“Con parole o con forza di lancia”

Prologo

La città è Eleusi, il luogo il santuario di Demetra. Ai piedi della madre del re ateniese Teseo, Etra, anziane donne provenienti dalla città di Argo tendono i rami dei supplici. Che cosa chiedono? Chiedono l’intervento di Atene perché le aiuti , “ con parole o con forza di lancia” a recuperare le salme dei loro figli.
Gli spettatori presenti in teatro conoscono l’antefatto. La spedizione del re argivo Adrasto contro la città di Tebe si era conclusa con una sconfitta. Dopo la vittoria, il nuovo re tebano, Creonte, si era rifiutato di consegnare agli Argivi le salme dei caduti perché ad esse fosse data degna sepoltura. I cadaveri degli sconfitti giacevano ancora

nella morte che scioglie le membra
in cibo alle fiere dei monti.

A mano a mano che, sulla scena, il dramma prende vita, gli spettatori ammutoliscono. Nei loro cuori si mescolano indignazione e pietà, rabbia e sdegno. No, quelle non sono vicende lontane, confinate nel mito. Quelle vicende hanno qualcosa di drammaticamente attuale, riguardano tutti. Mai come ora i cadaveri insepolti davanti a Tebe richiamano alla memoria altri cadaveri insepolti.
Cadaveri di opliti ateniesi sul campo di Delio.

Pescare nel torbido.

Gli avvenimenti di Pilo e Sfacteria hanno lasciato il segno. Se Sparta ha il morale a terra, Atene è al settimo cielo; se una tremebonda Sparta forma unità di cavalleria e reparti di arcieri da affiancare ai suoi formidabili opliti, Atene moltiplica i propri raid per mare; se Sparta gioca in difesa guarnendo di presìdi le coste della Laconia e della Messenia, Atene prepara ambiziosi piani di espansione; se Sparta rinuncia a invadere l’Attica per paura di ritorsioni sui prigionieri di Sfacteria, Atene vede la possibilità di creare ribaltoni politici un po’ dovunque; se Sparta ha perso reputazione e certezze, Atene ha visto il proprio prestigio aumentare. È più forte di prima. E intende approfittarne.
Come? Espandendosi a spese della vicina Beozia, ad esempio. Probabilità di successo? Alte, stando agli strateghi ateniesi Demostene e Ippocrate. Il loro ragionamento è questo: la Beozia è in fibrillazione, alcune città-stato sono irrequiete. Tutto questo gioca a nostro favore e bisogna approfittarne. Entriamo in Beozia, attuiamo una manovra a tenaglia, occupiamo contemporaneamente Sife ( a ovest) e Delio (a est), costringiamo l’esercito nemico a combattere su due fronti . Se il piano funziona- continuano- tireremo le città ribelli dalla nostra parte; se ci va male useremo il territorio e le città conquistati come basi per condurre incursioni in lungo e in largo, tenere sulla corda i Tebani e i loro alleati, fornire aiuto alla guerriglia, provocare uno sconquasso politico, eliminare i “ santuari” spartani sul territorio.
Detto, fatto. Demostene lascia Atene con quaranta navi e si porta a Naupatto: destinazione Sife; Ippocrate – parente di Pericle – raduna l’esercito e si prepara a raggiungere Delio. L’operazione, però, è mal coordinata e niente va per il verso giusto. Demostene, con lo scopo di alzare un po’ di polvere e ingannare il nemico, lascia Naupatto e attacca dapprima una città qui, un villaggio là. Ma quando affonda il colpo, trova Sife superdifesa: i Beoti, messi sul chi vive da un certo Nicomaco hanno fatto affluire rinforzi e si apprestano a resistere; Ippocrate o perché ha capito male o perché ancora impegnato a formare l’esercito, non si è mosso da Atene. Demostene capisce che non è aria, abbandona l’idea di prendere Sife e vira verso la vicina Sicione. Ma anche qui niente da fare. Le navi ateniesi prendono allora la via del ritorno e fanno rotta verso Naupatto.
Con il suo esercito raffazzonato- Atene ha arruolato di tutto, persino meteci e stranieri- Ippocrate entra in Beozia e, essendo l’esercito nemico concentrato a Sife, non trova resistenza alcuna. Ma, poiché si è mosso in ritardo, non trova neanche Demostene. È, quindi, privo di appoggio. Il piano originario è saltato.
Giunto a Delio, ordina allora ai suoi di fortificare il locale tempio di Apollo con fossati, torri e terrapieni. Gli ci vogliono tre giorni. Del nemico nemmeno l’ombra. Una volta terminata l’opera, Ippocrate congeda gran parte della sua armata Brancaleone e rimane per impartire le ultime disposizioni alla guarnigione destinata a presiedere il forte. Gli opliti si fermano a circa un miglio di distanza dalle fortificazioni e lo aspettano.
I Beoti hanno lasciato in armi la città di Tanagra e si sono avvicinati a Delio. Quando vengono a sapere che gli Ateniesi stanno levando le tende, tirano un grande sospiro di sollievo. La maggioranza dei loro comandanti militari- i beotarchi- è per lasciar perdere: non sono più sul nostro territorio, se ne stanno andando, lasciamoli andare. Che interesse abbiamo ad attaccarli?
Ma c’è chi la pensa diversamente. Pagonda, ad esempio. È uno dei quattro beotarchi tebani, ha sessant’anni, esperienza da vendere, parlantina sciolta, idee chiare. Lasciarli andare, mi dite? No e poi no. Dobbiamo dare loro addosso. Qui e ora. E sapete perché? Perché sono nostri nemici; perché se non li attacchiamo ora, torneranno; perché sono degli sporchi imperialisti( non usa esattamente questo termine, ma il concetto è quello); perché dobbiamo difendere la nostra terra e vendicare un sacrilegio.
Pagonda argomenta, esemplifica, ricorda le gesta degli avi, infiamma, entusiasma e convince. Più che un comandante militare, sembra un rétore consumato. Con il morale alle stelle, l’esercito si mette allora in marcia e, non visto, si schiera in formazione di combattimento ai piedi di una collina.
Tanto per non smentirsi, Ippocrate è di nuovo in ritardo. Solo all’ultimo momento, infatti, viene a sapere della presenza del nemico. Abbandona allora in fretta e furia Delio, lasciandovi un presidio di trecento cavalieri; richiama le truppe leggere in marcia verso l’Attica; raggiunge i propri opliti già schierati a battaglia e li esorta al combattimento. Dice: noi Ateniesi, l’élite della Grecia, non combattiamo solo per conquistare la Beozia – cosa che già ci è riuscita una volta in passato- ma combattiamo per difendere il nostro territorio e per renderlo più sicuro. Vorrebbe aggiungere altro, ma non fa in tempo: annunciati dal peana, sulla sommità dell’altura sono apparsi, in armi, i Tebani. E i Tespiesi. E gli Acarnani. E i Tanagrei. E i Coronei.

La battaglia

Dove si svolse la battaglia? Su quale terreno? Non ne sappiamo molto. Da quello che si può ricavare, qua e là, dagli storici antichi, il luogo dello scontro era probabilmente un luogo mosso, accidentato, punteggiato di piccole alture e attraversato da brevi corsi d’acqua. Il campo di battaglia non doveva essere molto esteso in ampiezza ed era interrotto su entrambi i lati da profonde scarpate. Per numerosi studiosi moderni lo scontro ebbe luogo nei pressi dell’odierna cittadina di Dilesi.
È il tardo pomeriggio di un giorno di novembre dell’anno 424 a.c. Pagonda ha messo i Tespiesi e i Tanagrei all’ala sinistra, gli altri alleati al centro, i Tebani all’ala destra. E qui, al posto d’onore, i suoi sono schierati su una profondità di venticinque file. Venticinque file di bronzo e di ferro, venticinque file di corazze e di scudi, un muro impenetrabile, un micidiale rullo compressore di uomini duri e decisi. Rozzi e un po’ tontoloni stando agli Ateniesi ( e non solo), ma forti, robusti e vigorosi.
Dal canto suo Ippocrate dispone i suoi su una profondità di otto file, secondo lo schema classico. Colto quasi alla sprovvista, non ha tempo di fare altro. Le forze in campo –opliti, fanteria leggera, cavalleria- sono più o meno pari di numero. Ma le truppe leggere di Pagonda sanno combattere, quelle di Ippocrate no.
Quando gli opliti ateniesi vedono i nemici muovere di corsa verso di loro, fanno altrettanto. Col fiato grosso, perché c’è da correre in leggera salita. E ha il fiato grosso anche Socrate, oplita fra gli opliti, lo scudo saldamente imbracciato, la lancia impugnata con forza. Poi gli scudi cozzano contro gli scudi, le lance si abbassano.
L’ala destra ateniese sfonda nella parte sinistra dello schieramento di Pagonda: i Tespiesi, abbandonati da Tanagrei e Orcomeni, vengono isolati e letteralmente fatti a pezzi. La confusione è indescrivibile, il rumore assordante. Per la prima volta si registrano numerosi casi di “ fuoco amico”: opliti ateniesi cadono sotto i colpi dei loro stessi commilitoni, gli amici trafitti dagli amici, i padri dai figli, i fratelli dai fratelli.
Sul lato opposto, l’ala sinistra ateniese si trova davanti il muro di bronzo della falange tebana e non sfonda. Anzi, poco alla volta viene ricacciata indietro. Prende forma un abbozzo di aggiramento. Che Pagonda abbia sacrificato intenzionalmente i Tespiesi ( fra Tebani e Tespiesi non correva buon sangue) per attirare gli Ateniesi in una trappola? In assenza di una risposta certa da parte degli storici antichi e moderni, il sospetto rimane.
Mentre vanno in scena il sacrificio dei Tespiesi e la lenta avanzata del rullo compressore tebano, Pagonda manda la cavalleria in aiuto alla sua ala sinistra. Gli Ateniesi vedono quei cavalieri galoppare a briglia sciolta alle loro spalle e li credono l’avanguardia di un esercito più numeroso. E, di colpo, tutto cambia. I “quasi vincitori” vanno in panico, voltano la schiena al nemico e se la danno a gambe levate. Seguono urla, confusione, disperazione, eccitazione, sete di sangue. Ippocrate è uno dei primi a cadere. In un clima da “si salvi chi può”, i vinti abbandonano armi e armature e si precipitano verso Delio o verso l’Attica. Con l’adrenalina a mille i vincitori piombano su di loro, dando inizio al massacro.
Cala l’oscurità, le ostilità cessano. Chi è scampato alla carneficina si rifugia a Delio o a Oropo. E da lì, via mare, torna da dove è venuto. A Delio rimane una guarnigione e sui campi insanguinati resta un migliaio di cadaveri ateniesi.
Era usanza antica stipulare una tregua per recuperare le salme dei caduti e dare loro degna sepoltura. Ma questa volta non va così. I Beoti non ne vogliono sapere di concedere tregue. Agli Ateniesi dicono: rifiutandoci di consegnare i caduti, non rispettiamo le consuetudini e le leggi? E le rispettate forse voi che avete violato un tempio sul nostro territorio e commesso sacrilegio usando per scopi privati l’acqua consacrata al dio? E gli Ateniesi di rimando: non abbiano violato alcun tempio. Abbiamo conquistato parte del vostro territorio. Su questa parte c’era un tempio consacrato ad Apollo. Ce lo siamo presi ed è diventato nostro. E nei nostri templi noi facciamo quello che ci pare. Di che violazione parlate, dunque?
Si discute, ci si accusa reciprocamente, ma nulla cambia. Entrambe le parti restano ferme sulle proprie posizioni: gli Ateniesi si rifiutano di lasciare Delio e il suo tempio, i Beoti si rifiutano di concedere loro di seppellire i morti.

L’assedio

Fallite le trattative, l’ esercito di Pagonda- rinforzato da duemila Corinzi- si schiera davanti al forte; la guarnigione ateniese – al sicuro dietro le difese fatte erigere in precedenza da Ippocrate – si appresta a resistere. Nei campi circostanti, i cadaveri insepolti cominciano a decomporsi.
Stando a Tucidide, i Greci suoi contemporanei non sapevano condurre un assedio. E, infatti, tutti i tentativi di Pagonda di prendere il forte con attacchi frontali vanno a vuoto. I genieri di allora- per usare un termine moderno- erano alquanto scarsi. Ma quelli di Pagonda sembrano fare eccezione. Il loro ragionamento è il seguente: non possiamo entrare noi? Facciamo allora in modo che siano loro a uscire. Prendono un tronco d’albero, lo dividono in due per il lungo, ne scavano l’interno poi riuniscono le due parti ” come si fa col flauto”( Tucidide). All’estremità appendono un braciere, lo riempiono di zolfo e di altro materiale infiammabile, gli danno fuoco, lo accostano al muro del forte e, soffiando con grossi mantici nel tronco cavo, lo trasformano in un lanciafiamme ante litteram.
Le palizzate prendono subito fuoco, l’incendio si allarga, i difensori del forte fuggono. Molti riescono a salvarsi raggiungendo le navi alla fonda nelle vicinanze, altri cadono sotto i colpi dei nemici, quasi duecento vengono fatti prigionieri. Solo allora, a vittoria ottenuta, Pagonda autorizza gli Ateniesi a recuperare i resti dei loro caduti perché possano essere sepolti degnamente.

Battaglia decisiva?

Sparta aveva da sempre coltivato l’illusione di porre fine alla guerra del Peloponneso combattendo una battaglia di opliti decisiva. L’aveva cercata e provocata in ogni modo. Aveva periodicamente invaso l’Attica e distrutto i raccolti degli Ateniesi per costringerli a combattere. Di solito chi aveva la campagna invasa usciva in armi contro il nemico. Ma gli Ateniesi non avevano reagito e si erano ben guardati dall’uscire con i propri opliti in campo aperto. La loro formidabile flotta dominava i mari. E via mare arrivavano i viveri, il legname, i metalli, le armi e tutte le altre merci di cui la città aveva bisogno. E sempre via mare si potevano effettuare incursioni nel territorio degli Spartani e dei loro alleati allo scopo di infastidirli e di tenerli in apprensione. Perché, allora, rischiare tutto in un’unica giornata?
Per come si svolse e per come terminò, la battaglia di Delio fu una battaglia sanguinosa, crudele e feroce. Fu anche la battaglia decisiva tanto desiderata dagli Spartani e dai loro alleati? Per niente. Tutto rimase come prima( nell’immediato, almeno): non ci furono ribaltoni politici in Beozia, Atene continuò a dominare i mari, Sparta non ne trasse vantaggio alcuno. Non tutto andò male, in verità. Socrate, ad esempio, scampò al massacro, ritirandosi con ordine, seguendo la via meno battuta, protetto secondo Platone e Plutarco da Alcibiade in persona. Se fosse morto a Delio ( o a Potidea o a Anfipoli, dove aveva combattuto e combatterà con valore), la filosofia occidentale così come la conosciamo forse non sarebbe mai nata.
A Delio combatterono più soldati che a Maratona, ci furono mille morti ateniesi, cinquecento beoti, un numero imprecisato di feriti, numerosi prigionieri. Il bottino fu così ricco da permettere la costruzione nella piazza di Tebe di un grande portico ornato di statue di bronzo( Diodoro Siculo).
Fu una battaglia in grande stile, dunque. Anche nei numeri. Ma di cui abbiamo scarsa memoria. Tutti noi ci ricordiamo di Maratona, delle Termopili o di Salamina. Ma il nome di Delio ci dice poco o niente. Forse perché quella battaglia non portò nell’immediato cambiamenti politici e per questo non compare sui manuali? O forse perché, inconsciamente, non sappiamo rassegnarci all’idea di vedere i cultori e i creatori della bellezza( gli Ateniesi) sconfitti dalla forza bruta e quasi primitiva dei Beoti?[1]

L’altra Delio

Tre anni dopo Delio, il tragediografo Euripide mette in scena un’altra battaglia: la battaglia di Teseo, re di Atene, contro Creonte, re di Tebe. A raccontarcela, nella tragedia Supplici con la quale abbiamo iniziato il nostro racconto, è un messaggero testimone di quegli eventi.
Quella battaglia celebra il trionfo degli Ateniesi sugli empi Tebani. Eppure per bocca del messaggero, Euripide sembra raccontare la battaglia di Delio, non quella fra Creonte e Teseo. Ma a parti invertite, questa volta. Sul piano tattico, Teseo replica gran parte delle mosse vincenti di Pagonda; l’esito della battaglia a lungo resta incerto ( come accadde a Delio). Alla fine i Tebani e i loro alleati si disuniscono, crollano, se la danno a gambe levate e, con i vincitori alle calcagna, si rifugiano dentro le mura di Tebe.
Perché questa versione? Per alleviare negli Ateniesi il senso di frustrazione e di profondo sconforto conseguente alla sconfitta subita a Delio? O piuttosto per affermare anche una superiorità ateniese sul piano etico? Euripide non poteva ignorare quanto accaduto a Delio né poteva, ovviamente, ignorarlo il suo pubblico. E al suo pubblico Euripide sembra dire: a Delio le abbiamo prese, inutile negarlo. Ma abbiamo davvero perso? O non continuiamo e essere, piuttosto, superiori ai Tebani e a Sparta “ crudele e dall’animo volubile”? Noi rispettiamo le leggi- umane e divine- e le consuetudini , altri le disprezzano; noi diamo aiuto a chi ce lo chiede quando la causa è giusta, altri lo fanno per proprio tornaconto o non lo fanno affatto; noi non ci permetteremmo mai- come invece altri fa- di violare “la legge comune della Grecia” rifiutandoci di concedere la sepoltura dei nemici caduti in battaglia. La nostra è una superiorità morale destinata a perpetuarsi, proprio perché è radicata nel senso di giustizia e non è basata sulla sola forza delle armi. Comunque vadano le cose, noi abbiamo già vinto.

Epilogo

Le salme degli eroi riportate da Teseo hanno ricevuto gli onori dovuti ai defunti. Il rito si è compiuto, le supplici sono state ascoltate. Il passato è stato vendicato. Ma ci sarà un futuro?

voi, figli degli Argivi
cresciuti espugnerete la città
dell’Ismeno[2], compiendo la vendetta
dei vostri padri uccisi…..
Appena ombreggerà le vostre guance
il pelo, allora il popolo dei Danai[3]
muoverà con le armi di bronzo
verso le sette porte dei Cadmei[4].
E sarete per loro come amari
cuccioli di leone ormai cresciuti,
distruggerete la città

Parola di Atena

Da leggere:

Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, Il Mulino paperbacks, 2009
Euripide, Supplici, traduzione di Guido Paduano, Bur, 2009
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton,2014
Victor Davis Hanson, Il volto brutale della guerra. Okinawa, Shiloh, Delio: tre battaglie             all’ultimo sangue, Garzanti, 2005
Donald Kagan, La guerra del Peloponneso, Mondadori, 2006
Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Franco Ferrari, Bur, 2009

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[1] Se poco ci dice sul piano emotivo o su quello politico, la battaglia di Delio ha qualcosa da dirci sul piano militare. Viene combattuta su un terreno angusto e accidentato non, come era costume, in spazi ampi e privi di ostacoli; i Beoti si tengono nascosti fin quasi all’ultimo momento, non prendono posizione né si schierano apertamente di fronte agli Ateniesi, non scelgono d’accordo con loro il terreno su cui combattere, non definiscono le regole d’ingaggio( vince chi sfonda e niente inseguimento, ad esempio) come si faceva di solito; all’ala destra, le file della falange tebana sono tre volte più profonde rispetto all’usuale disposizione; la fanteria leggera e soprattutto la cavalleria risultano determinanti; una parte delle forze in campo( la cavalleria di Pagonda) viene tenuta di riserva, pronta a intervenire in caso di bisogno.
Un anno prima, a Sfacteria, lo stratego ateniese Demostene non aveva esitato a tormentare gli opliti spartani con i suoi frombolieri e con i suoi peltasti, rinunciando a qualsiasi scontro frontale; a Delio sono le riserve a decidere la battaglia. La tattica militare, insomma, sembra evolversi. E sono le circostanze a farla evolvere. In quella guerra è il gioco a dettare le regole, non il contrario. Certo, non siamo ancora alla rivoluzione e all’abbandono di tattiche consolidate e sperimentate da secoli, ma già qualcosa s’intravvede anche se ancora in modo casuale o episodico. Si comincia a capire, ad esempio, l’importanza di avere a disposizione truppe mobili da impiegare contro le formazioni chiuse, veri e propri rulli compressori finché i ranghi restano compatti, ma vulnerabili quando si disuniscono. Di qui l’importanza dei tiratori ( arcieri, frombolieri). Colpiscono da lontano, si disperdono e si raccolgono di nuovo, creano fastidio e confusione, sono quasi inafferrabili. Dal canto suo, la fanteria leggera, non gravata dalla panoplia, gode di maggiore libertà operativa.
E la cavalleria? Impiegata nella fase di inseguimento, per compiere incursioni in territorio nemico, per evitare manovre di accerchiamento o per contrastare incursioni in territorio amico non è ancora l’arma in grado di decidere le battaglie. O, almeno, non viene ancora vista come tale. Bisognerà aspettare Filippo II di Macedonia per vederla impiegata in modo coordinato- ed efficace- con la fanteria. Così come bisognerà aspettare Epaminonda per vedere perfezionata l’intuizione avuta da Pagonda a Delio. A Leuttra(371 a.c.), infatti, i formidabili opliti spartani subiranno una sconfitta durissima ad opera di una falange tebana schierata in modo completamente nuovo.
L’episodio di Delio fu, dunque, in gran parte casuale. Ma c’era stato anche un precedente diverso. A Spartolo, nell’estate del 429, un intelligente- e per nulla casuale- impiego della fanteria leggera e, soprattutto, della cavalleria aveva permesso agli abitanti della città di costringere gli Ateniesi a ritirarsi. E ad Anfipoli, un paio d’anni dopo Delio, cavalleria e fanteria leggera svolgeranno un ruolo di primo piano nella battaglia per il possesso della città. Episodi, se vogliamo, ma indicativi di un cambiamento ormai in atto.
[2] Antico nome di un fiume che scorre presso la città di Tebe. Oggi si chiama Hagios Ioannis.
[3] Si tratta dei discendenti del mitico Danao, re di Libia, il quale per  per sfuggire al fratello Egitto, lasciò il proprio Paese e approdò ad Argo, in Grecia. Con il termine Danai si indicano dunque gli Argivi. Tuttavia, il termine diventò, in seguito, sinonimo di “ Greci”.
[4] I Tebani. Così detti da Cadmo, il mitico fondatore della città di Tebe.

Il piano ateniese( La cartina è tratta da Wikipedia, Bataille de Delion)


 

 

 

 

 

 

L’immagine sotto il titolo raffigura Socrate durante la battaglia di Delio. Non posso però dire da quale sito essa sia stata tratta. Non avendo preso nota della fonte quando la consultai per la prima volta, non sono stato in grado di ritrovarla durante i successivi tentativi. Chiedo scusa al proprietario dell’immagine.

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