Arcata 19

08/11/2014

Casaltone monumento

Nell’aprile del 1945, una volta subìto lo sfondamento della Linea Gotica, i tedeschi in fuga si riversarono nella Pianura Padana nel tentativo di raggiungere il fiume Po prima degli Alleati. Durante questa corsa disordinata  e disperata non mancarono episodi di violenza ai danni degli abitanti di piccole località, frazioni, agglomerati di case coloniche situate nella bassa parmense e reggiana. Sono “le stragi dell’ultimo giorno”, tanto più crudeli e inspiegabili in quanto commesse a pochi giorni, a poche ore quasi, dalla cessazione delle ostilità.

Uno dei miei cinque lettori mi ha mandato via mail il testo di un paio di articoli usciti su un giornale locale – La Gazzetta di Parma– e relativi a una di quelle stragi.  Li pubblico volentieri.

Prologo

Sorbolo è un paese della bassa parmense. Oggi conta circa diecimila abitanti. È situato sulla riva sinistra del fiume Enza. Brescello –il paese di Don Camillo – e il Po non sono molto distanti. Due ponti – uno ferroviario e un altro stradale- attraversano l’ Enza a Sorbolo mettendo in comunicazione le province di Parma e di Reggio Emilia.
Durante la seconda guerra mondiale quei due ponti , situati lungo un’importante via di comunicazione, divennero obiettivi militari. Le bombe degli aerei alleati e il tritolo dei partigiani della Settima SAP “Julia” riuscirono a metterli fuori uso. Ma c’era anche un terzo ponte. Un ponte di legno. Nel ’45, intorno alla metà di aprile, presagendo il peggio, i tedeschi lo avevano tirato su in fretta e furia nei pressi di Casaltone,  tre chilometri a sud del capoluogo.

Quell’ultimo ponte

Il 20 aprile 1945 i GI americani irrompono nella Pianura Padana a una ventina di chilometri da Bologna. Due giorni dopo, il 22, unità statunitensi e britanniche raggiungono il Po rispettivamente a San Benedetto(MN) e a Ficarolo(RO). La Linea Gotica è stata sfondata. Le truppe tedesche in Italia si ritirano per sfuggire all’accerchiamento.
È una ritirata disordinata e caotica, una vera e propria rotta. Non ci sono più reggimenti, gradi, ordini, disciplina. I tedeschi vogliono raggiungere il Po ad ogni costo e salvare la pelle. Solo questo conta. Hanno le barbe lunghe, le uniformi a brandelli, vedono partigiani dovunque, temono imboscate, sono tesi,  hanno il grilletto facile. Un nonnulla potrebbe scatenare reazioni incontrollabili.
Il 23 aprile gruppi di civili armati – mandati lì chi dice dal CNL, chi dagli americani – prendono posizione nei pressi del ponte di fortuna sull’Enza. Secondo alcune testimonianze si tratta di un’operazione in grande stile alla quale partecipano gli uomini “ vecchi e giovani” di Casaltone; secondo altre testimonianze si tratta di una scaramuccia e per giunta  limitata alla sola mattina del 24. Sia come sia, attorno al ponte si combatte.
Nel primo pomeriggio del 24 una colonna di militari tedeschi in bicicletta raggiunge Casaltone. Sono armati. Stando ad alcune testimonianze, appartengono in gran parte alle SS. Vengono con l’ordine di garantire la sicurezza del ponte o vengono, piuttosto,  con l’intenzione di compiere una rappresaglia?
La gente si chiude nelle case. Nei pressi del ponte o, stando a un’altra versione, dalle finestre di alcune abitazioni del paese qualcuno spara. I tedeschi reagiscono. È una strage: ventuno civili vengono uccisi, altrettanti vengono feriti. Dopo aver incendiato alcune abitazioni, gli aggressori raggruppano i superstiti e se ne fanno scudo contro eventuali attacchi da parte dei partigiani mentre attraversano il paese. Fra gli ostaggi c’è anche il parroco di Casaltone, don Giovanni Morini. Invano ha cercato di placare gli animi, invano si è offerto come ostaggio al posto dei suoi parrocchiani. Una volta usciti dal paese, i tedeschi abbandonano gli ostaggi e riprendono la loro fuga.
Questi per sommi capi gli avvenimenti di quei giorni. Le testimonianze scritte sono scarse e spesso contraddittorie, non esistono documenti: ricostruire con esattezza quanto successo diventa pertanto difficile. A maggior ragione a distanza di quasi settant’anni. Restano le domande: chi sparò per primo? Dove? Quando? Per ordine di chi? A quali unità appartenevano quei soldati tedeschi? Chi li comandava? Fu una reazione incontrollata di militari  sbandati o fu un’azione voluta e decisa in anticipo? Ma, a ben vedere, ha senso cercare una risposta a queste domande? Qualsiasi risposta non potrebbe mai spiegare la ferocia e l’assurdità di quell’azione in cui uomini e donne innocenti persero la vita a pochi giorni dalla fine del conflitto.

Epilogo.

Casaltone lapide SalvatoriNel cimitero di Sorbolo l’arcata 19 è situata più o meno a metà dell’ala ovest della parte cosiddetta “vecchia”. E’ l’arcata dedicata ai partigiani e ai civili sorbolesi – uomini e donne- caduti durante la seconda guerra mondiale. In alto, là dove l’arcata si restringe e tocca il soffitto, c’è, quasi nascosta,  una lapide più piccola delle altre. Chi passa davanti all’arcata deve alzare lo sguardo per poterla individuare. Quella lapide ricorda Giorgio Salvatori, una delle ventuno vittime della strage  di Casaltone.
Giorgio Salvatori era un bambino . Un bambino di quattro mesi.

Guido Azzali (69 anni)
Ubaldo Azzali (34 anni)
Emilio Baroni (50 anni)
Florio Benassi (23 anni)
Renzo Confortini (16 anni)
Luigia Dall’Asta (16 anni)
Amedeo Fava (56 anni)
Gianni Galvani (19 anni)
Amilcare Gandolfi (53 anni)
Costante Ghiretti (37 anni)
Umberto Maestri (40 anni)
Ercole Pesci (69 anni)
Oreste Pesci (69 anni)
Ennio Pesci (47 anni)
Ermete Pesci (15 anni)
Gustavo Pesci (56 anni)
Nello Reggiani (31 anni)
Giorgio Salvatori (4 mesi)
Luigi Sepali (28 anni)
Rino Setti (21 anni)
Rosolino Zoni (29 anni)

Da leggere:

Vittorio Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45, 1975

Roberto Battaglia, Storia della resistenza italiana, Einaudi, 1979

Emilio Cocconi, Mario Clivio, Parliamo un po’ di Sorbolo, 1979

Leonardo Tarantini, La resistenza armata nel parmense, Step, 1978

Le testimonianze.

Gazzetta di Parma, 2 maggio 1945, Le atrocità tedesche a Casaltone. Articolo non firmato

 “A Casaltone le case bruciate e diroccate restano a testimoniare l’inutile ferocia tedesca. Le carrette e gli autocarri colpiti e rovesciati ai margini della strada parlano di sconfitta e di rotta. La voce di chi interroghiamo, ferma, ci parla dei morti che ebbe un giorno a compagni nella vita intima di poche case raccolte attorno alla chiesa come di soldati, che, caduti per un ideale, riposino finalmente vendicati: “ Ricevuto dal locale Comitato di Liberazione Nazionale l’ordine di proteggere il ponte di fortuna sull’Enza, gli uomini giovani e vecchi di Casaltone iniziavano il lunedì la loro attività catturando una ventina di tedeschi. Il giorno dopo, attaccati da più di cento fra tedeschi e fascisti si difendevano eroicamente fino all’ultimo, sino a quando, lasciati sul terreno diversi morti, per mancanza di munizioni dovevano sciogliersi e disperdersi. Si scatenava allora la furia dei tedeschi che entrati nelle case cominciarono i saccheggi, le uccisioni e gli incendi ciecamente e senza nessuna pietà.
Gli viene indicata una casa: “ Là, ci dicono, un bimbo di sei mesi, Giorgio Salvatori, fu ucciso in grembo alla madre da un colpo di moschetto che ferì anche la donna inorridita dal sangue della sua creatura. In un’altra venivano uccisi a bruciapelo Amedeo Fava, Gustavo, Ercole e Oreste Pesci, tutti della stessa famiglia, tutti colpevoli di essere italiani. Erano pure assassinati nelle loro abitazioni Guido Azzali col figlio Ubaldo e Ennio Pesci col proprio figlio. Altre vittime risultano essere Nello reggiani, Amilcare Gandolfi, Gianni Galvani, Ernesto Sepali, Rino Setti, Umberto Maestri, Rosolino Zoni e Ghiretti, detto “Morèn”.
“Mentre gli eccidi venivano commessi, giungeva notizia del sopraggiungere delle forze alleate e ciò significava per i tedeschi il combattimento contro altri soldati, contro gente armata. Non solo non lo accettarono, ma radunate trecento persone del paese, donne e bambini col parroco don Giovanni Morini, iniziarono il ripiegamento su Casalbaroncolo dopo aver avvisato gli ostaggi che la loro sorte era segnata, ridendo del pianto delle donne, dell’orrore e del panico suscitato. Il coraggio e la decisione di alcune staffette che riuscirono a raggiungere la Via Mantova  in cerca di soccorso, evitava la strage certa degli inermi , già presi di mira dalle mitragliatrici. Ora i morti riposano nel cimitero di Sorbolo.”
Questo il racconto di uno di coloro che vissero le tragiche ore di Casaltone. Non aggiungiamo nessun commento poiché i fatti hanno la forza che potrebbe mancare alle parole, soltanto ricordiamo con quanta gioia abbiamo risposto al saluto di due patrioti seduti a cavalcioni sul fusto dilaniato di un cannone tedesco coi piedi su uno di quegli elmetti che da soli simboleggiarono sempre per gli italiani: Germania e oppressione.

 

                                               ***

Gazzetta di Parma, 24 aprile 1965, L’eccidio di Casaltone, articolo firmato Ulisse Adorni.

La primavera è tornata anche qui, a Casaltone, in mezzo al lezzo dei canali, fra le case ammuffite, lungo l’argine piccolo.
Strani fiori che hanno la vita di un giorno nascondono le sponde livide e l’acqua sporca, su cui galleggiano scatole di conserva. La gente vive, nei campi o nelle fabbriche, i giorni nuovi del’anno e la domenica, intorno alla rotonda del crocevia, i ragazzi di Casaltone raccontano forte le cose semplici della loro età. Anche alcuni vecchi si sono fermati a parlare all’ombra dei pini che velano il monumento. Casaltone è tutto qui, un paese piccolo, aggrappato alla chiesa ed alle due osterie con gente che vuole soltanto vivere in pace e che sogna di farsi la casetta lungo la strada maestra.
Solo negli occhi di quelli che hanno “ visto” senza poter fare nulla, si legge un poco della spaventosa tragedia che segna con un filo rosso di sangue la fine della guerra. È stato duro per questa gente ricominciare, ma la forza l’hanno ritrovata per i piccoli, per la speranza, che non abbandona nessuno, di un mondo nuovo dove non ci sia posto per fatti come questo.
“Era una mattina di primavera”. Comincia sempre così il racconto: era il 24 aprile del 1945. Si parla al presente, perché quel giorno vive ancora. Siamo agli ultimi giorni di guerra. I tedeschi sono in ritirata e già a Sorbolo giungono le prime avanguardie delle truppe alleate. Per ordine degli americani, un gruppo di patrioti viene inviato a difesa dell’unico ponte di legno che ancora permette l’attraversamento dell’Enza. Anche i tedeschi, infatti, sono vicini e si teme vogliano distruggere la passerella.
La mattina del 24 aprile trascorre tranquillamente. La gente è a caccia delle notizie che si spandono in un baleno, che vengono ridimensionate o annullate, circa la fine della guerra. Al ponte si sparano alcuni colpi di fucile. Poi, verso le 15, sulla strada che da Casaltone conduce alla Via Emilia, appare una lunga colonna di tedeschi in bicicletta. Sono armati, appartengono per la maggior parte alle “SS”.
Dalle finestre viene esploso qualche colpo, ma il resto della gente fugge e si chiude a gruppi nelle case. Ma bastano quei colpi isolati a scatenare la rappresaglia. I primi episodi di crudeltà si registrano in un gruppo di case chiamato “ Piave”. Qui i soldati sfondano le porte e le finestre con bombe a mano e raffiche di mitra, costringono gli abitanti ad uscire e, dopo aver cercato inutilmente nelle loro povere case qualche oggetto di valore, incendiano tutto. Alla fine, l’eccidio.
Guido Azzali viene abbattuto da una raffica di mitra sotto gli occhi della moglie e della figlia. A pochi metri di distanza cade Ubaldo Azzali, il primogenito della famiglia ed i soldati fanno scempio del cadavere davanti alla madre impietrita. Intanto nella casa di Gustavo Pesci vengono uccisi tre uomini che vi avevano cercato scampo, insieme al proprietario: Amedeo Fava, Nello Reggiani, Rino Setti. Ma il massacro non è ancora terminato. I tedeschi abbandonano la località “Piave” ormai trasformata in un rogo e marciano verso il centro del paese.
Qui le testimonianze si confondono o si fanno tremanti, discrete, perché non si tratta più di un episodio di guerra, ma di una cieca vendetta. Tutti coloro che sono dinanzi alle case o che si affacciano alle finestre o che fuggono nei campi vengono uccisi. Gli altri, strappati alle cucine od ai solai, vengono incolonnati e costretti ad attraversare la via centrale del paese. I tedeschi, temendo la reazione dei pochi patrioti ancora nascosti, si fanno scudo con le donne e con i bambini. Solo un miracolo impedisce che la strage sia consumata fino all’ultima goccia: la notizia che forze alleate si stanno dirigendo su Casaltone a marce forzate.
Altre vittime, però, si aggiungono a quelle che già sono nella polvere. Ermete Pesci, un ragazzo di 15 anni, torturato prima di essere messo al muro; Gianni Galvani, di 19 anni, ucciso mentre cercava scampo dalla sua casa in fiamme; Amilcare Gandolfi; Emilio Baroni; Luisa Dall’Asta; Renzo Confortini; Ennio Pesci (padre di Ermete); Roso Zoni; Florio Benassi; Ercole Pesci; Oreste Pesci; Umberto Maestri; Luigi Sepali.
Non c’è limite ormai alla strage e in quegli istanti i soldati non sono uomini. Giorgio Salvatori, un fanciullo di sei mesi, viene ucciso con una raffica di mitra nelle braccia della madre. Anch’ella rimane gravemente ferita dalla scarica. Infine l’ultima vittima: Costante Ghiretti. Ferito gravemente, viene scaraventato a terra e calpestato. Morirà il giorno della Liberazione, dopo una notte di atroce agonia trascorsa nella chiesa parrocchiale.
In quelle ore di eccidio, eroico fu il comportamento del parroco don Morini che mise a repentaglio la propria vita per quella degli altri e che si offerse in cambio degli ostaggi.
Dice il Battaglia nella sua “Storia della Resistenza”: “ …L’ultimo combattimento si svolge a Casaltone dove i tedeschi pagano duramente gli ultimi atti di ferocia commessi contro la popolazione civile.” Alla fine i tedeschi si ritirano, temendo l’arrivo delle truppe alleate e la vendetta dei partigiani. Ai casaltonesi non rimase che comporre pietosamente i cadaveri sparsi nella strada  e fare il triste bilancio della giornata. Erano rimasti uccisi ventun cittadini, mentre i feriti superavano anch’essi la ventina: di questi, poi, alcuni lo erano in modo gravissimo.

                                               ***

Vittorio Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45, pag 369.

Il Signor Confortini che visse i giorni di quell’illogica ed assurda strage ci ha minuziosamente rievocato ogni particolare con voce rotta dall’emozione del ricordo. “Da quando i ponti di S.Ilario e di Sorbolo erano divenuti inagibili per i bombardamenti alleati, i Tedeschi ne avevano costruito uno in legno a Casaltone intenzionati a servirsene anche per la ritirata. Senonché il 21 gli apparecchi danneggiavano lievemente anche questo ed i partigiani tentarono di incendiarlo. Resi furiosi da tali azioni, i Tedeschi si lanciarono alla caccia dei sappisti, ma i tempi stringevano ed essi non poterono vendicarsi come avrebbero voluto. Essi avevano anche la preoccupazione di distruggere quel ponte per ostacolare l’inseguimento alleato. Toccava pertanto ai civili, patrioti improvvisati, impedire che i Tedeschi realizzassero il loro piano. In realtà il tentativo di passaggio di alcuni automezzi nazifascisti nelle prime ore del 24 era stato ostacolato da qualche civile armato. Ciò fu probabilmente la causa immediata della ritorsione tedesca. Arrivarono in molti, forse avvertiti da una spia o da qualche prigioniero costretto a parlare. Il piccolo centro venne setacciato sistematicamente e molte case furono incendiate.

Il racconto prosegue riprendendo in gran parte quanto pubblicato dalla Gazzetta di Parma  del 24 aprile 1965.

 


“Gli imboscati del D-Day”

30/08/2014
Da spikesaycheese.webly.com

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Prologo

In inglese il termine dodger indica colui che vuole evitare rogne o ottenere qualcosa ricorrendo  all’astuzia. Così lo definisce l’Oxford Dictionary: A person who engages in cunning tricks or dishonest practices to evade a debt or obligation; A person who dislikes or avoids a specified thing. In Italiano potrebbe essere tradotto con “ furbacchione”, “furbetto” o “impunito”( nel senso buono). Ma anche con “lavativo” o “imboscato” a seconda dei contesti.
E lavativi e imboscati sembrarono a Lady Astor  i militari inglesi e americani impegnati nel ’44 in Italia. Secondo lei, si godevano il sole di Roma, il vino dei Castelli, portavano a ballare le ragazze e passavano il tempo giocando a baseball e a calcio mentre in Normandia i loro commilitoni combattevano la guerra “vera”. Prendendo spunto da una lettera inviatale da uno di loro,  li definì  D-Day Dodgers, gli imboscati del D-Day.
La nobildonna negò di aver mai definito i combattenti in Italia “D-Day Dodgers”,  ma ormai il danno era fatto.

L’attesa

14 aprile 1945, 6 del mattino. Nel posto di comando del generale Lucian Truscott a Traversa, vicino a Firenzuola , caffè a litri e una sigaretta via l’altra. C’è tensione. Sono due giorni che quella maledetta nebbia non vuole saperne di alzarsi.
Anche quel 14 aprile – giorno scelto per il colpo finale alla Linea Gotica dopo un rinvio di un paio di giorni-  i primi, impietosi, bollettini riportano: piste avvolte dalla nebbia. Truscott alza il telefono e chiama il generale Willis D. Crittenberger comandante del IV Corpo: ora H posticipata alle 8. E aggiunge: tenersi pronti a muovere in qualsiasi momento.
Ma il comandante della Quinta armata lo sa bene: senza gli aerei in volo, l’attacco delle fanterie non può avere luogo. E se la nebbia non si dissolve, gli aerei non possono operare. Qualche minuto dopo, una chiamata da Grosseto: la nebbia sembra alzarsi. Altre sigarette, altro caffè. Alle 8 Grosseto comunica: piste sgombre. Rapporti analoghi confermano la tendenza anche altrove. Truscott ritelefona a Crittenberger

L’inverno dello scontento.

Era stato un inverno durissimo quello del 1944. E non solo per via del clima. In novembre i partigiani italiani erano stati (quasi) invitati a smobilitare. Dal generale Harold Alexander in persona.
Nei giorni e nelle settimane successive al proclama diffuso dalle frequenze di  Radio Combattente era cominciata una piccola diaspora.  Qualche brigata aveva passato le linee e si era unita alle truppe alleate; numerose unità si erano frazionate in piccoli gruppi; altre, sempre in piccoli gruppi, erano scese in pianura; alcuni formazioni di irriducibili  erano restate sulle montagne. Altro non si poteva fare. Alexander era stato chiaro: non vi potremo aiutare, dovrete cavarvela da soli.
Nessuno l’aveva presa bene, ovvio. L’uscita di Alexander era sembrata una presa di distanza non necessaria, una sconfessione politica della lotta popolare. Non lo era, ma tale era sembrata. L’amarezza e lo sconforto avevano preso il posto dell’ottimismo dei mesi precedenti. L’inverno cominciava nel peggiore dei modi. Per i partigiani ci sarebbe mai stata una campagna di primavera?
Anche per Alexander quello non era stato un inverno tranquillo. In dicembre i tedeschi erano passati all’offensiva nelle Ardenne; sul fronte orientale l’Armata Rossa sembrava aver perso slancio. Secondo lo Stato Maggiore alleato occorreva intensificare la pressione a occidente per chiudere la partita alla svelta. Questo significava ridurre il fronte italiano  a un ruolo del tutto marginale: le forze impegnate in Italia avrebbero potuto essere trasferite e utilizzate altrove per la spallata finale.
Tuttavia, in gennaio, Marshall aveva deciso di non indebolire troppo Alexander e di dargli un’ulteriore possibilità per neutralizzare definitivamente il Gruppo di armate C. Se non ci fosse riuscito, però,  la Quinta armata avrebbe lasciato l’Italia per congiungersi con le altre armate alleate ai confini del Reich tedesco.  Dopo tante operazioni improvvisate o mal condotte, questa volta per Alexander , Clark e compagnia era vietato sbagliare.

Aspettando la primavera.

Per mesi, durante l’inverno, lungo la Linea Gotica– raggiunta dai D- Day Dodgers dopo aspri combattimenti- il fronte aveva sonnecchiato fra timori e aspettative,  fra operazioni militari di routine e massiccia riorganizzazione. Il feldmaresciallo Albert Kesselring era stato richiamato a Berlino e nominato comandante in capo del fronte occidentale. Aveva cercato di convincere Hitler ad adottare una strategia flessibile in Italia, ma senza risultati. Quando aveva sentito parlare di ritirate tattiche intenzionali , il Fuehrer aveva opposto un netto rifiuto. Ci si ritira soltanto se non se ne può fare a meno e solo per raggiungere una posizione più forte, aveva ribadito.
Replicare sarebbe stato inutile. In quei giorni corruschi in cui tutto si sfaldava, Hitler, da sempre prevenuto nei confronti dei suoi generali,  non intendeva ragioni. “Il Gruppo di Armate C è finito” avevano amaramente commentato gli ufficiali dello stato maggiore della 14.ma armata in Italia, una volta venuti a conoscenza della decisione presa a Berlino. Salerno, San Pietro Infine, Anzio, Cassino, la tattica di ritirarsi combattendo da una linea di difesa all’altra  non avevano dunque insegnato niente?
Magari avevano insegnato poco a Hitler, non agli Alleati. Durante l’inverno i depositi di munizioni erano stati riempiti, erano arrivate truppe fresche, artiglieria, “coccodrilli” e  “canguri”[1]. Gli uomini erano stati riarmati, riequipaggiati, addestrati. I cieli sopra l’Italia erano di esclusivo dominio degli aerei da guerra alleati con i loro carichi di napalm e di bombe ad alto potenziale. C’era mezzo mondo in armi fra le nevi e le nebbie  della Gruene Linie: polacchi, greci, neozelandesi, canadesi, sudafricani, brasiliani, inglesi, indiani, nepalesi, afroamericani e, dalla parte tedesca, persino turcomanni.
E italiani dell’ex Regio Esercito. Organizzati in gruppi di combattimento, erano stati aggregati all’Ottava armata ( Legnano) e alla Quinta ( Friuli, Folgore, Cremona). Una volta in azione non sfigureranno, anzi.
Più la primavera si avvicinava, più il nervosismo e la tensione crescevano. Dal fronte arrivavano notizie non proprio rassicuranti: l’Armata Rossa era in vista di Vienna, Tito di Trieste. Urgeva sbrigarsi e colpire duro. E non solo per anticipare i “ rossi” nei Balcani. Giravano infatti voci circa una fantomatica “Ridotta Nazionale” allestita sulle Alpi fra Salisburgo e Klagenfurt all’interno della quale i tedeschi in fuga dall’Italia ( e non solo) avrebbero potuto raggrupparsi e vendere cara la pelle.
I comandanti erano impazienti di cominciare, anche se questionavano in  continuazione sulle date, sulle modalità, sui tempi. Clark avrebbe voluto cominciare in aprile, McCreery in maggio; per arrivare al Po Clark preferiva l’asse Massa Lombarda-Budrio, McCreery quello Argenta-Ferrara. E così via. Una cosa comunque era chiara a tutti: l’offensiva di primavera non avrebbe dovuto mirare a obiettivi limitati ( tipo la conquista di Bologna, mancata per un soffio l’autunno precedente), ma a un obiettivo più vasto: intrappolare e distruggere il Gruppo di Armate C a sud del Po.

Il piano.

Fino a quel momento, gli alleati avevano subito la tattica di Kesselring di ritirarsi combattendo da una linea di difesa all’altra. A Cassino si erano intestarditi ad attaccare settori ristretti del fronte nella speranza di aprire una breccia. I tedeschi ne avevano approfittato spostando truppe da un settore all’altro, rinforzando quelli sotto pressione ed ergendo un muro invalicabile. Dopo quattro sanguinose battaglie, la linea Gustav a Cassino era stata sfondata, ma la Decima armata l’aveva fatta franca e si era ritirata dietro la linea Gotica. Colpa di Clark, si disse: cambiò le carte in tavola per entrare da conquistatore in Roma.
Ma questa volta non si sarebbero commessi errori. Questa volta l’intero fronte sarebbe stato investito con tutte le forze disponibili per l’uno-due decisivo. L’Ottava armata( il gancio destro) avrebbe dovuto operare nel settore delle Valli di Comacchio e aprirsi una strada verso Argenta e Ferrara per aggirare le linee tedesche appoggiate ai numerosi fiumi e torrenti della zona; la Quinta armata( il gancio sinistro) avrebbe dovuto superare l’Appennino, irrompere in pianura, raggiungere Bologna e Modena, proseguire e congiungersi con i britannici. Nella parte più occidentale del fronte, unità alleate avrebbero dovuto dirigersi verso La Spezia nel tentativo di costringere i tedeschi a impiegare in questo settore parte delle proprie riserve. Per ingannare il nemico, inoltre, erano state previste azioni diversive finalizzate alla realizzazione di un ipotetico sbarco nella Laguna di Venezia, in modo da obbligare il sostituto di Kesselring, Generaloberst Heinrich von Vietinghoff , a mantenere alta la guardia anche in quest’ultimo settore. Una volta intrappolate le divisioni tedesche a sud del Po, le due armate avrebbero dovuto neutralizzarle,  passare il fiume e dirigersi verso Verona e il Brennero ( la Quinta armata) e verso Trieste (l’ Ottava armata).
La zona assegnata all’Ottava armata era fangosa, acquitrinosa e minata. Solo una stretta fascia intorno alla provinciale n. 16, la cosiddetta “strettoia di Argenta” o Argenta Gap, era asciutta. E lungo questo corridoio avrebbero dovuto infilarsi le divisioni di McCreery. Per superare agevolmente le zone allagate -sia quelle naturali, sia quelle artificiali – erano stati fatti arrivare nuovi veicoli anfibi, denominati Fantail o Buffalo, in grado di trasportare truppe e materiali in acque basse. Alcuni mezzi erano stati equipaggiati con cingoli a “zampa d’anatra” perché potessero esercitare una presa migliore sul terreno argilloso. L’aviazione avrebbe bombardato le posizioni tedesche sia nella zona dell’Ottava armata sia in quella della Quinta prima dell’attacco principale e appoggiato le fanterie nella loro azione di sfondamento. Le premesse per una rapida vittoria c’erano tutte.
Ma le incognite non mancavano.  I Fantail e i loro equipaggi a corto di addestramento si sarebbero rivelati affidabili? Il tempo avrebbe tenuto? I tempi sarebbero stati rispettati? I tedeschi avrebbero ripetuto il giochetto di ritirarsi combattendo da una linea all’altra?  E neppure le grane mancavano. I polacchi, ad esempio, non volevano più combattere. Ci fermiamo, dissero ad Alexander. Dopo Jalta la Polonia non esiste più: perché, per chi combattere ancora? Dovettero intervenire Churchill e il governo polacco in esilio a Londra per fare cambiare idea a Anders e ai suoi. Per il momento, almeno.

L’uno-due.

Alle 19,30 del 9 aprile, nella zona dell’Ottava armata, le prime truppe d’assalto muovono verso gli obiettivi. Per tutto il pomeriggio, ondate di bombardieri pesanti e medi con l’appoggio di più di settecento cacciabombardieri avevano colpito la zona posta fra i fiumi Senio e Santerno.
Alcuni giorni prima, dal primo al 6 aprile, unità di commando britannici imbarcati sui Fantail e supportati dai partigiani della 28.ma Brigata Garibaldi avevano raggiunto combattendo Porto Garibaldi nelle Valli di Comacchio, occupato alcune isolette nelle laguna e messo in sicurezza una vasta zona intorno alla foce del Reno nota in seguito come the Wedge, il cuneo.
Non tutto era andato per il verso giusto. I Fantail non avevano fatto presa sui fondali melmosi delle zone allagate, molti si erano impantanati e gli uomini avevano dovuto scendere in acqua e raggiungere la riva fra mille difficoltà. Una brigata polacca era stata colpita dal fuoco amico e aveva subito numerose perdite.
All’inizio la resistenza è debole. A ridosso della mezzanotte unità indiane e neozelandesi attraversano il Senio e stabiliscono una prima testa di ponte al di là del fiume. I genieri cominciano a gettare i  Bayley. La testa di ponte si allarga e si consolida. Alfonsine, Lugo, Fusignano e Cotignola cadono in mano alleata. L’11 aprile vengono raggiunte Menate e Longastrino , tappe obbligate verso l’importantissimo ponte di Bastia; il giorno seguente anche il Santerno viene superato. Ai tedeschi resta ora solo la linea  del fiume Sillaro.  Von Vietinghoff sposta nella zona l’intera 29.ma Panzer Division deciso a tenere la linea. La pressione alleata, tuttavia, non accenna a diminuire. Benché tenacemente contrastati, gli uomini di McCreery guadagnano terreno. Unità britanniche si impadroniscono del ponte di Bastia, i polacchi entrano a Imola e il 14 aprile le prime unità d’assalto attraversano il Sillaro in più punti stabilendovi teste di ponte. Vietinghoff scrive a Hitler chiedendogli l’autorizzazione a portarsi dietro una linea più sicura. Ma intanto, di propria iniziativa, ordina ai suoi di ritirarsi dalla zona di Imola.
Il 14 aprile, nel settore della Quinta armata, le 8, 30 sono passate da poco quando  nel cielo appaiono i primi Liberator e B 17. Bombe ad alto potenziale si abbattono sulle posizioni tedesche. Poi, senza soluzione di continuità, arrivano i bombardieri medi e i cacciabombardieri. Napalm e bombe a frammentazione colpiscono concentramenti di truppe, posizioni fortificate, postazioni di artiglieria.  Dappertutto si alzano fumo e fiamme, la polvere copre ogni cosa. L’aria è grigia, densa e irrespirabile; il cielo è scomparso.  E non è ancora finita. Dopo gli aerei tocca ai 75, ai 155 e agli otto pollici finire il lavoro. Protette da quella tempesta di fuoco, le truppe raggiungono le posizioni assegnate. Truscott ha in linea due Corpi d’armata: nella zona centroccidentale il Quarto ( generale Crittenberger),  al centro il Secondo ( generale Geoffrey Keyes). All’estremità occidentale del fronte operano la 92.ma divisione Buffalo – formata da soldati di colore – e il 442 reggimento Nisei, formato da americani di origine giapponese. Protette sul fianco da truppe brasiliane, queste due unità si erano mosse per prime il 5 di aprile, conquistando in rapida successione le città di Massa e di Carrara . Per proteggere l’armata della Liguria comandata dal maresciallo Rodolfo Graziani, Vietinghoff aveva inviato rinforzi nel settore, fermando la 92.ma , ma indebolendo altre parti del fronte.

La Compagnia G , 85.mo reggimento, Secondo battaglione, Decima divisione da montagna  – la formidabile unità del Quarto corpo- è in azione nella zona di Castel D’Aiano.  Il fuoco tedesco è intenso: mortai, artiglieria, mitragliatrici. Gli ufficiali attaccati alle radio da campo chiedono con insistenza fuoco di copertura. Che tarda ad arrivare.
Il soldato di prima classe John D. Magrath si offre  allora volontario per andare in avanscoperta. Viene dal Conneticut, ha vent’anni. Armato soltanto del proprio fucile, attacca una posizione tedesca, neutralizza i serventi, si impossessa della loro mitragliatrice e prosegue mettendo fuori combattimento altre due postazioni nemiche e consentendo ai suoi di avanzare.  Quando il fuoco tedesco si sposta sulle posizioni raggiunte dalla Compagnia G, Magrath esce di nuovo in avanscoperta per vedere se ci siano feriti e per farsi un’idea dell’entità delle perdite. Cadrà sul campo durante questo tentativo. Guadagnerà una Medaglia d’Onore alla memoria per aver operato “above and beyond the call of duty”, oltre i normali doveri di servizio.
Sono i soldati come Magrath non i cannoni a far tacere le mitragliatrici tedesche; è l’impeto degli “alpini” della Decima  a costringere i tedeschi a ritirarsi da Rocca Roffeno, Monte Pigna, Vergato, Monte Milano; sono i carristi del Secondo corpo e i “tori rossi” della 34.ma ad aprirsi la strada lungo le statali 64 e 65 e a far  traballare lo schieramento tedesco. Sono scontri aspri e sanguinosi, non di rado combattuti all’arma bianca. Le unità di élite tedesche tengono duro e  si battono con ardimento tanto sul fronte dell’Ottava quanto su quello della Quinta.
La fatica e lo stress cominciano a farsi sentire. Quando i fanti dell’87.mo reggimento della Divisione da montagna arrivano nel villaggio di Montepastore sono stanchi morti, non ce la fanno quasi più. Tutto va bene, purché serva da riparo e da letto: le stalle, i fienili, le case abbandonate. Si tolgono gli zaini dalle spalle e si accasciano semiaddormentati. Dopo giorni di combattimenti continui, quello è il primo vero momento di riposo. E dopo il sonno, il cibo. Escono dai ripari a caccia di pollame, in cerca di cipolle e di altre verdure. Accendono i fuochi e cucinano: quello è il loro primo pasto caldo dopo giorni e giorni a gallette e a carne in scatola.
Quei giorni di lotta furibonda hanno lasciato il segno anche sui tedeschi. Molti di loro, stanchi e sfiduciati, si sono arresi. Gli altri, i combattenti irriducibili delle divisioni ritiratisi da Montepastore, da Torre Iussi, da Rocca Roffeno e dalle alture sovrastanti la Via Emilia, sono esausti. Il maggior generale Bernhard Steinmetz, comandante del settore sotto pressione, se ne è infischiato altamente degli ordini di tenere duro a tutti i costi e di propria iniziativa ha ordinato ai suoi di ritirarsi.
Il 17 aprile arriva la scontata risposta di Hitler a von Vietinghoff : non ci si ritira. Lo stesso giorno , dopo violenti combattimenti intorno alla Fossa Marina, i britannici forzano la strettoia di Argenta: sta prendendo forma un gigantesco accerchiamento. Vietinghoff non ha più riserve da impiegare in combattimento: se non si sbriga a togliersi di lì alla svelta non potrà mai organizzare una ritirata ordinata né sperare di raggiungere il Po prima degli Alleati.
Anche le speranze di ottenere un cessate il fuoco erano cadute qualche tempo prima. Il generale delle SS Karl Wolff  aveva intavolato , tramite intermediari, trattative segrete con gli Alleati a Ginevra per negoziare una resa onorevole delle truppe tedesche in Italia. Ma gli Alleati si erano mostrati intransigenti e avevano posto come condizione fondamentale per il cessate il fuoco la resa incondizionata.
Dunque: la Linea Gotica è stata spezzata in più punti, la porta delle trattative è stata definitivamente chiusa, Vietinghoff ha l’acqua alla gola. Scrive di nuovo a Hitler: devo abbandonare le posizioni e portarmi oltre l’Adige per salvare ciò che resta del Gruppo C . Non ho altra scelta. E senza aspettare la risposta da Berlino, ordina ai suoi di ritirarsi. È il 20 aprile, compleanno di Hitler. Nello stesso giorno, unità della Decima lo “festeggiano” raggiungendo la Via Emilia a Ponte Samoggia, una ventina di chilometri da Bologna. E non è finita. La Sesta divisione corazzata sudafricana entra a Casalecchio; i Polacchi del generale Anders sono ormai a pochi chilometri da Ferrara; la 10.ma divisione indiana ha aggirato Budrio; la divisione neozelandese ha stabilito una solida testa di ponte oltre il fiume Idice. La trappola per Goti sta per chiudersi.

Epilogo.

I soldati britannici in Italia canticchiavano sempre più spesso una canzoncina sull’aria di Lili Marlene. Diceva, più o meno, questo: qui in sunny Italy facciamo la bella vita fra bisbocce e vino a fiumi. Salerno? Una vacanza pagata e accoglienza da re. E che dire di Napoli e di Cassino? Una scampagnata. Anzio e il Sangro? Tante belle ragazze da rimorchiare. Firenze? Una passeggiata. Rimini? Un viaggetto in autobus passando per la Linea Gotica. Per tutto l’inverno ci siamo dati agli sport invernali e in primavera abbiamo fatto il bagno nel Po. Eh sì, proprio una bella vita. Nessuno venga a dirci di andarcene da qui. Di chi sono quelle croci sulle colline, ci chiedete? Ma che domanda: degli imboscati che non vogliono andarsene dall’ Italia. Di chi altri se no? Churchill era andato giù pesante con Lady Astor. I D-Day Dodgers non furono da meno.[2]

Guerra inutile?

La campagna d’Italia fu lunga, sanguinosa, crudele. E costosa. Sotto i bombardamenti persero la vita migliaia di civili, interi paesi furono rasi al suolo. Migliaia di soldati di entrambe le parti caddero in combattimento o ricevettero terribili ferite. La geografia e il maltempo trasformarono il campo di battaglia in un inferno. C’era fango dappertutto, i fiumi e i torrenti erano gonfi e impetuosi, si procedeva su strade infami. Sembrava di essere tornati indietro di trent’anni, alle battaglie della prima guerra mondiale. Soldati tedeschi giudicarono le condizioni ambientali del fronte italiano peggiori di quelle del fronte russo, il che è tutto dire. Ci vollero quasi due anni e oltre trecentomila  perdite( seicentomila fra i civili) per uscire da quel vicolo cieco e arrivare al Po. E allora perché la campagna d’Italia fu progettata e combattuta? Che impatto ebbe- se l’ebbe- sulla guerra?
I sostenitori del “ vicolo cieco” non hanno dubbi: fu una guerra inutile, evitabile, male organizzata e peggio condotta, un palcoscenico per prime donne isteriche o quasi, una campagna da ricordare solo per il pesante “conto del macellaio”. Furono commessi errori militari macroscopici, fu distrutta inutilmente la secolare Abbazia di Montecassino, si sprecarono tempo e occasioni, i costi superarono di gran lunga i benefici.  Il dilemma di fondo- Normandia o Italia – non fu risolto subito e questo generò equivoci, false aspettative, speranze frustrate. Britannici e americani non la vedevano allo stesso modo. Per i primi  l’Italia era in potenza il “terzo fronte”, quello in grado di spalancare la porta di servizio della Germania; per i secondi era un fronte del tutto secondario, buono tutt’al più a distogliere truppe tedesche dalla Francia. Al fronte italiano furono tolte divisioni e, soprattutto, sostegno politico a vantaggio di quello normanno. Privato dei reparti spediti in Francia per l’operazione AnvilDragoon (sbarco in Provenza a sostegno di Overlord), il fronte italiano non era abbastanza forte per ottenere una rapida vittoria né abbastanza debole per essere tenuto fermo o smobilitato. Visse così in una sorta di limbo, dimenticato dai più, ma certo non da chi doveva combattervi in condizioni disumane. I soldati di Cassino rannicchiati dietro ai sangar in mezzo ai cadaveri insepolti fra nugoli di mosche o i GI della 36.ma mandati al macello sul Rapido pagarono per questa situazione. E  per gli errori dei propri comandanti.
Ma c’è anche chi, pur ammettendo improvvisazione e errori, considerò il “fronte dimenticato” un fronte fondamentale. Churchill, naturalmente. Scrisse: impegnammo in Italia venti divisioni tedesche, altrettante le tenemmo bloccate nei Balcani alleggerendo sia Stalin, sia  Eisenhower. E Kesselring, da parte sua: se non ci fosse stata Anzio, in Normandia non avreste vinto. Affermazioni autorevoli, senza dubbio. E forse giuste. Ma un dubbio resta: Churchill e Kesselring sono sinceri quando fanno queste affermazioni o parlano pro domo sua? Esprimono un dato oggettivo o tendono ad ampliarlo per mettere in risalto la propria capacità militare( Kesselring)e la propria lungimiranza politica( Churchill)? Qualcuno, infatti, nei panni dell’avvocato del diavolo, retoricamente si chiede: sarebbero stati in grado i tedeschi di muovere truppe dall’Italia verso altri fronti quando le ferrovie non esistevano più, le strade erano voragini e gli aerei alleati dominavano i cieli?
La campagna d’Italia rese sicuro il Mediterraneo, mise a disposizione degli Alleati il complesso aeroportuale di Foggia da cui si potevano colpire i Balcani, la Romania e Ploesti; fornì utili insegnamenti circa l’impiego di truppe aviotrasportate durante le operazioni anfibie, servì a dare respiro a Stalin vista l’impossibilità di aprire il secondo fronte in Francia nel ’43. Tutto vero. Ma la campagna d’Italia si protrasse troppo a lungo e causò  migliaia di vittime innocenti fra la popolazione civile sottoposta ai pesanti bombardamenti alleati e alle rappresaglie delle SS. Nel suo libro La guerra inutile, Eric  Morris fornisce numerose testimonianze circa le sofferenze patite dalla popolazione civile in quei terribili frangenti. E  allora si torna al punto di partenza: la campagna d’Italia fu davvero necessaria? Si sarebbe potuta evitare? Avrebbe potuto essere chiusa  prima?

Alcune risposte si trovano qui:

Da leggere:

Eric Morris, La guerra inutile: la campagna d’Italia 1943-45, Longanesi, 1993

Gianni Rocca, L’Italia invasa: 1943-45, Mondadori, 1998

Guido Vergani, Trappola per Goti, La Repubblica, 5 maggio 1985

I titoli di altri testi  sull’argomento compaiono nel seguente post: Il fronte dimenticato.

Cartine :  si rimanda al libro di Morris , La guerra inutile: in appendice sono riportate cartine molto dettagliate.

In questo sito:

Ditelo ai vostri uomini.
Sicilia 19431943: lo sbarco alleato in Sicilia fra cadaveri alla deriva, opinioni contrastanti , fazzoletti gialli e generali “ d’acciaio”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

Il gatto e la balena.
Angelita di Anzio1944: lo sbarco alleato a Anzio. “Dio, aiutaci! Ma vieni di persona. Non mandare tuo figlio: non è un posto per bambini, questo.”
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

Il cappello a cilindro.
AvalancheSalerno 1943: la “valanga” alleata si abbatte sulla costa campana.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

QUI  , inoltre, potrete leggere altri articoli sulla Seconda Guerra Mondiale e non solo.

Gli avvenimenti in breve.

Settore dell’Ottava armata.

1° aprile 1945. Iniziano le operazioni preliminari in preparazione dell’attacco principale. Hanno un duplice scopo: mettere in sicurezza la zona intorno alle Valli di Comacchio e costringere i tedeschi a spostare in questo settore parte delle loro riserve per prevenire un eventuale sbarco nella Laguna di Venezia. Commando della Seconda brigata britannica coadiuvati dai partigiani della 28.ma Brigata Garibaldi iniziano un’operazione anfibia nelle Valli per garantire copertura alla futura azione verso Argenta. I fondali sono poco solidi e i Fantail si impantanano. Tuttavia i commando , superando la confusione, riescono a prendere terra, cogliendo di sorpresa  la divisione Turcomanna impegnata nel settore.
4 aprile. I commando britannici raggiungono Porto Garibaldi. In quattro giorni hanno fatto più di ottocento prigionieri.
5 aprile. Una forza anfibia britannica conquista alcune isolette poste al centro della laguna.
6 aprile. Unità della 56.ma divisione britannica attaccano nella zona della foce del Reno. I tedeschi si battono bene, ma devono cedere al nemico una vasta zona nel settore sud-occidentale della Laguna di Comacchio, zona in seguito conosciuta come “The Wedge”, il cuneo. Questa azione pone termine alle operazioni preliminari.
9 aprile. Bombardieri pesanti e medi martellano per ore le posizioni tedesche fra il Senio e il Santerno. Le unità di testa del Corpo polacco vengono bombardate per errore dal “ fuoco amico”.  Protetti dal fumo, dalla polvere e dall’oscurità , alle 19,30 i primi reparti di fanteria scattano in avanti. La resistenza tedesca è inizialmente debole.  Alle 23,30 unità dell’Ottava divisione indiana stabiliscono una piccola testa di ponte oltre il Senio; due battaglioni della Quinta e della Sesta brigata della Seconda divisione neozelandese passano il fiume. I genieri cominciano a gettare i primi ponti Bailey. I polacchi incontrano una decisa resistenza da parte di unità della 26.ma Panzer Division e della Quarta paracadutisti, ma riescono a portarsi oltre il fiume.
10 aprile. Vengono raggiunte Alfonsine, Lugo, Fusignano e Cotignola. La testa di ponte alleata è consolidata su un fronte di una trentina di chilometri.
11 aprile. Scatta l’operazione Impact Plain. Una brigata britannica(169.ma) appoggiata da commando  si muove sui Fantail dal “Cuneo” in direzione del centro abitato di Menate, a sei chilometri circa dalla foce del Reno e a una decina dall’importantissimo ponte di Bastia. Questa volta i Fantail si muovono senza difficoltà nelle zone allagate. Menate e Longastrino sono conquistate in poco tempo. Una seconda brigata(167.ma), partita dalla riva opposta, si congiunge con la prima consentendo ai carri di avanzare in sicurezza. La 42.ma Jaeger Division, minacciata di accerchiamento, combatte con la forza della disperazione. Le perdite aumentano. I polacchi occupano Bagnara; i neozelandesi della Seconda divisione passano il Santerno stabilendo una piccola testa di ponte a sudovest di Sant’Agata; gli indiani della 17.ma brigata oltrepassano il fiume a nordovest di quest’ultima località; i polacchi allargano la loro testa di ponte in direzione di  Castel Bolognese; la brigata israeliana si avvicina a Monte Gebbio; il Gruppo di combattimento Friuli passa il Senio e occupa Riolo dei Bagni; il reggimento Nembo del Gruppo Folgore occupa Tossignano. I tedeschi si ritirano oltre il Santerno.
12 aprile. Nonostante un’accanita resistenza, unità dell’ 8.va divisione indiana, della Seconda divisione neozelandese e della Terza divisione dei Carpazi stabiliscono solide teste di ponte oltre il fiume Santerno. I polacchi “bonificano” Castel Bolognese e occupano Castelnuovo sei chilometri a nord. Il Gruppo Folgore entra a Cadrignano, Ronco e Camaggio. Due brigate britanniche e il Gruppo di combattimento Cremona si avvicinano alla confluenza Reno-Santerno.
13 aprile. Dopo aver perso le linee del Senio e del Santerno, i tedeschi sono fermamente intenzionati a difendere a oltranza la linea difensiva appoggiata al fiume Sillaro. Nella zona schierano anche unità della 29.ma divisione Panzer, tenuta fino a quel momento di riserva.  Reparti  della Seconda divisione neozelandese occupano la cittadina di Massa Lombarda. Due brigate britanniche si avvicinano a Conselice da nordest, una terza brigata da sud.
14 aprile. Reparti britannici e italiani ( Gruppo di combattimento Cremona) si impadroniscono del ponte sul Reno a Bastia prima che possa essere distrutto dagli Jaeger in ritirata. I Polacchi raggiungono Imola.  Unità della Seconda divisione neozelandese raggiungono il Sillaro, lo attraversano e stabiliscono una testa di ponte a nord di Sesto Imolese. Vietinghoff scrive a Berlino: se non effettuo una ritirata tattica sulla linea Po-Ticino, il destino del Gruppo C e del’Italia è segnato. Senza aspettare la risposta, ordina al Primo reggimento paracadutisti di ritirarsi da Imola e di raggiungere la linea successiva. Anche il generale Traugott Herr, di propria iniziativa, sposta l’intera 29.ma divisione panzer nella zona di Argenta. Ormai per entrambi i comandanti è chiaro che non ci sarà alcuno sbarco anfibio nella Laguna di Venezia. E possono, quindi, concentrare le loro forze nel settore più direttamente minacciato.
15 aprile. Gli Jaeger si ritirano da Bastia. La testa di ponte oltre il Sillaro viene consolidata e estesa. Il 15.mo reggimento della 29.ma divisione panzer è trincerato intorno alla Fossa Marina, un canale situato a tre chilometri a sud di Argenta. Unità  della 167.ma brigata britannica occupano Bastia, reparti di esploratori si spingono fino a un paio di chilometri da Argenta. Le avanguardie della 36.ma brigata raggiungono il Canale Quaderno a sudovest di Bastia. La resistenza è accanita. I parà tedeschi ( Prima e Quarta divisione) si ritirano combattendo verso il punto in cui il Sillaro attraversa la Via Emilia. Nella notte fra il 15 e il 16 una brigata indiana si avvicina alla località di Medicina.
16 aprile. La linea attorno al Canale della Fossa viene attaccata in più punti. I partigiani guidano i britannici attraverso i campi minati. I granatieri della 29.ma si battono con decisione , ma non possono impedire l’attraversamento del Canale da parte degli uomini di MacCreery. I polacchi entrano a Medicina.
17 aprile. Si formano e si consolidano le prime teste di ponte britanniche oltre la Fossa. Da Berlino arriva la risposta alla richiesta di von Vietinghoff: non ci si ritira.
17 aprile. Bombardieri alleati saturano di bombe l’area intorno alla Fossa Marina e prendono di mira qualsiasi cosa si muova intorno ad Argenta. Unità della 78.ma divisione escono dalle teste di ponte e si muovono in avanti a est di Argenta mentre una brigata della 56.ma, imbarcata sui Fantail, attraversa le zone allagate a sudest della città. Alla sinistra della 78.ma, commando della Seconda brigata, servendosi dei Fantail, attraversano un’area allagata a ovest del Reno per portare a termine l’accerchiamento. La sera le prime truppe britanniche entrano nel centro di Argenta.
18 aprile. Un contrattacco tedesco contro le posizioni alleate sulla Fossa Marina e in Argenta viene respinto.

Settore della Quinta armata.

5 aprile. La 92. ma divisione americana Buffalo, coadiuvata dal reggimento Nisei, si muove in direzione di Massa. 10 aprile. La città di Massa è occupata dagli Alleati; il Nisei guada il fiume Frigido; l’11 aprile viene raggiunta Carrara. I rinforzi inviati da Vietinghoff arrestano l’avanzata della 92.ma Buffalo. Tuttavia lo scopo è stato raggiunto: gli Alleati sono oltre Carrara e i tedeschi hanno impiegato  nella zona parte delle proprie riserve indebolendo il  fronte principale.
14 aprile. Dopo un violento bombardamento aereo e di artiglieria, scatta l’attacco americano. La Decima divisione da montagna attacca nella parte occidentale del fronte assegnato al IV Corpo d’armata ( generale Crittenberger). Il Secondo battaglione dell’ 87.mo reggimento, mossosi in direzione del Monte Pigna, riesce ad occupare le alture sovrastanti il villaggio di Torre Iussi. I tedeschi si ritirano su posizioni più sicure. Alla sinistra della Decima, la divisione brasiliana occupa il villaggio di Montese e alcune colline intorno a Castel D’Aiano; alla destra della Decima, la Prima divisione corazzata americana si muove verso Suzzano e Vergato.
14 aprile. L’86.mo reggimento della Decima divisione da montagna occupa la posizione chiave di Rocca Roffeno nella zona di Castel D’Aiano  minacciando il fianco delle due divisioni tedesche ( la 94.ma e la 334.ma, entrambe di fanteria ed entrambe sotto organico) schierate a difesa del settore. La conquista delle alture sovrastanti Rocca Roffeno costa più di cinquecento perdite agli americani. I tedeschi, infatti, nonostante i bombardamenti di preparazione, hanno opposto una violenta reazione. I campi minati hanno fatto il resto, rallentando la marcia delle fanterie.
15 aprile. L’87.mo e l’86 reggimento riprendono ad avanzare in direzione di Monte Pigna ( 87.mo) e delle linea Amore-Monte Mantino (86.mo). L’avanzata dell’85.mo verso Monte Righetti è rallentata dalla tenace resistenza tedesca. La Prima divisione corazzata occupa Suzzano. A Vergato, i tedeschi si difendono casa per casa. Unità del II Corpo d’armata (generale Geoffrey  Keyes ), appartenenti alla Sesta divisione corazzata sudafricana e all’88.ma divisione di fanteria attaccano al centro in direzione di Bologna a cavallo delle strade statali 64 e 65. La 91.ma e la 34.ma di fanteria attaccano lungo la strada n.65.
16 aprile. L’86.mo reggimento della Decima occupa le alture a nord di Monte Mantino. Sfruttando l’appoggio dei carri, il reggimento prosegue fino a Montepastore. A Vergato cessa la resistenza tedesca.
17 aprile. I carristi americani oltrepassano Vergato; unità del Sesto battaglione si dirigono verso Monte d’Avigo; l’11.mo battaglione occupa Monte Milano e vede aprirsi sotto di sé la valle del Reno.
18 aprile. L’87.mo reggimento è in vista del Monte Pigna, l’ultima altura ancora in mano tedesca.
20 aprile. Unità della Decima di montagna sfondano le difese tedesche e  raggiungono la valle del Po a nord di Bologna.
21 aprile. I polacchi del generale Anders, i “tori rossi” della 34.ma divisione americana e i fanti del Legnano entrano a Bologna.
22 aprile. Unità del IV corpo americano e del XIII britannico raggiungono il Po, rispettivamente, a San Benedetto e a Ficarolo.
23 aprile. A Finale, una frazione di Bondeno, le due armate si ricongiungono intrappolando quattro divisioni tedesche e alcuni reparti corazzati. Il generale Heidrich, comandante delle due divisioni paracadutisti intrappolate, per non cadere prigioniero deve attraversare a nuoto il Po.
24 aprile. Truppe americane entrano a Genova.
25 aprile. Il CNLI proclama l’insurrezione armata delle città del Nord Italia.
2 maggio. I tedeschi in Italia si arrendono e depongono le armi.

[1] I “Coccodrilli”(Crocodiles)  erano carri armati Churchill trasformati in carri lanciafiamme. Quando li videro in azione per la prima volta, i tedeschi ne furono terrorizzati. I “Canguri” ( Kangaroos) erano carri Sherman adattati per il trasporto di piccole unità d’assalto. La torretta era stata tolta e all’interno del mezzo, protetti dalla corazza, potevano trovare posto dai cinque ai sette soldati.

[2] Della canzone “D-Day Dodgers” esistono  varie versioni. Sul sito della BBC trovate il testo completo; qui potete ascoltare la canzone nella versione dei Leesiders  e qui prendere visione  della sua traduzione.


Il fronte dimenticato

01/04/2014

   

Cimitero di Casaglia

PARTE PRIMA

Prologo

Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, aveva quasi terminato la sua visita al fronte lungo la Linea Gotica. Era abbastanza soddisfatto. Aveva trovato uomini determinati, desiderosi di battersi, bene equipaggiati e protetti da difese eccellenti. Aveva visitato il settore appenninico della Linea, ora stava viaggiando da Bologna a Forlì per farsi un’idea della situazione nel settore più orientale del fronte.
La strada era abbastanza trafficata e c’era una fitta nebbia. A un certo punto, la sua auto si trovò davanti una colonna di mezzi militari. L’autista cominciò a superarla. Nello stesso tempo, da una strada laterale, un grosso cannone stava per essere immesso sulla strada principale. Tutto intento a sorpassare i camion della colonna e complice la nebbia, l’autista non si avvide del cannone. Quando se ne accorse, era già troppo tardi. Lo centrò in pieno. Kesselring batté la testa procurandosi un taglio a una tempia. Era il 22 novembre 1944.
Sembrava una cosa da niente. Invece la ferita si rivelò più seria del previsto. Il feldmaresciallo perse conoscenza e non la riacquistò se non dopo molte ore. Fu ricoverato in ospedale a Ferrara e Hitler da Berlino volle essere informato quotidianamente sulle sue condizioni di salute. Kesselring si riprese, ma ci vollero quasi due mesi perché recuperasse la piena efficienza. Tornò al suo posto solo nel gennaio del 1945. Fortunatamente per lui, quel periodo di assenza forzata coincise con una crisi abbastanza seria delle armate alleate impegnate sulla Linea Gotica. Stando a quanto lo stesso Kesselring scrisse in seguito, subito dopo l’incidente fra i suoi soldati cominciò a circolare questa versione: il Feldmaresciallo? Ha dato una capocciata tremenda. Ora sta bene, ma il cannone contro il quale ha sbattuto deve essere andato in mille pezzi.

La zona bianca.

Il 12 agosto a Sant’Anna di Stazzema in provincia di Lucca il cielo sereno annunciava una splendida giornata di sole. All’alba, tre reparti di SS agli ordini del generale Max Simon salirono alla volta del paese. Al primo apparire dei tedeschi , gli uomini validi si nascosero nei boschi. I vecchi, le donne e i bambini rimasero. Non c’erano partigiani; Sant’Anna era stata classificata zona“ bianca”, zona per sfollati. E di sfollati ce n’erano davvero tanti a Sant’Anna, provenienti da molte città e regioni italiane.

                  ***

Testimonianza riportata nella sentenza emessa il 22 giugno 2005 dal Tribunale Militare della Spezia a carico degli imputati per la strage di Sant’Anna di Stazzema.

Mario Marsili si trovava in località Vaccareccia perché sfollato insieme alla sua famiglia. Nonostante avesse solo sei anni , ha ricordato che erano quasi le sei del mattino quando i tedeschi li presero dalle case per condurli lungo un viottolo fino alle stalle. Appena entrato con la madre, la nonna, il nonno e una ventina di altre persone dentro una di quelle stalle, sua madre lo nascose mettendolo a cavalcioni sopra due massi dietro alla porta, e da lì poté vedere le raffiche delle mitragliatrici posizionate fuori la porta ed il fuoco che, forse , fu appiccato con dei lanciafiamme. Nonostante sua madre fosse già stata colpita, forse per evitare il nascondiglio dove l’aveva messo, lanciò uno zoccolo contro il tedesco che stava per affacciarsi dentro la stalla. Questi, però, forse colpito in faccia, le diede una mitragliata uccidendola immediatamente. Questo gesto eroico valse alla madre la medaglia d’oro al valor civile data dal Presidente della Repubblica il 25 aprile del 2003.

                 ***

La zona verde.

La catena montuosa degli Appennini attraversa l’Italia da nord a sud per tutta la sua lunghezza. L’Appennino Settentrionale descrive un arco in direzione nordovest- sudest verso le coste della Romagna, poi piega di nuovo a sud, prendendo il nome di Appennino Centrale. A nord, gli Appennini digradano dolcemente verso la pianura lombarda e la valle del Po; nella parte centro meridionale, invece, presentano un paesaggio tormentato e aspro.
Si tratta in gran parte di un terreno infame, solcato da calanchi, attraversato da torrenti, coperto in molti punti da una vegetazione fittissima. In autunno i corsi d’acqua si ingrossano, si gonfiano, provocano frane e allagamenti. Nelle valli la nebbia la fa spesso da padrona riducendo la visibilità a zero. L’erosione causata dagli agenti atmosferici ha scavato i fianchi delle montagne, dato forma qua e là a picchi isolati e inaccessibili. Le alture non sono particolarmente elevate – non a livello di quelle alpine, almeno- e sono attraversate da passi abbastanza agevoli( Cisa, Abetone, Porretta, Futa, Raticosa, Mandrioli).
Se si eccettua la Firenze-Bologna, le strade principali corrono da ovest verso est, seguendo il corso delle alture. Ancorché numerose, le strade secondarie sono strette, accidentate, con molte curve e quindi di difficile percorribilità per i mezzi militari. Nella zona controllata dagli Alleati, ci sono un paio di linee ferroviarie sul versante ovest, una sul versante orientale. Le prime sono a doppio binario, la seconda è a binario unico. I tedeschi, dal canto loro, possono sfruttare la statale numero 9 – l’antica Via Emilia – e la linea ferroviaria ad essa parallela per spostare truppe e per fare affluire rinforzi e rifornimenti nei punti sotto pressione. Tuttavia, la superiorità aerea alleata limita – e di molto- questa condizione di vantaggio.
La Linea Gotica, ribattezzata poi Linea Verde , Gruene Linie, si appoggia – traendone il massimo vantaggio- alle difese naturali degli Appennini. Comincia un po’ prima di Viareggio, attraversa l’Appennino da ovest a est e termina a Pesaro, nelle Marche. Una seconda linea – Gruene Linie II– si estende alle spalle della prima, da Massa a Ravenna.
La Linea Gotica non è una trincea continua, ma un insieme di punti fortificati dislocati in profondità, appoggiati a casematte, fortini, bunker protetti da fossati anticarro, da reticolati e da campi minati. Le difese sono più munite in corrispondenza dei passi. Era stato Rommel –fedele alla propria concezione strategica di difendere il Nord della Penisola, abbandonando il Sud al proprio destino- a volere la Linea; quella testa dura di Kesselring era di opinione diversa e avrebbe voluto dare filo da torcere agli alleati dovunque e comunque e rallentarne la marcia combattendo. Per questo aveva fatto allestire a sud di Roma – suo settore di competenza- le linee Gustav e Bernhardt.
Tuttavia, un volta perduta Roma, anche per Kesselring, diventato nel frattempo comandante unico delle truppe tedesche in Italia, rafforzare la Linea Gotica diventa una scelta obbligata. Facendo ricorso a manodopera forzata e impiegando grandi quantità di cemento e di acciaio, i tedeschi allestiscono punti di fuoco, costruiscono casematte e bunker, portano in posizione i micidiali cannoni da 88 millimetri, interrano le torrette dei loro Mark IV Panther armati con i 75 a tiro rapido, predispongono ricoveri per gli uomini e per i mezzi, immagazzinano viveri e munizioni, stendono campi minati, scavano fossati anticarro.
Ma nell’ estate del 1944, nonostante lo sforzo profuso, solo alcune parti della Linea possono dirsi complete, mentre altri settori non lo sono ancora. Ad ogni modo, completa o no, La Linea Gotica resta una formidabile posizione difensiva, resa ancora più efficace dall’aspra conformazione dei luoghi. È l’ultimo ostacolo verso la valle del Po, la sella di Lubiana , l’Austria e i Balcani.

La zona rossa.

Sull’Appennino bolognese e nella zona della Linea Gotica operano diverse formazioni partigiane. La loro presenza costituisce un problema serio per i nazi-fascisti. I partigiani attaccano le caserme, compiono sabotaggi, attuano colpi di mano dietro le linee. Per limitarne i danni, i tedeschi devono impegnare truppe necessarie altrove. E, soprattutto, devono stare costantemente sul chi vive. Si tratta di una guerra nella guerra, di una guerra senza prigionieri e senza pietà, brutale e terribile.
Nella zona di Monte Sole opera la Brigata Stella Rossa. È una formazione costituita in gran parte da popolazione del luogo e in cui convivono diversi orientamenti politici. È guidata da un capo –Mario Musolesi, nome di battaglia “Lupo”- i cui obiettivi immediati non sono ideologici ( combattere per la realizzazione del socialismo o qualcosa del genere) , ma pratici. Per Lupo la sconfitta di fascisti e tedeschi viene prima di ogni altra considerazione politica. Nel panorama del tempo, la Stella Rossa potrebbe essere definita, abusando di un termine moderno, una formazione non allineata, profondamente antifascista, ma non ideologica. Lupo, infatti, è deciso a mantenere per quanto possibile la propria autonomia, tanto rispetto agli organi di controllo centrali ( CLN, poi CUMER), quanto rispetto alle altre formazioni operanti nella zona.
La Stella Rossa gode dell’appoggio di gran parte della popolazione locale, non di tutta. I rastrellamenti sono frequenti e i civili non ne sono risparmiati: le loro case sono incendiate, il loro bestiame viene razziato, qualcuno viene ucciso. Per una parte di quella gente, se i partigiani non ci fossero sarebbe anche meglio. Ma i partigiani della Stella Rossa ci sono. Operano in gran parte nelle zone di Marzabotto, Grizzana, Monzuno, Sasso Marconi , Vergato, San Benedetto Val di Sambro, in zone, cioè, relativamente lontane dal fronte. Per i tedeschi sono sempre un problema, non ancora “IL” problema. Poi, nell’agosto del 1944, tutto cambia. Gli Alleati conquistano Firenze e si muovono verso Bologna. Il Monte Sole diventa, all’improvviso, una zona di alto valore strategico, tanto per Kesselring, quanto per Alexander. Il primo ne vuole il controllo per garantirsi lo spazio per un’eventuale ritirata e per poter continuare a fare affluire rifornimenti al fronte; il secondo per impedire che tutto questo avvenga.

La zona verde.

Per gli Alleati il problema è dove e perché attaccare la Linea Gotica. In origine, il generale sir Harold Alexander aveva previsto di attaccarla al centro con una manovra a tenaglia: l’Ottava armata avrebbe dovuto muoversi in direzione di Bologna; la Quinta armata verso Lucca o Pistoia per poi scendere verso Modena. Obiettivo: costringere i tedeschi a richiamare truppe dal fronte francese. E – perché no? -raggiungere alla svelta la sella di Lubiana.
Ma il 4 agosto, il piano viene cambiato: il primo colpo non sarà più portato al centro, ma a est lungo il settore adriatico della Linea, là dove le colline scendono dolcemente verso la pianura romagnola. È il comandante dell’Ottava armata, il tenente generale sir Oliver Leese, a proporlo ad Alexander e al suo capo di stato maggiore, il generale Allan Francis “ John” Harding, riuniti nell’aeroporto di Orvieto, sotto l’ombra dell’ala di un bombardiere Dakota. Il suo ragionamento è questo: i francesi se ne sono andati e con loro se ne sono andate anche le truppe da montagna necessarie per sfondare al centro. Ma se io con l’Ottava armata –coperta sul fianco sinistro dalla Quinta- attacco a est dove le colline sono più accessibili, posso scendere in pianura abbastanza agevolmente, sfruttare appieno la potenza di fuoco dei miei carri e la mobilità dei miei reparti, condurre una serie di azioni decisive nella zona compresa fra i fiumi Metauro e Foglia, cogliere di sorpresa i tedeschi. Un mini-sbarco anfibio dalle parti di Ravenna e un bombardamento dal mare , infine, contribuiranno ad aumentare le mie probabilità di successo.
Alexander intravede nella proposta di Leese la possibilità di portare un uno-due decisivo in grado di mettere al tappeto il nemico e di archiviare la pratica Italia. Gli sono state tolte sette divisioni per realizzare Anvil- Dragoon, l’invasione della Francia meridionale a supporto di Overlord; sono arrivate unità brasiliane, greche e italiane se non raffazzonate, per lo meno inesperte: bisogna sfruttare ogni occasione buona prima che i tedeschi facciano affluire rinforzi. Alexander non è un ingenuo. Sa che Leese vuole prendersi una rivincita su Clark al quale non perdona di aver “scippato” all’Ottava armata la conquista di Roma, ma sa anche che nel settore centrale il terreno ostacola l’impiego dei carri armati. E senza carri armati, gli Alleati non possono far valere appieno la loro devastante potenza di fuoco. A ben vedere, dunque, un attacco nella zona orientale potrebbe togliergli molte castagne dal fuoco.
Ed ecco i dettagli del piano. Leese si muoverà in direzione di Rimini e scenderà nella pianura romagnola con due Corpi d’ Armata , il Primo canadese e il Quinto britannico. Una volta in pianura, i due Corpi manovreranno sul fianco sinistro del nemico in direzione di Bologna. Quando Kesselring avrà mosso truppe dal settore centrale a quello orientale per fronteggiare l’attacco, Clark avanzerà nel settore di Pistoia. Una volta sfondata la linea, le due branche della tenaglia si uniranno nel capoluogo emiliano per proseguire affiancate verso la valle del Po.

 Linea Gotica

Sembra sensato, sembra fattibile. Eppure, non tutti stravedono per quella soluzione. Il generale Henry Maitland Wilson, massima autorità militare alleata in Medio Oriente e nel Mediterraneo, ad esempio, non è affatto convinto. Non del tutto, almeno. Osserva: la facciamo troppo facile. Uno sbarco anfibio? E dove, di grazia, se la costa attorno a Ravenna non è adatta e se non abbiamo sufficienti mezzi da sbarco? Qualcun altro nutre più di un sospetto: che ci sia l’ossessione di Churchill di arrivare ai Balcani prima dei russi dietro la proposta di Leese e l’acquiescenza di Alexander? Clark dal canto suo si dichiara in linea di massima d’accordo, ma pretende di avere giurisdizione sul 13.mo Corpo ( britannico) del generale Sidney Kirkman, incaricato di proteggergli il fianco destro. Leese prima si impunta, poi cede. Quanto volentieri è facile intuire. Il 13 agosto il piano viene reso operativo. Nome in codice: Olive.
Il problema adesso è quello di spostare verso est l’Ottava armata senza dare troppo nell’occhio. Due settimane prima, i polacchi del generale Wladislaw Anders avevano condotto una serie di operazioni in forze nella zona del fiume Misa attorno a Senigallia. Appoggiate dall’aviazione, la Terza divisione dei Carpazi e la Quinta Kresowa erano riuscite a bonificare la zona fra il Misa e il Cesano . Leese può utilizzare quest’area, relativamente lontana dal raggio d’azione dell’artiglieria tedesca, per raggruppare la sua armata in vista dell’attacco programmato per il 25 agosto. Il riposizionamento riesce. I tedeschi non possono far volare i ricognitori e sono quindi a corto di informazioni; Clark ha intensificato la pressione nel settore centrale, facendo ritenere imminente un attacco in grande stile verso la Futa; Leese ha mandato avanti gli uomini di Anders fra il Cesano e il Metauro per preparare la strada alle truppe d’assalto; i servizi logistici compiono miracoli; i rifornimenti vengono garantiti. L’Ottava armata può, così, in poco più di una settimana, raggiungere le posizioni di partenza in sicurezza, senza essere individuata del nemico e con armi e bagagli al seguito. Per trovare una cosa del genere bisogna andare indietro nel tempo di quasi duemila anni, quando il console romano Gaio Claudio Nerone, in corsa contro il tempo, aveva mosso, magnis itineribus, a marce forzate, le proprie legioni lungo la costa adriatica dalla Puglia al Metauro per intercettare Asdrubale.
Fra il Metauro e il Marecchia, obiettivo finale dell’offensiva, si stende per una sessantina di chilometri un’area solcata da numerosi fiumi a carattere torrentizio e da canali d’irrigazione e attraversata da modeste alture controllate dai tedeschi. I carristi e i fanti alleati hanno il compito di attraversare i primi e di mettere in sicurezza le seconde. In pratica da quando hanno messo piede in Italia non hanno fatto altro che attraversare fiumi e superare monti. E anche lì, a un passo dalla Pianura Padana, dopo un monte, c’è sempre un altro monte da superare; dopo un fiume, un altro fiume da attraversare. Ma potrebbe essere l’ultima volta.

La zona bianca.

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Testimonianza resa da Enio Mancini ( all’epoca dei fatti era un bambino di sei anni) così come è riportata nella sentenza emessa il 22 giugno 2005 dal Tribunale Militare della Spezia a carico degli imputati della strage di Sant’Anna di Stazzema.

Dopo un po’ di tempo passò un’altra pattuglia di sette o otto soldati che li presero e li incolonnarono lungo un sentiero sconosciuto verso la piazza della chiesa. Alcuni soldati si misero davanti, loro al centro, ed altri militari , che li picchiavano con i calci dei fucili, stavano dietro. Malgrado queste sollecitazioni anche violente, loro non riuscivano a camminare spediti, tanto che i tedeschi se ne andarono, lasciando con loro solo un soldato giovanissimo, il classico biondino tedesco di 17-18 anni. Quest’ultimo cercava di comunicare, ma soltanto con molti sforzi e a gesti fece capire che dovevano stare zitti, scappare via, tornare indietro. Allora si girarono e si diressero verso casa, quando, alle loro spalle, il soldato sparò una raffica di mitra in aria , a simulare la loro uccisione.

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La zona verde.

Poco prima della mezzanotte del 25 agosto, per sfruttare appieno l’effetto sorpresa, Leese lancia l’attacco senza un preventivo fuoco di artiglieria di copertura. Le avanguardie del Primo e del Quinto Corpo superano il Metauro senza incontrare praticamente resistenza e stabiliscono le prime teste di ponte. Una volta stabilite le teste di ponte, i cannoni e gli aerei riversano sulle posizioni tedesche migliaia di bombe. All’alba del 26 agosto l’intera forza d’assalto è al di là del fiume e avanza con decisione verso gli obiettivi. L’aviazione alleata non si risparmia ed effettua missioni su missioni; un paio di cacciatorpediniere e un battello armato martellano dal mare il fianco sinistro dello schieramento tedesco; la reazione è pressoché inesistente. Il 76.mo Panzerkorps, infatti, non è in linea: qualche giorno prima si è ritirato dietro la Gotica per riorganizzarsi. Il 27 agosto, le divisioni alleate hanno bonificato la zona intorno al torrente Arzilla e si apprestano ad avanzare verso il fiume Foglia. Il 29 agosto arrivano sulle alture sovrastanti il fiume. Nello stesso giorno, avanguardie polacche entrano a Pesaro. Dirà il generale Alexander: l’Ottava armata è penetrata nelle difese della Linea, come se la Linea stessa non esistesse.
E i tedeschi? I tedeschi sono confusi e disorientati. Von Vietinghoff, il comandante della Decima armata, addirittura è in licenza. E non è il solo. Da parte sua, Kesselring è nervoso, indeciso e incerto. Quello portato da canadesi e britannici è l’attacco principale o solo una mossa diversiva? Esita a spostare truppe da un settore all’altro, teme di cadere in una trappola. Von Vietinghoff, tornato di corsa dalla licenza e ragguagliato dai suoi, ha le idee più chiare: nessun dubbio, si tratta dell’attacco principale. Ma Kesselring esita ancora. Quando però una copia del messaggio di Leese alle truppe cade in mano tedesca, i dubbi svaniscono.
Il 2 settembre, il capo di Stato Maggiore di Vietinghoff, il generale Fritz Wentzell, si reca a dare un’occhiata al fronte. Sotto la pressione alleata, il generale Traugott Herr ha ritirato i suoi lungo la linea Montecalvo- Monte Gridolfo- Tomba. Quest’ultima località è caduta in mano alleata e si è aperto un ampio varco fra la 26.ma Panzer e la Prima paracadutisti. Se quel varco non viene chiuso e gli Alleati lo sfruttano, si rischia il collasso dell’intera linea. Il generale Wentzell cerca di mettersi in contatto con il quartier generale per segnalare il pericolo. Non ci riesce. E allora, di propria iniziativa, sposta la 29.ma Panzer da ovest a est per chiudere il varco fra la 26.ma e la Prima. E anche Herr, di propria iniziativa, manda le sue riserve tattiche a chiudere un altro varco apertosi a seguito della conquista di Monte Gridolfo da parte dei canadesi. Quest’ultima è una mossa rischiosa: non ci sono più riserve e se i canadesi sfondassero, niente e nessuno li potrebbe fermare. Solo Kesselring può reintegrare le riserve di Herr. Come? Muovendo truppe dal settore centrale a quello orientale. Lo farà?
Deve farlo. Raggiunto il fiume Conca, infatti, i canadesi si sono spinti combattendo verso il villaggio di Coriano e sono a un passo dall’effettuare lo sfondamento. Ma, a causa delle misure adottate da Wentzell e Herr, incontrano una resistenza via via più accanita. E a questo punto, inspiegabilmente, Leese li ferma. Forse pensa siano esausti, forse sopravvaluta un improvviso contrattacco tedesco, fatto sta che affida alla Prima divisione corazzata – in origine destinata a condurre l’inseguimento- il compito di conquistare il crinale. Ma a causa della pioggia, la divisione impiega più di un giorno per arrivare in linea e solo a metà mattina del 4 settembre i primi carri armati muovono verso Coriano. Troppo tardi: tutti i varchi sono chiusi e i carristi della divisione sono costretti a fermarsi. Le truppe spostate a est da Wentzell prima e da Kesselring poi hanno indebolito il centro dello schieramento tedesco. E allora, in conformità al piano, Alexander mette in movimento Clark e la sua Quinta armata. Gli americani sono pronti da un pezzo. Ai primi di settembre hanno neutralizzato i due massicci in mano tedesca ( Monte Pisano e Monte Albano) e occupato la città di Lucca, già liberata dalle formazioni partigiane. Su ordine di Kesselring, il comandante tedesco del settore, il generale Joachim Lemelsen, ha ritirato i suoi dietro la Linea Gotica. Clark ha mosso i suoi all’inseguimento dei tedeschi in ritirata e ora si appresta ad attaccare in forze il Passo Giogo, fingendo un attacco verso la Futa. Se passa e raggiunge Firenzuola – situata a una decina di chilometri oltre il Passo- può scegliere se dirigersi verso Bologna lungo la statale 65 e il passo di Raticosa oppure verso Imola lungo una strada secondaria. Sia nell’uno , sia nell’altro caso per i tedeschi sarebbero dolori. Clark annota sul proprio diario: il nostro destino è legato a quello dell’Ottava armata. Ma noi siamo pronti. Il 10 settembre Alexander, dopo aver visitato il fronte adriatico per farsi un’idea della situazione attorno a Coriano, gli dà il via libera.
Lemelsen è conciato male. Gli è stata tolta una divisione per rafforzare il fronte in Francia; i partigiani hanno intensificato la loro attività di sabotaggio alle linee ferroviarie e stradali; bombardieri medi e caccia-bombardieri alleati effettuano missioni continue prendendo di mira centri di comando, depositi, concentramenti di truppe; i bombardieri pesanti con le loro missioni nelle valle del Po e sull’Italia settentrionale hanno messo fuori uso ponti e strade, vitali per garantire regolarità ai rifornimenti e agli spostamenti di truppe. Con le forze a sua disposizione, Lemelsen non può difendere tutto: concentra due dei suoi tre battaglioni nella zona della Futa e lascia un unico battaglione a guardia del Passo del Giogo.
E proprio qui si sta dirigendo il Secondo Corpo del generale Geoffrey Keyes. Dopo essere avanzato senza grossi problemi e con poche perdite, si accinge ad attaccare con l’appoggio dell’aviazione, dell’artiglieria e con una superiorità in uomini di tre a uno, le alture di Monticelli e di Monte Altuzzo, sovrastanti il passo.
Nonostante la superiorità in uomini e in materiali, quella di Keyes non è per niente una passeggiata. Ci sono campi minati da bonificare, reticolati da tagliare, fortini da attaccare, burroni scoscesi da superare. La conformazione geografica dei luoghi rende impossibile un attacco in forze. Su quel terreno si possono impiegare nell’assalto solo unità ridotte: plotoni o compagnie. Il fuoco di artiglieria è impressionante, i caccia-bombardieri volano bassi e colpiscono, ma tocca ai fanti arrivare in cima. La resistenza è accanita. Per sloggiare i tedeschi da Monticelli e da Monte Altuzzo ci vogliono sei giorni di duri combattimenti e quasi tremila perdite. La Linea, però, è stata forzata e i tedeschi sono nei guai. Le forze dislocate intorno alla Futa, infatti, corrono il rischio di essere accerchiate.

La zona rossa.

                ***

La lotta contro i partigiani deve essere condotta con tutti i mezzi a nostra disposizione e con la massima severità. Io proteggerò qualunque comandante che, nella scelta e nella severità dei mezzi adottati nella lotta contro i partigiani, ecceda rispetto a quella che è la nostra abituale moderazione. Vale al riguardo il vecchio principio per cui un errore nella scelta dei mezzi per raggiungere un obiettivo è sempre meglio dell’inazione o della negligenza(…) i partigiani devono essere attaccati e distrutti. (…)

Feldmaresciallo Albert Kesselring, Bandenbefehl, 17 giugno 1944

                ***
 
Il 29 settembre 1944, reparti della 16.ma Divisione Panzergrenadier agli ordini del maggiore Walter Reder   cominciano a salire i declivi di Monte Sole.

La zona verde.

Intanto a est, Leese inchiodato dalla pioggia e dal nemico davanti al crinale di Coriano, mette a punto un nuovo piano per uscire dall’impasse e scendere verso Rimini. Supportati dall’artiglieria e dai caccia-bombardieri della Desert Air Force (DAF), i britannici del Quinto corpo( generale sir Charles Allfrey) effettueranno una manovra diversiva in direzione della località di Croce, una decina di chilometri a nord di Coriano, mentre i canadesi della Quinta divisione e i britannici della Prima divisione corazzata, agli ordini del generale E.L.M Burns, attaccheranno frontalmente il crinale, lo conquisteranno e stabiliranno teste di ponte sulle alture sovrastanti il fiume Marano. A questo punto l’Ottava armata attraverserà il Marecchia, scenderà in pianura, piegherà a ovest per congiungersi con Clark e chiudere i tedeschi in una sacca.
Il 12 settembre i canadesi attaccano. Conquistano il crinale di Coriano e due giorni dopo raggiungono la riva meridionale del fiume Marano. Alcune unità lo attraversano e stabiliscono teste di ponte sulla riva opposta. Il generale Herr corre ai ripari, accorciando il fronte e ritirando i suoi dietro la linea San Patrignano- San Fortunato- monastero di San Martino. I canadesi perdono slancio e lo scontro si trasforma in una sanguinosa battaglia di attrito. Solo il 19 settembre, appoggiati dall’aviazione e dall’artiglieria, i canadesi riescono a occupare il crinale di San Fortunato. Privi di protezione sul loro fianco sinistro, i parà tedeschi attestati a San Martino devono ritirarsi. La pioggia battente li favorisce. I carri sprofondano nel fango, le fanterie avanzano a passo di lumaca: i tedeschi rompono il contatto e si ritirano dietro il Marecchia, gonfio e impetuoso come non mai.
Perduto il crinale di San Fortunato, Herr è consapevole di non poter tenere a lungo Rimini e chiede di essere autorizzato a ritirarsi. L’autorizzazione gli viene concessa. E insieme all’autorizzazione, gli viene impartito da von Vietinghoff l’ordine di non distruggere l’unico ponte rimasto in piedi: un ponte in pietra risalente ai tempi dell’imperatore romano Tiberio. Preservare quella testimonianza di storia e di cultura significa, per i tedeschi, perdere gran parte dei vantaggi della piena del Marecchia. Benché vecchio di quasi duemila anni, infatti, quel ponte può reggere alla grande il traffico militare di una guerra moderna. E a questo punto, una domanda sorge spontanea: come è possibile dichiarare Roma città aperta , essere sensibili alle testimonianze del passato e non esitare a massacrare donne e bambini innocenti?
Il 21 settembre, la Terza brigata greca entra a Rimini. La città è ridotta a un mucchio di rovine. Solo l’Arco di Augusto, costruito nel 27 dopo Cristo, è rimasto intatto. La pianura romagnola, tanto desiderata e per raggiungere la quale tanto sangue è stato versato, è lì, a due passi. E lì , a due passi, un fiume dopo un altro fiume, un torrente dopo un altro torrente aspettano le truppe alleate. La piogge autunnali li avrebbero oltremodo gonfiati e ingrossati, rendendone difficile l’attraversamento. E quelle piogge, nel settore della Quinta armata, si sarebbero presto trasformate in neve e ghiaccio. A causa delle divisioni spedite dall’Italia in Provenza, i tempi dell’intera operazione lungo la Linea Gotica sono saltati. Se non ci si sbriga, si rischia lo stallo.

La zona rossa.

Alla spicciolata, stanchi e affamati, i superstiti del rastrellamento raggiungono le linee alleate. Qualcuno è ferito. Nei boschi di Monte Sole giacciono ancora insepolti i corpi dei partigiani caduti. Lupo, il loro comandante, è fra questi. La Brigata Stella Rossa non esiste più come unità operativa. I partigiani superstiti parlano di centinaia di civili massacrati dai tedeschi durante quei cupi giorni di ferro e di fuoco. Esagerazioni o terribile realtà?

La zona verde.

Conquistato il Passo del Giogo, Clark ha due opzioni: dirigersi verso Bologna lungo la statale 65 per il Passo della Raticosa o puntare su Imola, sfruttando la statale 6528, una via secondaria parallela al corso del fiume Santerno. Clark ha le sue idee in fatto di strategia e di tattica, la più salda delle quali è attaccare lungo l’intero fronte. Così, mantenendo la massima pressione in direzione di Bologna, non rinuncia a inviare una divisione lungo la 6538 in direzione di Imola. In quel settore, le due armate tedesche, la Decima e la Quattordicesima si congiungono e, da sempre, il punto di giunzione fra due unità è un punto critico. Detto in altre parole, in quel punto le due unità sono più deboli. Se riesce a passare, la Quinta armata può cercare di congiungersi con l’Ottava nel frattempo impegnata in duri scontri nella zona intorno a Faenza.
Keyes sceglie l’88.ma divisione del maggior generale Paul W. Kendall per puntare su Imola. Ma l’operazione si rivela più difficile del previsto. La strada è stretta; viveri, munizioni e materiali devono essere trasportati, in alcuni punti, a dorso di mulo; la geografia non aiuta, il tempo neppure. Piove. A volte una fitta nebbia riduce la visibilità a pochi metri; gli aerei non possono volare; i fianchi delle montagne sono ripidi e scoscesi; i tedeschi occupano posizioni forti. Tuttavia, nonostante le difficoltà e combattendo con valore, i reggimenti di Kendall riescono a mettere in sicurezza alcune alture circostanti il punto chiave di Castel del Rio a una ventina di chilometri da Firenzuola, si spingono in avanti fino al Monte Battaglia – già in mano partigiana- ma non riescono a procedere oltre. Il supporto aereo non può essere garantito; Kesselring ha fatto affluire truppe fresche nella zona; i tedeschi reagiscono, contrattaccando a più riprese. Consapevole delle difficoltà incontrate da Kendall e, intorno a Faenza, da Leese, Clark sospende l’operazione . Lemelsen, comandante della Quattordicesima armata, minacciato sul fianco sinistro e a corto di uomini esperti, ringrazia. Ancora una volta, come già nel settore orientale, gli Alleati sono arrivati a un passo dal realizzare lo sfondamento, ma, ancora una volta, le pessime condizioni meteo e la pronta reazione tedesca l’hanno reso impossibile. Se avessero avuto più uomini, forse ce l’avrebbero fatta. Ma quegli uomini così necessari erano stati inviati, tempo prima, in Provenza.
Annullata la puntata verso Imola, Clark torna a concentrarsi su Bologna, intensificando la pressione intorno al Passo della Raticosa. I GI americani occupano Monte Bastione, Monte Oggioli e Monte Canda e convergono verso il passo. Kesselring, allora, percependo appieno il pericolo, accorcia il fronte. Il 28 settembre i tedeschi si sganciano, ritirandosi su una nuova linea di difesa incentrata sulla cittadina di Monghidoro. I progressi compiuti sia dall’Ottava , sia dalla Quinta armata sono stati notevoli. Ma a causa delle pessime condizioni atmosferiche e dell’accanita resistenza tedesca, gli obiettivi originariamente previsti, vale a dire distruggere la Decima armata di von Vietinghoff a sud del Po e spingere la Quattordicesima a ritirarsi oltre il fiume non sono stati raggiunti. I tempi si sono allungati, l’inverno è alle porte.
Mentre fra i calanchi e le forre degli Appennini o nella pianura romagnola allagata si combatte con accanimento, le alte sfere –Churchill in testa- si affannano a trovare un senso, strategico e tattico, al “fronte dimenticato”. Pensano alla continuazione delle operazioni in Italia e, contemporaneamente, a uno sbarco anfibio in Dalmazia con il duplice scopo di posizionarsi alle spalle dei tedeschi e di aiutare i partigiani di Tito. Ma per farlo ci vorrebbero mezzi da sbarco, appoggio aereo, truppe fresche tutte cose impossibili, con tanti fronti aperti, da ottenere in tempi brevi. Alla fine si sceglie di abbandonare l’idea anche per non scontentare i sovietici, contrari a un impegno angloamericano tanto nella regione balcanica quanto in Istria. Il “fronte dimenticato” ritorna alla sua vecchia funzione di supporto del fonte principale. Non sarà dunque smantellato; anzi: dovrà essere quanto mai attivo, al fine di neutralizzare le due armate tedesche impegnate in Italia. Ma Alexander a corto di uomini, con problemi di munizionamento, senza quella superiorità di tre a uno in grado di garantirgli la vittoria, dubita di raggiungere questo obiettivo in un futuro immediato.

«Le solite voci incontrollate, prodotto tipico di galoppanti fantasie in tempo di guerra, assicuravano fino a ieri che nel corso di una operazione di polizia contro una banda di fuorilegge ben centocinquanta fra donne, vecchi e bambini, erano stati fucilati da truppe germaniche di rastrellamento nel comune di Marzabotto. Siamo in grado di smentire queste macabre voci e il fatto da esse propalato. Alla smentita ufficiale si aggiunge la constatazione compiuta durante un apposito sopralluogo. È vero che nella zona di Marzabotto è stata eseguita una operazione di polizia contro un nucleo di ribelli, il quale ha subito forti perdite anche nelle persone di pericolosi capibanda, ma fortunatamente non è affatto vero che il rastrellamento abbia prodotto la decimazione e il sacrificio di ben centocinquanta elementi civili. Siamo dunque di fronte a una manovra dei soliti incoscienti, destinata a cadere nel ridicolo perché chiunque avesse voluto interpellare un qualsiasi onesto abitante di Marzabotto o, quanto meno, qualche persona reduce da quei luoghi, avrebbe appreso l’autentica versione dei fatti».

Il Resto del Carlino, 11 ottobre 1944, anno XXII dell’Era Fascista.

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“In conclusione, non si possono nutrire dubbi sull’esistenza di un piano preciso, volto ad un massacro indiscriminato.” Tribunale Militare della Spezia, estratto dalla sentenza contro i responsabili della strage di Sant’Anna di Stazzema, 22 giugno 2005.

(Qui potete leggere la seconda parte di questo post: Gli imboscati del D-Day)

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Ditelo ai vostri uomini. 1943: lo sbarco alleato in Sicilia fra cadaveri alla deriva, opinioni contrastanti , fazzoletti gialli e generali “ d’acciaio”. Clicca qui per leggere l’articolo.

Il gatto e la balena. 1944: lo sbarco alleato a Anzio. “Dio, aiutaci! Ma vieni di persona. Non mandare tuo figlio: non è un posto per bambini, questo.” Clicca qui per leggere l’articolo.

Il cappello a cilindro. Salerno 1943: la “valanga” alleata si abbatte sulla costa campana. Clicca qui per leggere l’articolo.

Da leggere:
Ken Atkinson, Il giorno della battaglia: gli Alleati in Italia 1943-44, Mondadori, 2008
Vasco Ferretti, Le stragi naziste sotto la Linea Gotica, Mursia, 2004
Romano Gualdi, Monte Sole, 2012
James Holland, L’anno terribile, Longanesi, 2009
G.A. Shepperd, La campagna d’Italia 1943-45, Garzanti, 1970

Nel web:
Le vittime delle stragi nazi-fasciste in Italia: http://www.eccidiomarzabotto.com/storiaeccidi2.php

Bibliografia sulla strage di Monte Sole:
http://www.montesole.org/index.php/memoriale/bibliografia/

http://www.bibliotecasalaborsa.it/cronologia/bologna/0/326

La storia della Brigata Stella Rossa: http://certosa.cineca.it/chiostro/eventi.php?ID=477&al=1 http://anpibazzano.files.wordpress.com/2009/11/stella-rossa-monte-sole.pdf

Il testo della sentenza per l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema: http://www.santannadistazzema.org/immagini/Sentenza_Stazzema.pdf Sulla strage di Sant’Anna di Stazzema: http://supernico.altervista.org/12_agosto_1944%20_%20la_strage_degli_innocenti.htm
In questo sito: Storie di oggi

Da vedere:
L’uomo che verrà, di Giorgio Diritti, 2009

Miracolo a Sant’Anna, di Spike Lee, 2008