I volantini alati

04/03/2017

 

operazione-vago-1988

Prologo

Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque nacque l’11 novembre 1855 nel conselho di Batalha, distretto di Leiria, Portogallo.  Militare di carriera, membro di un’antica famiglia nobiliare, si distinse durante le guerre coloniali, fu nominato governatore del Mozambico, acquistò considerazione  e popolarità in patria, il favore del re dom Carlos e, stando ai si dice, anche il cuore della regina Donna Amelia. Rientrato a Lisbona nel 1898, fatto oggetto di critiche per il suo comportamento in Africa, disgustato dal clima di decadenza e dalla confusione imperante nel Paese, si tolse la vita l’8 gennaio del 1902[1].
Ma a più di un secolo di distanza, il 10 novembre del 1961, Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque ritornò prepotentemente agli onori della cronaca.

In volo per amore

il-comandante-marcelinoIl 10 novembre 1961, il comandante José Siqueira Marcelino, asso dell’aviazione  civile portoghese, avrebbe dovuto volare con un  Lockheed Super Constellation  da Lisbona a Oporto . Nello stesso giorno, un DC6 francese noleggiato dalla TAP,  avrebbe dovuto compiere il tragitto da Casablanca, in Marocco, a Lisbona. Il comandante Marcelino era un  ex pilota militare. Esperto, abilissimo, insignito di numerose onorificenze godeva di considerazione e prestigio nell’ambiente e conosceva persone importanti. Piaceva alle donne e le donne piacevano a lui.

maria-luisa-infanteMaria Luisa( o Luiza) Infante era un’assistente di volo della TAP. Quel 10 novembre avrebbe dovuto volare da  Casablanca a Lisbona. Marcelino – il cui matrimonio era da tempo in crisi- era attratto da Maria Luisa. Doppiamente attratto, perché, a differenza di tante altre donne, sembrava insensibile al suo fascino. Pur di stare insieme a lei e grazie alle entrature e al prestigio maturati nell’ambiente, il comandante riuscì a farsi assegnare il volo di andata e ritorno dal Marocco al Portogallo anziché quello interno. Ma ottenne anche di più: il Super Constellation fu assegnato alla rotta dall’Africa all’Europa e il DC6 a quella  da Lisbona a Oporto. Per ottimizzare l’impiego dei velivoli e risparmiare sul costo del noleggio, fu la motivazione ufficiale.
La TAP assegnava allora (e , credo, assegni ancora) a ogni suo aereo il nome di un portoghese illustre: Bartolomeu Dias, Vasco da Gama, Nun’Alvares Pereira, Fernau de Magalhaes e così via. Quello di Marcelino si chiamava Mouzinho de Albuquerque.

 

Il 10 novembre a bordo del Super Constellation si trovavano diciannove passeggeri- in gran parte americani- e sette membri d’equipaggio. Marcelino e Maria Luisa avevano passato insieme la serata del 9 novembre in un locale notturno , il Gallo d’oro( Le Coque d’Or), cenando e assistendo a uno spettacolo di danza del ventre. Erano poi tornati in  albergo dormendo ciascuno nella propria camera.
Alle 9,15 l’aereo decollò dall’aeroporto di Casablanca con destinazione Lisbona. Il tempo era buono, il cielo limpido. Il volo si preannunciava palma-inaciotranquillo. Ma quarantacinque minuti dopo il decollo, Marcelino sentì la canna di una pistola contro la sua nuca. Uno dei passeggeri era entrato nella cabina di pilotaggio. Ed era armato. Si chiamava Hermìnio da Palma Inàcio.
Con lui, a bordo, c’erano altri cinque antifascisti portoghesi- quattro uomini e una donna[2]– decisi a compiere un’azione clamorosa ai danni del regime di Salazar: sorvolare Lisbona, Barreiro, Beja e Faro, lanciare migliaia di volantini contro l’Estado Novo e le imminenti elezioni politiche- considerate una specie di farsa- ritornare in Marocco e atterrare a Tangeri.
L’esperto comandante non perse la calma. “ Non si può fare.” obiettò quando conobbe le intenzioni dei dirottatori “Non abbiamo carburante a sufficienza. Né è possibile aprire le porte dell’aereo per lanciare i volantini.” Ma Palma Inàcio era stato meccanico di aerei, aveva conseguito il brevetto di pilota durante una sua breve permanenza negli Stati Uniti d’America, sapeva dove mettere le mani. Si fece consegnare il piano di volo: gli bastò un’occhiata per capire quanto inconsistente fosse l’obiezione del comandante. In quanto all’impossibilità di lanciare volantini, bastava tenersi bassi, depressurizzare la cabina e aprire una delle uscite di sicurezza.
Marcelino desistette dal compiere altri tentativi: non poteva mettere a rischio l’incolumità e la sicurezza dei passeggeri Dal canto loro, i dirottatori, su richiesta dell’equipaggio, tennero le armi[3] ben nascoste, pronti tuttavia ad usarle in caso di necessità. Insomma, a bordo tutto sembrava normale. E Maria del Pilar Blanco, assistente di volo, non vedeva l’ora di arrivare. A Lisbona l’aspettavano il matrimonio, un marito da amare, i figli da crescere, una casa cui badare. Detto in altri termini, l’aspettava una vita felice in puro stile Estado Novo. Quando si rese conto di quanto stava succedendo, Maria del Pilar sentì il proprio futuro in pericolo e scoppiò a piangere. Vedendola così afflitta, un membro del commando le si avvicinò sussurrandole: “ Tranquilla. Andrà tutto bene.”
E i passeggeri? Due di essi se ne stavano in disparte e in silenzio, apparentemente concentrati sugli affari loro. Gli altri ridevano e scherzavano, bevevano vino e si scambiavano battute. Le solerti assistenti di volo, infatti, avevano provveduto a distribuire con tempestività bevande alcoliche, champagne compreso. Le signore a bordo furono omaggiate di una rosa. Sembrava più una festicciola fra amici che un’azione militare senza precedenti. Paradossalmente i più nervosi erano i dirottatori. Uno di loro non resse la tensione( o il mal d’aereo) e dovette recarsi in bagno a vomitare. Maria Luisa lo seguì, trovò il bagno in condizioni indecenti e senza preamboli ordinò al dirottatore di pulire dove aveva sporcato. Fu prontamente obbedita.
Al momento di iniziare la manovra di discesa su Portela, il comandante Marcelino contattò la torre di controllo e fu autorizzato ad atterrare . Il Super Constellation scese verso la pista numero cinque fino quasi a sfiorarla, ma all’ultimo momento, riprese quota e, volando a poco più di cento metri dal suolo, passò sopra la Baixa, sfiorò la statua del Marchese di Pombal e i tetti dei palazzi della capitale. Migliaia di “volantini con le ali” piovvero su Lisbona.
Il comandante Marcelino ricontattò la torre. Fece capire di essere stato costretto a eseguire quella manovra, che era in atto un dirottamento e che avrebbe proseguito verso il sud del Paese. L’esterrefatto controllore di volo gli chiese di ripetere quanto aveva appena detto, tanto la cosa sembrava inverosimile. Non fu necessario ripetere. Il generale Costa Macedo, in volo nei paraggi su un monomotore , intercettò la comunicazione, capì immediatamente di che cosa si trattava e diede l’allarme. Dalla base di Monte Real, si alzarono in volo due caccia Sabre F 86: avevano l’ordine di intercettare il super Constellation, di costringerlo ad atterrare in territorio portoghese o , stando alla testimonianza di uno dei due piloti, di abbatterlo in caso di rifiuto da parte del comandante.
Non andò così. Volando bassissimo per evitare i radar e i caccia, il Super Constellation sorvolò le cittadine di Beja e di Barreiro, sulle quali furono lanciati altri volantini. In vista di Faro, nell’Algarve, il comandante Marcelino eseguì una manovra degna della sua fama: volando a non più di dodici -quindici metri di altezza passò in mezzo a due navi militari, impedendo loro di fare fuoco per paura di colpirsi reciprocamente.
Dopo tre ore dal decollo da Casablanca, Mouzinho de Albuquerque atterrò di nuovo in Marocco, a Tangeri.

Epilogo

All’aeroporto, ad aspettare i dirottatori, c’era l’ideatore dell’operazione, il capitano Henrique Galvão in persona. Passeggeri ed equipaggio furono portati negli uffici della polizia marocchina e interrogati. Il comandante Marcelino udì nell’ufficio accanto al suo l’inconfondibile rumore di bottiglie di champagne stappate: i dirottatori brindavano al successo della loro impresa. Il governo portoghese ne chiese l’estradizione, il Marocco non la concesse. I sei antifascisti ripararono in Brasile.
Tornato in Portogallo, il comandante Marcelino fu interrogato dalla PIDE, ma non volle rivelare il motivo per cui si era fatto assegnare una rotta diversa da quella originaria e perché i due aerei – il Super Constellation e il DC6 francese- erano stati scambiati. La TAP lo sospese dal servizio per un mese.
Molti anni e molte ore di volo dopo, in un Portogallo senza più Salazar, avrebbe dichiarato: tacqui per salvaguardare il buon nome e la tranquillità ( oggi diremmo la privacy) della donna per seguire la quale mi ero dato da fare per scambiare i voli e gli aerei.
José Siqueira Marcelino e Maria Luisa Infante si sposarono l’11 aprile del 1967.

 

[1] Secondo alcune fonti, Mouzinho de Albuquerque non si sarebbe suicidato, ma potrebbe essere stato assassinato. È quanto sostiene, ad esempio, il diplomatico portoghese Antònio Mascarenhas Galvao. Analizzando le ore e i momenti precedenti la scomparsa di Mouzinho, l’autore individua comportamenti incompatibili con un aspirante suicida. Pranza con la famiglia reale, si reca dall’oculista a farsi controllare un versamento di sangue in un occhio, sosta in libreria dove acquista un volume che non sarà trovato accanto al suo cadavere, si reca al club dove è iscritto e accompagna il fratello del re in Piazza dos Restauradores. E che dire del tipo di arma usato? Una pistola a tamburo, calibro 45, ben diversa da quelle automatiche solitamente usate da Mouzinho. E della posizione del corpo all’interno dell’auto dove fu trovato? Il corpo è  piegato in avanti, mentre, secondo logica, dovrebbe essere piegato all’indietro. E così via.

È vero: esiste una lettera inviata a Donna Amelia, la regina, in cui Mouzinho le chiede perdono per il gesto che sta per compiere e di pregare per lui. Ma è autentica o è un falso? Secondo l’autore, l’ex governatore del Mozambico dava fastidio a molti , forse a troppi. Il che spiegherebbe anche un eventuale omicidio. Prove concrete circa l’assassinio di Mouzinho, tuttavia, non sono state ancora trovate. La versione più accreditata, dunque, resta quella del suicidio. (Confronta: http://noticias.sapo.pt/lusa/artigo/09630de2b83f75808f6575.html)

[2] Oltre a Herminio da Palma Inacio, facevano parte del commando Amandio Silva, Camilo Mortagua, Fernando Vasconcelos, Joao Martins e la moglie- allora incinta-  di Vasconcelos, Maria Helena Vidal. L’intero piano era stato concepito dal capitano Henrique Galvão, protagonista nel gennaio precedente, insieme al generale Humberto Delgado, dell’assalto al piroscafo Santa Maria. In realtà, il dirottamento del Super Constellation  doveva far parte di un’operazione più vasta per far cadere Salazar. Ma l’operazione fu annullata perché il Partito Comunista Portoghese negò il proprio appoggio. Galvão e Delgado, tuttavia, diedero ugualmente il via libera al dirottamento dell’aereo della Tap, trasformandolo in un clamoroso gesto di protesta a beneficio dell’opinione pubblica portoghese e mondiale.

Originariamente il dirottamento avrebbe dovuto avere luogo un mese prima, il 13 di ottobre, sempre sulla rotta Casablanca-Tangeri-Lisbona. Tuttavia una “ soffiata” mise sul chi vive la PIDE- la potente polizia segreta portoghese: i controlli furono aumentati e a bordo furono fatti salire paracadutisti armati. Galvão annullò l’operazione , attendendo l’occasione propizia per realizzarla di nuovo. E l’ occasione si presentò proprio il 10 novembre. La PIDE questa volta non sospettò alcunché. Seguiva il gruppo da mesi, ma fu tratta in inganno dal loro comportamento. I membri del gruppo, infatti, riuscirono a far credere di stare preparando l’assalto a una nave, sulla falsariga di quanto accaduto in gennaio, quando era stato dirottato  il piroscafo Santa Maria.

[3] Cinque pistole erano state portate a bordo dell’aereo  da  Maria Helena Vidal, infilate in una cintura sotto il vestito. Poiché Maria Helena Vidal era incinta, quel rigonfiamento sembrò del tutto naturale.

La foto sotto il titolo ritrae il comandante Marcelino( a sinistra di chi guarda) e Hermìnio da Palma Inàcio(a destra) nel 1998, durante un incontro dei partecipanti al dirottamento del 1961. Da: especiedemocracia.blogspot

Da leggere:

articolo comparso sul blog Observador firmato da Ricardo Oliveira Duarte e Miguel Soares
Articolo comparso sul giornale Publico, a firma Paulo Moura, 14/7/2009
Operação Vagô , da Wikipedia, a enciclopedia livre
Articolo comparso sul seguente sito


A spasso con Matilda

24/12/2016

gallipoli

Prologo

Nelle aree rurali dell’Australia, alla fine dell’Ottocento, non era raro incontrare gli swagmen. Si muovevano a piedi da una fattoria all’altra, soli o, talvolta, in compagnia di un cane. Dormivano dove capitava, si offrivano come tosatori di pecore o per altri lavori occasionali. A tracolla portavano una coperta arrotolata( swag, da cui il nome swagman) nella quale erano raccolti tutti i loro averi ( attrezzi, provviste, utensili). Conducevano una vita libera anche se grama, erano ben visti e bene accolti. Se non c’era lavoro, ricevevano comunque un pasto e caldo e un posto per la notte.
Col tempo, lo swagman si trasformò in una specie di eroe romantico, fu celebrato da romanzieri e poeti, fu ritratto dai pittori.  La sua coperta arrotolata prese il curioso nome di Matilda e “ Girovagando con Matilda”, “ A spasso con Matilda” ( Waltzing Matilda),  diventò una ballata di conosciuta e cantata da tutti, una sorta  di inno nazionale non ufficiale, l’espressione del carattere indipendente e fiero degli australiani.

Quando, nel 1915, le prime truppe australiane lasciarono i porti della madrepatria dirette in Europa e in Medio Oriente, la folla sui moli agitava bandiere, lanciava baci, fremeva di orgoglio, piangeva di commozione. Le bande militari suonavano Waltzing Matilda. A bordo di quelle navi c’erano numerosi swagmen:  avevano rinunciato alla vita libera e alla loro coperta arrotolata per indossare l’uniforme e servire la patria.
Nessuno di loro aveva mai sentito nominare un posto chiamato Gallipoli.

Un nuovo fronte

Impararono presto a conoscerlo. Sotto il fuoco nemico, presero d’assalto le alture sovrastanti la baia; videro le acque e le spiagge arrossarsi di sangue; conobbero la paura degli attacchi notturni, soffrirono la sete, vissero in mezzo a centinaia di cadaveri insepolti; scavarono trincee e sopportarono stoicamente quella vita da talpe, tormentati dalle mosche, debilitati dalle malattie, bersagliati dall’artiglieria e dal tiro dei cecchini; si batterono, sempre, con coraggio e valore. Ma che cosa ci facevano lì, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro pianure? Che cos’era accaduto?

In Europa l’illusione di una guerra di breve durata è ormai svanita. Sul fronte occidentale le Potenze dell’Intesa pagano costi altissimi per guadagnare pochi metri di terreno. Quando ci riescono. Sul fronte orientale i russi sono in difficoltà. Hanno subìto una sconfitta umiliante e perso migliaia di uomini a Tannenberg e ai Laghi Masuri, sono sotto pressione nel Caucaso, temono di non poter resistere a un’offensiva in grande stile. Hanno milioni di potenziali soldati, ma non possono armarli ed equipaggiarli come si deve. Chiedono armi, chiedono munizioni, chiedono aiuto.
Per aiutare la Russia (e, contemporaneamente, per permettere al grano russo di arrivare in Europa) occorre mantenere aperti gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ma gli Stretti sono controllati dalla Turchia. La Turchia è ancora formalmente un impero, anche se, in pratica, il sultano conta meno di niente: a Costantinopoli, infatti, comandano i “ Giovani Turchi”, spregiudicati e filotedeschi.
Per mantenere aperti gli Stretti, dunque, occorre costringere la Turchia- una sorta di malato terminale, secondo gli Alleati- a ritirarsi dal conflitto. Con la Turchia fuori dal conflitto, le Potenze ancora indecise ( Romania, Bulgaria, Grecia, la stessa Italia) potrebbero sposare la causa dell’Intesa; il Kaiser avrebbe un alleato in meno e un problema in più;  la vitale rotta da e per Suez non correrebbe il rischio di essere minacciata; la Russia potrebbe essere rifornita e aiutata.
L’idea di un’azione militare contro l’impero ottomano è di Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato – in altri termini, ministro della Marina- nel governo Asquith. Lord Horatio Kitchener, ministro della Guerra e figura quasi leggendaria in patria, non è entusiasta di imbarcarsi in una nuova avventura( come non lo è il Primo Lord del Mare, Jackie Fisher), ma alla fine, viste anche le pressanti richieste russe, autorizza l’operazione. I francesi, in un primo momento scettici e critici sull’apertura di un altro fronte, cambiano idea e si accodano.

Rule Britannia, Britannia rule the waves!

Il piano prevede un’azione navale in grande stile nella zona dei Dardanelli, la neutralizzazione delle fortificazioni costiere, l’ingresso delle navi nel Mare di Marmara e il bombardamento di Costantinopoli. Non è previsto, almeno in un primo momento, l’impiego massiccio di truppe di terra, anche se, naturalmente, è stato messo a punto un piano di massima. Se tutto va bene- si ragiona a Londra e a Parigi, soprattutto a Londra – basteranno le corazzate( anzi , basterà la loro sola presenza) a ridurre i Turchi a più miti consigli.
Tanto ottimismo non è giustificato. Dopo l’azione dimostrativa del 19 febbraio( bombardamento dei forti costieri), i turchi sono sul chi vive e si aspettano un attacco. Hanno rafforzato le fortificazioni e posato mine. Dal canto loro, gli Alleati, sempre più sicuri di avere a che fare con uno stato moribondo e con un esercito da operetta, non ritengono opportuno rischiare le navi di ultima generazione e assegnano alla missione unità antiquate. Tanto- ragionano- anche se dovessimo perderne qualcuna non sarebbe un gran danno.

L’attacco navale vero e proprio comincia il 18 marzo 1915 e, inizialmente, ha successo. I forti all’imboccatura dei Dardanelli vengono neutralizzati, le navi alleate entrano nello Stretto. E a questo punto cominciano i guai. I dragamine hanno equipaggi civili,  privi dell’esperienza necessaria a operare sotto il fuoco; per avere ragione della seconda cintura di forti bisogna avvicinarsi a riva, perché i tiri da lunga distanza risultano inefficaci. E durante la manovra di avvicinamento, tre corazzate saltano sulle mine posate parallele alla costa una decina di giorni prima e non identificate e vanno a fondo. Una quarta viene seriamente danneggiata.
Il comandante della flotta, il vice ammiraglio John de Robbeck, comunica a Londra l’accaduto e aggiunge di essere pronto a riprendere le operazione nel giro di tre o quattro giorni. Poi ci ripensa e propone: meglio farlo con l’appoggio dell’esercito. La sua proposta viene approvata dal Gabinetto di Guerra. È un grave errore. Le fortificazioni costiere, infatti, sono a corto di munizioni;  Costantinopoli è pressoché indifesa; i  turchi si stanno preparando ad abbandonare i forti e  a ritirarsi vero l’interno. Grazie a un messaggio cifrato opportunamente decrittato dai Servizi, Churchill sa tutto questo.  Prova a mettersi di traverso, prima minacciando e poi blandendo, ma inutilmente.
Radunare la forza da sbarco è operazione complessa. Né si può fare in completa segretezza. E i turchi, quasi miracolati da de Robbeck e dalla decisione del Gabinetto di Guerra, ne approfittano immediatamente. Spostano truppe nel settore dei Dardanelli, formano una divisione di riserva pronta a intervenire in caso di necessità nei settori minacciati, portano in posizione batterie mobili di artiglieria. Il loro comandante – il generale tedesco Otto Liman von Sanders – conosce il mestiere, sa sfruttare il terreno a proprio vantaggio, fa occupare i punti strategici ( le alture, soprattutto), dispone i suoi uomini e i suoi cannoni in modo da tenere sotto controllo le spiagge.

Lo sbarco ha luogo il 25 aprile. Gli inglesi e i francesi prendono terra a Capo Helles nell’estremità meridionale della penisola; gli australiani e i neozelandesi dell’ANZAC ( Australian and New Zealand Army Corps) un po’ più a nord, sul lato occidentale, a Gaba Tepe, in quella che presto sarà conosciuta come ANZAC cove, la baia ANZAC. Il loro obiettivo è quello di prendere i forti costieri e le postazioni sulle alture, in modo da consentire alle navi di avvicinarsi, in sicurezza, a Costantinopoli.

Dig, dig, dig”

La penisola di Gallipoli è il posto meno adatto per uno sbarco. Spiagge strette sovrastate da alture, pendii accidentati, forre, burroni roccia dura. E per di più gli Alleati dispongono di scarse informazioni, hanno mappe risalenti alla guerra di Crimea ( 1853-55), comandanti inesperti e  indecisi( unica eccezione il maggior generale William Birdwood, inglese, comandante dell’ ANZAC), piani confusi e velleitari; una bassa considerazione della capacità di resistenza e di  tenuta del soldato turco, “Johnny Turk” come sarà  in seguito soprannominato dai soldati alleati.
Australiani e neozelandesi sbarcano nel posto sbagliato quando ancora è buio; perdono tempo nel cercare di raccapezzarsi e di individuare gli obiettivi; hanno di fronte un pugno di difensori, ma, anche a causa del ritardato sbarco dell’artiglieria, non riescono ad approfittarne. Von Sanders fa affluire immediatamente rinforzi. Li comanda un colonnello turco di trentaquattro anni. Prima di ogni attacco, è solito rivolgersi ai suoi soldati con questa frase: “ Io non mi aspetto che voi attacchiate. Io vi ordino di morire.” Si chiama Mustafà Kemal. Dopo la fine della guerra diventerà Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.
A Capo Helles, le truppe da sbarco si accaniscono contro i punti più forti delle difese turche( le spiagge designate in codice come V e W). Inutilmente. Sulle spiagge X e S incontrano scarsa resistenza, sulla spiaggia Y nessuna. Ma non avanzano: si fermano in attesa di un ricongiungimento con i commilitoni provenienti da V e da W, perché così recitano gli ordini. E perdono un’occasione forse unica per forzare le difese turche. Già dal primo giorno, il blitzkrieg , sia  a Capo Helles, sia a ANZAC Cove, rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento. Abbandonare l’operazione? Spalleggiato da Kitchener,  il comandante in capo del corpo di spedizione alleato( MEF, Mediterranean Expeditionary Force) , il generale Ian Hamilton, è perentorio: si resta a Gallipoli e si va avanti.

Da lì in poi, per i soldati a terra, la parola d’ordine diventa “dig”, scavare. Scavare e ancora scavare. I fianchi delle alture si trasformano in una successione di trincee sulle quali i turchi fanno piovere migliaia di bombe; il fronte riproduce gli stessi orrori e ripropone gli stessi attacchi insensati del fronte occidentale; le malattie colpiscono duro e mietono più vittime dei colpi di mortaio; a Suvla Bay una manovra di aggiramento condotta ai primi di agosto, ha inizialmente successo, poi, a causa delle indecisioni del generale sir Frederick Stopford  e dalla pronta reazione turca si trasforma nell’ennesimo massacro.
Saltano le teste: quella di Churchill prima ancora di Suvla Bay, quella di Hamilton dopo il fallito attacco alla baia. Il suo sostituto, il generale Charles Monro, ha un’unica alternativa: evacuare Gallipoli. E così avviene. Fra il novembre 1915 e il gennaio 1916, l’intero corpo di spedizione abbandona i Dardanelli senza perdite. È l’unico vero successo dell’intera campagna. Con non poca perfidia, Churchill liquiderà Monro con queste parole: “Venne, vide, capitolò.”(“ He came, he saw, he capitulated”), ma oggettivamente a Gallipoli non si poteva più continuare.

Epilogo

Quando le navi ritornarono nei porti australiani e neozelandesi recavano a bordo uomini segnati nel fisico e provati nel morale. Quegli uomini furono accolti , come un tempo, con le note di Waltzing Matilda, ma la folla non agitava bandiere né mandava baci. Uno swagman cui erano state amputate entrambe le gambe fu felice di non trovare nessuno ad attenderlo e ringraziò Dio per questo.
Tutto era cambiato e niente era più come prima. Sulle spiagge insanguinate di Gallipoli e pagando un prezzo elevatissimo( 11.000 morti, migliaia di feriti), Australia e Nuova Zelanda avevano formato la propria identità nazionale. Ma per molti swagmen reduci da Gallipoli non ci sarebbero mai più stati “giri di walzer” con Matilda nella pianure australiane.

Da leggere:

Alberto Caminiti, Gallipoli 1915. La campagna dei Dardanelli, Genova, 2008

Philip Haythornthwaite, Gallipoli 1915, Goriziana, 2015

In inglese:

https://nzhistory.govt.nz/war/the-gallipoli-campaign/gallipoli-in-brief

Da vedere:

Gli anni spezzati (Gallipoli), di Peter Weir, 1981

The water diviner, di Russell Crowe, 2014

Da ascoltare:

Waltzing Matilda ( qui nella versione dei Seekers)

And the band played Waltzing Matilda, versione di Eric Bogle.

QUI è consultabile una mappa delle spiagge degli sbarchi e delle forze coinvolte.

L’immagine sotto il titolo è tratta dal sito: https://rivegauche-filmcritica.com

 

I post relativi alla Prima Guerra Mondiale pubblicati su questo sito:

 

Il punto decisivo.

Otto dix . Il trittico della GuerraVerdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
Clicca qui per leggere l’articolo

 

 

L’esercito degli innocenti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

 

La terza volta

Otto Dix Guerra di trincea 1932

La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

La battaglia di Guglielmo

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von SchreuerKaiserschlacht ( la battaglia per il Kaiser) : i tedeschi all’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del 1918 fra santi, arcangeli, dei e cannoni a lunghissima gittata.
Clicca qui per leggere l’articolo.
 

 

“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.

Battaglia della MarnaFrancia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen fra angeli, panico, decisioni arbitrarie e ..miracoli.
Clicca qui per leggere l’articolo.
 

 

Finestre chiuse, porte aperte.

Otto dix stosstruppenUn giovane tenente , un brillante generale e quattrocento cannoni che non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
Clicca qui per leggere l’articolo.
 

 

Heia Safari!
Tanga la battagliaAfrica Orientale Tedesca 1914-18: si combatte nel bush, nella boscaglia, fra api inferocite, penuria di cibo, malattie, la guerriglia di Paul Emil von Lettow-Vorbeck, unico ufficiale tedesco a non conoscere la sconfitta.
Clicca qui per leggere l’articolo


Il colle delle proteste

20/01/2016
Pieter Paul Rubens ( 1577-1640): Ritrovamento di Romolo e Remo( 1615-1616), Roma, Musei Capitolini.

Pieter Paul Rubens ( 1577-1640): Ritrovamento di Romolo e Remo( 1615-1616), Roma, Musei Capitolini.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A volte, quando la discussione in Parlamento si fa accesa, le opposizioni minacciano di “ salire sull’Aventino”. Il significato di questa espressione è, credo, noto a tutti. Ma a seguito di quali avvenimenti l’espressione “Salire sull’Aventino” ha assunto il significato che oggi le viene comunemente attribuito?
L’Aventino è uno dei sette colli di Roma. È il colle dal quale, stando alla leggenda, Remo, in gara col fratello Romolo per il dominio della futura Città Eterna, avvistò sei avvoltoi; è il colle sul quale, sempre secondo la leggenda, Romolo seppellì il fratello dopo averlo ucciso. Non si sa perché si chiami in questo modo. C’è chi dice che il suo nome derivi da ab avibus ( Plutarco), cioè dagli uccelli ( aves) avvistati da Remo e chi da adventus ( venuta, arrivo), vista la presenza nella zona di popolazione proveniente dalla campagna nei dintorni di Roma.

Ma l’Aventino è noto anche per altri motivi. Fu il colle in cui la plebe cittadina si rifugiò più di una volta durante il corso degli anni per protestare contro lo strapotere dei patrizi, i discendenti delle antiche famiglie gentilizie romane detentori del potere economico e politico. I plebei – piccoli proprietari terrieri, bottegai, artigiani, braccianti- spesso si indebitavano coi patrizi e se non onoravano i debiti alla scadenza correvano il rischio di essere ridotti in schiavitù insieme alla propria famiglia. Benché non avessero diritti politici, i plebei dovevano prestare servizio militare. Lasciavano i campi e le botteghe per lo scudo e la lancia e, quando tornavano, erano più poveri e più indebitati di prima. Alle cicatrici delle ferite ricevute in battaglia si aggiungevano i segni delle frustate ricevute dai creditori di cui erano diventati schiavi( Livio, II,24).
Le promesse di rimettere i debiti ai plebei si sprecavano, naturalmente. Soprattutto nell’imminenza di una guerra. Ma, terminate le ostilità, non venivano mantenute. Una situazione del genere non poteva durare e non durò. Nel 259 ab Urbe Condita (per noi, 494 a.c.) soldati di alcuni reparti si rifiutarono di eseguire gli ordini, occuparono l’Aventino ( secondo Tito Livio, il Monte Sacro) e si trasformarono in una seria minaccia per Roma. Fu Menenio Agrippa con il suo famoso apologo a far rientrare la rivolta. Ma soprattutto fu l’istituzione del tribuno della plebe, un magistrato sacro, inviolabile e dotato del diritto di veto, a calmare temporaneamente le acque.
Poi, qualche anno dopo(449 a.c, 304 ab Urbe Condita), fu il comportamento del decemviro Appio Claudio  a scatenare la ribellione. Invaghitosi di una fanciulla plebea, Virginia, ricorse a maneggi di ogni sorta per averla. La vicenda ebbe un epilogo drammatico: il padre di Virginia, pur di non cederla a Claudio, la uccise( Livio, III,44).
Questa volta la reazione fu immediata e violenta. Artigiani, bottegai, commercianti, legionari in armi si trasferirono in massa sull’Aventino, mettendo in atto una serrata generale e minacciando di abbandonare Roma. La storia di Virginia odora di leggenda, ma la serrata ci fu, eccome. Alla fine si trovò una soluzione di compromesso e i diritti della plebe, temporaneamente sospesi, furono ripristinati.
Sull’Aventino si rifugiarono, secoli dopo, anche Caio( o Gaio) Gracco e i suoi seguaci, incalzati dai legionari inviati contro di loro dal Senato. Caio Gracco occupava la carica di tribuno della plebe e voleva moralizzare la vita pubblica eliminando – o per lo meno attenuando- la corruzione ormai dilagante. Più che le leggi sulla cittadinanza, fu la sua proposta di una legge sulla giustizia a scatenare la reazione degli ambienti conservatori- plebei compresi- i cui esponenti avevano le mani in pasta in centinaia di affari leciti e meno leciti[1]. Non potendo sfuggire ai propri inseguitori, Caio Gracco si suicidò (121 a.c, 632 dalla fondazione della città).

Sull’Aventino salirono anche gli oppositori del fascismo nel Parlamento italiano. Quando nel giugno del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti scomparve, i deputati ostili a Mussolini chiesero spiegazioni. Non avendole ottenute, abbandonarono il Parlamento e si ritirarono in una sala della Camera con l’intenzione di astenersi dai lavori parlamentari fino a quando il governo non avesse fornito chiarimenti sulla vicenda.

Una fotografia del deputato socialista Giacomo Matteotti ( 1885-1924). Da www.treccani.it

Il deputato socialista Giacomo Matteotti ( 1885-1924). Da http://www.treccani.it

Salire sull’Aventino, indica, quindi, una forma di protesta politica contro qualcosa percepito come ingiusto o illegale. A determinare il suo significato attuale concorrono sia gli avvenimenti relativi alla secessio plebis di antica memoria, sia quelli relativi alla più recente e celebre protesta del 1924. Ma attenzione a prendere cantonate: nel 1924 nessuno degli aventiniani si recò fisicamente se non per una passeggiata domenicale ( Montanelli) sul Colle di Menenio Agrippa: i dissidenti rimasero in una sala di Montecitorio.  Fu quella sala il loro simbolico Aventino.

 
 
 
 

Jean Baptiste Topino-Lebrun ( 1764-1801), La morte di Caio Gracco(1792), Marsiglia, Musée des Beaux-Arts.

Jean Baptiste Topino-Lebrun ( 1764-1801), La morte di Caio Gracco(1792), Marsiglia, Musée des Beaux-Arts.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

[1] Nella sua veste di tribuno della plebe, Caio Gracco(154-121 a.c.) propose diverse importanti leggi.La legge agraria – adeguamento della legge agraria voluta in precedenza dal fratello Tiberio Gracco- regolamentava l’assegnazione delle terre demaniali ai poveri; la legge frumentaria fissava il prezzo del grano e ne regolava le distribuzioni pubbliche ai bisognosi; la legge militare regolamentava l’accesso e la permanenza dei cittadini sotto le armi; la legge sulla cittadinanza mirava a estendere la cittadinanza romana ai Latini e quella latina agli Italici e, infine, la legge giudiziaria si proponeva di porre un freno alla corruzione dilagante affidando ai componenti della nuova classe dei cavalieri – e non a quella dei senatori- la carica di giudice nei tribunali incaricati di controllare l’operato dei governatori delle province.

 


Heia Safari!

24/06/2015

 

Tanga la battaglia

Prologo

 Un  giovane tenente tedesco di stanza in una remota località non lontana dal Monte Kilimangiaro, in Africa, non ne poteva più di quel posto e di quella vita. Lì non accadeva mai niente, i giorni erano tutti uguali, il servizio  ripetitivo. Sembrava di vivere in mezzo al Nulla.
Decise così di concedersi un po’ di svago. Senza avvisare il proprio comandante, una mattina di luglio  lasciò l’avamposto e si diresse verso la cittadina di Moshi con l’intenzione di farsi un paio di birre. Lungo la strada si imbatté in un uomo in abiti civili. L’uomo, alto, prestante, vigoroso stava camminando masticando di tanto in tanto un pezzo di canna da zucchero. Il tenente si offrì di accompagnarlo per proteggerlo in caso di brutti incontri. Gli raccontò che cosa secondo lui non andava nell’Africa Orientale Tedesca e gli confidò della sua fuga “ all’inglese”. E concluse: “ Speriamo che il nuovo comandante in capo non lo venga mai a sapere. A quel che si dice è un vero e proprio bastardo.” L’uomo che era con lui sorrise e si disse completamente d’accordo.
Entrati a Moshi, superata la curva della strada che immetteva in città, si imbatterono in un ufficiale superiore. Non appena li vide, l’ufficiale si fermò , ignorò il tenente e si rivolse all’uomo in abiti civili chiamandolo “Signore”. Quando intuì chi potesse essere il suo compagno di viaggio, bianco come uno straccio, il giovane tenente scattò sull’attenti.
“Riposo”, rispose l’uomo sorridendo “ Riposo. Quello che avete detto, lo avete confidato a un camerata. E un camerata, credetemi, sa tenere un segreto: mai e poi mai avviserebbe il comandante in capo.”
Il tenente girò i tacchi e tornò con la velocità del fulmine al proprio avamposto.

A volte è necessario disobbedire

(Capitano  Fernando José Salgueiro Maia, Movimento delle Forze Armate portoghesi, 1974)

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nelle colonie tedesche in Africa vige una regola: le operazioni militari- semmai si dovesse venire alle mani-  sono funzionali alla difesa delle risorse e del territorio. Quindi, via dalle coste, ritirarsi verso l’interno, niente scontri in prossimità dei luoghi abitati. Se e quando il nemico attaccherà, beninteso. Ma attaccherà?
Dal Kenia il governatore inglese fa sapere: “ Il Kenia non è interessato a farsi coinvolgere in questa guerra.” E che dire del cosiddetto Congo act firmato durante la Conferenza di Berlino(1885)? L’articolo 11 recita: un’eventuale guerra fra Potenze europee non deve estendersi alle loro colonie africane. Inoltre, dal 1890, Gran Bretagna e Germania sono legate da un accordo  di collaborazione in materia di amministrazione delle colonie in Africa. Così, nell’agosto del 1914, allo scoppio della guerra in Europa, Heinrich von Schnee, governatore dell’Africa Orientale Tedesca [1], dichiara la colonia neutrale e ordina: “ E’ nostro dovere astenersi da qualsiasi attività belligerante.”
Ma c’è anche chi la pensa diversamente. Gli inglesi se ne staranno buoni? Pura illusione: il bombardamento di Dar-es-Salaam ne fornisce una prova evidente [2]. Mantenersi sulla difensiva? I confini sono troppo estesi,  la colonia è più vasta della stessa Germania, le forze sono  poche per un compito così impegnativo, l’armamento è in parte inadeguato. Meglio, molto meglio attaccare.
Per due motivi. Primo: impieghi più efficacemente le forze a tua disposizione, raggruppandole per colpire obiettivi sensibili e non disperdendole inutilmente in lungo e in largo; secondo:  costringi il nemico a correre ai ripari e richiami qui, in Africa, truppe altrimenti necessarie in Europa. Insomma, nel tuo piccolo aiuti la Germania a vincere la guerra. E al diavolo la Conferenza di Berlino, gli accordi di collaborazione , gli ordini di Herr Schnee e le dichiarazioni del governatore inglese.
Chi la pensa così è  un colonnello  formatosi nelle migliori accademie militari tedesche e cresciuto nel mito della Bewegungskrieg, la guerra di movimento teorizzata dal conte Alfred von Schlieffen [3]: scegli dove combattere, accerchia il nemico, distruggilo. Si chiama Paul Emil  von Lettow-Vorbeck. Dall’aprile 1914 ha il comando delle Schutztruppen in Africa Orientale.
È lui il “bastardo” in compagnia del quale il giovane tenente era entrato a Moshi.

Adui tayari.

Von Lettow –Vorbeck non si trova in Africa per caso. Ha studiato  a lungo il problema delle colonie, parla Swahili correntemente, ha esperienza. E’ stato agli ordini del generale Lothar von Trotha in Cina al tempo della rivolta dei Boxer(1900-1901); lo ha seguito nell’Africa del Sudovest dove ha partecipato alla crudele repressione degli Herero  e dei Nama (1904-1905) [4] e dove è stato ferito all’occhio sinistro. Durante la convalescenza in Sudafrica ha conosciuto Jan Smuts, un militare di origini boere determinato e leale. I due sono diventati amici. Sa, per esperienza diretta, quanto efficace sia la guerriglia, ma all’inizio, anche se ha poco, resta fedele all’idea del suo mèntore e alla Bewegungskrieg.[5]
Si muove per primo allo scopo di mantenere attive e sicure le vie di comunicazione, essenziali per trasportare uomini, viveri, medicine e materiali.  Si tratta di vie d’acqua ( Lago Tanganica, Lago Vittoria) e di vie ferrate. Particolare importanza riveste la ferrovia settentrionale. Essa parte da Moshi, alle falde del Kilimangiaro, e arriva a Tanga, sull’Oceano Indiano. Con una serie di operazioni –non tutte a dire il vero coronate da successo pieno- von Lettow-Vorbeck riesce ad assicurarsi il controllo di queste importanti vie di comunicazione.

Consapevoli dell’importanza di Tanga e del suo porto, gli inglesi preparano allora uno sbarco per impossessarsene e ne affidano il compito a due brigate indiane. È un disastro. Privi di informazioni attendibili, commettono un errore dietro l’altro. Non appoggiano con i cannoni navali le truppe al momento dello sbarco; perdono tempo a cercare mine inesistenti; tengono per giorni e giorni i soldati bloccati sulle navi, impedendo loro di riposarsi e di rimettersi dal mal di mare; si fidano troppo del numero, sottovalutano il nemico, sono colpevolmente orgogliosi per non dire spocchiosi , non danno retta a chi se ne intende ( il capitano Richard Meinertzhagen, inglese a dispetto del cognome  ), rifiutano l’aiuto di truppe locali  abituate a combattere nella boscaglia. Sfiorando il ridicolo, alla vigilia della battaglia, anziché esortare i suoi, magari citando l’Enrico V di Shakespeare, il comandante della spedizione, generale Arthur Aitken, ammonisce: “ Non sarà tollerata alcuna negligenza nel vestire”.
Il 3 novembre del 1914,  con le uniformi in ordine, ma indebolite dal mal di mare e del tutto inesperte di combattimento, le prime truppe d’assalto scendono dai mezzi da sbarco a trecento metri dalla riva. L’acqua è alta, l’equipaggiamento pesante, la confusione massima. Si progredisce lentamente. Quando  i soldati indiani prendono terra, i tedeschi sono pronti. Approfittando delle indecisioni inglesi, von Lettow-Vorbeck ha fatto affluire rinforzi utilizzando la ferrovia settentrionale. Adesso ci sono un migliaio di Schutztruppen pronte all’azione.
Quando uno scout indigeno comunica a von Lettow :”Adui tayari”, il nemico è schierato, per i tedeschi i conti ancora non tornano: gli attaccanti superano i difensori nella proporzione di otto a uno. Eppure la migliore conoscenza dei luoghi, l’inesperienza dei soldati indiani, l’inettitudine dei comandanti inglesi, l’ardimento e la tenacia  delle truppe indigene, la preparazione accurata della difesa, tanta fortuna [6] consentono a von Lettow-Vorbeck di respingere l’attacco e di impadronirsi di una grande quantità di armi, munizioni, viveri, vestiario, tende da campo.
Anche le api gli danno una mano. Sul campo di battaglia numerosi favi pendono dagli alberi. Quando essi vengono raggiunti- intenzionalmente o casualmente- da alcuni proiettili, migliaia di apis mellifera scutellata inferocite si lanciano sui contendenti provocando confusione e panico. Un soldato inglese ha lasciato scritto: “ D’accordo, chi se frega del fuoco tedesco. Ma fregarsene quando un mucchio di negri ti spara alle spalle e migliaia di api ti pungono proprio lì, è un po’ difficile.” Un segnalatore inglese rimasto al proprio posto incurante delle api, riceverà una menzione ufficiale per aver tenuto duro “ under aerial attack”, nonostante fosse sottoposto a un attacco dall’aria. Messa così, sembra proprio una barzelletta.
Molti anni dopo, il generale dell’aeronautica Arthur “ Bomber” Harris commenterà quell’episodio con queste parole: “ L’intervento di quelle api ci è costato tra le centocinquanta e le duecentomila perdite e tre anni  …[ in realtà furono quattro]… di guerra in Africa Orientale”. [7]

“Siamo tutti africani”

Il fatto è che gli inglesi sono stati colti di sorpresa, forse non hanno un piano né sanno bene che cosa fare. Al contrario von Lettow-Vorbeck ha le idee chiare; le truppe indigene non sono discriminate; non c’è differenza fra europei e soldati di colore, perché “ qui siamo tutti africani”. Trovare sottufficiali Askaris al comando di truppe europee non è affatto una rarità; gli ufficiali europei sono leali, hanno esperienza, danno l’esempio. Von Lettow  ha promesso ai suoi Askaris: quando tutto sarà finito, riceverete le vostre paghe fino all’ultimo centesimo.  E non c’è uno che non gli creda. [8]
Gli inglesi, al contrario,  guardano alla forma, hanno un sacro rispetto per la gerarchia, tengono in scarsa considerazione le loro truppe di colore, “burocratizzano” la battaglia: in altre parole sono ingessati in convenzioni vecchie e sorpassate. E, soprattutto, inefficaci nella boscaglia. Qui gli indigeni di von Lettow combattono da africani, non da europei. Con i moderni Mauser al posto delle zagaglie tendono imboscate, colpiscono e spariscono, tengono testa a forze superiori incoraggiandosi a vicenda, mettono a frutto il loro superiore addestramento. Su quel terreno, combattere da europei- come fanno gli inglesi- equivale a perdere in partenza.
Dopo la batosta di Tanga, gli inglesi si riorganizzano. Istituiscono un servizio informazioni, inondano la colonia di un fiume di denaro per far perdere valore alla moneta tedesca, attuano una campagna di disinformazione nei confronti di von Lettow-Vorbeck al quale attribuiscono ogni sorta di nefandezze: dall’addomesticamento delle api a scopi bellici( The Times), alla durezza con i subordinati; dall’impiego delle donne in prima linea, alla slealtà e alla doppiezza. Per spaventare le truppe indigene sistemano sugli alberi carcasse di uccelli e scrivono: “ Attenzione, veleno!”
Fatica sprecata.

La svolta.

Si continua a combattere. In gennaio(18 e 19), i tedeschi sconfiggono di nuovo gli inglesi a Jassin( o Jassini)  concedendo loro l’onore delle armi; in luglio(11) due navi da guerra inglesi attrezzate per navigare in acque poco profonde neutralizzano l’incrociatore Koenisberg nel delta del fiume Rufiji dove aveva cercato riparo otto mesi addietro. Prima di abbandonare la nave, il capitano von Loof fa smontare i cannoni  da 105 e li avvia verso l’interno. Von Lettow sarà ben lieto di riceverli e di impiegarli contro il nemico.
Sui laghi piccole imbarcazioni armate pattugliano le acque e tengono sotto controllo il traffico lacustre. Quando capita, attaccano i trasporti nemici. E in queste acque navigherà, trentasette anni dopo, anche  “La Regina d’Africa” con al timone Humphrey Bogart e, qualche volta, anche “Miss” Katherine Hepburn.

La girandola dei comandanti inglesi non modifica la situazione. Il pallino resta sempre in mani tedesche. L’unico a tentare di assumere l’iniziativa è il generale sir Horace Smith-Dorrien. Ha combattuto in Europa quando “ i cannoni d’agosto” hanno cominciato a tuonare; si è comportato bene in Belgio e in Francia, è benvoluto e stimato dai suoi soldati. Ma non dal comandante in capo della BEF, sir John French. Che, in aprile, lo invia in Inghilterra a comandare la Prima armata territoriale.
Per gli Alleati e per gli inglesi in particolare, la guerra va male un po’ dappertutto: sul fronte occidentale, in Mesopotamia, a Gallipoli.  C’è bisogno di una vittoria. Una vittoria qualsiasi, non importa dove. La vuole il governo, la chiede l’opinione pubblica. La scelta cade sull’Africa Orientale Tedesca: il generale Smith-Dorrien ha il compito di conquistarla  “ nel più breve tempo possibile”.

Il piano del neocomandante  prevede una manovra a tenaglia mediante un attacco in forze nella zona del Kilimangiaro – dove si trova il grosso delle truppe tedesche-  sostenuto da uno sbarco anfibio a Dar-es-Salaam. Sfortunatamente Smith-Dorrien si ammala di polmonite durante il suo viaggio verso l’Africa e deve essere ricoverato in un ospedale sudafricano.
Nel frattempo von Lettow  ha cambiato idea: non più Bewegungskrieg, ma guerriglia. Jassin è stato il punto di svolta. In quella battaglia vinta ha avuto perdite rilevanti fra i suoi ufficiali europei e ha capito una cosa: senza di loro e per di più con un pugno di uomini non può continuare come prima. Se vuole tenere impegnato il maggior numero possibile di truppe inglesi in Africa deve cambiare tattica, scomporre le compagnie in unità più piccole  e mobili, dare più autonomia ai propri ascari, moltiplicarne la pericolosità rendendoli liberi di combattere alla loro maniera. Quando apprende la notizia che il tenente generale Jan Smuts , sudafricano, ex combattente delle guerre boere e sua vecchia conoscenza, ha assunto il comando di circa quarantamila uomini incaricati di dargli la caccia, non si demoralizza. Al contrario, ostenta soddisfazione. Perché è soddisfatto? Perché quelli sono quarantamila uomini sottratti al teatro europeo, ecco perché. Ora si tratta di tenerli inchiodati lì a lungo.
Smuts è un politico, non un militare in senso stretto. È stato guerrigliero e braccio destro del presidente Louis Botha, ha combattuto nel Weld, ma non ha mai avuto alte responsabilità di comando. È un caratteraccio. Quando deve dire qualcosa non ci gira intorno: poche parole e poche obiezioni. Secondo una celebre definizione, “non teme Dio né gli uomini. Specialmente il primo.” I suoi soldati lo chiamano “Slim”, l’equivalente inglese del termine afrikaan per “Sly”. Non significa magro, significa astuto, furbo.
Forse lo sarà in politica, sul campo un po’ meno. Smuts mantiene l’idea della manovra  a tenaglia del suo predecessore, ma la sposta tutta sul terreno, eliminando lo sbarco a Dar-es-Salaam. Una colonna di quindicimila uomini avrebbe dovuto attirare i tedeschi verso nordest, fuori dalla loro posizioni, mentre una seconda colonna di quattromila uomini muovendo dal villaggio di Longido verso Moshi li avrebbe attaccati sul fianco. Una volta conosciuto il piano, c’è chi solleva obiezioni e chi avanza dubbi: e se i tedeschi non abboccano? E se si ritirano? Le manovre dilatorie servono  a poco: contro uno come von Lettow bisogna colpire duro e subito. Parole vane. Il piano è quello e non si cambia.
E così, quando si comincia, i dubbi si fanno presto certezza. La marcia attraverso la boscaglia è lenta, l’acqua comincia a scarseggiare, il nemico resiste e a volte contrattacca, le linee di rifornimento non funzionano, la tenaglia non si chiude nei tempi previsti e , quando lo fa,  si chiude sul nulla: i tedeschi si sono sfilati, lasciando Smuts con un palmo di naso e vanificandone il piano.

Da questo momento la guerra diventa una cruenta partita a scacchi, fatta di inganni e di trabocchetti, di attacchi improvvisi e di rapide ritirate, di terreno conquistato e di terreno perduto, di sabotaggi e di attacchi in forze, di lunghe marce e di inattività forzata (nella stagione delle piogge), di  colpi di mano e di battaglie di attrito, di ponti fatti saltare in aria e di mine posate lungo le strade.
Gli uomini di von Lettow-Vorbeck sanno affrontare meglio i disagi della boscaglia, ne conoscono i segreti, i pericoli e le opportunità; sanno da quali piante estrarre un surrogato dell’indispensabile chinino; sono in grado di difendersi dagli insetti e dai parassiti, sanno leggere le tracce e conoscono in anticipo i capricci del clima. Fanno bollire l’acqua prima di berla( una precauzione fondamentale), incidono gli alberi della gomma, ne raccolgono il lattice e lo vulcanizzano ricavandone rudimentali pneumatici per biciclette e carretti .
Intendiamoci, anche per loro butta male. Hanno problemi con le linee di rifornimento, dipendono dai portatori (arruolati per amore-pochi o per forza- la quasi totalità), dispongono di pochi mezzi meccanici per i trasporti e gli spostamenti, non possono ricevere con continuità aiuti dalla madrepatria, le munizioni scarseggiano,c’è penuria di cibo, mancano i soldi per le paghe. Come gli inglesi anch’essi sopportano disagi; patiscono fame, sete, malattie. A volte sono costretti a bere la propria urina;  il più delle volte  i loro feriti  devono essere abbandonati alla “ clemenza del nemico”.

Uomini nella boscaglia

In questo gioco del gatto col topo, Smuts cerca – senza mai ottenerla – la vittoria decisiva; i tedeschi sfruttano il terreno, sconfinano alla ricerca di cibo e di munizioni, rientrano , appaiono e spariscono, non danno né hanno requie. Ma ogni giorno di più devono cedere territorio, Dar-es-Salaam viene conquistata.
Gli effetti di questa guerra di guerriglia si fanno insopportabili. Un giovane tenente inglese, testimone nel 1914 delle carneficine nelle trincee del fronte occidentale europeo, due anni più tardi scrive alla madre dall’Africa: “ Preferirei essere in Francia che qui.” Il generale van Deventer comunica ai propri superiori “ L’ospedale da campo è stracolmo di malati e di convalescenti. Mi manca tutto: le razioni, il sapone, le coperte, le medicine. Se non si trova un rimedio, qui finisce male.” E il rimedio è lì, a portata di mano: fermarsi, consolidare le conquiste fatte, stabilizzare l’occupazione di gran parte dell’Africa Orientale Tedesca, farla apparire come una vittoria.
Ma non va così. Smuts continua a dare la caccia a von Lettow in modo quasi ossessivo, contribuendo indirettamente a crearne il mito. Ma lo fa nel modo sbagliato. Scrive l’ipercritico capitano Meinertzhagen : “ Ci  ostiniamo a seguire Von Lettow, convinti di poterne avere ragione. Ma così facendo gli forniamo più di un assist. Lui si muove più rapidamente di noi, gioca in casa, conosce il terreno palmo a palmo. Abbiamo forze superiori, dobbiamo avere noi l’iniziativa e attaccarlo dove vogliamo noi non viceversa.”
Ma anche questi suggerimenti non vengono ascoltati.  Smuts non è un militare, è un politico. Non vuole sporcare il proprio nome con epiteti poco lusinghieri. Detto in altri termini, non vuole passare per “ macellaio”. Si muove con cautela, si preoccupa di contenere le perdite. Von Lettow ne approfitta: si sposta, lo attira dove vuole lui, lo impegna in brevi scontri e poi si sfila.

Quando agli inizi del 1917,  Smuts viene spedito a Londra quale capo della delegazione sudafricana alla Conferenza di Guerra, in Africa Orientale si cambia verso. Gli inglesi si fanno più intraprendenti e decisi: aumentano il numero di soldati, ne migliorano l’addestramento, dimostrano di aver appreso- almeno in parte- la lezione. Dal canto suo, fra il gennaio e il marzo  del 1917, von Lettow-Vorbeck è costretto a congedare il personale non necessario: gli attendenti, gran parte dei portatori, le donne.  In ottobre, dopo la battaglia di Mahiwa,  riceve la nomina a maggior generale ( generale di divisione), ma non gli indispensabili rifornimenti. Il nemico occupa gran parte della colonia, le tradizionali vie di rifornimento non  esistono più. Il dirigibile inviato dal Kaiser non ce l’ha fatta a consegnare il proprio carico, gli inglesi stringono il cerchio, le diserzioni aumentano.
Per procurarsi ciò di cui ha bisogno, Von Lettow sconfina allora in Mozambico, colonia di un Paese ( il Portogallo) da poco entrato in guerra a fianco dell’Intesa; sfugge all’ennesimo tentativo di accerchiamento, rientra in Africa Orientale, patisce nuove, massicce diserzioni, ma è sempre imprendibile. È ancora imbattuto quando viene raggiunto dalla notizia dell’armistizio. Si consegnerà un mese dopo. In segno di rispetto, gli inglesi concederanno a lui e ai suoi uomini l’onore delle armi.  [9]

Epilogo

Chi fu in realtà von Lettow-Vorbeck? L’abile comandante in grado di tenere a lungo testa a forze preponderanti o il cinico assertore della politica della terra bruciata e della spoliazione sistematica? L’ufficiale dotato di un alto senso dell’onore o il fanatico cultore della vittoria ad ogni costo? Un potenziale von Trotha o una sorta di cavaliere antico? Un patriota o un guerrafondaio?
Gli storici moderni sono divisi. C’è chi lo incensa e chi ne mette a nudo i difetti, chi ne esalta l’operato e chi ne sottolinea gli errori, chi lo tratta da eroe e chi da “ bastardo”, chi gli preferisce Zimmermann o Heyedebreck e chi lo considera inarrivabile e unico. A lungo esaltato, trasformato in una vera e propria leggenda, il comandante “ invitto” sembra oggi alle corde sotto i colpi di una storiografia assai meno incline a farsi affascinare dai miti.  [10]
Chi lo conobbe, però, non fu mai sfiorato dal dubbio.  Il suo amico- nemico di sempre, Jan Smuts si impegnò perché gli fosse garantita una pensione, quando, dimenticato da tutti, viveva in povertà ad Amburgo; a distanza di anni, i suoi amati Askaris, segnati dal tempo ma dritti come fusi e perfettamente schierati, lo accolsero durante un suo viaggio in Africa , con le  note di Heia Safari! , il loro canto di guerra. Lo ricevettero come un eroe, lo sollevarono sulle spalle e lo portarono in trionfo come si fa oggi con gli allenatori di calcio vincenti.
E alla fine del conflitto, forse anche  Charlie Allnut- Humphrey Bogart, se lo avesse conosciuto da vicino, lo avrebbe invitato a farsi un paio di birre.
Alla salute della “Regina d’Africa”, naturalmente.

Da leggere:

images[6] Von Lettow-Vorbeck: My reminescenses of East Africa

 

images[6] Thomas A. Crowson, When the elephants crash

 

Paul von Lettow-Vorbeck, Guerra in Africa Orientale 1914-1918, Mimesis Africa

Byron Farwell, The Great War in Africa: 1914-1918, Norton & Company, 1986

Edward Paice, Tip and run: The untold tragedy of the Great War in Africa, 2008

Hew Strachan, The First World War in Africa, 2004

Da vedere:

La Regina d’Africa, di John Huston, 1951

Gli avvenimenti in breve.

 4 agosto 1914: truppe tedesche entrano in Belgio e in Lussemburgo. È cominciata la Prima Guerra Mondiale.

8 agosto: due navi da guerra inglesi, l’Astraea e il Pegasus, bombardano Dar-es-Salaam, capitale dell’Africa Orientale Tedesca.

15 agosto: due compagnie di Schutztruppen formate da europei e da ascari  occupano l’importante posizione di Taveta, nell’Africa Orientale Britannica (BEA).

3 novembre: gli inglesi sbarcano a Tanga 8.000 uomini ( Gruppo B e Gruppo C) nel tentativo di circondare i tedeschi con una manovra a tenaglia. Benché inferiori di numero nella proporzione di uno a otto, i tedeschi hanno la meglio. La battaglia di Tanga è nota anche come la “battaglia delle api” ( battle of the bees) per il grande numero di api che, disturbate dal combattimento, aggredirono inferocite i combattenti di ambo le parti.

18-19 gennaio 1915: battaglia di Jassin ( in tedesco Jassini). L’esito è favorevole a von Lettow. Il comandante tedesco si congratula personalmente con i due ufficiali inglesi comandanti la piazza e permette loro di conservare le armi.

11 luglio 1915: navi da guerra inglesi neutralizzano l’incrociatore tedesco Koenisberg nel delta del fiume Rufiji.

Febbraio 1916: il neocomandante delle truppe britanniche, tenente generale Jan Christian Smuts, dà il via alla manovra a tenaglia per intrappolare von Lettow. La manovra fallisce, le perdite causate dai combattimenti, dal clima, dalle malattie sono pesanti. Tuttavia, in settembre, Smuts riesce a garantirsi il controllo della ferrovia centrale e a occupare una vasta porzione dell’Africa Orientale Tedesca. Prima di essere inviato in Inghilterra quale rappresentante del Sudafrica in seno al Gabinetto di Guerra, Smuts rimpiazza le truppe sudafricane con gli ascari del KAR ( King’s African Rifles, fucilieri africani di Sua Maestà).

6 giugno 1916: truppe belghe occupano i territori tedeschi corrispondenti agli attuali Ruanda e Burundi. Viene occupata Tabora, importante contro amministrativo dell’Africa Orientale Tedesca.

15-19 ottobre 1917: si combatte la cruenta battaglia di Mahiwa ( 519 perdite tedesche, più di duemila perdite inglesi). Von Lettow viene nominato maggior generale ( generale di divisione).

23 novembre 1917: von Lettow sconfina in Mozambico.

18 agosto 1918: i tedeschi rientrano in Africa Orientale e si spingono nel protettorato britannico della Rodesia del Nord ( l’attuale Zambia).

11 novembre 1918: in Europa viene firmato  l’armistizio che pone fine alle operazioni militari.

13 novembre: i tedeschi in armi raggiungono la località di Kasama, nel frattempo abbandonata dai britannici.

14 novembre: von Lettow viene informato dell’avvenuto armistizio in Europa e ordina il cessate il fuoco.

23 novembre: ad Abercorn( oggi Mbala nello Zambia) von Lettow  e i suoi uomini si arrendono formalmente ai britannici.

Prima e dopo.

L’ Africa Orientale Britannica comprendeva i territori appartenenti agli attuali Kenya e Uganda. Ne faceva parte anche l’isola di Zanzibar, oggi parte integrante della Tanzania.

L’Africa Orientale Tedesca comprendeva gli attuali  Tanganica, Ruanda e Burundi.

Il Nyasland corrispondeva all’odierno Malawi.

L’Africa Tedesca del Sudovest corrispondeva, grosso modo, all’odierna Namibia.

La Rodesia del Nord( protettorato britannico) occupava i territori dell’attuale Zambia.

Le perdite

Le perdite maggiori le subirono, da una parte e dall’altra, i portatori indigeni. Morirono a migliaia, stroncati dalla fatica, dalla fame, dalle malattie. La popolazione non belligerante subì le conseguenze delle spoliazioni, della mancanza di cibo, della carestia e delle conseguenti malattie. Intere regioni furono spopolate. Le cifre sono spaventose: c’è chi parla di quasi due milioni di morti.
Ancora una volta, a pagare più di tutti furono gli innocenti.

Per quanto riguarda le perdite fra i soldati si rimanda a Wikipedia

Sotto il titolo: Battle of Tanga, dipinto di Martin Frost( 1875-1927). Da Wikipedia.

L’aneddoto riportato nel Prologo è tratto da Thomas A.  Crowson, When the elephants crash.

[1] Corrispondente, grosso modo, all’ex Tanganika ( l’odierna Tanzanìa senza Zanzibar) e agli attuali Ruanda e Burundi.

[2] L’8 agosto 1914, le navi da guerra inglesi Astraea  e Pegasus avevano bombardato il porto di Dar-es-Salaam. Dopo questo episodio, il comandante dell’Astraea e il governatore tedesco , dottor Schnee, avevano stipulato una specie di gentleman agreement in base al quale si impegnavano a interrompere le ostilità. Curiosamente questo accordo giocherà un ruolo importante nella battaglia di Tanga ( si veda il paragrafo Adui tayari). Poco prima dello sbarco a Tanga, infatti, gli inglesi inviarono un ufficiale a comunicare ai tedeschi che l’accordo non era più valido. In quell’occasione, l’ufficiale chiese a un funzionario tedesco  se il porto di Tanga fosse minato, ricevendone risposta affermativa. Non era vero. Tuttavia gli inglesi  non vollero rischiare: iniziarono le operazioni di sminamento, perdendo tempo prezioso alla ricerca di ordigni inesistenti.

[3] Capo di Stato Maggiore Imperiale dal 1891 al 1905, autore del famoso piano che porta il suo nome. Il Piano Schlieffen avrebbe dovuto mettere in ginocchio la Francia nel giro di sei settimane mediante un gigantesco accerchiamento. Una volta avuta ragione della Francia, la Germania avrebbe spostato le proprie truppe a est per fronteggiare i russi. Per saperne di più, clicca qui.

[4] Gli Herero e i Nama erano tribù guerriere ostili alla penetrazione coloniale tedesca. Praticando la  guerriglia  tennero a lungo in scacco gli occupanti. Furono praticamente sterminati dagli uomini di von Trotha durante una brutale repressione (1904-1905) che non risparmiò né donne né bambini. Nel 2004 il governo della Repubblica Federale Tedesca guidato dal cancelliere Gerhard Schroeder  si scusò ufficialmente  con gli Herero e con i Nama per quanto accaduto nel 1904-1905( ma rifiutò di pagare le riparazioni). A Monaco di Baviera, la via intitolata dai nazisti nel 1933 a von Trotha,  ha cambiato nome nel 2006: da allora si chiama“Via degli Herero”(Hererostrasse).

[5] Stando a Von Lettow-Vorbek  ( My reminecenses of East Africa), all’inizio del conflitto nelle Schutztruppen  militavano 216 europei e 2.540 ascari, nelle forze di polizia  45 europei e  2154 ascari. C’erano poi i 424 marinai dell’incrociatore Koenisberg e del Moewe autoaffondatosi a Das-er-Salaam l’8 agosto. In tutto 5379 uomini. Durante il conflitto, tuttavia, sempre secondo von Lettow, le forze tedesche- combattenti e non- raggiunsero i 14.000 uomini ( 3.000europei e 11.000 ascari).

[6] Il centro di Tanga, ad esempio, rimase a lungo sguarnito. Tuttavia gli inglesi non seppero approfittarne.

[7] La battaglia di Tanga costò agli inglesi – oltre alla perdita di ingenti quantità di materiale- 360 morti, 300 feriti e quasi duemila fra missing in action e prigionieri. I tedeschi persero 15 europei – fra cui un degli ufficiali più stimati da von Lettow, il capitano von Prince- e 54 ascari.

[8] Sappiamo tutti come andarono le cose. Dopo la morte del generale ( 1964),  il governo federale tedesco decise di onorarne la promessa. Un cassiere fu spedito in Africa con il compito di pagare il soldo ai vecchi combattenti indigeni. Si presentarono in trecentocinquanta. Pochi di loro potevano far valere attestati scritti comprovanti la loro condizione di ex combattenti. Non avendo altro, molti si presentarono esibendo brandelli delle vecchie uniformi come prova.
Quel che successe è noto e stranoto. Non sapendo come risolvere la situazione, il funzionario tedesco ebbe un’idea: fece consegnare una scopa a chi si presentava davanti a lui per riscuotere la paga. La scopa doveva essere brandita come un’arma. Un ufficiale avrebbe impartito gli ordini in tedesco: chi li avesse eseguiti correttamente sarebbe stato pagato.
Nessuno sbagliò.

[9] Accolto come un trionfatore in patria, von Lettow partecipò attivamente alla vita politica  tedesca come esponente di un partito conservatore. Si batté perché ai propri Askaris fossero riconosciuti i meriti e i compensi dovuti, si guadagnò il rispetto del nemico. Non cedette mai alle lusinghe del nazismo. Si dice anzi che, senza tanti complimenti, abbia mandato a quel paese Hitler quando gli fu offerta la nomina di ambasciatore a Londra.
Negli ultimi anni di guerra, esponenti tedeschi si incontrarono segretamente in Svizzera con gli Alleati per discutere la possibilità di abbattere dall’interno  il regime nazista. Quando chiesero chi sarebbe stato loro gradito per guidare il nuovo governo, sir Winston Churchill non ebbe esitazioni. A nome di tutti rispose: “ Il maggior generale Paul Emil von Lettow-Vorbeck.”

[10] Byron Farwell ( The Great War in Africa) lo incensa: un comandante abilissimo, un uomo integerrimo, un patriota fervente, una leggenda. Hew Strachan( The First World War in Africa) ribatte: il mito popolare, quello è il problema: funziona come uno specchio distorcente: dilata i pregi, nasconde i difetti.
Farwell aggiunge: severo ma giusto ( strict but fair), von Lettow-Vorbeck seppe guadagnarsi la lealtà incondizionata di tutti coloro che servirono sotto di lui. Strachan ribatte: lealtà incondizionata? Allora perché l’87 % delle 3.430 perdite accertate è costituito da dispersi ( missing in action), prigionieri o disertori?
Altri fa notare: la popolazione locale non si ribellò ai tedeschi e a prima vista sembrò condividerne le scelte. In altri termini, fu leale. Affrontando l’argomento, un altro storico, Edward Paice ( Tip & run, qualcosa come “mordi e fuggi”chiara allusione alla tattica messa in atto da von Lettow-Vorbeck negli ultimi tempi) argomenta: la popolazione locale non si ribellò ai tedeschi? Questo accadde perché semplicemente non poteva farlo. Non ne aveva le forze né i mezzi. Le requisizioni ( di cibo e bestiame soprattutto) operate tanto dai tedeschi quanto dagli Alleati, le spoliazioni, la tattica della “terra bruciata” avevano reso la maggior parte della popolazione troppo debole per tentare alcunché. Per Paice, dunque, parlare di lealtà incondizionata appare fuori luogo.
E come sempre accade quando si aprono crepe nel mito, c’è anche dell’altro.  I comandanti tedeschi in Camerun( Carl Heinrich Zimmermann) e nell’Africa del Sudovest ( Heyedebreck) si preoccuparono principalmente di difendere le loro colonie e i coloni, avendo cura di ridurre i danni alle proprietà e alle persone. Perché, allora, ci si chiede, von Lettow-Vorbeck  si comportò diversamente? Perché volle combattere e impegnare il nemico a tutti i costi? Perché non si curò di proteggere le risorse della colonia? Ancora una volta la questione torna al punto di partenza:  patriottismo all’ennesima potenza o spirito guerrafondaio?


“Il canarino di Hitler”

20/04/2015

Salvataggio ebrei danesi

 

Prologo

Copenhagen, Danimarca, autunno del 1943. Nella sartoria di Nathan Goldman entra un uomo. Ha bisogno di un vestito nuovo. Ai tedeschi  è vietato avere rapporti amichevoli con gli ebrei. E allora perché quell’uomo, quel tedesco, è venuto da lui? Le mani  di Nathan sudano e tremano mentre prende le misure.
Qualche giorno dopo, l’uomo torna per ritirare l’abito. Prima di andarsene, si avvicina a Nathan e al suo lavorante e dice loro: “ Si sta preparando un ­’azione contro gli ebrei. Fuggite finché siete in tempo.”
Quell’uomo è  il dottor Werner Best, plenipotenziario tedesco in Danimarca.[1]

Il “protettorato perfetto”

Le truppe tedesche entrarono in Danimarca il 9 aprile 1940, all’alba. Le disposizioni erano quelle di adottare un atteggiamento “ amichevole”. Ci furono alcune scaramucce iniziali, poi su ordine del re, ogni resistenza cessò. A sera la Danimarca era un paese occupato.
I tedeschi non calcarono la mano. Lasciarono sul trono il re, in carica il governo; concessero alla Danimarca di mantenere il proprio ordinamento, la propria polizia, il proprio esercito, la propria neutralità; trasformarono l’occupazione in “ cooperazione”.
Perché? Perché , secondo i canoni razziali nazisti,  i danesi erano “ ariani”? Perché non avevano opposto resistenza? Perché la Germania aveva bisogno dei prodotti dell’agricoltura danese e dell’aeroporto di Aalborg? Perché  la rotta scandinava del ferro doveva essere protetta   restare a prova di attacco alleato? Perché la Danimarca doveva servire da via di transito delle truppe tedesche verso la strategica Norvegia? Perché questa via di transito non doveva essere minacciata da attacchi della resistenza come sarebbe accaduto in un Paese occupato?
Per tutti questi motivi, certo. Ma anche per un altro motivo: i nazisti volevano fare della Danimarca il “protettorato perfetto”, esibire la prova provata di come sarebbe stata amministrata l’Europa – almeno quella “ariana”, purificata dal giudaismo- dopo la conclusione vittoriosa della guerra.  Per Berlino, insomma, la Danimarca più che un paese occupato era una scommessa politica. Da vincere a tutti i costi.

I danesi fecero buon viso a cattivo gioco. La “ cooperazione” li poneva al riparo da rappresaglie e dalle conseguenze di una dura occupazione anche se li metteva in cattiva luce presso gli Alleati( Churchill, impietosamente, definì la Danimarca “il canarino di Hitler”, Hitler’s tame canary). Consapevoli di essere vasi di coccio fra vasi di ferro,  si mossero con prudenza e scesero a più di un compromesso: arrestarono numerosi comunisti[2], aderirono al patto anti Comintern, riservarono alla Germania i prodotti della propria agricoltura. Ma non rinunciarono alle proprie idee, ai propri principi in fatto di giustizia, alle proprie convinzioni morali. Pretesero e ottennero di amministrare autonomamente gli affari interni. Posero condizioni precise: niente pena di morte, niente leggi razziali, stretta neutralità. L’ambasciatore a Washington, Henrik Kauffmann si spinse oltre: rappresento “ la Danimarca indipendente”, dichiarò.
Con i nazisti non entrarono mai in sintonia. Esclusero fin da subito – e il re Cristiano X fu il primo a farlo- l’esistenza in Danimarca di una “questione ebraica”. Dal canto loro i tedeschi, almeno fino al 1943, si guardarono bene dall’insistere su questo argomento. A differenza dei loro correligionari in altri paesi occupati dai nazisti, gli ebrei danesi – circa ottomila, perfettamente integrati nella società- non furono identificati, espulsi dall’insegnamento o dall’amministrazione statale né dovettero mai portare la stella gialla o subire limitazioni di movimento. Le loro proprietà non furono toccate. Era il prezzo da pagare se si voleva che la tanto sbandierata cooperazione funzionasse.

Ma le basi sulle quali si reggeva erano deboli. I danesi la subivano, più che parteciparvi con convinzione. Esibivano distintivi allusivi e provocatori con i colori nazionali( il bianco e il rosso)[3], distinguevano – e sempre distinsero-  chiaramente fra un “noi”( l’intera nazione con i suoi valori e i suoi ideali) e un “loro”( i nazisti), fra lo stato di diritto e il diritto del più forte. E anche se, contrariamente alla leggenda, Cristiano di Danimarca non esibì mai durante la sua quotidiana passeggiata a cavallo per le vie di Copenhagen un bracciale con la stella di Davide, perché, come si è detto, gli ebrei danesi non furono mai obbligati a portare la stella gialla,  era disposto a farlo se l’obbligo fosse stato introdotto. Quando nel settembre del ‘42 Hitler gli scrisse una lunga lettera di auguri in occasione del suo settantesimo compleanno, il re rispose: “ Spreche Meinen besten Dank aus”, qualcosa come “I miei più sentiti ringraziamenti”.
La brevità e il tono formale di quella risposta  fecero infuriare Hitler, già agitato per il comportamento poco collaborativo dei danesi. Offeso e risentito reagì immediatamente. Il moderato Cecil von Rentke-Fink, plenipotenziario tedesco in Danimarca, fu richiamato a Berlino e sostituito con il “ duro” Werner Best; il comandante della Wehrmacht , generale Erich Luedke,  fece le valigie per lasciare il posto al pari grado Hermann von Hanneken; il primo ministro Wilhelm Buhl, socialdemocratico, si dimise o fu “dimesso” e al suo posto fu chiamato il liberale Erik Scavenius, considerato più vicino alla Germania.

Nel 1943 la situazione si aggravò. Le sconfitte tedesche a Stalingrado e in Africa settentrionale  contribuirono a diffondere la convinzione che la Germania stesse perdendo la guerra. In Danimarca si intensificarono scioperi e sabotaggi. Berlino reagì  inviando un ultimatum al governo danese. Esigeva l’introduzione della legge marziale, del coprifuoco, l’istituzione di tribunali speciali e il ripristino della pena di morte. L’ultimatum fu respinto, il governo si dimise, fu istituita la legge marziale, i soldati e i marinai danesi furono internati, i segretari dei ministeri assunsero la funzione di ministri permanenti. Tribunali e forze di polizia danesi, tuttavia, continuarono a funzionare e a operare regolarmente.
Erano gli ultimi giorni di agosto: la “cooperazione” finiva e la “questione ebraica” cominciava.

Rosh Hashanah

La retata sarebbe dovuta iniziare nella notte fra il 1° e il 2 ottobre, vigilia di Rosh Hashanah, il capodanno religioso ebraico. Le forze tedesche di polizia già presenti in Danimarca furono portate a 1.800 uomini( di cui 300 agli ordini del colonnello delle SS, Standartenfueher  dott. Rudolf Mildred  ) e il piano fu preparato fin nei minimi particolari.
Fu un fiasco clamoroso. Poco più di trecento ebrei – in massima parte anziani- furono rastrellati, caricati sulle navi e deportati a Theresienstadt. Più di settemila ebrei danesi lasciarono per tempo le proprie abitazioni , trovarono rifugio presso famiglie non ebree, nei boschi, in case isolate, negli ospedali, nelle chiese, nei conventi e, sostenuti dalla solidarietà di un intero Paese, raggiunsero via mare, nei giorni e nelle settimane successivi, la neutrale Svezia. Alcuni – compresi numerosi bambini- rimasero in Danimarca e vissero nascosti o ospiti di famiglie non ebree fino alla fine della guerra.  In novembre, quando l’azione nei confronti degli ebrei danesi ebbe termine, quattrocentottantaquattro (484) persone – su circa ottomila-  erano state arrestate. Cinquantatré internati morirono in prigionia; tutti gli altri- grazie all’interessamento e alle pressioni del governo danese che mai li abbandonò- ritornarono sani e salvi in Danimarca al termine del conflitto.

“So quello che devo fare”

Come e perché fu possibile tutto questo? Il “come” è noto. Alla metà di settembre, un funzionario dell’ambasciata tedesca a Copenhagen, Georg  Ferdinand Duckwitz , delegato per gli Affari Marittimi , fu informato dal plenipotenziario tedesco, dottor Werner Best , che si stava preparando il rastrellamento degli ebrei. Per Duckwitz- iscritto al partito nazista, ma da tempo critico nei confronti del regime-  si trattava di una decisione insensata. Sul piano umano, certo: ma anche sul piano politico. La decisione di procedere contro gli ebrei danesi avrebbe segnato la fine del “protettorato perfetto”, avrebbe fatto probabilmente fallire gli imminenti colloqui bilaterali in materia di scambi commerciali, avrebbe scatenato un’ondata di scioperi e di disordini in Danimarca. Cercò allora di mettersi in contatto con Berlino per fare presente tutto questo, ma inutilmente.
Il 28 settembre Duckwitz scrisse sul proprio diario: “ Ora so che cosa devo fare” e avvisò Hans Hedtoft, giovane leader socialdemocratico danese, della decisione di rastrellare gli ebrei. Hedtoft , a sua volta, comunicò la notizia al presidente della comunità ebraica danese, Carl Bertel Henriques. Sulle prime non fu creduto. Sono voci diffuse ad arte dai tedeschi  per ottenere un governo filonazista in Danimarca, gli fu risposto. Ma con il passare delle ore i dubbi si fecero certezza e alla fine gli ebrei  furono avvisati, nelle sinagoghe e tramite il passaparola,  dell’imminente pericolo. Bisognava fuggire al più presto.
Ma lasciare la propria città, il proprio Paese nel giro di pochi giorni se non proprio di poche ore, non era affatto semplice. Ci volevano soldi, contatti, rifugi sicuri, piani di fuga. Bisognava decidere che cosa portare con sé e che cosa lasciare, chiudere gli appartamenti, prelevare danaro dai conti correnti, abbandonare il lavoro, i colleghi, le abitudini di sempre.  E, per di più, con il rimorso- molto sentito-  di stare compiendo qualcosa di illegale.

Chi partì subito lo fece in modo del tutto improvvisato ed estemporaneo[4]. La meta erano i porti e le coste danesi prospicienti l’ Øresund, lo stretto braccio di mare oltre il quale c’erano la neutrale Svezia e la salvezza. Ogni mezzo era buono per raggiungerli; auto a noleggio, autobus, treni. Una volta arrivati, i fuggiaschi erano costretti ad attendere, spesso per lungo tempo, in rifugi poco sicuri, un pescatore disposto a correre il rischio di traghettarli  in Svezia. Poi, a poco a poco, la situazione migliorò. L’intero Paese si mobilitò; i vescovi presero posizione a favore degli ebrei[5]; i segretari permanenti, il re, l’università, la Corte Suprema fecero sentire la propria voce; il governo svedese affermò pubblicamente di essere pronto ad accogliere i profughi; i pescatori offrirono le proprie imbarcazioni; le informazioni cominciarono a circolare in modo corretto ed efficace; l’organizzazione fu perfezionata e il salvataggio portato a compimento. La polizia e la guardia costiera danesi non intervennero. O, quando lo fecero, fu per aiutare chi fuggiva.

E i tedeschi? Von Hanneken non smaniò certo per appoggiare l’iniziativa: la Wehrmacht,  dichiarò,  ha compiti militari, non di polizia. I profughi viaggiarono spesso in treno e in pieno giorno alla volta dell’Øresund. E sui treni non era raro trovare soldati tedeschi. Ma a nessuno furono chiesti i documenti o i motivi del viaggio. Tedeschi e danesi, semplicemente, si ignorarono.
Le maglie della rete erano larghe, ma qualche volta i posti di blocco non si potevano evitare. Un giorno un sergente tedesco fermò un camion coperto, sollevò il telone e vi scoprì all’interno, come disse, rivolgendosi ridendo ai propri uomini “ Abramo, Giacobbe e Isacco tutti in una volta”. Pronunciate queste parole, riabbassò il telone e fece cenno all’autista di proseguire. E in modo analogo si comportarono altri soldati quando, a un posto di blocco, fermarono un altro camion carico di fuggiaschi. Lo studente[6] alla guida implorò: “ Comportatevi con umanità. Abbiamo dei bambini a bordo.” Dopo aver visto i volti spaventati di quei bambini, il capo pattuglia fece cenno allo studente di proseguire.[7] E che dire di quegli otto infagottati bambini in cammino per le vie di Copenhagen diretti verso il luogo di imbarco? Per raggiungerlo, sarebbero dovuti passare davanti a un gruppo di soldati tedeschi. Non furono degnati di uno sguardo. Uno di quei bambini affermerà, anni dopo: “A volte penso che non vollero vederci.”

Non sempre andò così, sia chiaro. Nel distretto di Elsinore (Helsingør), ad esempio, truppe regolari presero parte all’arresto degli ebrei, donne e bambini inclusi. In Elsinore era attivo un funzionario particolarmente zelante, poco disposto a chiudere un occhio. Nella notte fra il 6 e il 7 ottobre 1943, Hans Juhl( era questo il nome del funzionario in questione, un sergente maggiore delle SS), soprannominato Gestapo-Juhl, fece irruzione nella chiesa della cittadina portuale di Gilleleje dove 85 ebrei si erano nascosti in attesa di un passaggio per la Svezia. Con l’aiuto  di soldati della Wehrmacht, Juhl li arrestò tutti e li avviò alla deportazione. E questo non fu l’unico episodio in cui lo SS-Hauptscharführer si “ distinse”. Tuttavia, Elsinore, per quanto riguarda l’intervento della Wehrmacht,  rimase un’eccezione, non la regola.

Anche la marina tedesca in Danimarca sembrò tirarsi fuori. Proprio nell’imminenza dell’azione contro gli ebrei, affidò l’azione di pattugliamento in mare alla guardia costiera danese e riassegnò le proprie unità e i propri equipaggi a compiti di sminamento. Inoltre, alcune imbarcazioni militari furono mandate in bacino di carenaggio per “ riparazioni”. I tedeschi non si fidavano dei danesi. Sapevano che durante il servizio erano abituati a chiudere più di un occhio. Eppure assegnarono loro compiti di sorveglianza e di pattugliamento in mare proprio alla vigilia del momento scelto per il rastrellamento degli ebrei.  Forse anche in questa decisione ci fu lo zampino di Duckwitz. Sia come sia,  la guardia costiera danese non intervenne. In molti casi, addirittura, fornì aiuto ai fuggiaschi. Il “non intervento” della guardia costiera- sia dei funzionari nei porti, sia dei comandanti  in mare aperto-  fu uno dei fattori decisivi per il successo dell’operazione.

Il muro umano

La Svezia giocò un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei danesi. I Paesi neutrali, in quei giorni, tendevano a chiudere le frontiere non ad aprirle. Anche la Danimarca – abbastanza autonoma, come abbiamo visto, in politica interna- non largheggiava con i visti di entrata. E lo stesso faceva la Svezia. Ottenere un visto svedese era il modo migliore – e legale- per sfuggire all’imminente retata. Ma averlo era difficile e c’era troppo da aspettare. Solo dopo che Duckwitz si fu recato in Svezia intorno al 20 di settembre per conferire con il primo ministro, la procedura di rilascio dei visti fu sveltita. Ma con la retata imminente, anche velocizzare al massimo il rilascio dei visti non avrebbe  risolto il problema.
In un primo momento il governo svedese giocò  la carta politica:  inviò una nota di protesta a Berlino. La nota fu ignorata. Allora decise di agire autonomamente e la sera del 2 ottobre rese nota ufficialmente la disponibilità della Svezia ad accogliere i profughi provenienti dalla Danimarca. Navi svedesi con le luci di bordo accese furono dislocate lungo l’ Øresund con il compito di guidare e di assistere le imbarcazioni danesi cariche di profughi. In alcuni casi, i fuggiaschi furono trasbordati  direttamente sulle navi svedesi in mare aperto e condotti in porto.

Ma il salvataggio riuscì soprattutto perché l’intera popolazione danese non rimase indifferente. Fu una mobilitazione spontanea e pressoché totale, anche se, all’inizio, confusa e improvvisata. Gli ebrei  furono ospitati, nutriti, nascosti, assistiti, condotti ai punti d’imbarco. Sparirono, come è stato scritto, “dietro un muro umano tirato su nello spazio di una notte”. Gli studenti universitari chiusero temporaneamente i libri e si trasformarono in guide e in autisti; furono promosse collette per raccogliere fondi; il governo abbandonò l’idea di internare gli ebrei per sottrarli ai tedeschi[8]; i pescatori misero a disposizione – dietro pagamento, ma ci fu anche chi lo fece gratis- le proprie barche. Ai primi di ottobre un viaggio lungo l’ Øresund poteva costare anche una piccola fortuna ( dalle mille alle duemila corone), poi si stabilizzò intorno alle cinquecento -seicento corone. I fuggiaschi trovavano perfettamente naturale che si dovesse pagare: i pescatori rischiavano e rischiavano di brutto. La confisca della barca, come minimo, forse l’arresto.[9] Ma non tutti la pensavano così: qualcuno- ma non chi fuggiva verso la Svezia –  ebbe da ridire su quella specie di “ corsa all’oro”. Un fatto comunque è certo: chi non aveva denaro sufficiente fu accolto ugualmente a bordo. Nessuno  fu abbandonato.

Perché i danesi lo fecero? Qualcuno ha scritto: lo fecero perché l’idea di democrazia faceva parte del loro Dna; perché erano sorretti da una forte tensione morale e da un altrettanto forte spirito umanitario; perché per loro la libertà individuale era sacra; perché, a loro modo di vedere , lo stato di diritto non poteva cedere al diritto del più forte; perché percepirono l’azione contro gli ebrei come un’azione profondamente ingiusta. I soldati  e i marinai danesi internati al momento dell’introduzione della legge marziale, ad esempio, liberati, con un’astuta mossa politica, proprio in concomitanza dell’azione contro gli ebrei, fecero sapere: avremo preferito la prigionia. Ci ripugna tornare liberi se, in cambio della nostra libertà, tanti nostri concittadini innocenti devono perdere la loro.  E se è vero che i pescatori chiesero denaro per fare quello che fecero è altrettanto vero che lo fecero, quando avrebbero potuto voltarsi dall’altra parte risparmiandosi rischi e pericoli. Come del resto fecero molti cittadini in Francia, in Olanda e altrove.

Altri la vede diversamente. Gli storici, si sa, sono poco inclini a idealizzare i fatti. La mobilitazione del popolo danese fu, per alcuni di essi, più una risposta all’occupazione tedesca che un’azione genuinamente umanitaria.  Aiutando gli ebrei, i danesi agirono contro gli occupanti, non con le armi – come faceva la Resistenza- ma con un’azione non violenta di massa. Insomma, sostituirono le coccarde bianche e rosse con le quattro monete a somma nove con un’azione più incisiva. Lo scopo? Umiliare i nazisti e riaffermare con forza la differenza fra “noi” e “ loro”.

Menzogne e interrogativi

Ma ci furono anche altre ragioni. In Danimarca si giocava una complessa partita politica: Hitler voleva il “protettorato perfetto”, anticipazione ideale della futura Neuropa nazista; von Ribbentrop voleva mantenere la Danimarca  sotto il controllo del proprio ministero; Himmler guardava alla “ questione ebraica”. Il plenipotenziario tedesco a Copenhagen doveva muoversi con cautela per non scontentare nessuno dei potenti. E poiché il “protettorato perfetto” si basava sulla cooperazione fra occupanti e occupati, era necessario non irritare i danesi. Se i fragili equilibri della “cooperazione” fossero saltati a causa di una mossa sbagliata, le conseguenze politiche sarebbero state molto gravi per la Germania. Il governo danese si sarebbe quasi certamente dimesso, la resistenza armata e gli scioperi si sarebbero intensificati, i costi dell’occupazione sarebbero aumentati, ci sarebbero voluti più soldati per presidiare il territorio. Detto in altri termini, sarebbe stata la fine del “protettorato perfetto” e dei suoi vantaggi politici e militari.

Werner Best non ci mise molto a capirlo. Antisemita convinto, arrivato ai vertici dell’organizzazione delle SS ( era il numero tre, dopo Himmler e Heydrich) e caduto momentaneamente in disgrazia a causa di divergenze con quest’ultimo, si era distinto in Francia e in Polonia per lo zelo e la tenacia con cui aveva combattuto la resistenza e affrontato la questione ebraica.  Arrivò da plenipotenziario in Danimarca con la fama di duro. Il piccolo partito filonazista danese (NSDAP)contava su di lui per acquistare visibilità e potere. Non ebbe né l’una né l’altro. Best avvertì l’ostilità dei danesi nei confronti del partito filonazista e, pur di salvare la “cooperazione”, lo mantenne sempre in una posizione marginale. A lui interessava tenere viva l’illusione del “protettorato perfetto” e tutto doveva essere funzionale a questo scopo.
Ma nell’agosto del ’43, dopo gli scioperi, i disordini e l’introduzione della legge marziale, Best intuì che Hitler non avrebbe differito ulteriormente la “ questione ebraica” in Danimarca. E allora giocò d’anticipo. Scrisse a Berlino: il momento è propizio, il momento è adesso. Perché lo fece? Per acquistare credito presso le alte sfere? Per non essere accusato di acquiescenza? Per gestire l’operazione  a modo suo?
Con le autorità danesi fu sempre ambiguo: promise e negò, affermò e smentì. Rassicurò il governo e i vescovi ( “ La persecuzione degli ebrei? Dovranno passare sul mio cadavere” o qualcosa del genere), ma nello stesso tempo pretese da Berlino l’invio di ulteriori forze di polizia. A cose fatte, si atteggerà a vittima: degli ordini superiori, delle circostanze, dell’inevitabile. Insistette perché la retata si tenesse durante il periodo di vigenza della legge marziale in modo da attribuire le responsabilità a von Hanneken( con il quale, ricambiato, non andava molto d’accordo).  Ma impartì anche ordini perché si riducesse al minimo la violenza durante la retata. Le forze di polizia, ad esempio, sarebbero dovute entrare nelle abitazione degli ebrei senza sfondare le porte. Se non fosse stato loro aperto, se ne sarebbero dovute andare.  A cose fatte, rivoltò la frittata, trasformando un clamoroso insuccesso in un successo. Scrisse a Berlino: qual era il problema? Liberare la Danimarca dagli ebrei. Ebbene, lo scopo è stato raggiunto: non c’è più un solo ebreo oggi in Danimarca.  Che siano in Svezia o nei campi di concentramento poco importa.

Best si rendeva conto dell’importanza della posta in palio, non ignorava l’atteggiamento antinazista del popolo danese, conosceva i precari equilibri sui quali si reggeva la cooperazione. Sapeva che un’azione contro gli ebrei avrebbe potuto farli saltare. Ma si rendeva altresì conto dell’ineluttabilità dell’operazione; sapeva di dover rispondere del proprio operato tanto a Berlino quanto a Copenhagen ( e, in prospettiva, anche agli Alleati). Un’azione non violenta contro gli ebrei danesi avrebbe lasciato aperta una porta, ancorché stretta, per riannodare i fili della cooperazione. E, nello stesso tempo, non lo avrebbe posto in cattiva luce a Berlino.
Andò davvero così? Era questo che voleva? Per questo aveva avvisato Nathan Goldman? La questione è ancora aperta e se ne discute ancora. E’ quindi difficile  stabilire fino a che punto la sua ambiguità fu frutto di calcolo politico o dipese interamente dalle circostanze. Ci si chiede ancora se sapesse del viaggio compiuto da Duckwitz in Svezia intorno al 20 settembre o se lo avesse messo a parte intenzionalmente di quanto si stava preparando contro gli ebrei per fare arrivare l’informazione all’opposizione danese. Un fatto è certo: non agì per ragioni umanitarie. Più probabilmente agì per ragioni politiche, collegate alla sua posizione e alla lotta per il potere in corso a Berlino. Ma è altrettanto vero che, tranne poche eccezioni, durante la retata i tedeschi – per denaro, per compassione, per calcolo politico, per indifferenza- “ chiusero un occhio”.

Ma anche se li avessero chiusi entrambi niente sarebbe stato possibile senza la mobilitazione di un popolo intero. È stato detto e ripetuto: circostanze eccezionali consentirono un avvenimento eccezionale, impossibile altrove. La Danimarca era formalmente autonoma; gli ebrei non erano discriminati; anche dopo l’occupazione la vita di tutti i giorni non aveva subito sostanziali cambiamenti; i tedeschi lasciavano fare. E allora sorge spontanea una domanda: se l’azione contro gli ebrei fosse stata intrapresa nel ‘41 o nel ‘42 i danesi avrebbero reagito come reagirono nel ‘43? La guardia costiera avrebbe chiuso entrambi gli occhi? E la neutrale Svezia come si sarebbe comportata? Furono l’introduzione della legge marziale e le conseguente fine della “ cooperazione” ad accendere la scintilla della ribellione o i danesi si sarebbero ugualmente mobilitati in nome di un ideale umanitario, in nome della Giustizia? Entrambi i fattori concorsero a rendere possibile il salvataggio degli ebrei in Danimarca: quello umanitario giocò -e molto probabilmente avrebbe giocato anche nel ’41- un ruolo fondamentale, ma anche la volontà di dimostrare nei fatti e con metodi non violenti l’avversione per l’occupante nazista fece-e probabilmente avrebbe fatto- anche se in misura minore, la sua parte.
Bo Lidegaard, nel suo libro Il popolo che disse no, ha scritto: “Naturalmente, alcune porte rimasero sbarrate. E, naturalmente, codardia, tradimento e avidità emersero in determinate situazioni. Ma la democrazia danese si era mobilitata per proteggere i valori su cui si fondava. Con la decisione di estendere la soluzione finale alla Danimarca, il Terzo Reich aveva risvegliato  la forza più potente di un paese: la comune volontà popolare.”(143).  Mobilitandosi per salvare gli ebrei e rendendo possibile l’impossibile, i danesi salvarono se stessi, la loro integrità e il loro onore.
E l’umanità intera.

Epilogo

Il 13 aprile 1945, i prigionieri danesi detenuti a Theresienstadt furono avvisati della loro imminente liberazione. Il conte svedese  Folke Bernadotte aveva negoziato con Himmler il rilascio degli internati scandinavi nei campi di detenzione nazisti. Il provvedimento riguardava chiunque fosse stato catturato in Danimarca, indipendentemente dalla sua cittadinanza. Il 15 aprile gli internati salirono sugli autobus messi a disposizione dai governi danese e svedese. Con loro c’erano alcuni bambini nati in prigionia, un ragazzo danese deportato da Berlino e alcune donne cecoslovacche sposatesi a Theresienstadt  con detenuti danesi.
Gli autobus erano stati dipinti di bianco per facilitarne l’identificazione durante il viaggio. Non fu un viaggio tranquillo: strade quasi impercorribili,  attacchi aerei alleati, profughi ovunque. Il 17 aprile, finalmente, “gli autobus bianchi” raggiunsero il confine danese. I passeggeri furono rifocillati, assistiti, accolti con calore dalla popolazione. La Danimarca era ancora occupata e così, dopo aver trascorso una notte a Odense, i passeggeri raggiunsero la Svezia per il periodo di quarantena. Tornarono in patria un paio di settimane dopo la liberazione del Paese, avvenuta il 5 maggio.
Il dottor Werner Best fu giudicato da un tribunale danese e condannato a morte. La pena fu poi commutata in dodici anni di carcere. Fu liberato nel 1951, tornò in Germania e lavorò per le industrie del gruppo Siemens. Nel 1969 fu arrestato di nuovo con l’accusa di aver partecipato allo sterminio degli ebrei polacchi durante la guerra. Rilasciato nel 1972 per motivi di salute, morì in Germania nel 1989 all’età di ottantasei anni.
Georg Ferdinand Duckwitz  continuò a prestare servizio al Ministero degli Esteri tedesco. Dal 1955 al 1958 fu nominato ambasciatore della Repubblica Federale Tedesca a Copenhagen. Quando, nel 1966, Willy Brandt divenne ministro degli esteri, lo volle accanto a sé al ministero. Nel 1971 il governo israeliano lo nominò “ Giusto fra le Nazioni”. Morì nel 1973, all’età di sessantotto anni.

 Da leggere:

Bo Lidegaard, Il popolo che disse no, Garzanti, 2014

www.duaneschultz.com/thehousewithbluecurtains.php

http://www.pbmstoria.it/giornali12198

images[6]Michael Mogensen, October 1943- The Rescue of the Danish Jews

 

images[6]Leni Yahil, The Uniqueness of the rescue of Danish Jewry

 

images[6]Ministero degli Esteri danese e Museo della Resistenza, October 1943, the rescue of the Danish Jews from annihilation

Gli avvenimenti in breve.

12 aprile 1933. Re Cristiano X di Danimarca partecipa alla cerimonia celebrativa dei cento anni della sinagoga di Copenhagen. Si tratta di un gesto politicamente importante alla luce di quanto accaduto nella vicina Germania dove il partito nazista- dichiaratamente antisemita-  ha assunto il potere.

9 aprile 1940: le truppe tedesche entrano in Danimarca. Berlino si impegna a rispettare l’autonomia e la neutralità danesi.

20 gennaio 1942: conferenza di Wannsee. I nazisti decidono la “ soluzione finale del problema ebraico”, ma ne differiscono la realizzazione in Danimarca per evitare complicazioni politiche.

29 agosto 1943. Il governo danese si dimette per non sottostare all’ultimatum tedesco inviatogli dopo un periodo di scioperi e disordini. Viene istituita la legge marziale. Si comincia  a parlare della soluzione della “questione ebraica” in Danimarca.

31 agosto 1943. Elenchi contenenti informazioni relative agli ebrei di Danimarca ( indirizzi, dati anagrafici, ecc) vengono sequestrati dai nazisti in un ufficio vicino alla sinagoga di Copenhagen. Le autorità  danesi chiedono a Best chiarimenti circa le voci relative a un possibile rastrellamento degli ebrei. Best nega.

15 settembre 1943. Berlino autorizza il rastrellamento e la deportazione degli ebrei danesi.

28 settembre. Georg Ferdinand Duckwitz, attaché agli Affari Marittimi presso l’ambasciata tedesca a Copenhagen, avvisa il leader socialdemocratico Hans Hedtoft dell’imminente operazione contro gli ebrei. Hedtoft passa l’informazione alle autorità ebraiche.  I primi ebrei cominciano a lasciare le proprie abitazioni. La popolazione danese si mobilita.

29 settembre. Durante il servizio religioso mattutino nelle sinagoghe, gli ebrei vengono avvisati dell’imminente azione contro di loro. Il passaparola fa il resto. I vescovi luterani danesi inviano una lettera di protesta a Best. Vi si legge:” Nonostante le differenze religiose, noi ci batteremo per assicurare alle nostre sorelle e ai nostri fratelli ebrei quella libertà che per noi è più preziosa della vita stessa”.

1 ottobre. Rosh Hashanah, capodanno religioso ebraico. Scatta l’operazione contro gli ebrei. Gran parte degli ebrei ha già abbandonato le proprie abitazioni. Nel Paese si alzano le prime proteste.

2 ottobre. Il governo svedese annuncia pubblicamente di essere disposto ad accogliere gli ebrei danesi. In poco più di un mese, quasi ottomila fra ebrei e non ebrei ( uomini e donne di religione diversa ma sposati o sposate a ebree e a ebrei) vengono traghettati oltre l’Øresund  nella neutrale Svezia.

3 ottobre, sabato. In tutte le chiese di Danimarca viene letta la lettera pastorale firmata, a nome di tutti i vescovi,  dal vescovo di Copenhagen Hans Fuglsang- Damgaard . I cittadini sono invitati a contrastare i tentativi tedeschi di rastrellare e deportare gli ebrei.

6 ottobre. A Gilleleje, piccolo centro portuale danese, qualcuno informa i tedeschi della presenza di 85 ebrei nella locale chiesa. Gli ebrei vengono arrestati e deportati.

[1] http://tabletmag.com/jewish-news-and-politics/160607/denmarks-real-miracle-rescue

[2] Come nota Bo Lidegaard, i comunisti danesi avevano affermato esplicitamente la volontà di impossessarsi del potere con la forza. In Danimarca, questa dichiarazione, unita al pericolo del comunismo sovietico, aveva contribuito a creare una forte ostilità nei confronti del marxismo. E’ bene tenere presente questo fatto perché qualcuno potrebbe chiedersi come mai un popolo che si mobilitò a favore dei propri concittadini ebrei non mosse un dito per aiutare i propri concittadini comunisti.
Per la verità  anche allora molti danesi videro nell’arresto dei comunisti – e nella promulgazione della legge 22/8/41, in base alla quale il Partito Comunista non aveva diritto di operare in Danimarca – una violazione dei principi dello stato di diritto sui quali si fondava la democrazia danese e sui quali si fonda la democrazia in generale.

[3] Attaccarono, ad esempio, quattro monete su una coccarda bianca e rossa. La somma del valore delle monete doveva dare nove, chiara allusione al giorno(9) e al mese(4, aprile) dell’invasione.

[4] Bo Lidegaard, giornalista e scrittore, ha raccontato questi momenti basandosi sui diari –  inediti-  scritti dai componenti di due famiglie ebree danesi in fuga verso la Svezia.  Il libro di Lidegaard è stato pubblicato in italiano da Garzanti con il titolo Il popolo che disse no.

[5] Il 3 ottobre, nelle chiese luterane di Danimarca, i ministri del culto lessero una lettera redatta, a nome di tutti i vescovi danesi, dal vescovo di Copenhagen, Dottor Hans Fuglsang-Damgaard. Nella lettera venivano elencati i motivi per cui la Chiesa danese si opponeva a qualsiasi persecuzione degli ebrei. Durante la lettura, spontaneamente, molti fedeli si alzarono in piedi  in segno di solidarietà e rispetto.

[6] Le università danesi furono chiuse per una settimana, proprio per dare agli studenti la possibilità di partecipare al salvataggio di massa degli ebrei.

[7] www.duaneschultz.com/thehousewithbluecurtains.php

[8] I segretari permanenti dei ministeri ( i sostituti dei politici dopo le dimissioni del governo seguite al rifiuto dell’ultimatum del 28 agosto)  discussero a lungo come fare per impedire ai tedeschi di agire nei confronti degli ebrei. Un modo per risolvere la questione sembrò quello di internare  gli ebrei in territorio danese per sottrarli alla deportazione. Sarebbero stati i danesi stessi a farlo, dopo aver preteso e ottenuto dai tedeschi precise garanzie sull’ incolumità degli internati e sulla loro permanenza in Danimarca. L’idea fu presto abbandonata, sia per l’atteggiamento ambiguo di Best nei confronti di questa proposta, sia per le implicazioni di ordine morale in essa contenute ( come era possibile arrestare connazionali innocenti, solo perché di religione diversa?), sia perché un’operazione del genere avrebbe soltanto facilitato il lavoro dei tedeschi.
Negli anni precedenti, qualcuno aveva avanzato la proposta di regolare la “ questione ebraica” dall’interno, promulgando, cioè, leggi danesi in materia per evitare l’intervento tedesco. La proposta non era stata neppure presa in considerazione, perché totalmente contraria a quanto affermato dalla Costituzione danese in materia di diritti individuali e di libertà personale. ( Hans Moeller, Rescue of Jews from annihilation: Resistance and Responsibility in  Nazi occupied Denmark )

[9] Chi trasportò i fuggiaschi oltre l’Øresund ( pescatori e privati)  agì perché spinto dal desiderio di guadagno? Qualcuno lo fece, naturalmente. Ma la maggior parte dei traghettatori considerò il denaro come una specie di assicurazione contro i possibili rischi insiti in quell’operazione: il sequestro della barca, le ritorsioni sui familiari, l’arresto, i mancati guadagni,  ecc.

L’immagine sotto il titolo riproduce un quadro della pittrice Adina Edel Sompolinsky. E’ tratto dal seguente sito web: http://www.Judiska-museet.se/


Una banda di “idioti”

25/11/2014

Logo Sox 1

Anche una gara sportiva può trasformarsi, a volte, in una storia degna della Storia. E a maggior ragione se la storia si sviluppa fra maledizioni ( vere o presunte), malocchio, sofferenze e patimenti, delusioni e discese agli Inferi.

Questa è la storia di una  banda di “ idioti” impegnati a sconfiggere una maledizione più grande di loro. Ce la faranno?

Leggi qui: A bunch of “ idiots”- Un mucchio di “idioti”


A bunch of “idiots”- Un mucchio di “idioti”

25/11/2014

Boston Red Sox

Prologo

Intorno alle 23,30 del 27 ottobre 2004, al Busch Stadium di St. Louis, Missouri, col punteggio di tre a zero a favore dei Red Sox, il lanciatore Keith Foulke took the mound [1] per conservare il punteggio e salvare la partita. Era in corso un’eclissi . A causa di uno strano gioco di riflessi, nei cieli americani la luna aveva assunto un colore rossastro. A St Louis, tuttavia, una spessa coltre di nubi ne impediva la vista. Con passo sicuro, cercando di controllare la tensione, Foulke  uscì dal bullpen[2], salì sul monte di lancio   e cominciò il riscaldamento.
A millesettecento chilometri di distanza, nelle strade, nei bar, nelle piazze di Boston , Massachusetts, e in tutto il New England, migliaia di tifosi dei Red Sox – uomini e donne, giovani e anziani, persino bambini svegliati nel cuore della notte perché fossero testimoni dell’avvenimento – staccarono gli occhi dai televisori e dai megaschermi e alzarono lo sguardo verso il cielo sgombro da nuvole. E sulla superficie di quella strana luna rossa molti videro quello che volevano vedere: non le solite macchie e le solite ombre rese più marcate dall’eclissi e dai riflessi rossastri, ma  i tratti del volto del grande, immenso, immortale  Babe Ruth .
Il Bambino era tornato. E sorrideva.

Curva pericolosa.

A Boston un cartello stradale appeso alle arcate del Longfellow Bridge avvertiva gli automobilisti della presenza di una curva pericolosa. Con pennello e vernice, un tifoso -disperato, rassegnato o semplicemente spiritoso – aveva trasformato la scritta Reverse curve, controcurva,  curva pericolosa in Reverse the curse,  inverti la maledizione, cambia verso alla maledizione. Mentre, a St. Louis, Foulke si apprestava ad affrontare nell’ultima, decisiva ripresa  i formidabili battitori dei Cardinals, a Boston il cartello con la scritta reverse the curse era ancora là, immutato e immutabile.
Come la maledizione che evocava: “la maledizione del Bambino”.

George Herman “Babe” Ruth, il Bambino,  era stato un grande lanciatore e un grandissimo battitore. Nei primi anni del Novecento, con lui in organico, i Red Sox  erano diventati una squadra vincente, “la” squadra vincente. Nel gennaio del 1920,  dopo tre stagioni culminate con la conquista del titolo, il Bambino fu ceduto agli Yankees di New York per centomila dollari. Perché? Perché  i Sox erano a corto di  soldi? Perché il proprietario del club, Harry Frazee, aveva bisogno di liquidità per finanziare una musical a Broadway? Sia come sia, un fatto è certo: Babe Ruth fece le valigie e lasciò il New England. Dopo la sua partenza i Sox cominciarono a perdere e gli Yankees a vincere.
Col passare del tempo la partenza di Babe Ruth e non la scarsa qualità tecnica dei giocatori fu associata alle pessime prestazioni dei Red Sox . Negli anni ’90 assunse i tratti di una vera e propria maledizione. Presero forma le ipotesi più strane, in gran parte prive di fondamento. Compresa quella secondo la quale  era stato Babe Ruth in persona a predire un futuro di sconfitte per la sua ex squadra.
E di sconfitte ce n’erano state tante, una peggiore dell’altra. Nel 1986 il prima base Bill Buckner, nel tentativo di anticipare un’innocua battuta di Moodie Wilson, si era lasciato passare la pallina fra le gambe consegnando la vittoria e il titolo ai Mets. Nel 1978 Bucky Dent aveva battuto un fuoricampo da tre punti grazie al quale gli odiati Yankees si erano presi la wild card e, in seguito, l’ennesimo titolo. Nel 2003 il manager dei Sox, Grady Little, aveva lasciato in campo lo stanchissimo e dolorante lanciatore Pedro Martinez a farsi massacrare dai battitori di New York.
Non potevano essere semplici coincidenze. I tifosi dei Sox si erano quasi rassegnati a essere perdenti in eterno. Nell’86 Steve e Karin Sheppard,  in vacanza in Irlanda, si giurarono reciproca fedeltà “finché morte non ci separi o finché i Red Sox non vinceranno le World Series”. Circolavano battute al veleno. Tipo questa: un tifoso dei Red Sox va in Paradiso e chiede a Dio: “Quando vinceremo le World Series?” Dio si gratta il mento, pensieroso, poi risponde: “Beh, di sicuro non durante la mia vita.” ( NY Times, 20/10/2004).  Quando Buckner nel 1990 tornò a giocare a Boston, Fenway Park gli tributò una standing ovation. Non era colpa sua la sconfitta dell’86 : come tutti gli altri, anche lui era vittima di qualcosa di umanamente incontrollabile.
E così quando Albert Pujols , prima base dei Cardinals, poco dopo le 23,30 del 27 ottobre 2004, batté valido facendo passare la palla fa le gambe di Foulke, per molti tifosi gli incubi  tornarono a materializzarsi. Chissà quanti di loro avranno pensato: ci risiamo, ecco di nuovo la maledizione, ecco di nuovo Buckner.
Ma il vento non faceva più il solito giro: il vento era cambiato.
Dieci giorni prima.

Why not us?

Dieci giorni prima i Red Sox erano virtualmente fuori dai giochi. Il giornalista Bob Ryan scrisse sul Boston Globe: “Sono sotto tre a zero, hanno perso l’ultima partita 19 a 8: in questo sport si tratta di una vera e propria condanna a morte. Presto tutto sarà finito e noi trascorreremo un altro triste inverno recriminando su questo e su quello.”[3]
Gli Yankees – ancora loro- in vantaggio di tre partite a zero conducevano quattro a tre nell’ultima ripresa della quarta partita per il titolo di Lega[4]. A Fenway Park i tifosi esibivano cartelli con la scritta I believe, ci credo, ma forse erano loro i primi a non crederci. Mariano Rivera, il pitcher Yankee con la faccia da torero, salì sul monte di lancio per farla finita. Ma gli “ idioti”- come orgogliosamente si autodefinivano-  non erano finiti. O forse Babe Ruth, consapevole di aver tirato troppo la corda,  aveva deciso di dare una mano a quella banda di scavezzacolli barbuti e capelloni, trasgressivi e anticonformisti per i quali finire la partita con la divisa immacolata significava non aver giocato affatto.
Fatto del tutto inusuale, Rivera concesse una base su ball al primo battitore affrontato,  Kevin Millar. Erano  tre anni che Rivera non concedeva una base su ball nei playoff. Un segno? Terry “Tito” Francona, il manager dei Sox, tolse Millar e mandò in campo come sostituto corridore ( pinch runner) il velocissimo Dave Roberts. Non ci voleva un genio per interpretare quella mossa: Roberts avrebbe cercato di “rubare” la seconda base e raggiungere una posizione utile per segnare il punto del pareggio.
Per tre volte consecutive Rivera  lanciò in prima nel tentativo di eliminare Roberts o di  impedirgli di staccarsi troppo dal cuscino.  Quando finalmente fece partire il lancio verso casa base,  Roberts scattò in avanti. Il popolo di Fenway Park trattenne il fiato per esplodere in un urlo di gioia quando il corridore toccò salvo il cuscino di seconda. Sul viso del ricevitore Yankee Jorge Posada comparve una smorfia di disappunto.
Fu quello il momento decisivo. In quel preciso momento, la “maledizione del Bambino” cambiava verso e la corsa di Roberts entrava nella storia e nella leggenda come “ The Steal“, la rubata per antonomasia.


Il pareggio arrivò grazie a una battuta valida del terza base Bill Mueller e la partita andò agli extra inning[5]. David Ortiz, detto “Big Papi”,  la chiuse con un fuoricampo alla dodicesima ripresa. Il giorno dopo a Boston cominciarono a vedersi nei negozi e sulle bancarelle t-shirt con la scritta “Why not us?”, perché non noi?
Già, why not us?

La notte più lunga.

Che il vento stesse girando e che Babe Ruth stesse sonnecchiando lo si capì la sera successiva, quando i Red Sox, sotto 4 a 3, agguantarono il pareggio all’ottava ripresa grazie a una volata di sacrificio[6] del loro uomo-simbolo e futuro capitano, il catcher Jason Varitek. Ma la maledizione del Bambino era  sempre in agguato. Nella parte alta della nona ripresa[7], con due eliminati e  Ruben Sierra in prima base, Tony Clark batté lungo verso la parte destra del campo. Se la palla fosse uscita direttamente dallo stadio, cioè se la battuta di Clark fosse stata abbastanza lunga da diventare un fuoricampo, gli Yankees avrebbero segnato due punti; se la palla fosse rimasta in campo, Sierra sarebbe forse riuscito a raggiungere casa base per il punto decisivo. Ma quella sera gli dei del baseball avevano deciso altrimenti: la palla di Clark rimbalzò all’interno del campo e , come spinta da una mano invisibile,  uscì dalla recinzione .  In questi casi, secondo regolamento, si concede un doppio: ai giocatori, cioè, è consentito avanzare di due basi. Non una di più. Sierra dovette fermarsi in terza e gli Yankees persero l’occasione di passare in vantaggio.
Si andò di nuovo agli extrainning. Alla quattordicesima ripresa, con due eliminati e due corridori in base ( Johnny Damon in seconda, Manny Ramirez in prima), David Ortiz, il gigante nero, si presentò alla battuta. Sugli spalti una giovane tifosa alzò un cartello: Do it again, Papi, fallo di nuovo, Papi. Alludeva ovviamente al fuoricampo della sera precedente, quello decisivo. Una signora di mezza età giunse le mani in segno di preghiera e alzò  gli occhi al cielo come se Dio non avesse altro di cui occuparsi; un signore anziano non resse la tensione e si voltò per non vedere; un gruppo di ragazzi batté le mani ritmicamente contro il rivestimento di gommapiuma del “ Mostro verde”,  il muro di recinzione di Fenway Park; un bambino sorrise. Le speranze della Sox Nation erano di nuovo nelle mani di quel gigante mancino dal cuore generoso e dallo swing devastante.
“Papi” aveva di fronte Estebàn Loaiza, un discreto lanciatore, veloce, potente il giusto, bravo a trovare gli angoli. E gli effetti erano sotto gli occhi di  tutti: Ortiz girava la mazza, colpiva la pallina ma non riusciva a mandarla in campo. La “spizzava” come si dice in gergo, mandandola ora dietro il ricevitore, ora sulle tribune, ora in foul sulla parte lunga sfiorando il fuoricampo.  Accadde nove volte. E ogni volta il popolo dei Red Sox incitava, gridava, pregava, bestemmiava, urlava, si disperava. Tutti erano tesi, in campo e sugli spalti.
Al decimo lancio, finalmente, Ortiz spedì la palla in campo e la sua “quaglia morente” [8] mandò Damon a segnare il punto della vittoria. Dopo quasi sei ore di gioco, la notte più lunga finiva con i Sox ad abbracciarsi attorno a Damon e a Ortiz, mentre sugli spalti il popolo rossoblù scandiva, in un crescendo assordante, “ Let’s go, Red Sox!”  Scuro in volto, il capo chino, il manager degli Yankees,  Joe Torre,  lasciò il campo e raggiunse gli spogliatoi.

Il calzino insanguinato.

Restavano da giocare due partite. Ma si sarebbero dovute disputare nel Bronx, nel leggendario stadio di Babe Ruth, di Joe Di Maggio, di Lou Gehring. Sperare di vincere lì richiedeva un atto di fede suprema. O un intervento divino.
Bastò Curt Schilling.

Curt Schilling giocava lanciatore. A trentasette anni suonati, in una sera disturbata da un vento fastidioso, salì sul monte di lancio a New York per gara 6 . I Red Sox lo avevano acquistato alla fine del 2003 dagli Arizona Diamondbacks. Nel 2001 la squadra di Phoenix aveva vinto il titolo a spese degli Yankees. Schilling era stato decisivo. Quindi chi meglio di lui per avere ragione degli odiati avversari?
Schilling aveva un pessimo carattere e un problema alla caviglia destra: un legamento tendeva a uscire dalla sua guaina. Soprattutto sotto sforzo. Il problema si era aggravato  verso la fine della stagione regolare. In Gara 1 contro New York , la caviglia di Schilling era stata immobilizzata con una sorta di bendatura rigida. Non aveva funzionato: Schilling era stato sostituito alla sesta ripresa con gli Yankees in vantaggio per sei a zero.
Ma Schilling era stato ingaggiato proprio per mettere in difficoltà gli Yankees. Non poteva finire nella lista degli infortunati. Urgeva rimediare. Il dottor William Morgan dello staff dei Sox pensò allora di “cucire” mediante punti di sutura il legamento al tessuto connettivo, in modo da mantenerlo stabile anche sotto sforzo. Avrebbe funzionato?
Funzionò. Nella bolgia dello Yankee Stadium, Schilling sparò le sue bombe con la scioltezza di chi durante la stagione regolare aveva vinto ventuno partite perdendone solo sei. Preciso ( 67 strike su 99 lanci totali) e coraggioso vinse la “sua” partita col cuore e con la tecnica, con il carattere e con l’esperienza, non perdendo mai la  concentrazione. Neppure quando, lancio dopo lancio, il calzino (sock) della caviglia operata si bagnava di sangue. Le telecamere delle Tv mandarono in migliaia di case l’immagine di quel calzino insanguinato. E agli occhi di centinaia di migliaia di americani il calzino insanguinato di Schilling divenne il simbolo dell’abnegazione  e del coraggio, della tenacia e della voglia di affermarsi. Di un uomo e di due Nazioni. Di quella a stelle e strisce e di quella che aveva come emblema un paio di calzini rossi.



Al termine della partita, finita 4 a 2[9] per i Red Sox, Schilling si sfilò il calzino insanguinato e lo gettò in un contenitore dei rifiuti[10]. Poi andò alla conferenza stampa  indossando una maglietta nera con la scritta Why not us?

“ Ci sono cose che non hanno prezzo…”

Derek Lowe era arrivato a Boston nel 1997 da Miami  in una specie di pacco dono insieme al ricevitore Jason Varitek. Una sorta di due per uno al mercato del baseball. I Marlins, davvero lungimiranti, non si fidavano di lui o lo consideravano scarso. Era alto quasi due metri e pesava un quintale. Alla corte dei Red Sox faticò a trovarsi un ruolo: prima lanciatore partente, poi lanciatore di rilievo, poi closer[11] poi di nuovo partente. Quella del 2004 non era stata per lui una stagione proprio memorabile. Come partente aveva vinto 14 partite e ne aveva perse 12.  Ma soprattutto aveva concesso , in media, più di cinque punti a partita. E sette in un solo inning agli Yankees. Troppi.
Grande fu dunque la sorpresa quando fu designato partente  in gara 7. Tutti o quasi tutti a Boston e altrove si aspettavano Tim Wakefield o il più quotato Pedro Martinez. Anche i cinquantamila tifosi degli Yankees  aspettavano Pedro per percularlo con  cartelli, cori, canzoncine e sfottò preparati per l’occasione. E invece sul monte salì Lowe. Un azzardo? Una mossa avventata? L’ennesima dimostrazione di masochismo targato Red Sox ? A Terry Francona saranno fischiate le orecchie. Ma mai mossa fu più azzeccata: sei riprese giocate, 69 lanci, una sola battuta valida concessa, un punto, una base su ball e tre strike out. Una signora partita. Stato di grazia o avversari spompati? Entrambe le cose, probabilmente.

Il baseball è uno sport dominato dalla scaramanzia se non proprio dalla superstizione. Se un lanciatore non sta concedendo valide, guai a dirglielo perché di sicuro il prossimo battitore la butterà fuori. Sei in serie positiva da alcune partite? Non lavare l’uniforme di gioco perché se lo farai non batterai più valido. E via di questo passo. E in omaggio alla scaramanzia, gli Yankees avevano fatto lanciare la prima palla  di gara 7 a Bucky Dent, l’artefice della vittoria del ‘78.
Non aveva funzionato. A far venire il mal di testa agli Yankees  ci avevano pensato prima il solito Ortiz ( home run da due punti alla prima ripresa), poi il redivivo Johnny Damon. Figlio di un militare americano e di una donna tailandese, Damon aveva qualcosa di orientale nei lineamenti e un colpo d’occhio e una potenza straordinari in battuta. A Boston , dove era arrivato agli inizi del 2003 da Oakland, si era lasciato crescere barba e capelli alla nazzarena. Sembra Gesù Cristo fecero notare i tifosi costantemente in attesa di miracoli.
Damon non si era visto granché nelle gare precedenti: 3 valide su 29 presenze, 103 di media. Una miseria. Nella seconda ripresa si presentò nel box di battuta con le basi piene. Brown,  il lanciatore partente, era stato sostituito e sul mound adesso c’era Javier Vasquez, a lungo oggetto- neanche troppo segreto – del desiderio Red Sox.  Damon colpì in pieno il primo lancio di Vasquez spedendo la palla fuori dallo stadio. Fu un fuoricampo da quattro punti, un vero colpo da maestro. I Red Sox si portarono sul sei a zero. Damon batté un secondo fuoricampo alla quarta ripresa e i Sox presero il largo.
I tifosi Yankee erano sbigottiti , ammutoliti, increduli e incazzati neri. Ripresero animo verso l’ottava ripresa quando Lowe fu sostituito da Pedro: un po’ perché New York accorciò le distanze segnando tre punti e molto perché finalmente poterono scatenarsi nei confronti di Pedro, perculandolo a più non posso per via di una sua incauta affermazione di qualche tempo prima. Non bastò: Boston vinse 10 a 3.

Sotto tre partite a zero e in svantaggio 4 a 3 nell’ultima ripresa di gara quattro , i Red Sox erano stati capaci di ribaltare il risultato vincendo quattro partite di fila con buona pace della maledizione del Bambino. Non era mai accaduto prima, non accadrà mai più dopo. Nessuna squadra era stata capace di una prestazione simile, nessun’altra squadra sarà capace di una prestazione simile. Almeno  fino a oggi non è ancora accaduto. Quella “ banda di idioti” aveva compiuto un’impresa storica. Unbelievable , incredibile, fu il commento degli addetti ai lavori.
La Sox Nation andò letteralmente fuori di testa. In uno spot pubblicitario girato per una nota carta di credito secondo la quale certe cose non hanno prezzo, per  un biglietto della finale contro i Cardinals di St Louis c’era chi era disposto a dare cinquecento dollari, lo stipendio di due mesi, l’auto, la casa, il cane, la fidanzata, il computer, persino il figlio primogenito, qualsiasi cosa. Esagerazioni, certo, ma con più di un fondo di verità. Per i tifosi vedere di nuovo i Sox in finale era una specie di miracolo. E come tutti i miracoli era  davvero senza prezzo.

Tonight’s the night.

Nella notte di St Louis Foulke aveva ora di fronte Scott Rolen, un signor battitore. Si portò sul 2 a 1 a proprio favore ( due strike e un ball). Il popolo dei Red Sox rumoreggiava sulle tribune, nei bar e nelle piazze di Boston, in tutto il New England inneggiando a “ Big Papi” e facendo scongiuri a tutto spiano. Al Busch Stadium apparve un cartello : “Is this Heaven?” è questo il Paradiso?[12]”  Al quarto lancio, Rolen colpì la palla. Fu una  battuta lunga verso l’esterno destro: “Gabe” Kapler  prese la palla al volo e Rolen  fu eliminato.
Toccava a Jim Edmons, esterno centro dal fuoricampo facile. A Foulke bastarono tre lanci, -due palle veloci e una palla curva- per eliminarlo al piatto. Il telecronista di Fox Tv commentò: “ The Red Sox are one out away”, per vincere ai Red Sox  basta un eliminato. “Tonight’s the night” avrà pensato John Henry l’uomo d’affari proprietario dei Sox ( e, qualche anno dopo, anche del Liverpool FC) con la sua faccia da intellettuale e il suo soprabito di gabardine;  Tonight’s the night  amici  di St Louis: fatevene una ragione.
L’ultimo fu Edgar Renterìa, shortstop ( interbase) con la dinamite nel braccio e pessimo cliente in battuta. Renterìa lasciò passare il primo lancio- un ball interno- e colpì il secondo. La palla rimbalzò sul mound e finì nel guanto del lanciatore.
Foulke  si girò sulla propria sinistra, fece sei, sette passi( chilometri per lui, un’eternità per i tifosi) e consegnò la palla al compagno dal nome impronunciabile per un americano: il prima base Doug Mientkievicz. Renterìa, l’ultimo eliminato, giocava con il numero 3, lo stesso del Bambino. Semplice coincidenza?


Dopo ottantasei anni  i Red Sox erano  di nuovo campioni. Varitek finì fra le braccia di Foulke e sulla copertina di Time.  Sulla tomba di  Babe Ruth a Hawthorne,  NY, tifosi riconoscenti depositarono cappelli, palline, guanti, mazze, fiori rossi: The curse is over. Rest in peace, Babe. Buckner fu perdonato. E ci fu chi disse: adesso  posso morire in pace.

Epilogo

Boston e il New England impazzirono di gioia, i giocatori furono accolti come eroi. I figli sciolsero i voti dei padri, i nipoti quelli dei nonni.  Il cartello con la scritta “Reverse the Curse” fu tolto dalle arcate del Longfellow Bridge alla presenza del governatore del Massachusetts Mitt Romney; Roger Altman, ministro del Tesoro durante l’amministrazione Clinton, plastificò la prima pagina del New York Times con la cronaca delle World Series e la seppellì vicino alla tomba della madre, tifosa dei Sox , scomparsa prima di vederli vincere; il senatore John Kerry, in corsa per la presidenza degli Stati Uniti, si presentò a una manifestazione pubblica indossando un cappello da gioco dei Red Sox; durante la sfilata della vittoria a Boston faceva bella mostra di sé il cartello: “ Jeter is playing golf in this moment[13]”.

Non durò a lungo. Il “mucchio di idioti” cominciò a perdere pezzi. Lowe firmò per i Dodgers di Los Angeles, Pedro per i Mets. Kapler si svincolò e andò a giocare nel campionato giapponese, Dave Roberts si accasò a San Diego, “Pockey” Reese a Seattle, Mark Bellhorn alla corte degli Yankees. Arrivarono i lanciatori David Wells e Matt Clemens; fu messo sotto contratto l’interbase Edgar Renterìa. Nel 2006 anche Damon lasciò Boston per New York. Gli Yankees non tolleravano barbe e capelli lunghi: “Jesus” dovette accorciarsi i capelli e tagliarsi la barba. I Red Sox vinsero altri due campionati ( 2007, 2013), ma nella storia è rimasto solo quello del 2004.
Come ha scritto Dan Shaughnessy tutti ricordano Armstrong sulla luna e” il gigantesco balzo in avanti per l’umanità”(giant leap for mankind); pochi sanno dire qualcosa sulla seconda missione della NASA.”

Da leggere:

Dan Shaughnessy, The Curse of the Bambino, Penguin, 2004

Dan Shaughnessy, Reversing the Curse, H.M Harcourt, 2005

Da vedere:

L’amore in gioco (Fever Pitch- The Perfect Catch), 2005 ,  di Bobby e Peter Farrelly

[1] Nel gioco del baseball il mound è un terrapieno circolare leggermente rialzato allineato con la seconda base e situato al centro del campo interno. Alla sommità del mound si trova la pedana dalla quale il lanciatore affronta i battitori avversari. La pedana è situata a 18 metri e 44 centimetri dal piatto di casa base. L’espressione “to take the mound”, “ to take the hill” viene usata in gergo quando un lanciatore comincia la partita( starting pitcher) o quando subentra al lanciatore partente( relief pitcher).

[2] Il bullpen ( letteralmente recinto dei tori) è un’area adiacente al terreno di gioco nella quale i lanciatori effettuano il riscaldamento sia prima dell’inizio della partita, sia durante lo svolgimento della stessa. Il termine bullpen, per traslato, indica non solo il luogo fisico riservato ai lanciatori, ma anche l’insieme dei lanciatori sostituti ( relief  pitchers).

[3] They are down 3-0, after last night’s 19-8 rout and, in this sport, that is an official death sentence. Soon it will be over, and we will spend another dreary winter lamenting  this and lamenting that.

[4] Il campionato di baseball americano della Major League annovera trenta squadre divise in due Leghe: la American e la National League. Ogni Lega è a sua volta organizzata in tre gironi ( East, Central, West) di cinque squadre ciascuno. Al termine della stagione regolare, si disputano il titolo di ogni Lega ( pennant) le prime classificate dei tre gironi più una quarta squadra ammessa con una wild card dopo una partita secca fra le due migliori seconde classificate. Le partite eliminatorie si giocano al meglio dei cinque incontri; la finale al meglio dei sette incontri. Le due squadre vincitrici di Lega, cioè la vincitrice del pennant dell’American League e la vincitrice del pennant della National League, si incontrano per l’assegnazione del titolo (World Series) al meglio delle sette partite.

[5] Nel baseball il pareggio non è contemplato: “Si vince, si perde e qualche volta piove”, come recita un famoso adagio. (In caso di pioggia, infatti, non si gioca , a meno che lo stadio non sia una stadio coperto, ovviamente). In altre parole, in caso di pareggio dopo le nove riprese regolamentari, si gioca  a oltranza fino a quando una delle due squadre non mette a segno il punto decisivo. Nel 2014, in una partita per il titolo di Lega( National League), i Giants di San Francisco e i Nationals di Washington sono andati avanti fino alla diciottesima ripresa – hanno giocato, cioè, il doppio delle riprese ( o innings) previste per una partita normale- prima che i Giants mettessero a segno il punto della vittoria. I Giants hanno poi vinto le World Series battendo in finale Kansas City, quattro partite a tre.

[6] Sacrifice fly. Si indica con questo termine una battuta alta presa al volo da uno dei difensori esterni in seguito alla quale il corridore in terza base, partendo dal cuscino dopo la presa del difensore,  riesce a segnare un punto.

[7] Ogni ripresa si divide in due parti; la parte alta ( top) e la parte bassa(bottom). Nella parte alta, la squadra di casa è schierata in difesa, mentre la squadra ospite è in attacco; nella parte bassa, i ruoli si invertono: la squadra di casa attacca e la squadra ospite  si difende.

[8]Dying quail”. Viene chiamata in questo modo una battuta alta che cade improvvisamente nella zona fra i difensori interni e i difensori esterni senza che né gli uni né gli altri riescano a intervenire.

[9]Gara 6 fu anche la partita delle decisioni contestate. Alla quarta ripresa Mark Bellhorn, seconda base, batté lungo verso l’esterno sinistro. La palla colpì la mano di uno spettatore e ritornò in campo. Sulle prime gli arbitri non concessero il fuoricampo, poi rividero la propria decisione e i Sox si portarono sul 4 a 0.
All’ottava ripresa il sostituto di Schilling, Bronson Arroyo, raccolse un battuta corta di Alex Rodriguez e gli si fece incontro per eliminarlo. Mentre stava per essere toccato, Rodriguez colpì intenzionalmente col braccio il guanto di Arroyo. La palla cadde a terra , Rodriguez raggiunse la  prima base e Derek Jeter segnò il punto del 4 a 2.  Non era un’azione regolare: il difensore ( in questo caso Arroyo) era stato disturbato al momento di eliminare il corridore. In gergo si chiama interferenza. La decisione fu rivista , Rodriguez fu eliminato e il punto segnato da Jeter annullato.

[10] Durante le World Series, vale a dire durante la finalissima con i Cardinals di St.Louis, Schilling lanciò di nuovo e di nuovo il calzino destro si tinse di sangue. Questa volta Schilling ebbe l’accortezza di non gettarlo nella spazzatura. Quel calzino finì nella Hall of Fame  del baseball.
Durante le World Series Schilling  giocò con bene in evidenza sulla scarpa destra la scritta K ALS . Era un modo per promuovere la raccolta di fondi a favore dell’ALSA, l’associazione che si batteva contro la sclerosi laterale  amiotrofica(ALS), conosciuta anche come morbo di Gehring dal nome del campione dei New York Yankees  deceduto a causa di questa malattia(vedasi il film L’idolo delle folle interpretato da Gary Cooper). La lettera K sta per strike out. K ALS significa, quindi, metti strike out l’ALS, sconfiggila. Tempo prima Schilling aveva chiesto ai tifosi di fare una donazione a favore dell’ALSA per ogni strike  out ottenuto.  L’aver scritto quelle lettere sulla scarpa destra fu una mossa studiata per dare maggiore visibilità all’iniziativa. Memori del “calzino insanguinato”, infatti,  tutte le Tv d’America avrebbero inquadrato a più riprese la scarpa destra di Schilling.

[11] Fu il grande Tony La Russa, manager tuttora  in attività, a inventare il closer, vale a dire il lanciatore, specificamente preparato per chiudere ( to close, da cui closer) le partite e per salvare il risultato. Di solito il closer entra in gioco all’ultima ripresa con il risultato ancora in bilico( pareggio o vantaggio risicato). Si tratta di un giocatore dotato in genere di un lancio molto potente, ma può essere anche uno specialista delle palle curve o un lanciatore dotato di grande controllo e in grado di piazzare la palla dove vuole( alta, bassa, interna e così via). A Aroldis Chapman, closer dei Chicago Cubs,  appartiene il record della palla più veloce ( 102 miglia orarie, centosessanta chilometri all’ora).  Anche Mariano Rivera degli Yankees di cui abbiamo già parlato era un closer. Uno dei più grandi, se non il più grande.

[12] È la famosa battuta pronunciata dal leggendario ( nel bene e nel male) giocatore dei Chicago White Sox “Shoeless” Jo Jackson nel film del 1989“ L’uomo dei sogni” ( Field of dreams) interpretato da Kevin Kostner.

[13] “In questo momento Jeter sta giocando a golf”. Derek Jeter era allora ed è stato a lungo l’interbase degli Yankees  nonché l’uomo-simbolo della squadra di NY.  Ha annunciato il ritiro lo scorso settembre( 2014) a quarant’anni d’età dopo vent’anni da giocatore degli Yankees. Probabilmente il suo numero ( il numero 2) sarà ritirato. Nella partita d’addio, volle essere annunciato, come ai bei tempi, dallo speaker storico dello Yankee Stadium, Bob Sheppard. In un’atmosfera di intensa commozione, gli altoparlanti diffusero la voce registrata dello speaker ( deceduto nel 2010): Now batting for the New York Yankees the shortstop, number two, Derek Jeter, number two. ( Alla battuta per gli Yankees  l’interbase,  numero 2, Derek Jeter, numero 2).