La freccia di Sfacteria

 

Prologo

I delegati inviati da Sparta a Pilo per vedere e capire non impiegano molto tempo per rendersi conto della situazione. La flotta da guerra è stata quasi distrutta, le navi ateniesi controllano le acque e bloccano Sfacteria, il contingente spartano sbarcato sull’isola è tagliato fuori. Bisogna trattare. Viene stipulata una tregua. Gli Spartani si impegnano a consegnare le navi e a sospendere gli attacchi; gli Ateniesi non ostacoleranno i rifornimenti di cibo agli assediati e, a loro volta, non attaccheranno. La tregua resterà in vigore fino al ritorno da Atene degli ambasciatori lacedemoni. Poi si vedrà.

Una pace impossibile

A Atene, ambasciatori spartani poco laconici e insolitamente loquaci parlano chiaro: ridateci i nostri uomini e noi stringeremo con voi un trattato di pace e di alleanza. Di più: avrete anche la nostra amicizia. Se accetterete la pace, la Grecia tutta vi sarà grata. E ammoniscono: attenti a non inorgoglirvi troppo: la ruota della Fortuna oggi gira a vostro favore. Ma domani?
Gli Ateniesi, consapevoli di tenere il coltello dalla parte giusta, ribattono: ci offrite pace e amicizia? Sublime intendimento. Ma noi vogliamo anche qualcosa di più concreto: restituiteci Nisea, Pege, Trezene e l’Acaia [1]. Non è roba vostra, non le avete conquistate, ma ricevute a seguito degli accordi della pace precedente[2]. Ridatecele  e noi  toglieremo l’assedio a Sfacteria.
I delegati spartani non dicono di no. Anticipando i tempi, suggeriscono di istituire una commissione ristretta ( proprio come si farebbe oggi) per trattare la questione con calma, lontano da orecchi indiscreti. E, del resto, vanno capiti. Quattrocento dei loro sono intrappolati a Sfacteria, bisogna tirarli fuori di lì. Ma bisogna farlo senza umiliare pubblicamente gli alleati con concessioni in odore di resa o, peggio, di tradimento. Ecco perché chiedono colloqui riservati.
O, forse, non hanno secondi fini e vogliono davvero la pace. Quella guerra dura ormai da sei anni. Ed è una guerra diversa dalle precedenti, una guerra crudele e brutale. E costosa. Per entrambe le parti in conflitto. La popolazione di Atene è stata decimata da una terribile epidemia ( di tifo?), i campi dell’Attica giacciono in abbandono. In Laconia e in Messenia gli Iloti sono irrequieti; la  battaglia decisiva tanto attesa dagli Spartani non è stata ancora combattuta e chissà se mai lo sarà; si rischia uno stallo infinito. Conviene riflettere con attenzione, soppesare i pro e i contro, valutare i costi materiali e umani. Certo, le differenze (politiche, sociali, economiche) fra le due fazioni in lotta rimangono enormi; da entrambe le parti  ci sono troppe offese da vendicare e troppi torti – veri o presunti- da riparare. Per queste ragioni, sul medio periodo, la pace potrebbe rivelarsi fragile ed effimera. Ma un tentativo va fatto. E gli Spartani ci provano.
Gli Ateniesi, però, non ci stanno. Sale alla ribalta Cleone, populista ante litteram, adorato dalle folle ( un po’ meno dagli aristocratici), parlantina sciolta e ego smisurato. Rivolgendosi all’Assemblea, dice: fidarsi degli Spartani? E quando mai. Questi ci stanno prendendo in giro. Vogliono trattare? Trattare sul serio? E perché, allora, chiedono di fare le cose di nascosto? E, rivolgendosi ai delegati spartani, incalza: volete trattare davvero? E allora fatelo davanti a tutti ( in streaming, direbbe  un suo omologo – o un suo alter ego?-  di oggi).
La politica di Sparta è – ed è stata per secoli- quella di badare prima di tutto ai propri interessi  e poi a quegli degli altri. Ma adesso Sparta non può anteporre la salvezza dei quattrocentoventi uomini intrappolati a Sfacteria all’alleanza con Tebe o Corinto. Non può farlo nel corso di una trattativa pubblica, almeno. Così, visto che Cleone non cede sullo streaming, gli ambasciatori lacedemoni salutano, tolgono il disturbo e se  ne tornano da dove sono venuti.

La parola alle armi

La pace sfuma, la tregua scade ma a Sfacteria la protervia degli Ateniesi non accenna a diminuire .  La tregua è terminata e, stando ai patti,  rivolete indietro le vostre navi? Non se ne parla neanche. Durante la tregua avete compiuto scorrerie e attaccato le nostre posizioni. Non avete rispettato gli accordi. È una menzogna e un’ingiustizia, dite? Provate a smentirci, se siete capaci.
Gli Ateniesi si comportano in questo modo perché convinti di vincere facile. Sia sul campo di battaglia, sia ad Atene si nutrono pochi dubbi in proposito. Un pugno di uomini a corto di viveri, isolato dal grosso dell’esercito non può resistere a lungo. Invece quegli uomini resistono. L’isola è boscosa e accidentata. Per esperienza diretta, Demostene , il comandante ateniese, lo sa: quei boschi avvantaggiano chi si difende, ostacolano chi attacca. Nelle notti ventose, poi, quando il mare è agitato, piccole imbarcazioni si avvicinano al litorale e scaricano viveri per gli assediati. Non tutte ce la fanno. Così come, spesso, non ce la fa chi prova a passare a nuoto, tirandosi dietro otri pieni di semi di papavero e di lino misti a miele. Ma nonostante i fallimenti, c’è sempre qualcuno che ci prova. Per ottenere laute ricompense o, se Ilota, la libertà. Epitada, il comandante spartano, non potendo contare su linee di rifornimento sicure e continue, ha messo a mezza razione i suoi fin dall’inizio della tregua.
Le cose vanno dunque per le lunghe e ad Atene cresce il malcontento. Che storia è questa? Perché non siamo riusciti ancora a occupare l’isola? Qualcuno comincia a pentirsi di non aver accettato le proposte spartane e se la prende con Cleone. Al fronte, per i soldati di Demostene non va meglio. La pressione spartana su Pilo non accenna a diminuire, l’acqua scarseggia, il cibo arriva via mare. Col contagocce, però. Gli approdi , infatti, non sono facili e si rischia di andare a sbattere contro gli scogli. A turno, le triremi fanno la spola per rifornire gli uomini a terra. Si tratta di un’operazione delicata e pericolosa. Fra i soldati lo stress aumenta, la frustrazione cresce, il morale si abbassa. Anche perché, di lì a poco, sarebbe arrivata la cattiva stagione e se per allora l’isola non fosse stata conquistata gli assediati avrebbero potuto farla franca e tutta quella fatica sarebbe stata fatica sprecata.
Cleone, inutile dirlo, è sulle spine. Le notizie in arrivo da Pilo e da Sfacteria sono sempre meno rassicuranti? Tutte balle, afferma perentoriamente. Tutte balle? ribattono i latori delle notizie. Vieni a vedere di persona e ci saprai dire. Giusto, fa loro eco l’Assemblea: Cleone vada, torni e riferisca.
Questa non ci voleva, pensa Cleone. Se vado, torno e confermo quanto detto dai messaggeri mi sarà rinfacciato di aver raccontato frottole. Se vado, torno e, contro ogni evidenza, resto sulle mie posizioni ( “tutte balle”) ci farò la classica figura da peracottaro. Prova allora a metterla su un altro piano. Smettiamola di discutere se le affermazioni degli scout siano vere o false, mandiamo più soldati e facciamola finita. E aggiunge: ne prenderei io il comando se solo potessi farlo. Ma non posso, perché non sono stratego. È una mossa astuta e il bluff potrebbe anche funzionare se qualcuno non chiedesse  di vedere le carte.
Nicia, uno degli strateghi( e politicamente avverso ai populisti ) udita l’affermazione di Cleone risponde: se è per questo rimediamo subito. Ti autorizzo io a comandare quegli uomini. Io sono stratego e ho l’autorità per farlo. Anche i miei colleghi sono d’accordo. Che ne dici? Cleone pensa a una specie di scherzo. Quando mai si è vista una cosa del genere? È una cosa dell’altro mondo, contraria alla legge e alla logica e nessun magistrato ateniese vorrà e potrà darle corso. Sai che precedente creerebbe una situazione come questa? Secondo me, Nicia sta bluffando. Vuole fare il furbo e mettermi in cattiva luce presso l’opinione pubblica. Che cosa penserà di me la gente se adesso mi tiro indietro?
Certo che ci vado, è la risposta. Tanto – pensa- questa storia finirà presto in una bolla di sapone e io avrò salvato la faccia. Passano le ore, passano i giorni. Quand’è che partirai per la tua missione ? insistono gli Ateniesi. Cleone vacilla: dunque Nicia fa sul serio, vuole davvero cedermi il comando. Io? Partirei anche subito, ma lo stratego è Nicia: parta lui, secondo la legge. Ma Nicia insiste e chiama come testimoni tutti i cittadini di Atene. E loro, i cittadini di Atene- “ come fa di solito la folla”( Tucidide, V, 28 3)- non cedono. Anzi:  più Cleone accampa scuse, più gridano che parta.
Messo alle strette, Cleone accetta l’incarico. Si presenta in assemblea e, come costume di ogni buon populista, le spara grosse : entro venti giorni sarò di ritorno con i Lacedemoni prigionieri o non tornerò affatto. Pochi ci credono, più di uno si lascia scappare un sorrisetto beffardo: venti giorni? Non ce la farà mai. Ma gli avversari politici di Cleone gongolano: se cade in battaglia, ce ne liberiamo; se torna con i prigionieri, Sparta dovrà scendere a più miti consigli.[3]
Formato il contingente ( soldati di Lemno e di Imbro, quattrocento arcieri), firmato il decreto   di autorizzazione, Cleone parte per il fronte. In tutta fretta, chiosa Tucidide. Ha chiesto e ottenuto di avere come collega il solo Demostene, di cui gli è noto l’atteggiamento aggressivo.

Fine di un mito?

Cleone ha la fortuna dalla sua. A Sfacteria, infatti, la situazione è cambiata.  Un incendio provocato da un soldato sbadato( o affamato: si stava preparando il rancio) ha ridotto in cenere gran parte della vegetazione dell’isola. Gli assediati – più numerosi di quanto inizialmente ritenuto- non hanno più dove nascondersi e ripararsi. È il momento di portare il colpo decisivo. Demostene e Cleone riuniscono l’esercito, intimano agli Spartani di arrendersi e, ricevuto un netto rifiuto, sbarcano sull’isola ottocento opliti. C’è tensione. I soldati ateniesi temono tanto l’ambiente accidentato e sconnesso, quanto la fama di invincibilità della fanteria lacedemone.
All’estremità meridionale dell’isola gli Spartani hanno una guarnigione di una trentina di soldati e ne hanno una seconda- più numerosa- all’estremità opposta( dove ci sono rudimentali fortificazioni appoggiate a una parete rocciosa). Il grosso delle truppe è dislocato nella zona centrale.
La guarnigione di stanza nella parte meridionale viene colta completamente di sorpresa e sopraffatta facilmente. Poi, sul fare dell’alba, gli ottocento opliti sbarcati per primi vengono raggiunti dal resto dell’esercito. Demostene divide i suoi in reparti di duecento uomini ciascuno e li posiziona sulle alture. Sono reparti di arcieri, di frombolieri, di soldati armati di giavellotto. Completamente indifesi contro gli opliti. Se gli opliti, però, riuscissero a portarli a tiro delle proprie lance.
Ma non ci riescono. Disorientati da quella situazione del tutto nuova per loro, bersagliati da lontano dalle frecce degli arcieri e dai proiettili dei frombolieri, frustrati dalla tattica volutamente attendista degli opliti ateniesi con i quali non riescono a venire a contatto, accecati dalla polvere, assordati dalle grida e dalle urla degli attaccanti, impossibilitati a dare e a ricevere ordini, attaccati ai fianchi- e derisi-  dalla fanteria leggera, più mobile di loro, Epitada e i suoi opliti si ritirano, combattendo, verso l’estremità settentrionale dell’isola trovando riparo all’interno delle fortificazioni predisposte in precedenza.
E a questo punto le cose cambiano di nuovo. L’impetuosa avanzata ateniese si arresta davanti alle difese spartane; la manovra avvolgente non può più essere tentata; l’unica possibilità, ora, è l’attacco frontale. Gli Ateniesi ci provano più e più volte nel corso di un’intera giornata, ma ogni volta vengono respinti. Benché a corto di viveri, benché ridotti di numero a causa delle perdite, benché costretti in quello spazio limitato, non più bersagliati da tutte le parti dalle frecce degli arcieri, non  più tormentati dagli inafferrabili psiloi, Epitada e i suoi uomini schierano la falange e resistono. Sembra di essere tornati  – si parva licet– alle Termopili: un pugno di uomini determinati, addestrati e decisi tiene in scacco forze superiori.
Le Termopili avevano un punto debole: il sentiero dell’Anopaia, mal presidiato dai Focesi. Anche Sfacteria ha il suo punto debole: la parete rocciosa sovrastante il forte.  Alle Termopili era stato  il traditore Efialte( o chi per lui ) a indicare ai Persiani il sentiero; a Sfacteria è il comandante dei Messeni, Comone,  a prendere l’iniziativa. Con un gruppo di arcieri e di psiloi scala la parete rocciosa ( considerata insormontabile) e si presenta alle spalle degli Spartani. Presi fra due fuochi, i difensori cedono. Cleone e Demostene fermano gli attacchi e intimano agli Spartani di consegnare le armi. Come reagiranno i Lacedemoni? Impugneranno più forte la lancia, stringeranno più saldamente lo scudo e ripeteranno con orgoglio le parole di Leonida ai Persiani: se volete le nostre armi, molòn labé, venite a prenderle?
Niente di tutto questo. Gli Spartani gettano a terra gli scudi e agitano le mani: smettono di combattere e accettano una tregua. Epitada è caduto con le armi in pugno; il secondo in comando, Ippagrete, è gravemente ferito. Allora è Stifone a condurre le trattative per gli Spartani. Dice: lasciate che uno di noi raggiunga la terraferma e al ritorno ci riferisca le istruzioni ricevute. Ma Demostene e Cleone non ne vogliono sapere. Che siano araldi spartani a raggiungere l’isola e a dire come dovete comportarvi, ribattono. Sbarcati a Sfacteria, gli araldi riferiscono a Stifone e ai suoi: la decisione è vostra. Fate come credete, ma salvate l’onore. Dopo una breve consultazione, Stifone e i suoi consegnano le armi e si arrendono. Ne erano stati sbarcati quattrocentoventi, duecentonovantadue vengono fatti prigionieri. Fra questi ci sono centoventi Spartiati appartenenti alle famiglie più in vista di Sparta.

Lì, in quell’isoletta devastata dagli incendi si infrange un mito. Lo stupore è grande anche fra i vincitori: gli invincibile Spartani, i valorosi combattenti delle Termopili e di Platea, i leggendari fanti corazzati vincitori di mille battaglie disobbediscono alle leggi di Licurgo, non restano al proprio posto fino alla morte, non antepongono alla propria vita il proprio onore e il proprio valore , non temono l’atimìa, il disprezzo dei concittadini e gettano le armi. Non era mai successo. Non a memoria d’uomo, almeno.
A Sparta il contraccolpo è terribile. Il suolo sacro della patria è stato violato; i Messeni partono dalla testa di ponte di Pilo e devastano il territorio; gli Ateniesi, occupata l’isola di Citera abitata da Perieci, hanno basi navali tutt’intorno al Peloponneso e sono in grado di intercettare le navi mercantili cariche di grano provenienti dall’Egitto e dalla Libia. Qualsiasi reazione è condizionata dal timore di non rivedere più gli uomini catturati a Sfacteria: se si invade l’Attica e si devastano i raccolti, se si tenta di riprendere Citera,  gli Ateniesi per rappresaglia potrebbero giustiziare gli ostaggi.
Lo sconforto sale, la fiducia in se stessi viene meno. Solo allora ci si rende pienamente conto del clamoroso errore commesso occupando Sfacteria. Per impedire agli Ateniesi di usarla come base per compiere raid( ma era davvero questa la loro intenzione?) si era agito d’impulso, senza riflettere sui possibili rischi e sui pericoli di una tale operazione. Compresa l’eventualità di un blocco navale , poi puntualmente verificatasi.
Prima di Sfacteria gli Spartani scendevano in battaglia decisi e determinati, dopo Sfacteria sono titubanti e incerti; prima non avevano cavalleria né arcieri, dopo, “ contrariamente alle loro abitudini” ( IV,55, 2) istituiscono un corpo di cavalleria e formano reparti di tiratori; prima, certi del proprio coraggio, erano sicuri di vincere ogni battaglia , dopo temono di fallire perché scoraggiati e non “ avvezzi alla sventura”.  Cercano in ogni modo  e più volte di venire a patti con gli Ateniesi senza ottenere alcunché. All’indomani dei fatti di Pilo e di Sfacteria, Sparta tocca il suo punto più basso: demoralizzata e sfiduciata, guarda con preoccupazione al futuro. Chi lo avrebbe mai detto?
Ad Atene si respira un’aria diversa. Agli occhi dei più, le tattiche innovative impiegate da Demostene a Sfacteria hanno reso la falange spartana un’arma quasi spuntata. A Sfacteria, la freccia ha avuto ragione della lancia, la mobilità degli uni ha reso quasi nulla la forza d’urto degli altri. Certo, generalizzare trasformando un’eccezione in una regola sarebbe pericoloso. Molto pericoloso.  I più avveduti, i più saggi non lo fanno. Ma tutti, nessuno escluso, si abbandonano all’euforia del momento.
I motivi non mancano. Atene ha una base operativa in territorio nemico, la sua potenza navale è intatta, ha quasi trecento ostaggi cui Sparta sembra tenere molto, ha acquistato prestigio e considerazione presso i propri alleati. Se lo volesse potrebbe trattare la pace da una posizione di forza e cercare di porre fine a quella guerra infinita.
Ma non vuole farlo. E soprattutto non vuole farlo Cleone. Cleone è un arruffapopoli, come abbiamo visto. Ma è anche un “falco” conclamato. O, forse, è “falco” conclamato perché arruffapopoli. Contro ogni previsione ha mantenuto la propria promessa per quanto incredibile e avventata fosse sembrata all’inizio. Adesso, forte della popolarità conquistata, può spingere sull’acceleratore, correggere se non proprio ribaltare la prudente politica voluta  da Pericle, abbandonare l’attendismo e cercare di forzare la mano.

Epilogo

Un uomo si avvicina all’ostaggio spartano. Quell’uomo non è ateniese, viene da un’altra città, una città alleata di Atene. La notizia di quanto accaduto a Sfacteria ha fatto il giro di tutta la Grecia. Tanti tuoi commilitoni – lo apostrofa rivolgendogli la parola- sono morti con le armi in pugno. Non credi che quegli uomini meritino di essere chiamati valorosi?
C’è del sarcasmo nella sua voce. Forse anche disprezzo. Per lui, valoroso è chi cade in battaglia, non chi getta lo scudo e si arrende. È come se, rivolgendogli quella domanda, gli stesse dicendo: a differenza di chi da Sfacteria non è mai tornato, tu hai gettato lo scudo: hai salvato la tua vita a spese del tuo onore.
“Amico mio”, risponde il prigioniero “ Una freccia capace di distinguere un valoroso da chi non lo è sarebbe davvero un’arma da tenere in altissimo conto.”
Con quella risposta volutamente ironica (“ le frecce colpiscono a caso”), l’ostaggio spartano, seppure in modo inconsapevole, porta alla luce una verità incontrovertibile: in quella guerra tutto si sta modificando. Le consuetudini cambiano, le certezze vacillano, le tattiche – politiche e militari- mutano. E se la freccia può avere ragione della lancia, anche il valore delle Termopili  non appartiene più al presente, ma a un passato sempre più lontano.

Da leggere:

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libro  XII, 55-63, BUR,  2016
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
H.L. Havell, Capture of A Hundred and Twenty Spartans at Sphacteria, sito web  
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Plutarco, Vite parallele, Vita di Nicia, Utet, 2010
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C, Osprey, 2013
Studia Humanitatis- παιδεία, La beffa di Sfacteria, sito web 
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, IV,  BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

In questo sito puoi leggere altri articoli relativi alla Guerra del Peloponneso:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
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I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
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Le ali della farfalla.

Due città contese, un atto di valore, le avvisaglie di una guerra devastante.
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[1] Nisea era il porto orientale dell’antica Megara, collegato alle fortificazioni della città mediante “lunghe mura”. Dal 427 a.c., per tre anni, gli Ateniesi assediarono il porto fino alla sua caduta nel 424 grazie a un colpo di mano di una fazione interna filo-ateniese  Pege( o Paghe) era il porto occidentale dell’antica Megara. Entrambe le località erano di fondamentale importanza strategica per una potenza marittima come Atene. Controllando Nisea e Pege, essa, infatti, avrebbe potuto controllare tanto il Golfo di Corinto, quanto il Golfo Saronico.
Trezene era una città del Peloponneso, situata nell’Argolide orientale; l’Acaia era una regione situata nella parte settentrionale del Peloponneso. Controllando sia l’una sia l’altra, Atene avrebbe potuto contare su due importanti teste di ponte in territorio nemico.

[2] La cosiddetta “ Pace dei Trent’anni”, seguita alla prima guerra del Peloponneso(460-445 a.c.). In base agli accordi , Atene rinunciava alle proprie conquiste nel Peloponneso( Nisea, Pege, l’Acaia e Trezene) ; Sparta riconosceva ad Atene il possesso di Naupatto( oggi Lepanto) nella Locride Ozolia. Le eventuali controversie future sarebbero state risolte mediante un arbitrato, qualora una delle due parti  in causa ne avesse fatto richiesta. Se lo avessero voluto, le città – stato neutrali ( vale a dire non facenti parte della Lega Delio-Attica o della Lega del Peloponneso) avrebbero potuto scegliere con chi stare e di quale alleanza far parte. Il trattato, inoltre, riconosceva come legittime entrambe le Leghe.
La Pace dei Trent’anni durò poco. Nel 431 gli Spartani accusarono gli Ateniesi di averne violato le clausole. Ne seguì una guerra lunga e sanguinosa, crudele e brutale, conclusasi nel 404 con la vittoria di Sparta. Questa guerra è comunemente conosciuta come “ Guerra del Peloponneso”.
Nella seguente cartina(tratta da Wikipedia) sono indicati i luoghi della battaglia e i luoghi contesi citati in questo articolo.

 

[3]Questa la versione dei fatti proposta da Tucidide ( IV, 28).
Lazenby avanza un’ ipotesi diversa. Secondo lui è possibile che Cleone non abbia subito gli avvenimenti, ma li abbia intenzionalmente provocati. In altri termini, secondo Lazenby, Cleone  agì  come agì al solo scopo di farsi affidare il comando del contingente in partenza per Sfacteria. Tergiversò e tornò spesso sulle proprie decisioni  unicamente allo scopo di guadagnare tempo in attesa del  momento propizio. Quando Demostene chiese rinforzi e le truppe si raccolsero in Atene, Cleone capì che era giunto il momento di rischiare e di accettare la nomina. Il contingente di rinforzo, infatti, una volta sul posto, avrebbe fatto pendere la bilancia dalla parte degli attaccanti. E, una volta ottenuta la vittoria, Cleone ci avrebbe guadagnato in prestigio e importanza.
Visto il tipo, un’ipotesi del genere potrebbe avere più di un fondamento.

 

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