. Se Varo avesse sconfitto i germani, Roma si poteva illudere di continuare in eterno i suoi sogni di conquista, finendo di logorarsi in guerre costosissime per non occupare realmente territori che non davano che scarsi tributi, perché non esistevano coltivazioni estese, né bestiame da tassare o requisire, come in Gallia, ma solo boschi e paludi. Con la caduta verticale di Teutoburgo l’ imperialismo romano aveva ricevuto un alt che faceva bene più a lui che ai suoi avversari, destinati nei prossimi secoli a scannarsi tra loro o a servire come cavalleria quei romani che non li volevano più combattere. Era il trionfo della politica di Augusto che molti anni prima, comprendendo che un imperialismo, per quanto potente, non può essere il poliziotto del mondo, e aveva cercato di ridurre le pretese di un espansionismo inutile, oltre che dannoso. Ma questa non è la lettura abituale che di quell’ avvenimento danno gli storici conformisti.” [11]

Da leggere:

Massimo Bocchiola, Marco Sartori, Teutoburgo. La grande disfatta delle legioni di Augusto, Rizzoli, 2005

Andrea Frediani – Le grandi battaglie di Roma antica – Newton Compton, 2007
Michael McNally, La battaglia di Teutoburgo. La disfatta di Varo 9 D.C., Goriziana, 2012
Harry Turtledove, La battaglia di Teutoburgo, Fanucci, 2009
Peter Wells, La battaglia che fermò l’impero romano. La disfatta di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo, Il Saggiatore, 2004

Da vedere:

Il massacro della Foresta Nera, film di Ferdinando Baldi, 1966

Qui è possibile consultare una cartina con la descrizione della battaglia

Su questo sito:

Il sangue e la polvere

Morte di Lucio Emilio Paolo a CanneCanne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.

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Il sangue e la nebbia

Trasimeno Annibale ordina l'attacco217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.

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Supermarius.

Giugurta davanti al console romanoIl crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.

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L’equivoco.
senato_roma Da_Romainun clickSi va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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Un “ordinario generale romano”

Cavalieri PartiCarre, 53 a.c.: la mobilità e l’arco, il cavallo e la lancia contro il gladio e lo scudo nel deserto della Mesopotamia.

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Una storia di migranti

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

I Goti ai confini dell’impero romano d’Oriente, la corruzione dei funzionari romani, l’inettitudine dei comandanti, la disfatta di Adrianopoli.
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[1] Maestos locos vusuque ac memoria deformis, Tacito, Annales, I, 61

[2] Marco Velleio Patercolo (19 ac. -31 d.c) fu uno storico romano autore di un’opera, in due libri,  intitolata Historiae romanae. Ex ufficiale di alto rango( fu tribunus militum sotto Tiberio e legatus Augusti durante la rivolta pannonica del 6-9 D.C.), occupò importanti cariche pubbliche e fu elevato al rango senatoriale. Conobbe personalmente Varo e probabilmente anche Arminio. Velleio Patercolo è  la fonte più vicina ai tragici avvenimenti di Teutoburgo.

[3] Lucio Cassio Dione Cocceiano( 155 d.c- 235) occupò importanti cariche pubbliche e scrisse, in lingua greca,  una monumentale storia romana dalle origini al 229 dopo Cristo. La sua opera è giunta  a noi incompleta. È l’unico ad averci lasciato  una descrizione dettagliata della battaglia di Teutoburgo.

[4] Lucio Anneo Floro ( 70/75 dc- 145 circa) è autore di un’opera storica conosciuta come Epitomae de Tito Livio, vale a dire un compendio( epitome, in Latino; ἐπίτομή in Greco) della monumentale opera liviana. Il titolo non è probabilmente quello originale. A lungo considerato uno storico “ minore”, fornisce una versione diversa da quella di Dione, descrivendo la battaglia come un unico, violento e sanguinoso attacco al campo fortificato ( castra) di Varo ([Germani].. ..castra rapiunt, tres legiones opprimunt, II,30)

[5] Publio Cornelio Tacito ( 55/58 d.c.- 117/120) è uno dei più grandi storici dell’Antichità. Non si occupa specificamente del disastro di Teutoburgo, in quanto gli avvenimenti narrati nelle sue opere prendono avvio dalla morte di Augusto ( 14 D.C.). Tuttavia, seppure di sfuggita, fornisce informazioni sulla battaglia( quando, ad esempio, racconta dell’arrivo di Germanico sul luogo del disastro nel 15 D.C.) e sui protagonisti dello scontro. Ad Arminio, ad esempio, attribuisce l’appellativo di “ liberator Germaniae”, anche se non passa sotto silenzio il suo tradimento.

[6] Rispettivamente le attuali Magonza( Mainz), Bonn, Colonia, Haltern e Xanten.

[7]..iuvenis genere nobili, manu fortis, sensu celer, ultra barbarum promptus ingenio ( giovane di nobile stirpe, valoroso, rapido nelle decisioni, pronto d’ingegno più di quanto si possa ravvisare in un barbaro), Velleio Patercolo, Historiae Romanae, Liber Posterior,  118. Il nome latino Arminius  fu trasformato in Hermann. Il primo a farlo fu probabilmente Martin Lutero nel Cinquecento.
In Germania Arminio fu trasformato in un mito. Gli furono eretti monumenti e dedicate opere letterarie e musicali. Diventò l’eroe nazionale della Germania di Bismark e, naturalmente, della Germania nazista. Si dice abbia ispirato la figura di Sigfrido, l’eroe della Saga dei Nibelunghi. Ancora oggi in Germania, Hermann e la sua variante Armin sono nomi propri molto diffusi.

[8] Probabilmente Varo fece uscire gli esploratori. Nessun comandante, per quanto inesperto fosse, avrebbe tralasciato di farlo. E, per di più, in territorio ostile. Tuttavia gli esploratori di Varo appartenevano alle truppe ausiliarie e le truppe ausiliarie erano formate da Germani. Gli esploratori dunque uscirono in avanscoperta, videro – o forse sapevano già- quanto si stava preparando, tornarono e tacquero il pericolo, preferendo non tradire i connazionali in agguato. Questa versione, avanzata da molti storici moderni, è forse più attendibile di quella avanzata dagli storici antichi.

[9] ..procul Teutoburgensi saltu, in quo reliquiae Vari  legionumque insepultae dicebantur. (Tacito, Annales, I, 60. ..non lontano dalla Selva di Teutoburgo , nella quale si diceva giacessero insepolti i resti delle legioni di Varo). Tacito, tuttavia, non fornisce indicazioni ulteriori su dove esattamente si trovi il saltus teutoburgensis. Lo stesso termine saltus è ambiguo in quanto può essere tradotto con “ foresta, selva”, ma anche con “ passo”. Il massacro fu compiuto, allora, in una “ foresta” oppure in prossimità di un “ passo”? Anche a seguito degli scavi archeologici e dei reperti rinvenuti, gli storici moderni lo collocano nella Bassa Sassonia, nella zona del Massiccio di Kalkriese.

[10] La terza insegna fu tolta dall’asta dal vessillifero e nascosta da qualche parte nella palude. Due insegne delle legioni trucidate a Teutoburgo furono recuperate dal generale Lucio Stertinio ( Tacito, Annali, I, 60) e da Germanico durante le campagne oltre il Reno seguite al disastro di Varo; la terza aquila fu recuperata presso la tribù dei Marsi, nel 42 d.c.

[11] Stefano Malatesta, La Repubblica, 6 gennaio 2006.

 

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