Le ali della farfalla

 

Prologo

Fa freddo e c’è ghiaccio dappertutto. I soldati non si azzardano a uscire dai ripari. Quando devono farlo per necessità di servizio, si coprono con pelli di pecora e calzano comodi calzari. Nonostante le calde vesti, nonostante i calzari ai piedi, più di uno non ce la fa e resta indietro. Ma c’è anche chi tiene duro. Uno, in particolare. Non ha calzari ai piedi, non indossa pelli di pecora, ma il suo solito, ordinario mantello. Sente il freddo, avverte la fatica. Eppure, mentre gli altri arrancano, lui avanza spedito, immerso nei propri pensieri, apparentemente estraneo a tutto ciò che lo circonda.

Due città contese

L’antica Epidamno oggi si chiama Durazzo. Ne conosciamo la storia, ne ammiriamo i monumenti e le bellezze naturali. Ma nel 436 a.c., Epidamno è solo “ una città alla destra di chi entra con la nave nel golfo Ionio” e di cui molti in Grecia ignorano persino l’esistenza.
La città di Potidea si trova nella Penisola Calcidica. È di origine corinzia, non è lontana dal Regno di Macedonia. Paga il tributo a Atene, ma è restata in buoni rapporti anche con l’antica madrepatria. Ogni anno inviati corinzi la raggiungono per controllare e soprintendere, ma anche per mantenere viva l’antica amicizia.
E lì, in quelle città apparentemente prive di importanza , una farfalla batte le sue ali. E quel battito d’ali scatenerà un uragano.

Epidamno non è una città tranquilla. Non lo è mai stata. Disordini interni, vicini bellicosi e aggressivi le hanno fatto perdere, a poco a poco, prosperità e benessere. Quando, nel 436, la fazione diciamo così “ democratica” prende il sopravvento e caccia gli oligarchi la situazione non migliora. Al contrario. Con l’aiuto di bande di tagliagole, i fuorusciti tentano di riprendersi il potere, corrono le campagne in lungo e in largo, distruggono raccolti e rendono precari traffici e commerci.
Gli abitanti di Epidamno non ne possono più: quella guerra di guerriglia implacabile e devastante deve finire. Chiedono allora aiuto a Corcira ( oggi Corfù) di cui Epidamno è una colonia. Come parlare al vento. I Corciresi non vogliono grane, ignorano la richiesta di aiuto e a Epidamno tutto continua come prima. Che fare allora? Se Corcira è sorda, vediamo se Corinto lo è altrettanto, si dicono gli Epidamni. Perché pensano di rivolgersi a Corinto? Perché Corcira era stata fondata, in origine, da coloni corinzi. E anche se, col passare del tempo, si era, a poco a poco, staccata dalla madrepatria , la sua origine restava sempre quella.
Prima di prendere una decisione, gli Epidamni consultano il dio. Si recano a Delfi e chiedono a Apollo se facciano bene o no, dopo il rifiuto di Corcira, a rivolgersi a Corinto. Per il tramite della sua sacerdotessa, Apollo risponde che sì, chiedere aiuto a Corinto è legittimo. Detto, fatto. I Corinzi, già da tempo infuriati per l’atteggiamento dei Corciresi sempre più supponenti nei confronti della madrepatria, non si fanno pregare e inviano a Epidamno- via terra, non via mare, per evitare le triremi nemiche-  un contingente di soldati e un gruppo di coloni.
Mossa pericolosa, visti i tempi. La Grecia, infatti, è un’immensa polveriera e una semplice scintilla potrebbe scatenare il finimondo. Sparta guida la Lega del Peloponneso – di cui Corinto fa parte; Atene guida la Lega Delio-Attica. Le due Leghe vivono una pace precaria e una mossa avventata di una delle due parti potrebbe portare a soluzioni imprevedibili e disastrose. Ecco perché l’intervento di Corinto in favore di Epidamno potrebbe innescare un pericoloso e incontrollabile effetto domino in tutta la Grecia.
Non va così. Nell’immediato, almeno. Sparta e Atene, infatti, si chiamano fuori. Corcira, però, non ci sta. Non vuole interferenze da parte di Corinto e, per fare capire che aria tiri, muove una flotta di una quarantina di navi verso Epidamno. Arrivati in vista della città, gli ammiragli corciresi intimano: “Cacciate i Corinzi e riammettete in città gli esuli.” E aggiungono: “Chi vuole può andarsene sano e salvo; chi resta sarà considerato un nemico.” Nessuno caccia i Corinzi, nessuno esce dalla città. La flotta allora prende posizione intorno all’istmo e, coadiuvata sulla terraferma dai fuoriusciti e dagli Illiri, stringe d’assedio Epidamno.

Anche a Potidea la situazione non è tranquilla. La città è alleata di Atene, ma da quando è stata fondata Anfipoli(437) ha visto i suoi traffici diminuire e la sua posizione chiave verso il Mar Nero farsi meno importante. Il re macedone Perdicca II soffia sul fuoco. È furbo e spregiudicato. Bada ai propri interessi; sfrutta la rivalità fra Sparta e Atene per rafforzare il proprio regno; si allea ora con l’una ora con l’altra stando attento a non concedere troppo sia all’una sia all’altra. Ce l’ha con Atene( con la quale fino a poco tempo prima andava d’amore e d’accordo) perché sostiene la ribellione di suo fratello Filippo, deciso a sostituirlo sul trono. Così non perde occasione per crearle difficoltà. Semina zizzania fra le città vicine- Potidea compresa- incitandole a ribellarsi. Perdicca non è il solo a soffiare sul fuoco. Anche Corinto- sempre lei- ha il dente avvelenato con gli Ateniesi e non lesina, per il tramite dei propri inviati, consigli più o meno interessati agli abitanti di Potidea.

Tuttavia, per il momento almeno, Potidea e le sue tensioni restano sullo sfondo. È sul Mar Ionio che il battito d’ali della farfalla si fa vento di tempesta. I Corinzi, infatti, forzano la mano: armano una flotta; bandiscono, in segno di sfida, una colonia a Epidamno; stringono alleanze. I Corciresi si allarmano e inviano ambasciatori a Corinto. Propongono di risolvere la questione con un arbitrato. O consultando l’oracolo di Delfi. Ma è un dialogo fra sordi. Un arbitrato? L’oracolo di Delfi? Togliete l’assedio e poi se ne riparla, è la risposta dei Corinzi. E allora voi sloggiate sia i coloni sia la guarnigione è la replica dei Corciresi. Non volete mandare via i coloni e i soldati? Benissimo. Neanche noi ce ne andremo: stipuliamo una tregua e discutiamo, qui e ora. Tutto tempo perso.
I Corinzi stanno preparando una sorta di spedizione punitiva e la tirano in lungo al solo scopo di ultimarne i preparativi. Una volta pronti, i Corinzi inviano a vele spiegate una flotta verso Epidamno decisi a farla finita una volta per tutte. Va loro male, molto male. Intercettata presso Capo Leuchimme ( o Leucimme) la flotta da guerra corinzia viene sbaragliata da quella di Corcira. Nello stesso giorno anche Epidamno cede e capitola.
Sembra finita lì. Quello fra Corcira e Corinto, per interposta Epidamno, ha tutta l’aria di essere l’ennesimo conflitto regionale destinato a non lasciare strascichi. Ma non è affatto così. I Corciresi, imbaldanziti, continuano a correre il mare, attaccando gli alleati di Corinto; i Corinzi rispondono costruendo e varando nuove navi da guerra. C’è un momento in cui le due flotte si trovano di nuovo l’una di fronte all’altra. Ma nessuna delle due ha intenzione di attaccare battaglia per prima e, subentrata la cattiva stagione, entrambe ritornano da dove sono partite.
Ma quello scontro mancato ha allarmato i Corciresi. A differenza di Corinto, essi non hanno alleati. Se quella disputa continua, rischiano di trovarsi isolati e a mal partito. Corinto infatti continua ad armarsi, non smette di impiegare capitali e forza lavoro per costruire navi, assolda rematori, ha l’appoggio di Sparta. Urge correre ai ripari, urge trovare alleati. E quale alleato più potente di Atene?I Corciresi inviano allora ambasciatori ad Atene per sondarne la disponibilità. Saputolo, anche i Corinzi fanno altrettanto.
A Atene, i Corciresi parlano per primi. Il loro è un discorso appassionato. Chiediamo aiuto, esordiscono. Datecelo e avremo con voi un debito di riconoscenza. E continuano: saremo sempre fedeli e leali. Prestateci ascolto e ci guadagnerete anche voi. Se stipulerete con noi un’alleanza, altre città della Grecia guarderanno a voi con occhi diversi. Diranno: Atene accoglie chi chiede aiuto. E, allora, in caso di bisogno con chi stringerebbero un’alleanza? Con voi, naturalmente. Accogliendoci come alleati non violerete gli accordi di pace. Il decreto riconosce a chi è neutrale di scegliere, se vuole, uno dei due blocchi. E poi lo sapete anche voi: la guerra ci sarà. E’ solo questione di tempo. E quando quel momento verrà, potrete contare sulla nostra flotta. E non è una flotta qualsiasi, badate bene: è la seconda flotta -i primi siete voi- dell’intera Grecia.
È vero, ribattono i Corinzi, se accetterete l’alleanza con Corcira non violerete la lettera del trattato di pace, ma lo spirito sì. Il trattato è nato per impedire che scoppino guerre, non per provocarle. Questo è lo spirito del trattato. Dobbiamo rispettarlo tutti, nessuno escluso. Siamo sempre stati in buoni rapporti, noi Corinzi e voi Ateniesi: potremmo mai diventare nemici acerrimi? Potremmo mai comportarci dall’oggi al domani come se fossimo nemici da lunga, lunghissima data? Non fummo forse noi, in tempi recentissimi, a dissuadere Sparta dall’attaccarvi?
La guerra è inevitabile? Le guerre sono decise dagli uomini. E le decisioni degli uomini si possono cambiare, modificare, aggiustare. Niente, dunque, è inevitabile. E poi, vi conviene allearvi con Corcira? Non limitatevi al qui e adesso. Guardate avanti. Se accoglierete Corcira nella Lega di Delo rischiate una guerra. E che cosa ci guadagnereste? I Corciresi hanno una flotta di prim’ordine? Vero, ma attenti: gli alleati non portano soltanto flotte, ricchezze o risorse, portano anche obblighi ai quali, una volta presi gli impegni, è difficile sottrarsi. Valutate dunque bene i pro e i contro, i costi e i benefici, prima di decidere.
Gli Ateniesi discutono a lungo. Alla fine scelgono Corcira( e la sua flotta). Ma lo fanno a modo loro. Va bene, dicono ai Corciresi, vi aiuteremo. Ma interverremo al vostro fianco solo nel caso in cui foste attaccati per primi. Si tratta, dunque, di un’alleanza difensiva, la prima di cui si abbia traccia nella storia greca. È Pericle stesso, stando a Plutarco(Vita di Pericle,29,1), a suggerirla. Atene vuole, insomma, procedere con cautela. Vuole avere dalla propria parte- semmai dovesse scoppiare una guerra- la potente flotta corcirese, ma non desidera allarmare troppo i Peloponnesiaci in generale e Sparta in particolare. E così ai comandanti delle dieci triremi inviate da Atene a Corcira viene ordinato di tenersi in disparte e di entrare in battaglia solo nel caso in cui ci sia un’evidente minaccia di uno sbarco corinzio sull’isola. Quegli ordini sono un incubo, commenta Donald Kagan, per qualsiasi comandante. Come capire, nell’infuriare di una battaglia, le vere intenzioni del nemico? Se si è cauti, si rischia di essere ininfluenti; se si è precipitosi, si rischia di venire invischiati in “ uno scontro non necessario”.
Dieci navi sono poche. E anche questo è un segnale. Vedete, sembrano dire gli Ateniesi, non abbiamo alcuna intenzione di fare guerra a Corinto. Se l’avessimo , riempiremmo di navi il mare. Ma ricordatevi: anche noi siamo della partita. Il messaggio è chiaro: piantatela con le vostre liti e finiamola qui.
Ma Corinto non sembra in vena di cogliere messaggi. Centocinquanta navi corinzie, intenzionate a dare battaglia, salpano alla volta di Corcira e nei pressi delle isole Sibota entrano in contatto con le triremi nemiche. È il settembre del 433 a.c. I Corciresi sbaragliano l’ala sinistra nemica, i Corinzi hanno la meglio altrove. Le navi ateniesi sono costrette a intervenire. Fanno bene? Fanno male? Un dato è certo: il loro non è un intervento risolutivo. Risolutiva è invece l’apparizione sulla scena dello scontro di altre venti triremi inviate da Atene in un secondo tempo. I Corinzi le credono l’avanguardia di una flotta ben più numerosa e si ritirano. Chi ha vinto? Chi ha perso? Abbiamo vinto noi, affermano i Corciresi. E i Corinzi di rimando: voi vaneggiate. Abbiamo affondato settanta navi, abbiamo più di mille prigionieri. Siamo noi i vincitori.
E Atene? Intervenendo a favore di Corcira contro Corinto ha violato le disposizioni del trattato di pace, si è fatta un nemico potente, ha messo in allarme Sparta e la Lega del Peloponneso. Ne valeva la pena?

Potidea è sempre più irrequieta. E con lei l’intera regione. Perdicca, infatti, non cessa di pescare nel torbido: invia ambasciatori a Sparta, cerca alleati in Tracia, istituisce una corsia preferenziale con Corinto, persuade gli abitanti della Penisola Calcidica ad abbandonare le città e a rifugiarsi a Olinto, fortificata per l’occasione. Atene si sente minacciata. Se Potidea dovesse staccarsi dalla Lega di Delo, altre città-stato potrebbero seguirne l’esempio. Sarebbe un colpo durissimo per il suo impero. C’è una sola soluzione: Potidea deve essere ricondotta all’obbedienza e Perdicca deve essere ridimensionato.
Mentre navi da guerra cariche di opliti si dirigono verso la Tracia, agli abitanti di Potidea viene ordinato di abbattere le mura, di cacciare gli inviati corinzi, di non accoglierne più in futuro e di consegnare ostaggi. Sono richieste dure, impossibili da accettare. Gli Spartani hanno promesso: se Atene vi attaccherà, noi invaderemo l’Attica. Dal canto suo Atene ha ordinato ai comandanti della flotta diretta in Tracia, di lasciar perdere per il momento Perdicca, di raggiungere Potidea, di abbatterne le mura e di prendere gli ostaggi. Forti dell’appoggio spartano, gli abitanti di Potidea si ribellano. Il battito d’ali della farfalla sta per scatenare un uragano.
Il conflitto, infatti, si allarga. Si combatte in Macedonia, si combatte a Potidea. Arrivano “volontari “ da Corinto; rinforzi consistenti da Atene. Quando i due eserciti vengono a contatto, i “ volontari” corinzi al comando di Aristeo si battono bene, riportano un’effimera vittoria sull’ala sinistra ateniese, ma non possono modificare l’esito dello scontro. Padroni del campo, gli Ateniesi cominciano a stringere il cerchio intorno alla città. Fanno intervenire altre truppe, la stringono d’assedio.
Parte la salva di accuse reciproche. Atene accusa Corinto – e di riflesso la Lega del Peloponneso – di aver indotto alla ribellione una città alleata e soggetta a tributo commettendo un  vero e proprio atto di guerra. Corinto ribatte accusando Atene di assediare una sua colonia e i Corinzi che in essa risiedono. Tuttavia, per ora, non è ancora guerra aperta. Corinto ha agito autonomamente, ma non è affatto intenzionata a lasciar perdere.
Messi corinzi partono alla volta di Sparta.

Epilogo

A Potidea, l’uomo che, imperturbabile, camminava scalzo sul terreno ghiacciato divide, soldato fra soldati, la tenda con Alcibiade, un giovane emergente di cui in Atene si dicono meraviglie e al quale si pronostica un futuro di successi. Durante uno scontro particolarmente duro, entrambi si battono con determinazione e coraggio. A un certo punto, Alcibiade cade a terra ferito. Sotto gli occhi di tutti, l’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato gli si mette davanti, lo protegge dagli assalti nemici e gli permette di mettersi in salvo. È un grande atto di valore. Che merita una ricompensa. Ma essa viene assegnata al giovane ferito non a chi lo ha salvato a rischio della propria vita. E a questo punto succede una cosa apparentemente straordinaria. L’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato è il primo a sostenere questa decisione. Servirà a far crescere in Alcibiade l’ambizione per le cose più belle e più nobili, dice.
Quell’uomo è Socrate.

Da leggere:

Andrea Frediani, La grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F.Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Platone, Simposio, 219-220, Adelphi, 1979
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Alcibiade, Vita di Pericle, UTET, 2010
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

Altri articoli sulla guerra del Peloponneso contenuti in questo sito:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
Leggi l’articolo

 

La freccia di Sfacteria

Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.).A Sfacteria va in scena qualcosa che ha dell’incredibile agli occhi dell’intera Grecia: più di quattrocento opliti spartani, intrappolati sull’isola, anziché combattere fino alla morte, gettano gli scudi, alzano le mani e si arrendono. Leggi l’articolo.

 

I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
Leggi l’articolo

 

 

Sotto il titolo: Antonio Canova (1757-1822), Socrate salva Alcibiade nella battaglia di Potidea, Museo dell’Accademia di San Luca, Roma

 

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: