La vittoria più bella

24/08/2016
Da: steamcommunity.com-

Da: steamcommunity.com

Prologo

Daniel Paul Coulombe è nato a Saint Louis, Missouri, ventisei ani fa. Gioca a baseball fra i professionisti. È un buon lanciatore. Ha fatto parte del roster dei Los Angeles Dodgers e attualmente (2016) veste i colori verde-oro degli Oakland Athletics.
Se Daniel Paul Coulombe è un giocatore professionista lo deve alle sue doti naturali, al suo braccio mancino potente, alla varietà dei suoi lanci, all’allenamento costante, alla sua intelligenza tattica, al suo desiderio di imporsi, alla costanza e alla determinazione con le quali ha affrontato il  percorso che lo ha portato dalla Little League alla Major League.
Ma se Daniel Paul Coulombe è un giocatore di baseball professionista lo deve anche, seppure indirettamente, a un pilota tedesco della Seconda Guerra Mondiale.

La prima volta

Il 20 dicembre 1943 un bombardiere B17 americano decollò dall’aeroporto di Kimbolton in Gran Bretagna per effettuare una missione sulla città di Brema, in Germania. Ai comandi della fortezza volante- battezzata dall’equipaggio “Ye Olde Pub”-  c’era il secondo tenente Charles “ Charlie” Brown, un ragazzo di ventuno anni originario del West Virginia. Charlie Brown era alla sua prima missione. Nella formazione diretta a Brema, il suo aereo occupava una posizione pericolosa, comunemente conosciuta dagli equipaggi come “ Purple Heart corner”, l’angolo della Purple Heart,  la medaglia che si assegnava a chi veniva ferito o – alla memoria- a chi cadeva in combattimento.

I bombardamenti strategici alleati miravano a fiaccare la resistenza dei tedeschi nel tentativo di abbreviare la guerra. I bombardieri americani di giorno e quelli britannici di notte non davano tregua. Passavano e ripassavano sulle città tedesche sganciando tonnellate di bombe, causando migliaia di vittime fra la popolazione civile, distruggendo infrastrutture, abitazioni, caserme, ponti. Ma anche ospedali e scuole. A quei tempi le bombe “ intelligenti”( ammesso che esistano) non erano ancora state inventate. Le bombe di allora cadevano tanto sugli obiettivi militari, quanto sui quartieri residenziali. Nel luglio del 1943, durante i terribili giorni dell’operazione Gomorrah,  la città di Amburgo era stata praticamente ridotta in cenere.
Ma, nonostante i bombardamenti, la Germania non cedeva. E più la Germania resisteva, più le missioni alleate aumentavano. E più le missioni aumentavano, maggiori si facevano le perdite. Da una parte e dall’altra. Sotto i colpi dei cannoni contraerei da 88 e delle mitragliatrici degli ME 109, gli Alleati perdevano sempre più aerei e sempre più equipaggi; complice una serrata propaganda interna, per la martoriata e affamata popolazione civile gli aviatori alleati erano l’incarnazione del diavolo, i cavalieri dell’Apocalisse portatori di morte e di distruzione; per i piloti da caccia erano nemici da odiare e verso i quali non si doveva né si poteva provare pietà o compassione. Non abbattere un bombardiere alleato avendone l’occasione era considerato  alto tradimento.

Nel posto sbagliato

Nell’angolo della Purple Heart, Ye Olde Pub si avvicinava a Brema. Charlie Brown era nervoso, sentiva la responsabilità della missione ed era preoccupato per i suoi nove uomini di equipaggio. Il mitragliere nella torretta posta sulla parte superiore della fusoliera aveva il grado di  sergente maggiore : si chiamava Bertrand “ Frenchy” Coulombe.
La contraerea colpì quasi subito: il muso di plexiglass del B17 di Brown fu squarciato; uno dei quattro motori perse potenza, un altro prese a funzionare a intermittenza, la fusoliera fu danneggiata. Ma il B17 era un aereo molto resistente. E bene armato. Anche se a fatica, Ye Olde Pub riuscì a portarsi sull’obiettivo, le bombe furono sganciate e, subito dopo, Charlie Brown cominciò la manovra per il rientro.
Allontanarsi non fu facile. Danneggiato com’era, Ye Olde Pub non riuscì a rimanere agganciato alla formazione e ben presto si trovò isolato, in condizioni di estrema vulnerabilità. I caccia tedeschi lo attaccarono quasi subito, danneggiando il terzo motore, l’impianto idraulico e quello elettrico, mettendo fuori uso l’impianto dell’ossigeno, squarciando il timone, ferendo sei uomini e uccidendone uno, il mitragliere di coda, il sergente Hugh “Ecky” Eckenrode.
L’attacco durò una decina minuti, un tempo interminabile durante il quale Brown cercò, per quanto poteva, di rispondere al fuoco nemico ( due caccia furono danneggiati) e di manovrare il suo B17 per metterlo al sicuro. Ma come manovrare in quelle condizioni? L’aereo cominciò a perdere quota, scendendo in cerchi concentrici verso il suolo. A causa della mancanza di ossigeno, Brown perse quasi conoscenza. Poi Ye Olde Pub uscì dall’avvitamento,  abbassò il muso e, privo di controllo, scese in picchiata verso terra.  I caccia nemici se n’erano andati.

La croce di cavaliere

Il tenente pilota Franz Stigler- un asso della Luftwaffe–  atterrò all’aeroporto di Jever per riarmare e per rifornire il suo ME 109. Più a sud, nei cieli sopra Brema, la battaglia aerea infuriava ancora. Stigler era un bavarese ventottenne, cattolico e appassionato di volo fin da ragazzo. Ottenuto il brevetto, aveva prestato dapprima servizio alla Lufthansa come pilota civile, poi come istruttore di volo militare. Suo fratello August, pilota anch’egli, era caduto in missione durante la cosiddetta “ Battaglia d’Inghilterra”. Franz aveva allora deciso di lasciare l’incarico di istruttore e di servire in aviazione come pilota da caccia. Non era iscritto al partito nazista.
Il suo sogno era la croce di cavaliere. Gli mancava una vittoria per ottenerla. Una sola. Guadagnare quella medaglia era per lui un modo di onorare la memoria del fratello. Come pilota da caccia, Stigler si era formato in Africa nel JG-27 ( Jagdgeshwader 27), a contatto con veri e propri assi e assimilando il loro codice d’onore: rispetta le regole, rispetta te stesso, rispetta il nemico, conserva la tua umanità, risparmia chi è indifeso o chi si é lanciato col paracadute. “Se gli spari o se sento dire che lo hai fatto, io sparo a te”, gli aveva detto senza mezzi termini il suo comandante di stormo, il tenente Gustav Roedel.

Una situazione disperata

A tremila metri di altitudine, l’ossigeno dell’atmosfera entrò nella carlinga del B17. Charlie Brown ritornò padrone di sé. La situazione era drammatica. Ye Olde Pub era in caduta libera: il timone di coda non rispondeva, lo stabilizzatore non funzionava, di quattro motori solo uno era in piena efficienza. Gli stantuffi delle siringhe di morfina erano bloccati a causa del freddo ed era difficile prestare assistenza al ferito più grave, il sergente Alex Yelesanko, detto “ Russian”, il Russo.
La massa scura degli alberi si avvicinava sempre di più, lo schianto sembrava inevitabile. Ma a seicento metri di altitudine, Ye Olde Pub, quasi per miracolo, rispose ai comandi e recuperò l’assetto. Charlie Brown disse ai suoi: “ Chi vuole può lanciarsi con il paracadute. Io cercherò di riportare il bombardiere in Inghilterra.” Per raggiungere l’Inghilterra, il B17 avrebbe dovuto superare lo sbarramento antiaereo costiero e volare per più di due ore sulle fredde acque del Mare del Nord. Era un’impresa disperata. Tutti a bordo lo sapevano, ma nessuno si lanciò.

Un uomo d’onore.

Stigler, i meccanici, gli armieri e tutto il personale dell’aeroporto di Jever osservarono, increduli, il bombardiere avvicinarsi, rasentare la cima degli alberi e allontanarsi riprendendo lentamente quota. Stigler gettò a terra la sigaretta che stava fumando e si precipitò verso il suo 109. Salì a bordo e premette il pulsante dell’accensione. Il radiatore dell’aereo era stato colpito da un proiettile, il motore correva il rischio di surriscaldarsi. Stigler  decollò ugualmente. Davanti a lui, l’agognata croce di cavaliere  si stava dirigendo , come un’aquila ferita, verso la costa.
Nella torretta posta sulla parte superiore della fusoliera, Bertrand “ Frenchy” Coulombe lo avvistò per primo. Arrivava alto, un puntino sempre più grande nel cielo. Tentò di avvisare Charlie Brown, ma la radio era fuori uso e non ci riuscì. Stigler si portò in coda alla sua preda, il dito sul grilletto, pronto a far fuoco.
Stranamente il B17 non reagiva. Stigler si avvicinò e capì perché la mitragliatrice di coda non sparava: il mitragliere era stato colpito. Si fece più vicino e vide “Ecky” Eckenrode coperto di sangue giacere senza vita accanto alle sue armi. Attraverso i fori della fusoliera gli apparvero altri uomini intenti a prestare soccorso ai feriti. Si chiese come mai quel bombardiere, conciato com’era, riuscisse ancora a volare. Gli uomini a bordo erano nemici: forse nel corso della missione le loro bombe avevano ucciso civili, distrutto abitazioni. Ma erano anche uomini in evidente difficoltà. Inermi e  rannicchiati contro le pareti della fusoliera lottavano per sopravvivere. Gli vennero in mente le parole del suo comandante in Africa: “ Se spari a uno che si è lanciato col paracadute, io sparo a te.”
La costa era vicina e il mare appariva, scuro e minaccioso, in lontananza.
Stigler affiancò Je Olde Pub e tolse il dito dal grilletto.

Il comandante della batteria contraerea costiera vide il B17 avvicinarsi. Al suo fianco un ME 109 con le insegne della Luftwaffe sembrava quasi scortarlo verso il mare aperto. Era una situazione strana e per molti versi inspiegabile( una missione segreta? Un’esercitazione?), ma una cosa era certa: non si poteva aprire il fuoco e correre il rischio di abbattere il 109. Il comandante della batteria ordinò ai suoi di non sparare. La manovra di Stigler aveva ottenuto l’effetto sperato.

La vittoria più bella.

Quando l’ME 109 comparve, vicinissimo, alla loro destra, Charlie Brown e il suo copilota, Spencer “ Pinky” Luke, pensarono di stare vivendo un incubo. Non si erano accorti, frastornati e terrorizzati com’erano, di aver superato indenni- e proprio grazie a quel caccia- lo sbarramento contraereo costiero. Stigler mosse la testa e gesticolò nel tentativo di richiamare la loro attenzione. Tornate indietro- sembrava dire- e atterrate. Non potete farcela. Da Charlie Brown e da “Pinky” Luke nessuna risposta.
Stigler, allora, fece un altro tentativo. Mosse le labbra e sillabò la parola “Sweden”. La neutrale Svezia si trovava a una mezzora di volo verso nordest. Ye Olde Pub avrebbe potuto farcela a raggiungerla. Una volta atterrati in territorio svedese,  gli uomini dell’equipaggio sarebbero stati curati e assistiti. Sarebbero stati internati, certo, ma per loro la guerra sarebbe finita.
Charlie Brown non capiva che cosa volesse Stigler. In quei momenti così concitati e drammatici, non poteva capire. Nessuno avrebbe potuto capire. A un certo punto Charlie ordinò a Coulombe di tenersi pronto a sparare. Visti vani i propri sforzi e comprese le intenzioni  dell’equipaggio, Stigler agitò le ali del proprio 109 in segno di saluto e scomparve all’orizzonte, rinunciando a una vittoria sicura e alla croce di cavaliere.
“ Ora”, disse allontanandosi, “siete nelle mani di Dio.”

Epilogo

Dal Vancouver Sun, 29-30 marzo 2008:

“STIGLER-FRANZ. Dopo una vita lunga e straordinaria, Franz ci ha lasciato il 22 marzo 2008. Prima di lui erano scomparsi i suoi genitori, Franz e Anna e suo fratello Gustel. Lascia l’amata moglie Hija, la figlia Jovita, i nipoti Melina, Corbin, Jason e Nathan, i pronipoti Mackenzie e Aidan, la nipote Christiane ( Burkhard), il fratello speciale Charlie Brown, gli amici del cuore Jim, Anne e tanti altri amici.”

Dal Miami Herald, 7 dicembre 2008:

BROWN CHARLES L. “Il 24 novembre 2008 ci ha lasciato il tenente colonnello( in pensione) Charles L. Brown. Scienziato, inventore, eroe della Seconda Guerra Mondiale, decorato con la Air Force Cross, Charlie L. Brown, risiedeva a Miami dal 1972.”
Il testo continua elencando i numerosi servizi resi allo Stato dal colonnello Brown prima e dopo la guerra, si sofferma sull’episodio del 20 dicembre 1943, quando il tenente Franz Stigler, pur potendolo fare, non abbatté Ye Old Pub e conclude:

Quarantacinque anni dopo , i due piloti si rincontrarono e divennero intimi come fratelli.” ( as close as brothers).

Da MLB.com del 14 marzo 2014, articolo a firma Ken Gurnick:

Daniel Paul Coulombe: “Oggi io non sarei qui. Se il pilota tedesco avesse eseguito gli ordini, mio nonno sarebbe morto.”

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A Higher CallLa vicenda raccontata brevemente in questo post è tratta dal libro scritto da Adam Makos -con la collaborazione di Larry Alexander – A Higher Call ( sottotitolo: An incredible true story of heroism and chivalry during the Second World War).
Il libro – i cui diritti sono già stati acquistati da una casa cinematografica americana- non è ( ancora) stato tradotto in italiano. L’edizione inglese, tuttavia, è disponibile su Amazon.com, tanto nella versione cartacea, quanto nella versione e-book per Kindle.
Il combattimento nei cieli sopra Brema occupa la parte centrale del libro ed è preceduto e seguito da altri parti altrettanto interessanti in cui l’autore descrive la personalità e le azioni dei protagonisti( tutti personaggi realmente esistiti, da Galland a Goering, da Stigler a Roedel, da Marseille a “Mighty Mo” Preston) racconta perché dell’episodio non si parlò per lunghissimo tempo né in America né in Germania, descrive l’avventuroso viaggio di ritorno verso l’Inghilterra di Ye Old Pub, riporta episodi non propriamente edificanti tanto da una parte quanto dall’altra( millantare credito sotto forma di aerei abbattuti era una tentazione alla quale si indulgeva facilmente) e segue Stigler negli ultimi giorni della guerra e oltre fino all’incontro con il ” nemico” Charlie Brown.
Non so se il libro abbia dei limiti, so che deve essere letto. La storia di Stigler e di Charlie Brown sarà pure un’eccezione, ma, proprio per questo, è ancora più bella.

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Cliccando sull’immagine del pdf si può accedere alla traduzione in inglese del post. Attenzione, però. Si tratta di una traduzione automatica. Il risultato, pertanto, non è garantito.


“Bloody Omaha”

13/04/2016

Omaha Beach feriti

Prologo.

La spiaggia –a forma di mezzaluna- misura circa otto chilometri. Scogliere alte e ripide la chiudono alle estremità orientale e occidentale. La spiaggia termina con una riva di ciottoli, alta, in alcuni punti , anche tre metri e ampia quindici. Oltre la riva, si alza un muro parte in cemento e parte in legno. Al di là di quest’ultimo, stretti passaggi dominati da ripide falesie conducono ad alcuni villaggi nell’entroterra. Durante la bassa marea, la spiaggia resta scoperta per circa 280 metri; durante l’alta marea, le acque la coprono fino alla riva di ciottoli.
Spiagge come questa sono frequenti lungo le coste della Normandia. Ma questa non è una spiaggia come le altre: questa è Omaha Beach.

Una posizione formidabile.

Nella seconda metà del gennaio 1944, un sottomarino britannico tascabile, l’X-20, al traino di un peschereccio armato, si era spinto fino in prossimità di Omaha Beach. Due genieri –  il capitano Logan Scott-Bowden e il sergente Bruce Ogden-Smith- avevano raggiunto a nuoto la riva, prelevato campioni di terreno e, dopo aver eluso la sorveglianza tedesca, erano ritornati in Inghilterra. Il giorno dopo il suo ritorno, Scott-Bowden era stato convocato a Londra. Ammiragli e generali- in particolare Omar Bradley, comandante della Prima armata americana- avevano voluto sapere se, su quella spiaggia, il terreno fosse  abbastanza solido per reggere il peso degli Sherman da trenta tonnellate.
Poco prima di lasciare la riunione, Scott-Bowden aveva detto con franchezza al generale Bradley: “Spero non vi dispiaccia sentirmelo dire, signore, ma quella spiaggia è una posizione davvero formidabile e dobbiamo aspettarci perdite tremende”.
“Lo so figliolo”, aveva risposto il generale mettendogli una mano sulla spalla , “lo so.” [1]

Omaha Beach, dunque, era l’ultimo posto in cui sbarcare. Ma era anche l’unico posto in grado di congiungere il settore britannico con Utah Beach, all’estremità occidentale del fronte. Per gli Alleati gli stretti passaggi verso le cittadine di Colleville-sur-Mer, Saint Laurent-sur-Mer e Vierville-sur-Mer erano vitali: di lì sarebbero dovuti transitare uomini e mezzi corazzati diretti verso l’interno. Sarebbe toccato alle squadre d’assalto delle prime ondate il compito di  conquistare quei passaggi e di metterli in sicurezza.
Non era un compito facile. In prossimità di quei passaggi, infatti, i tedeschi avevano allestito difese formidabili. Mitragliatrici, mortai e artiglieria erano stati posizionati sulle alture e orientati in modo da prendere d’infilata la spiaggia . I comandanti militari alleati lo sapevano. Ma ponevano la massima fiducia nel massiccio bombardamento preliminare: secondo loro, avrebbe spianato le difese tedesche e tolto di mezzo gran parte degli ostacoli sistemati sul bagnasciuga.
Ma non tutti erano ottimisti. Il generale di Corpo d’armata Leonard “Gee” Gerow, americano, era uno di questi. Non gli era piaciuta e continuava a non piacergli l’idea di mandare i propri uomini a terra mezz’ora dopo l’alba, quando già faceva chiaro; restava scettico circa l’efficacia del bombardamento preliminare; riteneva insufficiente il numero di soldati impiegati nella fase iniziale dell’operazione. E che dire dei genieri? Senza il favore del buio sarebbero stati esposti al fuoco nemico. E allora, come avrebbero potuto aprire corridoi sicuri per la fanteria o togliere di mezzo con le cariche esplosive gli ostacoli disseminati sul bagnasciuga?
Tutto inutile. Bradley e Eisenhower lo avevano ascoltato, ma non avevano cambiato idea: l’attacco iniziale si sarebbe svolto nei modi e secondo i tempi stabiliti.

Il piano.

Sotto l’aspetto operativo, la spiaggia era stata divisa in quattro settori: Charlie, Dog, Easy e Fox. Ogni settore – con l’esclusione di Charlie – era stato a sua volta diviso in sottosettori.  Da ovest verso est si stendevano, nell’ordine, Dog Green, Dog White, Dog Red, Easy Green, Easy Red, Fox Green. A ogni unità era stato assegnato un settore. Dog e Easy Green erano di competenza degli uomini della 29.ma divisione di fanteria, impegnata nella prima ondata con il 116 RCT( Regimental Combat Team); Easy Red e Fox Green spettavano alla Prima divisione di fanteria( il Grande Uno Rosso) e in particolare, per quanto riguarda gli sbarchi iniziali, al 16.mo RCT.
Gli uomini della Compagnia A del 116.mo sarebbero dovuti sbarcare davanti all’uscita per Vierville, denominata in codice D-1; quelli delle Compagnie E e F davanti a D-3 ( Les Moulins). Nel settore del Grande Uno Rosso, le Compagnie E e F del 16.mo RCT avrebbero dovuto procedere verso E-1 ; le Compagnie I e L ( settore Fox) avrebbero dovuto forzare il passaggio E-3 verso Colleville. (Consulta la cartina)
L’intera operazione di sbarco sarebbe stata preceduta da un violento bombardamento aeronavale. Corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere, LCT, bombardieri pesanti B 17 avrebbe dovuto spianare le difese tedesche, aprire buche sulla spiaggia da utilizzare come ripari,  far esplodere le mine e costringere gli artiglieri nemici a restare rintanati nei rifugi.
Era stato previsto anche l’impiego di carri armati. La maggior parte di essi avrebbe dovuto toccare terra qualche minuto prima dell’ ora H( prevista per le 6,30). I carri avrebbero dovuto sostenere le fanterie e agire in modo coordinato con i reparti ai quali erano stati assegnati. Alcuni tank sarebbero stati lanciati direttamente dalle navi. Si trattava dei cosiddetti Duplex Drive ( DD), carri Sherman in grado di muoversi, grazie a ingegnosi accorgimenti, tanto in acqua quanto sulla terraferma. Altri carri sarebbero stati trasportati direttamente sulla spiaggia.
Le truppe d’assalto ( “Force O”, prima ondata; “Force B”, seconda ondata) sarebbero state seguite a brevissima distanza dai genieri della Marina e dell’Esercito. I genieri avrebbero dovuto liberare la spiaggia dagli ostacoli e dalle mine,  tracciare corridoi per consentire alla fanteria e ai carri armati di procedere verso l’interno,  preparare il terreno per i futuri sbarchi,  approntare luoghi sicuri per l’evacuazione dei feriti e per l’arrivo dei rifornimenti. Il responsabile del trasporto delle truppe della prima ondata, l’ammiraglio John L. Hall aveva avvisato: secondo me, i genieri  sono troppo pochi per il compito loro affidato. E, per di più- aveva aggiunto- dovranno operare in condizioni estremamente sfavorevoli. Ma anche in questo caso, come era capitato con Gerow, nessuno aveva tenuto nel debito conto le sue affermazioni. Come era stata cortesemente ma fermamente rifiutata l’offerta inglese di carri attrezzati per fare esplodere le mine, per superare i fossati anticarro, per rimuovere gli ostacoli. Le “ diavolerie di Hobart”( Hobart’s Funnies) piacevano poco agli americani. Se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto era stato calcolato e definito nei minimi particolari: la marea, i tempi di avvicinamento, la successione degli sbarchi, la durata del bombardamento. Ma qualcosa era sfuggito. A Omaha gli Alleati si aspettavano di fronteggiare truppe di seconda scelta [2]. Invece intorno alla metà di marzo, un’eccellente divisione tedesca – la 352.ma, agli ordini del maggiore generale Dietrich Kraiss- era stata spostata proprio in questo settore del fronte.[3] Ma le ragioni per cui le cose andarono tragicamente storte e si arrivò a un passo dal fallimento non dipesero dalla sola presenza della 352.ma. Ci furono anche altre ragioni.

La battaglia e il piano di battaglia.

La massima di von Moltke il Vecchio[4], secondo la quale il primo a cadere in battaglia è il piano di battaglia, trovò tragica e drammatica conferma a Omaha Beach. Il bombardamento iniziale fallì. Corazzate e incrociatori “spararono Jeep”[5] alla cieca e mancarono i bersagli;  per paura di colpire le truppe da sbarco, i piloti dei B 17  e dei Liberator ritardarono di trenta secondi il lancio delle bombe e colpirono  mucche al pascolo, fattorie isolate o villaggi nell’interno; i razzi sparati dagli LCT finirono corti; il cemento delle difese tedesche fu appena scalfito; gli ostacoli sul bagnasciuga rimasero intatti; non una buca fu aperta sulla spiaggia. Insomma, fu sollevata molta polvere , ma furono inferti pochissimi danni.
I primi mezzi da sbarco arrivarono alle 6,30. Esausti, tormentati dal mal di mare, bagnati fradici, i GI videro pesci morti galleggiare in superficie e cominciarono a temere che i razzi  degli LCT fossero finiti in acqua e non sulle scogliere. Quando non videro buche sulla spiaggia, i loro timori si trasformarono in certezza. Qualcuno si mise a pregare a voce alta.
La visibilità era scarsa, il mare era mosso, il vento e le correnti erano forti. I fragili LCPV furono trasportati verso est e pochissime unità presero terra nel settore assegnato.( Consulta di nuovo la cartina). La  Compagnia E del 116.mo destinata a Easy Green sbarcò a Fox Green, all’estremità opposta. Fu un caso limite. In genere si trattò di deviazioni di poche centinaia di metri. Ma sufficienti per mandare a monte i piani iniziali. Numerose compagnie si trovarono isolate, impossibilitate a stabilire un qualsiasi collegamento fra di loro; altre unità si frazionarono in tanti gruppetti, il più delle volte distanti gli uni dagli altri e senza alcun collegamento gli uni con gli altri.
I genieri non poterono operare secondo quanto stabilito. Partirono in ritardo; come tutti, furono portati fuori zona dalla forte corrente; persero gran parte del materiale; furono ostacolati dalla marea in aumento e dai commilitoni acquattati dietro gli ostacoli in cerca di riparo; ricevettero scarso appoggio da parte dei carri armati. Eppure, bagnati fradici, appesantiti dall’equipaggiamento, essi riuscirono, pagando un prezzo altissimo, ad aprire sei corridoi completi ( due nella zona del 116.mo; quattro nel settore Easy) e tre parziali. Ma riuscirono a marcarne uno solo: gli indispensabili nastri erano andati quasi tutti perduti al momento dello sbarco. Così come erano andati perduti i paletti di demarcazione.
A causa delle cattive condizioni del mare, pochi piloti furono in grado di portare i loro LCPV nei settori prestabiliti. Alcuni mezzi finirono sui banchi di sabbia prospicienti l’area dello sbarco, altri furono colpiti prima di arrivare in vista della spiaggia; in alcuni punti i portelli furono aperti in zone in cui l’acqua era troppo alta. I carri armati anfibi, destinati ad appoggiare le fanterie a terra, affondarono quasi tutti quando furono calati in acqua da distanze impossibili ( quattro/cinque chilometri dalla riva). Alcuni ufficiali, agendo di testa propria, usando il buon senso o perché costretti da cause di forza maggiore( guasti, malfunzionamenti, imprevisti) portarono gli LCT della loro flottiglia fin quasi a riva, rinunciando a calare i DD in acqua e scaricandoli –come, col senno di poi, avrebbero dovuto fare tutti- direttamente sulla spiaggia.  Il fuoco anticarro tedesco, tuttavia, fu immediato , intenso e micidiale. C’erano solo un paio di 88 lungo l’intera costa. Ma anche i cannoni cecoslovacchi da 100 millimetri in dotazione alla 726.ma divisione sapevano colpire duro.

Quando le prime truppe d’assalto misero piede sulla spiaggia, i tedeschi aprirono il fuoco con le mitragliatrici, con le armi leggere e con i mortai. Fu una carneficina spaventosa. Appesantiti dall’equipaggiamento, privi di riparo, con quasi trecento metri da percorrere parte in acqua, parte allo scoperto, i GI della prima ondata furono falciati a centinaia. La Compagnia A ( 116.mo, 29.ma divisione) , una delle poche a non sbagliare settore, prese terra proprio davanti alle difese del “ passaggio” verso Vierville e fu spazzata via in meno di un quarto d’ora. Alla sua destra, i Rangers del Secondo reggimento, Compagnia C ( una piccola compagnia di una settantina di uomini) persero metà degli effettivi prima di raggiungere il precario riparo offerto dalla riva di ciottoli.
Il settore denominato Dog Green si trasformò in una specie di mattatoio. Ovunque c’erano morti e feriti; ovunque si udivano invocazioni di aiuto e grida di disperazione; caos e confusione regnavano sovrani. Gli uomini cominciarono allora a uscire dai mezzi da sbarco scavalcandone le sponde laterali; in tanti furono trascinati verso il fondo dal pesante equipaggiamento; le armi individuali, liberate troppo presto dai teli impermeabili di protezione, si incepparono. Ci fu chi trovò riparo dietro gli ostacoli presenti sulla spiaggia, impedendo di fatto ai genieri di neutralizzarli; altri si finsero morti, abbandonandosi alla corrente in attesa di essere trasportati fin sotto il muro di ciottoli – e, quindi, al riparo- dalla marea montante.
Gran parte degli ufficiali e dei sottufficiali cadde nei primi momenti dello sbarco. Numerosi soldati, senza guida e senza ordini, terrorizzati da quanto accadeva intorno a loro, rinunciarono ad avanzare e si dedicarono al recupero dei commilitoni feriti. Ma nonostante i loro sforzi, non pochi feriti affogarono quando la marea prese a salire. Ricordate l’inizio del film Salvate il soldato Ryan quando i Rangers del capitano John Miller- Tom Hanks  sbarcano sulla costa normanna? La descrizione di quei momenti riassume sullo schermo, con il crudo realismo delle immagini, quanto accadde all’alba del 6 giugno 1944 a Omaha Beach.
Per la verità non tutti gli sbarchi finirono in un bagno di sangue. A Dog Red, il fumo della vegetazione incendiata dal bombardamento preliminare offrì una copertura insperata  alla truppe da sbarco della Compagnia G ( originariamente destinata a Dog White e finita fuori zona per effetto della corrente) e ne limitò le perdite. Altrove gruppi di soldati toccarono casualmente terra nei rari “ punti morti” non coperti dal fuoco incrociato tedesco. Ma furono eccezioni. E per giunta non sfruttate immediatamente. Gli ufficiali, infatti, sbarcati fuori zona, si dimostrarono indecisi sul da farsi e non seppero passare immediatamente all’azione. I dubbi di Gerow si erano trasformati in realtà: l’imprevisto non era stato calcolato e adesso nessuno sapeva che cosa fare se non cercare di restare vivo.

Dalle 7,00 alle 7,40 arrivò la seconda ondata[6]. La marea si era alzata, numerosi ostacoli non erano stati eliminati, il fuoco nemico era ancora intenso. Nessuna unità della prima ondata aveva ancora lasciato la riva di ciottoli per inoltrarsi all’interno. Privi di un supporto efficace da parte dei carri armati e non potendo contare sull’appoggio della fanteria già a terra, anche i nuovi arrivati riportarono perdite elevate, soprattutto in alcuni settori del fronte.
Ancora una volta i GI furono sbarcati lontano dai loro obiettivi; le unità si disunirono; i genieri non poterono agire efficacemente sugli ostacoli; le radio da campo non funzionarono o funzionarono a intermittenza, rendendo ardue se non proprio impossibili le comunicazioni; in alcuni casi, i lanciafiamme, i tubi bangalore, i mortai andarono perduti; più di un mezzo da sbarco fu danneggiato o affondato; numerosi pezzi di artiglieria finirono in fondo al mare.
Per i GI della seconda ondata, inoltrarsi verso i villaggi dell’interno – erano questi gli ordini- non era dunque immediatamente possibile. A causa della marea montante, nessun corridoio era utilizzabile; i mezzi ( carri armati compresi) non potevano muoversi verso l’interno ed erano facili bersagli per l’artiglieria nemica. Ben presto la spiaggia fu congestionata e  gli sbarchi di uomini e mezzi furono temporaneamente sospesi.
Fu il momento di massima crisi. I comandanti ricevevano poche informazioni e quelle poche erano negative. Verso mezzogiorno, Bradley prese addirittura in considerazione l’eventualità di abbandonare Omaha e di dirottare i propri uomini verso Utah o Juno. Dal canto loro, i difensori tedeschi erano convinti di essere riusciti a respingere l’invasione.

Ma non era così. Alcune unità- soprattutto in prossimità della zona coperta dal fumo degli incendi- erano riuscite a prendere terra con perdite relativamente ridotte, con quasi tutto l’equipaggiamento intatto e avevano cominciato a riorganizzarsi. A Dog Green, gruppi di soldati erano riusciti a portarsi alla base delle scogliere, trovando riparo nelle nicchie e negli anfratti fra le rocce. Individualmente o in piccoli gruppi spesso formati da elementi di unità diverse, i GI cercavano- dove potevano- di uscire dai ripari e di dirigersi vero le alture. Il maggiore Sidney V. Bingham cercò di forzare il passaggio verso Les Moulins (Easy Green, D-3) con  50 uomini della Compagnia F. Arrivò con dieci uomini fin quasi in cima alla scogliera, ma, impossibilitato a neutralizzare un nido di mitragliatrici, dovette ritornare indietro. Erano ancora azioni sporadiche e male organizzate, ma stavano comunque rivelando un’inversione di tendenza.
Il fuoco nemico era sempre molto intenso, soprattutto in corrispondenza delle uscite dalla spiaggia, ma più gli sbarchi- e i potenziali bersagli- aumentavano, meno esso diventava accurato. A partire dalle 7,30 cominciarono ad arrivare a Omaha anche gli ufficiali comandanti. Il colonnello Charles Canham (116.mo) e il generale di brigata Norman “Dutch” Cota (116.mo) furono tra i primi a sbarcare a Dog White. Trovarono la riva di ciottoli affollata di soldati e altri ( i Rangers del Secondo battaglione[7]) in arrivo . Nella zona dove i due  alti ufficiali erano sbarcati, il fumo rendeva meno efficace il fuoco tedesco proveniente dalle scogliere. C’erano insomma le condizioni per tentare finalmente di aprirsi una via verso l’interno.
La presenza degli ufficiali restituì morale agli sfiduciati e atterriti soldati. Sia Cota sia Canham diedero l’esempio, portandosi sulla linea del fuoco ( Canham fu ferito a un polso) e non esitando ad avanzare per primi. È rimasta famosa l’affermazione rivolta dal colonnello George Taylor, 16.mo reggimento, Prima divisione, ai propri soldati: “ Su questa spiaggia ci sono due tipi di uomini: quelli che sono morti e quelli che stanno per morire. Togliamoci da qui.”[8] E facendo seguire alle parole i fatti, si era diretto verso l’interno.
Quanto accadeva nella zona del generale Cota o in quella del colonnello Taylor non era un fatto isolato. Lungo l’intero fronte, infatti, gruppi di uomini stavano cercando di oltrepassare la killing zone e di raggiungere le scogliere. I piani originari erano saltati e gli ufficiali e i soldati improvvisavano. Spesso il caso dava loro una mano, facendoli agire in settori in cui le difese nemiche erano più deboli o il fumo degli incendi offriva  una preziosa copertura.
Paradossalmente, l’aver sbagliato zona si rivelò, in questa seconda fase, un fattore decisivo. Anziché sbarcare di fronte alle uscite fortemente difese, alcune unità  finirono sui fianchi delle postazioni tedesche e cominciarono a infiltrarsi. Certo, avanzare non era semplice. Bisognava infatti aprire varchi nei reticolati e superare campi minati prima di portarsi alle spalle dei centri di resistenza. Ma con il migliorare delle comunicazioni, anche il fuoco di copertura si faceva più accurato. Quello dei carri armati, ovviamente; ma soprattutto quello dei cacciatorpediniere. Furono essi- a detta di molti-  a risolvere il momento critico. Si spinsero vicinissimi alla riva, a volte a meno di cinquecento metri. Rischiarono grosso, ma colpirono duro. Le difese tedesche furono centrate con precisione e la resistenza cominciò a indebolirsi.
La linea tedesca era molto forte, ma non era scaglionata in profondità. Chi l’avesse superata sarebbe riuscito a procedere con relativa facilità verso l’interno. Intorno a mezzogiorno, i “bastardi” di Cota raggiunsero la cima delle scogliere sopra Vierville e mezz’ora più tardi, quando il fuoco dei cannoni navali cessò, lo stesso Cota in persona guidò una pattuglia verso la base della scogliera. Furono fatti numerosi prigionieri, fu aperta una via in un piccolo campo minato e  i genieri colmarono un fossato anticarro.
A Fox Green, elementi del 16.mo reggimento ai quali si erano aggregati uomini del 116.m0 si mossero verso Colleville-sur-Mer. Durante l’avvicinamento, la resistenza fu blanda. Il pericolo maggiore venne dal fuoco amico. Verso le 13,30 Bradley ricevette notizie confortanti: le truppe prima bloccate a Easy Red, Easy Green, Fox Red  stavano dirigendosi verso le alture. Ma soltanto nel tardo pomeriggio le scogliere furono occupate e furono necessari altri due giorni per fare tacere completamente il fuoco tedesco. Ad ogni modo, già dalla sera del 6 giugno, esso non era più in grado di bloccare sulla spiaggia il flusso di uomini e di mezzi.

Epilogo

Lo sbarco a Omaha Beach fu una vittoria pagata a carissimo prezzo. Fra morti, feriti e dispersi, gli americani ebbero circa tremila perdite( quattromila, secondo altre stime; poco più di duemila stando ad altre fonti) . Quasi tremila civili francesi persero la vita o riportarono ferite a causa dei bombardamenti. Si disse: le perdite subite furono in linea con quelle stimate. Anzi, addirittura inferiori. E tuttavia, questo non giustifica- col senno di poi naturalmente- gli errori di valutazione iniziali che furono, in gran parte, la causa di quelle perdite.
Fu un errore far sbarcare i soldati alla luce del giorno; fu un errore far arrivare i bombardieri dal mare anziché farli volare paralleli alla costa; fu un errore ritardare – seppure di poco- il lancio delle bombe; fu un errore l’aver rifiutato le “ diavolerie di Hobart”, quanto mai utili contro le mine e gli ostacoli anticarro; fu un errore non aver messo in conto eventuali imprevisti né aver predisposto adeguate contromisure per farvi fronte; fu un errore sovraccaricare i soldati di equipaggiamento ; fu un errore attaccare frontalmente le difese tedesche anziché aggirarle; fu un errore mettere in mare i carri anfibi da distanze impossibili.
Né serve a molto invocare la presenza della 352.ma come principale se non unico fattore destabilizzante. La 352.ma era una formazione esperta, ma non di élite. E per di più incompleta. Un intero reggimento era stato mandato nella zona dove erano stati segnalati lanci di paracadutisti. Quando fu richiamato, non fu in grado di raggiungere Omaha se non nel tardo pomeriggio. In quanto ai micidiali cannoni da 88 millimetri, ce n’era( forse) uno solo
Una cosa comunque è certa: se Omaha Beach non si trasformò in un disastro ciò fu dovuto in gran parte al coraggio e all’iniziativa dei singoli ufficiali, dei singoli uomini e dei singoli reparti, capaci di assumere l’iniziativa e di improvvisare quando tutto sembrava perduto, quando gli ordini non arrivavano e le falesie normanne sembravano più alte dell’ Himalaya. Si dovette alla capacità di assumersi rischi da parte dei comandanti dei cacciatorpediniere se le difese tedesche furono sgretolate e gli uomini e i reparti furono in grado di aprire passaggi sicuri verso l’interno; si dovette al coraggio e all’abnegazione di medici e di infermieri sottoposti a un lavoro massacrante se il numero dei morti –altissimo, per altro -non raggiunse dimensioni intollerabili.

Da leggere:

La bibliografia sullo sbarco in Normandia è praticamente sterminata. Io mi limiterò a riportare i testi che ho consultato e i siti web che ho visitato.

Stephen E. Ambrose, D-Day, June 6 1944: The battle for the Normandy beaches, Paperback, 2002( In italiano: D-Day: storia dello sbarco in Normandia, Rizzoli, 2004)
Anthony Beevor, D-Day: The battle for Normandy, Paperback, 2010 ( tradotto in italiano con il titolo: D-Day: la battaglia che salvò l’Europa, Rizzoli 2010)
Marco Gasperini, D Day: da Omaha Beach a Berlino, Il Capricorno, 2014
Cornelius Ryan, Il giorno più lungo, Rizzoli, 2003

Nel Web:

http://www.militaryhistoryonline.com/wwii/dday/omaha.aspx

http://www.world-war.co.uk/Dday/omaha.php3

http://www.historyofwar.org/articles/battles_omaha_beach.html

http://www.29infantrydivision.org/WWII-Battles/Omaha-Beach/index.html

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Omaha

 

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Omaha Beach

 

Su questo sito:

I denti del cobra


Il “Bocage” normanno è una trappola per gli Sherman alleati. Poi, alla vigilia della decisiva operazione ” Cobra”, il sergente Curtis G.Culin, Esercito degli Stati Uniti, ha un’intuizione…
Clicca quiper leggere l’articolo.

 
 
Prosciutto e marmellata ( “Ham and Jam”)

Pegasus Bridge simbolo parà6 giugno 1944: ” La più grande prodezza aeronautica di tutta la guerra“: l’assalto ai ponti sul Canale di Caen e sull’Orne, in Normandia.
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La vittoria più bella

A Higher Call 1Da nemici a fratelli. L’incredibile storia di due piloti in guerra sui cieli della Germania pochi giorni prima del Natale 1943.
Clicca qui per leggere l’articolo
 
 
 

Da vedere:

Il giorno più lungo, prodotto da Darryl F. Zanuck, 1962

Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg, 1998

L’immagine riportata sotto il titolo è tratta da Commons.wikimedia.org

[1]Sir, I hope you don’t mind my saying it, but this beach is a very formidabile position indeed and there are bound to be tremendous casualties. “ L’episodio e la conversazione sono riportati in  Anthony Beevor, D-Day. The battle for Normandy, Paperback, 2009.

[2] Si trattava della 726.ma divisione, una divisione statica( vale a dire non motorizzata né corazzata) formata in gran parte da coscritti provenienti dall’Est europeo.

[3] Il 6 giugno, la 352.ma non era schierata al completo a Omaha. Il Kampfgruppe Meyer, ad esempio, era stato inviato in tutta fretta nella zona dove erano stati segnalati lanci di paracadutisti in gran parte fasulli. Il giorno dello sbarco, nella zona di Omaha Beach, erano operativi due battaglioni e un reggimento della 352.ma ( Beevor).

[4] Helmuth Karl von Moltke(1800-1891) fu un generale prussiano. Sconfisse i francesi a Sédan (1871) durante la guerra franco-prussiana del 1870-71. E’ considerato uno dei più grandi strateghi  della storia. La frase esatta è: “Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico.”( Kein Plan überlebt  die erste Feindeberuehrung.”) 

[5] Fra i soldati americani stipati sui mezzi da sbarco ci fu chi usò questa similitudine per alludere alle dimensioni e al calibro dei proiettili sparati dai cannoni navali di corazzate e incrociatori.

[6] Gli sbarchi successivi – intervallati di pochi minuti gli uni dagli altri- si sarebbero dovuti effettuare a partire dalle 9,30. Se la spiaggia non fosse stata sgombra per quell’ora, ci sarebbero stati problemi di sovraffollamento. Non tanto di uomini, quanto piuttosto di mezzi e di artiglieria. E questo avrebbe di certo aumentato la confusione e il caos.

[7]I Rangers del Secondo battaglione avrebbero dovuto, in origine,  dirigersi verso la Point du Hoc, nel settore occidentale di Omaha Beach e dare man forte ai commilitoni  che avevano avuto il compito di neutralizzare una batteria pesante posta sulla cima.( La batteria, come è noto, non si trovava- come era stato ritenuto- sulla cima, ma era stata spostata verso l’interno). Poiché le comunicazioni non funzionavano, i Rangers del secondo battaglione non ricevettero la comunicazione dell’avvenuta conquista della Point du Hoc. Ritenendo fallita la missione, si diressero verso la spiaggia dove era avvenuto lo sbarco principale. Il loro arrivo si rivelerà decisivo per la penetrazione verso l’interno.

[8]There are two kinds of people who are staying on this beach: those who are dead and those who are going to die. Now let’s get the hell out of here.”


Prosciutto e marmellata ( “Ham and Jam”)

04/03/2016

Operazione MUSH

 

Prologo

Il maggiore John Howard, Compagnia D, Secondo battaglione di fanteria leggera Oxfordshire and Buckinghamshire(“Ox and Bucks”), ripiegò accuratamente la propria uniforme di servizio e la ripose in un cassetto dell’armadio in camera da letto. Un modo come un altro per dire che, d’ora in poi, la sua unica uniforme sarebbe stata quella  da combattimento. Alla fine della licenza, al momento di tornare al battaglione, raccolse dal pavimento una scarpa del proprio figlioletto Terry e se la infilò in tasca come portafortuna. Poi tranquillizzò la moglie Joy : “ Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché in quel momento io avrò già finito il mio lavoro”.

Il colonnello Hans von Luck, comandante del 125.mo reggimento Panzer Grenadier  della 21.ma divisione di stanza nella zona di Caen, in Normandia, era un veterano. Aveva combattuto in Polonia, in Francia, sul fonte orientale e in Africa agli ordini di Rommel.
Era un tipo particolare, von Luck. Uno all’antica. Durante la sua permanenza in Africa, nel suo settore, alle cinque del pomeriggio le ostilità cessavano, gli inglesi prendevano  il tè, i tedeschi il caffè. Un giorno uno dei suoi si impadronì di un camion pieno di viveri. Von Luck guardò l’orologio e ordinò di restituirlo agli inglesi: il camion era stato catturato alle sei, un’ora dopo la tregua. I patti andavano rispettati, anche se, durante un raid( evidentemente prima delle cinque del pomeriggio), gli inglesi si erano impadroniti della sua motocicletta preferita.
Von Luck si aspettava l’invasione. Se l’era figurata molte volte da quando era in Francia. Era preparato. I suoi uomini erano preparati. Sapeva che cosa fare. Ma solo Hitler in persona poteva ordinare alla divisione di muoversi.
E questo von Luck non lo sapeva.

Thérèse e Georges Gondrée erano i proprietari del piccolo caffè vicino al ponte sul Canale di Caen. Thérèse era alsaziana di origine e conosceva il tedesco; per via dei suoi trascorsi alla Lloyd Bank di Parigi, Georges conosceva l’inglese. Entrambi lavoravano per la Resistenza. Fingendo di non capire, Thérèse ascoltava le conversazioni dei sottufficiali e dei soldati tedeschi e le riferiva al marito; Georges raccoglieva le informazioni e le inviava, tramite i suoi contatti, a Londra. Ai primi di giugno, i servizi inglesi ricevettero una sua comunicazione: riguardava l’esatta ubicazione del meccanismo per fare detonare le mine poste sotto le arcate del ponte sul Canale di Caen.

Il soldato semplice Vern Bonck aveva ventidue anni. Nato e cresciuto in Polonia, era stato arruolato nella Wehrmacht e spedito in Francia. Altri suoi connazionali lo avevano preceduto, altri lo avrebbero seguito. L’essere considerati truppe di seconda scelta si era rivelato una specie di terno al lotto: pochi rischi, vita relativamente tranquilla, buon vino, donnine allegre.
Quella sera Bonck, terminato il proprio turno di guardia al ponte del Canale di Caen , non andò a dormire, ma insieme a un commilitone, anch’egli polacco, decise di prendere servizio nel bordello della vicina cittadina di Bénouville. Quando Bonk e il suo compagno varcarono l’ingresso del bordello, mezzanotte era passata da poco.
Da cinque minuti era martedì 6 giugno.
6 giugno 1944.

Overlord

Da tempo gli Alleati pensavano all’apertura di un secondo fronte in Europa. Lo chiedeva con insistenza Stalin, lo esigeva la situazione sul terreno. Ma dove, come, quando aprirlo? Con quali forze? Da quale porta entrare in Germania? Dai Balcani, come sarebbe piaciuto a Churchill o dalla Francia, come voleva Marshall[1]?
Nell’aprile del 1942, Marshall in persona era volato a Londra per proporre l’apertura del secondo fronte in Francia per l’anno seguente. Ma a quel tempo Churchill aveva altre gatte da pelare. In Africa settentrionale Rommel sembrava inarrestabile e Suez concretamente minacciata. La perdita del canale avrebbe tagliato fuori la Gran Bretagna dal proprio impero e consentito ai tedeschi di impadronirsi delle risorse petrolifere della zona. Con grave disappunto di Marshall,  Churchill riuscì a convincere Roosevelt a dare la precedenza al Mediterraneo. Ma dopo El Alamein, Torch e Husky, la questione dell’apertura del secondo fronte in Europa non poteva più essere rimandata. Fedele alla propria idea, Churchill insisteva sull’Italia e sulla Sella di Lubiana; con altrettanta energia, Marshall proponeva la Francia. E questa volta fu lui a spuntarla.
Gli analisti militari del COSSAC (Chief Of Staff , Supreme Allied Command) sotto la guida del generale britannico  Frederick E. Morgan si misero al lavoro. Un lavoro non facile. C’era bisogno di almeno un porto, della copertura aerea, di un terreno relativamente solido, di maree favorevoli, di mezzi da sbarco in numero adeguato. Nella scelta del luogo dello sbarco si andò per esclusione: Brest in Bretagna era troppo lontana,  Calais troppo prevedibile perché troppo vicina e troppo rischiosa perché troppo difesa. Restava la Normandia. E qui, fra la penisola di Cotentin a ovest e l’estuario del fiume Orne a est,  fu individuato il luogo dello sbarco.
Lo sfortunato raid alleato a Dieppe (1942) aveva dimostrato l’impossibilità – o comunque, la grande difficoltà- di occupare con un attacco dal mare un porto ben difeso. Ma gli Alleati avevano bisogno di un approdo sicuro per mettere a terra, dopo la prima ondata, truppe e rifornimenti. Furono così predisposti due porti artificiali- chiamati in codice Mulberries, gelsi. Essi sarebbero stati assemblati pezzo per pezzo vicino alle coste normanne per ricevere, in attesa della conquista del porto naturale di Cherbourg,  i rifornimenti e gli uomini da sbarcare nei giorni successivi al consolidamento delle teste di ponte. Un linea di navi affondate e disposte poppa contro prua, ( in codice, Gooseberry, uva spina) avrebbe inoltre fornito riparo alle imbarcazioni più piccole, consentendo loro di caricare e di scaricare senza correre grossi rischi.
Alla prima fase dell’operazione ( lo sbarco, Operazione Nettuno) furono assegnate cinque divisioni ( originariamente ne erano state previste tre): due americane( Utah Beach e Omaha Beach,  una canadese( Juno Beach) e due britanniche( Gold e Sword) Fondamentali erano l’appoggio aereo e l’appoggio navale. I cieli erano dominio assoluto degli aerei alleati e tale superiorità doveva essere sfruttata al massimo.

Ponti e alianti.

Ancora in fase di progettazione, tuttavia, ci si accorse che i fianchi delle future teste di ponte erano scoperti. E vulnerabili. Soprattutto a est, nella spiaggia designata in codice come “ Sword”. Gli analisti militari del COSSAC”, sollecitati” da un Montgomery alquanto preoccupato, corsero ai ripari rafforzando il fianco occidentale dello schieramento con due divisioni di paracadutisti ( 82.ma e 101.ma aviotrasportate, americane) e quello orientale con una divisione britannica ( la Sesta aviotrasportata). Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere  gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco.
Ma, una volta a terra, i paracadutisti avrebbero dovuto essere riforniti nel giro di breve tempo. Era impensabile, infatti, poter affrontare le unità corazzate tedesche o tenere le posizioni contando sul solo armamento leggero. Dunque, erano necessari artiglieria e carri armati. E siccome artiglieria e carri armati non possono- di solito- essere paracadutati, ma, una volta sbarcati, devono raggiungere il fonte viaggiando su strada o su ferrovia, il controllo delle vie di comunicazione terrestri diventava vitale.

Nella zona di Sword la chiave di tutto erano i ponti sul Canale di Caen e sul fiume Orne vicini rispettivamente alle cittadine di Bénouville e di Ranville[2]. Se quei ponti fossero rimasti in mano tedesca -ragionavano gli analisti del COSSAC-  i paracadutisti della Sesta divisione, senza possibilità di ricevere rifornimenti, sarebbero stati isolati e facilmente sopraffatti. Il grosso delle forze tedesche, infatti, era concentrato a nord e a est della Senna in previsione di uno sbarco alleato nella zona del Pas de Calais. Una volta  resisi conto che quello in Normandia era lo sbarco principale e una volta neutralizzati i parà, i tedeschi avrebbero potuto servirsi dei ponti sull’Orne per contrattaccare in forze i britannici a Sword e, dopo Sword, estendere il contrattacco a tutte le altre spiagge.
Non poteva accadere, non doveva accadere. Perciò quei ponti dovevano essere occupati dagli Alleati e tenuti fino al completamento dei lanci e al consolidamento completo delle teste di ponte  a terra. L’azione doveva essere rapida e risolutiva; sorpresa e velocità di esecuzione erano essenziali. I paracadutisti non potevano garantirle. Era una questione di tempo, non di valore individuale. Anche nell’ipotesi – tutt’altro che scontata- di un lancio perfetto e da manuale, quanto tempo avrebbero impiegato per raggrupparsi, raccogliere l’equipaggiamento, organizzarsi e passare all’azione?
Le operazioni aviotrasportate erano maledettamente rischiose. Dopo la costosissima conquista di Creta ( 1941), Hitler, ad esempio, non aveva più voluto sentir parlare di impiegare i paracadutisti in operazioni autonome. Se non si potevano impiegare i parà, si sarebbe potuto comunque fare ricorso agli alianti d’assalto. Gli Horsa inglesi potevano portare direttamente sul luogo dell’azione una trentina di uomini ciascuno. Ma i piloti sarebbero riusciti ad atterrare indenni? E di notte, per giunta? E come dimenticare il mezzo disastro dell’operazione Fustian( Sicilia, 1943)? [3]
Gli interrogativi e le riserve non mancavano, dunque. Né potevano mancare. Ma c’erano anche esempi contrari. D’accordo, Fustian si era rivelata un fallimento, ma la presa del forte di Eben-Emael da parte dei tedeschi nel 1940 era stata un successo pieno. E che dire della conquista del ponte sul Canale di Corinto, in Grecia? Entrambe le operazioni erano state condotte da truppe d’assalto imbarcate su alianti. Che cosa aveva di diverso il ponte sul Canale di Caen da quello sul Canale di Corinto? Se c’erano riusciti i tedeschi, perché gli Alleati avrebbero dovuto fallire?
Si decise, pertanto, di correre il rischio e di impiegare gli alianti d’assalto per prendere i ponti. Il generale britannico Richard “Windy” Gale [4], comandante della Sesta divisione aviotrasportata preparò il piano e scelse gli uomini. La scelta cadde sulla Compagnia D, Secondo battaglione di fanteria leggera Oxfordshire e Buckingamshire ( Ox and Bucks). La Compagnia del maggiore John Howard.
Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché io , in quel momento, avrò già finito il mio lavoro.”

“Hold until relieved”

Il “lavoro” cominciò il 5 giugno nell’aeroporto di Tarrant Rushton, nel Dorset. Alle 22,56, sei bombardieri Halifax decollarono portandosi al traino altrettanti alianti Horsa . A bordo degli alianti c’erano 180 uomini: la Compagnia D, due plotoni della Compagnia B, trenta genieri e un medico, il capitano John Vaughan. E , naturalmente,  i piloti ( due per aliante).  Gli alianti 1,2 e 3 formavano il primo gruppo: obiettivo il Canale di Caen; gli alianti 4, 5 e 6 formavano il secondo gruppo ed erano diretti al ponte sull’Orne. I due gruppi volavano paralleli l’uno all’altro.[5] Il maggiore John Howard comandava l’intera operazione.
Aveva ordini precisi: prendere i ponti con un fulmineo colpo di mano, organizzare la difesa, tenere la posizione finché non fosse stato rilevato. “ Hold until relieved” aveva scritto il generale di Brigata Nigel Poett. E aveva aggiunto: prendere i ponti non dovrebbe essere un grosso problema. A patto che gli alianti atterrino esattamente nelle zone assegnate. Avrete dalla vostra l’effetto sorpresa, avrete di fronte truppe per la gran parte inesperte, poco motivate e di seconda scelta. Potreste, dovreste farcela. I problemi, quelli veri, cominceranno con il contrattacco tedesco.
Hold until relieved”. A bordo dell’aliante numero 1, Howard continuava a pensare alle parole del suo superiore. “ Hold until relieved”. Ce l’avrebbero fatta a prendere i ponti intatti e resistere fino all’arrivo dei rinforzi? A che distanza dai ponti sarebbero atterrati gli alianti? Ci sarebbe stata contraerea? I tedeschi avevano fatto in tempo a piantare i pali ( i famosi e famigerati “Asparagi di Rommel”) nella zona d’atterraggio?
Howard allontanò da sé questi pensieri. Stranamente non soffriva di mal d’aereo, come era successo in tutte le esercitazioni precedenti. Intorno a lui gli uomini, i suoi uomini, quegli uomini di cui era fiero e orgoglioso, i volti anneriti dal nerofumo, gli Sten ad armacollo, cantavano per esorcizzare la tensione. Si erano allenati duramente. Mesi di addestramento feroce, esercitazioni con munizioni vere li avevano induriti e resi capaci di prendere decisioni in una frazione di secondo. Avevano assaltato quei maledetti ponti, dieci, venti, trenta volte, di giorno e di notte, con la luna piena e nella completa oscurità urlando “ Baker! Baker! Baker! o Able! Able! Able! per identificarsi e per evitare il fuoco amico.  Ma le manovre sono una cosa, il combattimento un’altra. E Howard lo sapeva. Fin troppo bene.

Sette minuti dopo mezzanotte.

Ai comandi di “ Lady Irene”, l’aliante numero 1, il sergente maggiore Jim Wallwork vedeva brillare il riflesso argenteo della risacca sotto di sé. Più o meno nello stesso momento, il Brigadiere Nigel Poett a bordo di un Albemarle si avvicinava alla zona di lancio. Dietro di lui, altri  cinque Albemarle trasportavano i pathfinder , gli uomini incaricati di illuminare le Drop Zone per i paracadutisti della Quinta brigata e in particolare del Settimo battaglione del colonnello Richard Geoffrey Pine-Coffin[6], incaricato di rilevare Howard. Il colonnello von Luck udì il rumore degli Albemarle. Aveva l’orecchio allenato e non ci mise molto a capire: volavano bassi. Non pensò a un attacco di paracadutisti: probabilmente quegli aerei stavano effettuando un lancio di armi e rifornimenti per gli uomini della Resistenza francese, si disse. Mandò in giro qualche pattuglia.

Nel bordello di Benouville, il soldato Bonk e il suo camerata ordinarono una bottiglia di vino rosso e si appartarono con due ragazze. Il maggiore Hans Schmidt, responsabile della difesa dei ponti sul Canale di Caen e sull’Orne, era a Ranville in compagnia dell’amante; le guarnigioni non erano in stato di massima allerta; le cariche esplosive non si trovavano nelle camere di scoppio: Schmidt, temendo incidenti o colpi di mano da parte degli uomini della Resistenza, aveva fatto riporre le mine in un luogo sicuro . Thérèse e Georges Gondrée erano già a letto.

Arrivati in vista della costa, i piloti sganciarono i cavi di traino. Ci fu uno scossone iniziale, poi solo silenzio: gli Horsa e gli uomini del maggiore Howard erano soli.
Mezzanotte era passata da sette minuti. L’invasione era cominciata.

Pegasus Bridge simbolo paràIl tenente Herbert “Den” Brotheridge, comandante di plotone, aprì, non senza sforzo, la porta dell’aliante numero 1. Brotheridge era un ottimo ufficiale: intelligente, coraggioso, deciso. Gli piaceva il gioco del calcio, lo praticava e ci sapeva fare. Avrebbe potuto benissimo giocare fra i professionisti. Howard ne apprezzava le qualità di uomo e di soldato e l’aveva spinto prima a diventare ufficiale, poi l’aveva voluto al suo fianco sull’aliante numero 1. Margaret, sua moglie, aspettava un bambino: questione di giorni, forse di ore.
Il cielo era coperto da nuvole. Lady Irene viaggiava alla velocità di circa duecentocinquanta chilometri orari. Durante estenuanti esercitazioni, Wallwork e il co-pilota John Ainsworth avevano provato e riprovato la manovra: controlla la velocità, vira; controlla la velocità, vira di nuovo. E ora, nel cielo sopra Caen, Ainsworth, servendosi di un cronometro, dettava i tempi ( e lo stesso facevano i co-piloti degli altri alianti): contava ad alta voce i secondi e urlava a Wallwork quando virare.
Come giganteschi uccelli rapaci, silenziosi e invisibili, distanziati di un minuto l’uno dall’altro, gli Horsa scendevano nel buio verso la preda: duemila metri: vira; millecinquecento metri: vira, mille metri: vira. Wallwork non vedeva niente e confidava nell’esattezza dei calcoli del suo co-pilota. Poi la luna spuntò per un momento dalle nuvole e Wallwork fu finalmente in grado di distinguere, in lontananza, l’inconfondibile silouette del ponte e la zona d’atterraggio. Il Canale appariva come un sottile nastro argentato.
“ OK”, disse a se stesso, “Andiamo.”

Lady Irene toccò terra esattamente dove, secondo i calcoli di Ainsworth, doveva toccarla. Non un metro di più, non un metro di meno. Viaggiava alla velocità di centosessanta chilometri l’ora. Troppi per una zona d’atterraggio lunga sì e no quattrocento metri. Non c’erano “ asparagi”.
Wallwork gridò allora a Ainsworth di azionare il paracadute dell’aliante. Quella manovra non gli piaceva( a volte il paracadute non si apriva), ma non c’era altro da fare se si voleva evitare di finire lunghi e di andare a sbattere contro il terrapieno della strada posto alla fine di quei quattrocento, infiniti, metri. Il paracadute si gonfiò, il muso dell’Horsa si inclinò bruscamente verso il basso, le ruote finirono in mille pezzi, l’intero aliante rimbalzò una prima volta, toccò terra di nuovo e di nuovo rimbalzò finché, senza più paracadute, piombò a cento chilometri all’ora sui reticolati, arrestandosi a una quarantina di metri dal ponte.
Wallwork e Ainsworth non fecero in tempo a godersi “ la più grande prodezza aerea dell’intera guerra” come la definì il Maresciallo dell’Aria, sir Leigh- Mallory: furono sbalzati fuori dalla carlinga e finirono lunghi distesi sul terreno.  Persero conoscenza. Toccò  loro un altro onore: quello di essere i primi soldati alleati a mettere piede ( e qualche altra arte del corpo, in verità) sul suolo francese il giorno dell’invasione.
Le due sentinelle tedesche in servizio sul ponte udirono tutto quel fracasso, ma non ci fecero caso più di tanto. C’era stata e c’era un’intensa attività aerea nella zona. L’ennesimo rottame dell’ennesimo aereo abbattuto, pensarono. Dentro Lady Irene c’era silenzio. Gli uomini erano intontiti. Il maggiore Howard aveva battuto il capo contro la parte superiore della carlinga  e l’elmetto gli si era calato sugli occhi. Non vedeva niente.
Mezzanotte era passata da sedici minuti.

“Che cosa stiamo aspettando, signore?”

Neanche una decina di secondi dopo l’impatto- a molti sembrarono minuti- gli Ox and Bucks, riavutisi, uscirono armi in pugno da Lady Irene, chi dalla porta principale, chi dal retro e si diressero di corsa verso i propri obiettivi. Sapevano che cosa fare, l’avevano provato e riprovato decine di volte, non potevano sbagliare.
Nel frattempo, in rapida successione, gli alianti 2 e 3 atterrarono vicino a Lady Irene. Nell’impatto, un uomo del numero 3  perse la vita e il tenente David Wood fu sbalzato fuori dal numero 2, armi  personali e munizioni comprese. Ripresosi, raggruppò i suoi e li condusse verso le trincee posizionate  sul lato orientale della strada.
Anche il tenente “Sandy” Smith fu catapultato fuori dall’aliante numero 3. Finì in mezzo al fango( l’aliante era atterrato ai bordi di uno stagno) e perse il suo Sten. Quando si rialzò, un caporale del suo plotone gli si avvicinò e, con calma, disse:” Che cosa stiamo aspettando, signore?” Fu questione di un attimo: Smith si rialzò, afferrò uno Sten e si diresse di corsa verso il ponte.
Più o meno nello stesso momento, il brigadier generale Nigel Poett, lanciatosi dall’Albemarle,  toccava terra in un avvallamento a circa un paio di chilometri dai ponti. Nessuno atterrò vicino a lui: non un parà, non il prezioso operatore radio al quale Howard avrebbe dovuto comunicare, servendosi delle parole in codice Ham and Jam, prosciutto e marmellata, la notizia della conquista dei ponti. Il brigadiere era solo. Si guardò intorno sperando di vedere la torre campanaria di Ranville, la sua stella polare. La torre non si vedeva. Poi udì gli spari. Si incamminò nella loro direzione attraverso un campo di grano. Poco più avanti si imbatté in un soldato sbandato e insieme a lui proseguì il cammino.

Pegasus Bridge simbolo paràBrotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli Sten imbracciati all’altezza del petto,  pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca- poco più di un ragazzo- si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non le si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando :” Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra( furono questi i colpi uditi da Poett). Il razzo e una forte esplosione( gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser.  Brotheridge fu raggiunto da un proiettile e cadde a terra. Morì dopo pochi minuti senza riprendere conoscenza. Due settimane dopo, sua moglie Margaret diede alla luce una bambina.
Non ci fu resistenza organizzata: i tedeschi erano stati colti completamente di sorpresa. Trincee e bunker sulle rive del Canale furono “ ripuliti” con le bombe a mano: il ponte fu catturato in meno di dieci minuti. Non senza ulteriori costi, però. Il tenente David Wood fu ferito alla gamba sinistra; il tenente “Sandy” Smith fu raggiunto dalle schegge di una granata e riportò una grave ferita a un polso. In più aveva un ginocchio dolorante. Entrambi avevano bisogno di cure. E del dottor Vaughan.
Il dottor Vaughan viaggiava a bordo dell’aliante numero 3 e sedeva immediatamente dietro i piloti. Al momento dell’atterraggio fu sbalzato fuori dall’abitacolo. Rimase privo di conoscenza per un quarto d’ora. Quando si rimise in piedi, sembrò un po’ frastornato, tanto frastornato da dirigersi per ben due volte verso le posizioni tedesche. Tornato pienamente in sé, il dottor Vaughan cominciò a prendersi cura dei feriti. E non sbagliò più direzione.
Anche Wallwork e Ainsworth ripresero conoscenza. Il primo aveva la faccia completamente coperta di sangue a causa dei tagli riportati quando era stato sbalzato fuori da Lady Irene; il secondo era bloccato sotto l’aliante. Wallwork allora aiutò il proprio co-pilota a liberarsi e lo affidò alle cure di un infermiere. Quindi cominciò a scaricare l’aliante e a portare le munizioni in prima linea. [7]
Mentre sul ponte ancora si sparava, i genieri ne esploravano le arcate alla ricerca delle cariche esplosive: trovarono le camere di scoppio vuote. Fu un sollievo per Howard e un colpo di fortuna per gli Alleati.

Nel bordello di Bénouville, Vern Bonk e il suo camerata polacco udirono i primi spari. Afferrarono le armi, si precipitarono fuori e si diressero di corsa verso il ponte del Canale di Caen. A un certo punto si fermarono per riprendere fiato. Che fare? Proseguire? tornare indietro? I due non ci pensarono un momento: scaricarono i loro Schmeisser sparando in aria e tornarono  di gran carriera a Bénouville, dicendo di essersi ritirati per mancanza di munizioni dopo aver impegnato il nemico sul ponte del Canale.

Anche Georges Gondrée udì gli spari e volle andare a vedere che cosa stesse succedendo proprio sotto casa sua. Strisciando sul pavimento raggiunse una finestra. Aprì con grande cautela le imposte e fece per sporgersi . In quel preciso momento una raffica di Sten colpì le imposte appena sopra la sua testa. Georges Gondrée tornò indietro , raggiunse moglie e figlie e insieme a loro scese  nello scantinato.

Fox!Fox!Fox!

Venti minuti dopo mezzanotte, nella zona di Ranville, l’aliante numero 6 atterrò a circa trecento metri dal ponte sull’Orne; un minuto dopo, il numero 5  atterrò trecento metri più indietro. L’Horsa numero 4 con a bordo il capitano Brian Friday, secondo in comando, e il tenente Tony Hooper, comandante di plotone, sbagliò zona e finì a circa venti chilometri di distanza nei pressi di un ponte sul fiume Dives [8]. Ma Howard aveva addestrato i propri uomini ad agire autonomamente, affinché potessero far fronte a eventuali inconvenienti. Ogni plotone aveva sì un compito preciso, ma conosceva anche tutte le fasi dell’operazione e, durante l’addestramento, le aveva provate e riprovate decine di volte.
Il tenente Dennis Fox raggruppò quindi rapidamente i propri uomini usciti dall’aliante numero 6 e, senza aspettare ordini o Friday, si diresse di corsa verso il ponte. Una mitragliatrice tedesca aprì il fuoco e gli uomini si gettarono a terra. Il sergente Charles “Wagger” Thornton si fece avanti e la neutralizzò con un unico colpo di mortaio. Subito dopo l’esplosione, tutti gli uomini scattarono in avanti urlando e in  breve raggiunsero l’estremità opposta. Non incontrarono resistenza. Fox schierò i propri uomini in posizione di attesa.
Aveva appena finito di farlo, quando una ventina di uomini imboccò il ponte urlando “ Easy! Easy! Easy!”. Era il plotone del tenente “Todd” Sweeney. Dall’ estremità opposta arrivò la risposta: “ Fox! Fox! Fox!”. Gli uomini di Sweeney attraversarono il ponte senza sparare un solo colpo.
A mezzanotte e ventisei minuti, il caporale Ted Tappenden, operatore radio di Howard, ricevette la comunicazione tanto attesa: il ponte di Ranville era stato conquistato intatto. Ham and Jam.
Erano trascorsi dieci minuti dall’atterraggio dei primi Horsa.

Ham and bloody Jam

Alle 0,50 i parà della Quinta brigata cominciarono a prendere terra nella zona del fiume Dives e a est dei ponti difesi dagli Ox and Bucks.  Il maggiore Howard passò alla fase due e organizzò la difesa. Sapendo di essere protetto sul lato orientale dai parà, rafforzò il settore occidentale, dislocando meglio i plotoni e impiegando i genieri come forza di riserva. Finito di impartire gli ordini, Howard cominciò a soffiare in Morse nel suo fischietto: tre punti, una linea; tre punti, una linea( era la “V” di Victory) . I parà avevano bisogno di sapere dove dirigersi: con il suo fischietto Howard cercava di fornire loro un punto di riferimento. Ma ci sarebbe voluto tempo, molto tempo, prima che gli uomini di Pine-Coffin si raggruppassero, raccogliessero il materiale e arrivassero. E sicuramente i tedeschi avrebbero contrattaccato. Dalle parti di Le Port e di Bénouville, infatti, si udiva il rumore poco rassicurante e minaccioso di carri armati in movimento. Howard non era per niente tranquillo.
Accanto a lui, Tappenden continuava a ripetere alla radio: “ Ham and Jam”, “ Ham and Jam” . Inutilmente. Un paio di volte perse la pazienza ed esclamò: “Hello Dog four. Ham and Jam, Ham and bloody Jam. Where the hell are you?”, che, tradotto, suona, più o meno, in questo modo: “Pronto Dog quattro. Prosciutto e marmellata, prosciutto e quella stramaledetta marmellata. Dove cavolo siete?”

Il destinatario di quella sfilza di imprecazioni si trovava in quel momento nei pressi di Ranville. Il generale Poett, infatti, era uscito finalmente dal campo di grano in compagnia del soldato sbandato incontrato lungo il cammino e aveva raggiunto il ponte sull’Orne. Dopo aver conferito con il tenente Sweeny,  Poett raggiunse il ponte sul Canale. Qui incontrò Howard e fu messo al corrente della situazione.
Quando Poett arrivò al ponte di Bénouville, Tappenden si riappacificò con la marmellata.

Pegasus Bridge simbolo paràNel frattempo, il colonnello Pine-Coffin s’era perso. Sceso con il paracadute poco prima dell’una di notte, non sapeva dove si trovasse. Come già Poett prima di lui, non vedeva la torre della chiesa di Ranville e in più non riusciva a individuare la posizione sulle mappe. Aveva intorno a sé meno di cento uomini e non sapeva dove fosse finito il grosso del suo battaglione. Stava ancora cercando di raccogliere le idee, quando udì il fischietto di Howard. Che fare? Muovere quel pugno di uomini o aspettare di aver radunato tutti gli effettivi? Cento uomini erano sicuramente pochi, ma erano pur sempre meglio di niente e aspettare avrebbe significato solo perdere tempo.
Pine- Coffin non ci pensò due volte: ordinò ai suoi cento parà di dirigersi a passo sostenuto nella direzione da cui provenivano i segnali.

“Vi ricacceremo in mare”

Sui ponti conquistati era stato allestito un posto di medicazione. E lì, Con la pazienza di un santo, Il dottor Vaughan ascoltava quel ferito tedesco magnificare, in perfetto inglese, la razza superiore e il genio militare di Adolf Hitler. Per ora vi è andata bene, sbraitava il ferito. E vi è andata bene perché il nostro Fuehrer non è stato ancora informato della vostra stupida azione. Appena saprà che siete qui, reagirà di brutto e per voi saranno guai seri. In men che non si dica sarete ributtati in mare.
Quegli sproloqui infastidivano appena il dottore: il suo dovere di medico era quello di curare chiunque ne avesse bisogno. Anche i nazisti convinti. E Hans Schmidt aveva tutta l’aria di esserlo. Era stato ferito mentre in auto si stava recando a rotta di collo verso il ponte sull’Orne per rendersi conto di quanto stesse succedendo. Forse era un nazista, sicuramente era un nemico, ma era ferito e andava curato. Questo imponeva il giuramento di Ippocrate.
Schmidt era partito in fretta e furia da Ranville insieme all’amante e alla scorta. Lasciata la donna davanti alla sua abitazione, era arrivato a velocità folle sul ponte, sorprendendo le pattuglie di guardia. Non Sweeny, però. Una raffica di Sten aveva raggiunto la Mercedes  del maggiore facendola sbandare e mandandola ad arrestarsi violentemente contro la struttura del ponte. A bordo furono trovate calze da donna, biancheria intima e bottiglie di vino.
Vaughan praticò a Schmidt un’iniezione di morfina e cominciò a fasciargli le ferite. Dopo una decina di minuti, il maggiore smise di magnificare Hitler e la razza ariana e ringraziò il dottore per come lo stava curando.

Il contrattacco

All’una e trenta, due carri armati Panzer IV *** avanzarono nell’oscurità verso il ponte sul Canale. Venivano avanti con molta cautela, uno davanti, l’altro un po’ più indietro. Howard li udiva più che vederli e sudava freddo. Se i tedeschi avessero ripreso il ponte, avrebbero avuto il tempo di organizzare un perimetro difensivo e di bloccare i paracadutisti prima del loro arrivo. Poi sarebbero intervenuti i reparti corazzati e sarebbe stata la fine.
All’imboccatura del ponte , il sergente Thornton tremava come una foglia. Ma era pronto. Nessuno sparava, la tensione era alle stelle.

Subito dopo l’una di notte, il colonnello von Luck ricevette i primi rapporti sull’arrivo di paracadutisti nella sua zona. Mise immediatamente il reggimento in stato di allerta: di lì a poco- ne era sicuro- gli sarebbe stato impartito l’ordine di muoversi. I parà erano nel loro momento di massima vulnerabilità: avrebbero dovuto raggrupparsi, recuperare l’armamento pesante, organizzarsi. Era quello il momento per intervenire. L’attesa avrebbe soltanto favorito il nemico. I paracadutisti si sarebbero raggruppati, avrebbero raggiunto i ponti, avrebbero organizzato le difese e, con la luce del giorno, avrebbero potuto contare sull’aviazione e sul fuoco dei cannoni navali. Von Luck fremeva: non si doveva aspettare, bisognava contrattaccare immediatamente.
Ma l’ordine di muoversi non arrivava.

Sul ponte di Caen, frattanto, appostato nell’ oscurità, invisibile agli equipaggi dei panzer, il sergente Thornton brandiva un fucile anticarro PIAT, l’unico ancora funzionante. Gli altri erano stati danneggiati durante l’atterraggio. Il PIAT era un’arma macchinosa e pesante, efficace solo a breve distanza. Ma Thornton non poteva, non doveva sbagliare. Se il colpo fosse andato a vuoto, niente e nessuno avrebbe potuto fermare i carri.
Il panzer di testa avanzava lentamente, il cannone minacciosamente proteso in avanti. Trenta metri, venticinque metri…
Thornton tirò il grilletto.

Il colonnello Pine- Coffin vide accendersi la notte davanti a lui. In lontananza, lunghe lingue di fuoco si alzarono verso il cielo. A qualche miglio di distanza, all’imboccatura del ponte di Caen, il panzer di testa bruciava, le munizioni e le bombe a bordo esplodevano, mettendo in scena una specie di spettacolo pirotecnico. Il colpo di Thornton era andato a segno. L’altro carro si era ritirato. Arrivato a Bénouville, il comandante del panzer aveva riferito ai suoi superiori che nella zona del ponte c’erano almeno sei cannoni anticarro. I comandanti avevano allora preferito aspettare l’alba per riprovarci. Non ci sarebbero stati ulteriori attacchi, quella notte.
Pine- Coffin adesso sapeva dove dirigersi. Avanzò con i suoi cento uomini quasi a passo di corsa verso quelle lingue di fuoco. Il resto del reggimento, sparpagliato nei dintorni, fece lo stesso.

Dormire, dolce dormire.

Verso le tre di notte, il tenente Fox e il sergente Thornton ispezionarono i bunker sulle rive del Canale. In uno di essi trovarono tre soldati tedeschi addormentati. Inspiegabilmente non si erano accorti di alcunché. Fox si avvicinò a uno di essi, gli puntò la luce della sua torcia elettrica in faccia e gli intimò di alzarsi. Il tedesco, insonnolito, alzò appena le palpebre, gettò un’occhiata a Fox, alla sua strana uniforme, al suo volto annerito dal nerofumo, alla sua arma altrettanto strana e pensò a uno scherzo da parte dei commilitoni. Senza tanti complimenti lo mandò  a quel paese e riprese a dormire.
Il sergente Thornton cominciò a ridere così forte che gli vennero le lacrime agli occhi.

Mentre il sergente Thornton si sbellicava dalle risa, il colonnello von Luck aveva riunito il suo reggimento ed era pronto. I motori dei carri erano accesi, mancava solo l’ordine di muoversi. Ma quell’ordine poteva impartirlo solo Hitler in persona. Solo lui poteva muovere le divisioni corazzate. Non von Rundstedt, non Rommel, non von Salmuth. E tanto meno von Luck. E Hitler, in quel momento stava dormendo. Svegliarlo? E perché? Sì certo, c’erano stati lanci di paracadutisti in Normandia, ma chi garantiva che quello fosse l’attacco principale e non una manovra diversiva? No, non valeva la pena di svegliare il Fuehrer.
E intanto, mentre Hitler dormiva, mentre i motori dei carri di von Luck continuavano a girare a vuoto, i paracadutisti del generale Gale prendevano posizione intorno ai ponti di Bénouville e di Ranville. Con loro c’era anche il capitano Richard Todd, Settimo battaglione aviotrasportato.
Diciotto anni più tardi avrebbe interpretato il ruolo del maggiore John Howard nel film Il giorno più lungo.

Epilogo.

Cominciava ad albeggiare e von Luck era ancora fermo accanto ai suoi carri con il motore acceso. Mentre dentro di sé imprecava e malediceva la stupidità degli alti papaveri, vide avanzare alcuni suoi uomini. Avevano catturato due segnalatori alleati atterrati nella zona di Ranville e recuperato una motocicletta dall’interno di un aliante abbandonato. Von Luck degnò appena di uno sguardo i prigionieri: tutta la sua attenzione era concentrata sulla motocicletta. Gli sembrava familiare. Guardò meglio e non ebbe più dubbi: era proprio la sua motocicletta perduta in Africa. Uno strano destino gliela riconsegnava, a distanza di tempo, sulle coste normanne.
Ma l’ordine di contrattaccare non era ancora arrivato.

Georges Gondrèe sentì bussare alla porta. Con infinita cautela andò ad aprire. Si trovò davanti due soldati dalle strane uniformi, la faccia annerita, l’aspetto minaccioso. Uno di due gli chiese, in francese, se ci fossero tedeschi all’interno della sua abitazione. Georges non sapeva che fare, non sapeva se fidarsi o no. Chi erano quei soldati? Da dove venivano? Erano forse tedeschi camuffati mandati lì a verificare se collaborava o no con la Resistenza? Era un trappola per smascherarlo? Decise di fare lo gnorri.
A gesti, intercalando qualche parola di francese, fece capire che no, non c’erano tedeschi. I due soldati entrarono, gli Sten spianati. Georges presentò Thérèse e le figlie. I due soldati si scambiarono un’occhiata. Poi uno dei due si rivolse all’altro, in perfetto cockney, dicendo che tutto gli sembrava a posto.
Georges Gondrée allora capì. Non si trattava di un tranello o di un’astuta messinscena: quei soldati erano soldati inglesi. Pianse di gioia. Per festeggiare, resuscitò un centinaio di bottiglie sepolte all’arrivo dei tedeschi, 1450 giorni prima. Anche l’astemio Howard si arrese allo champagne.
Thérèse Gondrée baciava tutti i soldati che incontrava e non la smetteva più. Ben presto la sua faccia diventò nera. Per due giorni Thérèse non si lavò: voleva fare sapere a tutti che lei era stata la prima donna francese a incontrare i soldati alleati  il giorno dell’invasione.

Verso l’una del pomeriggio del 6 giugno, il maggiore Howard udì il suono di una cornamusa provenire dalla direzione di Bénouville. Era quella di Bill Millin: annunciava l’arrivo dei berretti verdi di Lord Lovat e dei 177 commando francesi del comandante Philippe Kieffer.
Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché io , in quel momento, avrò già finito il mio lavoro.”

 

Quel che successe dopo.

Il maggiore John Howard

Il maggiore John Howard

Il 13 novembre 1944, per un tragico e beffardo gioco del destino, il maggiore John Howard fu vittima di un incidente stradale. Nell’incidente riportò gravi lesioni. Al termine del conflitto avrebbe voluto essere confermato in servizio permanente effettivo, ma fu giudicato fisicamente inidoneo e la sua richiesta fu respinta. Trovò lavoro presso il Ministero dell’Agricoltura.
Fino al giorno della sua scomparsa avvenuta nel 1999, ogni anno, immancabilmente, il maggiore Howard tornava in Francia sui luoghi della sua incredibile impresa. Il governo francese lo ha insignito di un’alta onorificenza e recentemente è stato emesso un francobollo con la sua effigie per ricordare gli avvenimenti di quei giorni. La via principale del Pegasus Memorial a Ranville, in Francia, porta il suo nome.

Modello - a grandezza naturale-di un aliante Horsa al Pegasus Memorial

Modello – a grandezza naturale-di un aliante Horsa al Pegasus Memorial

Il ponte sul Canale di Caen, ribattezzato “Ponte Pegaso”, “ Pegasus Bridge( Il cavallo alato Pegaso, con in arcione il mitico guerriero Bellerofonte, era il simbolo delle forze aviotrasportate britanniche) è stato sostituito nel 1994 da una nuova struttura, in grado di reggere il traffico moderno. Il vecchio ponte fu acquistato per la cifra simbolica di un franco francese da alcuni reduci dello sbarco del ’44. Per sette anni- mancavano i fondi per restaurarlo- rimase ad arrugginire accanto al suo fratello più giovane. Alla fine i fondi furono trovati e oggi il ponte, quel ponte, rimesso completamente  a nuovo e tirato a lucido, fa bella mostra di sé nel Pegasus Memorial. Accanto al ponte si possono ammirare un modello in scala originale di un aliante Horsa e il busto di bronzo dedicato al maggiore Howard.

Il Caffè Gondrée, oggi.

Il Caffè Gondrée, oggi.

Ogni anno, fin che ha gestito il caffè, Thérèse Gondrée ha sempre offerto champagne ai reduci della Sesta divisione aviotrasportata e ai berretti verdi di Kieffer arrivati con lord Lovat. Dal giugno del 1987, il Caffè Gondrée è monumento nazionale. Oggi è gestito da una figlia di Georges e Thérèse, Arlette.

 

Il colonnello Hans von Luck

Il colonnello Hans von Luck

Nel 1991, il colonnello “Todd” Sweeney si incontrò con il colonnello Hans von Luck a Ranville, in Normandia. Insieme- i due, dopo la guerra, avevano avuto modo di conoscersi personalmente e di stimarsi- visitarono il  locale cimitero con le sue 2.562 tombe di cui 322 di soldati tedeschi. Sweeney e von Luck sostarono in raccoglimento nei rispettivi settori, entrambi commossi e profondamente turbati. Nel silenzio del sacrario, mentre rendeva onore ai compagni caduti, Sweeney pensò alla guerra e al suo significato. D’accordo, allora non c’era alternativa, disse a se stesso. Ma davvero la guerra è necessaria? O non è piuttosto il modo sbagliato di sistemare le cose.
All’altra estremità del cimitero, probabilmente von Luck la stava pensando allo stesso modo.

 

Questa succinta rievocazione dei momenti salienti della conquista dei ponti sul Canale di Caen e sul fiume Orne il 6 giugno 1944, si basa sul libro di Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge , al quale si rimanda.
***Nella versione di Antony Beevor ( D-Day , la battaglia che salvò l’Europa), gli uomini di Howard non furono attaccati da due panzer, ma da due semicingolati carichi di truppe. In quell’occasione, sempre secondo Beevor, dopo il colpo andato a segno di Thornton, furono fatti numerosi prigionieri, compreso il maggiore Schmidt, catturato invece -secondo Ambrose e come abbiamo visto- in tutt’altra circostanza.

 

Da leggere:

Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge , Simon & Schuster, 1988

Stephen E. Ambrose, D-Day. Storia dello sbarco in Normandia, BUR, 2004

Antony Beevor, D-Day, la battaglia che salvò l’Europa, Rizzoli, 2010

Will Fowler, Pegasus Bridge, Bénouville D-Day 1944, Osprey 2010

Cornelius Ryan , Il giorno più lungo, BUR, 2003

Da vedere:

Il giorno più lungo, prodotto da Darryl F. Zanuck, 1962

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[1] George C. Marshall, generale, capo di stato maggiore dell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo nome è legato anche  al piano per la ricostruzione dell’Europa post-bellica, noto appunto come Piano Marshall.

[2] Il Canale di Caen congiungeva il capoluogo del Calvados con la cittadina di Ouistreham sulla Manica. Nel 1944, il ponte sul Canale si presentava come un ponte basculante in acciaio lungo cinquantasei metri e largo quattro. All’imboccatura del ponte, sulla riva orientale, si trovavano una casamatta, un cannone anticarro e, più a nord lungo la riva, una seconda mitragliatrice. Sulla riva occidentale, dove, sul lato sud della strada che portava a Benouville,  si trovava il locale dei Gondrèe, erano posizionate altre due mitragliatrici.  Su entrambe le rive del Canale erano state scavate trincee e  bunker. Reticolati mobili erano stati collocati sulla riva orientale. Al di là del ponte, la strada che lo attraversava si congiungeva perpendicolarmente con quella che portava alle località di Le Port(a nord) e di Bénouvile ( a sud). Incontrandosi, le due strade formavano una specie di “T”.
Il ponte sull’Orne- un ponte girevole- era stato disegnato dal famoso ingegnere Gustav Eiffel, lo stesso dell’arcinota torre simbolo di Parigi. Era in acciaio e lungo un centinaio di metri. Era meno difeso di quello sul Canale.
I due corsi d’acqua correvano paralleli fino a Ouistreham. I due ponti distavano circa cinquecento metri l’uno dall’altro.
Grazie alle informazioni inviate dagli uomini della Resistenza francese, gli Alleati sapevano tutto dei due ponti: struttura, difese, consistenza delle truppe ecc. Di conseguenza, l’operazione era stata preparata fin nei minimi particolari.

[3] Proprio perché rischioso, questo genere di operazioni faceva discutere. Secondo Marshall, ad esempio, occorreva tenere unite le forze aviotrasportate e non disperderle e, per quanto riguardava lo sbarco in Normandia, lanciarle a sorpresa nella zona di Evreux a circa 130 km a est di Caen per prendere tanto il controllo delle rive della Senna quanto quello delle strade per Parigi.
Eisenhower citava Anzio per sostenere il contrario. A Anzio avevamo artiglieria e carri armati , argomentava, eppure siamo stati bloccati per mesi. E aggiungeva: i tedeschi sono maestri nel contrattaccare e una forza isolata, poco mobile e priva di armamento pesante, può essere facilmente neutralizzata. Per questo motivo, secondo lui, operare nei dintorni di Evreux significava sacrificare inutilmente ottimi soldati, mentre operare sui fianchi dello sbarco avrebbe potuto essere più utile e più efficace tatticamente.
Eisenhower non cambiò idea e Marshall non tornò più sull’argomento. (Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge, Simon & Schuster, 1988, pag 10)

[4] In inglese “ gale” significa “tempesta”, “ vento forte”. Di qui il soprannome ( “Windy”= ventoso) dato al generale Richard Gale.

[5] Questi gli ufficiali comandanti di plotone: aliante n.1: tenente Den Brotheridge; aliante n. 2: tenente David Wood; aliante n.3: tenente “Sandy” Smith; aliante n.4 : capitano Brian Friday ( secondo in comando) e tenente Tony Hooper; aliante n. 6 : tenente Dennis Fox; aliante n. 5: tenente Tod Sweeney.

[6] I soldati di Howard scherzavano- facendo anche ampi scongiuri- sul fatto di dover essere rilevati dal Settimo battaglione del colonnello Pine-Coffin. Pine Coffin, infatti, significa letteralmente “ Bara di pino”

[7] Per ordine esplicito del generale Montgomery, i piloti degli alianti, durante quell’operazione, non dovevano essere impegnati in combattimento: le loro competenze erano troppo preziose perché fossero inutilmente sprecate. Per questo motivo a Wallwork fu affidato il compito di trasportare le munizioni.

[8] I cinque ponti sul Dives, in una zona allagata artificialmente, dovevano essere distrutti, per impedire ai tedeschi di servirsene per eventuali contrattacchi. Il compito di distruggerli era stato affidato ai paracadutisti  del generale Gale.

 

Sotto il titolo: Albert Richards( 1919-1945): Exercise MUSH( Aprile-maggio 1944), Londra, Imperial War Museum

In maggio, gli uomini di Howard eseguirono un’esercitazione denominata Exercise MUSH, una specie di prova generale dell’attacco ai ponti sul Canale di Caen e sull’Orne. Furono scelti due ponti in Inghilterra molto simili a quelli da attaccare in Francia e  gli Ox and Bucks furono trasportati con autocarri militari sul luogo prescelto. Erano presenti alcuni giudici o arbitri ( umpires) , il cui compito era quello di valutare i risultati dell’esercitazione.
Una volta ricevuto il segnale di inizio della manovra, gli Ox and Bucks si avvicinarono ai ponti, li assaltarono e apparentemente riuscirono a impadronirsene. Uno degli arbitri, tuttavia, fu di diverso parere. Secondo lui, gli uomini di Howard erano arrivati tardi su uno dei ponti e non erano riusciti a impedire che fosse fatto saltare in aria. Ci furono vibrate proteste, ma l’arbitro non cambiò idea.
Quando, venti minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno 1944, il tenente “Todd” Sweeney raggiunse il tenente Fox sul ponte di Ranville , per prima cosa gli chiese come stessero andando le cose.  Fox rispose che  tutto stava andando nel migliore dei modi. E aggiunse, con chiaro- e ironico- riferimento a MUSH: “But where the hell are the umpires?”, ma dove cavolo sono gli arbitri?

 

La cartina con i particolari dell’operazione ( le difese dei ponti, le zone di atterraggio degli alianti, ecc.) è consultabile QUI

 images[6]Cliccando sull’immagine del Pdf, è possibile accedere alla traduzione in  inglese del post. Attenzione, però. Si tratta di una traduzione automatica. Il risultato, pertanto, non è garantito.

“Il canarino di Hitler”

20/04/2015

Salvataggio ebrei danesi

 

Prologo

Copenhagen, Danimarca, autunno del 1943. Nella sartoria di Nathan Goldman entra un uomo. Ha bisogno di un vestito nuovo. Ai tedeschi  è vietato avere rapporti amichevoli con gli ebrei. E allora perché quell’uomo, quel tedesco, è venuto da lui? Le mani  di Nathan sudano e tremano mentre prende le misure.
Qualche giorno dopo, l’uomo torna per ritirare l’abito. Prima di andarsene, si avvicina a Nathan e al suo lavorante e dice loro: “ Si sta preparando un ­’azione contro gli ebrei. Fuggite finché siete in tempo.”
Quell’uomo è  il dottor Werner Best, plenipotenziario tedesco in Danimarca.[1]

Il “protettorato perfetto”

Le truppe tedesche entrarono in Danimarca il 9 aprile 1940, all’alba. Le disposizioni erano quelle di adottare un atteggiamento “ amichevole”. Ci furono alcune scaramucce iniziali, poi su ordine del re, ogni resistenza cessò. A sera la Danimarca era un paese occupato.
I tedeschi non calcarono la mano. Lasciarono sul trono il re, in carica il governo; concessero alla Danimarca di mantenere il proprio ordinamento, la propria polizia, il proprio esercito, la propria neutralità; trasformarono l’occupazione in “ cooperazione”.
Perché? Perché , secondo i canoni razziali nazisti,  i danesi erano “ ariani”? Perché non avevano opposto resistenza? Perché la Germania aveva bisogno dei prodotti dell’agricoltura danese e dell’aeroporto di Aalborg? Perché  la rotta scandinava del ferro doveva essere protetta   restare a prova di attacco alleato? Perché la Danimarca doveva servire da via di transito delle truppe tedesche verso la strategica Norvegia? Perché questa via di transito non doveva essere minacciata da attacchi della resistenza come sarebbe accaduto in un Paese occupato?
Per tutti questi motivi, certo. Ma anche per un altro motivo: i nazisti volevano fare della Danimarca il “protettorato perfetto”, esibire la prova provata di come sarebbe stata amministrata l’Europa – almeno quella “ariana”, purificata dal giudaismo- dopo la conclusione vittoriosa della guerra.  Per Berlino, insomma, la Danimarca più che un paese occupato era una scommessa politica. Da vincere a tutti i costi.

I danesi fecero buon viso a cattivo gioco. La “ cooperazione” li poneva al riparo da rappresaglie e dalle conseguenze di una dura occupazione anche se li metteva in cattiva luce presso gli Alleati( Churchill, impietosamente, definì la Danimarca “il canarino di Hitler”, Hitler’s tame canary). Consapevoli di essere vasi di coccio fra vasi di ferro,  si mossero con prudenza e scesero a più di un compromesso: arrestarono numerosi comunisti[2], aderirono al patto anti Comintern, riservarono alla Germania i prodotti della propria agricoltura. Ma non rinunciarono alle proprie idee, ai propri principi in fatto di giustizia, alle proprie convinzioni morali. Pretesero e ottennero di amministrare autonomamente gli affari interni. Posero condizioni precise: niente pena di morte, niente leggi razziali, stretta neutralità. L’ambasciatore a Washington, Henrik Kauffmann si spinse oltre: rappresento “ la Danimarca indipendente”, dichiarò.
Con i nazisti non entrarono mai in sintonia. Esclusero fin da subito – e il re Cristiano X fu il primo a farlo- l’esistenza in Danimarca di una “questione ebraica”. Dal canto loro i tedeschi, almeno fino al 1943, si guardarono bene dall’insistere su questo argomento. A differenza dei loro correligionari in altri paesi occupati dai nazisti, gli ebrei danesi – circa ottomila, perfettamente integrati nella società- non furono identificati, espulsi dall’insegnamento o dall’amministrazione statale né dovettero mai portare la stella gialla o subire limitazioni di movimento. Le loro proprietà non furono toccate. Era il prezzo da pagare se si voleva che la tanto sbandierata cooperazione funzionasse.

Ma le basi sulle quali si reggeva erano deboli. I danesi la subivano, più che parteciparvi con convinzione. Esibivano distintivi allusivi e provocatori con i colori nazionali( il bianco e il rosso)[3], distinguevano – e sempre distinsero-  chiaramente fra un “noi”( l’intera nazione con i suoi valori e i suoi ideali) e un “loro”( i nazisti), fra lo stato di diritto e il diritto del più forte. E anche se, contrariamente alla leggenda, Cristiano di Danimarca non esibì mai durante la sua quotidiana passeggiata a cavallo per le vie di Copenhagen un bracciale con la stella di Davide, perché, come si è detto, gli ebrei danesi non furono mai obbligati a portare la stella gialla,  era disposto a farlo se l’obbligo fosse stato introdotto. Quando nel settembre del ‘42 Hitler gli scrisse una lunga lettera di auguri in occasione del suo settantesimo compleanno, il re rispose: “ Spreche Meinen besten Dank aus”, qualcosa come “I miei più sentiti ringraziamenti”.
La brevità e il tono formale di quella risposta  fecero infuriare Hitler, già agitato per il comportamento poco collaborativo dei danesi. Offeso e risentito reagì immediatamente. Il moderato Cecil von Rentke-Fink, plenipotenziario tedesco in Danimarca, fu richiamato a Berlino e sostituito con il “ duro” Werner Best; il comandante della Wehrmacht , generale Erich Luedke,  fece le valigie per lasciare il posto al pari grado Hermann von Hanneken; il primo ministro Wilhelm Buhl, socialdemocratico, si dimise o fu “dimesso” e al suo posto fu chiamato il liberale Erik Scavenius, considerato più vicino alla Germania.

Nel 1943 la situazione si aggravò. Le sconfitte tedesche a Stalingrado e in Africa settentrionale  contribuirono a diffondere la convinzione che la Germania stesse perdendo la guerra. In Danimarca si intensificarono scioperi e sabotaggi. Berlino reagì  inviando un ultimatum al governo danese. Esigeva l’introduzione della legge marziale, del coprifuoco, l’istituzione di tribunali speciali e il ripristino della pena di morte. L’ultimatum fu respinto, il governo si dimise, fu istituita la legge marziale, i soldati e i marinai danesi furono internati, i segretari dei ministeri assunsero la funzione di ministri permanenti. Tribunali e forze di polizia danesi, tuttavia, continuarono a funzionare e a operare regolarmente.
Erano gli ultimi giorni di agosto: la “cooperazione” finiva e la “questione ebraica” cominciava.

Rosh Hashanah

La retata sarebbe dovuta iniziare nella notte fra il 1° e il 2 ottobre, vigilia di Rosh Hashanah, il capodanno religioso ebraico. Le forze tedesche di polizia già presenti in Danimarca furono portate a 1.800 uomini( di cui 300 agli ordini del colonnello delle SS, Standartenfueher  dott. Rudolf Mildred  ) e il piano fu preparato fin nei minimi particolari.
Fu un fiasco clamoroso. Poco più di trecento ebrei – in massima parte anziani- furono rastrellati, caricati sulle navi e deportati a Theresienstadt. Più di settemila ebrei danesi lasciarono per tempo le proprie abitazioni , trovarono rifugio presso famiglie non ebree, nei boschi, in case isolate, negli ospedali, nelle chiese, nei conventi e, sostenuti dalla solidarietà di un intero Paese, raggiunsero via mare, nei giorni e nelle settimane successivi, la neutrale Svezia. Alcuni – compresi numerosi bambini- rimasero in Danimarca e vissero nascosti o ospiti di famiglie non ebree fino alla fine della guerra.  In novembre, quando l’azione nei confronti degli ebrei danesi ebbe termine, quattrocentottantaquattro (484) persone – su circa ottomila-  erano state arrestate. Cinquantatré internati morirono in prigionia; tutti gli altri- grazie all’interessamento e alle pressioni del governo danese che mai li abbandonò- ritornarono sani e salvi in Danimarca al termine del conflitto.

“So quello che devo fare”

Come e perché fu possibile tutto questo? Il “come” è noto. Alla metà di settembre, un funzionario dell’ambasciata tedesca a Copenhagen, Georg  Ferdinand Duckwitz , delegato per gli Affari Marittimi , fu informato dal plenipotenziario tedesco, dottor Werner Best , che si stava preparando il rastrellamento degli ebrei. Per Duckwitz- iscritto al partito nazista, ma da tempo critico nei confronti del regime-  si trattava di una decisione insensata. Sul piano umano, certo: ma anche sul piano politico. La decisione di procedere contro gli ebrei danesi avrebbe segnato la fine del “protettorato perfetto”, avrebbe fatto probabilmente fallire gli imminenti colloqui bilaterali in materia di scambi commerciali, avrebbe scatenato un’ondata di scioperi e di disordini in Danimarca. Cercò allora di mettersi in contatto con Berlino per fare presente tutto questo, ma inutilmente.
Il 28 settembre Duckwitz scrisse sul proprio diario: “ Ora so che cosa devo fare” e avvisò Hans Hedtoft, giovane leader socialdemocratico danese, della decisione di rastrellare gli ebrei. Hedtoft , a sua volta, comunicò la notizia al presidente della comunità ebraica danese, Carl Bertel Henriques. Sulle prime non fu creduto. Sono voci diffuse ad arte dai tedeschi  per ottenere un governo filonazista in Danimarca, gli fu risposto. Ma con il passare delle ore i dubbi si fecero certezza e alla fine gli ebrei  furono avvisati, nelle sinagoghe e tramite il passaparola,  dell’imminente pericolo. Bisognava fuggire al più presto.
Ma lasciare la propria città, il proprio Paese nel giro di pochi giorni se non proprio di poche ore, non era affatto semplice. Ci volevano soldi, contatti, rifugi sicuri, piani di fuga. Bisognava decidere che cosa portare con sé e che cosa lasciare, chiudere gli appartamenti, prelevare danaro dai conti correnti, abbandonare il lavoro, i colleghi, le abitudini di sempre.  E, per di più, con il rimorso- molto sentito-  di stare compiendo qualcosa di illegale.

Chi partì subito lo fece in modo del tutto improvvisato ed estemporaneo[4]. La meta erano i porti e le coste danesi prospicienti l’ Øresund, lo stretto braccio di mare oltre il quale c’erano la neutrale Svezia e la salvezza. Ogni mezzo era buono per raggiungerli; auto a noleggio, autobus, treni. Una volta arrivati, i fuggiaschi erano costretti ad attendere, spesso per lungo tempo, in rifugi poco sicuri, un pescatore disposto a correre il rischio di traghettarli  in Svezia. Poi, a poco a poco, la situazione migliorò. L’intero Paese si mobilitò; i vescovi presero posizione a favore degli ebrei[5]; i segretari permanenti, il re, l’università, la Corte Suprema fecero sentire la propria voce; il governo svedese affermò pubblicamente di essere pronto ad accogliere i profughi; i pescatori offrirono le proprie imbarcazioni; le informazioni cominciarono a circolare in modo corretto ed efficace; l’organizzazione fu perfezionata e il salvataggio portato a compimento. La polizia e la guardia costiera danesi non intervennero. O, quando lo fecero, fu per aiutare chi fuggiva.

E i tedeschi? Von Hanneken non smaniò certo per appoggiare l’iniziativa: la Wehrmacht,  dichiarò,  ha compiti militari, non di polizia. I profughi viaggiarono spesso in treno e in pieno giorno alla volta dell’Øresund. E sui treni non era raro trovare soldati tedeschi. Ma a nessuno furono chiesti i documenti o i motivi del viaggio. Tedeschi e danesi, semplicemente, si ignorarono.
Le maglie della rete erano larghe, ma qualche volta i posti di blocco non si potevano evitare. Un giorno un sergente tedesco fermò un camion coperto, sollevò il telone e vi scoprì all’interno, come disse, rivolgendosi ridendo ai propri uomini “ Abramo, Giacobbe e Isacco tutti in una volta”. Pronunciate queste parole, riabbassò il telone e fece cenno all’autista di proseguire. E in modo analogo si comportarono altri soldati quando, a un posto di blocco, fermarono un altro camion carico di fuggiaschi. Lo studente[6] alla guida implorò: “ Comportatevi con umanità. Abbiamo dei bambini a bordo.” Dopo aver visto i volti spaventati di quei bambini, il capo pattuglia fece cenno allo studente di proseguire.[7] E che dire di quegli otto infagottati bambini in cammino per le vie di Copenhagen diretti verso il luogo di imbarco? Per raggiungerlo, sarebbero dovuti passare davanti a un gruppo di soldati tedeschi. Non furono degnati di uno sguardo. Uno di quei bambini affermerà, anni dopo: “A volte penso che non vollero vederci.”

Non sempre andò così, sia chiaro. Nel distretto di Elsinore (Helsingør), ad esempio, truppe regolari presero parte all’arresto degli ebrei, donne e bambini inclusi. In Elsinore era attivo un funzionario particolarmente zelante, poco disposto a chiudere un occhio. Nella notte fra il 6 e il 7 ottobre 1943, Hans Juhl( era questo il nome del funzionario in questione, un sergente maggiore delle SS), soprannominato Gestapo-Juhl, fece irruzione nella chiesa della cittadina portuale di Gilleleje dove 85 ebrei si erano nascosti in attesa di un passaggio per la Svezia. Con l’aiuto  di soldati della Wehrmacht, Juhl li arrestò tutti e li avviò alla deportazione. E questo non fu l’unico episodio in cui lo SS-Hauptscharführer si “ distinse”. Tuttavia, Elsinore, per quanto riguarda l’intervento della Wehrmacht,  rimase un’eccezione, non la regola.

Anche la marina tedesca in Danimarca sembrò tirarsi fuori. Proprio nell’imminenza dell’azione contro gli ebrei, affidò l’azione di pattugliamento in mare alla guardia costiera danese e riassegnò le proprie unità e i propri equipaggi a compiti di sminamento. Inoltre, alcune imbarcazioni militari furono mandate in bacino di carenaggio per “ riparazioni”. I tedeschi non si fidavano dei danesi. Sapevano che durante il servizio erano abituati a chiudere più di un occhio. Eppure assegnarono loro compiti di sorveglianza e di pattugliamento in mare proprio alla vigilia del momento scelto per il rastrellamento degli ebrei.  Forse anche in questa decisione ci fu lo zampino di Duckwitz. Sia come sia,  la guardia costiera danese non intervenne. In molti casi, addirittura, fornì aiuto ai fuggiaschi. Il “non intervento” della guardia costiera- sia dei funzionari nei porti, sia dei comandanti  in mare aperto-  fu uno dei fattori decisivi per il successo dell’operazione.

Il muro umano

La Svezia giocò un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei danesi. I Paesi neutrali, in quei giorni, tendevano a chiudere le frontiere non ad aprirle. Anche la Danimarca – abbastanza autonoma, come abbiamo visto, in politica interna- non largheggiava con i visti di entrata. E lo stesso faceva la Svezia. Ottenere un visto svedese era il modo migliore – e legale- per sfuggire all’imminente retata. Ma averlo era difficile e c’era troppo da aspettare. Solo dopo che Duckwitz si fu recato in Svezia intorno al 20 di settembre per conferire con il primo ministro, la procedura di rilascio dei visti fu sveltita. Ma con la retata imminente, anche velocizzare al massimo il rilascio dei visti non avrebbe  risolto il problema.
In un primo momento il governo svedese giocò  la carta politica:  inviò una nota di protesta a Berlino. La nota fu ignorata. Allora decise di agire autonomamente e la sera del 2 ottobre rese nota ufficialmente la disponibilità della Svezia ad accogliere i profughi provenienti dalla Danimarca. Navi svedesi con le luci di bordo accese furono dislocate lungo l’ Øresund con il compito di guidare e di assistere le imbarcazioni danesi cariche di profughi. In alcuni casi, i fuggiaschi furono trasbordati  direttamente sulle navi svedesi in mare aperto e condotti in porto.

Ma il salvataggio riuscì soprattutto perché l’intera popolazione danese non rimase indifferente. Fu una mobilitazione spontanea e pressoché totale, anche se, all’inizio, confusa e improvvisata. Gli ebrei  furono ospitati, nutriti, nascosti, assistiti, condotti ai punti d’imbarco. Sparirono, come è stato scritto, “dietro un muro umano tirato su nello spazio di una notte”. Gli studenti universitari chiusero temporaneamente i libri e si trasformarono in guide e in autisti; furono promosse collette per raccogliere fondi; il governo abbandonò l’idea di internare gli ebrei per sottrarli ai tedeschi[8]; i pescatori misero a disposizione – dietro pagamento, ma ci fu anche chi lo fece gratis- le proprie barche. Ai primi di ottobre un viaggio lungo l’ Øresund poteva costare anche una piccola fortuna ( dalle mille alle duemila corone), poi si stabilizzò intorno alle cinquecento -seicento corone. I fuggiaschi trovavano perfettamente naturale che si dovesse pagare: i pescatori rischiavano e rischiavano di brutto. La confisca della barca, come minimo, forse l’arresto.[9] Ma non tutti la pensavano così: qualcuno- ma non chi fuggiva verso la Svezia –  ebbe da ridire su quella specie di “ corsa all’oro”. Un fatto comunque è certo: chi non aveva denaro sufficiente fu accolto ugualmente a bordo. Nessuno  fu abbandonato.

Perché i danesi lo fecero? Qualcuno ha scritto: lo fecero perché l’idea di democrazia faceva parte del loro Dna; perché erano sorretti da una forte tensione morale e da un altrettanto forte spirito umanitario; perché per loro la libertà individuale era sacra; perché, a loro modo di vedere , lo stato di diritto non poteva cedere al diritto del più forte; perché percepirono l’azione contro gli ebrei come un’azione profondamente ingiusta. I soldati  e i marinai danesi internati al momento dell’introduzione della legge marziale, ad esempio, liberati, con un’astuta mossa politica, proprio in concomitanza dell’azione contro gli ebrei, fecero sapere: avremo preferito la prigionia. Ci ripugna tornare liberi se, in cambio della nostra libertà, tanti nostri concittadini innocenti devono perdere la loro.  E se è vero che i pescatori chiesero denaro per fare quello che fecero è altrettanto vero che lo fecero, quando avrebbero potuto voltarsi dall’altra parte risparmiandosi rischi e pericoli. Come del resto fecero molti cittadini in Francia, in Olanda e altrove.

Altri la vede diversamente. Gli storici, si sa, sono poco inclini a idealizzare i fatti. La mobilitazione del popolo danese fu, per alcuni di essi, più una risposta all’occupazione tedesca che un’azione genuinamente umanitaria.  Aiutando gli ebrei, i danesi agirono contro gli occupanti, non con le armi – come faceva la Resistenza- ma con un’azione non violenta di massa. Insomma, sostituirono le coccarde bianche e rosse con le quattro monete a somma nove con un’azione più incisiva. Lo scopo? Umiliare i nazisti e riaffermare con forza la differenza fra “noi” e “ loro”.

Menzogne e interrogativi

Ma ci furono anche altre ragioni. In Danimarca si giocava una complessa partita politica: Hitler voleva il “protettorato perfetto”, anticipazione ideale della futura Neuropa nazista; von Ribbentrop voleva mantenere la Danimarca  sotto il controllo del proprio ministero; Himmler guardava alla “ questione ebraica”. Il plenipotenziario tedesco a Copenhagen doveva muoversi con cautela per non scontentare nessuno dei potenti. E poiché il “protettorato perfetto” si basava sulla cooperazione fra occupanti e occupati, era necessario non irritare i danesi. Se i fragili equilibri della “cooperazione” fossero saltati a causa di una mossa sbagliata, le conseguenze politiche sarebbero state molto gravi per la Germania. Il governo danese si sarebbe quasi certamente dimesso, la resistenza armata e gli scioperi si sarebbero intensificati, i costi dell’occupazione sarebbero aumentati, ci sarebbero voluti più soldati per presidiare il territorio. Detto in altri termini, sarebbe stata la fine del “protettorato perfetto” e dei suoi vantaggi politici e militari.

Werner Best non ci mise molto a capirlo. Antisemita convinto, arrivato ai vertici dell’organizzazione delle SS ( era il numero tre, dopo Himmler e Heydrich) e caduto momentaneamente in disgrazia a causa di divergenze con quest’ultimo, si era distinto in Francia e in Polonia per lo zelo e la tenacia con cui aveva combattuto la resistenza e affrontato la questione ebraica.  Arrivò da plenipotenziario in Danimarca con la fama di duro. Il piccolo partito filonazista danese (NSDAP)contava su di lui per acquistare visibilità e potere. Non ebbe né l’una né l’altro. Best avvertì l’ostilità dei danesi nei confronti del partito filonazista e, pur di salvare la “cooperazione”, lo mantenne sempre in una posizione marginale. A lui interessava tenere viva l’illusione del “protettorato perfetto” e tutto doveva essere funzionale a questo scopo.
Ma nell’agosto del ’43, dopo gli scioperi, i disordini e l’introduzione della legge marziale, Best intuì che Hitler non avrebbe differito ulteriormente la “ questione ebraica” in Danimarca. E allora giocò d’anticipo. Scrisse a Berlino: il momento è propizio, il momento è adesso. Perché lo fece? Per acquistare credito presso le alte sfere? Per non essere accusato di acquiescenza? Per gestire l’operazione  a modo suo?
Con le autorità danesi fu sempre ambiguo: promise e negò, affermò e smentì. Rassicurò il governo e i vescovi ( “ La persecuzione degli ebrei? Dovranno passare sul mio cadavere” o qualcosa del genere), ma nello stesso tempo pretese da Berlino l’invio di ulteriori forze di polizia. A cose fatte, si atteggerà a vittima: degli ordini superiori, delle circostanze, dell’inevitabile. Insistette perché la retata si tenesse durante il periodo di vigenza della legge marziale in modo da attribuire le responsabilità a von Hanneken( con il quale, ricambiato, non andava molto d’accordo).  Ma impartì anche ordini perché si riducesse al minimo la violenza durante la retata. Le forze di polizia, ad esempio, sarebbero dovute entrare nelle abitazione degli ebrei senza sfondare le porte. Se non fosse stato loro aperto, se ne sarebbero dovute andare.  A cose fatte, rivoltò la frittata, trasformando un clamoroso insuccesso in un successo. Scrisse a Berlino: qual era il problema? Liberare la Danimarca dagli ebrei. Ebbene, lo scopo è stato raggiunto: non c’è più un solo ebreo oggi in Danimarca.  Che siano in Svezia o nei campi di concentramento poco importa.

Best si rendeva conto dell’importanza della posta in palio, non ignorava l’atteggiamento antinazista del popolo danese, conosceva i precari equilibri sui quali si reggeva la cooperazione. Sapeva che un’azione contro gli ebrei avrebbe potuto farli saltare. Ma si rendeva altresì conto dell’ineluttabilità dell’operazione; sapeva di dover rispondere del proprio operato tanto a Berlino quanto a Copenhagen ( e, in prospettiva, anche agli Alleati). Un’azione non violenta contro gli ebrei danesi avrebbe lasciato aperta una porta, ancorché stretta, per riannodare i fili della cooperazione. E, nello stesso tempo, non lo avrebbe posto in cattiva luce a Berlino.
Andò davvero così? Era questo che voleva? Per questo aveva avvisato Nathan Goldman? La questione è ancora aperta e se ne discute ancora. E’ quindi difficile  stabilire fino a che punto la sua ambiguità fu frutto di calcolo politico o dipese interamente dalle circostanze. Ci si chiede ancora se sapesse del viaggio compiuto da Duckwitz in Svezia intorno al 20 settembre o se lo avesse messo a parte intenzionalmente di quanto si stava preparando contro gli ebrei per fare arrivare l’informazione all’opposizione danese. Un fatto è certo: non agì per ragioni umanitarie. Più probabilmente agì per ragioni politiche, collegate alla sua posizione e alla lotta per il potere in corso a Berlino. Ma è altrettanto vero che, tranne poche eccezioni, durante la retata i tedeschi – per denaro, per compassione, per calcolo politico, per indifferenza- “ chiusero un occhio”.

Ma anche se li avessero chiusi entrambi niente sarebbe stato possibile senza la mobilitazione di un popolo intero. È stato detto e ripetuto: circostanze eccezionali consentirono un avvenimento eccezionale, impossibile altrove. La Danimarca era formalmente autonoma; gli ebrei non erano discriminati; anche dopo l’occupazione la vita di tutti i giorni non aveva subito sostanziali cambiamenti; i tedeschi lasciavano fare. E allora sorge spontanea una domanda: se l’azione contro gli ebrei fosse stata intrapresa nel ‘41 o nel ‘42 i danesi avrebbero reagito come reagirono nel ‘43? La guardia costiera avrebbe chiuso entrambi gli occhi? E la neutrale Svezia come si sarebbe comportata? Furono l’introduzione della legge marziale e le conseguente fine della “ cooperazione” ad accendere la scintilla della ribellione o i danesi si sarebbero ugualmente mobilitati in nome di un ideale umanitario, in nome della Giustizia? Entrambi i fattori concorsero a rendere possibile il salvataggio degli ebrei in Danimarca: quello umanitario giocò -e molto probabilmente avrebbe giocato anche nel ’41- un ruolo fondamentale, ma anche la volontà di dimostrare nei fatti e con metodi non violenti l’avversione per l’occupante nazista fece-e probabilmente avrebbe fatto- anche se in misura minore, la sua parte.
Bo Lidegaard, nel suo libro Il popolo che disse no, ha scritto: “Naturalmente, alcune porte rimasero sbarrate. E, naturalmente, codardia, tradimento e avidità emersero in determinate situazioni. Ma la democrazia danese si era mobilitata per proteggere i valori su cui si fondava. Con la decisione di estendere la soluzione finale alla Danimarca, il Terzo Reich aveva risvegliato  la forza più potente di un paese: la comune volontà popolare.”(143).  Mobilitandosi per salvare gli ebrei e rendendo possibile l’impossibile, i danesi salvarono se stessi, la loro integrità e il loro onore.
E l’umanità intera.

Epilogo

Il 13 aprile 1945, i prigionieri danesi detenuti a Theresienstadt furono avvisati della loro imminente liberazione. Il conte svedese  Folke Bernadotte aveva negoziato con Himmler il rilascio degli internati scandinavi nei campi di detenzione nazisti. Il provvedimento riguardava chiunque fosse stato catturato in Danimarca, indipendentemente dalla sua cittadinanza. Il 15 aprile gli internati salirono sugli autobus messi a disposizione dai governi danese e svedese. Con loro c’erano alcuni bambini nati in prigionia, un ragazzo danese deportato da Berlino e alcune donne cecoslovacche sposatesi a Theresienstadt  con detenuti danesi.
Gli autobus erano stati dipinti di bianco per facilitarne l’identificazione durante il viaggio. Non fu un viaggio tranquillo: strade quasi impercorribili,  attacchi aerei alleati, profughi ovunque. Il 17 aprile, finalmente, “gli autobus bianchi” raggiunsero il confine danese. I passeggeri furono rifocillati, assistiti, accolti con calore dalla popolazione. La Danimarca era ancora occupata e così, dopo aver trascorso una notte a Odense, i passeggeri raggiunsero la Svezia per il periodo di quarantena. Tornarono in patria un paio di settimane dopo la liberazione del Paese, avvenuta il 5 maggio.
Il dottor Werner Best fu giudicato da un tribunale danese e condannato a morte. La pena fu poi commutata in dodici anni di carcere. Fu liberato nel 1951, tornò in Germania e lavorò per le industrie del gruppo Siemens. Nel 1969 fu arrestato di nuovo con l’accusa di aver partecipato allo sterminio degli ebrei polacchi durante la guerra. Rilasciato nel 1972 per motivi di salute, morì in Germania nel 1989 all’età di ottantasei anni.
Georg Ferdinand Duckwitz  continuò a prestare servizio al Ministero degli Esteri tedesco. Dal 1955 al 1958 fu nominato ambasciatore della Repubblica Federale Tedesca a Copenhagen. Quando, nel 1966, Willy Brandt divenne ministro degli esteri, lo volle accanto a sé al ministero. Nel 1971 il governo israeliano lo nominò “ Giusto fra le Nazioni”. Morì nel 1973, all’età di sessantotto anni.

 Da leggere:

Bo Lidegaard, Il popolo che disse no, Garzanti, 2014

www.duaneschultz.com/thehousewithbluecurtains.php

http://www.pbmstoria.it/giornali12198

images[6]Michael Mogensen, October 1943- The Rescue of the Danish Jews

 

images[6]Leni Yahil, The Uniqueness of the rescue of Danish Jewry

 

images[6]Ministero degli Esteri danese e Museo della Resistenza, October 1943, the rescue of the Danish Jews from annihilation

Gli avvenimenti in breve.

12 aprile 1933. Re Cristiano X di Danimarca partecipa alla cerimonia celebrativa dei cento anni della sinagoga di Copenhagen. Si tratta di un gesto politicamente importante alla luce di quanto accaduto nella vicina Germania dove il partito nazista- dichiaratamente antisemita-  ha assunto il potere.

9 aprile 1940: le truppe tedesche entrano in Danimarca. Berlino si impegna a rispettare l’autonomia e la neutralità danesi.

20 gennaio 1942: conferenza di Wannsee. I nazisti decidono la “ soluzione finale del problema ebraico”, ma ne differiscono la realizzazione in Danimarca per evitare complicazioni politiche.

29 agosto 1943. Il governo danese si dimette per non sottostare all’ultimatum tedesco inviatogli dopo un periodo di scioperi e disordini. Viene istituita la legge marziale. Si comincia  a parlare della soluzione della “questione ebraica” in Danimarca.

31 agosto 1943. Elenchi contenenti informazioni relative agli ebrei di Danimarca ( indirizzi, dati anagrafici, ecc) vengono sequestrati dai nazisti in un ufficio vicino alla sinagoga di Copenhagen. Le autorità  danesi chiedono a Best chiarimenti circa le voci relative a un possibile rastrellamento degli ebrei. Best nega.

15 settembre 1943. Berlino autorizza il rastrellamento e la deportazione degli ebrei danesi.

28 settembre. Georg Ferdinand Duckwitz, attaché agli Affari Marittimi presso l’ambasciata tedesca a Copenhagen, avvisa il leader socialdemocratico Hans Hedtoft dell’imminente operazione contro gli ebrei. Hedtoft passa l’informazione alle autorità ebraiche.  I primi ebrei cominciano a lasciare le proprie abitazioni. La popolazione danese si mobilita.

29 settembre. Durante il servizio religioso mattutino nelle sinagoghe, gli ebrei vengono avvisati dell’imminente azione contro di loro. Il passaparola fa il resto. I vescovi luterani danesi inviano una lettera di protesta a Best. Vi si legge:” Nonostante le differenze religiose, noi ci batteremo per assicurare alle nostre sorelle e ai nostri fratelli ebrei quella libertà che per noi è più preziosa della vita stessa”.

1 ottobre. Rosh Hashanah, capodanno religioso ebraico. Scatta l’operazione contro gli ebrei. Gran parte degli ebrei ha già abbandonato le proprie abitazioni. Nel Paese si alzano le prime proteste.

2 ottobre. Il governo svedese annuncia pubblicamente di essere disposto ad accogliere gli ebrei danesi. In poco più di un mese, quasi ottomila fra ebrei e non ebrei ( uomini e donne di religione diversa ma sposati o sposate a ebree e a ebrei) vengono traghettati oltre l’Øresund  nella neutrale Svezia.

3 ottobre, sabato. In tutte le chiese di Danimarca viene letta la lettera pastorale firmata, a nome di tutti i vescovi,  dal vescovo di Copenhagen Hans Fuglsang- Damgaard . I cittadini sono invitati a contrastare i tentativi tedeschi di rastrellare e deportare gli ebrei.

6 ottobre. A Gilleleje, piccolo centro portuale danese, qualcuno informa i tedeschi della presenza di 85 ebrei nella locale chiesa. Gli ebrei vengono arrestati e deportati.

[1] http://tabletmag.com/jewish-news-and-politics/160607/denmarks-real-miracle-rescue

[2] Come nota Bo Lidegaard, i comunisti danesi avevano affermato esplicitamente la volontà di impossessarsi del potere con la forza. In Danimarca, questa dichiarazione, unita al pericolo del comunismo sovietico, aveva contribuito a creare una forte ostilità nei confronti del marxismo. E’ bene tenere presente questo fatto perché qualcuno potrebbe chiedersi come mai un popolo che si mobilitò a favore dei propri concittadini ebrei non mosse un dito per aiutare i propri concittadini comunisti.
Per la verità  anche allora molti danesi videro nell’arresto dei comunisti – e nella promulgazione della legge 22/8/41, in base alla quale il Partito Comunista non aveva diritto di operare in Danimarca – una violazione dei principi dello stato di diritto sui quali si fondava la democrazia danese e sui quali si fonda la democrazia in generale.

[3] Attaccarono, ad esempio, quattro monete su una coccarda bianca e rossa. La somma del valore delle monete doveva dare nove, chiara allusione al giorno(9) e al mese(4, aprile) dell’invasione.

[4] Bo Lidegaard, giornalista e scrittore, ha raccontato questi momenti basandosi sui diari –  inediti-  scritti dai componenti di due famiglie ebree danesi in fuga verso la Svezia.  Il libro di Lidegaard è stato pubblicato in italiano da Garzanti con il titolo Il popolo che disse no.

[5] Il 3 ottobre, nelle chiese luterane di Danimarca, i ministri del culto lessero una lettera redatta, a nome di tutti i vescovi danesi, dal vescovo di Copenhagen, Dottor Hans Fuglsang-Damgaard. Nella lettera venivano elencati i motivi per cui la Chiesa danese si opponeva a qualsiasi persecuzione degli ebrei. Durante la lettura, spontaneamente, molti fedeli si alzarono in piedi  in segno di solidarietà e rispetto.

[6] Le università danesi furono chiuse per una settimana, proprio per dare agli studenti la possibilità di partecipare al salvataggio di massa degli ebrei.

[7] www.duaneschultz.com/thehousewithbluecurtains.php

[8] I segretari permanenti dei ministeri ( i sostituti dei politici dopo le dimissioni del governo seguite al rifiuto dell’ultimatum del 28 agosto)  discussero a lungo come fare per impedire ai tedeschi di agire nei confronti degli ebrei. Un modo per risolvere la questione sembrò quello di internare  gli ebrei in territorio danese per sottrarli alla deportazione. Sarebbero stati i danesi stessi a farlo, dopo aver preteso e ottenuto dai tedeschi precise garanzie sull’ incolumità degli internati e sulla loro permanenza in Danimarca. L’idea fu presto abbandonata, sia per l’atteggiamento ambiguo di Best nei confronti di questa proposta, sia per le implicazioni di ordine morale in essa contenute ( come era possibile arrestare connazionali innocenti, solo perché di religione diversa?), sia perché un’operazione del genere avrebbe soltanto facilitato il lavoro dei tedeschi.
Negli anni precedenti, qualcuno aveva avanzato la proposta di regolare la “ questione ebraica” dall’interno, promulgando, cioè, leggi danesi in materia per evitare l’intervento tedesco. La proposta non era stata neppure presa in considerazione, perché totalmente contraria a quanto affermato dalla Costituzione danese in materia di diritti individuali e di libertà personale. ( Hans Moeller, Rescue of Jews from annihilation: Resistance and Responsibility in  Nazi occupied Denmark )

[9] Chi trasportò i fuggiaschi oltre l’Øresund ( pescatori e privati)  agì perché spinto dal desiderio di guadagno? Qualcuno lo fece, naturalmente. Ma la maggior parte dei traghettatori considerò il denaro come una specie di assicurazione contro i possibili rischi insiti in quell’operazione: il sequestro della barca, le ritorsioni sui familiari, l’arresto, i mancati guadagni,  ecc.

L’immagine sotto il titolo riproduce un quadro della pittrice Adina Edel Sompolinsky. E’ tratto dal seguente sito web: http://www.Judiska-museet.se/


Arcata 19

08/11/2014

Casaltone monumento

Nell’aprile del 1945, una volta subìto lo sfondamento della Linea Gotica, i tedeschi in fuga si riversarono nella Pianura Padana nel tentativo di raggiungere il fiume Po prima degli Alleati. Durante questa corsa disordinata  e disperata non mancarono episodi di violenza ai danni degli abitanti di piccole località, frazioni, agglomerati di case coloniche situate nella bassa parmense e reggiana. Sono “le stragi dell’ultimo giorno”, tanto più crudeli e inspiegabili in quanto commesse a pochi giorni, a poche ore quasi, dalla cessazione delle ostilità.

Uno dei miei cinque lettori mi ha mandato via mail il testo di un paio di articoli usciti su un giornale locale – La Gazzetta di Parma– e relativi a una di quelle stragi.  Li pubblico volentieri.

Prologo

Sorbolo è un paese della bassa parmense. Oggi conta circa diecimila abitanti. È situato sulla riva sinistra del fiume Enza. Brescello –il paese di Don Camillo – e il Po non sono molto distanti. Due ponti – uno ferroviario e un altro stradale- attraversano l’ Enza a Sorbolo mettendo in comunicazione le province di Parma e di Reggio Emilia.
Durante la seconda guerra mondiale quei due ponti , situati lungo un’importante via di comunicazione, divennero obiettivi militari. Le bombe degli aerei alleati e il tritolo dei partigiani della Settima SAP “Julia” riuscirono a metterli fuori uso. Ma c’era anche un terzo ponte. Un ponte di legno. Nel ’45, intorno alla metà di aprile, presagendo il peggio, i tedeschi lo avevano tirato su in fretta e furia nei pressi di Casaltone,  tre chilometri a sud del capoluogo.

Quell’ultimo ponte

Il 20 aprile 1945 i GI americani irrompono nella Pianura Padana a una ventina di chilometri da Bologna. Due giorni dopo, il 22, unità statunitensi e britanniche raggiungono il Po rispettivamente a San Benedetto(MN) e a Ficarolo(RO). La Linea Gotica è stata sfondata. Le truppe tedesche in Italia si ritirano per sfuggire all’accerchiamento.
È una ritirata disordinata e caotica, una vera e propria rotta. Non ci sono più reggimenti, gradi, ordini, disciplina. I tedeschi vogliono raggiungere il Po ad ogni costo e salvare la pelle. Solo questo conta. Hanno le barbe lunghe, le uniformi a brandelli, vedono partigiani dovunque, temono imboscate, sono tesi,  hanno il grilletto facile. Un nonnulla potrebbe scatenare reazioni incontrollabili.
Il 23 aprile gruppi di civili armati – mandati lì chi dice dal CNL, chi dagli americani – prendono posizione nei pressi del ponte di fortuna sull’Enza. Secondo alcune testimonianze si tratta di un’operazione in grande stile alla quale partecipano gli uomini “ vecchi e giovani” di Casaltone; secondo altre testimonianze si tratta di una scaramuccia e per giunta  limitata alla sola mattina del 24. Sia come sia, attorno al ponte si combatte.
Nel primo pomeriggio del 24 una colonna di militari tedeschi in bicicletta raggiunge Casaltone. Sono armati. Stando ad alcune testimonianze, appartengono in gran parte alle SS. Vengono con l’ordine di garantire la sicurezza del ponte o vengono, piuttosto,  con l’intenzione di compiere una rappresaglia?
La gente si chiude nelle case. Nei pressi del ponte o, stando a un’altra versione, dalle finestre di alcune abitazioni del paese qualcuno spara. I tedeschi reagiscono. È una strage: ventuno civili vengono uccisi, altrettanti vengono feriti. Dopo aver incendiato alcune abitazioni, gli aggressori raggruppano i superstiti e se ne fanno scudo contro eventuali attacchi da parte dei partigiani mentre attraversano il paese. Fra gli ostaggi c’è anche il parroco di Casaltone, don Giovanni Morini. Invano ha cercato di placare gli animi, invano si è offerto come ostaggio al posto dei suoi parrocchiani. Una volta usciti dal paese, i tedeschi abbandonano gli ostaggi e riprendono la loro fuga.
Questi per sommi capi gli avvenimenti di quei giorni. Le testimonianze scritte sono scarse e spesso contraddittorie, non esistono documenti: ricostruire con esattezza quanto successo diventa pertanto difficile. A maggior ragione a distanza di quasi settant’anni. Restano le domande: chi sparò per primo? Dove? Quando? Per ordine di chi? A quali unità appartenevano quei soldati tedeschi? Chi li comandava? Fu una reazione incontrollata di militari  sbandati o fu un’azione voluta e decisa in anticipo? Ma, a ben vedere, ha senso cercare una risposta a queste domande? Qualsiasi risposta non potrebbe mai spiegare la ferocia e l’assurdità di quell’azione in cui uomini e donne innocenti persero la vita a pochi giorni dalla fine del conflitto.

Epilogo.

Casaltone lapide SalvatoriNel cimitero di Sorbolo l’arcata 19 è situata più o meno a metà dell’ala ovest della parte cosiddetta “vecchia”. E’ l’arcata dedicata ai partigiani e ai civili sorbolesi – uomini e donne- caduti durante la seconda guerra mondiale. In alto, là dove l’arcata si restringe e tocca il soffitto, c’è, quasi nascosta,  una lapide più piccola delle altre. Chi passa davanti all’arcata deve alzare lo sguardo per poterla individuare. Quella lapide ricorda Giorgio Salvatori, una delle ventuno vittime della strage  di Casaltone.
Giorgio Salvatori era un bambino . Un bambino di quattro mesi.

Guido Azzali (69 anni)
Ubaldo Azzali (34 anni)
Emilio Baroni (50 anni)
Florio Benassi (23 anni)
Renzo Confortini (16 anni)
Luigia Dall’Asta (16 anni)
Amedeo Fava (56 anni)
Gianni Galvani (19 anni)
Amilcare Gandolfi (53 anni)
Costante Ghiretti (37 anni)
Umberto Maestri (40 anni)
Ercole Pesci (69 anni)
Oreste Pesci (69 anni)
Ennio Pesci (47 anni)
Ermete Pesci (15 anni)
Gustavo Pesci (56 anni)
Nello Reggiani (31 anni)
Giorgio Salvatori (4 mesi)
Luigi Sepali (28 anni)
Rino Setti (21 anni)
Rosolino Zoni (29 anni)

Da leggere:

Vittorio Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45, 1975

Roberto Battaglia, Storia della resistenza italiana, Einaudi, 1979

Emilio Cocconi, Mario Clivio, Parliamo un po’ di Sorbolo, 1979

Leonardo Tarantini, La resistenza armata nel parmense, Step, 1978

Le testimonianze.

Gazzetta di Parma, 2 maggio 1945, Le atrocità tedesche a Casaltone. Articolo non firmato

 “A Casaltone le case bruciate e diroccate restano a testimoniare l’inutile ferocia tedesca. Le carrette e gli autocarri colpiti e rovesciati ai margini della strada parlano di sconfitta e di rotta. La voce di chi interroghiamo, ferma, ci parla dei morti che ebbe un giorno a compagni nella vita intima di poche case raccolte attorno alla chiesa come di soldati, che, caduti per un ideale, riposino finalmente vendicati: “ Ricevuto dal locale Comitato di Liberazione Nazionale l’ordine di proteggere il ponte di fortuna sull’Enza, gli uomini giovani e vecchi di Casaltone iniziavano il lunedì la loro attività catturando una ventina di tedeschi. Il giorno dopo, attaccati da più di cento fra tedeschi e fascisti si difendevano eroicamente fino all’ultimo, sino a quando, lasciati sul terreno diversi morti, per mancanza di munizioni dovevano sciogliersi e disperdersi. Si scatenava allora la furia dei tedeschi che entrati nelle case cominciarono i saccheggi, le uccisioni e gli incendi ciecamente e senza nessuna pietà.
Gli viene indicata una casa: “ Là, ci dicono, un bimbo di sei mesi, Giorgio Salvatori, fu ucciso in grembo alla madre da un colpo di moschetto che ferì anche la donna inorridita dal sangue della sua creatura. In un’altra venivano uccisi a bruciapelo Amedeo Fava, Gustavo, Ercole e Oreste Pesci, tutti della stessa famiglia, tutti colpevoli di essere italiani. Erano pure assassinati nelle loro abitazioni Guido Azzali col figlio Ubaldo e Ennio Pesci col proprio figlio. Altre vittime risultano essere Nello reggiani, Amilcare Gandolfi, Gianni Galvani, Ernesto Sepali, Rino Setti, Umberto Maestri, Rosolino Zoni e Ghiretti, detto “Morèn”.
“Mentre gli eccidi venivano commessi, giungeva notizia del sopraggiungere delle forze alleate e ciò significava per i tedeschi il combattimento contro altri soldati, contro gente armata. Non solo non lo accettarono, ma radunate trecento persone del paese, donne e bambini col parroco don Giovanni Morini, iniziarono il ripiegamento su Casalbaroncolo dopo aver avvisato gli ostaggi che la loro sorte era segnata, ridendo del pianto delle donne, dell’orrore e del panico suscitato. Il coraggio e la decisione di alcune staffette che riuscirono a raggiungere la Via Mantova  in cerca di soccorso, evitava la strage certa degli inermi , già presi di mira dalle mitragliatrici. Ora i morti riposano nel cimitero di Sorbolo.”
Questo il racconto di uno di coloro che vissero le tragiche ore di Casaltone. Non aggiungiamo nessun commento poiché i fatti hanno la forza che potrebbe mancare alle parole, soltanto ricordiamo con quanta gioia abbiamo risposto al saluto di due patrioti seduti a cavalcioni sul fusto dilaniato di un cannone tedesco coi piedi su uno di quegli elmetti che da soli simboleggiarono sempre per gli italiani: Germania e oppressione.

 

                                               ***

Gazzetta di Parma, 24 aprile 1965, L’eccidio di Casaltone, articolo firmato Ulisse Adorni.

La primavera è tornata anche qui, a Casaltone, in mezzo al lezzo dei canali, fra le case ammuffite, lungo l’argine piccolo.
Strani fiori che hanno la vita di un giorno nascondono le sponde livide e l’acqua sporca, su cui galleggiano scatole di conserva. La gente vive, nei campi o nelle fabbriche, i giorni nuovi del’anno e la domenica, intorno alla rotonda del crocevia, i ragazzi di Casaltone raccontano forte le cose semplici della loro età. Anche alcuni vecchi si sono fermati a parlare all’ombra dei pini che velano il monumento. Casaltone è tutto qui, un paese piccolo, aggrappato alla chiesa ed alle due osterie con gente che vuole soltanto vivere in pace e che sogna di farsi la casetta lungo la strada maestra.
Solo negli occhi di quelli che hanno “ visto” senza poter fare nulla, si legge un poco della spaventosa tragedia che segna con un filo rosso di sangue la fine della guerra. È stato duro per questa gente ricominciare, ma la forza l’hanno ritrovata per i piccoli, per la speranza, che non abbandona nessuno, di un mondo nuovo dove non ci sia posto per fatti come questo.
“Era una mattina di primavera”. Comincia sempre così il racconto: era il 24 aprile del 1945. Si parla al presente, perché quel giorno vive ancora. Siamo agli ultimi giorni di guerra. I tedeschi sono in ritirata e già a Sorbolo giungono le prime avanguardie delle truppe alleate. Per ordine degli americani, un gruppo di patrioti viene inviato a difesa dell’unico ponte di legno che ancora permette l’attraversamento dell’Enza. Anche i tedeschi, infatti, sono vicini e si teme vogliano distruggere la passerella.
La mattina del 24 aprile trascorre tranquillamente. La gente è a caccia delle notizie che si spandono in un baleno, che vengono ridimensionate o annullate, circa la fine della guerra. Al ponte si sparano alcuni colpi di fucile. Poi, verso le 15, sulla strada che da Casaltone conduce alla Via Emilia, appare una lunga colonna di tedeschi in bicicletta. Sono armati, appartengono per la maggior parte alle “SS”.
Dalle finestre viene esploso qualche colpo, ma il resto della gente fugge e si chiude a gruppi nelle case. Ma bastano quei colpi isolati a scatenare la rappresaglia. I primi episodi di crudeltà si registrano in un gruppo di case chiamato “ Piave”. Qui i soldati sfondano le porte e le finestre con bombe a mano e raffiche di mitra, costringono gli abitanti ad uscire e, dopo aver cercato inutilmente nelle loro povere case qualche oggetto di valore, incendiano tutto. Alla fine, l’eccidio.
Guido Azzali viene abbattuto da una raffica di mitra sotto gli occhi della moglie e della figlia. A pochi metri di distanza cade Ubaldo Azzali, il primogenito della famiglia ed i soldati fanno scempio del cadavere davanti alla madre impietrita. Intanto nella casa di Gustavo Pesci vengono uccisi tre uomini che vi avevano cercato scampo, insieme al proprietario: Amedeo Fava, Nello Reggiani, Rino Setti. Ma il massacro non è ancora terminato. I tedeschi abbandonano la località “Piave” ormai trasformata in un rogo e marciano verso il centro del paese.
Qui le testimonianze si confondono o si fanno tremanti, discrete, perché non si tratta più di un episodio di guerra, ma di una cieca vendetta. Tutti coloro che sono dinanzi alle case o che si affacciano alle finestre o che fuggono nei campi vengono uccisi. Gli altri, strappati alle cucine od ai solai, vengono incolonnati e costretti ad attraversare la via centrale del paese. I tedeschi, temendo la reazione dei pochi patrioti ancora nascosti, si fanno scudo con le donne e con i bambini. Solo un miracolo impedisce che la strage sia consumata fino all’ultima goccia: la notizia che forze alleate si stanno dirigendo su Casaltone a marce forzate.
Altre vittime, però, si aggiungono a quelle che già sono nella polvere. Ermete Pesci, un ragazzo di 15 anni, torturato prima di essere messo al muro; Gianni Galvani, di 19 anni, ucciso mentre cercava scampo dalla sua casa in fiamme; Amilcare Gandolfi; Emilio Baroni; Luisa Dall’Asta; Renzo Confortini; Ennio Pesci (padre di Ermete); Roso Zoni; Florio Benassi; Ercole Pesci; Oreste Pesci; Umberto Maestri; Luigi Sepali.
Non c’è limite ormai alla strage e in quegli istanti i soldati non sono uomini. Giorgio Salvatori, un fanciullo di sei mesi, viene ucciso con una raffica di mitra nelle braccia della madre. Anch’ella rimane gravemente ferita dalla scarica. Infine l’ultima vittima: Costante Ghiretti. Ferito gravemente, viene scaraventato a terra e calpestato. Morirà il giorno della Liberazione, dopo una notte di atroce agonia trascorsa nella chiesa parrocchiale.
In quelle ore di eccidio, eroico fu il comportamento del parroco don Morini che mise a repentaglio la propria vita per quella degli altri e che si offerse in cambio degli ostaggi.
Dice il Battaglia nella sua “Storia della Resistenza”: “ …L’ultimo combattimento si svolge a Casaltone dove i tedeschi pagano duramente gli ultimi atti di ferocia commessi contro la popolazione civile.” Alla fine i tedeschi si ritirano, temendo l’arrivo delle truppe alleate e la vendetta dei partigiani. Ai casaltonesi non rimase che comporre pietosamente i cadaveri sparsi nella strada  e fare il triste bilancio della giornata. Erano rimasti uccisi ventun cittadini, mentre i feriti superavano anch’essi la ventina: di questi, poi, alcuni lo erano in modo gravissimo.

                                               ***

Vittorio Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45, pag 369.

Il Signor Confortini che visse i giorni di quell’illogica ed assurda strage ci ha minuziosamente rievocato ogni particolare con voce rotta dall’emozione del ricordo. “Da quando i ponti di S.Ilario e di Sorbolo erano divenuti inagibili per i bombardamenti alleati, i Tedeschi ne avevano costruito uno in legno a Casaltone intenzionati a servirsene anche per la ritirata. Senonché il 21 gli apparecchi danneggiavano lievemente anche questo ed i partigiani tentarono di incendiarlo. Resi furiosi da tali azioni, i Tedeschi si lanciarono alla caccia dei sappisti, ma i tempi stringevano ed essi non poterono vendicarsi come avrebbero voluto. Essi avevano anche la preoccupazione di distruggere quel ponte per ostacolare l’inseguimento alleato. Toccava pertanto ai civili, patrioti improvvisati, impedire che i Tedeschi realizzassero il loro piano. In realtà il tentativo di passaggio di alcuni automezzi nazifascisti nelle prime ore del 24 era stato ostacolato da qualche civile armato. Ciò fu probabilmente la causa immediata della ritorsione tedesca. Arrivarono in molti, forse avvertiti da una spia o da qualche prigioniero costretto a parlare. Il piccolo centro venne setacciato sistematicamente e molte case furono incendiate.

Il racconto prosegue riprendendo in gran parte quanto pubblicato dalla Gazzetta di Parma  del 24 aprile 1965.

 


“Gli imboscati del D-Day”

30/08/2014
Da spikesaycheese.webly.com

Da spikesaycheese.webly.com


Prologo

In inglese il termine dodger indica colui che vuole evitare rogne o ottenere qualcosa ricorrendo  all’astuzia. Così lo definisce l’Oxford Dictionary: A person who engages in cunning tricks or dishonest practices to evade a debt or obligation; A person who dislikes or avoids a specified thing. In Italiano potrebbe essere tradotto con “ furbacchione”, “furbetto” o “impunito”( nel senso buono). Ma anche con “lavativo” o “imboscato” a seconda dei contesti.
E lavativi e imboscati sembrarono a Lady Astor  i militari inglesi e americani impegnati nel ’44 in Italia. Secondo lei, si godevano il sole di Roma, il vino dei Castelli, portavano a ballare le ragazze e passavano il tempo giocando a baseball e a calcio mentre in Normandia i loro commilitoni combattevano la guerra “vera”. Prendendo spunto da una lettera inviatale da uno di loro,  li definì  D-Day Dodgers, gli imboscati del D-Day.
La nobildonna negò di aver mai definito i combattenti in Italia “D-Day Dodgers”,  ma ormai il danno era fatto.

L’attesa

14 aprile 1945, 6 del mattino. Nel posto di comando del generale Lucian Truscott a Traversa, vicino a Firenzuola , caffè a litri e una sigaretta via l’altra. C’è tensione. Sono due giorni che quella maledetta nebbia non vuole saperne di alzarsi.
Anche quel 14 aprile – giorno scelto per il colpo finale alla Linea Gotica dopo un rinvio di un paio di giorni-  i primi, impietosi, bollettini riportano: piste avvolte dalla nebbia. Truscott alza il telefono e chiama il generale Willis D. Crittenberger comandante del IV Corpo: ora H posticipata alle 8. E aggiunge: tenersi pronti a muovere in qualsiasi momento.
Ma il comandante della Quinta armata lo sa bene: senza gli aerei in volo, l’attacco delle fanterie non può avere luogo. E se la nebbia non si dissolve, gli aerei non possono operare. Qualche minuto dopo, una chiamata da Grosseto: la nebbia sembra alzarsi. Altre sigarette, altro caffè. Alle 8 Grosseto comunica: piste sgombre. Rapporti analoghi confermano la tendenza anche altrove. Truscott ritelefona a Crittenberger

L’inverno dello scontento.

Era stato un inverno durissimo quello del 1944. E non solo per via del clima. In novembre i partigiani italiani erano stati (quasi) invitati a smobilitare. Dal generale Harold Alexander in persona.
Nei giorni e nelle settimane successive al proclama diffuso dalle frequenze di  Radio Combattente era cominciata una piccola diaspora.  Qualche brigata aveva passato le linee e si era unita alle truppe alleate; numerose unità si erano frazionate in piccoli gruppi; altre, sempre in piccoli gruppi, erano scese in pianura; alcuni formazioni di irriducibili  erano restate sulle montagne. Altro non si poteva fare. Alexander era stato chiaro: non vi potremo aiutare, dovrete cavarvela da soli.
Nessuno l’aveva presa bene, ovvio. L’uscita di Alexander era sembrata una presa di distanza non necessaria, una sconfessione politica della lotta popolare. Non lo era, ma tale era sembrata. L’amarezza e lo sconforto avevano preso il posto dell’ottimismo dei mesi precedenti. L’inverno cominciava nel peggiore dei modi. Per i partigiani ci sarebbe mai stata una campagna di primavera?
Anche per Alexander quello non era stato un inverno tranquillo. In dicembre i tedeschi erano passati all’offensiva nelle Ardenne; sul fronte orientale l’Armata Rossa sembrava aver perso slancio. Secondo lo Stato Maggiore alleato occorreva intensificare la pressione a occidente per chiudere la partita alla svelta. Questo significava ridurre il fronte italiano  a un ruolo del tutto marginale: le forze impegnate in Italia avrebbero potuto essere trasferite e utilizzate altrove per la spallata finale.
Tuttavia, in gennaio, Marshall aveva deciso di non indebolire troppo Alexander e di dargli un’ulteriore possibilità per neutralizzare definitivamente il Gruppo di armate C. Se non ci fosse riuscito, però,  la Quinta armata avrebbe lasciato l’Italia per congiungersi con le altre armate alleate ai confini del Reich tedesco.  Dopo tante operazioni improvvisate o mal condotte, questa volta per Alexander , Clark e compagnia era vietato sbagliare.

Aspettando la primavera.

Per mesi, durante l’inverno, lungo la Linea Gotica– raggiunta dai D- Day Dodgers dopo aspri combattimenti- il fronte aveva sonnecchiato fra timori e aspettative,  fra operazioni militari di routine e massiccia riorganizzazione. Il feldmaresciallo Albert Kesselring era stato richiamato a Berlino e nominato comandante in capo del fronte occidentale. Aveva cercato di convincere Hitler ad adottare una strategia flessibile in Italia, ma senza risultati. Quando aveva sentito parlare di ritirate tattiche intenzionali , il Fuehrer aveva opposto un netto rifiuto. Ci si ritira soltanto se non se ne può fare a meno e solo per raggiungere una posizione più forte, aveva ribadito.
Replicare sarebbe stato inutile. In quei giorni corruschi in cui tutto si sfaldava, Hitler, da sempre prevenuto nei confronti dei suoi generali,  non intendeva ragioni. “Il Gruppo di Armate C è finito” avevano amaramente commentato gli ufficiali dello stato maggiore della 14.ma armata in Italia, una volta venuti a conoscenza della decisione presa a Berlino. Salerno, San Pietro Infine, Anzio, Cassino, la tattica di ritirarsi combattendo da una linea di difesa all’altra  non avevano dunque insegnato niente?
Magari avevano insegnato poco a Hitler, non agli Alleati. Durante l’inverno i depositi di munizioni erano stati riempiti, erano arrivate truppe fresche, artiglieria, “coccodrilli” e  “canguri”[1]. Gli uomini erano stati riarmati, riequipaggiati, addestrati. I cieli sopra l’Italia erano di esclusivo dominio degli aerei da guerra alleati con i loro carichi di napalm e di bombe ad alto potenziale. C’era mezzo mondo in armi fra le nevi e le nebbie  della Gruene Linie: polacchi, greci, neozelandesi, canadesi, sudafricani, brasiliani, inglesi, indiani, nepalesi, afroamericani e, dalla parte tedesca, persino turcomanni.
E italiani dell’ex Regio Esercito. Organizzati in gruppi di combattimento, erano stati aggregati all’Ottava armata ( Legnano) e alla Quinta ( Friuli, Folgore, Cremona). Una volta in azione non sfigureranno, anzi.
Più la primavera si avvicinava, più il nervosismo e la tensione crescevano. Dal fronte arrivavano notizie non proprio rassicuranti: l’Armata Rossa era in vista di Vienna, Tito di Trieste. Urgeva sbrigarsi e colpire duro. E non solo per anticipare i “ rossi” nei Balcani. Giravano infatti voci circa una fantomatica “Ridotta Nazionale” allestita sulle Alpi fra Salisburgo e Klagenfurt all’interno della quale i tedeschi in fuga dall’Italia ( e non solo) avrebbero potuto raggrupparsi e vendere cara la pelle.
I comandanti erano impazienti di cominciare, anche se questionavano in  continuazione sulle date, sulle modalità, sui tempi. Clark avrebbe voluto cominciare in aprile, McCreery in maggio; per arrivare al Po Clark preferiva l’asse Massa Lombarda-Budrio, McCreery quello Argenta-Ferrara. E così via. Una cosa comunque era chiara a tutti: l’offensiva di primavera non avrebbe dovuto mirare a obiettivi limitati ( tipo la conquista di Bologna, mancata per un soffio l’autunno precedente), ma a un obiettivo più vasto: intrappolare e distruggere il Gruppo di Armate C a sud del Po.

Il piano.

Fino a quel momento, gli alleati avevano subito la tattica di Kesselring di ritirarsi combattendo da una linea di difesa all’altra. A Cassino si erano intestarditi ad attaccare settori ristretti del fronte nella speranza di aprire una breccia. I tedeschi ne avevano approfittato spostando truppe da un settore all’altro, rinforzando quelli sotto pressione ed ergendo un muro invalicabile. Dopo quattro sanguinose battaglie, la linea Gustav a Cassino era stata sfondata, ma la Decima armata l’aveva fatta franca e si era ritirata dietro la linea Gotica. Colpa di Clark, si disse: cambiò le carte in tavola per entrare da conquistatore in Roma.
Ma questa volta non si sarebbero commessi errori. Questa volta l’intero fronte sarebbe stato investito con tutte le forze disponibili per l’uno-due decisivo. L’Ottava armata( il gancio destro) avrebbe dovuto operare nel settore delle Valli di Comacchio e aprirsi una strada verso Argenta e Ferrara per aggirare le linee tedesche appoggiate ai numerosi fiumi e torrenti della zona; la Quinta armata( il gancio sinistro) avrebbe dovuto superare l’Appennino, irrompere in pianura, raggiungere Bologna e Modena, proseguire e congiungersi con i britannici. Nella parte più occidentale del fronte, unità alleate avrebbero dovuto dirigersi verso La Spezia nel tentativo di costringere i tedeschi a impiegare in questo settore parte delle proprie riserve. Per ingannare il nemico, inoltre, erano state previste azioni diversive finalizzate alla realizzazione di un ipotetico sbarco nella Laguna di Venezia, in modo da obbligare il sostituto di Kesselring, Generaloberst Heinrich von Vietinghoff , a mantenere alta la guardia anche in quest’ultimo settore. Una volta intrappolate le divisioni tedesche a sud del Po, le due armate avrebbero dovuto neutralizzarle,  passare il fiume e dirigersi verso Verona e il Brennero ( la Quinta armata) e verso Trieste (l’ Ottava armata).
La zona assegnata all’Ottava armata era fangosa, acquitrinosa e minata. Solo una stretta fascia intorno alla provinciale n. 16, la cosiddetta “strettoia di Argenta” o Argenta Gap, era asciutta. E lungo questo corridoio avrebbero dovuto infilarsi le divisioni di McCreery. Per superare agevolmente le zone allagate -sia quelle naturali, sia quelle artificiali – erano stati fatti arrivare nuovi veicoli anfibi, denominati Fantail o Buffalo, in grado di trasportare truppe e materiali in acque basse. Alcuni mezzi erano stati equipaggiati con cingoli a “zampa d’anatra” perché potessero esercitare una presa migliore sul terreno argilloso. L’aviazione avrebbe bombardato le posizioni tedesche sia nella zona dell’Ottava armata sia in quella della Quinta prima dell’attacco principale e appoggiato le fanterie nella loro azione di sfondamento. Le premesse per una rapida vittoria c’erano tutte.
Ma le incognite non mancavano.  I Fantail e i loro equipaggi a corto di addestramento si sarebbero rivelati affidabili? Il tempo avrebbe tenuto? I tempi sarebbero stati rispettati? I tedeschi avrebbero ripetuto il giochetto di ritirarsi combattendo da una linea all’altra?  E neppure le grane mancavano. I polacchi, ad esempio, non volevano più combattere. Ci fermiamo, dissero ad Alexander. Dopo Jalta la Polonia non esiste più: perché, per chi combattere ancora? Dovettero intervenire Churchill e il governo polacco in esilio a Londra per fare cambiare idea a Anders e ai suoi. Per il momento, almeno.

L’uno-due.

Alle 19,30 del 9 aprile, nella zona dell’Ottava armata, le prime truppe d’assalto muovono verso gli obiettivi. Per tutto il pomeriggio, ondate di bombardieri pesanti e medi con l’appoggio di più di settecento cacciabombardieri avevano colpito la zona posta fra i fiumi Senio e Santerno.
Alcuni giorni prima, dal primo al 6 aprile, unità di commando britannici imbarcati sui Fantail e supportati dai partigiani della 28.ma Brigata Garibaldi avevano raggiunto combattendo Porto Garibaldi nelle Valli di Comacchio, occupato alcune isolette nelle laguna e messo in sicurezza una vasta zona intorno alla foce del Reno nota in seguito come the Wedge, il cuneo.
Non tutto era andato per il verso giusto. I Fantail non avevano fatto presa sui fondali melmosi delle zone allagate, molti si erano impantanati e gli uomini avevano dovuto scendere in acqua e raggiungere la riva fra mille difficoltà. Una brigata polacca era stata colpita dal fuoco amico e aveva subito numerose perdite.
All’inizio la resistenza è debole. A ridosso della mezzanotte unità indiane e neozelandesi attraversano il Senio e stabiliscono una prima testa di ponte al di là del fiume. I genieri cominciano a gettare i  Bayley. La testa di ponte si allarga e si consolida. Alfonsine, Lugo, Fusignano e Cotignola cadono in mano alleata. L’11 aprile vengono raggiunte Menate e Longastrino , tappe obbligate verso l’importantissimo ponte di Bastia; il giorno seguente anche il Santerno viene superato. Ai tedeschi resta ora solo la linea  del fiume Sillaro.  Von Vietinghoff sposta nella zona l’intera 29.ma Panzer Division deciso a tenere la linea. La pressione alleata, tuttavia, non accenna a diminuire. Benché tenacemente contrastati, gli uomini di McCreery guadagnano terreno. Unità britanniche si impadroniscono del ponte di Bastia, i polacchi entrano a Imola e il 14 aprile le prime unità d’assalto attraversano il Sillaro in più punti stabilendovi teste di ponte. Vietinghoff scrive a Hitler chiedendogli l’autorizzazione a portarsi dietro una linea più sicura. Ma intanto, di propria iniziativa, ordina ai suoi di ritirarsi dalla zona di Imola.
Il 14 aprile, nel settore della Quinta armata, le 8, 30 sono passate da poco quando  nel cielo appaiono i primi Liberator e B 17. Bombe ad alto potenziale si abbattono sulle posizioni tedesche. Poi, senza soluzione di continuità, arrivano i bombardieri medi e i cacciabombardieri. Napalm e bombe a frammentazione colpiscono concentramenti di truppe, posizioni fortificate, postazioni di artiglieria.  Dappertutto si alzano fumo e fiamme, la polvere copre ogni cosa. L’aria è grigia, densa e irrespirabile; il cielo è scomparso.  E non è ancora finita. Dopo gli aerei tocca ai 75, ai 155 e agli otto pollici finire il lavoro. Protette da quella tempesta di fuoco, le truppe raggiungono le posizioni assegnate. Truscott ha in linea due Corpi d’armata: nella zona centroccidentale il Quarto ( generale Crittenberger),  al centro il Secondo ( generale Geoffrey Keyes). All’estremità occidentale del fronte operano la 92.ma divisione Buffalo – formata da soldati di colore – e il 442 reggimento Nisei, formato da americani di origine giapponese. Protette sul fianco da truppe brasiliane, queste due unità si erano mosse per prime il 5 di aprile, conquistando in rapida successione le città di Massa e di Carrara . Per proteggere l’armata della Liguria comandata dal maresciallo Rodolfo Graziani, Vietinghoff aveva inviato rinforzi nel settore, fermando la 92.ma , ma indebolendo altre parti del fronte.

La Compagnia G , 85.mo reggimento, Secondo battaglione, Decima divisione da montagna  – la formidabile unità del Quarto corpo- è in azione nella zona di Castel D’Aiano.  Il fuoco tedesco è intenso: mortai, artiglieria, mitragliatrici. Gli ufficiali attaccati alle radio da campo chiedono con insistenza fuoco di copertura. Che tarda ad arrivare.
Il soldato di prima classe John D. Magrath si offre  allora volontario per andare in avanscoperta. Viene dal Conneticut, ha vent’anni. Armato soltanto del proprio fucile, attacca una posizione tedesca, neutralizza i serventi, si impossessa della loro mitragliatrice e prosegue mettendo fuori combattimento altre due postazioni nemiche e consentendo ai suoi di avanzare.  Quando il fuoco tedesco si sposta sulle posizioni raggiunte dalla Compagnia G, Magrath esce di nuovo in avanscoperta per vedere se ci siano feriti e per farsi un’idea dell’entità delle perdite. Cadrà sul campo durante questo tentativo. Guadagnerà una Medaglia d’Onore alla memoria per aver operato “above and beyond the call of duty”, oltre i normali doveri di servizio.
Sono i soldati come Magrath non i cannoni a far tacere le mitragliatrici tedesche; è l’impeto degli “alpini” della Decima  a costringere i tedeschi a ritirarsi da Rocca Roffeno, Monte Pigna, Vergato, Monte Milano; sono i carristi del Secondo corpo e i “tori rossi” della 34.ma ad aprirsi la strada lungo le statali 64 e 65 e a far  traballare lo schieramento tedesco. Sono scontri aspri e sanguinosi, non di rado combattuti all’arma bianca. Le unità di élite tedesche tengono duro e  si battono con ardimento tanto sul fronte dell’Ottava quanto su quello della Quinta.
La fatica e lo stress cominciano a farsi sentire. Quando i fanti dell’87.mo reggimento della Divisione da montagna arrivano nel villaggio di Montepastore sono stanchi morti, non ce la fanno quasi più. Tutto va bene, purché serva da riparo e da letto: le stalle, i fienili, le case abbandonate. Si tolgono gli zaini dalle spalle e si accasciano semiaddormentati. Dopo giorni di combattimenti continui, quello è il primo vero momento di riposo. E dopo il sonno, il cibo. Escono dai ripari a caccia di pollame, in cerca di cipolle e di altre verdure. Accendono i fuochi e cucinano: quello è il loro primo pasto caldo dopo giorni e giorni a gallette e a carne in scatola.
Quei giorni di lotta furibonda hanno lasciato il segno anche sui tedeschi. Molti di loro, stanchi e sfiduciati, si sono arresi. Gli altri, i combattenti irriducibili delle divisioni ritiratisi da Montepastore, da Torre Iussi, da Rocca Roffeno e dalle alture sovrastanti la Via Emilia, sono esausti. Il maggior generale Bernhard Steinmetz, comandante del settore sotto pressione, se ne è infischiato altamente degli ordini di tenere duro a tutti i costi e di propria iniziativa ha ordinato ai suoi di ritirarsi.
Il 17 aprile arriva la scontata risposta di Hitler a von Vietinghoff : non ci si ritira. Lo stesso giorno , dopo violenti combattimenti intorno alla Fossa Marina, i britannici forzano la strettoia di Argenta: sta prendendo forma un gigantesco accerchiamento. Vietinghoff non ha più riserve da impiegare in combattimento: se non si sbriga a togliersi di lì alla svelta non potrà mai organizzare una ritirata ordinata né sperare di raggiungere il Po prima degli Alleati.
Anche le speranze di ottenere un cessate il fuoco erano cadute qualche tempo prima. Il generale delle SS Karl Wolff  aveva intavolato , tramite intermediari, trattative segrete con gli Alleati a Ginevra per negoziare una resa onorevole delle truppe tedesche in Italia. Ma gli Alleati si erano mostrati intransigenti e avevano posto come condizione fondamentale per il cessate il fuoco la resa incondizionata.
Dunque: la Linea Gotica è stata spezzata in più punti, la porta delle trattative è stata definitivamente chiusa, Vietinghoff ha l’acqua alla gola. Scrive di nuovo a Hitler: devo abbandonare le posizioni e portarmi oltre l’Adige per salvare ciò che resta del Gruppo C . Non ho altra scelta. E senza aspettare la risposta da Berlino, ordina ai suoi di ritirarsi. È il 20 aprile, compleanno di Hitler. Nello stesso giorno, unità della Decima lo “festeggiano” raggiungendo la Via Emilia a Ponte Samoggia, una ventina di chilometri da Bologna. E non è finita. La Sesta divisione corazzata sudafricana entra a Casalecchio; i Polacchi del generale Anders sono ormai a pochi chilometri da Ferrara; la 10.ma divisione indiana ha aggirato Budrio; la divisione neozelandese ha stabilito una solida testa di ponte oltre il fiume Idice. La trappola per Goti sta per chiudersi.

Epilogo.

I soldati britannici in Italia canticchiavano sempre più spesso una canzoncina sull’aria di Lili Marlene. Diceva, più o meno, questo: qui in sunny Italy facciamo la bella vita fra bisbocce e vino a fiumi. Salerno? Una vacanza pagata e accoglienza da re. E che dire di Napoli e di Cassino? Una scampagnata. Anzio e il Sangro? Tante belle ragazze da rimorchiare. Firenze? Una passeggiata. Rimini? Un viaggetto in autobus passando per la Linea Gotica. Per tutto l’inverno ci siamo dati agli sport invernali e in primavera abbiamo fatto il bagno nel Po. Eh sì, proprio una bella vita. Nessuno venga a dirci di andarcene da qui. Di chi sono quelle croci sulle colline, ci chiedete? Ma che domanda: degli imboscati che non vogliono andarsene dall’ Italia. Di chi altri se no? Churchill era andato giù pesante con Lady Astor. I D-Day Dodgers non furono da meno.[2]

Guerra inutile?

La campagna d’Italia fu lunga, sanguinosa, crudele. E costosa. Sotto i bombardamenti persero la vita migliaia di civili, interi paesi furono rasi al suolo. Migliaia di soldati di entrambe le parti caddero in combattimento o ricevettero terribili ferite. La geografia e il maltempo trasformarono il campo di battaglia in un inferno. C’era fango dappertutto, i fiumi e i torrenti erano gonfi e impetuosi, si procedeva su strade infami. Sembrava di essere tornati indietro di trent’anni, alle battaglie della prima guerra mondiale. Soldati tedeschi giudicarono le condizioni ambientali del fronte italiano peggiori di quelle del fronte russo, il che è tutto dire. Ci vollero quasi due anni e oltre trecentomila  perdite( seicentomila fra i civili) per uscire da quel vicolo cieco e arrivare al Po. E allora perché la campagna d’Italia fu progettata e combattuta? Che impatto ebbe- se l’ebbe- sulla guerra?
I sostenitori del “ vicolo cieco” non hanno dubbi: fu una guerra inutile, evitabile, male organizzata e peggio condotta, un palcoscenico per prime donne isteriche o quasi, una campagna da ricordare solo per il pesante “conto del macellaio”. Furono commessi errori militari macroscopici, fu distrutta inutilmente la secolare Abbazia di Montecassino, si sprecarono tempo e occasioni, i costi superarono di gran lunga i benefici.  Il dilemma di fondo- Normandia o Italia – non fu risolto subito e questo generò equivoci, false aspettative, speranze frustrate. Britannici e americani non la vedevano allo stesso modo. Per i primi  l’Italia era in potenza il “terzo fronte”, quello in grado di spalancare la porta di servizio della Germania; per i secondi era un fronte del tutto secondario, buono tutt’al più a distogliere truppe tedesche dalla Francia. Al fronte italiano furono tolte divisioni e, soprattutto, sostegno politico a vantaggio di quello normanno. Privato dei reparti spediti in Francia per l’operazione AnvilDragoon (sbarco in Provenza a sostegno di Overlord), il fronte italiano non era abbastanza forte per ottenere una rapida vittoria né abbastanza debole per essere tenuto fermo o smobilitato. Visse così in una sorta di limbo, dimenticato dai più, ma certo non da chi doveva combattervi in condizioni disumane. I soldati di Cassino rannicchiati dietro ai sangar in mezzo ai cadaveri insepolti fra nugoli di mosche o i GI della 36.ma mandati al macello sul Rapido pagarono per questa situazione. E  per gli errori dei propri comandanti.
Ma c’è anche chi, pur ammettendo improvvisazione e errori, considerò il “fronte dimenticato” un fronte fondamentale. Churchill, naturalmente. Scrisse: impegnammo in Italia venti divisioni tedesche, altrettante le tenemmo bloccate nei Balcani alleggerendo sia Stalin, sia  Eisenhower. E Kesselring, da parte sua: se non ci fosse stata Anzio, in Normandia non avreste vinto. Affermazioni autorevoli, senza dubbio. E forse giuste. Ma un dubbio resta: Churchill e Kesselring sono sinceri quando fanno queste affermazioni o parlano pro domo sua? Esprimono un dato oggettivo o tendono ad ampliarlo per mettere in risalto la propria capacità militare( Kesselring)e la propria lungimiranza politica( Churchill)? Qualcuno, infatti, nei panni dell’avvocato del diavolo, retoricamente si chiede: sarebbero stati in grado i tedeschi di muovere truppe dall’Italia verso altri fronti quando le ferrovie non esistevano più, le strade erano voragini e gli aerei alleati dominavano i cieli?
La campagna d’Italia rese sicuro il Mediterraneo, mise a disposizione degli Alleati il complesso aeroportuale di Foggia da cui si potevano colpire i Balcani, la Romania e Ploesti; fornì utili insegnamenti circa l’impiego di truppe aviotrasportate durante le operazioni anfibie, servì a dare respiro a Stalin vista l’impossibilità di aprire il secondo fronte in Francia nel ’43. Tutto vero. Ma la campagna d’Italia si protrasse troppo a lungo e causò  migliaia di vittime innocenti fra la popolazione civile sottoposta ai pesanti bombardamenti alleati e alle rappresaglie delle SS. Nel suo libro La guerra inutile, Eric  Morris fornisce numerose testimonianze circa le sofferenze patite dalla popolazione civile in quei terribili frangenti. E  allora si torna al punto di partenza: la campagna d’Italia fu davvero necessaria? Si sarebbe potuta evitare? Avrebbe potuto essere chiusa  prima?

Alcune risposte si trovano qui:

Da leggere:

Eric Morris, La guerra inutile: la campagna d’Italia 1943-45, Longanesi, 1993

Gianni Rocca, L’Italia invasa: 1943-45, Mondadori, 1998

Guido Vergani, Trappola per Goti, La Repubblica, 5 maggio 1985

I titoli di altri testi  sull’argomento compaiono nel seguente post: Il fronte dimenticato.

Cartine :  si rimanda al libro di Morris , La guerra inutile: in appendice sono riportate cartine molto dettagliate.

In questo sito:

Ditelo ai vostri uomini.
Sicilia 19431943: lo sbarco alleato in Sicilia fra cadaveri alla deriva, opinioni contrastanti , fazzoletti gialli e generali “ d’acciaio”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

Il gatto e la balena.
Angelita di Anzio1944: lo sbarco alleato a Anzio. “Dio, aiutaci! Ma vieni di persona. Non mandare tuo figlio: non è un posto per bambini, questo.”
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

Il cappello a cilindro.
AvalancheSalerno 1943: la “valanga” alleata si abbatte sulla costa campana.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

QUI  , inoltre, potrete leggere altri articoli sulla Seconda Guerra Mondiale e non solo.

Gli avvenimenti in breve.

Settore dell’Ottava armata.

1° aprile 1945. Iniziano le operazioni preliminari in preparazione dell’attacco principale. Hanno un duplice scopo: mettere in sicurezza la zona intorno alle Valli di Comacchio e costringere i tedeschi a spostare in questo settore parte delle loro riserve per prevenire un eventuale sbarco nella Laguna di Venezia. Commando della Seconda brigata britannica coadiuvati dai partigiani della 28.ma Brigata Garibaldi iniziano un’operazione anfibia nelle Valli per garantire copertura alla futura azione verso Argenta. I fondali sono poco solidi e i Fantail si impantanano. Tuttavia i commando , superando la confusione, riescono a prendere terra, cogliendo di sorpresa  la divisione Turcomanna impegnata nel settore.
4 aprile. I commando britannici raggiungono Porto Garibaldi. In quattro giorni hanno fatto più di ottocento prigionieri.
5 aprile. Una forza anfibia britannica conquista alcune isolette poste al centro della laguna.
6 aprile. Unità della 56.ma divisione britannica attaccano nella zona della foce del Reno. I tedeschi si battono bene, ma devono cedere al nemico una vasta zona nel settore sud-occidentale della Laguna di Comacchio, zona in seguito conosciuta come “The Wedge”, il cuneo. Questa azione pone termine alle operazioni preliminari.
9 aprile. Bombardieri pesanti e medi martellano per ore le posizioni tedesche fra il Senio e il Santerno. Le unità di testa del Corpo polacco vengono bombardate per errore dal “ fuoco amico”.  Protetti dal fumo, dalla polvere e dall’oscurità , alle 19,30 i primi reparti di fanteria scattano in avanti. La resistenza tedesca è inizialmente debole.  Alle 23,30 unità dell’Ottava divisione indiana stabiliscono una piccola testa di ponte oltre il Senio; due battaglioni della Quinta e della Sesta brigata della Seconda divisione neozelandese passano il fiume. I genieri cominciano a gettare i primi ponti Bailey. I polacchi incontrano una decisa resistenza da parte di unità della 26.ma Panzer Division e della Quarta paracadutisti, ma riescono a portarsi oltre il fiume.
10 aprile. Vengono raggiunte Alfonsine, Lugo, Fusignano e Cotignola. La testa di ponte alleata è consolidata su un fronte di una trentina di chilometri.
11 aprile. Scatta l’operazione Impact Plain. Una brigata britannica(169.ma) appoggiata da commando  si muove sui Fantail dal “Cuneo” in direzione del centro abitato di Menate, a sei chilometri circa dalla foce del Reno e a una decina dall’importantissimo ponte di Bastia. Questa volta i Fantail si muovono senza difficoltà nelle zone allagate. Menate e Longastrino sono conquistate in poco tempo. Una seconda brigata(167.ma), partita dalla riva opposta, si congiunge con la prima consentendo ai carri di avanzare in sicurezza. La 42.ma Jaeger Division, minacciata di accerchiamento, combatte con la forza della disperazione. Le perdite aumentano. I polacchi occupano Bagnara; i neozelandesi della Seconda divisione passano il Santerno stabilendo una piccola testa di ponte a sudovest di Sant’Agata; gli indiani della 17.ma brigata oltrepassano il fiume a nordovest di quest’ultima località; i polacchi allargano la loro testa di ponte in direzione di  Castel Bolognese; la brigata israeliana si avvicina a Monte Gebbio; il Gruppo di combattimento Friuli passa il Senio e occupa Riolo dei Bagni; il reggimento Nembo del Gruppo Folgore occupa Tossignano. I tedeschi si ritirano oltre il Santerno.
12 aprile. Nonostante un’accanita resistenza, unità dell’ 8.va divisione indiana, della Seconda divisione neozelandese e della Terza divisione dei Carpazi stabiliscono solide teste di ponte oltre il fiume Santerno. I polacchi “bonificano” Castel Bolognese e occupano Castelnuovo sei chilometri a nord. Il Gruppo Folgore entra a Cadrignano, Ronco e Camaggio. Due brigate britanniche e il Gruppo di combattimento Cremona si avvicinano alla confluenza Reno-Santerno.
13 aprile. Dopo aver perso le linee del Senio e del Santerno, i tedeschi sono fermamente intenzionati a difendere a oltranza la linea difensiva appoggiata al fiume Sillaro. Nella zona schierano anche unità della 29.ma divisione Panzer, tenuta fino a quel momento di riserva.  Reparti  della Seconda divisione neozelandese occupano la cittadina di Massa Lombarda. Due brigate britanniche si avvicinano a Conselice da nordest, una terza brigata da sud.
14 aprile. Reparti britannici e italiani ( Gruppo di combattimento Cremona) si impadroniscono del ponte sul Reno a Bastia prima che possa essere distrutto dagli Jaeger in ritirata. I Polacchi raggiungono Imola.  Unità della Seconda divisione neozelandese raggiungono il Sillaro, lo attraversano e stabiliscono una testa di ponte a nord di Sesto Imolese. Vietinghoff scrive a Berlino: se non effettuo una ritirata tattica sulla linea Po-Ticino, il destino del Gruppo C e del’Italia è segnato. Senza aspettare la risposta, ordina al Primo reggimento paracadutisti di ritirarsi da Imola e di raggiungere la linea successiva. Anche il generale Traugott Herr, di propria iniziativa, sposta l’intera 29.ma divisione panzer nella zona di Argenta. Ormai per entrambi i comandanti è chiaro che non ci sarà alcuno sbarco anfibio nella Laguna di Venezia. E possono, quindi, concentrare le loro forze nel settore più direttamente minacciato.
15 aprile. Gli Jaeger si ritirano da Bastia. La testa di ponte oltre il Sillaro viene consolidata e estesa. Il 15.mo reggimento della 29.ma divisione panzer è trincerato intorno alla Fossa Marina, un canale situato a tre chilometri a sud di Argenta. Unità  della 167.ma brigata britannica occupano Bastia, reparti di esploratori si spingono fino a un paio di chilometri da Argenta. Le avanguardie della 36.ma brigata raggiungono il Canale Quaderno a sudovest di Bastia. La resistenza è accanita. I parà tedeschi ( Prima e Quarta divisione) si ritirano combattendo verso il punto in cui il Sillaro attraversa la Via Emilia. Nella notte fra il 15 e il 16 una brigata indiana si avvicina alla località di Medicina.
16 aprile. La linea attorno al Canale della Fossa viene attaccata in più punti. I partigiani guidano i britannici attraverso i campi minati. I granatieri della 29.ma si battono con decisione , ma non possono impedire l’attraversamento del Canale da parte degli uomini di MacCreery. I polacchi entrano a Medicina.
17 aprile. Si formano e si consolidano le prime teste di ponte britanniche oltre la Fossa. Da Berlino arriva la risposta alla richiesta di von Vietinghoff: non ci si ritira.
17 aprile. Bombardieri alleati saturano di bombe l’area intorno alla Fossa Marina e prendono di mira qualsiasi cosa si muova intorno ad Argenta. Unità della 78.ma divisione escono dalle teste di ponte e si muovono in avanti a est di Argenta mentre una brigata della 56.ma, imbarcata sui Fantail, attraversa le zone allagate a sudest della città. Alla sinistra della 78.ma, commando della Seconda brigata, servendosi dei Fantail, attraversano un’area allagata a ovest del Reno per portare a termine l’accerchiamento. La sera le prime truppe britanniche entrano nel centro di Argenta.
18 aprile. Un contrattacco tedesco contro le posizioni alleate sulla Fossa Marina e in Argenta viene respinto.

Settore della Quinta armata.

5 aprile. La 92. ma divisione americana Buffalo, coadiuvata dal reggimento Nisei, si muove in direzione di Massa. 10 aprile. La città di Massa è occupata dagli Alleati; il Nisei guada il fiume Frigido; l’11 aprile viene raggiunta Carrara. I rinforzi inviati da Vietinghoff arrestano l’avanzata della 92.ma Buffalo. Tuttavia lo scopo è stato raggiunto: gli Alleati sono oltre Carrara e i tedeschi hanno impiegato  nella zona parte delle proprie riserve indebolendo il  fronte principale.
14 aprile. Dopo un violento bombardamento aereo e di artiglieria, scatta l’attacco americano. La Decima divisione da montagna attacca nella parte occidentale del fronte assegnato al IV Corpo d’armata ( generale Crittenberger). Il Secondo battaglione dell’ 87.mo reggimento, mossosi in direzione del Monte Pigna, riesce ad occupare le alture sovrastanti il villaggio di Torre Iussi. I tedeschi si ritirano su posizioni più sicure. Alla sinistra della Decima, la divisione brasiliana occupa il villaggio di Montese e alcune colline intorno a Castel D’Aiano; alla destra della Decima, la Prima divisione corazzata americana si muove verso Suzzano e Vergato.
14 aprile. L’86.mo reggimento della Decima divisione da montagna occupa la posizione chiave di Rocca Roffeno nella zona di Castel D’Aiano  minacciando il fianco delle due divisioni tedesche ( la 94.ma e la 334.ma, entrambe di fanteria ed entrambe sotto organico) schierate a difesa del settore. La conquista delle alture sovrastanti Rocca Roffeno costa più di cinquecento perdite agli americani. I tedeschi, infatti, nonostante i bombardamenti di preparazione, hanno opposto una violenta reazione. I campi minati hanno fatto il resto, rallentando la marcia delle fanterie.
15 aprile. L’87.mo e l’86 reggimento riprendono ad avanzare in direzione di Monte Pigna ( 87.mo) e delle linea Amore-Monte Mantino (86.mo). L’avanzata dell’85.mo verso Monte Righetti è rallentata dalla tenace resistenza tedesca. La Prima divisione corazzata occupa Suzzano. A Vergato, i tedeschi si difendono casa per casa. Unità del II Corpo d’armata (generale Geoffrey  Keyes ), appartenenti alla Sesta divisione corazzata sudafricana e all’88.ma divisione di fanteria attaccano al centro in direzione di Bologna a cavallo delle strade statali 64 e 65. La 91.ma e la 34.ma di fanteria attaccano lungo la strada n.65.
16 aprile. L’86.mo reggimento della Decima occupa le alture a nord di Monte Mantino. Sfruttando l’appoggio dei carri, il reggimento prosegue fino a Montepastore. A Vergato cessa la resistenza tedesca.
17 aprile. I carristi americani oltrepassano Vergato; unità del Sesto battaglione si dirigono verso Monte d’Avigo; l’11.mo battaglione occupa Monte Milano e vede aprirsi sotto di sé la valle del Reno.
18 aprile. L’87.mo reggimento è in vista del Monte Pigna, l’ultima altura ancora in mano tedesca.
20 aprile. Unità della Decima di montagna sfondano le difese tedesche e  raggiungono la valle del Po a nord di Bologna.
21 aprile. I polacchi del generale Anders, i “tori rossi” della 34.ma divisione americana e i fanti del Legnano entrano a Bologna.
22 aprile. Unità del IV corpo americano e del XIII britannico raggiungono il Po, rispettivamente, a San Benedetto e a Ficarolo.
23 aprile. A Finale, una frazione di Bondeno, le due armate si ricongiungono intrappolando quattro divisioni tedesche e alcuni reparti corazzati. Il generale Heidrich, comandante delle due divisioni paracadutisti intrappolate, per non cadere prigioniero deve attraversare a nuoto il Po.
24 aprile. Truppe americane entrano a Genova.
25 aprile. Il CNLI proclama l’insurrezione armata delle città del Nord Italia.
2 maggio. I tedeschi in Italia si arrendono e depongono le armi.

[1] I “Coccodrilli”(Crocodiles)  erano carri armati Churchill trasformati in carri lanciafiamme. Quando li videro in azione per la prima volta, i tedeschi ne furono terrorizzati. I “Canguri” ( Kangaroos) erano carri Sherman adattati per il trasporto di piccole unità d’assalto. La torretta era stata tolta e all’interno del mezzo, protetti dalla corazza, potevano trovare posto dai cinque ai sette soldati.

[2] Della canzone “D-Day Dodgers” esistono  varie versioni. Sul sito della BBC trovate il testo completo; qui potete ascoltare la canzone nella versione dei Leesiders  e qui prendere visione  della sua traduzione.


I denti del Cobra

21/06/2014

Intorno alla metà di  luglio 1944, il tenente generale Omar Bradley comandante della Prima armata impegnata in Normandia, ricevette una telefonata: il maggior generale Leonard Gerow, suo vecchio compagno di corso alla Scuola di Guerra, gli chiedeva di raggiungerlo presso il comando della Seconda divisione. E aggiungeva: non venire solo. Portati  il tuo ufficiale di ordinanza: qui abbiamo qualcosa che ti lascerà a  bocca aperta ( “We have got something that will knock your eyes out”).

Per quasi tutti noi, l’invasione della Francia –  Overlord, come fu chiamata in codice – si identifica nel D-Day, nel giorno dello sbarco. Libri e film – non ultimo “Salvate il soldato Ryan”(Saving private Ryan) – hanno trasformato il giorno più lungo in un mito, nel mito: tutto accadde e si decise in quelle drammatiche, concitate ore.
In realtà le cose andarono diversamente. Non fu affatto una passeggiata. Sbarcati il 6 giugno, solo in agosto gli Alleati intrappolarono i tedeschi nei dintorni di Falaise aprendosi la strada verso la Germania. Stando a Montgomery, Caen doveva essere conquistata il primo giorno dello sbarco, massimo il secondo: i canadesi vi entrarono il 19 luglio , dopo aspri combattimenti e dopo bombardamenti devastanti. E solo ai primi di agosto riuscirono a sloggiare i tedeschi dai dintorni della città.
Hitler – lo sappiamo- non volle muovere immediatamente verso la Normandia la Quindicesima armata di von Salmuth e questo favorì il consolidamento delle teste di ponte alleate. L’avanzata verso l’interno, tuttavia, fu lenta e tenacemente contrastata.  L’aviazione e i cannoni navali, il porto Mulberry di Arromanches  e la superiore tecnologia si rivelarono fattori decisivi per gli Alleati. Eppure, appena oltre le spiagge, tutta  la loro tecnologia e la loro potenza di fuoco furono messe a dura prova dalla conformazione del terreno.

Fitte siepi alte quattro, cinque metri correvano lungo i campi e le aree coltivate. Servivano a delimitare le proprietà, a controllare il flusso delle acque, a impedire al bestiame di disperdersi. Circondate da pruni, da meli e da altri alberi da frutto, quelle siepi erano barriere naturali formidabili. In caso di operazioni militari esse impedivano agli attaccanti di vedere, di manovrare con rapidità e di fare fuoco con efficacia. Al contrario, i difensori trovavano in quelle siepi ottimi ripari e possibilità di nascondersi senza essere visti. Esse divennero così micidiali punti di fuoco ed eccellenti luoghi di osservazione. Non per niente esse erano state mantenute intatte, mentre altre parti della Normandia erano state allagate dai tedeschi o completamente modificate a scopi difensivi.
L’impatto con il bocage fu immediato, inatteso e brutale. Usciti dalle spiagge, i soldati alleati – in particolare nella parte occidentale del fronte- si trovarono davanti quasi subito le alte e spesse siepi normanne. Il loro slancio si affievolì, in alcuni casi si spense del tutto. I GI e i carristi dovettero guardarsi dalle imboscate, dagli attacchi improvvisi, dai colpi di mortaio e di mitragliatrice , dai proiettili dei cannoni controcarro. Non se l’aspettavano, nessuno se lo aspettava. Nessuno aveva pensato a un modo per superare quelle siepi alla svelta e in sicurezza. Gli analisti militari semplicemente non lo avevano previsto. A sentir loro, i tedeschi una volta subito lo sfondamento, si sarebbero ritirati verso posizioni più sicure senza combattere. E invece, al riparo delle siepi, combattevano. Con tenacia e con accanimento.

Superare quelle maledette siepi diventò ben presto la questione prioritaria. L’aviazione – il punto di forza degli Alleati- aveva sì il dominio dei cieli, ma faticava a individuare i centri di osservazione tedeschi perfettamente mimetizzati nella vegetazione. E da quegli osservatori venivano dettate le coordinate per l’artiglieria, fornite indicazioni per le unità corazzate o per la fanteria.
Dal canto loro, i soldati alleati avanzavano quasi alla cieca esposti al fuoco nemico. I carri avevano un solo modo per superare quegli sbarramenti naturali: passarci sopra. Ma quando lo facevano , diventavano oltremodo vulnerabili perché, impennandosi, esponevano la “ pancia” al fuoco nemico. Quando invece tentavano di aggirarli, venivano presi di mira dai micidiali 88 tedeschi o si perdevano in un intrico di sentieri. Combattere nel bocage era come combattere in un labirinto. In quel succedersi continuo di siepi, fossi, sentieri si girava in tondo senza venire a capo di alcunché. Certo, prima o poi si sarebbe usciti  dal “ labirinto”.  Ma a quale prezzo?
Eppure il modo c’era. Geniale nella sua semplicità. I soldati ne parlavano, cercavano soluzioni. Aprire varchi nelle siepi usando gli esplosivi? Si poteva fare, certo, ma i problemi erano tanti, troppi. Occorreva una quantità enorme di tritolo per consentire agli Sherman di superare una siepe dietro l’altra. Come trasportare tutto quell’esplosivo? Come farlo arrivare in prima linea? Come piazzare le cariche nel posto giusto e rapidamente? Il soldato Roberts,  contadino nella vita civile, provò allora a dire: lasciamo perdere gli esplosivi: saldiamo sbarre di ferro sulla parte anteriore degli Sherman e usiamole per abbattere le siepi. Risata generale.
Forse anche il sergente Curtis “Bud” Culin rise quando sentì la proposta di Roberts. Ma poi ci tornò su. Più ci pensava, più la cosa gli sembrava fattibile. Se il problema era quello di consentire ai carri di passare attraverso le siepi, perché non dotarli di lame d’acciaio da usare a mo’ di falci? Il ferro e l’acciaio non scarseggiavano. Sulle spiagge normanne c’erano centinaia di  grossi aculei di metallo, i cosiddetti “asparagi di Rommel”. Sì, si poteva fare. Lì e subito.
Il sergente Culin ne parlò ai propri ufficiali e la cosa ebbe seguito. Sul muso di uno Sherman fu saldata una sbarra orizzontale dalla quale sporgevano quattro lame d’acciaio. Le prove sul campo diedero risultati soddisfacenti:  era nato il CHC( Culin Hedgerow Cutter) o Rhino tank.
Era quella la cosa “strabiliante” di cui aveva parlato Gerow. Bradley ne fu entusiasta. Si era alla vigilia dell’Operazione Cobra e quelle maledette siepi dovevano essere superate in fretta se non si voleva precludere l’esito dell’operazione. E il CHC era lo strumento adatto, efficacissimo nella sua semplicità. Perché non averci pensato prima?
Con la benedizione di Bradley cominciò così un  frenetico lavoro di forgiatura e di saldatura. I genieri furono costretti a turni massacranti per dotare gli Sherman delle nuove lame. Alla fine di tutto quel lavoro, sei carri su dieci montavano le appendici . Ora il Cobra era pronto a colpire.

Il sergente Culin si guadagnò una Medal of Honor per quell’ invenzione “assurdamente semplice” (Bradley) e una Purple Heart quando, quattro mesi più tardi, subì una grave ferita a una gamba saltando su una mina. Alla fine della guerra tornò in America e intraprese l’attività di commesso viaggiatore. Morì il 20 settembre 1963.
Ha scritto il generale Eisenhower: “ L’invenzione del sergente Culin che ci ha permesso di sfondare con successo in Normandia è la dimostrazione di quanto gli americani sappiano essere ingegnosi.”

Da www.flamesofwar.com
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Da leggere:

Stephen E. Ambrose, D-Day. Storia dello sbarco in Normandia, Rizzoli, 1998
Claude Bertin, La vera storia dello sbarco in Normandia, Res Gestae, 2013
Larry Collins, La storia segreta, Mondadori, Oscar Storia, 2005
Cornelius Ryan, Il giorno più lungo, BUR, 2003
Oliver Wieviorka, Lo sbarco in Normandia, Il Mulino, 2009

Da vedere:

Il giorno più lungo, di Darryl F. Zanuck,Ken Annakin, Bernhard Wicki, 1962
Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg, 1998