A spasso con Matilda

gallipoli

Prologo

Nelle aree rurali dell’Australia, alla fine dell’Ottocento, non era raro incontrare gli swagmen. Si muovevano a piedi da una fattoria all’altra, soli o, talvolta, in compagnia di un cane. Dormivano dove capitava, si offrivano come tosatori di pecore o per altri lavori occasionali. A tracolla portavano una coperta arrotolata( swag, da cui il nome swagman) nella quale erano raccolti tutti i loro averi ( attrezzi, provviste, utensili). Conducevano una vita libera anche se grama, erano ben visti e bene accolti. Se non c’era lavoro, ricevevano comunque un pasto e caldo e un posto per la notte.
Col tempo, lo swagman si trasformò in una specie di eroe romantico, fu celebrato da romanzieri e poeti, fu ritratto dai pittori.  La sua coperta arrotolata prese il curioso nome di Matilda e “ Girovagando con Matilda”, “ A spasso con Matilda” ( Waltzing Matilda),  diventò una ballata di conosciuta e cantata da tutti, una sorta  di inno nazionale non ufficiale, l’espressione del carattere indipendente e fiero degli australiani.

Quando, nel 1915, le prime truppe australiane lasciarono i porti della madrepatria dirette in Europa e in Medio Oriente, la folla sui moli agitava bandiere, lanciava baci, fremeva di orgoglio, piangeva di commozione. Le bande militari suonavano Waltzing Matilda. A bordo di quelle navi c’erano numerosi swagmen:  avevano rinunciato alla vita libera e alla loro coperta arrotolata per indossare l’uniforme e servire la patria.
Nessuno di loro aveva mai sentito nominare un posto chiamato Gallipoli.

Un nuovo fronte

Impararono presto a conoscerlo. Sotto il fuoco nemico, presero d’assalto le alture sovrastanti la baia; videro le acque e le spiagge arrossarsi di sangue; conobbero la paura degli attacchi notturni, soffrirono la sete, vissero in mezzo a centinaia di cadaveri insepolti; scavarono trincee e sopportarono stoicamente quella vita da talpe, tormentati dalle mosche, debilitati dalle malattie, bersagliati dall’artiglieria e dal tiro dei cecchini; si batterono, sempre, con coraggio e valore. Ma che cosa ci facevano lì, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro pianure? Che cos’era accaduto?

In Europa l’illusione di una guerra di breve durata è ormai svanita. Sul fronte occidentale le Potenze dell’Intesa pagano costi altissimi per guadagnare pochi metri di terreno. Quando ci riescono. Sul fronte orientale i russi sono in difficoltà. Hanno subìto una sconfitta umiliante e perso migliaia di uomini a Tannenberg e ai Laghi Masuri, sono sotto pressione nel Caucaso, temono di non poter resistere a un’offensiva in grande stile. Hanno milioni di potenziali soldati, ma non possono armarli ed equipaggiarli come si deve. Chiedono armi, chiedono munizioni, chiedono aiuto.
Per aiutare la Russia (e, contemporaneamente, per permettere al grano russo di arrivare in Europa) occorre mantenere aperti gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ma gli Stretti sono controllati dalla Turchia. La Turchia è ancora formalmente un impero, anche se, in pratica, il sultano conta meno di niente: a Costantinopoli, infatti, comandano i “ Giovani Turchi”, spregiudicati e filotedeschi.
Per mantenere aperti gli Stretti, dunque, occorre costringere la Turchia- una sorta di malato terminale, secondo gli Alleati- a ritirarsi dal conflitto. Con la Turchia fuori dal conflitto, le Potenze ancora indecise ( Romania, Bulgaria, Grecia, la stessa Italia) potrebbero sposare la causa dell’Intesa; il Kaiser avrebbe un alleato in meno e un problema in più;  la vitale rotta da e per Suez non correrebbe il rischio di essere minacciata; la Russia potrebbe essere rifornita e aiutata.
L’idea di un’azione militare contro l’impero ottomano è di Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato – in altri termini, ministro della Marina- nel governo Asquith. Lord Horatio Kitchener, ministro della Guerra e figura quasi leggendaria in patria, non è entusiasta di imbarcarsi in una nuova avventura( come non lo è il Primo Lord del Mare, Jackie Fisher), ma alla fine, viste anche le pressanti richieste russe, autorizza l’operazione. I francesi, in un primo momento scettici e critici sull’apertura di un altro fronte, cambiano idea e si accodano.

Rule Britannia, Britannia rule the waves!

Il piano prevede un’azione navale in grande stile nella zona dei Dardanelli, la neutralizzazione delle fortificazioni costiere, l’ingresso delle navi nel Mare di Marmara e il bombardamento di Costantinopoli. Non è previsto, almeno in un primo momento, l’impiego massiccio di truppe di terra, anche se, naturalmente, è stato messo a punto un piano di massima. Se tutto va bene- si ragiona a Londra e a Parigi, soprattutto a Londra – basteranno le corazzate( anzi , basterà la loro sola presenza) a ridurre i Turchi a più miti consigli.
Tanto ottimismo non è giustificato. Dopo l’azione dimostrativa del 19 febbraio( bombardamento dei forti costieri), i turchi sono sul chi vive e si aspettano un attacco. Hanno rafforzato le fortificazioni e posato mine. Dal canto loro, gli Alleati, sempre più sicuri di avere a che fare con uno stato moribondo e con un esercito da operetta, non ritengono opportuno rischiare le navi di ultima generazione e assegnano alla missione unità antiquate. Tanto- ragionano- anche se dovessimo perderne qualcuna non sarebbe un gran danno.

L’attacco navale vero e proprio comincia il 18 marzo 1915 e, inizialmente, ha successo. I forti all’imboccatura dei Dardanelli vengono neutralizzati, le navi alleate entrano nello Stretto. E a questo punto cominciano i guai. I dragamine hanno equipaggi civili,  privi dell’esperienza necessaria a operare sotto il fuoco; per avere ragione della seconda cintura di forti bisogna avvicinarsi a riva, perché i tiri da lunga distanza risultano inefficaci. E durante la manovra di avvicinamento, tre corazzate saltano sulle mine posate parallele alla costa una decina di giorni prima e non identificate e vanno a fondo. Una quarta viene seriamente danneggiata.
Il comandante della flotta, il vice ammiraglio John de Robbeck, comunica a Londra l’accaduto e aggiunge di essere pronto a riprendere le operazione nel giro di tre o quattro giorni. Poi ci ripensa e propone: meglio farlo con l’appoggio dell’esercito. La sua proposta viene approvata dal Gabinetto di Guerra. È un grave errore. Le fortificazioni costiere, infatti, sono a corto di munizioni;  Costantinopoli è pressoché indifesa; i  turchi si stanno preparando ad abbandonare i forti e  a ritirarsi vero l’interno. Grazie a un messaggio cifrato opportunamente decrittato dai Servizi, Churchill sa tutto questo.  Prova a mettersi di traverso, prima minacciando e poi blandendo, ma inutilmente.
Radunare la forza da sbarco è operazione complessa. Né si può fare in completa segretezza. E i turchi, quasi miracolati da de Robbeck e dalla decisione del Gabinetto di Guerra, ne approfittano immediatamente. Spostano truppe nel settore dei Dardanelli, formano una divisione di riserva pronta a intervenire in caso di necessità nei settori minacciati, portano in posizione batterie mobili di artiglieria. Il loro comandante – il generale tedesco Otto Liman von Sanders – conosce il mestiere, sa sfruttare il terreno a proprio vantaggio, fa occupare i punti strategici ( le alture, soprattutto), dispone i suoi uomini e i suoi cannoni in modo da tenere sotto controllo le spiagge.

Lo sbarco ha luogo il 25 aprile. Gli inglesi e i francesi prendono terra a Capo Helles nell’estremità meridionale della penisola; gli australiani e i neozelandesi dell’ANZAC ( Australian and New Zealand Army Corps) un po’ più a nord, sul lato occidentale, a Gaba Tepe, in quella che presto sarà conosciuta come ANZAC cove, la baia ANZAC. Il loro obiettivo è quello di prendere i forti costieri e le postazioni sulle alture, in modo da consentire alle navi di avvicinarsi, in sicurezza, a Costantinopoli.

Dig, dig, dig”

La penisola di Gallipoli è il posto meno adatto per uno sbarco. Spiagge strette sovrastate da alture, pendii accidentati, forre, burroni roccia dura. E per di più gli Alleati dispongono di scarse informazioni, hanno mappe risalenti alla guerra di Crimea ( 1853-55), comandanti inesperti e  indecisi( unica eccezione il maggior generale William Birdwood, inglese, comandante dell’ ANZAC), piani confusi e velleitari; una bassa considerazione della capacità di resistenza e di  tenuta del soldato turco, “Johnny Turk” come sarà  in seguito soprannominato dai soldati alleati.
Australiani e neozelandesi sbarcano nel posto sbagliato quando ancora è buio; perdono tempo nel cercare di raccapezzarsi e di individuare gli obiettivi; hanno di fronte un pugno di difensori, ma, anche a causa del ritardato sbarco dell’artiglieria, non riescono ad approfittarne. Von Sanders fa affluire immediatamente rinforzi. Li comanda un colonnello turco di trentaquattro anni. Prima di ogni attacco, è solito rivolgersi ai suoi soldati con questa frase: “ Io non mi aspetto che voi attacchiate. Io vi ordino di morire.” Si chiama Mustafà Kemal. Dopo la fine della guerra diventerà Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.
A Capo Helles, le truppe da sbarco si accaniscono contro i punti più forti delle difese turche( le spiagge designate in codice come V e W). Inutilmente. Sulle spiagge X e S incontrano scarsa resistenza, sulla spiaggia Y nessuna. Ma non avanzano: si fermano in attesa di un ricongiungimento con i commilitoni provenienti da V e da W, perché così recitano gli ordini. E perdono un’occasione forse unica per forzare le difese turche. Già dal primo giorno, il blitzkrieg , sia  a Capo Helles, sia a ANZAC Cove, rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento. Abbandonare l’operazione? Spalleggiato da Kitchener,  il comandante in capo del corpo di spedizione alleato( MEF, Mediterranean Expeditionary Force) , il generale Ian Hamilton, è perentorio: si resta a Gallipoli e si va avanti.

Da lì in poi, per i soldati a terra, la parola d’ordine diventa “dig”, scavare. Scavare e ancora scavare. I fianchi delle alture si trasformano in una successione di trincee sulle quali i turchi fanno piovere migliaia di bombe; il fronte riproduce gli stessi orrori e ripropone gli stessi attacchi insensati del fronte occidentale; le malattie colpiscono duro e mietono più vittime dei colpi di mortaio; a Suvla Bay una manovra di aggiramento condotta ai primi di agosto, ha inizialmente successo, poi, a causa delle indecisioni del generale sir Frederick Stopford  e dalla pronta reazione turca si trasforma nell’ennesimo massacro.
Saltano le teste: quella di Churchill prima ancora di Suvla Bay, quella di Hamilton dopo il fallito attacco alla baia. Il suo sostituto, il generale Charles Monro, ha un’unica alternativa: evacuare Gallipoli. E così avviene. Fra il novembre 1915 e il gennaio 1916, l’intero corpo di spedizione abbandona i Dardanelli senza perdite. È l’unico vero successo dell’intera campagna. Con non poca perfidia, Churchill liquiderà Monro con queste parole: “Venne, vide, capitolò.”(“ He came, he saw, he capitulated”), ma oggettivamente a Gallipoli non si poteva più continuare.

Epilogo

Quando le navi ritornarono nei porti australiani e neozelandesi recavano a bordo uomini segnati nel fisico e provati nel morale. Quegli uomini furono accolti , come un tempo, con le note di Waltzing Matilda, ma la folla non agitava bandiere né mandava baci. Uno swagman cui erano state amputate entrambe le gambe fu felice di non trovare nessuno ad attenderlo e ringraziò Dio per questo.
Tutto era cambiato e niente era più come prima. Sulle spiagge insanguinate di Gallipoli e pagando un prezzo elevatissimo( 11.000 morti, migliaia di feriti), Australia e Nuova Zelanda avevano formato la propria identità nazionale. Ma per molti swagmen reduci da Gallipoli non ci sarebbero mai più stati “giri di walzer” con Matilda nella pianure australiane.

Da leggere:

Alberto Caminiti, Gallipoli 1915. La campagna dei Dardanelli, Genova, 2008

Philip Haythornthwaite, Gallipoli 1915, Goriziana, 2015

In inglese:

https://nzhistory.govt.nz/war/the-gallipoli-campaign/gallipoli-in-brief

Da vedere:

Gli anni spezzati (Gallipoli), di Peter Weir, 1981

The water diviner, di Russell Crowe, 2014

Da ascoltare:

Waltzing Matilda ( qui nella versione dei Seekers)

And the band played Waltzing Matilda, versione di Eric Bogle.

QUI è consultabile una mappa delle spiagge degli sbarchi e delle forze coinvolte.

L’immagine sotto il titolo è tratta dal sito: https://rivegauche-filmcritica.com

 

I post relativi alla Prima Guerra Mondiale pubblicati su questo sito:

 

Il punto decisivo.

Otto dix . Il trittico della GuerraVerdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
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L’esercito degli innocenti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
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La terza volta

Otto Dix Guerra di trincea 1932

La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
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La battaglia di Guglielmo

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von SchreuerKaiserschlacht ( la battaglia per il Kaiser) : i tedeschi all’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del 1918 fra santi, arcangeli, dei e cannoni a lunghissima gittata.
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“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.

Battaglia della MarnaFrancia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen fra angeli, panico, decisioni arbitrarie e ..miracoli.
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Finestre chiuse, porte aperte.

Otto dix stosstruppenUn giovane tenente , un brillante generale e quattrocento cannoni che non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
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