Gli abeti rossi

03/11/2013

Katyn Wajda

Prologo

Da qualche giorno i controlli nel campo di Kozelsk( Kozielsk secondo la grafia polacca) si sono fatti meno asfissianti. Si mangia meglio, le guardie sembrano quasi cordiali. “ Tornerete a casa”, si sente dire. Un ufficiale dell’NKVD “ perde” una mappa con l’indicazione del percorso ferroviario da Kozielsk alla Polonia, subito raccolta dai prigionieri. Allora è vero? Gli internati sono presi da una profonda  agitazione, chiedono, vogliono sapere. L’ansia si somma alla speranza e l’eccitazione è al massimo. Comincia l’evacuazione del campo. I prigionieri vengono divisi in gruppi, le guardie chiacchierano con loro, qualcuna sorride. Si compilano elenchi, si fanno i primi appelli, le  partenze si succedono alle partenze. Chi non parte insieme gli altri e viene trattenuto al campo non sa farsene una ragione.

L’inizio.

L’esercito polacco vanta gloriose tradizioni. E non pochi successi. Nel 1920, ad esempio,il generale Jòsef Pilsudski aveva giocato un bruttissimo scherzo all’Armata Rossa. L’aveva prima bloccata davanti a Varsavia, poi l’aveva contrattaccata costringendola a ritirarsi. “Il miracolo della Vistola”  non era rimasto senza conseguenze: Lenin era stato costretto a firmare a Riga una pace umiliante; Stalin aveva perso la faccia davanti al mondo intero, facendo affluire le riserve nel posto sbagliato e servendo la vittoria a Pilsudski su un piatto d’argento. Lo avrebbe mai dimenticato?
Ma nel settembre del 1939, i polacchi hanno solo il valore e l’orgoglio da opporre alle divisioni corazzate della Wehrmacht e al muro umano delle divisioni di fanteria sovietiche. Vanno alla carica, sciabole contro cannoni, in sella ai loro magnifici cavalli come una volta avevano fatto i loro antenati agli ordini del re Giovanni Sobieski. È una partita persa in partenza e loro lo sanno. Come possono sperare di avere successo contro la tecnologia e la forza del numero? Ma lo fanno ugualmente. Cariche suicide? Una questione d’onore, piuttosto. Non abbiamo i vostri cannoni, non abbiamo i vostri carri armati, non abbiamo tanti uomini come voi. Ma non ci arrendiamo, non cediamo, lottiamo fino all’ultimo per la nostra patria e per il nostro onore.
A guidare quelle cariche ci sono chimici e storici, insegnanti e biologi, ingegneri e architetti. La laurea dà loro diritto, in tempo di pace, a un grado di ufficiale della Riserva. Chiamati a indossare l’uniforme e a combattere in uno dei momenti più difficili della loro storia, quei giovani laureati si battono con coraggio e valore: molti di essi  cadono sul campo, moltissimi  vengono fatti prigionieri. I sovietici non sanno come gestirli. Il generale Kulik comandante della forza d’invasione, trattiene gli ufficiali ma spedisce a casa i soldati. “ Non saprei dove metterli e come sorvegliarli”, scrive a Mosca.
Per quegli ufficiali si aprono i cancelli dei campi di prigionia. Un altro mondo, in tutti i sensi. Per “ rieducarli” i sovietici proiettano film celebrativi, distribuiscono copie dei discorsi di Stalin, stringono le maglie della sorveglianza, raccolgono informazioni servendosi di infiltrati e di spie, compilano fascicoli dettagliati, imbastiscono accuse pesanti. Per gli ufficiali polacchi prigionieri pregare è un delitto, rispondere in polacco a un ordine impartito in russo è insubordinazione, minacciare uno sciopero della fame, sovversione. Non possono scrivere a casa se non raramente; non possono ricevere pacchi, biancheria di ricambio, camicie pulite.  È la dura legge del codice penale sovietico. Altri codici, altre leggi non contano in quell’universo rovesciato. Un ingenuo ufficiale sovietico di un campo di prigionia scrive a Mosca: qui da me i prigionieri tirano in ballo continuamente la Convenzione di Ginevra: mandatemene una copia, per “ conoscenza”. Compagno comandante, è la risposta di Mosca, lascia perdere la Convenzione di Ginevra e pensa ad eseguire alla lettera gli ordini dell’ NKVD.
La situazione è drammatica. Drammatica e, per certi versi, paradossale. Perché quegli ufficiali e quei soldati non sono  prigionieri di guerra. Da un punto di vista strettamente giuridico almeno. E non lo sono perché la guerra fra i due Paesi non è mai stata dichiarata. Stalin ha mandato l’Armata Rossa a “ portare aiuto al popolo polacco” senza alcuna dichiarazione di guerra; la Convenzione di Ginevra, poi, è carta straccia perché l’URSS non l’ha mai firmata. E allora che cosa sono, chi sono quei chimici e quei biologi quegli insegnanti e quegli storici in uniforme? Per la legge sovietica sono internati; per l’ideologia sovietica, nemici di classe. Per ora nessuno parla di eliminarli: vengono impiegati come manodopera forzata, costruiscono strade e scavano trincee. Ma in futuro?
L’orgoglio polacco però non viene meno. Alcuni ufficiali prigionieri alzano la voce, chiedono un trattamento più umano, vogliono conoscere di che cosa li si accusa. Tutti sono refrattari a qualsiasi tentativo di “ rieducazione”. Curano i propri stivali come una reliquia, ne preservano le suole proteggendole con rozzi zoccoli di legno. Gesti futili? Al contrario. Quegli stivali non sono calzature qualsiasi. Sono il simbolo dell’appartenenza alla gloriosa cavalleria polacca. Finché restano lucidi e integri essi rappresentano l’appartenenza a un’élite e, nello stesso tempo, una sfida a chi  tiene prigioniero chi li calza.

Poi, improvvisa, la drammatica svolta: quei prigionieri vanno eliminati con una procedura “ speciale” e i loro familiari devono essere deportati. Perché? Berija scrive: perché se restano in vita, si batteranno contro di noi. Anzi, non ne vedono l’ora. Stalin approva e la mattanza comincia.
Perché approva? Perché non ha dimenticato “il miracolo della Vistola” e cova vendetta? Perché i campi di prigionia devono essere liberati per far posto ai prigionieri finlandesi o a quelli dei Paesi Baltici? Balla megagalattica quest’ultima. Come si fa a parlare di prigionieri finlandesi se in Finlandia l’Armata Rossa le sta buscando di santa ragione? Il motivo è un altro. I polacchi prigionieri vanno eliminati perché non ne vogliono sapere di essere “ rieducati”; vanno eliminati perché sono una potenziale minaccia alla costruzione del socialismo in Polonia e , più in generale, all’edificazione della società perfetta vagheggiata dal marxismo-leninismo. Quegli ufficiali prigionieri –tutti o quasi tutti laureati-  sono in potenza la futura classe dirigente della Polonia; appartengono, per loro natura, a una classe estranea al proletariato e, per questa ragione, devono essere fatti fuori.
I sovietici non sono gli unici a pensarla in questo modo, sia chiaro. Quando sente parlare di intellettuali, Hitler va in bestia. Anche lui aspira a costruire la società perfetta, il Reich millenario dei nuovi padroni del mondo. Di un mondo in cui non c’è posto-o c’è un posto molto ridotto- per le razze inferiori. Nei Paesi conquistati dai nazisti, dunque, l’intellighenzia deve essere spazzata via e il resto della popolazione  tenuto a un livello di istruzione prossimo allo zero. Tanto, per fare da schiavi ai nuovi padroni l’istruzione non serve. Lo scopo di Hitler e di Stalin è dunque il medesimo, anche se diversi sono i potenziali nemici della società perfetta da essi vagheggiata: le classi ostili al proletariato per Stalin, le razze inferiori per Hitler.
A Katyn furono rinvenuti i cadaveri di circa quattromila cinquecento militari polacchi, di un prete cattolico e di una donna ufficiale pilota. Tanti? Pochi? Tanti, se presi in sé e per sé, pochi se paragonati alle decine di migliaia di prigionieri polacchi fucilati dai sovietici a Karkov a Smolénsk , a Minsk e dai nazisti a Danzica a Torum e altrove. Katyn fu genocidio? Scrive Zalawski: le purghe sovietiche del ‘37-‘38 furono genocidio; l’Olocausto fu genocidio, lo sterminio sistematico dei prigionieri di guerra sovietici fu genocidio: Katyn fu qualcosa di diverso: fu“ classicidio”, “ pulizia di classe” ( Class Cleansing).

 Sussurri e grida.

Il 22 giugno 1941, all’alba , le divisioni tedesche scatenano Barbarossa  in Unione Sovietica. In agosto, Stalin libera i prigionieri polacchi detenuti nei campi di prigionia e autorizza i loro familiari a tornare dai luoghi dove erano stati deportati. Dal  Kazakistan e dalla Siberia ritornano in molti; dai campi di prigionia in pochissimi.  Mancano soprattutto gli ufficiali. Il generale Wladislaw Anders sta organizzando un esercito polacco in esilio e ha bisogno di ufficiali. Chiede: dove sono finiti quelli detenuti nei campi di prigionia? Risposta: non ne sappiamo niente. Il capitano Joseph Chapsky , esponente dell’antica nobiltà polacca, riemerso dall’inferno di Gryazovests, compie ricerche, fa domande, raccoglie testimonianze e quando chiede spiegazioni o informazioni riceve sempre la stessa risposta: i prigionieri polacchi? Non ne sappiamo niente. I familiari degli ufficiali prigionieri , a loro volta, si fanno sentire: non ne sappiamo niente è , ancora una volta, la risposta di Mosca.
Ma le voci corrono. Eccome se corrono. I sussurri diventano grida, si parla di ufficiali assassinati, di migliaia di cadaveri sepolti in fosse comuni.  Anders e Sikorski, il capo del governo polacco in esilio a Londra, affrontano a muso duro lo stesso Stalin. Che ne è di quegli ufficiali? Dove sono? La risposta è un puro concentrato di cinismo: secondo me sono fuggiti e ora si trovano in Manciuria o chissà diavolo dove. Ma li troveremo. Alza la cornetta del telefono, chiama Berija e gli ordina  di trovarli ad ogni costo.
Ma se si illude di aver messo le cose a posto con quella messinscena si sbaglia. Si sbaglia di grosso. I familiari degli scomparsi in… Manciuria insistono, chiedono, preparano appelli, vogliono sapere. Sikorski va a Londra da Churchill e gli dice chiaro e tondo: ho informazioni certe: i russi hanno assassinato migliaia di nostri ufficiali prigionieri. Sir Winston in quanto a cinismo non è da meno di Stalin: se sono morti, dice, non c’è niente che possiamo fare per riportarli in vita. Traduzione: siamo tutti sulla stessa barca. Il nostro compito è quello di far fuori Hitler non di irritare i sovietici. Sbarazziamoci di Hitler e poi guardiamo nei nostri armadi.
E il 13 aprile del 1943, quegli armadi si spalancano di colpo. I tedeschi comunicano urbi et orbi di aver trovato alla fine di febbraio  a Katyn, in Bielorussia, sepolti in fosse comuni, i cadaveri di migliaia di militari polacchi giustiziati con un colpo di pistola alla nuca. E aggiungono: sono stati i sovietici, questa è la firma dell’ NKVD. I sovietici non ci stanno e rimandano la palla al mittente: non siamo stati noi, sono stati i nazisti.
In breve tempo la faccenda si allarga. Sui giornali polacchi compaiono i primi nomi dei caduti; in tutta la Polonia i cappellani militari e i sacerdoti cattolici celebrano messe di suffragio; Churchill sente più di un brivido corrergli lungo la schiena ; Stalin, infuriato e furioso, taglia i ponti con il governo polacco in esilio e poco tempo dopo Sikorski muore in un misterioso incidente aereo. Le fosse di Katyn si sono tramutate di colpo in un affare politico  maledettamente serio.
Ma qual è la verità? Chi è stato? Hanno ragione i tedeschi nell’incolpare i russi o i russi nell’incolpare i tedeschi?  Per stabilire la verità i primi nominano una commissione internazionale di cui non fanno parte medici tedeschi; i secondi , dopo aver riconquistato la Bielorussia nel 1944, incaricano il professor Burdenko e altri illustri medici di guardarci dentro. La commissione internazionale arriva alle seguente conclusione: gli eccidi di Katyn sono stati commessi nella primavera del 1940; per la commissione Burdenko invece , sono stati commessi nel 1941.  Questione di capitale importanza, quella della data. Se l’anno della morte è il 1940, sono stati i sovietici o, comunque, non possono essere stati i tedeschi; se l’anno, invece, è il 1941, sono stati i tedeschi o, comunque, possono essere stati loro.
La commissione internazionale afferma: ci chiedete perché, secondo noi, gli ufficiali e i soldati polacchi di Katyn sono morti nel 1940 e non dopo? Perché sui crani dei cadaveri abbiamo riscontrato la presenza di una sostanza organica particolare, una sostanza che comincia a formarsi non prima di tre anni dopo il decesso. E che dire degli abeti rossi piantati sulle fosse? Ne abbiamo controllato i tronchi, abbiamo interpellato un botanico esperto. Risposta: sono alberi non più vecchi di tre anni. Qualcuno, evidentemente, li ha piantati dopo le esecuzioni, per far crescere sui cadaveri una foresta e tenere lontani occhi indiscreti e pericolose curiosità. Conclusioni di parte?
Sembrerebbe proprio di no. Contemporaneamente alla commissione internazionale, infatti, un’altra commissione agisce a Katyn con il permesso tedesco. È interamente formata da polacchi, lavora sotto l’egida della Croce Rossa ed è infiltrata da membri della Resistenza alla caccia di nomi e cognomi di eventuali criminali di guerra nazisti. Ebbene, anche questa commissione arriva alle stesse conclusioni della commissione internazionale: i tedeschi non c’entrano. Lo comunica in via riservata a Londra e Londra, zitta zitta, fa sparire il rapporto in un ben celato cassetto.  E per la stessa ragione finisce in un cassetto anche la relazione di sir Owen O’Malley, ambasciatore britannico presso il governo polacco in esilio. Churchill è preoccupato: guai a fare infuriare Stalin proprio adesso, continuando “a girare intorno” a quelle tombe nei pressi di Smolénsk e alle “betulle” di Katyn. L’Armata Rossa ci sta dando dentro, i tedeschi sono in  difficoltà:  se allenta la presa sono guai seri. Già ne abbiamo avuto una dimostrazione durante la sollevazione di Varsavia: Stalin non ha mosso un dito, la città è stata rasa al suolo e duecentocinquantamila persone hanno perso la vita.
Anche dall’altra parte dell’oceano la musica è più o meno la stessa. Un fidato collaboratore di Roosevelt, George Earle, convinto della colpevolezza sovietica viene spedito a contemplare l’oceano nelle isole Samoa. Il rapporto del colonnello John Van Vliet, prigioniero di guerra, aggregato dai tedeschi come testimone alla commissione internazionale, sparisce anch’esso in un cassetto.  Dunque Churchill sa, Roosevelt sa, ma nessuno si muove. Meglio non parlarne, è la parola d’ordine. E i soldati e gli ufficiali di Katyn muoiono per la seconda volta.

E i sovietici? Loro vogliono, ancor prima di cominciare,  “accertare la fucilazione compiuta dai nazifascisti degli ufficiali polacchi prigionieri di guerra nel bosco di Katyn”. In altre parole, loro, ancor prima di cominciare, un colpevole ce l’hanno. E si muovono di conseguenza. Chiamano un bel po’ di giornalisti e presentano la loro versione. Questa: i prigionieri polacchi erano qui per costruire una strada. Arrivano i tedeschi  e nessuno di noi bada più a loro. Va ancora bene se riusciamo a badare a noi stessi. I tedeschi li catturano, li giustiziano con un colpo di arma da fuoco alla nuca ( le pallottole sono pallottole tedesche), li seppelliscono in una fossa comune. Poi, a distanza di tempo, ritornano, riesumano i cadaveri, falsificano i documenti, rimettono i corpi nella fossa e dicono che siamo stati noi. Addosso ai cadaveri abbiamo trovato documenti datati 1941; ci sono dei testimoni oculari; abbiamo identificato l’unità tedesca incaricata delle esecuzioni, conosciamo il nome del suo comandante, il tenente Ahrens. Non ci possono essere dubbi: il massacro è stato compiuto nel 1941, fra agosto e settembre.
Settembre? Ne siete proprio sicuri? chiede uno dei giornalisti invitati. Si indossano le uniformi pesanti in settembre? Già perché le uniformi di quei poveri disgraziati sembrano uniformi invernali. O no? Imperturbabile, Burdenko replica: ci siamo sbagliati, volevamo dire fra agosto e dicembre. Però, guarda caso, le deposizioni dei “ testimoni” non vengono adeguate. Sul rapporto della commissione le deposizioni restano ferme a settembre e non se ne trova una che faccia riferimento a dicembre. Contraddizione evidente. Non per la giovane Kathline Harriman, aspirante giornalista, figlia dell’ambasciatore americano a Mosca: per lei la versione di Burdenko  è ok. Qualche anno dopo, fattasi un po’ più esperta e meno ingenua, la sconfesserà.

I silenzi.

A guerra in corso, dunque, su Katyn scende  il silenzio. Per ragioni di ordine “superiore”, si dirà poi. Eppure la verità era lì, a portata di mano. E neanche tanto nascosta, secondo Zawodny. I prigionieri costruivano una strada e furono catturati dai tedeschi? E allora costava così tanto dirlo chiaro e tondo ai familiari delle vittime, ai generali Anders e Sikorski, al conte Chapski? Perché tirare in ballo la Manciuria o ripetere il solito ritornello: “ Non ne sappiamo niente”? Lasciamo stare gli abeti rossi piantati sulle fosse, ma come spiegare le ferite da baionetta a quattro punte riscontrate su molti cadaveri? Nel 1940 solo l’Armata Rossa usava quel tipo di baionetta. E che dire dei giornali di propaganda –tutti sovietici e tutti datati 1940-  trovati nelle tasche delle uniformi di alcuni ufficiali assassinati? Ce li hanno messi i tedeschi dopo aver riesumato i cadaveri? E come hanno fatto a sapere quali giornali circolavano, in quei tempi, nei campi di prigionia? E se anche l’avessero saputo, come hanno fatto a procurarseli? E i diari dei prigionieri? L’ultimo si ferma all’aprile del 1940. E perché i familiari delle vittime non hanno ricevuto nemmeno una comunicazione scritta datata 1941? Una sola lettera, anche due semplici righe, sarebbero state sufficienti per scagionare i sovietici. E perché questi ultimi non presentano un documento, una lista, una fattura che so per una fornitura di viveri destinata ai prigionieri dei campi incriminati?  Avrebbero potuto esibire il documento e dire: ecco, vedete, nel 1941 quei prigionieri erano ancora vivi , questa fattura lo prova senza ombra di dubbio.
E ci sono anche altri particolari. Gli zoccoli di legno, ad esempio. Sì, proprio loro, gli zoccoli con i quali gli ufficiali tentavano di preservare dall’usura le suole dei propri stivali  e, con essi, il proprio onore di soldati. Ne furono trovati parecchi nelle fosse. E allora una domanda sorge legittima: avrebbero potuto quei prigionieri con quelle zeppe sotto le suole godere della libertà di movimento necessaria per svolgere lavori pesanti quali la costruzione di una strada? Fate voi. Ma ammettiamo pure che non li avessero usati durante il lavoro: gli stivali avrebbero retto o non si sarebbero sfondati in quattro e quattr’otto? Eppure gli stivali trovati nelle fosse sono integri e nessuno di essi ha la suola consumata.
E c’è anche un altro particolare. Un po’ macabro, in verità. Nelle fosse i cadaveri erano impilati l’uno sull’altro e saldati l’uno all’altro per effetto del processo di decomposizione. Per rimuoverli fu necessario ricorrere a uncini, a pale e persino a picconi. Una volta eseguito il lavoro, sul cadavere dello strato inferiore rimaneva l’impronta del cadavere appena rimosso. Domanda: se i tedeschi avessero riaperto le fosse, riesumato i cadaveri per falsificare le prove, come sostiene Burdenko, sarebbero stati capaci, una volta staccatili, di ricollocare i cadaveri uno sull’altro facendo combaciare esattamente l’impronta lasciata dal processo di decomposizione? Ma ammettiamo per un momento ( la precisione tedesca è proverbiale…) che ci fossero riusciti. In questo caso, i cadaveri avrebbero potuto saldarsi a prova di piccone in poche settimane? E poi, perché la commissione Burdenko parla di nove documenti datati 1941 e non li presenta? Insomma e per dirla tutta, allora le urgenze erano altre e mancava il tempo per approfondire la questione.
Dopo la guerra, tutta un’altra storia direte voi. Mica tanto. A Norimberga, gli americani se ne lavano le mani. I sovietici arrivano al processo esibendo due testimoni decisivi, due pezzi da novanta secondo loro: i professori Markov, bulgaro  e Hajdek , cecoslovacco. Hanno fatto parte della commissione internazionale voluta dai tedeschi nel 1943, quindi  chi meglio di loro può spiegare come sono andate davvero le cose? Davanti al giudice, i due sconfessano le conclusioni della commissione. Affermano: abbiamo ricevuto continue pressioni dai tedeschi perché li dichiarassimo innocenti. Un altro componente la commissione,  il medico italiano Vincenzo Palmieri, napoletano, intervistato in merito dichiarerà: pressioni? Non me ne sono accorto. Ci seguiva, molto discretamente, un maggiore della Wehrmacht in seguito fucilato per aver partecipato al complotto di von Stauffenberg. Markov? Se Napoli fosse stata liberata dai sovietici anch’io probabilmente sarei stato costretto a ritrattare.
Durante il processo un ufficiale tedesco si presenta spontaneamente a testimoniare. Si chiama Friedrich Ahrens. Ha il grado di colonnello, nel 1941 era tenente. E secondo la commissione Burdenko comandava lui l’unità incaricata delle esecuzioni a Katyn. Documenti alla mano, il colonnello dimostra di essere stato in servizio altrove all’epoca dei fatti. E lo stesso fanno i suoi superiori di allora. Anche il reparto accusato di aver materialmente eseguito le fucilazioni non era a Katyn nel 1941. Tutto documentato.
La trappola sovietica non scatta. Il giudice di Norimberga fa la tara alle dichiarazioni di Markov e di Hajdek, tiene nel debito conto la testimonianza di Ahrens e sentenzia: probabilmente non sono stati i tedeschi. E allora chi è stato? chiedono tutti. Risposta: non spetta a noi appurarlo. Non abbiamo alcun mandato per continuare le indagini: per noi la cosa finisce qui. Pilato allo stato puro.
Qualche anno dopo, Katyn si riprende la scena. L’Europa è politicamente in fermento,  la guerra di Corea è in corso, i comunisti non sono più alleati ma nemici.  In Italia si chiede la testa di Palmieri, reo di aver offeso, attribuendo il massacro di Katyn ai sovietici,  “ le gloriose truppe di Stalingrado”; in Svizzera i comunisti accusano – ingiustamente- il  neurologo svizzero Nivelle ( altro componente la commissione internazionale) di essere filonazista. Con la guerra di Corea torna in ballo la questione relativa al trattamento dei prigionieri di guerra. Certo che sono stati i russi, affermano gli americani dopo aver studiato i documenti relativi al massacro di Katyn. E che cosa potevate aspettarvi dai comunisti? E non sono forse comunisti quelli contro cui stiamo combattendo in Corea? Prepariamoci, preparatevi, dunque, al peggio.  A sentire chissà quale nefandezza a proposito del trattamento dei nostri prigionieri. Avvisaglie di guerra fredda, freddissima  con annesso uso strumentale delle tragedie della storia. Katyn inclusa.
I russi  mantengono la propria versione e ,addirittura, si inventano un’altra Katyn. Anzi Kathyn ( con l’acca intermedia) o Hatyn( con l’acca iniziale). In questa località, durante la guerra, la popolazione civile era stata massacrata dai tedeschi. In Russia Kathyn viene identificata con Katyn  e i tedeschi diventano gli unici responsabili del massacro. I documenti relativi ai 25.000 internati polacchi “ liquidati”, vengono tolti dagli archivi segreti e distrutti. Restano agli atti di quegli archivi  il promemoria  di Berija del 5 marzo del 1940 con le firme di tutti i componenti del Politburo  e altre carte  compromettenti ( compreso il testo del patto di non aggressione), conservate in quanto possibili armi da impiegare  nella lotta per il potere scatenatasi al Cremlino nella seconda metà degli anni Cinquanta. O perché troppo importanti per essere distrutti senza conseguenze.
Negli anni Novanta, in piena perestroijka, Michail  Gorbaciov riconoscerà la responsabilità dell’NKVD e di Berija, ma si rifiuterà di rendere pubblici i documenti compromettenti.  Boris Eltsin porrà fine alla vicenda aprendo gli archivi e rivolgendosi ai polacchi con queste parole. “ Perdonateci, se potete”. 

Epilogo

Non appena i prigionieri hanno lasciato Kozielsk – chi a piedi, chi su furgoni privi di finestrini- le guardie tornano quella di sempre: autoritarie, gelide e sprezzanti.  Alla stazione ci sono vagoni ferroviari ad attenderli:  gli ufficiali e i soldati  polacchi  salgono e le porte si chiudono. Qualcuno incide il proprio nome sulle pareti dei vagoni, scrive un breve messaggio, indica le località toccate; chi viene dopo di lui ( i sovietici usarono gli stessi convogli per tutti i successivi “ carichi”) , legge quei messaggi, scrive qualcosa a sua volta. Altri  annota sul proprio diario: sembra si vada verso ovest.
Si torna a casa?
La meta finale è una stazione appena oltre Smolensk, Gnezdovo. Scendono dai treni, un gruppo alla volta. Davanti alla stazione ci sono alcuni furgoni in attesa.  Scrive, sul suo diario, il maggiore Adam Solski, una delle vittime: “ La giornata.. ( è il 9 aprile).. è cominciata in modo molto strano. Siamo partiti in piccoli furgoni cellulari composti da tante piccole celle…Siamo stati portati in qualche posto in una foresta: sembra un luogo per vacanze estive. Siamo poi stati perquisiti accuratamente. Hanno preso i rubli, la cintura, il temperino.”
Quella foresta è la foresta di Katyn.  Ai prigionieri viene passata una corda al collo e, con la stessa corda, vengono legate loro le mani dietro la schiena; qualcuno viene anche imbavagliato, a qualcun altro viene riempita la bocca di segatura. In ginocchio sul ciglio delle fosse, con i pastrani tirati fin sulla testa o addirittura sdraiati sui compagni morti o moribondi,  i prigionieri  aspettano il colpo di grazia. Un ufficiale sovietico spara, un altro ricarica l’arma, una Walther tedesca. I prigionieri cadono gli uni sugli altri.
Alla fine  sopra di loro  si stenderà un bosco di abeti rossi.

Da leggere.
Robert Harris, Enigma, Mondadori, 1996

G. Sanford, Katyn e l’eccidio sovietico del 1940: verità, giustizia, memoria, Utet,2007

Victor Zaslavsky, Pulizia di classe, Il Mulino, 2006

J.K. Zawodny, Morte nella foresta, Mursia,  1973

Da vedere.

Andrzeij Waida, Katyn, 2007

 

Gli avvenimenti in breve.

 23 agosto 1939: a Mosca i ministri  degli Esteri dell’ Unione Sovietica (Molotov ) e della Germania nazista (Ribbentrop) firmano il patto di non aggressione, meglio conosciuto come patto Ribbentrop- Molotov. Un protocollo segreto sancisce di fatto la spartizione della Polonia fra Germania e Unione Sovietica.

1° settembre 1939: le divisioni corazzate  tedesche entrano in Polonia . L’esercito polacco compie prodigi di valore, ma deve cedere allo strapotere degli invasori.

1° settembre 1939: i partiti comunisti di Francia, Belgio, e Stati Uniti esprimono la loro solidarietà alla Polonia aggredita.

5 settembre 1939: Stalin riceve a Mosca il segretario del Comintern, Georgij Dimitrov  e detta la linea: la Polonia è uno stato borghese e fascista e opprime le minoranze bielorusse e ucraine. I partiti comunisti aderenti al Comintern invertono la rotta e accettano immediatamente la  nuova linea, con la sola eccezione del PC finlandese.

17 settembre 1939 : senza dichiarazione di guerra, l’Armata Rossa attraversa il confine con la Polonia prendendo alle spalle il provatissimo esercito polacco.

19 settembre 1939: il Cremlino approva un documento sullo status di prigioniero di guerra. E’ previsto l’utilizzo forzato dei prigionieri- ufficiali compresi-  “ nell’industria e nell’agricoltura dell’URSS”.

20 settembre:  a Mosca viene creato, per iniziativa di Berija,  il DPA, il Dipartimento per la gestione dei prigionieri di guerra, sottoposto alla supervisione dell’NKVD, il Comitato per gli Affari Interni.

21 settembre 1939 : il generale G.  Kulik , comandante delle truppe d’invasione, segnala a Mosca: i campi sono inadeguati a contenere tutti i prigionieri.

2 ottobre 1939: il Politburo emana una direttiva in base alla quale vengono liberati i prigionieri di guerra bielorussi e ucraini ( dei quali, però, 25.000 restano a disposizione dei sovietici  per essere impiegati nella costruzione della strada Novograd-Leopoli), trattenuti gli ufficiali polacchi e istituiti  quattro campi principali :  Starobelsk ( per gli ufficiali),  Ostaskov per i gendarmi, gli agenti segreti, le guardie carcerarie e di confine, i funzionari pubblici, Kozielsk e  Putivil per gli ufficiali e i militari prigionieri residenti nella parte tedesca.

8 ottobre 1939 : direttiva di Berija ai comandanti dei campi: infiltrare spie, raccogliere informazioni sui prigionieri, sulle loro convinzioni politiche, ecc; compilare fascicoli, avviare un programma di “ rieducazione”.

Fine di ottobre, inizio novembre del 1939: scambio di prigionieri polacchi fra tedeschi e sovietici. I  soldati, gli   ebrei e i comunisti polacchi residenti nella zona di pertinenza della Germania e rifugiatisi, per non cadere nelle mani dei nazisti,  nelle zone occupate dall’Armata Rossa  vengono rispediti nelle zone di residenza e  consegnati ai tedeschi. Gli ufficiali vengono trattenuti.

2 marzo 1940: il Politburo approva la proposta presentata da Berija e da Nikita Krusciov- all’epoca primo segretario del PC ucraino-  relativa alla deportazione in Kazakistan e alla confisca dei beni dei familiari dei militari e dei civili polacchi  detenuti nei campi di prigionia per un totale di 22-24.000 famiglie. Insieme ai familiari dei detenuti, dovevano essere deportate anche “ tutte le prostitute (…) schedate dagli organi dell’ex polizia polacca e che continuano a esercitare la prostituzione.”

5 marzo 1940:  viene approvata la proposta di Berija , presentata con un promemoria a Stalin , di contrastare una possibile “ controrivoluzione” nella Polonia occupata eliminandone  gli ispiratori: gli ex ufficiali dell’esercito, le guardie carcerarie e di confine, gli agenti di polizia, i funzionari dello stato, tutti , stando a Berija, dichiaratamente antisovietici( in totale quasi 25.000 detenuti). Il Politburo recepisce per intero le osservazioni di Berija e le approva senza alcun cambiamento. Sul documento ci sono le firme di Stalin, Molotov, Berija, Voroscilov, Kalinin, Kaganovic, Mikojan ( gli ultimi due non presenti alla riunione, ma considerati favorevoli). Non c’è quella di Krusciov, ma soltanto perché, all’epoca,  “semplice” primo segretario del Partito Comunista dell’Ucraina e non ancora membro del Politburo. Nel suo promemoria, Berija raccomanda di “ esaminare i casi secondo  una procedura speciale, applicando nei confronti dei detenuti la più alta misura punitiva: la fucilazione”. E aggiunge: “ Condurre l’indagine relativa ai singoli senza mandare i detenuti a processo, senza elevare a loro carico capi di imputazione, senza documentare la chiusura dell’istruttoria e senza formulare accuse..”

13 aprile 1940: inizia la deportazione dei familiari degli internati polacchi  nei campi di prigionia sovietici. Le deportazioni sono ancora in atto al momento dell’invasione nazista dell’URSS.

Aprile –maggio  1940: i militari  polacchi, le guardie carcerarie, gli agenti di polizia, i funzionari dello stato in mano sovietica detenuti a  Starobelksk e a Ostaskov  vengono prelevati dai campi  di prigionia, giustiziati con un colpo alla nuca nelle celle delle prigioni o nelle caserme  e sepolti nelle campagne vicine a Charkov ( gli assassinati a Starobelsk) e a Bologoe ( quelli  di Ostaskov). Le esecuzioni si protraggono per tutta la notte, praticamente senza interruzione . La procedura  è sempre la medesima: il prigioniero sceso dal  furgone cellulare ( i cosiddetti “ corvi neri”), viene accompagnato in una stanza dove viene legato o ammanettato e trascinato quindi  nella stanza delle esecuzioni( a volte insonorizzata, altre volte , rumorosissima). Qui due guardie lo tengono fermo, una terza guardia ( solitamente un ufficiale) spara alla nuca. Il corpo del giustiziato viene portato all’esterno attraverso  una porta secondaria, caricato su un autocarro a volte scoperto, a volte no e portato, insieme ad altri cadaveri, sul luogo della sepoltura. Una secchiata d’acqua toglie il sangue dal pavimento.

Più di  quattromilatrecento  militari  polacchi( in gran parte ufficiali) provenienti da Kobielsk vengono giustiziati in un bosco vicino a Katyn, in Bielorussia, e sepolti in fosse comuni. Trecentonovantacinque ( 448 secondo Zawodny) ufficiali vengono risparmiati, sia per interventi esterni ( quello del re d’Italia  a favore dei principi Radizwil e Lubomirski, ad esempio),  sia perché giudicati “utili”  in previsione della formazione  di un esercito comunista polacco.  Tuttavia, nonostante le pressioni  e le tecniche raffinate impiegate  dai carcerieri,  pochi aderiscono e, alla fine, anche questi pochi passano agli ordini del generale Anders. Solo il colonnello-poi generale- Zygmunt Berling , combatterà dalla parte dei sovietici.

22 giugno 1941, domenica : all’alba , le divisioni corazzate tedesche entrano a tutta velocità e quasi incontrastate in Unione Sovietica. E’ cominciata l’operazione “ Barbarossa”.

12 agosto 1941: il governo sovietico decreta l’amnistia dei cittadini polacchi imprigionati o deportati “ a qualsiasi titolo” nel precedente anno e mezzo. Dal Kazakistan e da altre località tornano i familiari superstiti delle vittime. All’appello ne mancano alcune migliaia..

3 dicembre 1941: il capo del nuovo  governo polacco in esilio, generale  Wladislaw Sikorski e il comandante militare del ricostituito esercito polacco, generale Wladislaw  Anders ( secondo un’altra versione, l’ambasciatore polacco a Mosca, Kot) chiedono a Stalin in persona  notizie sugli ufficiali prigionieri nei campi di prigionia sovietici . “ Forse sono fuggiti in Manciuria o forse sono nascosti da qualche parte in Unione Sovietica” è la risposta.

Marzo 1942: i familiari dei prigionieri non rientrati in servizio dopo l’amnistia  e perciò dichiarati  “dispersi” pubblicano sul giornale dell’ambasciata polacca a Mosca appelli e annunci di ricerca. La censura sovietica ne impedisce la diffusione.

13 aprile 1943: i tedeschi rendono noto di aver  individuato nei  pressi di Katyn  migliaia di cadaveri di militari polacchi  sepolti in fosse comuni  e accusano del massacro i sovietici. La notizia fa il giro del mondo.

15 aprile  1943: il generale Sikorski  riferisce a Churchill di avere informazioni sicure sull’assassinio da parte sovietica di migliaia di prigionieri polacchi. Il premier britannico risponde: “ Se sono morti non c’è niente che possa riportarli indietro”. E, qualche giorno dopo,  all’ambasciatore sovietico comunica: “ Dobbiamo sconfiggere Hitler e questo non è il momento per litigi o accuse”.

18 aprile 1943: il generale Anders ordina di celebrare messe in suffragio dei prigionieri polacchi “assassinati  nei campi di prigionia sovietici” e Sikorski chiede l’intervento “ super partes” della Croce Rossa Internazionale per fare luce su quanto successo a Katyn. La notizia circa le intenzioni polacche compare in un lancio dell’agenzia di stampa  Reuter il giorno prima della sua ufficializzazione. I tedeschi ne approfittano e , qualche ora prima della consegna della richiesta da parte dei polacchi , chiedono  a loro volta  l’intervento della Croce Rossa. Sono indubbiamente abili: la loro mossa fa apparire la richiesta polacca in sintonia  con  quella tedesca. Il che fa andare su tutte le furie Stalin. La Croce Rossa si dimostra disponibile, ma pone una condizione: tutte le parti in causa- e, quindi anche l’Urss-  devono chiederne l’intervento. Stalin , naturalmente, si guarda bene dal farlo. Nell’intento di creare dissapori e confusioni  fra gli Alleati,  i tedeschi  accusano  nei giorni seguenti la Gran Bretagna di essere l’ispiratrice dell’intera manovra. Il che costringe Churchill, prima  a far ritrattare i polacchi, poi a “ raffreddare” la questione di Katyn.

26 aprile 1943: Stalin  “ sospende” le relazioni con il governo polacco in esilio, accusandolo di collaborare  con i nazisti.

28 aprile 1943: Churchill, evidentemente preoccupato circa la tenuta dell’alleanza anti-nazista,   scrive ad Antony Eden, ministro degli Esteri britannico: “ Non si deve continuare  patologicamente a girare intorno alle tombe vecchie di tre anni presso Smolensk”.

30 maggio 1943: la Commissione internazionale istituita dai tedeschi nell’aprile precedente e presieduta dall’illustre medico ungherese  Ferenc Orsos( secondo Zalawski, dal professor François Naville, svizzero)  rende note, sulla base di accurati esami autoptici e di altre non meno importanti osservazioni( l’età degli abeti rossi piantati sulle fosse, ad esempio) , le proprie conclusioni: i tre generali e gli oltre quattromila  ufficiali e soldati semplici polacchi , la donna  e il prete cattolico sepolti a Katyn sono stati giustiziati nel 1940.  A identiche conclusioni arrivano anche i componenti del comitato tecnico  della Croce Rossa polacca– infiltrato da membri della resistenza- al lavoro, ancorché senza investitura ufficiale, ma con l’autorizzazione tedesca, a Katyn nello stesso periodo. Il rapporto del comitato resta segreto e  viene inviato a Londra . Sarà reso pubblico solo nel 1989.  Una terza commissione, formata da medici legali tedeschi e operativa nell’aprile-maggio del ’43,   arriva alle medesime conclusioni formulate dalla commissione internazionale( nella quale figuravano medici olandesi, belgi, svizzeri, italiani, bulgari ecc, ma nessun tedesco) e dal comitato della Croce Rossa polacca. Tutte e tre le commissioni lavorano contemporaneamente, ma  separatamente le une dalle altre e, stando alle testimonianze,  in piena autonomia. All’esumazione dei cadaveri assistono , per espressa volontà tedesca, anche alcuni prigionieri di guerra alleati. Himmler,  a un certo punto, accarezza addirittura l’idea di invitare a Katyn  come testimone lo stesso generale Sikorski.

Luglio 1943: il generale Sikorski muore in un  misterioso incidente aereo.

Gennaio 1944: la commissione sovietica presieduta dal professor  Nicolaj Burdenko  colloca l’assassinio di Katyn  in un periodo compreso fra l’agosto e il dicembre del 1941 e lo attribuisce  ai nazisti. La giovane giornalista Kathleen Harriman, figlia dell’ambasciatore americano a Mosca  e invitata a Katyn, invia un rapporto a Washington  in cui ritiene  convincente la versione sovietica. Anni dopo lo sconfesserà.

1° agosto 1944: Varsavia si ribella agli occupanti tedeschi. L’Armata Rossa è vicinissima, ma non interviene, qualcuno dice perché provata, qualcun altro intenzionalmente. La rivolta dura sessantatré  giorni. Alla fine Varsavia viene completamente rasa al suolo dai tedeschi  e duecentocinquantamila suoi  abitanti  perdono la vita.

23 maggio 1946: Nicolaj Zorja, uno dei pubblici ministeri incaricato di sostenere la versione sovietica su Katyn  davanti alla corte di Norimberga, viene trovato morto nella propria stanza. Aveva manifestato perplessità circa l’attendibilità di quella versione.

1946:  il tribunale (statunitense) di Norimberga  archivia il caso Katyn perché, a suo avviso,  mancano le prove  della colpevolezza tedesca. Appunto perché il proprio compito è soltanto quello di stabilire se i tedeschi siano o meno colpevoli  in relazione a determinati fatti,   il tribunale, una volta riconosciuta la mancanza di prove a carico dei tedeschi su quanto accaduto a Katyn,  non apre alcuna inchiesta ulteriore  per cercare di individuare i responsabili.

1951-52: il Congresso degli Stati Uniti d’America avvia un’inchiesta su Katyn e riconosce la responsabilità sovietica. La Gran Bretagna – per ragioni di carattere economico e politico-  è più tiepida e i sovietici ne approfittano.

3 marzo 1959: l’allora capo del KGB, generale Alexandr Selepin, invia una lettera a Nikita Krusciov in cui definisce i fascicoli individuali relativi ai prigionieri polacchi e conservati in un archivio supersegreto privi “ di alcun interesse operativo né valore storico” e ne consiglia la distruzione. Il Comitato per la Sicurezza di Stato approva la proposta.

1963: esce il libro Morte nella foresta, di JK Zawodny, nel quale l’autore attribuisce, sulla base dei documenti allora disponibili ( i rapporti delle commissioni, i diari dei prigionieri, ecc) la  responsabilità dell’eccidio ai sovietici.

1972: il governo britannico vieta agli emigrati polacchi di erigere un monumento nel centro di Londra  in memoria delle vittime di Katyn. Quando il monumento viene inaugurato in un cimitero privato, il governo vieta ai ministri e ai militari di partecipare alla cerimonia.

1972: un nota informativa del KGB ad uso delle ambasciate sovietiche insiste sulla colpevolezza tedesca e cita a supporto la sentenza del tribunale di Norimberga( che,a dire il vero, aveva  asserito il contrario).

13 ottobre 1990: Michail Gorbaciov riconosce le colpe dell’NKVD , porge ufficialmente le scuse alla Polonia, ma non rende pubblici i protocolli segreti ( Patto Molotv-Ribbentrop, lettera di Berija a Stalin, lettera di Selepin, ecc). Sarà Boris Eltsin a farlo, nel 1992.

I caduti.

In sette  delle otto  fosse scoperte a Katyn furono rinvenute secondo la Commissione internazionale  4.143 salme; secondo il comitato della Croce Rossa polacca, 4.243. Nella fossa numero 8, scavata solo parzialmente,  furono rinvenuti  altri duecento cadaveri, per un totale complessivo di 4.343  o 4.443, a seconda delle versioni. La maggior parte di essi erano cadaveri di ufficiali polacchi, ma furono trovate le salme di numerosi soldati semplici e di una ventina di persone in abiti borghesi. Fra i cadaveri anche quelli di un prete cattolico  e di una donna, tenente  dell’arma aerea polacca e giustiziata insieme ai commilitoni. Era figlia di un generale.

Tutti i giustiziati provenivano dal campo di prigionia di Kozielsk. I  tedeschi sapevano che i polacchi stavano cercando 15.000 fra soldati sottufficiali e soldati internati nei campi di prigionia sovietici e mai ritrovati dopo la concessione dell’amnistia da parte di Stalin. Così,  quando annunciarono la scoperta delle fosse, parlarono di 11-12 mila cadaveri. Poiché le salme rinvenute a Katyn erano un terzo della cifra annunciata, i tedeschi fecero scavare a lungo nella zona, senza per altro trovare alcunché.

I dati  di quella “ pulizia di classe” – di cui Katyn fu l’aspetto “politico”  più rilevante-  compaiono nella lettera con la quale  il capo del KGB, generale Alexandr  Selepin, suggerisce a Krusciov  di distruggere i fascicoli dei prigionieri. Secondo Selepin le  vittime furono in totale  21. 857: a Katyn 4.421( più o meno la cifra calcolata dai polacchi);  a Starobelsk, vicino a Karkov, 3.820;  a Ostaskov ( prov. Kalinin)6.311;   in altri campi e prigioni dell’ Ucraina e della Bielorussia 7.305. A questi vanno aggiunte le migliaia di deportati morti di stenti e di privazioni nei  luoghi di deportazione.

Sotto il titolo: un’inquadratura del film Katyn di Andrzeij Wajda


La corsa

03/08/2011

Prologo.

Sono gli ultimi giorni di gennaio del 1945. Il freddo è intenso. Arrancando nella neve alta, quattro giovanissimi  esploratori del primo fronte ucraino del Maresciallo Ivàn Konev si avvicinano ai reticolati con circospezione, poi avanzano in sella ai loro cavalli fin dentro il campo. Per i 2.189 sopravvissuti di Auschwitz – quasi tutti malati gravi – e per l’ebreo torinese Primo Levi  la libertà assume le sembianze di quattro giovani soldati russi i cui  irsuti e tozzi  cavallini  Baskir sembrano avere le fattezze di slanciati purosangue. All’interno del campo, i sovietici trovano 348.820 abiti da uomo, 836.525 abiti femminili, sette tonnellate di capelli di donna, montagne di occhiali, di scarpe, di dentiere. E un orrore indescrivibile.  Konev ha fretta di avvicinarsi a Berlino e non può fermarsi. Ad Auschwitz restano alcuni medici,  qualche infermiere, una piccola guarnigione.
E gli agenti dello SMERS.

I timori di Stalin.

Sul piano politico, Stalin teme  tiri mancini e ripensamenti da parte degli alleati; sul piano militare, teme gli effetti di una resistenza a oltranza da parte tedesca. Mentre l’Armata Rossa è a più di settecento chilometri dalla capitale, sui GI finalmente usciti dai bocage della Normandia e diretti verso il Reno piovono migliaia di volantini- volantini tedeschi- sul pericolo del comunismo “ asiatico” e  sulla necessità di farvi fronte comune. Contano per quel che contano e cioè niente,  ma tengono Stalin sulle spine. Sembra avere fretta il Capo. Fretta di anticipare gli angloamericani e di raggiungere il Reichstag prima di un loro ripensamento( gli accordi interalleati riservavano ai sovietici la presa di Berlino), fretta di stabilire l’autorità sovietica sui territori “ liberati”. Ma ha anche paura di sbagliare. Quando i russi erano usciti in armi dai propri confini, quasi sempre le avevano buscate. Era successo a Tannenberg nel 1914, era successo davanti a Varsavia nel 1920.
Questa volta non deve succedere. Stalin, allora, assume personalmente la direzione delle operazioni. Il capo di  stato maggiore, il generale  Vasilievskij, quando si accorge di essere stato messo da parte, si dimette. Esce di scena uno dei maggiori artefici della vittoria sovietica sui tedeschi. E’  il primo,  non sarà  l’ultimo. Stalin incarica il  generale Antonov di preparare un piano per superare alla svelta i chilometri che separano l’Armata Rossa da Berlino e sfrutta – o alimenta- la rivalità esistente fra i propri comandanti di maggior prestigio – Zukov, Konev, Rokossovskij- per ottenere una rapida vittoria.

Le due guerre.

Per i tedeschi, la guerra sul campo è ormai perduta. Da un pezzo e irrimediabilmente. Ma un’altra guerra continua senza interruzioni: quella contro gli ebrei. Mentre i sovietici avanzano pressoché incontrastati  e mentre i bombardieri alleati riducono in cenere le città della Germania, i treni della morte viaggiano in perfetto orario-  non di rado  con precedenza rispetto ai convogli militari-  verso le loro destinazioni a Est. Tanto accanimento, in un momento critico della guerra, appare inspiegabile. Le donne  e i bambini ebrei, non le divisioni sovietiche o l’aviazione alleata sembrano il nemico più pericoloso. Perché?
Ancora prima di prendere il potere, Hitler era stato chiaro: gli ebrei sono i nemici non solo della Germania, ma dell’intero genere umano. Da sempre, usando il potere del denaro o quello dell’ideologia o di entrambi, tramano per sovvertire l’ordine mondiale, aveva detto e scritto. Sono parassiti sociali, sangue infetto, germi mortali, aveva continuato. Devono essere cancellati dalla faccia della terra, non si stancava di ripetere.  Per Hitler, le loro colpe non si contano: gli ebrei sono i responsabili della “ pugnalata alle spalle” inferta al valoroso esercito tedesco durante al prima guerra mondiale e dell’ignominiosa e umiliante pace di Versailles; sempre secondo lui, gli ebrei hanno scatenato la guerra in corso(!!) e a essi si deve ora se  i soldati della Wehrmacht cadono al fronte come mosche e se le divisioni sovietiche si avvicinano minacciosamente a Berlino.
In Germania, l’antisemitismo cova da sempre sotto la cenere: conquistato il potere, Hitler sa riattizzarlo spingendolo verso soluzioni estreme. E inimmaginabili. Nel 1939 consegna alla storia una  sua profezia: “ Se gli ebrei dovessero scatenare un’altra guerra mondiale, non sarà il comunismo  a trionfare, ma gli ebrei a sparire dalla faccia della terra”. Dopo il ‘39, torna spesso su questa “profezia”. A volte con allusioni macabre. Mentre la “ soluzione finale” è in atto  e le camere a gas funzionano  a pieno ritmo, dichiara nella “storica” birreria di Berlino da cui era partito, nel ’23,  il suo primo  tentativo di colpo di stato: “ Chi prima rideva della mia profezia, adesso non ride più. E se c’è chi ancora  ride, presto dovrà ricredersi”. Alla giovane Henrietta von Schirach,(figlia del proprio fotografo personale  e moglie di un pezzo grosso nazista, Baldur von Schirach), testimone inorridita di una retata di ebrei in Olanda, risponde più o meno in questo modo: “ Perché inorridire? Mezzo  milione dei nostri migliori soldati hanno versato il proprio sangue per la patria e dovrei impietosirmi  per qualche migliaio di ebrei?” E conclude: “ Lei dovrebbe imparare a odiare”. La madre di Conradin, l’amico ritrovato  dell’omonimo romanzo di Uhlmann, forse non odia- non ancora, almeno-  ma sicuramente  prova una profonda e sincera repulsione fisica e morale nei confronti degli ebrei .
Dalla repulsione all’odio, il passo è breve. Complice una propaganda serrata, l’ebreo viene presto percepito come una minaccia per  la purezza della razza e, associato al comunismo ( il “ giudaismo bolscevico”),  anche per l’ordine sociale e per la “ civiltà”. Nella Germania prima e nei territori annessi alla Grande Germania, poi, gli ebrei derubati della propria identità, della propria storia, della propria biografia vengono emarginati o si auto- emarginano. Privati della professione e dell’impiego, costretti a consegnare automobili, biciclette, abiti di lana, macchine da scrivere e macchine fotografiche,  esclusi dall’istruzione e dal mondo accademico, marchiati con la stella gialla, fatti oggetto di violenza, disprezzati e scherniti, non escono più di casa o lo fanno raramente e con mille cautele. Chi può se ne va, rinunciando a  tutti i propri beni pur di togliersi da quell’inferno. Chi non può o non vuole, vive  cercando di sbarcare il lunario, illudendosi in un miglioramento della situazione e senza immaginare neppure lontanamente quanto si stia preparando.
All’Est, durante e dopo Barbarossa, si passa brutalmente dalle parole ai fatti. I reparti speciali ( gli Einsatzgruppen , i  Gruppi Operativi) fucilano “ sabotatori”e “partigiani”  ebrei, radono al suolo abitazioni e villaggi , incendiano sinagoghe,  a volte con la connivenza dei soldati della Wehrmacht, a volte scontrandosi con loro. Il tenente Hans-Guenther Stark, giovane ufficiale di fanteria, interrompe  la fucilazione di civili inermi minacciando di arrestarne gli autori; altri ufficiali, ligi al dovere, consegnano ai Sonderkommando ( Squadre Speciali) degli Einsatzgruppen  i sospetti commissari, gli esponenti politici “giudaico-bolscevichi”  catturati, i “ sabotatori”. Gli ordini sono ordini e quasi sempre vengono eseguiti.
Lo “spazio vitale” deve essere ripulito e sterilizzato per accogliere la razza padrona. I feldmarescialli e i generali forse ne sono al corrente, gli ufficiali inferiori e i soldati quasi certamente  no. Loro pensano  a combattere, a cacciare sempre più lontano l’Armata Rossa, a raggiungere gli obiettivi assegnati, a salvare la pelle. Consegnano i prigionieri perché così è stato loro ordinato: qualcuno ci mette forse troppo zelo; altri quando si imbatte nelle fucilazioni, non si ferma compiaciuto a guardare, ma prosegue, voltandosi  dall’altra parte; altri ancora, venuto a conoscenza di massacri, inorridisce. Il barone Philipp von Boeselager, allora tenente degli esploratori della Wehrmacht e futuro partecipante alla congiura del 20 luglio 1944( il fallito attentato a Hitler), ha lasciato scritto: “ Non pensavamo agli ebrei, ignoravamo se ce ne fossero in zona di operazioni. Pensavamo ad avanzare”. É  sicuramente vero. Ma è anche vero che quasi nessuno, quando capitò l’occasione, pensò di imitare il tenente Stark.
Nel 1941, all’Est,  le fucilazioni e i pogrom- questi ultimi  accolti con entusiasmo, se non proprio favoriti, dalle squadre speciali alle quali veniva, in questo modo, risparmiato il lavoro- erano continuati  in un crescendo apocalittico: prima solo gli uomini, poi anche i ragazzi superiori ai quattordici anni, poi le donne e, infine, anche i bambini. A Babi Yar, in Ucraina, il 29 e il 30 settembre, trentatremila persone di ogni sesso ed età  furono “ liquidate” in una volta sola  con le mitragliatrici e con le bombe  a mano. Poi erano arrivate le camere a gas mobili e i ghetti. Le prime uccidevano con il monossido di carbonio, i secondi con la fame, le malattie, il sovraffollamento.

Il ritmo delle fucilazioni era talmente intenso da non poter essere psicologicamente sostenuto a lungo dagli assassini. E, allora, per rendere il loro lavoro meno “stressante”, si erano cercate, per ordine di  Himmler,  altre soluzioni.  Alcuni autocarri erano stati adattati in modo da ricevere al proprio interno i gas di scarico. I cassoni stagni venivano caricati fino all’inverosimile e gli autocarri messi in moto. Dal luogo di prelevamento fino alle fosse scavate in anticipo, il monossido di carbonio compiva la propria opera e, alla fine del viaggio, i cadaveri venivano scaricati e sotterrati. Poi  gli autocarri effettuavano  il percorso inverso, tornavano al punto di partenza, caricavano altre vittime, mettevano in moto e ripartivano. A Chelmno, le camere al monossido lavoravano a pieno ritmo. Le vittime venivano stipate in  enormi cassoni e gassate. Ci voleva tempo, però e allora si cercarono altri sistemi. Lo Zyklon B, un potente antiparassitario a base di acido cianidrico,  prodotto dalle ditte Dagesh  e Stabenow( IG Farben) e l’allestimento di appositi campi per lo sterminio risolsero il problema. L’uno e gli altri cambiarono l’approccio  alla “ questione ebraica”.
In quei momenti, l’Armata Rossa non sapeva come opporsi agli invasori e al loro Blitzkrieg. A Berlino, la vittoria sembrava a portata di mano e immaginare i territori orientali e l’intera Europa judenrein, purificati dalla presenza ebraica, non solo era possibile, ma quasi scontato. Una volta eliminata l’Unione Sovietica, gli ebrei, tutti gli ebrei, sarebbero stati deportati all’est, in terre inospitali, lontani per sempre dall’Europa “ civile”. E, intanto, ci si metteva avanti con il lavoro: chi muore oggi per mano dei Sonderkommando, non potrà essere deportato domani. Tutto tempo guadagnato e fatica risparmiata, dunque. La resistenza dell’Armata Rossa penetrò  come un granello di sabbia in questo ingranaggio  e lo inceppò. Nelle stanze del potere, pensare al Madagascar come alternativa era un esercizio retorico, non una possibilità concreta. Gli ebrei non erano emigrati liberamente né si potevano deportare con la forza, in Madagascar o nell’Est asiatico. Che fare?

“Meriti di guerra”.

L’avvicinamento a Berlino da parte dei sovietici- la cosiddetta “Operazione Vistola-Oder”- scatta a metà gennaio. Ma, benché, per i tedeschi, la guerra sul campo sia ormai perduta, benché l’Armata Rossa sia ormai in procinto di portarsi a un passo dalla capitale, il genocidio non si ferma. Nei mesi precedenti, i nazisti avevano deportato, quasi a ritmi forsennati, più di mezzo milione di ebrei ungheresi, fra i pochi, in Europa, a non essere stati toccati fino a quel momento. Il reggente d’Ungheria, l’ammiraglio Miklos Horthy, si era dapprima opposto alla deportazione, poi aveva ceduto, quindi, premuto dai propri  famigliari e dalla Santa Sede, si era di nuovo opposto. Sostituito Horthy con esponenti delle Croci Frecciate( i nazisti magiari), la deportazione degli ebrei era ricominciata. Adolf Eichmann si era ripresentato al Consiglio ebraico di Budapest con queste sinistre parole: “ Sono di nuovo qui”. L’essere ancora lì è, per lui, un merito di guerra.
I campi di sterminio sono strapieni , ma in zona di operazioni, i tedeschi hanno pochi carri, pochi velivoli, pochi uomini: dove ne hanno uno, i sovietici ne hanno tre. Il primo fronte ucraino ( Konev) e il primo fronte bielorusso ( Zukov) entrano in azione, rispettivamente il 12 e il 14 gennaio; il secondo e il terzo fronte bielorusso ( Rokossovskij, Cerniakovskij), il 13. L’avanzata è rapida e quasi incontrastata. In meno di quindici giorni Konev penetra profondamente in Slesia, Zukov , il 29 gennaio, raggiunge l’Oder   e Rokossovskij dilaga in Prussia orientale arrivando, il 2 febbraio, in vista di Koenisberg, la città di Kant. Berlino è a un passo,  i tedeschi sono in fuga. Zukov freme per cogliere al volo l’occasione, ma da Yalta, dove si trova a parlare dei destini del mondo con Churchill e con Roosevelt, Stalin ordina di fermare tutto.
Per la popolazione civile tedesca e per i profughi in fuga dalla zone occupate sta per cominciare l’inferno. Il premio Nobel Alexandr Solgenitzin, allora giovane ufficiale di artiglieria, ha scritto: “ Tutti noi sapevano bene che se le ragazze erano tedesche potevamo violentarle e ucciderle. Era quasi un merito di guerra”.

La morte in cammino.

Gli ultimi prigionieri dei nazisti- le prove viventi dello sterminio-  marciano accompagnati dal rombo, sempre più vicino, dell’artiglieria sovietica. L’evacuazione dei campi è cominciata da qualche tempo. Gli ebrei e i prigionieri di guerra ancora detenuti nei lager dell’est vengono costretti a camminare  verso ovest, all’interno del Reich, per essere uccisi di fatica  e per sparire per sempre. Chi potrà identificare un ebreo fra le migliaia di vittime abbandonate lungo i cigli delle strade, straziate dalle bombe, annichilite dalla fame?  Dietro di loro, le camere  a gas  sono state fatte  saltare in aria e nei crematori sono stati bruciati quasi tutti i documenti compromettenti: gli elenchi, i registri, gli archivi. I malati sono stati eliminati o, in alcuni casi, abbandonati al proprio destino. Per i prigionieri, si tratta di  una marcia a ritroso rispetto a quella iniziale, ma come quella iniziale, per molti di loro è  anch’essa  una marcia verso la morte. Chi cade o resta indietro viene immediatamente abbattuto a colpi di arma da fuoco o di baionetta. A diversi gradi sotto zero, coperti- si fa per dire- solo da una camicia e da un paio di pantaloni di tela, marciano come automi in un tempo senza tempo. C’è chi dorme in piedi, sostenuto, durante la marcia, dai propri compagni di sventura e c’è chi desidera la morte. Il premio Nobel per la Pace  Eli Wiesel, sopravvissuto a una di queste marce ha scritto: “ Il pensiero di morire, di non essere più, cominciò ad affascinarmi. Non sentire più nulla, non la stanchezza, non il freddo, niente..”.

I dubbi di Stalin.

A un passo dal cuore della Germania, i sovietici sono indecisi. I tedeschi non hanno alcuna intenzione di cedere, si batteranno con la forza della disperazione, si prevedono perdite elevate. Berlino potrebbe diventare per l’Armata Rossa l’equivalente di quello che  Stalingrado era stato per la Sesta  armata di Paulus. Stalin sembra giù di corda e in preda allo sconforto per quella guerra crudele e terribile e per le sofferenze patite dal popolo russo, come confida a Zukov. Ci marcia o ci fa?
Al fronte, si bada al sodo. Ciujkov-  cui toccano le rogne peggiori- presa l’isola-fortezza di Kuestrin, ha attraversato l’Oder con la sua Ottava Armata e vede la possibilità di sfruttare quel vantaggio. Battiamo il ferro finché è caldo, andiamo avanti e non fermiamoci fino a Berlino, propone. Le sacche di resistenza? Ignoriamole: ce ne occuperemo in un secondo tempo. A Zukov l’idea  piace,  a Stalin no. E se poi troviamo ostacoli imprevisti? Se  qualcosa va storto, come impediremo  agli angloamericani di arrivare per primi nella capitale? Meglio un’altra soluzione, fa sapere.  Ciujkov ci rimane male. Ma forse Stalin non ha tutti i torti: troppi rischi, troppe incognite, nella  proposta dell’eroe di Stalingrado. E poche certezze.

La soluzione finale.

Incognite ci sono anche nella “ soluzione finale del problema ebraico” delineata nel gennaio del ’42 durante una riunione ad alto livello presieduta da Reinhardt Heydrich nella villa am Grossen Wannsee, a Berlino. Stando alla logica dei proponenti,  incognite non di poco conto. A cominciare dall’individuazione dei  luoghi dello sterminio, dall’organizzazione delle  modalità di esecuzione e di “ smaltimento” delle vittime, dal funzionamento della logistica ( luoghi di raccolta, mezzi di trasporto, ecc). Ma non ci sono tentennamenti, neppure davanti al numero esageratamente grande dei “ destinatari”: milioni, non decine. Hitler- assente fisicamente come Himmler e come altre figure di primo piano al Wannsee – non  ha ordinato la “ soluzione finale”, ma l’ha ispirata e indirettamente provocata. Con i suoi scritti, con le sue affermazioni, con i suoi discorsi, con le sue prese di posizione pubbliche  e private. Altri hanno zelantemente dato forma alle idee del proprio Fuehrer, leggendogli nel pensiero e interpretandone la volontà o i desideri.
Himmler e Heydrich – il primo capo delle SS e responsabile della questione ebraica, il secondo capo dei servizi di sicurezza-  con l’appoggio di Goering hanno assunto l’iniziativa, passando dalle parole ai fatti. Hitler ha indicato il che cosa, gli altri hanno pensato al come. Gli ideatori dello sterminio si sentono investiti di una missione “ storica”: estirpare dall’Europa, una volta per tutte, il bubbone dell’ebraismo, radice, secondo loro, di ogni male  e riuscire dove altri, durante i secoli,  hanno fallito. Ne sono convinti e si ritengono nel giusto. Nel loro modo di pensare distorto, sono certi  di compiere un’azione a favore dell’umanità. La morale ? La pietà?  Non c’è posto per l’una né per l’altra: anche i bambini devono essere eliminati, perché, se lasciati in vita, potrebbero un domani vendicarsi. A un oscuro colonnello delle SS, Adolf Eichmann, viene affidato il compito di occuparsi delle questioni organizzative.
Tutto comincia con  un gigantesco ed efferato  inganno. Agli ebrei- compresi in appositi elenchi forniti dai consigli ebraici locali e già questo è un inganno-  si dice che saranno “ trasferiti”. Poiché nessuno di essi può immaginare l’inimmaginabile, si  vedono, nella peggiore delle ipotesi, a lavorare nelle campagne o nelle miniere, a scavare fossati anticarro o a erigere bunker. Sarà un lavoro duro, pensano, ma sempre meglio del ghetto dove si muore di fame, di malattia , di freddo.
A volte, nell’imminenza di un “ trasferimento”,  molti si offrono di partire volontari. Li aspettano i carri bestiame stipati fino all’inverosimile,  le camere a gas, le selezioni, il lavoro forzato, i forni crematori, il disprezzo e l’annientamento fisico e morale. Piombano in  un mondo capovolto, dove l’assassino abituale  ha più potere dello scienziato famoso e dove la vita non ha valore alcuno e  la morte dipende  da un capriccio. La scritta all’ingresso di Auschwitz, le aiuole  fiorite di Sobibor, lo sportello della stazione di Treblinka dove si vendono biglietti ferroviari per il “ ritorno”, le raccomandazioni  dei guardiani di non dimenticare il numero dell’attaccapanni dove sono stati appesi i vestiti per facilitarne il recupero dopo la “doccia”, i continui inviti a sbrigarsi altrimenti il caffè si raffredda sono gli aspetti più crudeli del  macabro rituale dell’inganno.
Niente è lasciato al caso. Ai cadaveri vengono estratti i denti d’oro, alle donne vengono tagliati i capelli; la resistenza e la resa di un lavoratore forzato sono calcolate fino all’ultimo secondo e fino all’ultimo centesimo; i vestiti e gli oggetti personali delle vittime vengono inviati in Germania. L’industria del crimine e del lavoro forzato, per qualcuno, è anche un affare. Anche per  Oskar Schindler? Anche per Oskar Schindler.  Con questa differenza: Schindler, quando sarà il momento, non si volterà dall’altra parte  e  salverà la vita a gran parte dei propri “uomini” ebrei. Lo faranno anche altri, per altro. Industriali e persone comuni.

Verso Berlino.

Il 4 aprile del 1945 due velivoli decollano, a breve distanza l’uno dall’altro, dall’aeroporto di Mosca con a bordo i  massimi responsabili militari del fronte di Berlino: Zukov  e Konev. Con loro Stalin ha discusso il piano operativo e a loro ha finalmente affidato il compito di prendere la capitale. “ Il primo che arriva, la conquista” sembra abbia detto( ma non è provato)  al momento di congedarli. Chi dei due arriverà per primo?
Il piano non è  particolarmente sofisticato. Prevede un attacco diretto attraverso le colline di Seeloew e dalle teste di ponte oltre l’Oder da parte degli uomini di Zukov, mentre a quelli di Konev  è affidato il compito di salire da sudest e di orientare il fianco nord verso Berlino per  completarne l’accerchiamento.
Nel giro di dieci giorni , centinaia di migliaia di uomini, migliaia di carri armati e di cannoni vengono portati in posizione e schierati in un ampio semicerchio intorno alla capitale tedesca. E’ un’operazione militare complessa, non esente da rischi e ostacolata da un potente sistema difensivo articolato in otto linee fortificate disseminate di bunker e di campi minati, appoggiato ai numerosi fiumi e canali della zona e difeso, oltre che da giovani e anziani, anche  da una parte  di truppe ancora motivate e bene armate.
Al centro del dispositivo, a diciassette metri di profondità sotto la Cancelleria,  il Fuehrer del Reich millenario non riesce più controllare il tremito alle braccia e al capo né le proprie reazioni. Complici l’atmosfera claustrofobica del bunker e le iniezioni del dottor Morrell, Hitler ormai sragiona  e infila una sciocchezza dietro l’altra. Si rifiuta di assegnare a Heinrici le divisioni schierate inutilmente a difesa della “ fortezza” Francoforte; manda  a passare le acque Guderian, reo di aver chiesto la rimozione di Himmler e di avere detto senza mezzi termini che la guerra è perduta; è convinto che i russi attaccheranno Praga e non Berlino; esamina oroscopi e sogna miracoli; vede armate agguerrite  dove non ci sono che gruppi di  ragazzi e di  anziani male armati, peggio equipaggiati e senza alcuna esperienza di combattimento; elegge il generale Steiner- un comandante senza uomini e senza armamenti-  a giustiziere dei russi; farnetica di una lotta comune fianco a fianco con gli americani contro il comunismo sovietico; gioisce alla notizia della morte di Roosevelt come se avesse conquistato Mosca; invia proclami bolsi e retorici ai berlinesi, suscitando battute ironiche. Sentendo quei proclami, i più spiritosi commentano: “Hitler, adesso, ha dichiarato guerra a noi.” Quando l’effetto di farmaci cala, confida al fedele Jodl: resisterò finché resisteremo, poi mi toglierò la vita.
C’è aria di tempesta e i topi si preparano ad abbandonare la nave. Himmler, uomo ritenuto fedelissimo da Hitler e per questo motivo nominato comandante del Gruppo Armate della Vistola- e, a un certo punto, anche di quelle del Reno – di guerra capisce poco o niente. Schiera le proprie armate in maniera insensata: non servono a difendere Berlino, non possono opporsi all’avanzata sovietica in Pomerania. Zukov le ignora e se le lascia alle spalle.  Con gli intrighi Himmler se la cava meglio. All’insaputa del Capo, traffica per arrivare a una pace separata con gli angloamericani. Per rifarsi un’impossibile verginità, libera alcune migliaia di ebrei e di prigionieri di guerra, comprese settemila donne dal lager di  Ravensbruck. Alla fine, pensa, sarà ricompensato: gli alleati metteranno  lui, il “ ragionevole interlocutore”, il liberatore degli ebrei, a capo della nuova Germania anticomunista.  Ma in che mondo vive?
In un mondo rovesciato e schizofrenico, pare di capire. Crede veramente a un disimpegno degli angloamericani in nome di un fronte comune contro il comunismo? Crede veramente nella possibilità di una pace separata?  Oppure, più semplicemente, cerca  di guadagnare tempo:  tempo per organizzare la difesa della capitale o tempo per completare la “ soluzione finale” e farne sparire le tracce?
C’è poco tempo, comunque.  Il 16 aprile si muove ( male, come vedremo) Zukov. Lo stesso giorno, a bordo di barche e di chiatte,  le avanguardie di Konev, protette da fumogeni e dopo aver eliminato i centri di fuoco nemici, attraversano in poco più  di un quarto d’ora,  il fiume Neisse , attestandosi sulla riva tedesca. I genieri sovietici lavorano a pieno ritmo e in meno di quattro ore rendono operativi più di cento passaggi, alcuni dei quali adatti a sostenere i colossali carri da sessanta tonnellate.
Nel frattempo, all’interno della Germania, le “ marce della morte” continuano, lungo itinerari apparentemente senza una meta, ma con uno scopo ben preciso: eliminare il maggior numero possibile di testimoni, non più con lo Zyklon B, ma con la fatica, la fame e lo sforzo prolungato.   Il meccanismo dello sterminio  sembra vivere di una vita autonoma e non si  arresta. Nonostante la Germania stia per crollare -o, nei fatti, sia già crollata- nonostante il Fuehrer stia per togliersi la vita, nonostante Himmler trami nell’ombra o vaneggi, riducendo le prove dello sterminio a  “ propaganda”, lamentandosi davanti a un inviato del Congresso mondiale ebraico di essere stato mal ripagato per il proprio “impegno a favore degli ebrei” e invitando le due parti a “ deporre l’ascia di guerra”.

La corsa.

Zukov, complice l’impazienza di arrivare per primo al  Reichstag, modifica il piano originario:  rinuncia ad aggirare i fianchi dello schieramento tedesco dove, sulle colline, sono posizionate  batterie di cannoni e decide di puntare  tutto su un unico colpo di maglio al centro. Ciujkov è perplesso, ma anche lui ha fretta. La via più breve , però, per entrambi si rivelerà  quella più lunga.
Anche lo sterminio nazista ha fretta. Fretta di concludere la guerra agli ebrei. Chi non è crollato  durante le “ marce della morte”, è ora detenuto in condizioni disumane e apocalittiche a Bergen- Belsen, a Buchenwald, a Sachsenhausen.  A migliaia continuano  a morire di fame, di inedia, di sfinimento, di malattia, mentre l’Armata Rossa e gli angloamericani sono sempre più vicini e stringono il cerchio. A Bergen – Belsen dove l’orrore è inesprimibile e dove si contano centinaia di casi di cannibalismo,  muore di tifo  un’adolescente olandese deportata  pochi mesi prima. Aveva scritto: “ Verrà il giorno in cui questa terribile guerra finirà, il giorno in cui saremo di nuovo esseri umani e non solo ebrei”.
Per tutti quegli esseri umani , non solo per Anne Frank,  il tempo sembra essersi fermato.

Aprile è il più crudele dei mesi.

Per il generale Ciujkov, la notte del 15 aprile è la notte più lunga. Tocca infatti a lui e alla sua Ottava Armata ( la ex 62.ma di Stalingrado) aprire le danze, l’indomani. Ciujkov, tesissimo, fuma una sigaretta dietro l’altra, non chiude occhio. Le ore, scriverà nelle proprie memorie, non “ passavano mai”. Alle cinque del mattino del 16 aprile, i cannoni sovietici riversano una violenta tempesta di fuoco sulla prima delle tre linee difensive esterne tedesche: la partita sembra cominciare bene.
E, invece, le bombe sovietiche spianano casematte e trincee deserte: il generale Gotthard Heinrici  si è ritirato sulla seconda linea difensiva e le sue forze sono intatte. Quando gli uomini di Ciujkov muovono in avanti accendendo potentissimi riflettori per abbagliare il nemico, il fuoco tedesco è devastante e la confusione indescrivibile. A causa della polvere e del fumo, la visibilità è ridotta; i fasci dei riflettori non ce la fanno a superare quella cortina impenetrabile e la luce, per uno strano gioco di rifrazioni, abbaglia gli attaccanti. E basta un piccolo corso d’acqua  o una buca sul terreno per fermare tutto.
Sulla fanteria sovietica bloccata alla base delle colline colpevolmente trascurate da Zukov piovono i proiettili dei cannoni tedeschi posizionati sulle alture, mentre i carri non ce la fanno a risalirne i pendii. Il terreno acquitrinoso rallenta la marcia e l’affollamento( di mezzi e di uomini) peggiora la situazione. A sera, Zukov telefona a Stalin: non abbiamo sfondato. Il Capo, sulle spine anche per la situazione politica ingarbugliata, lo prende a male parole e promuove Konev a primo conquistatore di Berlino. Passeranno altri tre giorni prima che si faccia di nuovo vivo con lui.
Il 17 aprile è ancora un giorno nero per Zukov inchiodato sulle proprie posizioni, ma non per Konev, le cui avanguardie sono ormai a meno di cinquanta chilometri dalla capitale. Heinrici ha abbandonato anche la seconda linea di difesa e si  è attestato sulla terza dove, il 18 subisce un violento attacco da parte degli uomini di Ciujkov i cui progressi sono  lenti, pagati a carissimo prezzo, ma inesorabili. Il 20 aprile, i primi reparti d’assalto sovietici raggiungono i sobborghi orientali della città. Rokossovskji “ scala” verso Zukov per proteggergli il fianco.  Il 21 aprile, dalla parte opposta del fronte, le due armate corazzate di Konev  accelerano la manovra avvolgente verso Berlino; il 25 aprile,  truppe sovietiche e truppe americane si incontrano a Torgau, sull’Elba.
E verso l’Elba si stanno dirigendo  migliaia di profughi tedeschi, in fuga dalla bombe e dall’Armata Rossa. Lo storico fiume funge da  linea di demarcazione fra sovietici e angloamericani  e, per i generali tedeschi , non è un segreto. La resistenza intorno a  Berlino serve anche per tenere aperta il più a lungo possibile questa via di fuga. Anche la popolazione lo è venuta a sapere o lo ha immaginato o, comunque, ha intuìto  che la via della salvezza è verso ovest, lontano dai sovietici.  Chi non può o non vuole fuggire si seppellisce, letteralmente, nelle cantine, a corto di cibo, di acqua, di medicinali, mentre in superficie  sta per scatenarsi l’apocalisse.
Mentre avviene lo storico incontro sull’Elba, i veterani di Ciujkov , ormai dentro la città, si scontrano con la tenace resistenza tedesca. I T-34  si muovono protetti da lamiere inclinate, da sacchetti di sabbia o da reti metalliche: è il sistema – rudimentale, ma efficace- escogitato dai russi per attenuare o per neutralizzare il colpi dei panzerfaust tedeschi. I lanciafiamme riducono in cenere i centri di resistenza, i cannoni di grosso calibro spazzano le strade e abbattono edifici, l’urlo delle katiusce non si placa un momento, fuoco e fiamme divorano interi isolati. Ogni ponte, ogni crocevia  della capitale è difeso strenuamente e ogni metro di avanzata costa agli attaccanti morti e feriti.
La popolazione  rintanata sottoterra in rifugi maleodoranti tende l’orecchio, trasale ad ogni scalpiccio vicino, trema di paura quando le pattuglie  sovietiche perlustrano le cantine alla ricerca di soldati e di armi. Numerose SS bruciano le uniformi e si  dileguano in abiti civili, mentre ragazzini di tredici o di quattordici anni, infagottati in uniformi di due taglie più grandi, imbracciano i panzerfaust e si battono fino alla fine. Sparare a quei ragazzi non è facile neppure per i duri veterani sovietici. Mentre i “fagiani dorati” pensano a mettersi in salvo, nelle strade viaggiano improvvisate corti marziali “volanti”: impiccano ai lampioni chi solo vagamente sembra un disertore, un collaborazionista, un imboscato, un antinazista. La polvere  e il fumo soffocano ogni cosa, annebbiano la vista, uccidono il sole, fanno lacrimare gli occhi. L’inferno è niente in confronto.
Nessuno viene risparmiato. Davanti all’ennesimo ponte, un reparto d’assalto sovietico sta per lanciarsi all’attacco. Improvvisamente, dall’altra parte del ponte, ripetuto e disperato si sente un grido infantile invocare, in tedesco: “ Mutter! Mutter!” Un  sergente portabandiera sovietico  tende l’orecchio, localizza da dove proviene la voce e chiede al proprio comandante il permesso di andare a prendere il bambino. Non è un’impresa facile. Le mitragliatrici tedesche spazzano il ponte, il cammino per arrivarci è minato. Strisciando e  tastando il terreno davanti a sé per individuare le mine, il sergente raggiunge incolume l’imboccatura del ponte, si alza di scatto e lo attraversa di corsa. Poi scompare dall’altra parte. Dopo alcuni minuti di silenzio, lenti e interminabili, grida ai commilitoni di avere trovato il bambino e chiede copertura. Gliela fornisce l’intera artiglieria sovietica. Il sergente non ha ancora finito di parlare, quando, da lontano, come se avessero assistito alla scena o udito la richiesta di aiuto, decine e decine di cannoni rovesciano i loro proiettili sulle case e sulle strade vicine. Il sottufficiale riattraversa di corsa il ponte, raggiunge sano e salvo i propri compagni, affida ai medici una bambina di tre anni, piangente e sconvolta, ma viva, si fa riconsegnare le bandiere e raggiunge il proprio posto di combattimento. Quando lo viene a sapere, il duro Ciukov non può controllare un fremito di commozione.
Dal suo appartamento dove giace ferito, un ufficiale tedesco sente un insolito movimento nella via sottostante. Si alza  e, a fatica, raggiunge la finestra. Sulla strada avanzano, allineati e ordinati, reparti di cavalleria sovietica. L’ufficiale non può fare  a meno di esclamare: “ E noi abbiamo perso la guerra contro questi?” Ma non ci sono soltanto i cavalli. In una strada lì vicino, si muove  un’intera colonna di T-34. Qualcuno non resiste alla tentazione di curiosare ed esce dalle cantine. Un carro si ferma, un giovane soldato scende , offre una sigaretta  a uno degli astanti poi torna da dove è venuto. Altrove, nella sua cantina male illuminata, una donna avverte uno scalpiccìo. La porta si apre e nella semioscurità l’unica cosa che distingue è la canna di un fucile mitragliatore. Poi vede gli occhi a mandorla di un ufficiale sovietico. “Amici”, dice in russo una voce. La canna del mitra non si abbassa, gli occhi diventano due fessure. “Amici!” risponde l’ufficiale e senza aggiungere altro se ne va insieme ai propri uomini.
Sui ponti gettati dai genieri sulla Sprea, sul Dahme e sui numerosi canali della città, transita un flusso ininterrotto di uomini, di carri, di cannoni. L’ala sinistra di Konev raggiunge Potsdam, a ovest della capitale,  mentre, al centro, i suoi reparti d’assalto, dopo aver preso Zossen sede del quartier generale dell’OKH,  si incuneano nei sobborghi meridionali- i quartieri “bene”-  di Berlino. Anche Zukov ha ripreso slancio e, protetto sul fianco nord da Rokossosvskij,  adesso avanza spedito, ma quando i suoi raggiungono  l’aeroporto di Tempelhof, si imbattono  nei soldati del generale Rybalko, uno degli ufficiali di Konev. Il cerchio intorno a Berlino è chiuso. Invece di rallegrarsi, Zukov monta su tutte le furie: non dovevate trovarvi lì ! urla per telefono  a uno sbigottito Rybalko. Poi  ordina ai suoi di avanzare verso il Tiergarten.
Alcuni  reparti  di Konev sono  lì a poca distanza dal Reichstag  e, a un certo punto, vedendo muoversi soldati e carri davanti a loro, aprono il fuoco. Sparano sui propri commilitoni, non sui soldati tedeschi: a causa del fumo e della confusione non hanno riconosciuto gli uomini di Zukov e li hanno scambiati per nemici. Con molto fair play, Konev, ordinato il cessate il fuoco,  cede al più celebre collega l’onore e il privilegio di conquistare la città, lasciando Rybalko e i suoi  a rodersi il fegato[1].

Bandiera rossa.

Hitler è nel proprio bunker dove ha festeggiato, il 20, il  cinquantaseiesimo compleanno. E’ un uomo distrutto, tormentato da un tremito continuo alle mani e al capo, ma ancora in grado di imporre la propria volontà. Il suo sguardo non è cambiato: penetrante, tenebroso, sinistro. Ed è quello sguardo a impressionare la scrittrice Helga Schneider , allora bambina, ammessa in quei giorni, insieme ad altri coetanei, alla presenza del Fuehrer.
Ma nel bunker di Hitler balugina il crepuscolo di un mondo ormai alla fine. Finiscono carriere e crollano nazistissime reputazioni. Goering e Himmler (il primo  per aver messo troppo presto le mani avanti circa la successione, il secondo per aver cercato contatti con gli angloamericani) vengono messi al bando;  presunti “ traditori” ( il cognato di Eva Braun, ad esempio) fucilati. Altri ( il generale Weidling, futuro comandante della piazza di Berlino) ci va molto vicino. L’ammiraglio Doenitz viene designato successore di Hitler: per precisa disposizione testamentaria, il suo compito e quello dei futuri governi della Germania sarà quello di continuare, senza soste e senza pietà, la lotta al “giudaismo internazionale”.
Poi, i colpevoli e gli innocenti escono di scena.  Blondie e i suoi cuccioli, i sei figli di Goebbels, Frau Eva Hitler, nata Braun  muoiono di veleno, i primi uccisi dal padrone e dai genitori, la seconda dal suo amore per l’uomo appena sposato. Anche Hitler assume il veleno e, contemporaneamente, si spara un colpo alla tempia con il proprio revolver. Goebbels e la moglie Magda si suicideranno due giorni dopo.
Alle undici meno dieci  del mattino del 30 aprile,  una bandiera rossa sventola  al secondo piano del  Reichstag. Ma i piani sono otto  e solo a tarda sera un’altra bandiera rossa, dopo altri morti,  potrà sventolare sulla cima del simbolo stesso del nazismo. Evgenji Chaldej, reporter ufficiale dell’Armata Rossa,  fotografa la scena immortalando, nell’atto di issarla,  i sergenti Michail Jegorov e Meliton Kantarjia del primo battaglione della 150.ma divisione d’assalto del generale Pereveretnik.
La guerra è finita?

Crimini di guerra.

Il campo di Dachau – il primo ad essere allestito, l’ultimo a essere smantellato-  sembra, a prima vista, un campo di prigionia come tanti altri. Ma, fino all’ultimo, in quel campo, la morte non si è fermata. Né si fermerà nei giorni seguenti la liberazione. Impettito sull’attenti, il giovane  comandante del campo- un tenente delle SS-  prima di arrendersi con tutti i suoi, recita la litania prevista dal regolamento: tanti detenuti presenti, tanti ammalati, tanti uomini di servizio, ecc. Il tenente colonnello Felix Sparks , americano, arrivato con i suoi Sherman all’interno del campo, quasi non crede ai propri occhi e alle proprie orecchie. Quell’ufficiale delle SS si sta comportando come se , a Dachau, tutto fosse normale. Ma è normale vedere scheletri umani coperti di escrementi  trascinarsi nel fango implorando un pezzo di pane o un goccio d’acqua? E’ normale vedere cadaveri in decomposizione ammonticchiati alla rinfusa?  Nelle ore successive,  a Dachau, gli spari si succedono  agli spari. Sono i mitra e i Garand  americani  a fare fuoco. Le guardie tedesche vengono  allineate contro un muro e fucilate o consegnate alla vendetta dei detenuti. Il generale Patton in persona metterà a tacere quell’episodio ed eviterà ai suoi la corte marziale per crimini di guerra.
Anche Berlino è ormai un gigantesco campo di concentramento. I berlinesi rimasti in città si affollano sempre di più negli angoli bui delle loro cantine sporche e maleodoranti, quasi si illudessero di diventare invisibili. In silenzio, i pensieri rivolti a  quanto si sta svolgendo sopra le loro teste, vigilano tesi, sentendosi mancare a ogni esplosione e sprofondando nel terrore ad ogni scalpiccio.  I soldati sovietici della prima ondata sono tutti veterani, duri e disciplinati. Entrano nelle cantine per ripulirle dalla presenza di nemici armati. Quando incontrano resistenza, non esitano a usare i lanciafiamme o le granate. Ma il più delle volte le attraversano senza sparare un colpo. Di solito lasciano in pace le donne, ma si fanno consegnare gli orologi e altri oggetti di valore. I soldati della seconda ondata sono diversi. In gran parte ex prigionieri di guerra liberati, hanno un conto da saldare con i tedeschi. Quando arrivano, per le donne tedesche comincia l’inferno. Migliaia di loro vengono violentate.
Non finirà mai la guerra?

La guerra è finita?

Nel quartier generale di Zukov squilla il telefono: all’altro capo del filo, c’è Ciujkov. “ Ho qui davanti a me un ufficiale tedesco: sostiene che Hitler è morto. Chiede di parlare con i nostri responsabili militari più alti in grado, ma non ha alcuna intenzione di arrendersi.”. L’ “ufficiale tedesco” è il generale Hans Krebs, uscito dal bunker sotto il Reichstag per comunicare ai sovietici il suicidio di Hitler e per sondarli circa la possibilità di una tregua. Al Cremlino, Stalin dorme. Svegliato dalla telefonata di Zukov, accoglie  con disappunto la notizia della morte di Hitler e taglia corto: “ Prima di ogni trattativa, resa incondizionata”. E ritorna a dormire. Comincia, allora,  un tira e molla interminabile tra Krebs e gli ufficiali sovietici . Quando, dopo dieci ore di discussione, il generale tedesco se ne va, l’accordo non è stato trovato. Ciujkov perde la pazienza e ordina alla propria artiglieria di spianare la città.
A Berlino, la  guerra non è finita.
La guerra sembra finita, invece, per Heinrich Hitzinger,  sottufficiale dell’esercito tedesco. Intercettato da una pattuglia americana, ha fornito le proprie generalità e il proprio grado( maresciallo, con la “m” minuscola..) ed è stato messo insieme ad altri prigionieri anonimi come lui. Nessuno lo ha interrogato a fondo, nessuno si è occupato di lui più di tanto: perché sprecare tempo con un semplice graduato, dall’aspetto insignificante, dalle spesse lenti da miope e dallo sguardo costantemente basso? Si contano  a migliaia i prigionieri come lui, tutti desiderosi di togliersi l’uniforme e di voltare pagina. E a migliaia continuano ad arrivare.
Il volto di quel sottufficiale, però, è un volto troppo conosciuto e qualcuno, prima o poi, se ne accorgerà. Non ha senso continuare la finzione, meglio giocare d’anticipo. E allora, Heinrich Hitzinger, sottufficiale della Wehrmacht chiede di essere ascoltato da un alto ufficiale alleato. Quando l’ufficiale capisce con chi a che fare, a momenti ci resta secco: davanti a lui, in carne e ossa, c’è  il Reichsfuehrer e sedicente interlocutore ragionevole Heinrich Himmler. Che, quando capisce di essere, per gli Alleati,  poco interlocutore , poco  ragionevole e per niente  credibile decide di farla finita, dandosi la morte con il cianuro prima che qualche medico, guardandogli in bocca, scopra, incastrata fra i denti,  la fiala del veleno.

Firmare  o non firmare?

A Reims, in Francia, nella località dove si produce il migliore champagne del mondo, il generale Suslopàrov, sovietico, non sa che pesci pigliare. Si è messo in contatto con Mosca, ha sottolineato l’importanza della questione, ma Mosca non risponde. Non ancora, almeno. Intorno a lui, l’atmosfera è euforica e il momento è solenne: il generale Alfred Jodl  è pronto a firmare la resa. Inglesi e americani insistono perché si firmi alla svelta. E  Mosca tace. Che fare? Firmare o non firmare? Ma l’obiettivo non era quello di porre termine alla guerra? Di farla finita con la sofferenza, i bombardamenti, la fame e tutto il resto? Di sconfiggere, una volta per tutte, la Germania? E tutto questo non è stato, forse, ottenuto? Bisogna firmare.
Susloparov domanda di nuovo: no, da Mosca ancora niente, gli rispondono. E se non firmo? Può l’Unione Sovietica non comparire fra le potenze vincitrici? Proprio colei che la guerra l’ha sopportata a lungo e l’ha sofferta come nessun altro, pagando un prezzo esorbitante, può ignorarne l’epilogo? Qualcuno mi deve dire che cosa devo fare, pensa il sempre più agitato Suslopàrov. Ma se nessuno lo fa, io come devo comportarmi? Non posso prendere tempo all’infinito. Ad ogni modo,  se firmassi, che cosa accadrebbe? Senza autorizzazione da Mosca, Stalin potrebbe considerare la mia firma come non valida. Ma, in questo caso, ci andrei di mezzo io. No, meglio non firmare.
Il generale Susloparov è sfortunato: qualche minuto dopo essersi deciso e  aver apposto la propria firma accanto a quella di inglesi, americani, francesi in calce a quella di Jodl, da Mosca arriva il perentorio ordine: non firmare alcunché. É il 7 maggio. Due giorni dopo, il 9, a Berlino, nella città da dove, per usare la terminologia sovietica, era partita l’”aggressione fascista”, il feldmaresciallo tedesco Keitel replicherà, quattro minuti dopo la mezzanotte, l’atto di resa davanti a Zukov, e ai generali Spaatz, americano,  Tedder britannico e de Lattre de Tassigny, francese. Conclusa la cerimonia, i  generali sovietici balleranno fino all’alba, abbandonandosi a colossali bevute.

Viti e bulloni..

Il Maresciallo Zukov sulla Piazza Rossa durante la parata per la vittoria. Fonte: mirumir.blogspot.com

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Georgji Konstantìnovic Zukov era rimasto sorpreso quando il Capo gli aveva chiesto se sapesse ancora cavalcare. E lo era rimasto ancora di più quando era stato designato  a passare in rivista le truppe, il 24 maggio, durante la  parata della vittoria sulla Piazza Rossa. Ora, sotto una pioggia insistente, in alta uniforme, in sella al proprio cavallo bianco, Zukov si sente colmo di orgoglio e di fierezza mentre i reparti, con in testa il maresciallo Rokossosvskij,in sella a uno stallone nero,  sfilano a passo marziale  gettando ai piedi del mausoleo di Lenin le bandiere e le insegne strappate al nemico. Ritorna con il pensiero ai primi momenti di Barbarossa, vede succedersi, una dopo l’altra, le terribili sconfitte del 1941, ripensa alla disperata resistenza di quei giorni, ai miracoli di Leningrado e di Mosca, alla riscossa di Stalingrado, alla carneficina di Kursk. Rivive i momenti confusi seguiti alla caduta di Berlino quando il generale Weidling aveva ordinato di cessare il fuoco e di deporre le armi,  rivede il feldmaresciallo Keitel firmare la resa davanti a lui  e la baldoria successiva, fra fiumi di vodka  e danze popolari russe.
Ma è anche nervoso. Qualcosa non va, lo sente. Perché il Capo non è lì , come dovrebbe, a prendersi la gloria e gli onori? Perché ha preferito la tribuna? Che abbia in serbo qualche tiro mancino? Già tutti, in Russia,  venerano  Stalin come una specie di divinità, inneggiano  a lui e solo a lui come all’artefice principale della vittoria. Soltanto la sua luce sembra splendere, unica e imperitura. Ecco perché Zukov è nervoso: lui, Rokossovskji, Konev , Ciujkov e tanti altri potrebbero togliergli, tutta o in parte, la luce. Zukov sente un brivido corrergli lungo la schiena. E non è solo colpa della pioggia.
La sera, durante il  ricevimento al Cremlino, il Capo elogia gli uomini e le donne russe, “viti e bulloni “della vittoria. Per i suoi generali, nemmeno una parola. Di lì a qualche giorno, a Mosca cominciano a circolare strane storielle sugli alti gradi dell’Armata Rossa e sulle loro mogli. Una le batte tutte. A un concerto, la moglie di un ufficiale continua a chiacchierare ad alta voce anche quando l’orchestra ha già cominciato a suonare. La vicina di poltrona le si rivolge stizzita: “ Sst! Ouverture!” per sentirsi rispondere: “ Badi a come parla! Io sono la moglie di un generale sovietico e  Ouvertura sarà lei!”.
Per molti generali- e non solo-  è l’inizio della fine.

Epilogo

SMERSH  è un acronimo: significa, in russo, “ Morte alle spie”. E ad Auschwitz,  nel campo della morte per antonomasia, solerti  funzionari  sovietici  conducono stringenti interrogatori. Uomini sopravvissuti all’inferno, riprecipitano in un altro inferno. Stalin aveva bollato come traditori tutti i soldati sovietici caduti in mano nemica. E allora dimmi compagno perché hai gettato le armi? Perché hai tradito la Patria, la tua famiglia, il tuo Capo? E tu, tu da dove vieni? Sei ebreo, mi dici e sei qui solo perché ebreo? Vedremo, verificheremo.
Per gli ebrei la guerra, in Unione Sovietica , non è finita.

Da leggere.

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi, 2010
Silvio Bertoldi, Il sangue e gli eroi, Rizzoli, 1997
Joachim Fest, Hitler, Rizzoli, 1975
Anne Frank, Diario, Einaudi, 1990
Martin Gilbert, La grande storia della seconda guerra mondiale, Oscar Storia Mondadori, 2003
John Keegan, La seconda guerra mondiale, una storia militare, BUR, 2000
Guido Knopp, Olocausto, Tea, 2006
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, 1987
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Anthony Read, David Fisher, La caduta di Berlino, l’ultimo atto  del Terzo Reich, A. Mondadori, Le Scie, 1995
Helga Schneider, Il rogo di Berlino, Adelphi, 2004
Fred  Uhlman, L’amico ritrovato, Feltrinelli, 2009
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori 1966
Eli Wiesel, La notte, Giuntina, Fi, 2007

In questo sito:

Sei barra uno.
1942: la città di Stalingrado, sul Volga, attaccata in forze, resiste.
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Gli abeti rossi .
Nel febbraio del 1943, nella foresta di Katyn, in Bielorussia, i tedeschi trovano  i cadaveri di più di quattromila ufficiali e soldati polacchi assassinati con un colpo di pistola alla nuca. Chi è stato? E perché?
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I traditori e gli eroi
.
L’operazione Barbarossa( l’invasione dell’Unione Sovietica) sembra procedere bene. Poi, improvvisamente, alle porte di Mosca….
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La città di Pietro .
Leningrado -l’antica San Pietroburgo- viene isolata dal resto dell’Unione Sovietica e precipita in  un inferno lungo 900 giorni…
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Andata e ritorno.
Nel Caucaso, i tedeschi vogliono conquistare i pozzi petroliferi di Groznij e di Baku: pianteranno la loro bandiera sulla  vetta dell’Elbrus…..
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Uno contro uno.
A Kursk , nel 1943, si gioca, a colpi di carri armati, una delle partite più importanti dell’intero conflitto. E una delle più sanguinose….
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Verso Berlino.
Le offensive sovietiche del ’44 e la liberazione dei primi campi di sterminio.
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QUIpuoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su  questo sito.

La battaglia per Berlino. Da: Richard Overy, Russia in guerra, citato. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Appendice.

Bandiera rossa sul Reichstag.

Il  Reichstag, la sede del Parlamento tedesco, era stato incendiato nel 1933 e i danni non erano mai stati riparati. Dopo quell’incendio- fatto appiccare ad arte dai nazisti per accusare i comunisti e per imporre un regime dittatoriale in Germania – l’attività politica si era svolta in altre sedi. Tuttavia il Reichstag  rappresentava per i russi il simbolo stesso del nazismo e, per questo, andava conquistato. Quando gli uomini del generale Pereveretkin arrivarono nella zona, videro due edifici: in lontananza un edificio imponente e, più vicino, una costruzione grigia e poco appariscente. Scambiarono il primo edificio per il Reichstag e solo dopo diverse consultazioni con Zukov e diversi interrogatori di prigionieri si resero conto dell’errore.  Seguì una battaglia violentissima e sanguinosa. Alla fine, i soldati sovietici ebbero ragione dei difensori e conquistarono lo storico edificio.

Chi fece sventolare la bandiera rossa sul Reichstag? E a che ora? Chi riprese la scena? Su un nome- quello di Meliton Kantarija, sergente dell’Armata Rossa, tutti gli storici sono d’accordo. Tuttavia, le loro versioni non sempre collimano. Stando a Martin Gilbert ( La grande storia della seconda guerra mondiale, Mondadori), il sergente Kantarija  issò la bandiera sovietica sul Reichstag intorno alle 22 del 30 aprile, dunque quando era già buio o quasi. Secondo Gilbert, tuttavia, già alle 14,30 circa, una prima bandiera rossa era stata fatta sventolare al secondo piano del Parlamento tedesco. I nomi di chi la fece sventolare non vengono forniti.  Secondo John Keegan( La seconda guerra mondiale: una storia militare, BUR), invece, furono due sergenti sovietici-  il già citato Kantarija e il commilitone Michail Jegorov-  a raggiungere il tetto del Reichstag  il  30 aprile: il primo regge la bandiera, l’altro, si trova leggermente più in basso.  Secondo Richard Overy ( Russia in guerra), i sergenti Kantarija e Jegorov fecero sventolare la bandiera rossa dal secondo piano del Reichstag alle undici meno dieci del mattino del 30 aprile e furono ripresi da un aereo.

Quel giorno, dunque, quasi certamente, sul Reichstag sventolarono due bandiere rosse: la prima, al secondo piano, nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio;  la seconda, in cima all’edificio, a sera. Anche sull’autore della foto, non c’è unanimità. Overy la attribuisce al pilota di un aereo sovietico( probabilmente un ricognitore), altri al fotografo ufficiale dell’Armata Rossa, Evgenij Chaldeij. Nella celeberrima fotografia si vedono tre uomini: il primo è ripreso nel gesto di issare la bandiera sulla cima del Reichstag , il secondo un  po’ più in basso sembra quasi sostenere il commilitone, il terzo, mitra in pugno, assiste alla scena. Sullo sfondo compaiono alte colonne di fumo. Stando a una recente interpretazione( Ernst Volland, Das Banner des Sieges, Il vessillo della vittoria, recensito dal quotidiano la Repubblica il quattro gennaio 2010), la foto sarebbe stata ritoccata in più punti. Secondo l’interpretazione dello storico tedesco, lo sfondo sarebbe stato aggiunto ad arte, la floscia bandiera originaria sarebbe stata sostituita da un’altra gonfiata dal vento e gli orologi al polso del secondo soldato( il sergente Jegorov) cancellati  per eliminare le prove dei poco eroici saccheggi operati dai soldati dell’Armata Rossa nella capitale( gli orologi- gli Uri, storpiatura del termine  tedesco Uhren– erano particolarmente ricercati dai militari sovietici, come ci ha lasciato scritto Helga Schneider in Il rogo di Berlino). Ad ogni modo, ritoccata o no, quella fotografia, non ritrae un falso, vale a dire un fatto non verificatosi ( la bandiera rossa sventolò effettivamente quel giorno sul Reichstag);  si tratta, tuttavia, di una foto studiata, in altri termini  di una foto scattata  dopo l’avvenimento e non contemporaneamente  a esso. O, almeno, questa è l’opinione oggi più accreditata.

 Einsatzgruppen.

All’inizio di Barbarossa, gli Einsatzgruppen ( Gruppi operativi) erano quattro. Avevano il compito di operare dietro le linee per eliminare l’ “intellettualità giudaico-bolscevica”( in special modo, gli “ ebrei con incarichi nel partito e nello Stato”), nonché altri “ elementi radicali”, sommariamente indicati. Tuttavia, ai comandanti dei singoli reparti era lasciata libertà circa l’individuazione degli “ obiettivi” da colpire. Fin dall’inizio, molti comandanti interpretarono l’ordine in maniera “ estensiva” colpendo anche chi, sulla  base delle disposizioni originarie  impartite  da Reinhardt Heydrich in persona, sembrava non rientrare nelle categorie indicate.

Formati da  funzionari o aspiranti funzionari della GESTAPO, della Polizia Criminale (KRIPO) e dei Servizi di Sicurezza(SD), gli Einsatzgruppen erano stati costituiti e addestrati durante la primavera del 1941. Integrati da tre compagnie di Waffen-SS- i reparti combattenti della milizia del partito nazista-  e da un battaglione della pubblica sicurezza, contavano- agli inizi, almeno-circa tremila uomini. Ogni Einsatzgruppe era articolato in due Sonderkommandos (unità speciali), incaricati delle fucilazioni e in due o tre Einsatzkommandos ( unità operative) incaricati, per lo più, dei rastrellamenti.  Gli Einsatzgruppen dipendevano dal generale delle SS Erich von dem Bach-Zalewski.

Gli Einsatzgruppen A,B e C furono aggregati, rispettivamente, al Gruppo di Armate Nord (feldmaresciallo Wilhelm Leeb von Ritter, obiettivo: Leningrado), al Gruppo d’Armate Centro( feldmaresciallo Fedor von Bock, obiettivo: Mosca) e al gruppo d’Armate Sud ( feldmaresciallo Gerd von Runstedt, obiettivo: Kiev). Il quarto gruppo, l’Einsatzgruppe D, fu aggregato all’Undicesima Armata, incaricata di penetrare in Unione Sovietica partendo dalla Romania.  I Gruppi d’Armate ai quali i reparti speciali erano stati aggregati dovevano fornire loro assistenza logistica e  nient’altro. In altri termini, gli Einsatzgruppen  erano legati alla Wehrmacht per quanto riguardava i trasporti, il carburante, le munizioni, i viveri, ma, per il resto, agivano in completa autonomia.

In una prima fase, essi si “ limitarono” a rastrellare, a prendere in consegna dalla Wehrmacht e a fucilare uomini- quasi sempre ebrei-  in età di portare le armi o sorpresi con le armi in pugno. Successivamente, cogliendo lo spunto dall’intensificarsi della guerra partigiana, gli Einsatzgruppen  assassinarono con frequenza sempre maggiore anche ragazzi, vecchi, donne  e persino bambini. Più le divisioni corazzate tedesche si inoltravano in territorio sovietico, più gli Einsatzgruppen si rafforzavano grazie al contributo di gruppi fascisti locali o di gruppi nazionalisti- lituani, lettoni, ucraini-  ostili all’URSS.  A un certo punto, a essi furono aggregati anche undici battaglioni di polizia originariamente destinati a funzioni di ordine pubblico

Il rapporto fra  gli Einsatzgruppen  e la Wehrmacht è controverso. Che cosa sapevano i feldmarescialli e i generali? E che cosa sapevano gli ufficiali subalterni o i soldati? I primi, senz’altro, erano al corrente dei compiti degli Einsatzgruppen; i secondi quasi certamente no. Tuttavia, sia i primi, sia i secondi eseguivano diligentemente  gli ordini. A volte, anche reparti regolari prendevano parte alla fucilazione di “ partigiani”. I soldati, una volta tornati in licenza  in patria , ne parlavano con i famigliari e con gli amici. Qualcuno per vantarsi, qualcun altro   per dare un’idea di come si stesse svolgendo quella guerra. Qualche notizia diversa da quelle ufficiali cominciò così  a circolare in Germania.

Anche ai più alti livelli, ci furono comportamenti contrastanti. Il feldmaresciallo Von Runstedt, l’artefice sul campo del “ colpo di falce” in Francia nel 1940, pur non opponendosi alla consegna  dei prigionieri, obbligò i gruppi speciali a non avere alcun rapporto con i propri uomini; altri suoi colleghi fecero esattamente il contrario( almeno così sembra, la questione, in proposito, è  controversa). Alcuni comandanti di divisione o d’armata non diffusero ai propri sottoposti né “ l’ordine dei commissari” né l’ordine “giurisdizionale”;  altri ne pretesero la rigida attuazione. Ad ogni modo, il coinvolgimento della Wehrmacht  nello sterminio fu, per così dire, indiretto. L’esercito aveva un compito esclusivamente militare e a questo si attenne, anche se, a causa  dell’elevato livello di antisemitismo anche nei ranghi inferiori, qualche volta andò oltre.  Ci furono, infatti, casi in cui soldati  regolari parteciparono ai pogrom o alle fucilazioni, a volte spinti dal desiderio di vendetta dopo essere stati testimoni, come in Lituania o in Polonia, degli orrori staliniani. Nelle carceri di Libau, di Leopoli e di altre località, avevano trovato, infatti, i cadaveri di migliaia di prigionieri  giustiziati sommariamente da agenti dell’NKVD all’avvicinarsi dei tedeschi.

Ghetto

La parola ghetto, in senso figurato, indica un luogo, anche mentale  e psicologico, di esclusione e di discriminazione. In senso letterale, essa designa,fin dai tempi antichi, il luogo fisico riservato( quartiere, rione), all’interno di una comunità cristiana, ai cittadini di  religione ebraica di quella comunità. Gli ebrei svolgevano un importante ruolo economico all’interno delle comunità  di allora. Erano soprattutto commercianti, ottimi artigiani, operai, medici e farmacisti. L’immagine generalizzata dell’ebreo banchiere e usuraio è, quindi, un’immagine in gran parte sbagliata. I banchieri ebrei ci furono, naturalmente, ma furono una minoranza, ristretta ancorché potente. L’eccezione, semmai, non la regola. Altri fattori, invece, giocarono un ruolo essenziale nella “ caratterizzazione “ degli ebrei agli occhi dei non ebrei. L’accusa di deicidio li aveva avvolti per secoli  e li avvolgeva ancora in una luce sinistra, resa ancora più sinistra dalle accuse di profanare, durante le loro ricorrenze religiose, l’ostia consacrata e di sacrificare, a scopi rituali, bambini cristiani. Per secoli, nelle principali città europee,  ci furono ghetti ebraici, i cui abitanti, a seconda dei periodi, venivano sottoposti a pesanti restrizioni ( se non proprio a vere e proprie aggressioni, i cosiddetti pogrom)o , al contrario, lasciati relativamente in pace.

I ghetti delle città situate nelle zone orientali ( in Polonia soprattutto, ma anche in Lituania, in Lettonia, in Cecoslovacchia) furono utilizzati dai nazisti, all’inizio della “ soluzione finale” come luoghi di raccolta e di smistamento. Gli ebrei residenti in Occidente e, in particolare, gli ebrei tedeschi, furono “trasferiti” in condizioni quasi disumane nei ghetti  dell’est dove rimasero – morendo a migliaia per la fame, le malattie, l’affollamento, la sporcizia-  fino  a quando non furono approntati i campi di sterminio. A partire dalla seconda metà del ’42, i “trasferimenti”dai ghetti  verso i campi aumentarono progressivamente di intensità finché, a partire da un certo momento, gli ebrei venivano portati nei lager direttamente dai Paesi di origine.

I sovietici ad  Auschwitz.

La liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa è descritta da Primo Levi nelle prime pagine del suo romanzo La tregua. Ad essa mi sono attenuto. Ma non è l’unica versione. Secondo altri, intorno alla 9,30 del mattino del 27 gennaio 1945, un isolato esploratore sovietico appartenente alla 100.ma divisione del primo fronte ucraino ( quello comandato da  Konev), perse l’orientamento in mezzo  a una violenta tempesta di neve e si trovò quasi per caso nel recinto dell’infermeria di Auschwitz – Monowitz, dove i tedeschi avevano impiantato una fabbrica di gomma sintetica(Buna) e impiegato mano d’opera forzata.  Il grosso della divisione lo raggiunse una mezzora più tardi e verso mezzogiorno il campo fu interamente liberato. Il maresciallo Konev non lo visitò. La visita lo avrebbe oltremodo turbato, disse, impedendogli di mantenere la mente fredda in vista della realizzazione degli importanti  compiti militari affidatigli.


[1] Durante una conferenza stampa famosa tenuta nella sede del suo comando qualche giorno la caduta di Berlino, Zukov  ridusse la conquista della capitale a una semplice azione di “ripulitura”. In realtà, per i russi, conquistare Berlino non fu affatto semplice e le perdite furono elevate.

La foto del sergente Meliton Kantarija che issa  la bandiera sovietica sul Reichstag è tratta da :adnkronos.com


Verso Berlino

01/06/2011

Prologo.

Piotr Ivànovic Bagratiòn era un principe russo. Nelle sue vene scorreva il sangue dei Bagrationi, antichi sovrani della Georgia, la terra natale di Stalin. Era stato al fianco di  Suvorov e di  Kutusov ed era caduto da eroe nella battaglia di Borodinò, alle porte di Mosca, combattendo contro gli invasori francesi. Altri tempi, altre battaglie. Tolstoj aveva visto in lui – e in Sua Altezza Serenissima il principe Kutusov- l’espressione più alta e più autentica dell’anima della Santa Madre Russia e  ne aveva fatto uno dei protagonisti  di Guerra e pace.
Stalin fece di  più: gli consegnò le chiavi di Berlino.

Timori e complotti.

Il feldmaresciallo Ernst von Busch  sente su di sé un’enorme responsabilità. Il saliente intorno a Minsk, in Bielorussia, da lui occupato con il suo Gruppo d’Armate Centro, è praticamente l’unica fetta di Lebensraum, di Spazio Vitale,  ancora in mano tedesca a oriente, l’ultimo ricordo di Barbarossa. Ma , soprattutto, è una specie di garanzia per Berlino. Se i suoi fossero  sloggiati da lì, le porte della Germania si spalancherebbero davanti alle “orde asiatiche”.
Al pensiero, il feldmaresciallo rabbrividisce. Inutile fare finta di niente, dice ai propri ufficiali riuniti per l’occasione: i russi, prima o poi,  ci attaccheranno. Hitler e la Germania confidano in noi: possiamo, dobbiamo tornare alla vittoria. Ci crede il feldmaresciallo? ci credono i suoi?  ci credono davvero? Lecito dubitarne.
Mettiamola così, pensano molti dei suoi: vincere? Sarà dura. Ci accontenteremmo per il momento di tenere i russi lontani dai nostri confini, questo sì. Le  nostre famiglie, le nostre donne, i nostri affetti sono dietro di noi , alle nostre spalle. Se i russi passano, non ce ne sarà per nessuno. Si vendicheranno. Proprio per questo dobbiamo inchiodarli qui. Magari, come va dicendo Hitler, presto avremo armi segrete in grado di suonarle ai russi e anche questo momentaccio passerà,  ma, per ora, l’unica arma – e neppure tanto segreta , per giunta-  siamo noi.
Anche Zukov, a modo suo, è preoccupato. La questione è complicata e lui lo sa: all’interno del saliente, i tedeschi  sono ben trincerati, protetti da casematte, campi minati, trappole anticarro. E, in più,  sono motivati, bene armati, tosti e addestrati. Per sbatterli fuori di lì  ci sarà da faticare. Sa come la pensa il Capo : una bella offensiva generale, un unico colpo di ramazza ed eccoci a Berlino in un lampo.
La fa facile, lui, ironizza fra sé e sé  Zukov  E’ vero i tedeschi non sono più quelli del ’41, ma guai a sottovalutarli. Le offensive generali, poi, dati alla mano, fin qui  hanno sempre fallito o quasi, causando perdite inutili e danni spropositati. Il saliente di Minsk è una specie di fortezza:  diamogli di cozzo nell’ambito di un’unica offensiva e ci romperemo le corna. Di sicuro. Con buona pace del Capo, meglio lasciar  perdere l’offensiva generale e sgonfiare questo maledetto bubbone con offensive limitate e locali, collegate le une alle altre. Un’offensiva, un obiettivo. Finita questa e raggiunto quello, facciamo partire una nuova offensiva con un  nuovo obiettivo. E così via.  Qui c’è da fare un passo alla volta, se non si vuole compromettere tutto .
Lo capirà il Capo?
Al Cremlino Stalin è su di giri. Sono lontani i tempi bui  dello sconforto e della depressione, quando non sapeva bene che cosa fare e   Zukov e  Shaposnikov gli toglievano dal fuoco una castagna dietro l’altra. Sono bastate un paio di vittorie clamorose per ribaltare la situazione. Adesso in Europa , gli altri lo ascoltano, lo consultano, lo blandiscono in mille modi, gli assicurano l’apertura di un secondo fronte in Francia.  Sì, è su di giri Stalin. E guarda avanti. Si vede già  come l’unico artefice della vittoria. Zukov? “ Quello” confida ridacchiando al proprio fedelissimo segretario personale,  “annusa la terra prima di attaccare battaglia. Si è mai vista una cosa del genere?”.
Il ragno ha cominciato a tessere la tela del discredito.

Un’estate tranquilla.

Un ricognitore tedesco si abbassa, le batterie  contraeree aprono il fuoco. Non un colpo va a segno. I serventi  ai pezzi hanno alzato il gomito? Hanno una pessima mira? Niente di tutto questo: lo fanno apposta. Il pilota deve poter tornare alla base incolume per riferire quello che ha visto: carri armati, automezzi, artiglieria. Tutti di cartone o di legno. Meno la contraerea. Ma se la contraerea è vera, allora  è vero  anche tutto il resto. Chi difenderebbe  con vere armi T-34 posticci?
Il trucco è vecchio come il cucco, ma , se preparato bene, funziona. Costruisco un’armata fantasma e ti metto sotto il naso carri di compensato. Magari faccio viaggiare via etere messaggi e ordini di servizio, rigorosamente criptati così tu credi alla loro attendibilità, faccio circolare il nome di qualche comandante famoso per essere più convincente e intanto preparo l’attacco principale da tutt’altra parte. Nel 1944, per esempio, i tedeschi si aspettavano uno sbarco in Normandia, ma, quando fu lanciato, lo ritennero- per molti giorni-  un attacco secondario, una diversione. La controinformazione alleata aveva funzionato bene, creando armate fasulle davanti al Passo di Calais e simulando interventi nei Balcani e in Norvegia.
Intorno al  balcone bielorusso, Zukov  ripropone un giochetto analogo. Concentra truppe fantasma e nord e a sud del saliente di Minsk come se fossero truppe in carne e ossa destinate, come a Kursk, a reciderlo alla base. Ma il suo scopo è quello di portare il colpo principale al centro, dove i tedeschi si sentono più forti e dove non si aspettano attacchi consistenti, anche perché, secondo i manuali, un saliente non si aggredisce mai al centro.
Per garantire la segretezza dell’intera operazione, gli ordini sono trasmessi a voce, mai su carta  o via radio;  ai ricognitori nemici è data via libera  sulle zone “civetta”, non su quelle “calde”; solo quattro o cinque persone conoscono i dettagli dell’operazione; un po’ dappertutto i sovietici si schierano come se volessero soltanto difendersi. Abboccheranno i tedeschi?
Abboccano. Il feldmaresciallo von Busch riceve la seguente comunicazione dai servizi segreti: “Aspettatevi un’estate tranquilla”.
Un’estate tranquilla?

Scambio di cortesie.

In anticipo sui tempi di Breznev, a Mosca circolano barzellette. Sentite questa. Due amici si incontrano e uno chiede all’altro: “Puoi darmi la definizione di “Vero Credente?”. “ Certo che posso” è la risposta “ Un Vero Credente è chi crede ancora nell’apertura del secondo fronte”. Il nostro attuale  Presidente del Consiglio ne racconta di migliori, ma i sovietici, ogniqualvolta sentono quella barzelletta, si sbellicano dalle risa.
Il 7 giugno la Pravda, l’organo del PCUS, pubblica un articolo di quattro pagine e la fotografia di  un generale americano dal sorriso rassicurante e dallo sguardo leale. Quel generale è Dwight  Eisenhower, “Ike”, come lo chiamano tutti. Sotto il suo comando, un’imponente forza di invasione alleata ha raggiunto le coste normanne e costituito una testa di ponte sul suolo francese. Il “Vero Credente”, dunque, ha fatto bene a perseverare nella propria opinione: il secondo fronte è finalmente aperto.
Entusiasmo? Sì e no. La gente comune la prende bene, gli alti comandi un po’ meno. Si mettono a fare i conti: su quel fronte ci sono una sessantina di divisioni tedesche, su quello orientale quasi duecentotrenta. Seguono domande e considerazioni. Perché gli angloamericani non ne approfittano? Perché sono ancora sulle spiagge? Perché non hanno fatto un unico boccone dei nemici? Vogliono lasciare ancora a noi il lavoro sporco? E c’è anche chi, come lo scrittore Erenburg,  scrivendo sulla Pravda, cerca di far passare le vittorie in Normandia come vittorie del.. popolo francese. Beccandosi l’immediata sconfessione da parte di Stalin.
La luna di miele dura poco, però. Dopo qualche tempo, infatti, dalla Pravda spariscono sia la foto di “Ike”, sia qualsiasi notizia particolareggiata  di “Overlord”: i sovietici hanno attaccato  in Bielorussia. E , cortesia per cortesia, qualcuno, fra gli alleati, ne parla come di “ una passeggiata”, resa possibile dal trasferimento in Francia di un gran numero di soldati tedeschi…

I preparativi

Ai confini con la Finlandia, c’è un  andirivieni ininterrotto di truppe e di aerei con la stella rossa. E voglia di menare le mani. Per quanto possa sembrare paradossale, su quel fronte i sovietici si apprestano a riscattare non una sconfitta, ma  una vittoria: quella dell’inverno del ‘39-‘40, ottenuta senza gloria , dopo pessime figure e a costi altissimi contro un avversario  motivato e determinato, cui aveva fatto difetto solo il numero.
Mentre le divisioni corazzate sovietiche si muovono ai confini finlandesi, altrove, in tutta segretezza, migliaia e migliaia di  soldati vengono inviati verso Minsk. Le misure di sicurezza sono rigidissime. I macchinisti dei treni ignorano le destinazioni delle truppe che trasportano; durante le soste i soldati possono scendere dai vagoni soltanto a piccoli gruppi e guardati a vista; il 2°  e il 3° fronte bielorusso, destinati a condurre le offensive  contro il centro del saliente vengono rinforzati; la Quinta Armata Corazzata della Guardia del generale Pavel Rotmistrov, l’eroe di Kursk, raggiunge il fronte pronta ad entrare in azione. Vengono allestiti campi d’aviazione, predisposti ospedali da campo, immagazzinati viveri e carburante.
Nei luoghi di raccolta, nell’attesa di scattare in avanti, ci si addestra  e si svolgono  manovre. C’è un pessimo andazzo, però: i soldati la prendono sottogamba, il ritmo è fiacco. Insomma, c’è scarso impegno. Quando dovranno dare addosso ai tedeschi, ci sarà bisogno di ben altra convinzione, pensa Zukov. É necessario  rimediare. E che cosa c’è di meglio che far piovere sul campo proiettili veri? Allo scoppio delle prime granate non a salve, tutta un’altra storia e tutto un altro ritmo.
Zukov non è cambiato né ha cambiato idea. A Stalin aveva detto: “ Niente offensiva generale, ma cinque offensive circoscritte a obiettivi specifici e  lanciate in successione: finita una, via l’altra. La prima in Finlandia, la seconda e la terza contro il centro del saliente, la quarta in Polonia in direzione di Leopoli e  di Lublino , la quinta in Romania, diretta  ai pozzi petroliferi di Ploesti”.
Sono tutti obiettivi importanti. L’offensiva in Finlandia avrebbe dovuto ridare all’Unione Sovietica i territori conquistati nel ’40 e persi nel ’41; quella al centro del saliente, spalancare le porte verso la Prussia orientale e i Paesi Baltici; quella in Polonia, tagliare la strada ai tedeschi in ritirata; quella in Romania, privarli dell’ultima fonte di greggio ancora in loro possesso. Annuserà anche la terra prima di ogni battaglia, Zukov, ma in quanto a saperci fare, niente da dire.
E i tedeschi? Come abbiamo visto, si aspettano un’estate tranquilla. Ad ogni modo, tanto per stare sul sicuro, von Busch  rinforza il settore meridionale del saliente. In caso di tempesta, le prime turbolenze si formeranno lì, pensa. Niente di più sbagliato Lo schema di  Zukov è esattamente l’opposto: i temporali  si scateneranno, uno dopo l’altro e in rapida successione, da nord verso sud, non viceversa.
“Ora serve un nome”, conclude Zukov. E a questo punto, per decisione di Stalin, il principe Piotr Ivànovic Bagratiòn, georgiano come lui, esce dalle pagine di Guerra e pace per scendere in battaglia a fianco  delle divisioni sovietiche.

Il balcone bielorusso.

In Finlandia, l’Armata Rossa ci mette poco a chiudere la partita. In quattro anni ne ha viste e passate di cotte e di crude e non è più la stessa di prima. I finlandesi lo sanno e non si battono a fondo. In poco tempo e con  perdite relativamente ridotte la prima delle cinque offensive di  Bagratiòn viene conclusa.
Mentre a nord  si spara ancora, all’interno del saliente,  von Busch, alla faccia dell’estate tranquilla, è in fibrillazione. Alle sue spalle, i partigiani ci danno dentro e i sabotaggi si succedono ai sabotaggi. Saltano in aria traversine, rotaie, locomotive, preludio alla tempesta in arrivo.  Dal cielo, i cacciabombardieri sovietici non danno tregua. Arrivano, sganciano le bombe e rientrano. Von Busch resterebbe di sasso se sapesse che ai comandi di alcuni di quegli aeroplani ci sono delle  donne, alcune delle quali destinate a diventare Eroine dell’Unione Sovietica. Donne determinate e toste se sono state capaci di tenere testa ai propri colleghi uomini e di spuntarla. Per loro, le missioni, anche le più pericolose, sono niente in confronto.
Il giorno stabilito per la seconda e per la terza  offensiva ( il 22 giugno, anniversario di Barbarossa), al centro del saliente il fronte si muove. Cominciano per primi gli esploratori. Eliminano le sentinelle, individuano la posizione delle batterie nemiche e ne trasmettono le coordinate ai propri artiglieri. I cannoni sovietici aprono il fuoco e le  riducono al silenzio. Poi tacciono. I tedeschi stentano  a raccapezzarsi: da sempre gli attacchi delle fanteria o dei carri sono preceduti da un fuoco  di artiglieria più o meno prolungato. E, invece, questa volta, silenzio assoluto. Che cosa bolle in pentola? Poi la luce di potenti riflettori inonda il campo di battaglia e acceca i tedeschi. I sovietici, marciando di notte  alla luce dei bengala  si sono fatti sotto. Carri armati dotati di vomeri “arano” i campi minati e spianano la strada alla fanteria.
I tedeschi sono colti completamente di sorpresa e vengono travolti. Attraverso un varco aperto a nord del saliente , le colonne corazzate sovietiche, tenute fino a quel momento alle spalle della prima linea, si lanciano in avanti, ignorando le sacche di resistenza e non dando al nemico il tempo di riorganizzarsi. Blitzkrieg  allo stato puro. A parti invertite, questa volta.
In Normandia, le cose non vanno benissimo. La testa di ponte è stata consolidata,  ma i carri non avanzano spediti. Le alte  e folte siepi attorno ai campi ( il cosiddetto bocage) ne ostacolano la marcia e offrono ai difensori un aiuto insperato. Anche all’interno del saliente di Minsk, dove colline si alternano ad ampie zone paludose, il terreno non è dei migliori. Ma, a differenza degli angloamericani, i sovietici non sono impreparati. I loro genieri hanno allestito strade di legno rialzate. All’occorrenza, le gettano attraverso le paludi, in modo da permettere ai T-34 di procedere senza intoppi. E il 24 giugno, i carri del maresciallo Rokossovskij, comandante del primo fronte bielorusso, sbucano improvvisi da molte di queste strade artificiali e si lanciano sui reparti della Wehrmacht, minacciandoli di accerchiamento.
Von Busch richiama  altre truppe da sud per cercare di tamponare la falla, ma inutilmente.  I tedeschi si ritirano in disordine, bersagliati dagli attacchi dell’aviazione sovietica e incalzati dai carri. L’Armata Rossa ignora Minsk, se la lascia alle spalle e tira dritto, impedendo al fronte tedesco di riorganizzarsi. In pochissimo tempo, il varco aperto dai sovietici nello schieramento nemico diventa una voragine: quattrocento chilometri di  larghezza e centosessanta di lunghezza. Da Berlino,  Hitler strepita e si agita, ordina contrattacchi impossibili, impone ai suoi di non arretrare di un passo da posizioni, nei fatti, già ampiamente perdute e da tempo in mano nemica, destituisce von Busch e invia il feldmaresciallo Model a cercare di mettere in sesto la baracca. Tutto inutile. Quasi cinquecentomila  soldati  tedeschi vengono catturati e il 3 agosto anche Minsk cade.
Il 17 agosto, un plotone di fanteria attraversa il fiume Sesupe ai confini con la Prussia orientale e il soldato semplice Aleksandr Afanesevic Tretjak pianta la bandiera rossa da combattimento accanto al segnale di frontiera numero 56: i sovietici sono in Germania. Alla fine del mese, nonostante i contrattacchi tedeschi, Cernjakovskij entra   in Lituania, Eremenko  in Lettonia. Trenta divisioni tedesche appartenenti al gruppo d’Armate Nord vengono circondate.
Il 17 luglio, a  Mosca, cinquantasettemila prigionieri tedeschi con in testa diciannove generali vengono fatti sfilare per le vie cittadine. A parte i più giovani, aggressivi a parole e nei fatti, gli uomini assiepati lungo le vie si mantengono silenziosi. Nelle donne, soprattutto nelle più anziane, il sentimento dominante sembra essere la compassione. Qualcuna ha le lacrime agli occhi. Una vecchia viene sentita mormorare: “ Proprio come i nostri poveri ragazzi, toze pognali na vojnu, anche loro mandati in guerra.”
La quarta offensiva scatta il 13 luglio. Il  maresciallo Ivàn Konev muove le proprie armate sul fronte meridionale polacco, in direzione di Leopoli( verso la  quale si sta dirigendo anche Rokossovskij) e di Lublino. Il tempo è improvvisamente cambiato: piove a dirotto e si avanza a fatica. Konev lascia perdere per il momento Leopoli  e punta su Lublino. La città cade il 23 e Brest-Litovsk, storica città vicinissima al confine polacco la segue a ruota, il 26. Ora è il turno di Leopoli. In quella parte del fronte,  i sovietici hanno aperto uno stretto corridoio. Attraverso quel corridoio, il generale Rybalko fa passare la propria armata ( la Terza della Guardia) in fila indiana e sotto un violento fuoco nemico. Uscita dal corridoio, la Terza armata ripristina  lo schieramento e punta su Lodz, alle spalle dei tedeschi. Konev approfitta del momento favorevole e fa avanzare i suoi. Prese fra due fuochi, in  brevissimo tempo tre armate tedesche vengono accerchiate nei pressi di Brody e, il 27 luglio,  Leopoli capitola.
Al di qua della Vistola non c’è più un solo tedesco in armi; al di là del fiume cominciano a formarsi piccole teste di ponte sovietiche. All’interno di una di esse, il leggendario generale Vasilj Ciujkov, l’eroe di Stalingrado, sottoposto a un violento fuoco nemico, si adopera per  consolidare e allargare le posizioni, ma senza successo. Il nemico ha contrattaccato, le truppe sovietiche, stanche e provate, devono poter rifiatare. Konev  e Rokossovskij allora si fermano.
Varsavia è a un passo.
Stalin  è raggiante, Zukov è soddisfatto – e sorpreso-  per la facilità  con la quale il saliente è stato sgonfiato, gli angloamericani sono usciti finalmente dal bocage normanno ( 25 luglio) e Hitler è sfuggito per puro caso a un attentato. La Germania, insomma, sottoposta a violentissimi bombardamenti aerei, dissanguata dalle offensive dell’Armata Rossa, presa fra due fuochi è a un passo dal tracollo. L’8 agosto Stalin convoca lo stato maggiore al Cremlino e divide la colazione con i propri generali.
Intanto a Varsavia si spara. Perché i polacchi hanno impugnato le armi? Per vendicarsi degli oppressori o per anticipare l’ingresso dell’Armata Rossa in città, mettendo i sovietici di fronte al fatto compiuto? Di certo c’è questo: da una parte gli insorti guidati dal generale polacco Tadeus  “Bor”-Komorowski , armati alla bell’e meglio, senza mitragliatrici e cannoni, combattono  per più di due mesi e, dall’altra, l’Armata Rossa, nonostante i ripetuti interventi di Churchill e di Roosevelt presso Stalin, resta fino all’ultimo a guardare.
Non restano a guardare i tedeschi, guidati dal tristemente noto generale Erich von dem Bach-Zalewski, comandante nel 1941  degli Einsatzgruppen (gli squadroni della morte di sinistra memoria )e artefice di spaventose repressioni antipartigiane. A Varsavia gli atti di orrore e di crudeltà si moltiplicano. Gli ospedali vengono  dati alle fiamme con all’interno pazienti e medici; le fognature vengono irrorate di gas per evitarne l’uso come vie di fuga; donne e bambini non vengono risparmiati. Quando, il 2 ottobre, dopo sessantatré giorni di lotta, Bor-Komorowski si arrende, la città, per ordine di Hitler, viene rasa al suolo e la popolazione superstite ( i caduti saranno più di 250.000) deportata.
Il fatto suscita orrore e indignazione. Per le dimensioni del massacro e per l’inattività dell’Armata Rossa, acquartierata a un passo dalla Vistola.  Roosevelt e Churchill sembrano fuori dalla grazia di dio. Stalin è chiamato direttamente in causa e accusato di essere venuto meno al  “ senso dell’onore, di umanità, della normale decente buona fede”: si è rifiutato di aiutare gli insorti e ha negato il permesso agli aerei anglo-americani destinati a rifornire dal cielo la città di atterrare sul suolo sovietico. Qualche tempo dopo, tornando su quegli avvenimenti, il maresciallo Rokossovskij  dichiarerà ad Alexander Werth, corrispondente di guerra britannico: “ L’insurrezione fu del tutto intempestiva: non poteva riuscire senza un coordinamento con l’Armata Rossa. Noi eravamo stati fermati dai tedeschi  e, perciò, non eravamo pronti a entrare a Varsavia per aiutare gli insorti”[1]. La Storia ufficiale sovietica  annota come,  a causa della presenza di grandi forze tedesche, il sobborgo di Varsavia denominato “Praga”, attaccato il 1° agosto, non poté essere preso; Guderian parla di attacchi sovietici portati il 2 e l’8 agosto e respinti con successo. Zukov, da canto suo, informa Stalin circa la temporanea impossibilità di attraversare in forze la Vistola.  A chi credere? Indubbiamente le truppe sovietiche erano stanche e provate, ma avrebbero potuto sfruttare meglio i vantaggi di cui godevano. Non vollero farlo. O, almeno, il sospetto è questo.
In quei giorni, infatti, Varsavia non è una questione militare, è una questione politica. Stalin non riconosce l’autorità del governo polacco in esilio a Londra. Per lui, quel governo puzza troppo di nazionalismo. Lo ha  sconfessato ai tempi della scoperta delle fosse di  Katyn e, col passar del tempo, lo ha  tenuto sempre più a distanza. Quando l’Armata Rossa mette  piede in Polonia, viene nominato un governo filosovietico( il cosiddetto “ Governo di Lublino”, in carica il 22 luglio) subito riconosciuto da Stalin. La ribellione di Varsavia è una risposta disperata alla mossa sovietica? Una sconfessione indiretta del governo di Lublino? Il desiderio di acquisire credito politico internazionale in caso di vittoria? Il tentativo di impedire la russificazione della Polonia? E, di contro, l’inattività di Stalin è cinicamente calcolata? L’Armata Rossa non interviene per lasciare ai tedeschi il compito di eliminare, in sua vece, il nazionalismo polacco? Entrambe le ipotesi sono vere. Quella delle responsabilità  di Stalin un po’ di più. Quando i polacchi gli chiedono aiuto, pretende in cambio il riconoscimento del governo di Lublino, la  restituzione  dei territori conquistati nel ’39 e perduti nel 1941 e l’attribuzione ai tedeschi del massacro di Katyn. I polacchi non possono accettare e non accettano.
Il fatto è questo: secondo Stalin, dove arriva l’Armata Rossa, arriva anche il socialismo sovietico. Al comunista jugoslavo Milojan Gilas confida: “Questa guerra non è come le altre: chiunque occupi in territorio vi impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema fin dove può arrivare il suo esercito. Non può essere altrimenti”. Via i tedeschi e dentro i sovietici in ampie zone d’Europa, ma soprattutto in Polonia, ecco il suo scopo.
E, mentre a Mosca fa colazione con i propri  generali è a questo che pensa.
Ci pensano anche Roosevelt e Churchill. Nella conferenza di Teheran, insieme a Stalin, hanno accennato al principio delle “ zone di influenza”. Non le hanno individuate  praticamente, questo a me, questo a te: hanno solo affermato un principio. Come si comporterà l’Unione Sovietica? Che pretese avanzerà? Come si comporterà nei confronti della Germania? e della  Polonia? Il presidente americano crede alla buona fede di Stalin, il premier britannico un po’ meno. Il primo è  fin troppo idealista, il secondo fin troppo realista. Roosevelt  vola alto  e vede Stalin collaborare con gli alleati  per creare un mondo più giusto e più umano; Churchill  vola basso e vede solo un mondo regolato dal dare e dall’avere. Il paradosso è questo: Churchill – di cui Stalin diffida- è disposto a mercanteggiare; Roosevelt – di cui Stalin si fida- no.
A un certo punto Churchill,  all’insaputa di Roosevelt, vola a Mosca e  si incontra con Stalin. Durante l’incontro, il premier britannico prende un foglietto e viene subito al sodo. L’assetto dell’Europa futura? Eccolo:  il 90 per cento della Romania a voi sovietici , il 10  a noi; il 75 per cento della Bulgaria  a voi, il 25 a noi; in Jugoslavia e in Ungheria, metà e metà. In Grecia il cento per cento a noi perché “ La Gran Bretagna deve restare la maggior potenza del Mediterraneo”. Stando alla  leggenda, Stalin prende il foglietto, lo guarda, lo sigla e annuisce con il capo. É  il 9 ottobre del 1944.  In realtà le cose andarono diversamente. Le trattative durarono a lungo, ma alla fine il risultato fu il medesimo. Stalin, sornione, siglò il foglietto, certo della sua completa inutilità( dove sono arrivato con le armi, resto) e Churchill perse la faccia davanti a Roosevelt.

Ultimo atto.

L’ultimo colpo di falce viene portato a sud. Lì, come abbiamo visto, i tedeschi si aspettavano l’attacco principale e lì erano state concentrate truppe e mezzi. Attaccati al centro e in Polonia, avevano dovuto richiamare sempre più rinforzi dal settore sud, indebolendolo irrimediabilmente, come si aspettava e come aveva previsto Zukov. Benché investiti il 20 agosto da divisioni in gran parte formate da nuovi coscritti senza esperienza di combattimento, i tedeschi e i romeni  non reggono  e, in capo a una decina di giorni,  l’intero fronte sud crolla come un castello di carte. I prigionieri non si contano e , fra questi, molti appartengono alla ricostruita- e decisamente sfortunata-  Sesta armata, quella distrutta una prima volta a Stalingrado.
Mentre ancora si combatte, la filo-tedesca Romania cambia la croce uncinata per la falce e il martello; i pozzi di Ploesti vengono conquistati e Hitler ridotto a secco; la Bulgaria strappata ai tedeschi  e l’Ungheria invasa.
Il principe Bagratiòn  è arrivato alle porte della Prussia orientale.  Berlino non è lontana.

Epilogo

A prima vista, il campo appare deserto. File di baracche dipinte di verde si succedono a file di baracche dello stesso colore. Gli esploratori dell’Armata Rossa con i fucili automatici imbracciati avanzano guardinghi, proteggendosi a vicenda. Non un movimento, non un rumore esce da quelle costruzioni. Arrivati davanti alle prime due, l’una di fronte all’altra,  le pattuglie  prendono posizione. I soldati si scambiano un segnale, due di loro colpiscono con i calci dei fucili le porte e restano  per qualche istante  al riparo. Le porte- chiuse, ma non sbarrate- si aprono e dall’interno esce un odore nauseabondo. Guardinghi, il fucile spianato,  gli esploratori si sporgono per guardare. E non credono  ai propri occhi. Decine di sguardi li fissano inespressivi, decine di corpi ridotti a scheletri umani sono stesi su tavolacci di legno, in mezzo agli escrementi. Qualcuno di quei fantasmi stringe una gamella di metallo come se fosse l’oggetto più prezioso del mondo. Sono uomini russi. Russi come loro. Prigionieri di guerra. Gli esploratori abbassano i fucili. Hanno sentito parlare della ferocia con la quale i nazisti trattano i prigionieri, ma quello che vedono supera ogni immaginazione. Sembra l’anticamera dell’inferno. Molti di loro scoppiano a piangere.
Li comanda il generale  Vasilj Ciujkov, l’eroe di Stalingrado. Ne ha passate di cotte e di crude, è vaccinato contro gli orrori della guerra. Non contro quelli. Quando vede le baracche, i forni crematori e le camere a gas( ai tedeschi è mancato il tempo di far saltare con l’esplosivo gli uni e le altre), gli ultimi prigionieri ridotti a larve umane, le montagne di giocattoli, di vestiti, i sacchi di capelli, prova un moto di orrore. E di indignazione, quando gli viene mostrata una lettera con la quale, da Berlino, qualche solerte funzionario chiede l’invio urgente di abiti caldi per bambini. Ciujkov ordina ai propri soldati di sfilare attraverso il campo: tutti devono vedere, tutti devono sapere.
Quel campo è un luogo adibito dai nazisti allo sterminio di ebrei e di altri sotto-uomini. Uno dei più terribili. É  il campo di Majdanek.
Le fotografie scattate dagli uomini di Ciujkov fanno il giro del mondo, suscitando sdegno e orrore, mentre a Berlino Hitler inveisce contro la “ vigliacca gentaglia dei Servizi di Sicurezza”, incapace di fare sparire completamente le tracce di quanto accaduto.

 La cartina è tratta da Russia in guerra di Richard Overy. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Operazione Bagratiòn: giugno-agosto 1944.

Bagratiòn all’attacco: la successione degli avvenimenti.

 

6 giugno 1944: all’alba, truppe angloamericane sbarcano in Normandia, aprendo a Occidente il secondo fronte tanto atteso da Stalin.

10 giugno: le divisioni corazzate del generale Alexandr  Govorov entrano in Finlandia. E’ scattata l’operazione Bagratiòn, articolata in cinque offensive coordinate  di cui quella di Govorov è la prima.

15  giugno: i finlandesi capitolano . I sovietici si fermano e non oltrepassano i confini del 1940.

22 giugno: la seconda e la terza offensiva vengono lanciate contro il centro del saliente. I sovietici( 1°, 2° e 3° fronte bielorusso, generali Cernjakovskji e Zakarov, maresciallo Rokossovskij) sfruttano appieno il fattore sorpresa, attaccano senza il solito appoggio dell’artiglieria , superano efficacemente gli ostacoli naturali ( paludi, alture), aprono una voragine nello schieramento tedesco e continuano ad  avanzare, ignorando le sacche di resistenza e iniziando una vasta manovra di accerchiamento del Gruppo d’Armate Centro  agli ordini  del  feldmaresciallo Ernst  von Busch.

13 luglio: il primo fronte ucraino ( maresciallo Ivàn Konev) inizia la quarta offensiva muovendosi in direzione di Lublino e di Leopoli, nella Polonia sudorientale.

18 luglio: i soldati del generale Vasilij Ciujkov entrano nel campo di sterminio di Majdanek, in Polonia.

23 luglio: Lublino cade. Viene insediato un governo polacco filosovietico.

25 luglio: sul fronte normanno, gli alleati hanno ragione delle resistenza tedesca, escono dalla testa di ponte( operazione Cobra) e cominciano a incalzare i tedeschi ormai in ritirata.

26 luglio: i sovietici conquistano la città storica di Brest-Litovsk, dove  nel 1918, Lenin aveva firmato un’umiliante pace con i tedeschi.

27 luglio: anche Leopoli cade. Teste di ponte sovietiche vengono stabilite al di là della Vistola, il grande fiume che divide in due la città di Varsavia.

30 luglio: in vista di Varsavia, i sovietici subiscono un contrattacco tedesco e, per effetto del contrattacco o per ordine di Stalin, sono costretti a fermarsi.

1° agosto: promossa dall’esercito nazionale polacco ( Armja Kraiowa), a Varsavia scoppia un’insurrezione contro i tedeschi. L’Armata Rossa non interviene.

3 agosto: in Bielorussia cade la città di Minsk, lasciata indietro, in un primo momento, dai sovietici in avanzata al centro del saliente.

8 agosto. Stalin convoca al Cremlino lo stato maggiore e divide la colazione con i propri generali.

17 agosto: un soldato sovietico, Aleksandr A. Tretjak, attraversa il confine con la Prussia orientale  e pianta una bandiera rossa sul suolo tedesco.

20 agosto: nel settore meridionale del saliente, ormai indebolito, scatta la quinta offensiva sovietica. Il quarto fronte ucraino ( generale Petrov) muove in avanti incontrando scarsa resistenza.

23 agosto: il governo filotedesco romeno si dimette e la Romania , abbandonata la Germania, si allea con l’Unione Sovietica.

29 agosto: sul fronte sud, i tedeschi sono in rotta disordinata.

2 settembre: i pozzi petroliferi di Ploesti cadono in mano sovietica. Hitler è privato della sua ultima fonte di greggio.

2 ottobre: la rivolta di Varsavia è stroncata nel sangue. Muoiono più di 250.000 abitanti, la città viene rasa al suolo e i superstiti deportati.

Da leggere:
Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
George Bruce, L’insurrezione di Varsavia, Mursia, 2008
Norman Davies, La rivolta, Rizzoli, 2004
Martin Gilbert: La grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Zaloga, Steven, Operazione Bagration, Milano 2009
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966

Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.


[1] Rokossovskij aveva subito perdite elevatissime; sapeva dell’invio a Varsavia di due divisioni scelte tedesche, la Viking e la Totenkopf, oltre alla Hermann Goering e alla 19.ma corazzata; era consapevole dei rischi di combattere una battaglia casa per casa; avvertiva la precarietà delle linee di rifornimento, ormai ai limiti di rottura a causa della travolgente avanzata  dei mesi precedenti. La scelta migliore, per lui, era quella di fermarsi per riorganizzare le forze. Di analogo parere era Zukov, ma non Stalin. Sulle prime, almeno. Convocò i due marescialli a Mosca e ascoltò, fumando nervosamente la pipa, le loro ragioni. A un certo punto, li spedì in anticamera “ per riflettere meglio”. Quando li richiamò, comunicò loro: “ Abbiamo considerato ogni cosa e abbiamo deciso che le nostre forze si attestino sulla difensiva”.  Evidentemente, in quell’ “ ogni cosa”  entravano anche considerazioni di carattere politico. Terribili per Varsavia.


Uno contro uno

28/05/2011

Uno dei protagonisti della battaglia di Kursk: il generale sovietico Pavel Rotmistrov, qui ritratto accanto a un carro armato T-34. Cortesia di Waralbum.ru

Prologo.

Su ciò che resta di Stalingrado, dopo l’apocalisse, scende un silenzio  innaturale. Chi per mesi ha vissuto sottoterra in mezzo alle esplosioni continue quasi non riesce a sopportarlo. E, dopo la resa della Sesta armata, in silenzio, dalla sponda orientale del Volga, centinaia di persone  si spostano su quella occidentale,  portando cibo, vestiti e calore umano a chi finalmente è uscito dalla caverne ed è riemerso dall’inferno. Qualcuno non ha dimenticato i giocattoli per i bambini, nessuno ha dimenticato i morti, le distruzioni, i feriti  e i patimenti. Quasi tutti piangono. Giovani  soldati dell’Armata Rossa sorvegliano i prigionieri o  li accompagnano verso i campi di raccolta. Anche i tedeschi della Sesta armata hanno conosciuto la fame, il freddo, la malattia, le ferite, la paura delle bombe e della morte, la sofferenza . Una  vecchia donna russa si avvicina  a uno di loro: fa per afferrare un mattone per colpirlo, poi ci ripensa. Replicando il gesto dei soldati di Kutuzov verso i francesi invasori, estrae da una tasca  un pezzo di pane e glielo offre. Senza sapere perché. O, forse, sapendolo benissimo.
Ma se nel cuore di una povera vecchia c’è ancora posto per un gesto di umanità, in molti altri cuori quel posto è negato.

La lezione di Stalingrado.

Stalin non intende mollare, Hitler neppure. Per il primo è una questione di sopravvivenza, per il secondo di supremazia. Ora più di prima. Non a caso, in Germania, il ’42 è l’anno della “ soluzione finale”. In Unione Sovietica, se Stalingrado può essere, forse, “la fine dell’inizio”, di sicuro non è ancora l’inizio della fine.
Il cuneo tedesco è conficcato in profondità in territorio sovietico, la Wehrmacht ha centinaia di divisioni, milioni di soldati, migliaia di carri e di aerei pronti a scattare nell’ennesima offensiva estiva. Il secondo fronte, invocato e preteso da Stalin, non è stato aperto e chissà quando lo sarà. Hitler può ancora colpire  a morte e cambiare la partita.  E potrebbe farlo se i sovietici fossero ancora quelli del ’41.
Ma non lo sono. Pagandola col sangue di milioni di soldati e di civili, hanno imparato la lezione. Già agli inizi del ‘42, il generale Heinz Guderian aveva osservato: “ Ci attaccano frontalmente con la fanteria e ci lanciano i carri sui fianchi. Stanno imparando”. Le industrie non hanno mai smesso di produrre cannoni, aerei e carri armati( anche se a ritmi soddisfacenti solo a partire dall’autunno del ’42) né i civili di costruire, per amore o per forza, linee difensive. Il  principale difetto dell’Armata Rossa- il cattivo funzionamento delle comunicazioni in combattimento- è stato in gran parte eliminato, quando, grazie alla legge “ Affitti e Prestiti”, i sovietici hanno ricevuto centinaia di migliaia di apparecchi radio e milioni di chilometri di fili. Adesso sui loro imprendibili T-34, “ cattivi, veloci, muscolosi”[1](e soprattutto, perfezionati tecnicamente e migliorati), gli equipaggi possono comunicare, ricevere e impartire ordini, spostarsi a ragion veduta e non semplicemente  a caso, raggrupparsi o sparpagliarsi secondo le circostanze.
I robusti e irsuti cavallini della steppa, resistenti al freddo, alla fatica, alle intemperie  continuano a tirare carretti pieni di carburante, viveri, munizioni. Ma accanto a loro rombano i motori di migliaia di autocarri Dodge e Studebaker, con la scritta USA stampigliata sulle fiancate. Per i fucilieri russi quella scritta significa solo una cosa: Ubit Sukina syna Adolfa, “per fare fuori quel figlio di buonadonna di Hitler”. Per i generali sovietici quegli autocarri significano linee di rifornimento più corte, spostamenti più rapidi di uomini e di materiali: in altre parole, nuove possibilità tattiche e strategiche.
Anche l’Armata Rossa è cambiata. A cominciare dai vertici. Una nuova generazione di  ufficiali relativamente giovani, formatisi sui campi di battaglia,  ha sostituito la vecchia casta militare espressa dalla guerra civile e in gran parte falcidiata dalla purghe. Gli Zukov, i Konev, i Rokossosvskij, i Vatutin, i Tolbuchin, i Ciujkov, gli Eremenko, i Malinovskij badano al sodo, spesso se ne  infischiano dei commissari politici e, a volte, non la mandano a dire neppure a Stalin. Alexandr Vasilievskij, capo di Stato Maggiore, sa il fatto suo; il collega Aleksej Antonov, capo dell’Ufficio Operazioni, non è da meno.
Quasi tutti hanno al proprio attivo brillanti vittorie e brutte sconfitte, momenti di esaltazione e momenti di sconforto. Nel 1941 Konev è stato a un passo dall’essere insaccato, con tre armate, alle porte di Mosca; Eremenko è sfuggito all’accerchiamento in Ucraina per un pelo, perdendo sotto le bombe la moglie e il figlio piccolo; è stato ferito gravemente nella battaglia per Mosca, ma si è preso la rivincita a Stalingrado. Ciujkov è stato braccato per mesi sulla riva occidentale del Volga, ha dovuto spostarsi da un rifugio all’altro,  è stato decine di volte a un passo dall’essere buttato nel fiume, ma ha tenuto duro e l’ha spuntata.
Di Zukov è stato detto tutto e il contrario di tutto: genio e macellaio,  stratega inarrivabile e ladro di idee altrui, salvatore della patria e millantatore, rozzo e vanitoso, bestemmiatore e superstizioso, violento e crudele. Sia come sia, un fatto è certo: in quei momenti concitati e confusi, drammatici e decisivi, Zukov  riesce a imporre il punto di vista dell’esercito a Stalin. E non è merito da poco. Viene ripristinato il comando unico[2] e gli ufficiali dei reparti operativi prima conformisti e terrorizzati dal potere politico, imparano, a poco a poco, a  prendere iniziative e ad assumersi responsabilità. Le offensive su larga scala, tanto care a Stalin, vengono sostituite da attacchi mirati e circoscritti, meno dispendiosi e più efficaci; la disciplina  viene rafforzata( a volte- ma solo a volte- anche con l’ausilio dell’NKVD) e l’organizzazione migliorata. Il soldato russo acquista morale e competenza, riceve armi moderne ed equipaggiamento adeguato, si sente più sicuro. I battaglioni di “contenimento” lavorano ancora nelle retrovie per stoppare disertori e ritirate non autorizzate, ma non sono più i tempi di Mosca o  di Stalingrado e, col passar del tempo, c’è  sempre meno bisogno di loro.
Vanno in soffitta idee antiquate e ne vengono adottate di nuove. Agli inizi degli anni  Trenta , il  generale Michail Tuchacevskij, giovane  capo di stato maggiore, precorrendo i tempi, aveva prefigurato un’Armata Rossa basata sulla mobilità, sull’azione coordinata e concentrata di  tutte le armi e sull’impiego  di aerei e di carri armati da usare come martello. L’idea non si era concretizzata per due motivi: la diffidenza delle alte sfere verso un esercito di professionisti e l’arretratezza industriale dell’Urss[3].
Adesso, in quella guerra “totale”, non i fanti, ma i carri, come aveva scritto Tuchacevskij, la fanno da padroni; non le baionette, ma gli aerei sostengono gli attacchi. Dopo i disastri iniziali, i carri vengono concentrati e non più dispersi inutilmente a sostegno delle fanterie. Vengono allestite armate corazzate e motorizzate dotate dei micidiali T-34, ma anche di mezzi più potenti e pesanti ( i possenti KV e, poi, i mastodontici IF, iniziale di Iosif Stalin). Compaiono i primi lanciarazzi dal dolce nome di donna( le Katiusce, come dire:le “ baby” Caterine ), ma dagli effetti devastanti; entrano in azione “i cacciatori di animali”, i micidiali cannoni controcarro SU, terribilmente efficaci contro Panther e Tiger tedeschi( gli “animali”, appunto). L’aeronautica viene riorganizzata dal generale Novikov  secondo gli stessi principi delle forze di terra: gruppi operativi sempre più concentrati, sempre più numerosi e diversificati, dotati di bombardieri, cacciabombardieri e aerei da attacco al suolo, prodotti ora in grande quantità. Le comunicazioni vengono migliorate.
La teoria dell’attacco in due fasi cade da sola, quando, nel 1941, le divisioni corazzate tedesche fracassano le difese sovietiche al primo colpo. L’illusione di fermare o di rallentare gli invasori nelle immediate vicinanze del confine ( prima fase) e poi di contrattaccare entro quindici giorni con le riserve e il grosso delle truppe per ricacciarli( seconda fase)  svanisce in un lampo: dopo quindici giorni dall’inizio di Barbarossa, i tedeschi sono già ben oltre Minsk. La teoria della difesa-attacco in due fasi richiama una concezione più da prima guerra mondiale che da blitzkrieg, un impiego dell’Armata Rossa più come rullo compressore che come esercito moderno. E questo equivoco, nei primi tempi, viene pagato carissimo.
La guerra diventa “ patriottica” e non più – o non solo – “socialista”; gli uomini e le donne dell’Unione Sovietica si sentono chiamare  da Stalin “ fratelli” e “ sorelle”; giovani e meno giovani vanno  a ingrossare le file dell’Armata Rossa o le brigate dei volontari del popolo, pagando, in combattimento, un altissimo tributo di sangue; le donne sagomano lamiere, avvitano bulloni, cuciono uniformi; i vecchi  e gli adolescenti scavano trincee e sbarramenti anticarro. E’ una mobilitazione colossale, voluta o subita, spontanea o imposta, ma decisiva. Più delle condizioni del tempo, più degli immensi e sterminati spazi russi , più delle divisioni siberiane, più degli errori di Hitler. Più di Stalingrado.

La cittadella.

Piove. La terra è fradicia, le strade sono torrenti di neve sporca e di fango. Nelle loro stanze riscaldate, gli ufficiali dello stato maggiore del feldmaresciallo von Manstein sono al lavoro. Chini sulle mappe, stanno lavorando all’operazione Zittadelle ( Cittadella o Rocca), la madre di tutte le battaglie, l’attacco al saliente di Kursk, in grado, secondo loro, di vendicare Stalingrado. Hitler in persona lo ha preteso e loro non possono fallire.
Il saliente di Kursk è una protuberanza- brulicante di soldati, di carri armati, di cannoni-   incuneata nello schieramento  tedesco. Per la verità,non assomiglia a un cuneo o una punta di freccia, ma ha linee tondeggianti e abbastanza ampie. Dà l’idea di un grosso bitorzolo. E’ lungo un centinaio di chilometri e largo il doppio.
A sud del saliente i tedeschi tengono la città di Charkov e , a nord, quella di Oriol. Il saliente sporge come un balcone fra queste due città. Di fronte al “balcone”, sono schierati il Gruppo d’Armate Centro( lato nord), al comando del feldmaresciallo Hans von Kluge e il Gruppo d’Armate Sud ( lato meridionale), agli ordini del feldmaresciallo Erich von Manstein.( Consulta la cartina riportata alla fine dell’articolo).
Dunque, se forze tedesche provenienti da Oriol e da Charkov riuscissero a congiungersi sul retro del saliente, tagliandolo alla base, i sovietici si troverebbero accerchiati . Avrebbero  alle spalle i nuovi arrivati e davanti e sui fianchi i due Gruppi di Armate. Se l’accerchiamento avesse successo e le forze sovietiche all’interno della sacca venissero distrutte, niente e nessuno potrebbe impedire ai tedeschi di puntare di nuovo verso l’Ucraina e la Crimea o verso Mosca. I sovietici, infatti, si troverebbero a corto di carri e di cannoni e non potrebbero- nell’immediato almeno- resistere a lungo. Senza contare, sul medio periodo,  il tempo occorrente per rimpiazzare le perdite. Insomma, se i tedeschi riuscissero nel proprio intento, l’Armata Rossa riceverebbe un colpo durissimo e le sorti della guerra potrebbero cambiare.
Il piano tedesco, però, poggia, a ben vedere, su fondamenta traballanti. L’idea di tagliare il saliente alla base, chiudere la sacca e liquidarla è  la soluzione più semplice, ma è  anche quella più prevedibile. E se è prevedibile, i sovietici, una volta venuti a conoscenza dell’operazione, possono, per tempo, correre ai ripari.

La contromossa.

A Mosca la tensione è palpabile. Gli ufficiali fumano una sigaretta dietro l’altra e l’andirivieni nei locali dello stato maggiore è frenetico. Davanti a una grande mappa sulla quale sono appuntate bandierine multicolori, Zukov e Vasilievskij cercano di fare il punto della situazione. Di certo il nemico attaccherà. Ma dove? Quando?
Lontano da Mosca, a Berlino, Von Manstein propone di farlo alla svelta: in aprile o in maggio. Hitler è di diverso parere: teme la rasputitza( il fango provocato dal disgelo primaverile), vuole più carri armati. E così sposta l’attacco a metà giugno.
La partita, però, non si gioca soltanto a Mosca o a Berlino. Nella neutrale Svizzera, ad esempio, c’è chi lavora per Stalin. Senza dare troppo nell’occhio, Lucy raccoglie informazioni, capta indiscrezioni, effettua verifiche e riscontri. Lucy è una spia o, meglio, un’organizzazione di spie. E lei la prima a confermare a Mosca l’informazione tanto attesa da Zukov e da Vasilievskij, già messi sull’avviso da massicci spostamenti di truppe e dai servizi segreti britannici: i tedeschi attaccheranno il saliente di Kursk, probabilmente in  maggio.
Stalin è nel proprio ufficio, al Cremlino. E’ visibilmente dimagrito e sul suo volto grigiastro le cicatrici del vaiolo sembrano ancora più evidenti. Chi non  lo vede da molto tempo stenta quasi a riconoscerlo. Lo sguardo è sempre il medesimo, però. Un misto di decisione e di crudeltà, di determinazione e di ferocia, appena velato da una sorta di stanchezza dovuta all’altissima tensione di quei giorni.
Alla presenza di Stalin ha luogo una riunione militare ai massimi livelli. Il primo a prendere la parola è Vasilievskij. Il nemico, dice, attaccherà il saliente di Kursk e, probabilmente, cercherà di prendere Mosca da sud. Abbiamo verificato le informazioni e individuato forti concentramenti di truppe intorno al saliente . Stalin ascolta in silenzio, chiede di nuovo conferma e, avutala, propone di  fare la prima mossa, lanciando un attacco preventivo.
Si può fare, certo, interviene Zukov, ma secondo me non è la soluzione migliore. Il problema non è respingere o  impedire l’attacco, il problema è ferire a morte il nemico. Perché combattere per trattenerlo sulle proprie posizioni? Lasciamogli l’iniziativa, conteniamolo con opportune azioni difensive, attiriamolo in una trappola,  logoriamolo, distruggiamogli carri e artiglieria, riduciamolo a corto di materiale e di uomini. Poi contrattacchiamolo, picchiando duro. Il 12 aprile, la proposta di Zukov passa. Per i sovietici il difficile viene adesso.
Anche gli ufficiali di Manstein si propongono di logorare il nemico e di picchiare duro. Hanno fretta di farlo e scrutano con apprensione il cielo e le strade. Quella maledetta pioggia dovrà pur finire, prima  o poi. Devono aspettare e mordere il freno, però. Hitler ci ha ripensato. Vuole andare sul sicuro, aumentando  il numero dei carri armati a disposizione di Manstein. Così, per aspettare quei benedetti carri, l’inizio delle operazioni slitta ancora:  Zittadelle  scatterà  a luglio.
Tutto tempo regalato ai sovietici.

Gli strumenti dell’apocalisse.

Quasi al centro del saliente si trova Kursk. A nord della città, nella direzione di Oriol, si incontrano un paio di villaggi, Ponyri e Olchovatka, vere e proprie posizioni-chiave per chi attacca e per chi difende. A sud di Kursk, i centri-chiave per chi attacca sono le cittadine di Obojan- per raggiungere la quale occorre superare il fiume Psiol- e  di Prochorovka con la sua stazione ferroviaria, entrambe appoggiate a imponenti linee difensive.
All’interno del saliente, infatti, la popolazione non è stata evacuata. Armati di vanghe, picconi e badili, i civili hanno collaborato, volenti o nolenti,  alla costruzione di  linee difensive fortificate e disegnate in modo da consentire la più ampia mobilità possibile ai fanti e ai T-34 sovietici. Seguendo l’andamento del saliente, sono state costruite piazzole, casematte e postazioni fisse di tiro, scavati fossati anticarro e  trincee, tracciate vie di collegamento, posate mine, allestiti campi di volo, alcuni dei quali finti per trarre in inganno il nemico.
A nord e a sud sono state schierate complessivamente sette armate, al comando, rispettivamente, dei generali Konstantin Rokossovskij e Nicolaj Vatutin;  a distanza dal fronte, protette da linee difensive, altre quattro armate di riserva, di cui una corazzata e una aerea agli ordini del generale Ivàn Konev. Contando anche le forze tedesche, comandate a nord dal feldmaresciallo Walther Model e, a sud, dal generale Hermann Hoth, si fronteggiano più di due milioni di soldati, quasi settemila carri, cinquemila aerei e trentamila cannoni.

L’attesa.

Il tempo  sembra non passare mai. Da una parte e dall’altra. Lo stress si accumula e i soldati diventano sempre più nervosi. Soprattutto i soldati sovietici. All’interno del saliente, per due mesi, le voci si succedono alle voci, gli allerta agli allerta, ma niente si muove. A maggio, convinti dell’imminenza dell’attacco, i sovietici lanciano a scopo preventivo  le loro squadriglie aeree contro gli aeroporti della Luftwaffe, ma i tedeschi non si muovono. A metà  giugno l’ennesimo allerta e l’ennesimo nulla di fatto.
Per i soldati quell’attesa è una tortura e la tensione aumenta. Hanno i nervi a fior di pelle e il grilletto facile. Sparano ai rumori e, per il momento, ad andarci di mezzo sono gli animali selvatici, lepri e volpi. Sempre più spesso,  pattuglie di esploratori sovietici escono a caccia di prigionieri. Uno di essi rivela: le truppe tedesche sono schierate in ordine di combattimento. È il 2 luglio.
Due giorni dopo il fronte sembra morto o addormentato: non un colpo, non un messaggio radiotrasmesso, niente. Non fidatevi, dice un  prigioniero, attaccheranno domani. Anche Lucy, dalla neutrale Svizzera, è della stessa opinione. Un altro prigioniero tedesco è ancora più preciso: lo faranno  alle tre del mattino.  Alle due e mezza del 5 luglio, cogliendo il nemico di sorpresa, l’artiglieria sovietica apre il fuoco.
E’ cominciata la battaglia di Kursk.

La spallata.

Il fuoco sovietico di apertura  è violentissimo, ma non prelude a  un attacco in forze. Si tratta di un’azione per saggiare il terreno, niente di più. Quando i comandanti tedeschi se ne rendono conto, ordinano alle proprie truppe di avanzare. Sono passate da poco le quattro del mattino. Da nord, il feldmaresciallo Model muove la Nona armata corazzata contro le posizioni sovietiche del generale  Rokossovskij; da sud, Hoth investe di slancio Vatutin. Rokossovskij, però, dispone di un volume di fuoco micidiale e i granatieri e i carri  di Model hanno vita dura. Soltanto quando, per sostenerli, entra in azione la Luftwaffe , riescono a fare qualche progresso. Ma sono progressi inferiori alle attese e pagati carissimi in termini di uomini e di materiali.
Il fronte sud è più debole e Hoth ne approfitta immediatamente. Supera la prima linea difensiva e avanza nonostante la tenace resistenza opposta da Vatutin. Quando cala la sera, Hoth si è incuneato in profondità nello schieramento sovietico, Model è avanzato appena di sei km. Manstein è sulle spine. I progressi sul fronte sud, tuttavia, gli infondono un cauto ottimismo: se, da quella parte, i sovietici non tengono, è fatta.
Il 6 luglio, Model ci riprova. Su un fronte di una decina di chilometri schiera una forza impressionante: tremila cannoni  e più di mille carri armati. O la va o la spacca. Non va. Rokossovskij prima para il colpo, poi fa affluire le riserve e Model viene bloccato. Il feldmaresciallo tedesco ci riprova  il giorno dopo, in direzione dell’importante posizione di  Ponyri, ma  anche questo tentativo si risolve in un buco nell’acqua.
A Hoth va meglio: i suoi carri si incuneano per trenta chilometri all’interno delle difese sovietiche, in direzione della strada Obojan-Kursk. Vatutin, però, non sta a guardare e reagisce violentemente. Gli Iliuscin Il- 2, veri e propri cannoni anticarro volanti, passano e ripassano sulle formazioni tedesche, aprendo larghi vuoti. Hoth è costretto a rallentare e la sua marcia, prima travolgente,  si fa ora  lenta  e faticosa. Manstein, tuttavia, è sempre ottimista: si avanza lentamente, ma si avanza, almeno a sud. Se Hoth tiene duro, niente è perduto e il ricongiungimento fra le due armate possibile.
Model,  allora, ci riprova di nuovo: nel tentativo di passare oltre le linee difensive, adesso si è diretto verso Olchovatka. Non è una buona idea. Le strade sono strette e i carri procedono a fatica. Soprattutto  diventano facili bersagli per l’artiglieria e per gli Il-2 Sturmovik. Non avanzerà più. Quando, qualche giorno più tardi ( il 12), Rokossovskij passerà al contrattacco, il fronte tedesco crollerà di schianto e gli uomini di Model saranno i primi a tornare, con la coda fra le gambe, sulle posizioni di partenza.

Festa di compleanno.

Il generale Pavel Rotmistrov, carrista, si appresta a festeggiare il proprio compleanno. Quando gli invitati arrivano al posto di comando, sui tavoli non trovano vodka e pasticcini, ma mappe e carte militari. Rotmistrov dovrà festeggiare il compleanno alla testa della propria armata ( la Quinta corazzata) diretta verso il campo di battaglia. C’è da dare una mano a Vatutin e lo stato maggiore ( Vasilievskij è presente in zona di operazioni) ha designato  lui.
Rotmistrov è lontano dal fronte, con le riserve. I carristi caricano i  loro T-34 sui mezzi di trasporto e puntano verso ovest. Viaggiano giorno e notte, concedendosi e concedendo ai propri mezzi solo brevissime pause. C’è da fermare Hoth, ormai al di là del fiume Psiol con una  testa di ponte, per ora piccola, ma col passare del tempo destinata a rafforzarsi. La sera dell’11 luglio, gli uomini e i cinquecento carri di Rotmistrov sono in posizione.
Il giorno seguente nell’aria c’è  sentore di burrasca. Nuvole basse  e nere nascondono il cielo. I lampi si succedono ai lampi e, in lontananza, si sente il rumore sordo del tuono. Un ricognitore tedesco sorvola le posizioni sovietiche. Alle sette del mattino nel cielo rannuvolato compaiono le prime formazioni di bombardieri tedeschi. Scaricano i loro ordigni su Prochorovka, nel tentativo di fiaccare la resistenza di Vatutin e di spianare la strada ai carri di Hoth. I sovietici rispondono con l’artiglieria e facendo alzare in volo gli Sturmovik. E non cedono.
Il tuono ora è molto più vicino e cadono le prime gocce di pioggia. Alle otto  e trenta lungo tutto il fronte dell’armata di Rotmistrov , schierata a est di Prochorovka, corre la parola d’ordine: “ Acciaio! Acciaio!” ( in russo Stal! Stal!). I T-34  si muovono a tutta velocità  in avanti verso le posizioni tedesche. Hoth non aspetta l’urto e, a sua volta, lancia  i propri carri contro i blindati sovietici. In meno di otto chilometri quadrati più di mille carri armati si affrontano uno contro uno.
Non era mai successo. Le forze corazzate erano sempre state impiegate come maglio per sfondare le difese,  per tagliare fuori reparti ,  per rinchiudere armate intere in grandi sacche che la fanteria avrebbe poi ripulito. Non si erano mai affrontati in uno scontro individuale di quelle proporzioni.
Si accende una battaglia moderna nei mezzi, antica nello svolgimento. Come un tempo sotto le mura di Troia, gli eroi omerici si cercavano l’un l’altro, così ora, in quello spazio ristretto i T-34 si muovono scivolando sul fianco dei più potenti ma più lenti Tiger e Panther o cercando di posizionarsi alle loro spalle. Quando falliscono il colpo, li speronano.
Da una parte  e dall’altra le torrette saltano in aria, i cingoli finiscono in pezzi, i cannoni rispondono ai cannoni, le lamiere vengono squarciate, il fuoco e il fumo la fanno da padroni. Equipaggi appiedati, usciti a fatica dai loro mezzi colpiti o in fiamme, continuano a combattere armati di bombe molotov e di granate. Anche il cielo sembra entrato in guerra. Scoppiano improvvisi quanto violenti temporali : il fragore delle armi si mescola al rombo del tuono, le fiammate delle armi si confondono con la luce dei lampi.  La confusione è indescrivibile e ogni piano è saltato. Impossibile imporre un ordine o impostare una manovra: le sorti dello scontro sono, come  nelle battaglie di Omero, nelle mani dei singoli combattenti.
Cala la sera, non piove più. Il generale Rotmistrov osserva il campo di battaglia. Tutto brucia. Bruciano le case, bruciano i villaggi, bruciano le carcasse dei carri sventrati e riversi su un fianco come giganteschi animali preistorici. Persino l’aria sembra bruciare. Più di settecento carri armati, sovietici e tedeschi, sono fuori uso, senza più torretta, senza più cingoli, senza più vita. E senza vita giacciono migliaia di uomini in nero, in  feldgrau o in divisa marrone. In silenzio, piccole pattuglie vanno e vengono trasportando feriti, ustionati, moribondi. Ma il flusso dei rifornimenti sovietici non si interrompe. La battaglia non è finita.
A Rotmistrov sono rimasti sì  e no una cinquantina di carri armati.

L’affondo  di Kutusov.

Mentre, a sud,  i T-34  sovietici e i Tiger e i Panther tedeschi stanno ancora combattendo uno contro uno, nel settore nord del saliente scatta la prima controffensiva sovietica. I tedeschi non se l’aspettano e vengono colti completamente di sorpresa. Incalzate dai russi, le retroguardie di Model non hanno ancora raggiunto le posizioni di partenza quando il fronte nord ( o di Brjansk) muove in avanti, dando inizio alla cosiddetta “Operazione Kutusov”.  Attorno alla città di Oriol, i tedeschi sono  attestati su posizioni difensive solidissime. Le parti si sono invertite: ora sono i sovietici a dover attaccare e ad assumersi i rischi di un attacco contro un sistema fortificato. Non sono più i tempi del ’41, però: adesso sanno come fare. Concentrano le loro forze d’assalto lungo un tratto limitato del fronte, sfondano e aprono una breccia attraverso la quale fanno passare un’intera armata corazzata. Una volta alle spalle dei tedeschi, l’armata sovietica si apre a ventaglio e comincia a chiudere le sacche.  Guderian aveva visto giusto: hanno imparato.
A sud del saliente, Hoth compie un ultimo tentativo di sfondamento: raggruppa i carri superstiti e li concentra su un tratto considerato debole del fronte avversario. E’ il 13 luglio. Vatutin non si fa cogliere di sorpresa, muove bene i suoi ed erige un muro contro il quale si infrange l’impeto dei corazzati tedeschi. Von Manstein cede all’evidenza  e ordina a Hoth di ritornare sui propri passi.

Dopo l’apocalisse.

Il generale Rotmistrov è in compagnia di un ospite d’eccezione, il maresciallo Zukov. I due alti ufficiali avanzano lentamente sul campo di battaglia di Kursk, fra i morti ancora insepolti, fra le carcasse dei carri armati e dei cannoni. L’aria brucia ancora; qua e là le fiamme non sono state ancora domate, il fumo non si è del tutto diradato. Zukov vuole forse rendersi conto di persona dei danni subiti dal nemico, ma è profondamente turbato da ciò che vede. Lì, sul quel campo insanguinato e devastato, Zukov vede per la prima volta da vicino il vero volto della guerra “totale” proclamata dai nazisti. Un conto è muovere armate sulla carta e un altro vedere gli effetti di quelle decisioni: uomini senza più braccia o gambe, senza faccia, maciullati dai cingoli dei carri armati, ridotti in brandelli dalla granate, carbonizzati all’interno dei loro mezzi corazzati. Sono loro a vincere o a perdere le battaglie, non gli ufficiali dello stato maggiore, pensa Zukov. Per questi ultimi, le perdite sono semplici statistiche: tanti uomini uccisi, tanti feriti. Numeri, non persone in carne e ossa,  con affetti, sogni, speranze. Zukov, il duro per antonomasia, vorrebbe quasi distogliere la sguardo da quella carneficina, di sicuro non ha voglia di parlare.
E’ tempo di riflessioni, ma è anche tempo di contare i vivi e i morti. I tedeschi sono stati respinti con gravi perdite. La divisione SS Testa di morto è stata ritirata dal fronte, perché decimata; numerose altre unità sono ridotte alla metà degli effettivi.
Anche i sovietici hanno pagato un tributo altissimo, sia in uomini, sia , soprattutto, in materiali. Rotmistrov, ad esempio, ha perso quasi il novanta per cento dei propri carri; in meno di dieci giorni, settantamila uomini sono stati messi fuori combattimento. Sprecare  soldati sembra essere una peculiarità russa. Lo aveva fatto Pietro il Grande a Poltava, lo aveva fatto il generale Brusilov durante la prima guerra mondiale. Perché non avrebbe dovuto  farlo Stalin?
Le cose non stanno esattamente così. Nessuno ebbe allora l’intenzione di sprecare vite umane in battaglia. L’alto numero di perdite fu dovuto non alla cinica  volontà dei comandanti o dei politici, ma  alle circostanze. Disorganizzata, confusa, sfilacciata, l’Armata Rossa fu travolta dai panzer tedeschi all’inizio di Barbarossa. In quell’occasione, il prezzo pagato da un esercito ancora arretrato fu sconvolgente. Milioni di soldati caddero o furono fatti prigionieri. La responsabilità di chi li comandava non fu diretta, ma indiretta, non dipese dalle decisioni del momento, ma dagli errori del passato. Non avendo altro da opporre allo strapotere tedesco, l’Unione Sovietica oppose i propri soldati. Ma quando l’Armata Rossa fu riorganizzata le perdite diminuirono sensibilmente. Tornarono ad aumentare soltanto in occasione della battaglia per Berlino, quando la fretta di arrivare al Reichstag fece saltare ogni cautela. A Stalingrado, quando la riorganizzazione era ancora agli inizi, i sovietici ebbero quasi mezzo milione di caduti; a Kursk, dove le armate corazzate avevano preso il posto del “ rullo compressore” di zarista memoria, otto volte di meno.

Il 3 agosto, Zukov in persona dà il via, sul fronte sud, all’ “Operazione Rumiantzev”, muovendo le riserve verso la città di Charkov. E’ la seconda fase del suo piano: l’attacco dopo la difesa. A nord l’operazione Kutusov- iniziata il 12 luglio- dopo un avvio travolgente, procede con  difficoltà. Benché avanzino a fatica e siano tenacemente contrastate, le truppe sovietiche guadagnano però  terreno verso Oriol, stringendo sempre di più la morsa attorno alla città. Sul fronte sud, a est di Charkov, reparti corazzati  attraversano  il Donetz, mentre, contemporaneamente, altre truppe a nordovest della città iniziano la manovra avvolgente.
Su entrambi i fronti i tedeschi sono colti alla sprovvista. Forse hanno sottovalutato  le capacità strategiche e tattiche di Zukov e compagnia, forse ritengono i sovietici paghi di aver salvato le proprie posizioni all’interno del saliente, forse peccano di eccessiva fiducia in se stessi,  fatto sta che non si aspettano un contrattacco sovietico di quelle proporzioni e non sono preparati ad affrontarlo.
Il 5 agosto i sovietici liberano a nord Oriol e a sud Belgorod. A Mosca, 120 cannoni sparano dodici salve ciascuno per festeggiare l’avvenimento. Uno Stalin euforico proclama“ gloria eterna agli eroi caduti nella lotta per la libertà del Paese”.
Ormai i tedeschi hanno ceduto. A due settimane dalla caduta di Oriol, i sovietici entrano nella città di Brjansk , a nord, e in quella di Charkov, a sud. Il fronte tedesco è arretrato, ma è pur sempre minaccioso e agguerrito. Ci vorrà molto altro tempo per averne ragione. La guerra non è finita, questo è certo, ma i tedeschi hanno finito di avanzare. Kursk , più di Stalingrado, è , per loro, la fine dell’inizio e, nello stesso tempo,  l’inizio della fine.

Epilogo.

Un uomo, un uomo potente è in viaggio verso il fronte. Non si sa perché abbia preso questa decisione. Forse è geloso della popolarità dei propri generali, forse ha paura di essere accusato di vigliaccheria. Proclama alla radio e sulla Pravda  gloria eterna ai caduti per la libertà, ma niente sembra essergli più indifferente di quei caduti. Solo una volta si lascerà  andare: il popolo russo sta pagando un costo altissimo per questa guerra, confiderà a Zukov. Non c’è famiglia che non pianga un caduto. Lo dirà  con partecipazione, quasi  commosso. Poi tornerà  quello di sempre.
Iosif Stalin, il comandante supremo,  non arriverà mai a Kursk né vedrà ciò che Zukov ha visto. Dopo una breve visita al fronte di Kalinin senza incontrare né un ufficiale né un soldato e dopo la sosta in una casa di contadini, ripartirà alla volta di Mosca. Il suo unico viaggio al fronte durerà, in tutto, due giorni.

Da leggere.
Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
Mark Healy, Scontro tra titani, Milano, 2009
Geoffrey Jukes, La battaglia di Kursk, Albertelli, 1971
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000

Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

La battaglia di Kursk. Da Richard Overy, Russia in guerra. CLICCA SULLA CARTINA PER INGRANDIRLA.


[1] Vasilji Grosmann , Vita e destino, Adelphi, 2007
[2] Nelle forze armate sovietiche era in uso il cosiddetto “doppio comando”: quello dell’ufficiale e quello del commissario politico. Quest’ultimo aveva il potere- se non proprio  il dovere- di intervenire  anche nelle questioni  di carattere militare. Il “doppio comando”, farraginoso e spesso fonte di contrasti,  fu abolito nella primavera del ’42 e tutto il potere in materia di decisioni tattiche e strategiche passò agli ufficiali. I commissari rimasero, ma con compiti “ pedagogici”, non già militari. Furono rimessi in auge i gradi e recuperata, addirittura, parte della  terminologia dei tempi dello zar. Per esempio, le unità più combattive assunsero il nome “ della Guardia”. Dopo l’adozione del provvedimento sul “doppio comando”, numerosi  commissari politici, soprattutto chi aveva esperienza di combattimento, passarono nelle file degli ufficiali.
[3] Hitler aveva le idee più chiare in proposito.  Disse : in quattro anni mi propongo di rendere operativo l’esercito e di sostenerlo con una produzione industriale adeguata. E ce la fece.


Andata e ritorno

20/05/2011

Il Caucaso. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Il Caucaso è una regione in gran parte montagnosa. É un crogiuolo di popoli e di lingue, di culture e  di usanze, di città dallo splendido passato e di villaggi sperduti in un eterno presente. A dispetto della geografia, non è Europa, è Asia. Le montagne si alternano alle pianure, la steppa ai deserti. É la terra di Samarcanda e di Tashkent, di  Buchara e di Baku, la terra dei tappeti e del petrolio, del cavallo e del cammello, del pastore e del mercante.  Qui vivono  i cosacchi e i calmucchi, i ceceni e gli ingusci, gli osseti e i georgiani, gli armeni e i circassi, i kazaki e gli abkazi, gli àvari  e gli azeri, i ciabardini  e i caraciani. Tutti popoli bellicosi, quasi tutti musulmani. E, da un quarto di secolo- più per forza che per amore-  anche socialisti. Socialisti ricchi, a dire il vero. Il Caucaso ha terre fertili, pozzi di petrolio, miniere, bestiame.  In  tempo di guerra può far gola.
Hitler vuole il Caucaso a tutti i costi e lo vuole  per tre motivi: uno, evitare di restare a secco; due, chiudere i rubinetti del petrolio agli Untermenschen sovietici e, tre, interrompere la “strada persiana”, vale a dire la via asiatica dei rifornimenti alleati verso l’Unione Sovietica. Ma coltiva anche un sogno ambizioso: tirare dalla propria parte la Turchia, mettere un piede in  Asia e andare incontro a Rommel in arrivo dal Medio Oriente.
Ecco il suo piano. Primo: occupare la Crimea, per proteggersi le spalle e perché i rossi non vadano  a bombardare i pozzi di Ploesti in Romania; secondo: ripulire la zona fra il Donetz e il Don; terzo: prendere Stalingrado, interrompere la via fluviale del Volga e tagliare la Russia in due; quarto: scendere verso il Caucaso dalla parte del mar Caspio e conquistare i pozzi di Groznij e di Baku. Il  maresciallo sovietico Ciujkov, l’eroe di Stalingrado, a guerra finita  scriverà: tanto di cappello, un piano coi fiocchi. Ma quando, nell’estate del ’42, parte l’attacco tedesco verso sud, Ciujkov e Zukov,  Stalin e lo Stavka non sono in vena di discussioni accademiche e sudano freddo: se questi attraversano il Volga e conquistano il Caucaso, la Russia è perduta.
Hitler gongola. Al fronte sembrano tornati i trionfali  giorni del giugno ’41: i suoi avanzano e i russi si ritirano. In luglio  cade Rostòv, la porta del Caucaso e  Sebastopoli, in Crimea, viene conquistata nonostante l’eroica resistenza dei difensori. Dappertutto i russi sono in fuga. L’Armata Rossa è davvero“Rotta”[1], come si va dicendo da un pezzo a Berlino? O quel fuggi fuggi è tutto un bluff? I russi se la danno a gambe perché non ne hanno più o perché lo fanno apposta? Attuano, sull’esempio di Kutusov, un astuto inganno o sono alla frutta? Sia come sia, scappano e  bisogna approfittarne.
A Berlino, visto l’andazzo, l’euforia monta e le idee cambiano. Prima Stalingrado e poi il Caucaso? E perché non tutti e due in una volta? Il  comandante del fronte Sud, il feldmaresciallo Fedor von Bock – un caratteraccio-  si impunta: attenzione, dividere le forze e cambiare il piano è un errore. Peggio: è un regalo fatto al nemico. Hitler esce dai gangheri: eccoli di nuovo, i generali ignoranti di economia e di politica, sempre pronti a “manovrare”, cioè a ritirarsi.  Ma che cosa possono sapere? Via l’ “ignorante” von Bock, dunque e avanti verso Stalingrado e il Caucaso. Contemporaneamente.
Da questo momento, il piano di Hitler non è più un piano coi fiocchi, anche se, per il momento, a parte il dimissionato von Bock, nessuno sembra accorgersene.

Le unità corazzate  di Paulus ( Sesta armata) forzano a sud il Don e occupano la località di Kotel’nikovo: la strada verso il Volga e Stalingrado è aperta. E lo è anche quella per il Caucaso.  Le disposizioni sono precise: attenzione, questa  è terra di cosacchi:  non abbandonatevi a eccessi, non  molestate le donne, pagate quello che prendete. Rinsavimento improvviso? Guerra leale e non più “ totale”? Calcolo politico?
Calcolo politico e neppure tanto sottile. Il Berlino-pensiero è questo: i cosacchi  sotto sotto sono anticomunisti, vanno tenuti buoni, possono tornarci utili. Come possono tornarci utili le popolazioni musulmane del Caucaso. Andiamoci piano, dunque, sia con gli uni, sia con le altre. La posta in palio è alta e non possiamo sbagliare. Rosenberg, il “filosofo” del nazismo che – si dice-  nessuno legge, cambia addirittura le  carte in tavola: Untermenschen i cosacchi? E chi l’ha mai detto. Un paio di ataman  filo-zaristi, veri  e propri reperti da museo,  vengono spediti fra i cosacchi a fare proselitismo.
Ma il lupo- si sa -perde il pelo, non il vizio. I soldati e i funzionari tedeschi ci vanno piano, è vero, almeno con i non-ebrei, ma disprezzano tutta quella “marmaglia”. Per loro quelli non sono esseri umani. E così negli alloggi loro assegnati si spogliano davanti alle donne come se le donne non esistessero, qualche volta usano la frusta, sempre vanno e vengono con fare da padroni. Anche quando regalano le caramelle ai bambini.
Al centro, il gruppo corazzato  del generale Ewald von Kleist  sembra inarrestabile. In un batter d’occhio si impadronisce dell’intero Kuban- una ricca regione agricola, anticamera del Caucaso – ne occupa la capitale, Krasnodar, poi piega verso il Mar Nero e i contrafforti delle montagne. Nel Kuban il blitzkrieg resuscita: blindati a fare da martello e fanterie a chiudere le sacche. Come ai bei tempi. I russi- intenzionalmente o perché costretti e dimentichi dell’intimazione di Stalin,  “ Non  un passo indietro” –  si levano di torno e i carri tedeschi  alzano  solo polvere. Ma a forza di alzare polvere arrivano a Majcop, importante centro petrolifero i cui pozzi, però, sono in fiamme.  I russi, prima di andarsene verso le montagne, li hanno incendiati.
Nel frattempo  altre colonne tedesche avanzano in direzione di Groznij e di Baku: se le raggiungono, tanti saluti. Per impedirglielo, migliaia di civili russi di ogni età , uomini e donne, ragazzi e ragazze,  vengono mobilitati per scavare trincee e fossati anticarro intorno alle due città e ai punti chiave. Le strade vengono disseminate di ostacoli. E non solo a Groznij e a Baku si lavora di pala. A ovest, infatti,  i tedeschi puntano dritti su Novorossijsk, importante base navale sul Mar Nero e, a sud, su Tuapse  con l’evidente intenzione di mettere nei guai i russi, interrompendo le loro linee di rifornimento. E, come se non bastasse, sul Volga Stalingrado è precipitata all’inferno.
C’è proprio da stare allegri.

A Mosca si cerca di correre ai ripari. Il 31 ottobre, la Pravda esce con l’intera prima pagina scritta in lingua uzbeka e relativa traduzione a fronte. Uzbeki aprite gli occhi, è il senso. I tedeschi arrivano per portarvi via tutto, per violentare le vostre donne, per incendiare le vostre case, per rubarvi le terre e le mandrie. Prendete le armi e impediteglielo. Avete dimenticato i vostri indomiti antenati? i vostri illustri poeti? il vostro eroico passato? Il primo novembre tocca ai “ popoli montanari del Caucaso”, ai  “ cosacchi del placido Don”, ai calmucchi, agli abitanti del Terek( dove si trova Groznij)  e del Kuban: sollevatevi, non date tregua ai tedeschi, tuona la Pravda. Nei giorni seguenti la musica non cambia: i tedeschi sono invasori della peggior specie, vogliono separare il Caucaso dall’Urss, distruggere quanto di buono(?!) è stato fatto in questi anni, ridurvi in schiavitù eccetera, eccetera. A Mosca l’inquietudine circa la “tenuta” delle popolazioni caucasiche è palpabile e il serrato fuoco di fila della Pravda è un tentativo di esorcizzarla.
I tedeschi, invece, a parole,  la vedono e la  vendono in un altro modo. Credeteci, dicono, aboliremo le fattorie collettive, riapriremo le moschee, vi restituiremo la libertà. Nonostante le promesse restino per lo più promesse, qualcuno abbocca. Qua e là, gli ufficiali tedeschi ricevono in dono splendidi cavalli, ricambiano con edizioni preziose del Corano e, soprattutto, con armi e munizioni. Un signorotto locale invia in regalo un superbo stallone  personalmente a Hitler.
Von Kleist, di propria iniziativa, adotta soluzioni nuove, quasi rivoluzionarie. Nel Kuban sottoposto alla sua giurisdizione, istituisce un distretto “ cosacco” relativamente autonomo, dà spazio a una polizia locale, avvia- a parole, come al solito- una embrionale riforma agraria. A Berlino storcono il naso, a Mosca sono inquieti e preoccupati. Se il modello Kleist  si afferma, addio Caucaso.  Per questo la Pravda  continua a darci dentro con i richiami al patriottismo. ( E, a guerra ancora in corso, ci darà dentro anche Stalin ordinando la deportazione di  popoli interi , innocenti e ” colpevoli”..).
Ma la Pravda e chi la ispira  possono stare tranquilli: il modello non si afferma. Mancano il tempo e le condizioni: troppo breve la permanenza tedesca da quelle parti, troppo forte la diffidenza della gente.  Quello di Kleist resta, dunque, un tentativo isolato e difficile da spiegare. Comportandosi in quel modo, il generale vuole solo carne da cannone a buon mercato o vuole davvero cambiare la politica nei confronti della popolazione locale fino a quel momento trattata peggio delle bestie? Un fatto è certo: alla fine della guerra, i sovietici gli rinfacceranno quell’iniziativa. In tribunale, quasi fosse un crimine di guerra. Basil Liddle Hart, ufficiale e storico inglese,  considererà quell’accusa una carognata e propenderà per l’onestà e per la buona fede di Kleist. Questione di punti di vista.

Nel frattempo l’altra guerra, quella sul campo, va avanti fra mille difficoltà. A Stalingrado la situazione è confusa, nel Caucaso  è fin troppo chiara: i  tedeschi sono a un centinaio di chilometri da Groznij, premono al centro, in direzione dei valichi di Kluchor, Maruch e Sanciaro; hanno preso la metà di  Novorossijsk, puntano su Tuapse, controllano l’intera penisola di Taman, ponte naturale verso la Crimea. Vittorie decisive o vittorie di Pirro? Col senno di poi, vittorie di Pirro. Arrivati a  Novorossijsk, ad esempio, i tedeschi devono fare i conti con i cannoni sovietici piazzati sulla sponda occidentale e non possono utilizzare il porto. Sulla strada di Tuapse, vera e propria chiave di volta dell’intera  faccenda, incontrano ostacoli e  diavolerie di  ogni genere, approntati ed escogitate da un intraprendente ufficiale del Genio, il  generale Babin e avanzano a passo di lumaca.
E i russi? All’inizio se la passano male, molto male. I rifornimenti viaggiano a dorso di mulo o di asino, la Luftwaffe non dà tregua e il nemico sembra avere più uomini, più carri armati, più aerei. Poi,  a poco a poco, le cose cambiano. Piccole fabbriche “ locali” producono munizioni, mortai, armi leggere. Ma non sono loro a fare la differenza. La differenza la fanno i cannoni  e i “34”, i viveri e gli uomini, i mortai e le munizioni in arrivo da Baku, via Mar Caspio o da Tuapse, via Mar Nero. I  “fronti” ( cioè i gruppi d’armate) vengono riorganizzati;  il blasonato, ma incapace Budionnij viene richiamato a Mosca e le sue divisioni vengono assegnate parte all’astro nascente   Malinovskij, chiamato  a comandare il fronte sud e parte all’eroe di Odessa, Petrov, messo alla testa del fronte del Mar Nero. Il terzo fronte, quello transcaucasico, è  agli ordini del generale Tjulenev.
La partita si gioca  alla pari, adesso. O quasi. A est i tedeschi in marcia verso Groznij, dopo aver superato a fatica numerosi ostacoli naturali e artificiali, vengono fermati da Tjulenev  a Mozdok, a un centinaio di chilometri dalla meta. La sorpresa è grande, il disappunto pure. Ma non erano già cotti i russi? non dovevano essere a corto di riserve? E, allora,  tutte queste truppe fresche, da dove vengono? Hitler aveva intimato: voglio Baku il 25 agosto, al più tardi. E proprio il  25 agosto la Pravda esce con un articolo a tutta pagina: a  Mozdok si sta combattendo un’altra battaglia di  Stalingrado. Il 25 agosto Baku, pur così vicina è, per Hitler e per i soldati inchiodati a Mozdok, più lontana della luna.
Al centro, i Gebirgsjaeger – gli alpini- di Kleist cercano di aprirsi la strada attraverso i monti. Alcuni di loro raggiungono la cima dell’Elbrus( 5663 metri) e vi piantano la bandiera con la svastica. Ma più in basso, a tremila metri o giù di lì,  lungo strade infami, il grosso delle forze tedesche incontra una feroce resistenza e venti assassini. Kleist capisce l’antifona: oltrepassare i valichi è  impossibile. Per il momento, almeno.
Ma la chiave continua a essere Tuapse. Se cade, la partita può cambiare. Con il Mar Nero controllato dai tedeschi, i russi sarebbero in guai seri: niente più rifornimenti e, probabilmente  un nemico in più.  La Turchia, infatti, è alla finestra, pronta scendere in campo a fianco dei  tedeschi vincitori. Ventisei divisioni turche sono schierate ai confini con l’Urss. Ma Tuapse è come sigillata. Montagne e foreste, sulla terraferma,  la circondano da ogni parte e da ogni parte, lungo le strade e sulle alture spuntano gli ostacoli di Babin: fortini, sbarramenti minati, mucchi di tronchi, fossati anticarro. E, in mezzo a quei boschi, dentro a quei fortini, su quelle alture, i fucilieri e i marinai sovietici si battono con tenacia e accanimento.
Il feldmaresciallo List, comandante in capo nel Caucaso, non cerca di indorare la pillola. Al generale Jodl arrivato in aereo  a dare un’occhiata, dice chiaro e tondo: va male. Il tempo è pessimo, ricevo pochi rifornimenti, la resistenza è accanita e, per soprammercato, sempre più frequentemente mi viene tolta una divisione per puntellare Stalingrado. Farò qualche altro tentativo, ma dubito di riuscire.
Quando Jodl lo riferisce a un nervosissimo Hitler, succede il finimondo. Il povero List viene subissato, in absentia,  di improperi. Sta solo eseguendo i vostri ordini, mein Fuehrer, replica Jodl. Apriti cielo! I miei ordini? Io non ho impartito quegli ordini.  D’ora in avanti parlerò soltanto in presenza di testimoni. Ed esigo la verbalizzazione degli interventi.
Se von Bock fosse presente, sotto sotto, se la riderebbe. Hai voluto dividere le forze? Non hai voluto darmi retta? Adesso arrangiati.
Cerca di arrangiarsi anche List, presagendo il peggio. Il tempo incalza, la brutta stagione è alla porte, urge sbloccare la situazione. Come? Entrando dalla porta di servizio. In altre parole, cercando un’altra strada per raggiungere Groznij e per accerchiare da sud la “ piccola  Stalingrado” di Mozdok. I suoi mettono piede in regioni da nomi esotici, la Kabarda ( di cui prendono la capitale, Nalcik il 2 novembre) e l’Ossezia del Nord,  muovendo, contemporaneamente,  da sud-ovest questa volta, in direzione di Groznij. Pensano di sparigliare le carte e di cogliere di sorpresa i russi.
Gli va male. I russi, finora rigorosamente sulla difensiva, escono dal guscio. Riorganizzano le forze e appoggiandosi alle  tre linee fortificate di Vladikavkaz, la capitale dell’Ossezia,  infliggono una solenne batosta ai tedeschi, ricacciandoli fino a Nalcik. Anche la porta di servizio è sbarrata. Che fare? Un’unica cosa: mettersi sulla difensiva sia a Mozdok, sia a Nalcik e aspettare la primavera per rifarsi sotto.
Stalingrado permettendo.
Ma a Stalingrado va male. Stretto il cerchio attorno alla città, stoppato il tentativo di Manstein di infrangerlo, in gennaio i sovietici  passano all’offensiva. Malinovskij si lascia alle spalle la località di Kotel’nikovo e fila verso Rostov; Petrov, da sud, si muove verso Krasnodar, capitale del Kuban, per stringere la tenaglia. L’idea è quella di prendere due piccioni con una fava: chiudere l’ampio corridoio intorno a Rostov,  attraverso il quale  i tedeschi potrebbero svignarsela e isolare la penisola di Taman, bloccando  la via della  Crimea.
La manovra fallisce. La linea ferroviaria principale attraverso la quale transitano( o dovrebbero transitare) i rifornimenti per Malinovskij è ancora dentro il Kessel di Stalingrado e il nodo ferroviario più vicino  si trova a oltre trecento chilometri di distanza. Non sta meglio Petrov, la cui linea principale di rifornimento è compromessa dalle improvvise  e insistenti tempeste sul Mar Nero.   I soldati russi sono stanchi, i tedeschi hanno fatto affluire truppe corazzate in direzione di Rostov,  piove che dio la manda. Per arrivare a Krasnodar, Petrov ci mette più di un mese.
Per abbandonare il Caucaso, i tedeschi impiegano meno tempo. I russi diranno: fu una ritirata caotica; i tedeschi ribatteranno: ce ne siamo andati in ordine e” secondo i piani”. Quali fossero quei “ piani” non è dato sapere. Sicuramente ingenti forze tedesche, dopo l’inizio della controffensiva sovietica di gennaio, si ritirano dal Caucaso attraverso la “ breccia di Rostov”e la penisola di Taman. Circa ventimila sedicenti cosacchi abbandonano  il “ distretto”del Kuban e seguono von Kleist. I russi cercano, altrettanto sicuramente, di chiudere tutti i varchi, ma, alla fine, nonostante la loro Storia affermi il contrario, restano con un pugno di mosche.
Dal canto suo Hitler, ossessionato dall’idea di perdere la Crimea, commette un altro grave errore: ordina di tenere a tutti i costi la penisola di Taman, per impedire ai russi di passare lo stretto di Kerc e di portare i pozzi di Ploesti a tiro dei loro bombardieri. E, così, nella penisola di Taman restano più di 400.000 uomini. Inutilizzati e del tutto inutili. Se von Manstein li avesse avuti a disposizione durante le offensive della primavera successiva in Ucraina occidentale, i russi se la sarebbero vista brutta. O almeno questo è quanto affermano alcuni storici tedeschi  e anche  molti generali, tutti fedeli alla consegna: noi non c’entriamo, l’unico colpevole è Hitler. Ma anche molti storici sovietici lo riconoscono.
E il soldato tedesco? Come la prese il soldato tedesco? Con molta amarezza e con un pizzico di ironia. Il Caucaso? Hin und zurueck, commentò amaramente: andata e ritorno.
Come dire: toccata e fuga.

Di chi la colpa? Hitler in persona ci mette del suo. Prima cambia il piano, poi perde la bussola. Divide le forze fra Stalingrado e  il Caucaso, poi  non sa a quale dei due  dare la priorità con il risultato di perdere l’una e l’altro. Prima è Stalingrado ad essere secondaria rispetto al Caucaso, poi è il contrario. Ma quando Stalingrado si trasforma per lui in una sorta di ossessione, non esita a togliere uomini e mezzi a List, indebolendolo inutilmente. Nel Caucaso, poi, i tedeschi vogliono fare troppe cose in una volta sola: prendere Groznij da est, attaccare al centro e superare i valichi, conquistare Novorossijsk e Tuapse.
Dirà il generale Tjulenev, l’eroe di Mozdok: se avessero concentrato le forze su Groznij, invece di disperderle in lungo e in largo, probabilmente i tedeschi ce l’avrebbero fatta. La loro superiorità era evidente e manifesta.
Non seppero sfruttarla.

Da leggere:

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966

<Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

La cartina del Caucaso è tratta da: ceceniasos.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=67619

[1].Gioco di parole fra rot ( rosso) e rotten ( marcire).

Gli avvenimenti in breve.

23 luglio: la conquista della città di Rostòv spalanca ai tedeschi la strada verso il Caucaso. Con la direttiva n. 45, Hitler ordina ai suoi di impadronirsi della costa del Mar Nero fino a Batum e dei pozzi petroliferi di Majkop, Groznij e Baku sul Mar Caspio.
27 luglio:  Stalin proibisce ai propri soldati di ritirarsi: “ Non un passo indietro!”, tuona.
1° agosto: i tedeschi tagliano la linea ferroviaria fra Novorossijsk e Stalingrado e si spingono fino al fiume Kuban. .
3 agosto: truppe corazzate tedesche penetrano nel Caucaso e raggiungono la città di Stavropol. Due giorni dopo, forzato il fiume Kuban, puntano verso l’importante località di Armavir. Sembrano inarrestabili.
9 agosto: le avanguardie corazzate di von Kleist raggiungono  i centri petroliferi di Majkop e  di Krasnodar. In entrambe le località, i pozzi sono in fiamme. Prima di andarsene, i sovietici li hanno incendiati.
13 agosto: la città di Elista, situata a trecento chilometri da Stalingrado e a meno di duecentocinquanta dal Mar Caspio cade in mano tedesca.
17 agosto: i tedeschi raggiungono le alte valli del Caucaso. L’obiettivo è Groznij.
19 agosto: soldati tedeschi appartenenti a reparti di montagna piantano la bandiera con la svastica sulla vetta dell’Elbrus, la cima più elevata d’Europa. Hitler non la prende bene: siamo lì per sconfiggere i russi e non per conquistare montagne, commenta.
25 agosto: i tedeschi si muovono verso Groznij e Baku, ma vengono fermati dai sovietici a Mozdok.
7 settembre: non si registrano progressi di rilievo nelle operazioni verso le località petrolifere del Mar Caspio .
22 settembre: i  tedeschi irrompono nel centro di Stalingrado. I sovietici rifiutano di arrendersi . Hitler destituisce il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Franz Halder: paga per la mancata caduta di Stalingrado, ma soprattutto per la mancata conquista di Groznij, nel Caucaso.
23 settembre: i tedeschi lanciano l’Operazione Attica, puntando alle località caucasiche di Soci e di  Batum passando per il porto di Tuapse. I sovietici reagiscono e i tedeschi non riescono a conquistare Tuapse.
6 novembre: nel Caucaso fallisce un nuovo  tentativo tedesco di aprirsi la strada verso Groznij. I sovietici contrattaccano e respingono il nemico  a Ordzonikidse. Il feldmaresciallo Wilhlem List, comandante in capo delle truppe tedesche nel Caucaso, viene destituito da Hitler
8 novembre: contingenti angloamericani sbarcano nel Nordafrica francese: è cominciata l’operazione “Torch.
19 novembre: scatta l’operazione Uranus:  a Stalingrado, i sovietici iniziano l’accerchiamento della Sesta armata di Paulus.
11 dicembre: nel Caucaso i tedeschi si ritirano dalla linea Mozdok- Elista,  rinunciando a raggiungere il Mar Caspio.
27 dicembre: Hitler accoglie il suggerimento del generale  Kurt Zeitzler, nuovo capo di Stato Maggiore dell’Esercito, e ordina alle proprie truppe di abbandonare il Caucaso.

Le direttrici dell’offensiva tedesca del 1942: Stalingrado e il Caucaso. Da Richard Overy, La Russia in guerra,


La città di Pietro

23/04/2011

Mostra i tuoi colori, città di Pietro
E sii incrollabile, come la Russia..

Alexander Puskin
(Citato da I novecento giorni, di Harrison E. Salisbury)

Prologo.

Agli inizi del Settecento, Pietro il Grande, zar di tutte le Russie,  fondò  San  Pietroburgo sulle rive della Neva( in russo Nivà), in una zona, in origine,  inospitale  e paludosa. Mai capitale costò più  cara. Per edificarla, infatti,  furono necessarie  ricchezze  enormi e l’impiego di  più di centomila operai. Ma Pietro era fatto così: quando  voleva una cosa ,  non badava a spese per  ottenerla . Qualche anno dopo, ad esempio,  per avere ragione del re di Svezia  Carlo XII,   non esitò a sacrificare in battaglia , a Poltava,   la vita di dieci dei suoi per quella di un solo svedese. Guadagnandoci nel cambio,  si vantò .
Quella di San  Pietroburgo era terra  di confine da tempi immemorabili e, da tempi immemorabili, su quella terra era corso molto sangue. Fin da quando, secoli prima, il principe di Nòvgorod,  Alexander Jaroslàvic  aveva sconfitto duramente a poca distanza dalla Neva  gli  invasori svedesi, gettando le basi della futura Russia e guadagnandosi, in eterno,  l’appellativo di Alexander Nevskij.
Molto tempo dopo, da quelle parti,  su quel sangue e pagata con altro sangue,   era sorta  San  Pietroburgo. Nelle intenzioni di Pietro il Grande, suo fondatore,  essa avrebbe dovuto essere   un bastione rivolto verso l’Europa, la dimostrazione tangibile della potenza russa,  una sfida e, nello stesso tempo,  un ammonimento.
Caterina II-  la Grande Caterina –  la ampliò e la riempì di colori,  facendo di quella città  il centro della vita culturale  della Russia.  Nella città di Pietro fiorivano le arti e le scienze,  si parlava francese, circolavano  le idee. Si tentavano persino  cambiamenti politici e sociali. Ci provarono, nella prima metà dell’Ottocento,  alcuni  giovani e brillanti ufficiali-  i cosiddetti decabristi–   ma invano; ci riuscì, quasi un secolo dopo e a prezzo di altro sangue,  Vladìmir Uliànovic Lenin. Con lui  San  Pietroburgo e l’intera Russia divennero sovietiche.

Diciassette  anni dopo la Rivoluzione, il primo dicembre del 1934, a Leningrado,  Leonid Nikolaiev uccideva con un colpo di pistola il brillante segretario del partito, Sergeij Kirov. Kirov era, a suo modo,  un tipo scomodo. Correva voce che godesse, nel Paese e ai vertici dell’apparato,  di maggior seguito di Stalin. Il suo assassinio- mai chiarito, per altro-  fu il pretesto per una gigantesca caccia all’uomo. Il partito di Leningrado fu smantellato, i suoi vertici deportati o fucilati; in tutta l’Unione Sovietica cominciò il periodo delle “purghe”. L’Armata Rossa pagò un prezzo terribile : tre marescialli su cinque  scomparvero nel nulla; tutti o quasi i comandanti d’armata furono destituiti o fucilati; numerosi ufficiali subalterni furono privati del grado, deportati  o giustiziati. Il futuro eroe dell’Unione Sovietica, il  maresciallo Konstantin Rokossovskij, trascorse un lungo periodo in un campo di “ rieducazione”, prima di essere riconosciuto innocente.
Pietro il Grande era tornato.


Qualcosa si muove.

Andrej Zdanov, il potente segretario del Partito Comunista di Leningrado e, stando ai si dice, successore designato di Stalin,   non si stancava di ripetere il solito ritornello: “ La Germania non può affrontare la guerra su due fronti”. E, allora- ribatteva qualcuno-  perché tutti quei movimenti di truppe tedesche  a ovest dell’Unione Sovietica ? Perché quei voli  continui sulle posizioni russe del Baltico? “ Guerra psicologica o questioni di sicurezza, nient’altro”,  era  l’immancabile  risposta. I militari  del Distretto di Leningrado pensavano: se un esponente così in vista del Partito qual è Zdanov non è preoccupato, dovremmo esserlo noi? Ma faticavano a farsene una ragione. Forse la Germania non avrebbe combattuto su due fronti, ma, di sicuro, teneva d’occhio l’Unione Sovietica.
Anche troppo.
Era primavera inoltrata , pioveva spesso, faceva ancora freddo.  Ma presto, molto presto sarebbe arrivata l’estate con le sue notti bianche e allora gli abitanti di “Piter”, come ancora era chiamata confidenzialmente Leningrado, avrebbero tirato tardi, godendosi il fresco lungo la Neva o nei giardini della città . Presto, molto presto, gli innamorati, nel caldo sole di giugno,  avrebbero passeggiato  mano nella mano facendo progetti sul proprio futuro. Ma quale futuro?
Per ora il futuro non preoccupava lo scrittore Alexander Luknitzkij ,  a passeggio per la vie di Leningrado   accompagnato dal suo cane Mishka. Tutto era tranquillo, era una bella giornata. Il cagnolino  scorrazzava in lungo e in largo come suo solito . Era felice e si fidava del padrone. E il padrone salutava questa o quella signora, questo o quel conoscente, sempre tenendo  d’occhio il suo amico a quattro zampe, badando che non  si allontanasse troppo.
Era sabato, sabato 21 giugno. Un sabato qualunque , a  Leningrado.
Un sabato qualunque?
Non per l’ammiraglio Arsenij  Golovko, capo dei servizi di  terra della Marina. Nei giorni precedenti aveva segnalato  a Mosca numerosi voli  di ricognizione  da parte di aerei tedeschi. Mosca  aveva risposto tenendosi sul vago, come sempre. E ammonendo, come sempre,  di non cadere in provocazioni di sorta.  Quel sabato , nel cielo sopra Leningrado non era comparso  un solo aeroplano . I  tedeschi si erano  stancati o  stavano  preparando qualcosa? Golovko era preoccupato.  Ad ogni modo, pensò,  inutile farsi il sangue cattivo: meglio andare  a teatro e godersi lo spettacolo. E così  fece.
Anche il vice- ammiraglio Vladìmir  Tributz, comandante della flotta del Baltico  alla fonda nel porto di Tallin, in Estonia, era inquieto. Troppi voli tedeschi, troppi movimenti  di truppe: qualcosa era nell’aria. Ma che cosa? Meglio stare sul sicuro: mise la flotta in allarme 2 e chiese a  Mosca l’autorizzazione a posare mine a scopo precauzionale. L’ammiraglio N. G. Kutnètzov, Commissario alla Marina,  gli rispose  di stare sul chi vive, ma  di evitare qualsiasi provocazione. Per quanto riguardava la posa delle  mine, niente da fare.
Ma neppure lui  era tranquillo: forse sarebbe stato  più prudente   impartire alla flotta del Baltico, a quella del Mar Nero, a tutte le navi sovietiche lo stato di massima allerta. Già, ma come riuscirci senza fare imbufalire Stalin, convinto che  tutti quei movimenti, tutte quelle voci  di guerra fossero soltanto propaganda o un’astuta manovra anglo-americana per mettere i tedeschi e i russi gli uni contro gli altri?
L’ammiraglio  ci pensò un po’ su , poi trovò la scappatoia: impartì alle flotte l’ordine di entrare in allarme 1  spacciandolo per  un’esercitazione. Anticipò di poco i tempi: qualche ora dopo, infatti,   l’ordine ufficiale  di massima allerta arrivò  direttamente dal Cremlino. Recava la firma  del nuovo capo di stato maggiore, il generale  Georgij Zukov.
L’ordine di Zukov  non deve trarre in inganno : pochi, in Unione Sovietica,   credevano ancora  veramente  o volevano credere  alla guerra. Qualche giorno prima,  il 13 giugno,  la Tass , l’agenzia di stampa sovietica, aveva ribadito l’infondatezza di tutte le voci relative a un attacco tedesco.  E  i soldati, i cittadini  dovevano forse dubitare degli organismi ufficiali?  Non ci sarebbe stata guerra:  se lo diceva Mosca, se lo scriveva la Tass era vero.
Non era vero.


Barbarossa.

I tedeschi lanciarono la loro offensiva, l’operazione Barbarossa,  all’alba del 22 giugno, domenica,  lungo tre direttrici:   Leningrado, Mosca ,  Kiev. I sovietici  furono colti completamente di sorpresa.
Eppure erano stati avvisati per tempo, conoscevano  persino la data  e l’ora dell’attacco.  E, allora,  se sapevano, perché  non cercarono subito di correre ai ripari? La risposta è semplice: perché Stalin non credeva a un’aggressione tedesca  o non voleva crederci. Secondo lui, tutte quelle voci di guerra  erano  una provocazione, nient’altro. In fin dei conti, i due Paesi erano ancora  uniti  da un patto di amicizia e di non aggressione( il cosiddetto “Patto Ribbentrop- Molotov”), sempre rispettato dai sovietici.  E  tanto  bastava.
All’ultimo minuto, tuttavia, Stalin fu assalito da scrupoli e tormentato da dubbi. Allora si mosse, cercando di  vedere le carte in mano a Hitler , ma il suo tentativo   fu goffo e, soprattutto, inutile. Von Ribbentrop, ministro degli Esteri del  Reich  non si fece vedere né trovare per  l’ intera giornata di sabato 21 giugno, mentre l’ambasciatore sovietico a Berlino, Dekanozov, lo cercava per mare e per terra. Von Weizaecker,  primo segretario del Ministero, contattato verso sera,   non fu affabile   e disponibile come suo solito. “  I nostri aerei vi attaccano? A me risulta il contrario” disse gelido  a un sempre più  disorientato Dekanozov. Né era andata  meglio a Molotov: aveva convocato  al Cremlino l’ambasciatore  tedesco von Schulenburg, ma non era riuscito  a cavare un ragno dal buco.
Perché tutto quel movimento diplomatico? Stalin era pronto ,  pur di evitare la guerra, a fare concessioni politiche e territoriali anche consistenti? Forse sì, forse no. Ad ogni modo era tardi per qualsiasi cosa.  A sera inoltrata, von Ribbentrop comparve : era teso, eccitato e  forse ubriaco. Fece convocare Dekanozov  e gli consegnò la dichiarazione di guerra. Poi, con le lacrime agli occhi, rimarcò davanti all’ambasciatore sovietico  la propria estraneità a quella decisione.
Era la guerra, dunque. Ma, nonostante l’evidenza, si faticava a  crederci. Quando aerei nazisti attaccarono Sebastòpoli, in Crimea,  un ufficiale   sovietico della contraerea  fu diffidato dall’aprire il fuoco: ignorò l’ordine, rischiando  la fucilazione. Altrove, a Libau , sul Baltico,  l’autorizzazione fu concessa   solo quando gli aerei nemici ebbero sganciato le loro bombe.
Il generale d’armata D.G. Pàvlov, comandante del Distretto Speciale d’Occidente, era a teatro a Minsk quando gli venne comunicata la notizia dell’attacco tedesco. “ Non può essere”, commentò” E’ una sciocchezza”. Il Commissario alla Difesa Semjon  Timoschenko,  chiamò da Mosca e ammonì: “ Vietato aprire il fuoco senza autorizzazione contro gli aerei tedeschi ”.  Forse si credeva, forse   si sperava, in una specie di bluff e non si voleva commettere un passo falso , fornendo a Hitler un pretesto per affondare il colpo.
Ma Hitler non bluffava: faceva sul serio. I suoi  andavano di gran carriera , circondavano le divisioni sovietiche , distruggevano  al suolo  gli aerei , prendevano una città dopo l’altra.   Von Leeb avanzava  verso Leningrado da due direzioni- con la XVIII Armata   verso Pskov- Ostrov e , con la XVI Armata, verso Kaunas e la Dvina-  in perfetto orario, sfasciando le difese terrestri  sovietiche, usando come maglio   il formidabile  4° corpo corazzato del generale Hoeppner.
Hitler era stato chiaro: prima Leningrado, poi Mosca. E la manovra di  von Leeb era stata disegnata in funzione di quell’ordine e del tempo stabilito  per avere ragione dell’antica  città di Pietro:  un mese. E bisognava rispettarli, i tempi. Perché secondo i piani ,  una volta presa  Leningrado, le divisioni del Gruppo Nord avrebbero dovuto operare  una conversione verso Mosca per chiudere la tenaglia insieme al Gruppo di  Armate Centro.  Per von Leeb tempo contato e  vietato sbagliare, dunque.


Verso Leningrado.   

A ovest e a sud-est,  Leningrado era sguarnita o quasi. Per i sovietici,  il confine   pericoloso era, da sempre,  quello con la Finlandia, vale a dire quello settentrionale. Lì erano state erette fortificazioni, lì erano state ammassate truppe. In Estonia, in Lituania, in Lettonia, si era fatto poco. In primo luogo perché quegli stati erano entrati a far parte dell’Unione Sovietica da appena un anno; in secondo luogo, perché la maggior parte della popolazione baltica  non  aveva  digerito quell’annessione e non ne faceva mistero e, in terzo luogo, perché erano attivi gruppi armati di  nazionalisti ostili all’URSS. Negli stati baltici,  insomma, la polizia lavorava a pieno ritmo, l’Armata Rossa un po’ meno.
A Tallin era alla fonda la potente  flotta  sovietica del Baltico, ossessione di Hitler; nel retroterra erano state erette  qua e là linee difensive  ancora approssimative e  disseminate truppe. C’erano sempre seicento chilometri o giù di lì, fra la frontiera con la Germania  e Leningrado, una bella distanza senza dubbio, ma un piano generale di difesa mancava.
Stando così le cose, i sovietici, di fronte allo strapotere nazista,  non  potevano fare miracoli. Kaunas fu presa in men che non si dica , nonostante la resistenza accanita delle guardie  di frontiera; numerose  divisioni  prive di ordini o con ordini  senza capo né coda (  tipo: contrattaccare e  riprendere Kaunas), furono sorprese in movimento e spazzate via. Altre si diressero alla cieca verso posizioni troppo distanti o già in mano nemica. Von Manstein , alla testa del suo Corpo corazzato  , passò il Niemen ad Alytus,  raggiunse la Dvina a Dvinsk e si spinse  avanti  , transitando sui ponti rimasti intatti. Era il 26 giugno e i carri nazisti, sul fronte nord,  erano penetrati per quasi centoottanta chilometri in territorio sovietico.  Un disastro, insomma.
Ma un trionfo, per gli aggressori. Hitler sprizzava gioia da tutti i pori; Halder, il suo capo di stato maggiore, non era da meno. E Stalin? Stalin, dopo l’iperattivismo delle prime ore successive all’invasione, non reagiva. Era come se fosse caduto in catalessi . Per più di una settimana, passerà  ore e ore chiuso nella sua stanza al Cremlino o nella sua dacia fuori città  incapace di prendere decisioni, incapace, quasi, di parlare.
Parlò invece Molotov, a mezzogiorno del 22, ora di Mosca. Siamo stati attaccati  a tradimento, disse,  senza una ragione e senza un motivo. Ma siamo nel giusto e vinceremo. Nella città di Pietro, qualcuno si chiese  : “ Perché  parla Molotov e non Stalin?”. Chi li aveva, si precipitò in banca   a ritirare i propri  risparmi; tutti fecero incetta di viveri. Il cibo in scatola, di solito detestato  dai russi, andò a ruba. Ma  andò a ruba anche il caviale.


I nazisti si muovevano con la velocità del fulmine, ma  avevano fatto i conti senza  l’oste . Benché prive di  ordini o con ordini contraddittori, le divisioni sovietiche si battevano con coraggio e tenacia, prima di essere spazzate via. La popolazione collaborava. Intendiamoci : non tutti nella città di Pietro  stravedevano  per Stalin e per il comunismo, ma,  vistosi aggredito, ognuno  si sentiva in dovere di battersi fino in fondo per la difesa della città.  Gli abitanti di Leningrado, dunque,  si mobilitarono o vennero mobilitati.  Chi non poteva imbracciare  un fucile, scavava trincee e sbarramenti anticarro o, come facevano i poeti e gli scrittori, parlava alla radio per tenere alto il morale della popolazione.
La tenace  resistenza sovietica rallentava von Leeb. Il generale  Leliùscenko , ad  esempio, riuscì  a fermare, seppure per poco, nientemeno che von Manstein. Anche  in altri punti del fronte  si tentarono  contrattacchi.  Dal canto suo, il generale (poi maresciallo) Kirill Mèretzkov, un veterano dell’Armata Rossa, combattente  durante la guerra civile spagnola, spedito a Leningrado direttamente dalla Lubjanka -dove era stato detenuto e torturato-  per adottare le misure più idonee per fronteggiare  un’eventuale aggressione ,  fece fortificare la zona di Psokv- Ostrov,  poi  la linea  dell’antico confine con la Finlandia, situata a una trentina di chilometri da Leningrado, quindi, a ovest, quella  sul fiume Luga e, per finire,  aprì un secondo fronte  nei pressi di Volkov, a nord-est dell’antica  San Pietroburgo.
Gli accorgimenti adottati da Meretzkov, funzionarono. A metà, ma funzionarono. Se non fermarono i tedeschi, ne rallentarono comunque  la marcia.
Sulla Luga, von Leeb  impiegò quasi  un mese per avere ragione delle truppe sovietiche e delle  male addestrate ,  raccogliticce, ma valorose milizie popolari – i Volontari del Popolo- e per spingersi avanti. Ma era già agosto, l’8 per la precisione, e la tabella di marcia fissata da Hitler   era saltata. Sul fronte settentrionale,  a prezzo di durissimi combattimenti, i finlandesi furono fermati o preferirono fermarsi. Ma  non bastò. Quando i tedeschi occuparono  la stazione   ferroviaria di  Mga, interrompendo  qualsiasi comunicazione via terra  con il resto della Russia, con Mosca in particolare,  Leningrado fu isolata.
E la flotta del Baltico, la tanto temuta flotta del Baltico? Aveva lasciato Tallin in  mezzo a una confusione indescrivibile. A causa delle mine e degli attacchi aerei  continui aveva subito perdite  consistenti , soprattutto in vite umane, ma era riuscita a raggiungere Kronstadt. E , da lì, i cannoni dell’incrociatore Kirov e delle altre navi da guerra sovietiche , non cessavano di martellare le posizioni  nemiche, nel tentativo di dare  respiro alla città.
Era una brutta situazione. A questo punto, direttamente da Mosca il generale   Zùkov  fu spedito a Leningrado.  Georgij Kostantìnovic  Zukov   capiva poco i sacri testi del marxismo, aveva un  pessimo carattere , ma ci sapeva fare. Figlio di un ciabattino poverissimo, sottufficiale nell’esercito zarista prima, ufficiale in quello sovietico poi,   si era fatto le ossa  in Estremo Oriente,  dove sul  Chalkin-Gol le aveva suonate ai giapponesi. Dopo quel successo,  Stalin lo aveva chiamato al Cremlino  e ne aveva fatto uno degli ufficiali più in vista dell’Armata Rossa. Non aveva peli sulla lingua, Zukov. Neanche con Stalin. In sua presenza, alzava spesso la voce: non gliele mandava a dire, insomma.  E , stranamente,  Stalin non reagiva  e , a volte, almeno nei primi tempi,  sembrava subirne  la personalità.
Correva una leggenda: prima di ogni battaglia, Zukov raccoglieva un pugno di terra e l’annusava: poi decideva se attaccare o meno.  Leggenda a parte, era molto deciso, persino spietato.  Una volta il generale Eisenhower gli chiese come facessero i sovietici ad affrontare i campi minati. Rispose: la fanteria attacca come se il campo minato non esistesse. Il tipo era questo.


Il nemico oltre le porte.

Quando Zukov arrivò a Leningrado, la situazione era disperata. I nazisti , sfondata la linea della Luga e presa Mga,  premevano e stavano per impadronirsi della città. D’ora in avanti, ordinò  Zukov, non ci si ritira più, si attacca. Nello stesso tempo, però, furono allestite   linee difensive, aperte feritoie nei palazzi e nelle abitazioni , costruite casematte; ci si preparò ad affrontare il nemico casa per casa; l’intera Leningrado fu minata. Il porto di Kronstadt fu riempito di bombe di profondità collegate a un  unico detonatore : né il porto né la flotta dovevano cadere in mano nemica. Tutto sarebbe dovuto saltare in aria se i tedeschi avessero sfondato.
Ci andarono vicino, ma non sfondarono. Arrivati sulle rive della Neva, non  riuscirono ad attraversarla: ci provarono, ma invano. Così, andarono a farsi benedire  la possibilità del congiungimento  con i finlandesi in arrivo da nord e il sogno di Hitler di prendere alle spalle Mosca.  Che cosa li trattenne? Forse mancavano di pontoni , forse non si aspettavano  di dover attraversare il fiume sotto un fuoco intensissimo, forse erano stanchi  e provati dalla tenace resistenza sovietica e dai contrattacchi di Zukov, forse sottovalutarono il nemico.
Eppure sarebbe bastato poco. I sovietici, conciati male com’erano, non ce l’avrebbero fatta a fermarli. I tedeschi, invece, raggiunto il fiume,   tentarono soltanto qualche episodica sortita, ma non ci provarono mai in forze. E  a questa inspiegabile  leggerezza, Leningrado dovette, per la seconda volta dopo la Luga, la salvezza. A Lìgovo, ad esempio, nei sobborghi della città, i sovietici erano  attestati attorno  a un edificio,  casa Klinovskij, ed erano quattro gatti. Ma quei  quattro gatti , nonostante il terribile  impeto tedesco, tennero duro e , col passare delle ore , ricevettero rinforzi, artiglieria, lanciarazzi katiuscia,  divennero sempre più numerosi e fu impossibile sloggiarli.
A volte, i soldati di entrambe le parti, stanchi morti, si fermavano per rifiatare.  Durante una di queste pause , un soldato sovietico intonò, come sanno fare soltanto i soldati russi,  una vecchia canzone popolare. Quando il canto finì, accadde una cosa inaspettata:  si udì una voce dall’altra parte della trincea invocare  : “ Ancora, russo! Ancora!”
In settembre, i  tedeschi ci  avevano provato  anche  dal cielo.   Ondate successive di bombardieri ,  scarsamente contrastati , avevano scaricato  tonnellate e tonnellate di bombe su Leningrado, mietendo vittime, minacciando i tesori artistici  dell’Ermitage, stivati in fretta e furia nelle cantine e nei sotterranei del museo, colpendo caserme, ospedali, installazioni militari, abitazioni di civili. E i magazzini Badajev, soprattutto. Con i magazzini,- centrati in pieno- erano andate  a fuoco tonnellate e tonnellate di viveri: l’intera scorta di Leningrado. I sovietici , poco prudenti o accorti, avevano colpevolmente trascurato  di immagazzinare i viveri in luoghi diversi, al fine di  rendere i depositi meno vulnerabili in caso di attacco.

Da Leningrado  si partiva.  Partivano i bambini, soprattutto.  Sempre troppo pochi, però e in modo del tutto improvvisato. Molte delle  località verso le quali venivano sfollati, tanto per fare un esempio, si trovavano  lungo la direttrice di marcia  dei  tedeschi in avanzata.  Mancava, infatti, un piano complessivo di evacuazione: sottovalutazione degli eventi o speranza di poter respingere gli invasori?
A Leningrado  si  arrivava. Arrivarono  la nota poetessa Vera Imber  e il marito, un medico famoso, in procinto di assumere l’incarico di primario all’ospedale cittadino.  Fu una questione di puro patriottismo: stare nelle retrovie, confidò la poetessa a un’amica, ci sarebbe sembrato un atto di viltà.
Non  se ne andavano  solo le persone. Da Leningrado erano partiti, in due riprese,  imballati con cura, alcuni  dei  tesori dell’Ermitage: i Leonardo, i Rubens , i Raffaello, i Rembrandt, gli El Greco;  da Leningrado partivano , a pezzi per essere rimontate altrove, molte fabbriche.   A Leningrado, tutti  combattevano per la città  o lavoravano  per la città  , donne comprese. E tutti si aspettavano il peggio.
Poi,  un  giorno,   i  tedeschi si misero a scavare  trincee. Il formidabile Corpo corazzato del generale Hoeppner era stato tolto a von Leeb  intorno alla metà di  settembre  e spedito sul fronte di Mosca. Dove, in fretta e furia, ai primi di ottobre fu richiamato anche Zukov perché, annusando o meno la terra,  compisse un altro miracolo. Il comando passò allora al generale Ivàn  Fediuniskij ( poi al generale Michail  S.  Chozin).  Senza il  Corpo corazzato  di Hoeppner, i tedeschi,  già dentro Leningrado, avevano perso  spinta e velocità e, per ordine di Hitler, si erano fermati.
Zukov,  lo spasìtel  , il salvatore, aveva vinto la battaglia di settembre.

Quando vide i soldati  tedeschi lavorare di zappa,  la popolazione  di Leningrado trasse un profondo sospiro di sollievo : la città e  i resti  della flotta del Baltico, per il momento, erano salvi.  Sull’antica fortezza di Schlisselburg -l’antica  Orescek,  l’”Osso duro” di Pietro il Grande-    sventolava la bandiera rossa: per quanto tempo ancora avrebbe continuato a  sventolare?
A lungo  Hitler aveva accarezzato il sogno di entrare a Leningrado da vincitore, di passare in rassegna le truppe schierate ,  di festeggiare la vittoria all’Hotel Astoria. La necessità di conquistare Mosca gliene aveva impedito la realizzazione. Per prendere la capitale sovietica  aveva spostato truppe da Leningrado, indebolendo la pressione di von Leeb sulla città di Pietro.  Ma la necessità di conquistare Mosca non gli avrebbe impedito di decretare la morte per fame di Leningrado.  E  non glielo impedì.  Dichiarò: non è nostro compito nutrire tutta la popolazione di Leningrado. Se  prendiamo la città, dovremmo farlo: non possiamo permettercelo. Von Leeb fu avvertito: stringere la città in una morsa mortale e se la città si arrende, rifiutarne la resa. Hitler aveva  deciso: Leningrado sarebbe dovuta sparire dalla faccia della terra e, con essa, l’intera sua popolazione. I finlandesi, interpellati in merito, non ebbero nulla da obiettare.
Per  la città di Pietro    stavano  arrivando i giorni della prova suprema.

Il principe Mìshkin e la principessa Mìshkina.

L’incendio dei magazzini Badajev fu un colpo terribile. Le scorte di viveri erano andate, letteralmente, in fumo.  La città, allora,  fu rivoltata  da cima a fondo , alla ricerca di qualcosa di commestibile. Se ne occupò un instancabile  funzionario, Dimitri Pavlov, autore, fra l’altro, di un  interessante  libro di memorie su quei giorni. Trovò poco.  E così, le razioni furono ridotte e la qualità del cibo peggiorò. Se all’inizio si aveva diritto a 800 grammi di pane al giorno, nel giro di poco tempo si passò a 200. Presto il pane sarebbe stato  un impasto  di  segatura e di cellulosa, duro e amaro . Scarseggiava  la corrente elettrica: come riscaldare le abitazioni durante i mesi più freddi? Niente da dire:  i sovietici non  solo non avevano predisposto misure adatte per fronteggiare un assedio, ma  non ci avevano neppure pensato. E ora stavano per pagarne  le terribili conseguenze.
Qualcosa, è vero, arrivava attraverso il Làdoga,  il grande lago situato a est di Leningrado. Chiatte e imbarcazioni portavano viveri, carburante e munizioni nella città  assediata e dalla città  assediata evacuavano i bambini, i civili e i feriti dell’Armata Rossa .  Ma durò poco. Agli inizi di novembre, i tedeschi  del generale  Schmidt , impadronitisi  della località di  Tichvin,  bloccarono  la strada  attraverso la quale  , dall’entroterra, affluivano i  rifornimenti verso il Làdoga  e si apprestarono a   stringere un secondo cerchio attorno  a Leningrado. La radio tedesca  annunciò trionfante: “ Achtung! Achtung! Tichvin è caduta!
La perdita di Tichvin fu un disastro. La strada alternativa per rifornire Leningrado, lunga più di trecento chilometri in un territorio  impervio  e  difficile , non era stata neppure cominciata. Sotto l’incalzare degli eventi,  fu allestita in fretta  e furia , ma cominciò a funzionare tardi e male. In certi punti era così stretta che gli autocarri non riuscivano a passare.  Il  flusso di rifornimenti si fermò e,    in città, le razioni furono ulteriormente ridotte.
Non si andava per il sottile: chi rubava le tessere annonarie o ne stampava di false; chi si impadroniva delle tessere altrui;  chi  veniva scoperto a fare mercato nero,   finiva   immediatamente davanti al plotone di esecuzione. Chi smarriva  la propria tessera era condannato a morire di fame.
File di persone uscivano  di casa  sotto i bombardamenti  continui per cercare cavoli,  patate o semplicemente erbe commestibili  nei campi, nei giardini, lungo i fossi; le donne si ammucchiavano  davanti ai negozi e  restavano lì, in fila, apparentemente incuranti delle bombe che cadevano a grappoli. A Leningrado si cominciò a morire di fame. Si dimagriva o ci si gonfiava; scorbuto e distrofia muscolare si diffusero; pochi – i più fortunati, i più astuti, i più ricchi- furono risparmiati. La gente cadeva  per la  strada e  sulla strada, spesso,  rimaneva. I giovani erano i primi a morire e anche al fronte , dove si combatteva duramente, si pativa  la fame. In città un anello di brillanti valeva  quanto  una pagnotta di pane nero.
Gli animali erano spariti. Non si vedevano più cani, gatti, piccioni, corvi, passeri. Come erano lontani i tempi in cui un soldato dell’Armata Rossa aveva incontrato in città  una ragazza con una gatta in braccio e  due maschere antigas  a tracolla . “ Perché due maschere?” le aveva chiesto. “ Una per me e una per la mia gatta. Credi che la lascerei morire , in caso di attacco con i gas?” aveva risposto la giovane.  Adesso i gatti venivano mangiati. E anche i cani. In città,  ce n’era uno,  Dinka, addestrato, in puro stile pavloviano, a  correre nel rifugio antiaereo al suono delle sirene di allarme.  Tutti gli volevano bene.   Un giorno non si vide più.
Qualche tempo prima, quando un convoglio di soccorso aveva raggiunto la località di Koivisto, sul fronte nord,  per evacuare i feriti e i soldati  sottoposti a un durissimo attacco finlandese, un’imbarcazione, già staccatasi dal porto,  era tornata indietro per recuperare un  cane- mascotte rimasto a guaiolare sull’imbarcadero. Gli animali dei reggimenti erano trattati bene: i soldati si affezionavano loro e li consideravano una  specie di portafortuna.  Per questo, Alexandr Luknitzkij  pensò di regalare il proprio  amatissimo cane Mishka   a un’unità militare. “ Al fronte , mangiano meglio e il cane sopravviverà”, provò a dire. Intervenne suo figlio : è meglio che il cane ce lo mangiamo noi, disse senza tanti giri di parole.  La spuntò. Solo qualche mese prima,  Mishka, come abbiamo visto, correva felice e fiducioso insieme al proprio padrone, lungo le rive della Neva.
Un altro abitante di  Leningrado uccise e  mangiò il proprio cane e fu preso da terribili rimorsi. Tanto terribili da passarsi una corda al collo e farla finita. Un altro ancora  fu visto, con il cane in braccio, accompagnare un funerale. L’uno  e l’altro erano due scheletri e il cane aveva  un misto di terrore e di rassegnazione negli occhi sbarrati, insolitamente grandi. Il padrone se lo teneva ben stretto al petto , quasi a proteggerlo. Era affetto, era solidarietà o era semplicemente desiderio di  salvare la  propria preziosa riserva di cibo? Ma non erano soltanto gli abitanti di Leningrado a infierire sugli animali. Una bomba nazista aveva centrato il giardino zoologico , sventrando gabbie e abbattendo  staccionate .  L’elefantessa Betty, colpita da una scheggia, era morta dopo ore di agonia, barrendo disperatamente. Sembrava che i topi si fossero trasferiti in massa al fronte, dove c’erano maggiori scorte di cibo. Prediligevano  la parte tedesca: si mangiava  meglio.  In città se ne vedevano pochi.
A Leningrado c’era chi   si faceva delle “ scorte”: non consumava, cioè, tutto il pane che riceveva, ma ne conservava qualche briciola  per i momenti di emergenza . Una sera un bambino avvertì la presenza di un topo nella scatola delle “ scorte”. Che fare? Uccidere  l’animale  e mangiarselo? Preferì  liberarlo: anche il topo, a modo suo, era una vittima e soffriva la fame quanto lui. I bambini , a Leningrado assediata,  ragionavano  così.
A volte, la presenza di un topo in casa era una specie di compagnia, come avere , in tempi normali, un cane o un gatto. Non solo per Vera Imber- che lo ha lasciato scritto- ma anche per molti abitanti di Leningrado,  “Mishkin” e “Mìshkina” ,Topolino e Topolina,  divennero , dove tutto moriva, presenze  di vita. Qualcuno, ogni sera, lasciava loro qualche briciola;  altri davano loro la caccia.
Alle soglie dell’inverno, si cominciò  a parlare di bambini  scomparsi misteriosamente e le madri ebbero un motivo in più per preoccuparsi. Se si mangiava di tutto, persino la  carta da parati e la colla, perché non si sarebbe dovuto mangiare carne umana? In  Piazza delle Erbe, comparvero i “ cannibali”. Vendevano carne, polpette soprattutto. E  la gente le comprava, senza fare né farsi troppe domande. Qualcuno giurava di aver visto cadaveri mutilati: la carne delle cosce e delle spalle era stata asportata da qualcuno del mestiere, un macellaio, sicuramente.
I “ cannibali” sembravano prediligere i soldati: erano giovani e  meglio nutriti. Qualcuno di loro, tornando in città per fare visita ai famigliari,  cadeva vittima di misteriose imboscate. Qualche volta, però,  i soldati si prendevano  la rivincita.  Un pomeriggio  tre giovani , due ragazzi e una ragazza ,  si recarono al mercato per comprare un  paio di stivali di feltro, i caldi valenki. Offrivano, come contropartita,  seicento grammi di pane, la moneta con la quale si pagava tutto, in quei tempi, a Leningrado. Un mercante di Piazza delle  Erbe  li aveva – o , meglio, sulla bancarella ne aveva  uno solo- e accettò il pane. “ Venite con me”, disse “ Vi consegnerò anche l’altro”.
I ragazzi lo seguirono,  tesi e sul chi vive. Uno di essi salì le scale di una gelida abitazione; gli altri aspettarono in strada. Giunto davanti a una porta chiusa, il mercante la aprì con queste parole: “ C’è n’è uno vivo, qui”. Il giovane si sentì afferrare, ma riuscì a divincolarsi. Giunto in strada si imbatté in una pattuglia di soldati regolari, diretti verso il Làdoga. Riferì loro l’accaduto. I militari scesero dall’automezzo e salirono le scale. Si udirono  alcuni colpi di arma da fuoco. Alla fine , quando  uscirono dall’abitazione, i soldati  restituirono ai ragazzi il loro pane.
Si vendeva anche la terra,  in Piazza delle Erbe.  Quella dei magazzini Badajev era richiestissima:  su di essa era, infatti, colato lo zucchero solidificato dal fuoco provocato dal bombardamento nazista di settembre. I bambini, per lo più  orfani da un pezzo di uno o di entrambi i genitori, mangiavano gambi di cavolo congelati  trovati per strada fra i rifiuti,  senza neppure scaldarli. Erano perennemente alla ricerca di cibo. Una volta, in una panetteria, uno di loro  si avventò sulla pagnotta in procinto di essere  ritirata da una donna. Afferrò quel pane ,  se lo portò alla bocca e cominciò a divorarlo, incurante delle percosse e delle grida della legittima proprietaria. Un altro bambino , ormai in punto di morte, continuava a muovere le mascelle come se stesse mangiando chissà quale leccornia.
Le file  per il pane erano sempre più lunghe e   i vicoli e   le strade della città erano sempre più animati. Da  ombre  che  si muovevano nell’ombra.  Quando una donna, un vecchio o un uomo indebolito passava loro vicino, lo aggredivano per portargli via il pane.  Le pene  per i furti erano severissime, ma la fame vinceva ogni paura. Correvano leggende. Una di queste era quella del  “ ladro gentiluomo”. Una sera una ragazza fu aggredita da un gruppo di uomini: fu costretta a spogliarsi e a consegnare tutti i propri vestiti  agli aggressori. Uno di questi, il capo probabilmente, vedendola tremante  e terrorizzata,  si tolse la giacca, gliela gettò sulle spalle e sparì. Tornata  a casa, la giovane trovò nelle tasche della giacca un pane di burro e  una pagnotta.
A volte accadevano  piccoli miracoli. Una sera, una povera donna, sola , affamata  e senza cibo,  sentì bussare alla porta. Quando aprì si vide davanti un  giovane soldato dell’Armata Rossa. In mano aveva una borsa piena a metà  di foglie di cavolo, in parte andate  a male. Gliela  offrì. La donna la prese senza una parola e non seppe mai perché quel soldato  fosse capitato lì  e avesse scelto proprio lei.
Ma succedeva anche il contrario. Una sera Vera Imber e il marito, il noto medico direttore dell’ospedale di Leningrado, stavano tornando a casa. Si imbatterono in una vecchietta corta di vista,  la quale chiese loro aiuto per cercare la tessera annonaria sfuggitale di mano e caduta chissà dove. C’era troppo buio, disse la donna e lei non sarebbe mai riuscita a trovare la tessera da sola , nemmeno se fosse stata ai suoi piedi. La poetessa sbottò : “Ma che vuoi? Cercatela da sola la tua tessera!”. Il marito non disse una parola, né alla moglie né alla vecchia: si chinò, trovò la tessera , la raccolse  e la restituì alla proprietaria.
Tempo dopo, Vera Imber ripensando all’episodio,  non seppe trovare una spiegazione al proprio comportamento.
La spiegazione era una sola: ci si sentiva alla fine. Novembre fu un mese spaventoso per Leningrado. Sottoposta al continuo e incessante fuoco dell’artiglieria tedesca,  annichilita dalla fame sembrò sul punto di cedere.  Ci furono più di diecimila  decessi  , la maggior parte per denutrizione e stenti. E il terribile inverno russo si stava avvicinando a passi da gigante.
Ma,  ai primi di dicembre, accadde un nuovo miracolo: i generali Fediuninskij  e Meretzkov ripresero Tichvin. Fu un grande successo. In primo luogo, perché veniva  frustrata la manovra tedesca di stringere un secondo  cappio attorno al collo di Leningrado e,  poi , perché la via del Làdoga tornava ad essere percorribile.

Il pane  del Làdoga.

“La strada della vita” attraverso il Làdoga  prese a funzionare  a pieno ritmo  quando  sul lago il ghiaccio si solidificò  a tal punto da reggere il peso di un autocarro. Si era tentato anche prima, quando il ghiaccio era ancora sottile,  con slitte trainate da cavalli, ma quello che si riusciva a trasportare era come una goccia nel mare.  Non c’era  neve sulla superficie ghiacciata del lago quando i primi autocarri si mossero verso Leningrado e più di un autista ebbe,  netta ,  l’impressione di viaggiare sull’acqua. Qualcuno non ce la fece e sprofondò, quando il ghiaccio non ancora completamente solidificato, cedette.
All’inizio, “ la strada della vita” funzionò male. Molto male. La prima volta ci vollero sei- sette ore per  raggiungere la città; poi, giorno dopo giorno,  l’organizzazione migliorò e anche i tempi di percorrenza furono ridotti. Ai primi di aprile , dalla parte più breve,  la distanza sarebbe stata coperta in poco più di un’ora. Ma  intanto,  in quel terribile inverno, a Leningrado scarseggiava il pane e  si continuava a morire  di fame.
Una donna , in fila davanti alla panetteria, parlottava a bassa voce. Ce l’aveva  con il freddo, con la guerra, con la lunghezza della fila, con quel pane, duro e nero che veniva distribuito. Un’altra donna, davanti a lei, ne  udì le lamentele.  Si voltò lentamente e, senza alzare la voce, quasi a rimproverarla,  le disse: “ No, questo non è pane nero. Questo è  pane bianco, è pane del Làdoga, è pane santo!”
Il pane del Làdoga  non era bianco: era   un pane nero e duro, ma era pane. Non ne arrivava ancora  molto, anche perché i tedeschi non dormivano. Appena si accorsero del traffico, intensificarono i bombardamenti e  le incursioni aeree  sul lago. Ma, viaggiando  col buio e con i fari schermati, molti autocarri riuscivano, seguendo le bandierine tracciavia,  a  compiere il tragitto di andata e ritorno. E a distanza regolare, sul lago erano stati  approntati punti di appoggio, per fornire agli autisti  assistenza,  indicazioni , carburante. E protezione.   Erano state installate, infatti,  anche numerose postazioni contraeree, costruite utilizzando blocchi di  ghiaccio.

Le voci di Leningrado.

Dentro Leningrado, l’inverno era sempre più buio, sempre più freddo, sempre più mortale. Ma, nonostante tutto,  la vita continuava. Anche la vita culturale. Il direttore dell’Ermitage, Josif  Orbelij, il giorno dell’invasione,  aveva gettato uno sguardo al calendario e il suo pensiero era corso a Napoleone: anche l’imperatore , a suo tempo,  aveva attaccato la Russia in giugno , più o meno in quei giorni e gli era andata male.
Ora Orbelij non pensava più a Napoleone, anche se quel pensiero, allora, lo aveva messo di buonumore  né  pensava ai tesori del Museo già arrivati a destinazione in una località sicura: pensava al poeta tamuride Navoj, del quale ricorreva in quell’anno il cinquecentesimo  anniversario della nascita. E pensava a come celebrare degnamente  la ricorrenza. Così, nel terribile inverno di Leningrado, i versi del leggendario poeta tornarono a risuonare in una stanza fredda e semivuota del  palazzo dell’Ermitage sulla bocca di insigni studiosi, convocati   per l’occasione, anche dal fronte.  Uno di essi, terminata la propria relazione, si accasciò privo di vita sul tavolo della conferenza, stroncato dalla fame.
La biblioteca di Leningrado rimase  a lungo  aperta, a disposizione dei lettori e degli studiosi.  E la radio non cessò mai di  trasmettere. Quando, per mancanza di energia elettrica, le trasmissioni furono sospese per un paio di giorni, qualcuno commentò: “ Possiamo resistere  a tutto, possiamo resistere  al freddo e  alla  fame, ma non possiamo rimanere senza radio. Se la sua voce tace, anche le nostre taceranno”.
Un’altra voce stava per farsi sentire. Sui tetti delle  abitazioni di Leningrado  erano state installate postazioni di artiglieria  contraerea e organizzati servizi antincendio.  In  una di queste postazioni, sul tetto della casa degli artisti, un uomo  era di servizio. Non c’erano incendi da spegnere e quell’uomo pensava ad altro. Nella sua mente si susseguivano, in un vortice inarrestabile, le note  di una grande sinfonia per Leningrado assediata; nella sua mente,  uno dopo l’altro, prendevano forma i passaggi  per esprimere   il  dolore,  la morte, il coraggio, l’abnegazione, la sofferenza,  la disperazione della gente della sua città.  E la certezza della vittoria.
Quell’uomo   era   un musicista:  si chiamava  Dimitri Shostakovich.
Il 29 marzo ’42, la sua sinfonia n. 7, la sinfonia di  Leningrado ,  fu  eseguita nel teatro dell’Opera a Mosca. Alla fine del concerto, Shostakovich, piccolo, minuto, quasi indifeso, si alzò a raccogliere l’applauso del pubblico. “ Quest’uomo è più forte di Hitler”, pensò  la poetessa Olga Bergholtz , presente quella sera in sala.
La poetessa Anna Achmàtova, anch’essa a Leningrado, parlava alla radio e scriveva. Un giorno fu sorpresa  all’aperto da un attacco aereo . Raggiunse  un riparo di fortuna dove si trovavano già alcuni bambini e ragazzi.  Tempo dopo scriverà di uno di essi, morto fra le sue braccia:

Bussa alla mia porta col piccolo pugno e ti aprirò….
Non ti ho udito piangere.
Portami un ramoscello di acero
O semplicemente una manciata d’erba,
Come hai fatto la scorsa primavera.
E portami una manata di fredda, pura acqua della Neva
E io laverò le tracce di sangue
Dalla tua piccola testa dorata….

Ma l’acqua della Neva, a Leningrado, serviva a secchi, non a manciate. Quando, un terribile giorno d’inverno, le pompe si fermarono si rischiò la catastrofe. Senza acqua, con che cosa sarebbe stato impastato il pane?
I ragazzi e le ragazze della Gioventù Comunista , mobilitati per l’occasione, aprirono fori nel ghiaccio della Neva ,  formarono una catena umana e i secchi  della preziosissima acqua passarono di mano in mano fino ai punti di raccolta  e, da lì,  raggiunsero i  forni. Per  quei ragazzi e per quelle ragazze  era pronto un ruolo da protagonisti in un’opera teatrale sull’assedio: intervenne la censura  , non se ne fece niente e la loro voce non  si sarebbe mai udita.

 Non  che cosa?  ma  come?

Agli inizi di  gennaio le razioni di pane erano ancora ferme a 125 grammi mentre la temperatura  scendeva in picchiata sotto  lo zero. Non  c’era riscaldamento. Nelle vie della città fecero la loro comparsa   gli slittini : fungevano da carri funebri.   Sistemate sugli slittini dai  vivaci colori  ,  le salme, avvolte in un semplice lenzuolo,  venivano  accompagnate al cimitero.
Ma molti, troppi cadaveri restavano senza sepoltura, all’aperto,  ai bordi delle strade, nelle stanze ridotte a ghiacciaie per la mancanza di riscaldamento , nei  corridoi delle scuole, nelle corsie degli ospedali, persino  nei saloni dell’ Ermitage o nelle sale di lettura della biblioteca. I genieri dell’esercito scavavano con la dinamite fosse comuni dove seppellire i cadaveri. Ma per quante se ne scavassero, non bastavano mai.
Zdanov e il vice segretario del partito, Alexej  Kutnetzov, lavoravano come matti, organizzando, decidendo, implorando , minacciando, vedendo e ..facendo finta di non vedere. Un giorno il generale Michail  Duchanov, durante un controllo,  sorprese   i bambini di un  istituto  mentre riponevano  furtivamente in un vasetto  parte delle  razioni  ricevute . Non ci mise molto a capire: quelle  misere razioni erano destinate ai loro genitori, ai loro fratelli, ai loro nonni. Ma  gli fu chiara  anche un’altra cosa: quei bambini  rubavano. E i furti erano puniti severamente. Il generale Duchanov   fece per intero  il proprio dovere: si voltò  dall’altra parte. Quando lo riferì a Zdanov, disse: “ Non sono intervenuto, perché quello non era furto, era necessità”. E Zdanov di rimando: “ Hai fatto bene”. Poi, per tutta risposta, ordinò alle batterie sovietiche di fare fuoco su quelle nemiche, per rappresaglia. E fece evacuare  quei bambini.
Vennero istituiti alcuni “luoghi protetti”, dove si mangiava un po’ meglio ed era garantita una seppur minima assistenza  medica. La Gioventù Comunista fu impegnata nel controllo degli appartamenti e nel prestare aiuto a chi ne aveva più bisogno.  Ragazzi e  ragazze, guidate dal loro segretario, Ivànov, controllarono centinaia di abitazioni , salvando molte vite. Un giorno, penetrati in un appartamento a prima vista deserto, scoprirono, sotto un mucchio di vestiti, un bambino di pochi mesi. Lo avviarono immediatamente a uno dei “luoghi protetti” voluti da Zdanov.
Circolava la voce che i tedeschi avessero infiltrato una quinta colonna all’interno della città. Forse  era vero. Di certo, prima e  durante l’assedio,   i controlli si fecero  più stretti  e chi, in passato, aveva manifestato , anche blandamente,  opinioni  antisovietiche cominciò a tremare  e non solo per il freddo. Ma il pericolo non veniva da Leningrado, veniva da Mosca.  E’ strano ( o forse no): lontano da Leningrado , nonostante la  situazione  in cui versava l’antica città di Pietro, non ci si dimenticava   dei “ crimini politici”.
Una donna  molto attiva, in quel terribile inverno, nel prestare aiuto a chi ne aveva bisogno, fu, per ordine di Mosca,  deportata in Siberia  insieme al proprio bambino, a causa di  una  storia  molto dubbia risalente a  parecchi  anni prima. Un artista stravagante, la cui unica colpa era quella di portare un eccentrico copricapo, sparì dall’oggi al domani e non si seppe più niente di lui. Mentre a Leningrado  si moriva di fame e di freddo,  altrove, come se niente fosse, Berija era al lavoro e  la  giustizia (?) faceva il proprio implacabile  corso.
Stalin, dal canto suo, sembrava voler mettere il bastone fra le ruote a Zdanov: non gli andava mai bene niente ed era prodigo di critiche , anziché di incoraggiamenti. A un certo punto,  mandò a Leningrado il principe dell’artiglieria sovietica , il maresciallo Voronov,  non perché portasse, ma perché togliesse cannoni alla città. Sembrava voler abbandonare Leningrado  al proprio destino. Vero o falso che fosse, gli abitanti della città di Pietro se ne accorsero e scelsero Zdanov: i suoi ritratti erano  ovunque, quelli di Stalin solo negli uffici pubblici. E neppure in tutti.
All’ombra della statue di Suvòrov e di Kutùsov protette da sacchetti di sabbia , ignara della partita politica in pieno svolgimento fra Stalin e Zdanov,   la gente sperava nella vittoria, ma sperava, soprattutto,  nella fine di quell’incubo. Chiedeva: “Quando sarà  spezzato  l’assedio?” . Presto, rispondevano senza troppa convinzione i militari, a chiunque glielo chiedesse , Stalin compreso. Ma spezzare l’assedio non era per niente facile.  Zukov ci aveva provato più volte, in settembre, dopo aver  fermato l’avanzata nazista. Non ce l’aveva fatta . E non ce la fecero neppure i generali  Chozin e Meretzkov , quando, nel gennaio del ’42, lanciarono una nuova  offensiva.
“ Quando sarà spezzato l’assedio?”
Nel frattempo, la “Strada della vita” era diventata a doppio senso e , finalmente,  funzionava a pieno ritmo. In marzo, per la prima volta dall’inizio dell’assedio, Leningrado si trovò a disporre di riserve alimentari. In  altri  termini, in marzo,  la città consumò  meno di quello che  aveva  nei magazzini.
Nello stesso tempo, sempre più persone lasciavano la città  e raggiungevano l’altra  sponda del lago. Non  sempre era un viaggio tranquillo.  A volte qualcosa si metteva di traverso fin dall’inizio; altre   volte un guasto meccanico,  un disguido burocratico,  un ritardo,  una tempesta di neve o di vento , bastavano a creare  confusione e problemi nelle località di arrivo. Non si sapeva a che ora sarebbero partiti i treni né quando né da dove. Chi arrivava  sul fare della sera sulla sponda libera  del lago doveva trovare un riparo per sfuggire al freddo polare dei mesi invernali e non sempre ce la faceva. Tuttavia, pur nella confusione causata dall’intenso traffico in un senso e nell’altro lungo le piste tracciate sul lago, più di mezzo milione di persone furono trasportate in luoghi più sicuri.
Venendo da Leningrado assediata, qualcuno fu stupito di vedere, sulla sponda orientale del Làdoga,  animali vivi nei campi e  nei cortili delle  case.

Uscire dall’inverno , da quell’inverno fu durissima.  Chi ce la fece si trovò, ai primi tiepidi soli della primavera,  ridotto pelle e ossa , indebolito, provato nel fisico e nel morale. Un uomo aveva portato una bilancia in  Piazza delle Erbe e faceva affari d’oro: ogni abitante di Leningrado voleva sapere di quanto fosse dimagrito durante l’inverno.
La primavera portò con sé  problemi nuovi. La città era sporca: bisognava pulirla. Per evitare le epidemie, naturalmente, ma anche per togliere dallo sguardo dei sopravvissuti i cadaveri accatastati lungo le strade  e per togliere  dalle mense, dagli ospedali, dalle abitazioni,  gli escrementi umani.
Le persone puzzavano.  La maggior parte di esse non si era lavata se non raramente durante l’inverno  né aveva lavato gli abiti. Furono aperti  lavanderie e bagni pubblici; i genieri tornarono a fare brillare le cariche esplosive; furono  formate  squadre di pulizia. Alla fine di aprile anche il ghiaccio del  Làdoga si sciolse, ma la strada della vita continuò a funzionare. File interminabili di chiatte facevano la spola fra la città e la sponda orientale del lago; le strutture portuali erano state perfezionate e ampliate; viveri e munizioni,  farina e armi , civili e  soldati si spostavano da una parte all’altra , ininterrottamente.
A poco a poco, la città si rianimò.  Per la strade di Leningrado non si vedevano più i “ cannibali”, ma  soldati in divisa marrone diretti al  fronte ; l’ “ Osso duro” resisteva ancora e   la bandiera sovietica non era stata ammainata  ; i campi, i prati, i cigli dei fossi furono piantati a cavoli e a patate. Furono diffuse descrizioni accurate delle piante  selvatiche in grado di fornire vitamina C , la vitamina anti-scorbuto. Le  donne giovani  e le ragazze da marito si   passavano sulle labbra un’ombra di rossetto.  Si vedevano pochissimi cadaveri per strada; i tram avevano ripreso a circolare. Le file alle panetterie, però,   erano sempre lunghissime   e i  bombardamenti quotidiani. Di lì a poco, all’inizio  delle strade,  sarebbero comparse le scritte, visibili fino a non molto tempo fa : “ Attenzione, in caso di  cannoneggiamento, questo è il lato più pericoloso”.
Quando l’assedio fu tolto, un giornalista straniero  chiese alla scrittrice  Vera Ketlìnskaja  e ad alcuni suoi amici: “ Non voglio sapere che cosa vi ha tenuto in vita, voglio sapere come siete riusciti a rimanere in vita”.
Già, come? 

Lazzaroni!

Govoriàt, in russo, significa parlare, chiacchierare. Il generale Leonid Alexàndrovic Govòrov non faceva onore all’etimologia del  proprio cognome: parlava poco, chiacchierava meno. Quando, guardando sotto di sé  a bordo dell’aereo che lo portava a Leningrado, gli scappò un “ Bravi, ragazzi!” all’indirizzo degli abitanti della città, chi lo accompagnava rimase meravigliato. Govorov  era un ufficiale d’artiglieria, eroe della difesa di Mosca  e  veniva ad assumere  il comando del fronte di Leningrado. Pochi lo conoscevano, nella città di Pietro. Solo un ufficiale, Odintzov, allora colonnello, in seguito generale,   si ricordava di lui per averlo avuto come insegnante all’Accademia  di artiglieria.  Era in gamba, disse. E confermò:   non amava le chiacchiere. E, caso strano, non era neppure iscritto al Partito.
Volle gli  ufficiali  a rapporto. Il  generale Borìs V.  Bycewskij, il valoroso e capace ufficiale  del Genio, fra gli  artefici della difesa della città, gli fece un quadro allarmante della situazione: molte trincee erano state scoperchiate, molti bunker  erano saltati e chi doveva ripararli lavorava poco e male.    Govorov  alzò gli occhi , batté il pugno sul tavolo ed esclamò  : “ Lazzaroni!”.
Bycewskj non la prese bene. Si lanciò allora in una difesa di quegli operai denutriti  e  concluse  : “ Lo sa, compagno generale, che qui la gente muore di fame? Lo sa che cos’è la distrofia?” Govorov lo guardò di nuovo  e, con calma, come se non avesse capito,  rispose: “ Lei è teso, generale. Vada a farsi un giretto e torni fra mezzora: ci sono tante cose da fare!”.
Bycewskij seppe in seguito che “ Lazzaroni!” era un intercalare tipico  di Govorov. Abituato ad apostrofare  in questo modo i rampolli di  agiate famiglie russe ai quali aveva insegnato  in gioventù, aveva mantenuto anche in seguito l’abitudine di uscire, di tanto in tanto,  con quell’esclamazione.   Spesso a proposito, ma ,  qualche volta , anche a sproposito.

Maledetta primavera.  

Sull’altra riva della  Neva, i sovietici avevano una testa di ponte,  dispendiosa e inutile da un punto di vista militare . Non lo era da un punto di vista psicologico e quando Govorov decise di ritirarla al di qua della Neva, qualcuno si sentì tradito.  Smantellata quella testa di ponte e riportati i soldati  al di qua del fiume,  restava la questione dei bombardamenti. Il copione era sempre lo stesso: i tedeschi sparavano con  l’artiglieria , i sovietici rispondevano. Govorov ribaltò la situazione :  d’ora in avanti, si spara per primi. Il 9 agosto,   i cannoni tedeschi del generale Ferch   provarono ad aprire il fuoco  in direzione del teatro dove, alla presenza delle autorità,  veniva eseguita la settima sinfonia di Shostakovich:  furono zittiti uno per uno.
A Mosca , in aprile , aveva  avuto  luogo una riunione ai massimi livelli.  In quell’occasione , il generale Chozin, comandante in capo dei fronti di Volchov e di Leningrado, aveva presentato la proposta  di unire i due fronti( vale a dire i due gruppi d’armate)  per cercare di rompere il cerchio di ferro intorno alla città. Il generale Meretzkov, comandante del fronte di Volchov,  aveva espresso qualche critica  : era stato  rimosso e mandato  a comandare  un’armata , la XVI. Fu  richiamato al comando  poco dopo, in giugno , quando, a causa dell’ assurda decisione di unire i due fronti,  la II armata d’assalto era stata  circondata dai tedeschi. Meretzkov doveva liberarla, anche a costo, come gli disse Stalin in persona, di abbandonare equipaggiamento e artiglieria pesante.
Il generale   fece il possibile. A prezzo di perdite rilevanti,  riuscì ad aprire uno stretto corridoio e lo tenne aperto per qualche ora. Lungo quel corridoio, parte della II armata riuscì a svignarsela; poi quella via di fuga  fu chiusa definitivamente dai tedeschi e  Meretzkov dovette abbandonare la partita.  A un certo punto si diffuse la notizia della sua morte. Stalin lo cercò due giorni al telefono senza trovarlo. Quando, il terzo giorno, Meretzkov rispose, aveva avuto sotto di sé due automobili fracassate dai colpi di artiglieria e, a stento, era riuscito a mettersi in salvo.
Tirava una brutta aria, insomma.   La bandiera rossa  garriva ancora  sulle mura  dell’”Osso Duro”, ma altrove c’era poco da stare allegri.  I tedeschi avanzavano verso il Volga e Stalingrado; Sebastopoli era  caduta ; le unità corazzate  del maresciallo List puntavano diritte al  Caucaso e ai giacimenti petroliferi di Baku; il neo feldmaresciallo von Manstein  aveva lasciato la Crimea e si stava dirigendo verso la città di Pietro, per darle, si pensava, il colpo di grazia.  Insomma, le carte, quelle buone,  sembravano essere  tornate in mano a Hitler.
In quell’offensiva di primavera, Leningrado si giocò la libertà e qualcun altro la reputazione. Il generale Vlasov, ad esempio. Eroe della battaglia di Mosca al pari di Govorov, a Leningrado  pasticciò, perse il controllo della situazione, subì un terribile rovescio alla testa della II armata e,  alla fine, passò al nemico. Una brutta storia, mai chiarita completamente, sia  nei risvolti politici, sia in quelli militari,  anche per via del lungo  silenzio fatto calare sul reprobo dalle autorità sovietiche, anche in tempi prossimi a noi. La colpa dello scacco subito dalla II armata d’assalto fu attribuita interamente a Vlasov. La verità era un’altra: i tedeschi erano al massimo della loro potenza e i sovietici, per quanto ci provassero,  non avevano ancora forze sufficienti per batterli.
Govorov  non cercò giustificazioni né si pianse addosso. Studiò la situazione, fece tesoro degli errori commessi e , preciso e scrupoloso com’era, cominciò ad abbozzare idee, a raccogliere  materiale, a formulare piani  e ipotesi. Presto, ne era sicuro,  sarebbe venuto il momento di metterli in pratica. Per ora  , li conservava parte  nella sua mente e  parte nella cassaforte del suo ufficio.

Il lampo della scintilla.

Intanto, si avvicinava l’inverno- il secondo inverno d’assedio. Questa volta la città  sapeva come  affrontarlo. Molti  abitanti erano stati evacuati e, grazie all’abile operato di Alexeij Kosygin, futuro premier dell’Urss,  il  via vai  attraverso  il Làdoga non accennava a fermarsi. Rispetto al terribile inverno precedente, la popolazione era calata:  due abitanti su tre o erano morti o erano stati evacuati.
I rifornimenti alimentari arrivavano con regolarità e le razioni giornaliere  furono portate a 400-500 grammi di pane a testa. Non era facile, però,   trovare carne , piselli o fagioli secchi  e altre verdure.   Era stato posato un enorme oleodotto sotto le acque del Làdoga , attraverso il quale affluiva in città il carburante necessario a far funzionare le centrali e a far muovere i carri armati. Un altro cavo sottomarino sul fondo del lago collegava Leningrado con la riattivata centrale elettrica di Volchov. In Piazza delle Erbe , i “ cannibali” erano del tutto scomparsi e, nel complesso, le cose funzionavano meglio. Tutti i sopravvissuti al terribile inverno del 1941 furono decorati.
Ma la domanda era  sempre la stessa : quando sarà spezzato  l’assedio?
Al Quartier Generale sovietico con sede nell’istituto  Smolnij,  erano in corso i festeggiamenti per il 25.mo anniversario della rivoluzione d’ottobre. I lampadari erano accesi e le notizie erano buone. Rommel era stato fermato in Africa, Paulus non faceva progressi a  Stalingrado. Nel bel mezzo dei festeggiamenti, il generale Govorov fu chiamato al telefono. Era Stalin. “ Procedere con l’Esercitazione n. 5 “ fu la laconica comunicazione. Govorov  ne conosceva il significato: si attaccava e , questa volta, si faceva sul serio.
Dopo quella telefonata, Govorov, con l’immancabile bicchiere di tè sul tavolo,  lavorò giorno e  notte all’ “ esercitazione” ;  sviluppò le idee maturate dopo il fallimento dell’offensiva di primavera, studiò mappe e grafici, consultò i collaboratori e mandò a Mosca,  il  17 novembre ,  una bozza di piano, alla quale seguì, il 22,  una versione più particolareggiata . Iskra, la scintilla, stava per scoccare.
Che qualcosa fosse nell’aria , lo si capì dal fuoco di artiglieria.  Chi era rimasto a  Leningrado aveva ormai l’orecchio allenato e a quell’orecchio i cannoni   sovietici sembravano, ora,  sparare a casaccio e, in apparenza,  senza  alcuna logica. Ma una logica  c’era:  quella dispersione di fuoco doveva disorientare  i tedeschi e impedire loro  di individuare con precisione il punto scelto da Govorov   per l’attacco.  In città si vedevano pochi movimenti di truppe e mai lungo i medesimi tragitti.
Qualcuno, un giorno, per puro caso  aveva visto un carro armato, un T 34, cercare di attraversare, alla presenza degli alti papaveri, la Neva  ghiacciata. Quel carro era sprofondato nell’acqua gelida  e il conducente era stato  ripescato in extremis. Più della medaglia conferitagli, quel giovane carrista aveva apprezzato il bicchierino di vodka  offertogli dopo il ripescaggio. A uso e consumo di chi era stato allestito quello spettacolo? E, soprattutto, perché?
Perché i carri, non solo i T 34, ma anche i KV da sessanta tonnellate, dovevano passare in tutta sicurezza  la Neva, ecco perché. Govorov non voleva commettere errori.  Non poteva . Il maresciallo Voroscilov, inviato da Mosca   a Leningrado  a “ osservare”, non aveva apprezzato quell’esperimento  e se l’era presa, in puro stile staliniano, con l’ideatore ,  il generale Bicewskij. Al quale, però, Govorov, più  concreto , passata  la sfuriata di Voroscilov ,  aveva detto di continuare nel suo lavoro.
Stalin aveva fissato l’inizio dell’offensiva per l’8 dicembre; Govorov  chiese e ottenne un rinvio al 12 gennaio, quando  il ghiaccio della Neva sarebbe stato abbastanza solido da reggere i carri, anche i giganteschi KV.  E  il 12 gennaio del 1943, intorno alle nove del mattino,  la scintilla si trasformò in un lampo. Con  tanto di tuono  al seguito.
Dopo un violento fuoco d’artiglieria, i sovietici del fronte di Leningrado  attraversarono, in due fasi,  la Neva ghiacciata  per un’ampiezza di dodici chilometri, fra Nèvskaja Dubròvka e Schlisselburg e cominciarono  a premere sui tedeschi. Contemporaneamente , dal fronte di Volchov,  sempre preceduto dal fuoco dei cannoni e delle katiusce,  il generale Meretzkov  si mosse nel settore di Sinjàvino verso ovest, per chiudere la tenaglia. Il generale  tedesco Linderman aveva avvisato i suoi  : preparatevi a una dura battaglia: i sovietici non molleranno mai Leningrado. Per loro è come Mosca o come Stalingrado.
Era stato facile profeta.
Ogni giorno di più , la distanza fra i due fronti sovietici  si riduceva; ogni giorno di più , nonostante gli ordini del sostituto di   von Leeb, von Kueckler,  di non cedere terreno, succedeva il contrario. Il 18 gennaio, dopo aver respinto l’ennesimo contrattacco tedesco,  le truppe  del neo maresciallo  Govorov  e di Meretzkov si congiunsero   a circa otto chilometri a sud-est di Schlisselburg . Alle undici di sera , con  voce solenne, l’annunciatore di radio Mosca  lesse il comunicato ufficiale: “ Le truppe dei fronti di Leningrado e Volchov si sono congiunte, spezzando il blocco di Leningrado”.

 “ Convoglio n. 719, macchinista Fedorov”

Ora la bandiera sovietica  non sventolava più soltanto sull’”Osso Duro” dove aveva resistito  per più di cinquecento giorni di assedio. Per le vie di Leningrado  era tutto un fiorire di bandiere rosse; le ragazze abbracciavano e baciavano  i soldati; il primo treno di rifornimenti, il convoglio n. 719 guidato dal macchinista Fedorov,  infilatosi nello stretto corridoio aperto dalle armate sovietiche,  era  arrivato  a Leningrado. Si faceva festa: la città  non era più isolata.
C’erano ragioni per festeggiare? A migliaia, ma la alture di Sinjàvino erano ancora  in mano tedesca e da lì e dalle zone circostanti, i cannoni nazisti  tenevano sotto controllo  quel corridoio – presto ribattezzato il “ corridoio della morte”- e  sparavano  sui treni provenienti dall’entroterra, sui binari, sulle postazioni fortificate.  L’assedio era stato spezzato, ma  la situazione era ancora difficile. Sarebbe bastato niente, una disattenzione da parte sovietica o un’offensiva condotta in grande stile dai tedeschi per chiudere quel corridoio. E per dover ricominciare tutto daccapo.
Non accadde. I sovietici non abbassarono  la guardia  e , benché in un solo  mese i binari della ferrovia con l’entroterra fossero stati divelti più di trenta  volte al giorno tutti i giorni, i treni  continuarono a passare. I tedeschi, allora,  se la presero con la città .  Leningrado fu sottoposta a violentissimi cannoneggiamenti. La poetessa Vera Imber perse parzialmente l’udito e fu assalita  dal terrore di uscire  all’aperto; all’inizio delle vie ,  si moltiplicarono le scritte, bianche e blu, “ Attenzione, in caso di cannoneggiamento, questo lato della strada è il più pericoloso”.
Le razioni alimentari, però,  furono ulteriormente aumentate. Arrivarono i primi aiuti americani: carne di maiale in scatola, farina e, soprattutto, burro e zucchero. Gli abitanti di Leningrado ne furono molto contenti, anche se-  fecero notare-  lo zucchero russo era più dolce e il burro più saporito.
Tutti volevano possedere un gattino e non per mangiarselo, questa volta. Ce n’erano molti in vendita sulle bancarelle del mercato: ognuno costava cinquecento rubli. Sui gradini  della cattedrale di San Nicola erano tornati i piccioni; gli slittini non trasportavano più cadaveri, ma legna da ardere. Si giocò anche un campionato estivo di calcio: la Dynamo lo vinse a mani basse.
Le bombe continuavano a cadere, ma l’atmosfera era cambiata. Adesso  si guardava avanti. Si pensava a come ricostruire la città, a che cosa edificare di nuovo,  a che cosa restaurare o lasciare com’era , a perenne monito di quanto era accaduto. Gli architetti si misero al lavoro. E anche  gli scrittori   si diedero da fare : composero  poesie, abbozzarono  opere teatrali o  racconti  sull’assedio di Leningrado.  Ma anche la censura era  tornata al lavoro e molte di quelle opere dovettero essere riviste.  Con il graduale ritorno alla  normalità- perché anche l’intervento in grande stile della censura era, nella Russia sovietica, normalità- qualcosa cambiò  negli atteggiamenti delle persone .
In quelli degli artisti, sicuramente. Vera Imber, adesso,  non risparmiava critiche alla sua collega e amica Olga Bergholtz  , autrice, secondo lei, di poesie vecchie  e  antiquate. Molti cominciarono  a percepire i tedeschi più come una seccatura che come una minaccia.   “ E’ ora che si tolgano dai piedi”  era l’auspicio di tutti.
La città di Pietro voleva  tornare a vivere.

Razzi su Leningrado.

Per  sloggiare i tedeschi , erano state preparate e programmate per il gennaio del ‘44 due  possibili offensive. La prima, denominata Neva I,  sarebbe scattata nel caso in cui i tedeschi – ormai in rotta ovunque- avessero abbandonato le posizioni e si fossero ritirati anche da Leningrado. La seconda, più probabile e per questo maggiormente curata da Govorov e dal suo stato maggiore, era stata denominata Neva II e prevedeva un attacco a tenaglia   lungo tre direzioni: Oranienbaum, le alture di Pùlkovo, Nòvgorod.
Nulla fu lasciato al caso. A partire dal mese di novembre, la flotta del Baltico, viaggiando di notte, trasferì  a Oranienbaum migliaia di uomini ,  decine di cannoni,  centinaia di cavalli e una sessantina di carri armati; l’artiglieria fu  potenziata con i micidiali lanciarazzi   katiuscia; fu garantito l’appoggio aereo; i partigiani  intensificarono le  missioni dietro le linee nemiche; molti bunker nazisti furono spianati per tempo dai cannoni a lunga gittata; alla guida delle armate  sovietiche furono posti generali di provata esperienza, come  Feiduniskij e  Meretzkov .  Ma, alla vigilia,  quasi tutti  erano tesi : troppe cose  dipendevano dall’esito di quell’offensiva.
L’attacco scattò  il 14 gennaio, 867.mo giorno dalla caduta di Mga  e dall’inizio dell’assedio. Sul terreno si stendeva una fitta nebbia.  Gli unici ad esserne contenti  furono i genieri di Bicewzkij , impegnati ad aprire corridoi nei campi minati.
Precedute da un terribile fuoco di artiglieria, le divisioni sovietiche avanzarono lungo le tre direttrici previste, incontrando una feroce resistenza ma facendo significativi  progressi. Poi , il 16, ci fu un breve periodo di disgelo e la neve si trasformò in pioggia. Le operazioni rallentarono. Ripresero a pieno ritmo, qualche giorno dopo, il 19,   quando gelò di nuovo.
A Leningrado si stava sulle spine. Dal fronte arrivavano notizie contraddittorie, spesso confuse.  Poi, il 27 gennaio , alle otto di sera, nel cielo della città esplosero migliaia di  razzi ,  rossi, bianchi e blu. Tutti capirono e piansero di gioia. Quei razzi  multicolori  sparati da centinaia di cannoni  significavano una cosa sola: i tedeschi , incalzati dai soldati dell’Armata Rossa, abbandonavano  Leningrado. Memore   dell’esortazione di Puskin la città di Pietro era stata incrollabile: adesso era finalmente libera.
Libera?

Epilogo .

Dopo la guerra, Leningrado tornò, per breve tempo, ad essere quella di prima: ricca  di iniziative e fervente di vita.  Fu aperto un museo dell’assedio , una sorta di Memoriale, il cui reperto più significativo  era  una piccola bilancia  sui bracci della quale erano stati posti alcuni minuscoli pesi e  125 grammi di pane;  furono preparati  progetti ambiziosi per la ricostruzione della città . Molti intellettuali di Leningrado  cullavano un sogno: partendo dalla città di Pietro, un nuovo umanesimo  si  sarebbe potuto  diffondere  per tutta l’Europa.
Non andò  così. La città di Pietro  si  trovò, dall’oggi al domani, sprofondata  in  un complicato affare politico.  Zdanov , richiamato a Mosca nell’aprile del 44, ne fu  l’oggetto. Passati i primi, bruttissimi momenti dell’invasione e dell’assedio, durante i quali la sua posizione si era fatta quanto mai precaria,   Zdanov aveva risalito la china.
Non  rimase in vetta  per molto tempo. Morì nel ’48,  forse avvelenato, forse di infarto cardiaco  e  Leningrado precipitò , come ai tempi dell’assassinio di Kirov, in  un periodo di terrore. Gli arresti, le destituzioni, le esecuzioni sommarie  e le deportazioni divennero la norma.  Furono inventate  le accuse più infamanti: di tradimento, di connivenza con gli invasori, di tentata  defezione dall’Unione Sovietica. Pagarono in molti e nessuno seppe mai il perché. A Mosca  era in corso una sordida lotta per il potere nella quale il potente capo della polizia segreta, Berija e l’astro nascente Malenkov recitavano un ruolo importante  e Leningrado  era il perno attorno al quale questa lotta ruotava. O un pretesto, se si preferisce.
La nota poetessa Anna Achmàtova e altri intellettuali furono messi al bando ; il museo dei 900 giorni fu chiuso e il suo direttore, un maggiore dell’Armata Rossa, spedito in Siberia ; la censura infierì sui romanzi , i drammi e i racconti di quei terribili giorni ; persino  gli avvisi di stare sull’altro lato della strada in caso di cannoneggiamento furono cancellati  dalle vie  di Leningrado.  Nel 1957   furono  ripristinati
A Leningrado perse la vita  più  di un milione e mezzo di persone, dieci volte di più  che a  Hiroshima. Le  autorità sovietiche parlarono per lungo tempo  di poco più di seicentomila. Perché?
Una  possibile spiegazione è questa: Stalin temeva una caduta della propria popolarità e, soprattutto,  di dovere rendere conto al Paese di tutti gli errori commessi, causa  principale di quello spaventoso numero di morti a Leningrado e altrove. Per questo tenne nascosta a lungo la verità.  Ma bastava mentire per mettersi  in pace la coscienza?

Oggi Leningrado ha ripreso l’antico nome di San Pietroburgo. Il nove maggio di ogni anno, in tutta la Russia , si celebra solennemente  l’anniversario della resa dei nazisti ai sovietici. Il nove maggio di ogni anno, per un giorno, la città di Pietro   torna a chiamarsi Leningrado. Per un giorno, per un solo giorno,  torna a essere, anche nel nome,  la città del freddo e della fame, della disperazione e della speranza, dell’abiezione e del coraggio, del sacrificio e dell’eroismo.  Perché, come è stato scritto, nessuno dimentichi , nulla sia dimenticato.

Da leggere.

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Paul Carrel, Operazione Barbarossa, Einaudi
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Constantin Pleshakov, Il silenzio di Stalin, Corbaccio, 2007
Harrison E. Salisbury,  I 900 giorni, l’assedio di Leningrado, Bompiani, 1969
Alexander Werth, Leningrado, Einaudi, 1947

Su questo sito puoi leggere anche :

I traditori e gli eroi ( la battaglia di Mosca, 1941),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUIpuoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

Gli avvenimenti in breve.

22 giugno 1941:

–          I tedeschi invadono  l’Unione Sovietica, lanciando all’alba l’Operazione Barbarossa, ;

–          il generale  Kiril Mèretzkov  arriva a Leningrado;

–          Viaceslav Molotov, Commissario agli Esteri,  annuncia alla radio lo scoppio della guerra.

 23 giugno. A Mosca si installa lo Stavka, il Comando Supremo con  a capo il maresciallo Semiòn Kostantìnovic Timoschenko.
24 giugno: le navi da guerra sovietiche alla fonda a   Riga,  in Lettonia,  abbandonano la città e  si dirigono verso Tallin, in Estonia, sede principale della flotta del Baltico
25 giugno: Kaunas, in Lituania, viene occupata dal generale Georg  von Kuechler .
26 giugno: Erich von  Manstein  raggiunge  Dvinsk alla testa dei propri reparti
27 giugno: Andreij Zdanov rientra a Leningrado da Soci, sul Mar Nero, dove si trovava in vacanza.
1 luglio :    cade Riga.
3 luglio: Stalin , per radio, si rivolge con tono dimesso e interrompendosi spesso,  “ai  fratelli, alle sorelle, agli amici” della Russia: sono gli inizi della   “ Guerra Patriottica”.
5 luglio: i tedeschi prendono Ostrov.
8-9 luglio: il maresciallo Fedor von Leeb attacca la linea fortificata  della Luga. I difensori sovietici sono costituiti per metà dai Volontari del Popolo.
9 luglio: i panzer nazisti entrano a  Pskov, l’antica città legata al nome di Alexander Newskij .
10 luglio: il maresciallo Kliment Voroscìlov è nominato comandante supremo del fronte di Leningrado; molti generali vengono destituiti.
21 luglio: sui muri di Leningrado compaiono i manifesti con  la scritta :” Il nemico è alle porte!”
6 agosto: i finlandesi sfondano il fronte nord e raggiungono il Làdoga nei pressi di Khitola.
8 agosto: dopo un mese di accanita resistenza e dopo perdite spaventose,  i sovietici sono costretti ad abbandonare  la linea della Luga.
8 agosto: Stalin viene  nominato  Comandante Supremo dell’Unione Sovietica.
15 agosto: ulteriori progressi dei finlandesi sul fronte nord; i sovietici si ritirano sulla linea delle fortificazioni antecedenti la guerra del 1939-40 . A prezzo di grandi sacrifici ,  I finlandesi vengono  fermati e il fronte si stabilizza praticamente fino alla controffensiva sovietica del 1944.
21 agosto: direttiva di Hitler: prima Leningrado, poi Mosca.
26 agosto: lo Stavka ( il Comando Supremo)di Mosca ordina l’evacuazione di Tallin e della flotta del Baltico, fatte segno a  un massiccio attacco nazista.
27-31 agosto: a prezzo di   perdite elevate, sia militari sia civili, Tallin viene evacuata via mare  e i resti della flotta del Baltico raggiungono Kronstadt.
30 agosto : i tedeschi prendono Mga, una stazione sulla linea Leningrado- Vologda- Mosca e  interrompono qualsiasi comunicazione fra la città di Pietro e  l’entroterra.
8 settembre: comincia il bombardamento dall’aria di Leningrado: bombe incendiarie centrano in pieno i magazzini Badajev, dove sono stivate  le scorte di viveri per la città.
8 settembre: i carri tedeschi raggiungono Schlisselburg , l’antica fortezza sulla Neva, e chiudono il cerchio attorno a Leningrado.
9 settembre: von Leeb lancia un attacco lungo due direzioni: da sud –ovest attraverso i sobborghi di Kràsnoje Selo e Lìgovo verso gli stabilimenti Kirov e da sud-est, lungo l’autostrada Leningrado-Mosca, appena oltre Izhorzk e Kolpino. I tedeschi raggiungono la Neva, ma inspiegabilmente, non l’attraversano.
13 settembre: il generale Georgij K.   Zukov assume il comando di Leningrado: sostituisce il maresciallo Voroscilov,  destituito per “ passività di fronte al nemico”.
16-21 settembre: Leningrado viene minata.
17 settembre: il Corpo Panzer del generale Erich Hoeppner viene tolto a von Leeb e inviato al fronte di Mosca.
18 settembre. I tedeschi ,  fermati a Lìgovo, già dentro la città,  si “ riposizionano” e cominciano a trincerarsi.
19 settembre: violenta incursione aerea  nazista su Leningrado: centrato in pieno il grande centro commerciale Gostinij Dvor; molti morti.
6 ottobre: Zukov è richiamato a Mosca e il generale  Ivàn Fediuniskij lo sostituisce a Leningrado.
7 novembre: sulla fortezza di Schlisselburg-  l’”Osso duro” come era comunemente  chiamata- isolata dal resto della cittadina in mano ai nazisti,  i difensori issano la bandiera rossa: ci resterà fino alla  prima controffensiva  sovietica dell’inverno del 1943.
8 novembre. I tedeschi occupano  la località di Tichvin, interrompendo la strada dei rifornimenti dall’entroterra  al lago Làdoga.
15 novembre: le razioni di pane, in città, vengono portate a 175 grammi. Vengono ridotte anche le razioni per le truppe combattenti.
18 novembre: muore in combattimento,  sul sommergibile in cui era stato imbarcato, il tenente Aleksej Lebedev. Aveva 26 anni ed era  uno dei più promettenti poeti di Leningrado
20 novembre: le razioni di pane  per la popolazione non combattente scendono a 125 grammi
22 novembre: sul Làdoga ghiacciato transitano i primi autocarri verso Leningrado. Prima si era provato con slitte trainate da cavalli.
Inizi di dicembre: in città  gli slittini, da strumenti di divertimento  diventano mezzi di trasporto:portano malati, feriti, moribondi. E cadaveri, soprattutto.
9 dicembre: i sovietici riprendono Tichvin:  il traffico sul  Làdoga  si intensifica.
10 dicembre: a Leningrado, i tram smettono di circolare.
10 dicembre: all’Ermitage,  vengono celebrati  i cinquecento anni della nascita del poeta tamuride Aliscev Navoi.
25 dicembre: Zdanov ordina un aumento  delle razioni, in concomitanza con  un’offensiva per riprendere  Mga . L’offensiva  fallisce.
8 gennaio 1942: la radio tace per qualche tempo   in molti quartieri   di Leningrado.
18 gennaio: sulla “strada della vita”, vengono superate, per la prima volta, le quote fissate per il trasporto dei viveri.
20 gennaio: vengono predisposti piani specifici per evacuare da Leningrado gran parte degli abitanti non necessari alla produzione bellica.
24 gennaio: le razioni vengono portate  a 400 grammi di pane per gli operai e a 250 grammi per la popolazione non attiva
25 gennaio : la centrale elettrica n. 5  smette di funzionare per mancanza di combustibile. L’acqua necessaria per impastare il pane  viene prelevata dalla Neva ghiacciata dai ragazzi e  dalle ragazze della Gioventù Comunista.
11 febbraio: le razioni giornaliere vengono ulteriormente aumentate: 500 grammi di pane per gli operai e 300 per la popolazione non attiva.
8  marzo. Vengono recapitati  i primi telegrammi e le prime lettere dopo mesi. Per smaltire l’intera posta accumulata,  occorrerà  un anno.
15 marzo: si comincia a pulire la città e a liberare le strade dai cadaveri.
20 marzo: riprendono a funzionare le centrali elettriche.
29 marzo: a Mosca viene eseguita la settima sinfonia di Dmitrij  Shostakovich, composta per Leningrado assediata.
12 aprile: Alekseij  Kossyghin   rende noto che, da gennaio,  sono state sfollate lungo la strada della vita più di cinquecentomila persone.
Inizi di aprile: il generale  di divisione Leonid Aleksàndrovic Govorov assume il comando del “ Fronte di Leningrado”.
15 aprile: alcuni tram riprendono a funzionare ( linee 7,9, 10, 12). Un soldato tedesco prigioniero dichiarerà : “ Capii che non avremmo vinto, quando udii lo scampanellio dei tram per le strade di Leningrado.”
24 aprile: prima del disgelo,  arriva l’ultimo carico di viveri dal ghiaccio del Làdoga: si tratta di un carico di cipolle.
22 giugno: attraverso il  Làdoga privo di ghiaccio lunghissime teorie di chiatte e di imbarcazioni di vario genere continuano a rifornire la città.
Primi di giugno:  all’inizio delle vie cittadine compaiono le scritte “ Attenzione, in caso di cannoneggiamento, questo lato della  strada è il più pericoloso”.
Seconda metà di giugno: viene lanciata , inutilmente, un’offensiva per spezzare l’assedio.  Il 25 giugno la II armata d’assalto viene accerchiata.  Nonostante gli sforzi del generale Kirill  Meretzkov per liberarla, le perdite sono ingenti. Il generale Andreij Vlasov, eroe della difesa di Mosca e comandante della II armata, passa al nemico.
27 giugno: prigionieri nazisti  vengono fatti sfilare sulla “Prospettiva Newski”.
9 agosto: la settima sinfonia  di Sciostakovic viene eseguita  a Leningrado.
7 novembre: discorso di Stalin alla radio.” Presto si farà festa nelle strade delle  città russe”, annuncia.
31 dicembre: il presidente dell’Urss, Michail I. Kalinin, annuncia alla radio  la resa della Sesta armata tedesca a  Stalingrado.
12 gennaio 1943: Govorov  lancia l’operazione Iskra, “Scintilla”, per spezzare l’assedio.
18 gennaio: le truppe sovietiche  dei fronti di Leningrado e di Volchov si  congiungono, liberando Schlisselburg e  aprendo una via con l’entroterra.
7 febbraio: il treno 919 , guidato dal macchinista Fedorov , raggiunge Leningrado attraversando  lo stretto corridoio aperto con l’operazione Iskra. Presto, quel corridoio sarà ribattezzato  “ il corridoio della morte”.
30 maggio: la Dynamo vince il campionato estivo di calcio.
24 giugno: Leningrado subisce un cannoneggiamento devastante.
14 gennaio 1944: scatta l’operazione Neva II, l’attesa offensiva sovietica per liberare la città.
22 gennaio: i tedeschi,  in rotta, abbandonano Leningrado e si ritirano verso gli stati baltici.
27 gennaio: il cielo di Leningrado è attraversato da migliaia di razzi  multicolori per celebrare la vittoria.  La scrittrice Olga Bergholtz commenta: “ Io, scrittrice di professione, non riesco a trovare le parole per esprimere questo momento” .  E conclude: “ Ora, a Leningrado, c’è silenzio”.

L’immagine del palazzo d’Inverno di San Pietroburgo è tratta da:

www.paesionline.it › … › San Pietroburgo

 le altre da Wikipedia.

 Cartina  di  Leningrado assediata.( Da Richard Overy, Russia in guerra, citato). Clicca sulla cartina per ingrandirla.

 

 La poesia ” Bussa alla mia porta…” di Anna Achmatova è tratta dal libro di Harrison Salisbury, I novecento giorni, citato.

 Cliccando sul video seguente,  puoi ascoltare uno dei movimenti più significativi ( il cosiddetto ” Tema dell’invasione”) della Settima sinfonia di Shostakovich.

Per ascoltare l’intera sinfonia, collegati al seguente sito: Shostakovich-Sinfonia7.html


I traditori e gli eroi

16/04/2011

Piazza Rossa

Prologo

Sulla Piazza Rossa, attorno al mausoleo di Lenin c’è un movimento insolito. Operai vanno e vengono con fare discreto, quasi non volessero dare nell’occhio o attirare l’attenzione dei rari passanti. Fuori ci sono  soldati dell’Armata Rossa con le baionette inastate; dentro, il custode del mausoleo suda freddo mentre, a bassa voce, impartisce disposizioni:” Ecco, così! Più piano, più piano per carità!”. E’ calata la sera. La salma imbalsamata dell’artefice della Rivoluzione viene sollevata delicatamente, deposta con tutte le cautele su  un letto di fieno e di morbidi cuscini , fatta uscire quasi di nascosto dal mausoleo, caricata su un automezzo e trasportata alla stazione di Mosca. Ad attenderla, c’è un vagone appositamente allestito per l’occasione. Il treno sbuffa, sferraglia e parte. Lentamente, per non disturbare il sonno eterno dell’illustre passeggero, si dirige alla volta della lontana Tjumen, in Siberia.
Uno spaventoso tifone  sta per abbattersi sulla capitale.

Nella trappola.

La sala del Palazzo dello Sport di Berlino  è gremita. Come ogni anno, questo è il giorno in cui si raccolgono fondi per l’assistenza invernale ai feriti in combattimento. Adolf Hitler, la guida suprema della nuova Germania, è atteso da un momento all’altro. Al suo ingresso, tutti scattano in piedi. Rimbomba, quasi all’unisono, il grido “Heil Hitler!”  fra migliaia di braccia protese nel saluto nazista. Quando Hitler prende la parola, il silenzio è assoluto. Non è un discorso di circostanza, non è un discorso come  gli altri. In sala tutti lo percepiscono: quello è  un discorso “ storico”.
Visibilmente soddisfatto, quasi euforico, il Fuehrer, con fare solenne, annuncia: “ E’ in corso la più grande battaglia della storia del mondo”. E , dopo una breve pausa , fra le espressioni stupite e stupefatte dei presenti, continua: “In meno di quattro mesi sono stati fatti prigionieri più di due milioni di soldati sovietici, distrutti  ventiduemila cannoni e più di quattordicimila aerei”. E conclude: “Il nemico non si riprenderà mai più!”. Ovazione generale.
I presenti in sala mettono mano al portafoglio e staccano assegni particolarmente generosi.

E, in effetti, per i soldati sovietici uscire dagli accerchiamenti condotti magistralmente dalla Wehrmacht  è stato un calvario. Pochi ce l’hanno fatta. Affamati, stanchi, feriti, disorientati e privi di qualsiasi informazione, gli scampati si sono raggruppati in unità improvvisate- formate da uomini provenienti da reggimenti e da divisioni diversi-  e si sono diretti verso le linee sovietiche. Qualcuno ha portato con sé la bandiera di combattimento, conservandola come una preziosa reliquia. Pagando un prezzo elevatissimo, il colonnello Serpilin- uno dei protagonisti del romanzo I vivi  e i morti dello scrittore Konstantin Simonov-  ce l’ha fatta. E, con lui, ce l’ha fatta anche il protagonista principale del romanzo, Sintsov, il corrispondente di guerra senza redazione. Ha lasciato la moglie a  Mosca e la figlia a Grodno, in Lituania, proprio sulla linea del fronte. E’ in pensiero per loro, ma ancora di più per la situazione militare: i tedeschi sono costantemente all’attacco, sembrano incontenibili e le città sovietiche cadono una dopo l’altra. Tanto nel romanzo quanto nella realtà, pochi lo dicono, molti lo pensano: tutta qui l’invincibile Armata Rossa? E dov’è la tanto decantata aviazione?

Unione Sovietica, fronte settentrionale, zona di Vjazma.

Il generale Ivàn Stepànovic Konev non sembra neanche un soldato. Alto, serio, precocemente stempiato, detesta la vodka e chi beve. Praticamente l’intera Armata Rossa. Ama i classici russi –  Tolstoj e Puskin su tutti-  a tal punto da non separarsi mai da loro e dalla propria biblioteca nemmeno in zona di combattimento. Cita spesso Lermontov. Uno strano generale, insomma. Con molti buoni libri al seguito, ma con pochi, pochissimi carri armati.
Sa il fatto suo e l’ha dimostrato a Smolènsk dove ha tenuto a lungo testa ai tedeschi, ma con quello che ora ha sottomano non può fare miracoli. Le sue divisioni sono a mezzo organico; i volontari del popolo( narodnoie opolcenie) hanno entusiasmo, ma nessuna esperienza di combattimento e sono male armati; i pochi carri in dotazione sono sparpagliati qua e là, senza alcun criterio apparente e, soprattutto, senza alcuna utilità pratica. La branca della tenaglia tedesca in arrivo da nord ha una potenza di fuoco micidiale ed è sostenuta da soldati esperti.
Un prigioniero glielo ha detto chiaro e tondo e Konev ha sentito brividi lungo la schiena. Seguendo con lo sguardo quel prigioniero uscire dal suo quartier generale scortato da due giovani soldati dell’Armata Rossa, non ha potuto fare a meno di osservargli l’uniforme: un’uniforme estiva. Con tutti i problemi che ho, si era detto fra sé e sé, proprio a queste stupidaggini devo pensare. Ma mentre impartisce gli ordini, chissà perché, continua a pensare all’uniforme estiva di quel prigioniero tedesco.
E al fatto che in ottobre, in Russia, può fare anche freddo. Molto freddo.

Mosca, ospedale militare  di Lefortovo.

Steso sul tavolo della sala operatoria, il generale Andreij Eremenko attende  l’arrivo di un  chirurgo. La gamba ferita è ridotta molto male. Nella sua mente le immagini si succedono alle immagini.  Rivede i blindati di von Rundstedt  avanzare fra i campi di grano dell’Ucraina e gli Stukas in picchiata su Kiev. Ripensa ai suoi soldati, al suo amico Michail Kirponos, generale dell’Armata Rossa coraggioso e sfortunato; rivede, in un altro tempo( quanto tempo dopo?), i blindati tedeschi aprirsi la strada verso Mosca, le espressioni  sgomente e disorientate degli ufficiali. Poi  un’esplosione improvvisa, un dolore acuto…
Il chirurgo sta arrivando. É un brutto momento per Eremenko
, ma non è il peggiore: qualche settimana prima, in Ucraina, bombe tedesche gli hanno portato via la moglie e il figlioletto di quattro anni.

Una strana decisione.

Il feldmaresciallo Fedor von Bock, comandante del Gruppo d’Armate Centro, è soddisfatto a metà. Due  tenaglie corazzate – in movimento l’una  a sud e l’altra  a nord della capitale sovietica-  stanno stringendo il cerchio. A sud Brjansk è caduta, Oriol anche; a nord Vjazma è stata superata di slancio, i prigionieri non si contano. Un tifone di ferro e di fuoco sta per scaricarsi su Mosca.
Eppure von Bock non è del tutto soddisfatto. “A quest’ora” dice al suo capo di stato maggiore, accendendosi una di quelle micidiali sigarette russe  con il bocchino di cartone “ Avremmo potuto essere sulla Piazza Rossa da un pezzo”. E la sua affermazione è come venata di rimpianto: il rimpianto per  un’occasione perduta. “ Capisce generale? Poche settimane fa avevamo il nemico davanti a noi, ormai disorganizzato, demoralizzato e  non abbiamo potuto affondare il colpo! Sarebbe bastato poco, un ultimo sforzo. E invece, niente! Le divisioni corazzate del generale Guderian dovevano andare a sud, a sostegno di von Rundstedt e quelle del generale Hoth a nord, a sostegno di von Leeb… Se solo me le avessero lasciate per un paio di settimane. Per un paio di settimane soltanto… Abbiamo conquistato Kiev e  Hitler sa quello che fa, mi dice? E chi siamo noi per metterlo in dubbio? Ma in guerra, in qualsiasi guerra, il compito di un comandante è quello di inseguire e di distruggere il nemico.   Se solo ci penso… Il nemico era lì, davanti a me.  E se quelle divisioni non mi fossero state tolte…”. Tossisce il feldmaresciallo. Il tabacco machorka delle sigarette russe è nero come la notte. E forte, troppo forte.
“ Ma ci rifaremo”, conclude “ E prenderemo Mosca”.

Mosca, ottobre.

Josif Stalin, il comandante in capo, deve prendere una decisione. Finora ha ricevuto soltanto brutte notizie. Suo figlio Jacov, ufficiale pilota, è stato fatto prigioniero dai tedeschi; il generale Eremenko è stato ferito gravemente e le sue armate circondate nei pressi di Brjansk; dalle parti di Vjazma, Konev è sotto pressione e si sta ritirando, Mosca è in serio pericolo. Lenin se n’è già andato, il governo si appresta a farlo,  la sua famiglia lo ha già fatto. E lui? Lui che cosa farà? Che cosa deve fare?

Nessun dubbio.

A differenza di Stalin, c’è chi  sa che cosa deve fare. “Guarda proprio non ti capisco. Non sei comunista, eppure vuoi andare a combattere per difendere Mosca; odi Stalin e questo regime, eppure ti presenti volontario. Proprio non ti capisco. Perché non aspetti i tedeschi con le mani in mano? Tanto vinceranno loro. Non sei comunista e non sei ebreo: che cosa possono farti?”.
Il destinatario delle domanda , voltandosi e fissando l’amico dritto negli occhi , risponde: “Non sono comunista, è vero. Ma sono russo. Ecco perché vado  a combattere”[1].

Lo spasìtel, il salvatore.

A Leningrado, un altro russo , il generale Georgij Konstantìnovic Zukov strepita e, come suo solito, impreca e  bestemmia. Come e peggio di un turco. Vuole più cannoni qui, più soldati là e li vuole subito. Se qualcuno gli fa notare che anche il tempo ha le sue leggi, si prende una raffica di improperi e di minacce di fucilazione. E persino qualche schiaffo. I tedeschi scavano trincee? E voi non fategliele scavare, c….! Mandatemi il comandante del Genio! Compagno colonnello, voglio zone minate qui e qui. Capito?  Squilla il telefono.   “Compagno generale, è per lei.  Da Mosca” gli dice il telefonista. “ Credo sia ….” “ Il compagno Stalin?” “In persona”.
Il compagno Stalin non si perde in preamboli. “ Com’è la situazione lì da voi? Leningrado resisterà?” chiede con la sua voce bassa, appena percettibile. “ Leningrado resisterà” è la risposta di Zukov. “Allora, ceda il comando, lasci immediatamente la città e venga a Mosca. C’è bisogno di lei qui, generale”.
Per uno che, agli inizi, si era preso un periodo sabbatico per studiare e capire i sacri testi del marxismo troppo ostici per lui, ma essenziali per fare carriera,  quella telefonata ha solo due spiegazioni: o vogliono far fuori meloro sono con l’acqua alla gola. “Tu che cosa ne pensi, soldato?” chiede allo stralunato telefonista. E senza aspettare la risposta per quella domanda mai formulata ad alta voce, ordina che gli sia preparato il bagaglio.

 Berlino, ottobre.

A Berlino i giornalisti stranieri invitati alla conferenza  dell’addetto stampa di Hitler, Otto Dietrich, stanno aspettando l’ospite e  nell’attesa  si scambiano quattro chiacchiere. Le solite cose: c’è sempre chi ha la notizia segretissima, spifferata dal tale che ha saputo dal talaltro…C’è chi si lamenta per le difficoltà delle comunicazioni, chi se la prende con la censura, chi parla di donne, chi si fa un goccetto. Anche se è ancora mattina.
Dietrich, richiamato in volo dal fronte orientale, sorriso a trentadue denti e incedere deciso, dopo aver speso poche parole per introdurre l’argomento( la situazione del fronte russo),  con uno studiato colpo di teatro fa scendere alle proprie spalle  un’enorme carta dell’Unione Sovietica. E, visibilmente soddisfatto, quasi raggiante, attacca: ecco vedete, noi siamo qui e qui; i russi in rotta qui e qui. Siamo a un passo da Mosca e ci entreremo presto. Muove la sua bacchetta con lo stesso piglio sicuro e autoritario di un direttore d’orchestra affermato.
Domande?

Rastenburg, Prussia orientale: “Tana del lupo( Wolfsschanze), ottobre.

Hitler non sta più nella pelle. “Farò radere al suolo Mosca e al suo posto farò scavare un lago artificiale” confida ai propri intimi.  La passione per l’architettura non l’ha mai abbandonato: ora  è il momento di darle libero sfogo.
L’ottimismo di Hitler è contagioso.   Il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Franz Halder tiene un diario. Il cinque ottobre scrive, soddisfatto e compiaciuto: “La campagna di Russia è stata decisa in quattordici giorni”. Merito anche suo, ovviamente. Ma questo non lo scrive, lo pensa soltanto.
I giornali tedeschi, dal canto loro, danno la campagna per conclusa nel giro di pochissimo tempo. Ufficiali dello stato maggiore dell’esercito statunitense confidano ai giornalisti americani: la caduta dell’Unione Sovietica è questione di settimane. In Gran Bretagna gli addetti ai lavori sono ancora più pessimisti: per loro è questione di giorni.

Unione Sovietica, fronte settentrionale, ottobre.

Il generale  Konev l’ha azzeccata:  il cinque ottobre su Mosca e dintorni cade la prima neve. Ma è l’unica cosa che ha azzeccato. I tedeschi  gli sono alle calcagna e lui si sta ritirando cercando disperatamente di non finire  intrappolato.
Le opolcenie– le milizie volontarie- e i fucilieri dell’Armata Rossa hanno fatto anche troppo, ma nulla hanno potuto contro i blindati tedeschi. E adesso che cosa succederà? Probabilmente sarò fucilato come traditore, pensa Konev. Conosco le regole: chi si ritira o si arrende tradisce la Patria. Stalin non farà certo sconti  a me se ha mandato in un gulag la propria nuora, la moglie dell’amatissimo Jakov catturato dai tedeschi. La legge è legge e vale per tutti.  E va bene, mi sono ritirato, sono un traditore. Ma io ho la coscienza a posto: di più non potevo fare e restare lì dov’ero, a farmi massacrare, sarebbe stata una follia. Adesso l’unica cosa da fare è cercare di sganciarsi e di portare in salvo i resti delle mie  armate. E poi succeda quel che succeda.

Unione Sovietica, fronte meridionale, ottobre.

Se Konev è giù di corda, il generale Heinz Guderian, fresco conquistatore della città di Oriòl, è di pessimo umore. Quella neve gli ha rotto le uova nel paniere: non ci voleva,  proprio non ci voleva. Sciogliendosi subito, essa ha reso le strade fangose e viscide. No, niente di paragonabile- per ora- alla rasputitza primaverile, quando le strade letteralmente spariscono inghiottite dal fango, ma ugualmente una maledetta seccatura. I carri e soprattutto gli autocarri vanno piano, a volte si impantanano, si perde tempo.
Guderian lo sa meglio di tutti: se togli velocità alle armate corazzate, togli loro efficacia tattica e le rendi vulnerabili. La loro è una corsa contro il tempo. I corazzati devono sferrare un pugno decisivo e definitivo e tramortire chi lo riceve. Punto. Una parola, con quel fango. E che dire, poi, dei rifornimenti? Sempre in ritardo e lenti come lumache. Il prezioso carburante arriva col contagocce.
Per nostra fortuna- confida Guderian ai propri ufficiali-  il nemico è in confusione o non ne ha più. “Signori!” conclude “Andiamo piano, è vero, ma anche se sembriamo tartarughe, Mosca andrà sempre  più piano di noi!”. Gli ufficiali, divertiti, ridono.
In alto, nel cielo rannuvolato, è apparso un puntino scuro: un  ricognitore  sovietico.

 Mosca, 16 ottobre.

Mosca è in preda al panico. La stazione ferroviaria principale, quella detta “di Kazan”, è  presa d’assalto da migliaia di persone. Donne e uomini, vecchi e bambini si affollano negli androni, nelle sale d’aspetto, sulle pensiline. Cercano un posto sui treni, un posto qualunque per una qualunque destinazione verso est.
Il nemico è alle porte e la confusione è indescrivibile: c’è chi grida, chi urla, chi si lamenta, chi implora , chi supplica, chi piange, chi spinge, chi è spinto, chi è travolto addirittura. E chi, quasi rassegnato, sta seduto in disparte e scuote la testa.  Poi, all’improvviso, l’urlo della sirena dell’allarme aereo fende l’aria: la folla  ondeggia, si raccoglie e si disperde come stormi di storni d’autunno, corre all’impazzata, fra urla e imprecazioni, verso i rifugi,  mentre tutt’intorno cadono le prime bombe e il cielo è attraversato dai traccianti della contraerea
Gli aeroplani se ne sono andati. Non hanno fatto danni né vittime. Una giovane donna  si rialza, si rassetta il vestito,  prende fra le sue la mano del figlioletto, esce dal rifugio e si rimette in fila.
Sono di Mosca, risponde a chi le chiede da dove venga. Mio marito è nell’Armata Rossa, non ho sue notizie e voglio andarmene da qui. Perché ? le chiede un altro. Perché sono ebrea, risponde la donna. E con questo? La giovane  alza il capo stringe più forte la mano del figlioletto poi, quasi in un sussurro, dice: “ I tedeschi fucilano gli ebrei. Non lo sapeva?”

In quello stesso giorno, Sintsov entra in città. E’ solo. Approfittando di un attacco aereo sovietico- raro, quanto provvidenziale- è riuscito a fuggire ai tedeschi che l’avevano fatto prigioniero. E’ ferito alla testa , non indossa la giubba dell’uniforme e non ha documenti. Qualcuno, laggiù dove era stato ferito, gli ha tolto l’una e gli altri. E li ha sepolti. I tedeschi fucilavano immediatamente i funzionari politici e le stellette sulle maniche della giubba dell’uniforme qualificavano Sintsov come tale. E fucilavano immediatamente gli iscritti al partito comunista. Chi ha tolto  a Sintsov giubba e documenti gli ha salvato la vita. Ma se qualcuno lo ferma, può essere scambiato per un disertore.
Nella capitale la confusione è indescrivibile. E’ la seconda fortuna di Sintsov. Nessuno bada  a lui, nessuno gli chiede i documenti. Non sapendo dove andare, Sintsov raggiunge il proprio appartamento. E qui si incontra con la moglie Masha, in procinto di essere paracadutata dietro le linee nemiche da dove dovrà inviare informazioni a Mosca. Della figlia nessuna notizia.

Una  decisione sofferta.

La notizia corre di bocca in bocca: Stalin sta per lasciare la capitale diretto a Kujbiscev, oltre gli Urali. I bombardamento tedeschi si fanno ogni giorno più intensi. La gente chiude gli appartamenti a doppia mandata, si carica sulle spalle il necessario e si dirige verso est, in treno i più fortunati, a piedi gli altri. Sembra di rivivere i tempi di Napoleone e dell’incendio di  Mosca del 1812.
C’è, però, chi non ha il fuoco sotto il sedere né fretta di andarsene. Tutti quegli appartamenti incustoditi sono una tentazione irresistibile e, come una volta i francesi di Napoleone,  c’è chi ne approfitta. I saccheggi e i furti aumentano. Così come  aumentano le occupazioni non autorizzate. Bisogna correre ai ripari. I profughi vengono fermati, i saccheggiatori arrestati: finiscono a scavare linee fortificate, i primi; davanti al plotone d’esecuzione, i secondi.
Alcuni impianti  e i loro addetti, in mezzo  a una confusione indescrivibile,  prendono la via degli Urali, verso i quali viene indirizzato anche il flusso di donne  e bambini. Il cibo viene razionato, si stampano le tessere annonarie per chi resta, il combustibile viene centellinato.
Intanto Stalin, dopo averci pensato e ripensato, ha deciso di restare  a Mosca.

Il nemico alle porte.

A bordo del proprio aeroplano, il giovane tenente pilota quasi non crede ai propri occhi. Sotto di lui una colonna di blindati tedeschi lunga una ventina di chilometri si sta muovendo in direzione di Mosca . E’ vicina, dannatamente vicina. L’ufficiale ripassa un paio di volte sulla zona, scende di quota per controllare  meglio, risale e se ne va. Gli sfugge un fischio : se sono così vicini, c’è poco da stare allegri.
Atterra e riferisce: nessuno gli crede. Si alzano in volo due caccia e, al ritorno, i piloti confermano: è una colonna blindata tedesca e sarà sì e no a un centinaio di chilometri da Mosca. Visto che avevo ragione? gonfia il petto il tenente. E adesso come la mettiamo?
La mettiamo così:  arrestiamo te il tuo comandante per “ provocazione”. Così imparate a diffondere brutte notizie, a remare contro e a comportarvi da disfattisti.
Pessimi tempi, quelli.

 Mosca, sede del comando supremo sovietico .

“Abbiamo ceduto a sud, abbiamo ceduto a nord e i tedeschi vengono avanti. Non ce l’abbiamo fatta   a fermarli, abbiamo perso uomini, materiali, tempo”. Zukov, da poco nominato comandante del fronte occidentale( quello di Mosca), si trova nell’ufficio di Stalin al Cremlino e cerca le parole giuste. Sulla capitale cade una pioggia sottile mista a neve.
“Ci serve altro tempo” continua. “Tempo per fortificare la linea attorno a Mozajsk, tempo per raggruppare i reparti e riformare le unità al fronte, tempo per allestire riserve consistenti, tempo per costruire una seconda linea difensiva.  E i tedeschi sono a meno di cento chilometri dal Cremlino…”.
“Lo trovi quel tempo, deve trovarlo. Costi quel che costi.” replica Stalin. E poi aggiunge:  “Intanto vedrò se anch’io posso fare qualcosa” . Non siamo ancora al “ faccia come crede”, ma poco ci manca. Zukov  percepisce la momentanea debolezza di Stalin e ne approfitta.  “ Ho bisogno anche di collaboratori in gamba, ho bisogno di un vice” riprende. “ Pensa a qualcuno, in particolare?” chiede Stalin . Zukov   risponde deciso: “ A Konev”.
Stalin ha come un sussulto di stizza: “Non se ne parla. Ho intenzione di farlo fucilare per vigliaccheria.” “ Fucilare Konev non migliorerà la situazione. Anzi, produrrebbe solo una cattiva impressione sull’intero esercito. Fucilare Pavlov[2] è servito forse a qualcosa? ” replica con calma Zukov “ Ivàn Stepànovic,  non è Pavlov. Ha fatto il possibile, forse di più. Aveva poco, ha dato molto”. Zukov si interrompe un momento, poi, con voce ferma, continua : “ Ci aspetta un compito arduo, decisivo: ho bisogno di gente in gamba, ho bisogno di Konev”.
“D’accordo”  è la laconica risposta di Stalin “ Si prenda quel traditore.”
Davvero tempi poco raccomandabili, quelli.

Mosca, ambasciata  del  Regno di Bulgaria, ottobre

“Eccellenza, rifletta”. L’ambasciatore bulgaro a Mosca, Ivàn Stamenov, ha perso l’abituale aplomb dei diplomatici e ha opposto un secco rifiuto alla richiesta sovietica. Proprio strani questi comunisti, pensa tra sé e sé ,  imprevedibili. Vengono qui con un pacco-dono per Hitler e mi chiedono di recapitarglielo. Non hanno badato a spese, questo è certo. Dentro ci hanno messo la Moldavia, la Bielorussia, gli Stati Baltici, parte dell’Ucraina. Se Hitler si ferma è tutta roba sua. Ma chi credono di essere? Sono con l’acqua alla gola, ballano  sull’orlo del precipizio e vorrebbero dettare condizioni?
“Ho riflettuto abbastanza e  resto della mia idea: non ho né l’autorità né la volontà di fare quello che mi chiedete. E’ la mia ultima parola”.
Rimasto solo, l’ambasciatore Stamenov è  assalito da numerosi interrogativi. Perché quella proposta? perché io? perché adesso? D’accordo, il mio Paese simpatizza per Hitler e questo spiega perché sia stato scelto io. Ma il resto? I casi sono due: o sono disperati o vogliono guadagnare tempo. O tutte e due le cose. Mettiamola così, allora: sono disperati e cercano di  guadagnare tempo.
Ma non hanno speranze. Hoeppner e  Guderian sono a un passo da Mosca ( e questo potrebbe spiegare il “perché adesso”) e Hitler  non si fermerà certo ora, neanche se gli fosse offerta la luna. No, si tratta di un maldestro tentativo di mettere qualche zeppa nell’ingranaggio, sperando in un miracolo. Non vale neppure la pena di informare Berlino.
Stalin ( o Berija) ha fatto quello che poteva per dare tempo a Zukov, ma gli è andata male.

La corsa contro il tempo.

Zukov, nel frattempo, replica Leningrado. La linea di Mozajsk viene rinforzata e, alle spalle di quest’ultima, viene tirata su, a tempo di record, una seconda cintura difensiva.
Dappertutto uomini, donne, ragazzi e ragazze, persino bambini allestiscono trincee, costruiscono bunker e  casematte, scavano buche e  fossati anticarro, innalzano  terrapieni. I genieri tracciano campi minati, gli artiglieri sistemano i cannoni nelle piazzole o li interrano, i fucilieri si raggruppano in punti strategici. Anche i carri vengono raggruppati. Zukov non vuole commettere l’errore di disperdere le proprie forze in lungo e in largo: ha bisogno di concentrarle per sfruttarne la forza d’urto per tappare buchi o per allestire contrattacchi mirati. Certo- e lui è il primo a saperlo- servirebbe un miracolo. O una dozzina di armate.
Di miracoli, per il momento, nemmeno l’ombra e il lavoro di tutte quelle donne e di quei ragazzi sembra, in gran parte,  fatica sprecata. Le avanguardie corazzate tedesche ignorano la linea di Mozajsk, la aggirano prendendola alla larga e puntano su Kalinin (l’antica Tver’), a nord e su Kaluga, a sud. Il grosso le  segue a brevissima distanza, determinato a sfondare la linea.  Mosca si trova esattamente nel mezzo della tenaglia.
Zukov sbraita e chiede carri armati. Gli mandano duemila cavalleggeri mongoli in sella ai loro piccoli pony Baskir. Moriranno tutti, dal primo all’ultimo, durante un attacco suicida, sciabole contro cannoni, nel disperato tentativo di rallentare l’avanzata dei  panzer.

Borodinò, linea difensiva di Mozajsk.

Qui , nel settembre del 1812, aveva combattuto l’esercito di Kutùsov; qui, dal fortino del generale Raewskij, Pierre Besukov era stato testimone di uno degli episodi più sanguinosi della battaglia; qui era caduto combattendo il principe Piotr Bagratiòn; qui era stata inferta ai francesi di Napoleone una ferita mortale.
Qui, più di cento anni dopo, gli uomini del generale Lelijushenko- uno degli eroi di Smolènsk- e del colonnello Poluskin tengono testa per più di cinque giorni ai tedeschi, spesso combattendo all’arma bianca.
Diranno i soldati russi superstiti: “ I nostri antenati ci guardavano dall’alto: non potevamo indietreggiare.”  Quando Zukov ordina a Poluskin ( Lelijushenko è stato evacuato perché ferito) di ritirarsi, i tedeschi non sono padroni del campo e i russi non sono stati battuti. Proprio come Kutusov, tanti anni prima.
Durante una breve visita al museo di Borodinò prima del combattimento, il colonnello Poluskin aveva scritto sul libro degli ospiti alla voce “ Motivo della visita”: “ Sono venuto a difendere il campo di battaglia”.
La resistenza si fa più accanita e i tedeschi avanzano sì, ma ogni giorno di più con maggiore fatica.

L’anniversario.

Kalinin e Kaluga cadono e  i tedeschi cominciano a scendere ( da Kalinin) e a salire ( da Kaluga) verso la capitale, stringendo la morsa. “Aspetto solo che le strade asciughino o gelino” , confida un impaziente  Hitler a Goebbels.
Aspetta e spera. Il tempo non mette giudizio, le strade non si asciugano né gelano e  i carri rimangono a bagnomaria. I preparativi per l’accerchiamento vanno, così, a rilento.
Procedono invece spediti – ancorché improvvisati-  da parte sovietica quelli per celebrare l’anniversario della rivoluzione d’ottobre. Alla vigilia dell’anniversario nevica. La neve cade qualche metro sopra il discorso di Stalin pronunciato nella stazione Majakovskj della metropolitana, sugli astanti infreddoliti e preoccupati, sulle speranze e sulle attese di un intero Paese.
Il giorno dopo sulla Piazza Rossa, durante la tradizionale parata anticipata di due ore rispetto al solito orario, nevica sui baffi a manubrio del generale Budionny, sul discorso con il quale Stalin promette la vittoria ed esalta Suvorov e Kutuzov[3], sul cavallo cieco da un occhio del generale Artemjev ,  sui reparti e sulle bandiere dei reggimenti destinati al fronte. E nevica pure sulle uniformi estive dei granatieri tedeschi, immobilizzati nel pantano.
Poi, finalmente, un bel giorno il gelo tanto atteso arriva. Le uniformi invernali, per i tedeschi, non ancora.

 Mosca, strada di Volokolamsk.

Il compagno tenente generale  Panfilov  non ci mette molto a  capire: con questo gelo e con il terreno solido- dice ai propri ufficiali-  aspettiamoci il peggio. Quando i tedeschi, scesi da Kalinin e presa Klin si dirigono verso i sobborghi di Mosca,  Panfilov sa che toccherà a lui. E ai cosacchi di Lev Dovator.[4]
Il telefono da campo gli porta la voce di Zukov. “ Compagno Panfilov ?  I tedeschi stanno arrivando verso la tua posizione. Ricacciali indietro, hai capito? Non farli passare!” Panfilov  vorrebbe ribattere che lui  è a corto  di armi anticarro,  ma Zukov non gliene lascia il tempo. “ E  ricordati: se ti ritiri, ti  faccio fucilare, c….!”.
Quando Panfilov  posa la cornetta senza aver potuto controbattere, uno dei suoi ufficiali lo apostrofa con fare interrogativo. “ Chi c’era dall’altra parte, compagno generale?”. “ Georgij Konstantìnovic in persona”. “E che voleva, compagno generale?”  Niente di particolare. Voleva farci coraggio. Ha detto che vinceremo e che diventeremo tutti eroi dell’Unione Sovietica””.

I fuochi fatui.

Una colonna motorizzata tedesca ha da poco superato il canale Volga- Moscova. In testa alla colonna, l’ufficiale comandante, un maggiore, guarda davanti a sé con il binocolo. In lontananza spiccano, nitide e imponenti, le cupole  del Cremlino. L’adrenalina è al massimo, l’euforia incontrollabile, il traguardo a un passo.
Scende la sera. In cielo brillano le stelle, ma sulla terra il freddo morde come una bestia feroce. Numerosi granatieri indossano ancora l’uniforme leggera e, per resistere al freddo, si sono imbottiti di giornali, di stracci, persino di uniformi sovietiche tolte ai caduti. Sembrano ladri di strada, non soldati.
I carri devono essere tenuti in moto per evitare il congelamento dell’olio e il blocco degli ingranaggi. I rifornimenti arrivano con il contagocce o non arrivano affatto, si spreca inutilmente benzina.
Un’eco di tutto questo si trova anche nel romanzo di Simonov: un soldato sovietico, esperto di chimica, parlando con i commilitoni aveva predetto: appena farà freddo, il loro carburante gelerà. Non contarci troppo, gli era stato risposto, conta piuttosto su te stesso.
Sotto le coppe dell’olio degli autocarri tedeschi a un passo dal Cremlino vengono accesi piccoli fuochi: visti da lontano, sembrano tanti fuochi fatui in un cimitero d’estate.

 Tula, a sud di Mosca. Novembre.

“Bene compagno, ecco la terza volta che riesci a farti accerchiare. Non ti pare un po’ troppo? Ti avevo detto di toglierti di lì, perché non l’hai fatto?” La voce di Zukov attraverso il telefono  è, come al solito, dura, aspra e condita di imprecazioni. Il generale Ivàn A. Boldin, sotto pressione nei pressi di Tula, a sud di Mosca, si risente. “ Compagno generale, se io e la mia armata ce ne fossimo andati, Guderian sarebbe già qui”, risponde deciso.
Boldin ha ragione. I tedeschi lo hanno quasi circondato, hanno interrotto la rotabile  per Mosca e, quindi, il flusso dei rifornimenti,  ma lui non ha smesso di combattere. Né ha pensato di ritirarsi. Adesso ha mandato un reggimento della divisione del colonnello  Sijazov a cercare di riaprire  le comunicazioni lungo la linea ferroviaria e tiene sotto il tiro dei propri cannoni i reparti di Guderian.  Zukov capisce. “ Che cosa ti serve?” chiede. Boldin vuole carri armati per aiutare i fucilieri di Sijazov a riaprire la via dei rifornimenti.
Passa il tempo. Il telefono squilla di nuovo. Questa volta non è Zukov, ma Vedenin il comandante dei fucilieri impegnati sulla rotabile Mosca-Tula. I carri sono arrivati, l’assalto è riuscito, la strada ferrata è libera, comunica. Ci sono volute diciannove ore, ma adesso il flusso dei rifornimenti può riprendere.
Per i tedeschi si fa sempre più dura.
“La resistenza è più tenace del previsto”. Scuote la testa il generale Guderian. “E le nostre linee di rifornimento sono troppo lunghe. Fare arrivare carburante e munizioni dove si combatte sta diventando un problema. Stiamo perdendo slancio. E poi, questo freddo. Loro ci sono abituati, noi no.  Forse li abbiamo sottovalutati.  Spiace dirlo, ma è così. Non si sono dispersi, al contrario: concentrano i carri e li usano per chiudere le falle o per dare addosso alla fanteria; hanno scavato fossati, alzato terrapieni,  allestito una serie di posizioni fortificate allo sbocco dei campi minati e ci aspettano all’uscita decisi a vendere cara la pelle. Hanno un equipaggiamento migliore, sfruttano il terreno, ci tolgono tempo, si battono fino all’ultimo, hanno hangar riscaldati e aerei in piena efficienza. E noi di notte dobbiamo tenere acceso il motore dei carri per impedire loro di gelare… Se solo ci fossimo decisi prima! Ah, dimenticavo. Una nostra unità è arrivata, nel pomeriggio, a un tiro di schioppo dalla Piazza Rossa”.
Già, la Piazza Rossa… Forse ci arriveremo domani. Ma  saremo ancora lì dopodomani? Si chiede Guderian mentre intorno a lui scrosciano gli applausi.

Strada di Volokolamsk, bivio di Dubosekovo.

Di nuovo il telefono, di nuovo Stalin. Zukov è chino sulle mappe intento a spostare un reggimento qui, a richiamarne un altro là. Sulla mappa quei movimenti sono bandierine multicolori , sul campo di battaglia sangue, morti e feriti.
Mentre il telefono di Zukov squilla, i superstiti di un reparto di ventotto uomini della divisione di  Panfilov- una di quelle bandierine- stanno per essere attaccati di nuovo dai carri tedeschi. Non c’è neppure il tempo di fasciare i feriti.  Imbracciano le armi e guardano davanti a loro i quattordici carri tedeschi in fiamme, il nemico bloccato e si chiedono chi mai li abbia assistiti durante il combattimento e continui ad assisterli. Il caso? Una fortuna sfacciata? Il coraggio? Dio? [5]
La voce del Capo è la solita, bassa e profonda. “ Da comunista a comunista, compagno generale, ce la faremo a tenere Mosca?”.  Zukov tace per qualche secondo, poi risponde affermativamente.  Anni dopo ammetterà: “Sicuro, in quei momenti, non lo ero per niente. Ma potevo rispondere in altro modo?”.

L’Armata “Rotta”.[6]

Il comandante in capo dell’esercito tedesco, feldmaresciallo Walther von Brauchitsch, annota sul proprio diario: “ L’Armata Rossa non dispone di alcuna forza di riserva ed è esausta”. L’annotazione è del 1° dicembre e potrebbe essere insignita, a buon diritto, del titolo di regina delle cantonate.
Da un pezzo, infatti, alle spalle di Mosca, all’insaputa dei tedeschi, migliaia e migliaia di soldati sovietici si stanno raggruppando, con i loro carri armati, la loro artiglieria, i loro aeroplani, i loro cavalli. Si vedono in giro, sempre più numerosi, fucilieri alti e robusti, con gli occhi chiari e i tratti tipicamente asiatici. Sono i “ragazzi siberiani” inquadrati nelle divisioni impiegate in Estremo Oriente contro il Giappone e richiamati in tutta fretta a ovest per cercare di  tenere in piedi la baracca.
Certo, indebolire il fronte orientale è una mossa rischiosa, ma il gioco, come si dice, vale la candela. Soprattutto da quando Richard Sorge, spia al soldo sovietico, ha fatto sapere da Tokio: il Giappone  ha messo gli occhi sull’ Asia sud-orientale , ci lascerà in pace e se attaccherà, attaccherà  nel Pacifico.
Il feldmaresciallo von Bock aveva detto ai suoi. “ Vincerà chi disporrà dell’ultimo battaglione”. Anche lui, come von Brauchitsch, come Halder e come quasi tutti a Berlino, ignora la consistenza delle riserve sovietiche.
Al Cremlino, nell’ufficio di Stalin,  Zukov e il suo collega  Belov  squadernano sul tavolo del Capo mappe militari piene di frecce e  montagne di carte con cifre e  diagrammi. Il piano per l’offensiva è pronto. In  parole poverissime, ridotto all’osso,  il piano è questo: adesso la smettiamo di prenderle e cominciamo a suonarle. Allontaniamo i tedeschi  da Mosca e poi stiamo a vedere. Dodici armate distribuite su cinque  fronti da sud a nord dovranno investire le forze tedesche attuando  una manovra avvolgente in modo da mettere in guai seri il Gruppo d’Armate Centro.
Stalin ascolta distrattamente, poi approva con un cenno del capo. Sembra infastidito, assente, distante, quasi apatico. Belov a stento riconosce in quell’uomo stanco e sciupato l’onnipotente padrone dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

La sera prima.

Sul fronte di Kalinin, a nord di Mosca, tutto è pronto. Per esorcizzare la tensione, il generale Ivàn Konev  sta leggendo alcune pagine di“Guerra e pace” del suo prediletto Tolstoj. Sono le pagine della scomposta rotta francese del 1812, sorvegliata e quasi accompagnata  dall’anziano principe Kutusov, comandante in capo delle truppe dello zar Alessandro.  E’ una ritirata dolorosa quella dei soldati di Napoleone, fatta di sofferenze inenarrabili, di freddo atroce e di fame implacabile.
Il generale alza gli occhi dalle pagine del grande romanziere russo, chiude il libro e si alza. Dalla finestra della stanza dove ha allestito il proprio comando osserva alcuni soldati consumare il rancio e pulire le armi, in un’atmosfera di tranquilla tensione. Circola  anche un po’ di  vodka: l’astemio Konev non ci fa caso.  Domani ci sarà battaglia e ogni soldato si prepara ad affrontarla a modo proprio. Lasciamoli fare.
Anche in prima linea si tenta di dominare la tensione. Là attorno a un fuoco, c’è chi scherza e racconta storie, qui alcuni giovani giocano a carte, laggiù qualcuno si occupa dei cavalli. Molti sono intenti a scrivere lettere alla moglie, alla madre, alla fidanzata. Le solite cose: state bene? avete da mangiare a sufficienza? crescono bene i bambini? Pensi a me? Pochi riferimenti alla patria e a Stalin. Quei soldati in divisa marrone si battono più per le loro madri, le loro mogli e le loro fidanzate che per il Capo, più per la Santa Madre Russia che per la Rivoluzione, più da russi che da sovietici.

Anche Serpilin è tornato al fronte. E’ guarito da una brutta ferita, è stato nominato generale e posto al comando di una divisione. Sintsov è con lui. Ha il grado di sergente maggiore nei reparti combattenti, una decorazione appuntata sul petto e il desiderio di battersi bene.
No, i tedeschi non passeranno. Glielo impediranno i vivi  e i morti. 

Epilogo

Fu uno scontro terribile e disumano,  violento e senza quartiere. Hitler ordinò ai suoi di fare terra bruciata e  di non arretrare di un passo dal “triangolo” Rzev- Gzajsk- Vjazma  e i suoi non arretrarono di un passo, mantenendo viva la minaccia a meno di centocinquanta chilometri da Mosca. Sui fianchi del “ triangolo” la manovra sovietica progrediva, ma mancava della forza necessaria per chiudere la tenaglia.
Ai soldati sovietici non importava più di tanto: avevano salvato la capitale, questo era l’importante. E non l’avrebbero mai dimenticato. C’erano anche altre cose che i soldati sovietici non potevano dimenticare e che  non dimenticarono. Dovunque passassero vedevano i segni della ferocia nazista, gli stupri e le uccisioni, gli incendi e le devastazioni, le persone affamate e i cadaveri dei civili. Zoja non aveva ancora diciotto anni, era stata catturata,  torturata ferocemente e, quindi impiccata. Il suo corpo era rimasto appeso per giorni a  un albero all’ingresso del paese dove la giovane era stata sorpresa a incendiare una stalla.
Quando seppero della sorte di Zoja, i soldati di Konev piansero e andarono con il pensiero alle  proprie madri, alle proprie mogli, alle proprie fidanzate, alle proprie sorelle.
Rabbrividirono di orrore e di sdegno. Racchiusero l’immagine di Zoja nel proprio cuore e se la portarono fino a Berlino.

Appendice.

Gli avvenimenti in breve.

I dialoghi riportati nel testo non compaiono ovviamente nei documenti . Né in questa né in altra forma.  Sono dunque inventati di sana pianta. Ma sono stati inventati apposta per sintetizzare  situazioni e avvenimenti   realmente accaduti e verificatisi. Il disappunto di von Bock quando gli furono tolti i corpi  corazzati , i timori di Zukov, l’atteggiamento di Stalin, le preoccupazioni di Guderian sono documentati. Così come lo sono il panico della popolazione moscovita, il coraggio dei difensori di Mosca, le affermazioni di Hitler, la fucilazione di alti ufficiali sovietici per vigliaccheria – vera o presunta-  nei momenti iniziali di Barbarossa. Insomma, ho “romanzato” un po’ le cose, cercando però di attenermi il più possibile ai fatti.
L’operazione Tifone, l’attacco finale  a Mosca, scattò il 30 settembre 1941 lungo due direttrici: Vjazma,  a nord e Brjansk , a sud. Sei settimane prima i sovietici erano a pezzi. In quell’occasione, mentre von Bock, comandante del Gruppo d’Armate Centro, insisteva per accelerare la marcia verso la capitale, Hitler  tolse al suo Gruppo  forze consistenti ( i corpi d’armata di Guderian e di Hoth) per sostenere, a nord, la conquista di Leningrado( parzialmente fallita) e a sud, quella di Kiev( riuscita), considerate economicamente e strategicamente più importanti di Mosca. Era una mossa tutto sommato sensata, ma , alla luce degli avvenimenti successivi, il tempo perduto in quel frangente sarà pagato caro. O, se si preferisce, fu pagata cara, anzi carissima,  la decisione di puntare ugualmente su Mosca, nonostante l’inverno imminente.

Il 5 ottobre, con l’Armata Rossa sotto pressione e sul punto di cedere, il generale Georgij Konstantìnovic Zukov fu richiamato a Mosca da Leningrado per rimettere in sesto la baracca. Il nuovo comandante si mosse lungo due direttrici: impostò un’azione difensiva e ne preparò una offensiva. Mobilitò la popolazione civile per costruire linee fortificate e, contemporaneamente, cominciò a riunire riserve nel retroterra della capitale. Mosca doveva resistere. Per due motivi: uno psicologico ( la sua caduta sarebbe stato un colpo durissimo per la credibilità sovietica presso l’opinione pubblica interna e internazionale) e uno strettamente militare (garantire il tempo necessario per mettere insieme le forze per la controffensiva).
Mentre Stalin  meditava di lasciare la capitale, i tedeschi avanzavano. Dopo aver infranto la resistenza sovietica sia a nord ( generale Ivàn S. Konev), sia a sud ( generale Andrej  I. Eremenko) e chiuso le armate sovietiche in grandi sacche, cominciarono a stringere il cerchio convergendo su Kalinin( a nord) e su Kaluga ( a sud). Quando le due città caddero, la situazione si fece critica. Zukov buttò nel calderone tutto quello che aveva, ma inutilmente.
Poi il tempo cambiò. Prima pioggia mista a neve, poi neve fradicia impedirono ai carri tedeschi di muoversi velocemente su strade ridotte a pantano. L’avanzata rallentò, le linee di rifornimento si allungarono e anche se, una volta sopraggiunto il gelo, avanguardie tedesche arrivarono a pochi chilometri dal Cremlino  e presero Klin e Istra alle porte della capitale, non ci furono ulteriori progressi. La loro spinta si era esaurita. E intanto, nelle retrovie, i sovietici ammassavano da tempo riserve consistenti.

Il 6 dicembre, con una temperatura intorno ai 25 gradi sotto zero, scattò la controffensiva sovietica. Le riserve ( dodici armate, integrate da divisioni siberiane) entrarono in azione lungo quattro direttrici. A sud di Mosca i fronti sudoccidentale ( gen. Kostenko) e di Brjansk ( gen.Ceravicenko), mossero, rispettivamente, verso Cern e  Stalinogorsk ; il  fronte occidentale( Zukov) riconquistò Klin e puntò vero i luoghi della guerra napoleonica, Maloiaroslavetz e Kaluga ; il fronte di Kalinin ( gen. Konev) si spinse verso la città di Staritza; il fronte nordoccidentale( gen. Kurockin) affondò quasi nel vuoto in direzione di  Veliki Luki a più di trecento chilometri dalla capitale. Il piano dapprima semplice ( cacciare i tedeschi lontano da Mosca) divenne con il passar dei giorni sempre più  ambizioso, fino a ritenere possibile l’accerchiamento dell’intero Gruppo d’Armate Centro.

Fu , come abbiamo detto, uno scontro durissimo, disumano e terribile, combattuto in condizioni estreme nelle quali, tuttavia, i sovietici seppero sfruttare i piccoli, ma significativi, vantaggi di cui godevano. Indossavano uniformi invernali, avevano sostituito gli ingombranti cappotti con giubbotti imbottiti e calzavano caldi stivali di feltro, mentre numerosi soldati tedeschi rabbrividivano nelle loro uniformi estive e i loro stivali chiodati lasciavano penetrare l’acqua e  non preservavano dal gelo. I piccoli e instancabili cavallini della steppa  mantenevano attive e ininterrotte le  linee di comunicazione e di rifornimenti sovietiche, mentre quelle tedesche erano allungate e sfilacciate. Gli aerei da combattimento sovietici decollavano da piste in cemento, quelli tedeschi da campi erbosi, mal tenuti, impregnati d’acqua o , se gelati, disconnessi e pericolosi.
Hitler destituì i comandanti del fronte e assunse personalmente la direzione delle operazioni. Il Gruppo d’Armate Centro, affidato ora al feldmaresciallo Hans von Kluge ( soprannominato, giocando sull’etimologia del cognome, “Hans l’astuto”, in tedesco der kluge Hans), era seriamente minacciato di accerchiamento. Fu salvato dall’ordine di Hitler di non cedere di un passo e dall’affievolirsi della spinta sovietica, compromessa anche dalla decisione di un ringalluzzito Stalin- non condivisa da Zukov-  di lanciare offensive in grande stile, premature e improvvisate, anche in altre parti del fronte ( a Leningrado e in Ucraina, ad esempio). Alla fine di aprile, quando la battaglia per Mosca ebbe termine,  i sovietici, nel punto più breve, avevano ricacciato il nemico a più di cento chilometri dalla capitale  e infiltrato le prime unità partigiane organizzate nelle zone controllate dai tedeschi.
Questi, per sommi capi, i momenti della battaglia per Mosca del 1941-42. Quattro fattori risultarono decisivi: la decisione di Hitler di indebolire la spinta di von Bock proprio nel momento di maggiore crisi dei sovietici( ma, forse, era una scelta obbligata); la decisione di attaccare con l’inverno alle porte; le pessime condizioni meteorologiche;  la capacità sovietica di ricostruire le proprie forze, creando riserve consistenti. Zukov non poté influire sulle decisioni di Hitler né sulle condizioni del tempo. Influì moltissimo, invece,  sulla riorganizzazione delle forze dell’Armata Rossa e seppe gestire con abilità sia la fase difensiva, sia la fase offensiva della battaglia.

Per Mosca e per i moscoviti furono momenti difficili e duri. Soffrirono il freddo e la fame e molti morirono d’inedia. Le linee ferroviarie erano intasate da truppe e da materiali in movimento verso il fronte e i convogli carichi di viveri viaggiavano a ritmo ridotto in direzione della capitale. Il mercato nero prosperava, il denaro valeva sempre meno e tornò in auge il baratto. Quando la crisi raggiunse il culmine, qualcuno minacciò di uccidersi e di uccidere la propria famiglia se non avesse avuto da mangiare; qualcun altro  protestò, prendendosela con i contadini e con il governo e ci fu anche chi indirizzò una lettera a Stalin ( ovviamente in forma anonima) perché aprisse gli occhi e prendesse in mano la situazione.
Si trattava di critiche in gran parte ingiuste. I funzionari governativi- in particolare Scherbakov  e Polin-  facevano il possibile e, a volte, anche di più. Nei primi tempi, quando i panzer di Guderian e di Hoeppner si avvicinavano alla capitale minacciosi e inarrestabili, si sfiorò il collasso. I moscoviti furono presi dal panico e Mosca conobbe giorni assai simili a quelli del 1812. Le contromisure rapidamente adottate, la decisione di Stalin di restare nella capitale e l’improvvisata sfilata  sulla Piazza Rossa nell’anniversario della Rivoluzione, il discorso pronunciato in quell’occasione( discorso replicato nel salone di San Giorgio al Cremlino, filmato e diffuso nei Paesi alleati) contribuirono a rinsaldare il morale della popolazione e a infondere nuove energie all’esercito.
La confusione, tuttavia, durò  a lungo. Quando la minaccia tedesca fu sventata, numerosi profughi ritornati nella capitale trovarono i propri appartamenti occupati. I pochi locali rimasti  liberi furono invasi  da decine di persone e la promiscuità crebbe e, con essa, anche il rischio di epidemie. Mosca conobbe, insomma, anche se su scala ridotta, le stesse situazioni e visse le medesime tragedie di Leningrado. Ma non fu conquistata.

Perché Mosca non fu conquistata.

Attaccare l’Unione Sovietica ,vecchio pallino di Hitler, presentava numerosi rischi. Uno era legato alla geografia ( spazi sterminati, primavere e autunni piovosi e fangosi , inverni rigidissimi), un altro alle infrastrutture ( strade inesistenti o quasi, ferrovie a scartamento ridotto), un altro ancora alla forza dell’Armata Rossa. Quando il generale Franz  Halder, capo di stato maggiore dell’esercito, affrontò il problema stimò in 121 divisioni tedesche contro 151 sovietiche  l’entità delle forze in campo al momento della mossa d’apertura. Era un motivo sufficiente per allarmare i militari e per indurli alla prudenza. Ma Hitler non volle ascoltarli. I nostri soldati sono  addestrati ed equipaggiati in modo eccellente, il nostro materiale è tecnologicamente migliore di quello russo, le nostre forze armate sono qualitativamente superiori a quelle del nemico, avremo dalla nostra il fattore sorpresa,  furono le sue risposte. I militari mugugnarono, ma  la cosa  finì lì.
Hitler si proponeva di distruggere l’Armata Rossa fra il confine  e il fiume Dnepr, per  procedere, poi,  alla conquista  di Mosca, di Leningrado, dell’Ucraina, della Crimea, inglobando nel Reich  i territori situati al di qua della linea Arcangelo – Astrakan . Sarebbe stato quello lo “spazio vitale” necessario alla Germania per durare -come aveva profetizzato la sua Guida Suprema- mille anni. La guerra contro Stalin era  un’occasione unica per conquistare il Lebensraum e per estirpare, una volta per tutte, il pericolo del “ giudaismo bolscevico”.
Ma, oltre ai motivi ideologici e a quelli economici, nella valutazione di Hitler entrarono anche considerazioni politiche. Hitler temeva due cose: certamente un’alleanza fra l’ Unione Sovietica e la Gran Bretagna e, forse, un attacco a sorpresa da parte di Stalin. La prima avrebbe stretto la Germania in una morsa mortale, il secondo avrebbe potuto metter in pericolo le conquiste tedesche a oriente.
Se invece fosse stata la Germania a portare con successo il primo colpo- e, per giunta, definitivo- la Gran Bretagna sarebbe rimasta isolata e Stalin ricacciato oltre gli Urali. Una Gran Bretagna isolata sarebbe stata costretta a venire a patti con la Germania, un’Unione Sovietica ridimensionata non si sarebbe più ripresa. O, almeno, così si ragionava a Berlino. Per la Gran Bretagna, Hitler aveva pronta, su un piatto d’argento, una proposta allettante: l’impero ai britannici, l’Europa continentale ai tedeschi. In questo modo, senza più fronti aperti, avrebbe potuto dedicarsi all’organizzazione del Reich millenario.
Erano valutazioni meno strampalate di quanto non sembri a prima vista( Londra aveva ben presente il pericolo del comunismo), ma entrambe furono frustrate dalla decisa presa di posizione di Churchill e dall’inattesa resistenza dell’Armata Rossa.
Hitler era altresì convinto del cedimento rovinoso dell’Unione Sovietica, dove, a suo parere, la popolazione, oppressa dal regime, non vedeva l’ora di liberarsi una volta per tutte di Stalin.  E, in effetti,  pane, sale e fiori furono offerti agli invasori dai contadini e dagli agricoltori ucraini, i più provati dalla collettivizzazione forzata e dai suoi tragici eccessi. Ma la luna di miele- se mai di luna di miele si trattò- durò molto poco. Gli Einsatzgruppen riportarono tutti con i piedi per terra  e, nello stesso tempo, armarono molte mani. Le paludi del Pripiot, diventarono covi di partigiani e ottime basi di partenza per pungere  sui fianchi-  con un’arma antica,  la cavalleria- il Gruppo di Rundstedt. Quello stesso Rundstedt che si era sentito dire da Hitler: “ Lei dia un calcio alla porta e tutta la  marcia impalcatura cadrà”.
Sull’andamento della campagna influirono- e non poco- i contrasti fra Hitler e i suoi generali. Sugli obiettivi da raggiungere, ad esempio, non ci fu mai identità di vedute. Hitler controllava tramite il fido sicofante Keitel  l’OKW( Oberkommando der Wehrmacht, Alto Comando delle Forze Armate), l’equivalente del soppresso Ministero della Guerra. Ma non sempre le sue direttive erano accolte favorevolmente nello stato maggiore o al fronte. Partito con l’idea di puntare su Mosca ( e, in effetti, il Gruppo d’Armate Centro era il più forte dei tre), cambiò poi parere in corso d’opera e spostò il peso maggiore dell’avanzata dal centro verso sud, dalla Bielorussia verso l’Ucraina e mandò rinforzi- anche se in misura minore-  anche verso Leningrado.
Sulla sua decisione influirono considerazioni di carattere politico ed economico: le terre nere ucraine gli facevano gola  e ancor di più il controllo della Crimea, dalla quale i sovietici avrebbero potuto minacciare i pozzi petroliferi romeni. Tuttavia, se Kiev fu conquistata con una brillante manovra di accerchiamento, Mosca fu perduta per sempre. I generali non  presero bene la decisione di Hitler di rallentare l’avanzata su Mosca a scapito di quella verso l’Ucraina. Halder, von Bock, Guderian erano per mantenere forte l’attacco  in direzione della capitale sovietica e altrettanto forte la pressione sulle forze nemiche ormai quasi allo sbando.
Tuttavia Hitler non volle sentire ragioni: mandò Hoth e Guderian e i loro corpi corazzati rispettivamente verso Leningrado e verso Kiev, lasciando von Bock a proseguire in direzione di  Mosca con la sola fanteria o quasi. Poi  una volta conquistata Kiev ( ma non Leningrado), restituì a von Bock i corpi corazzati  e l’avanzata in direzione della capitale riprese. Ma ormai era tardi e  il tempo perduto in settembre non sarebbe stato recuperato. Mai più.
Non si trattò,  tuttavia, sotto l’aspetto militare, di una decisione peregrina. Von Bock si era allungato troppo e aveva un fianco scoperto. In altre parole era vulnerabile. Facendo scendere da nord verso sud il gruppo di Guderian, Hitler avrebbe potuto raggiungere, in una sola volta,  numerosi obiettivi: stringere in una morsa fatale i russi dislocati in Ucraina, distruggere le loro armate, conquistare Kiev ed eliminare il pericolo di una controffensiva sovietica ai danni del Gruppo d’Armate Centro. Poi si sarebbe pensato a Mosca. Una mossa logica, a ben vedere.
La campagna fu influenzata anche dalle condizioni meteorologiche,  più dalle  piogge autunnali che dalla neve e dal gelo invernali: le prime ridussero le strade, già di per sé pessime, a veri e propri torrenti di fango; i secondi decimarono i soldati impreparati ad affrontarli e misero in difficoltà i mezzi meccanici, ma, indurendo il terreno, ridiedero anche slancio alle divisioni corazzate. Paradossalmente l’arretratezza dell’Unione Sovietica fu la causa principale  della sua salvezza. Secondo molti generali tedeschi intervistati dopo la fine della guerra, se l’Urss avesse avuto strade degne di questo nome, Mosca sarebbe stata sicuramente  raggiunta.
Quando le strade restavano asciutte si mangiava polvere, ma si proseguiva abbastanza spediti; quando pioveva- e , a volte, bastava un breve acquazzone- la polvere si trasformava in fango e tutto andava a passo di lumaca. I trasporti viaggiavano su gomma e le ruote, a differenza dei cingoli,  sprofondavano e slittavano nella melma, lasciando la prima linea a corto di carburante, di viveri, di munizioni.
I soldati sovietici, invece, si muovevano utilizzando le ferrovie a scartamento ridotto, ma, soprattutto, a cavallo o a piedi, accontentandosi di quello che trovavano. Per loro vere e proprie linee di rifornimento- agli inizi, almeno- non esistevano. Nello zaino di Ivàn c’erano qualche tozzo di pane, un po’ di verdure crude raccolte nei campi o nei villaggi  e nient’altro. I pazienti e robusti cavallini della steppa mangiavano la paglia dei tetti delle case , mentre i cavalli da tiro tedeschi morivano  a migliaia stroncati dalla fatica, dal freddo e dalla mancanza d’avena.
A differenza dei caldi stivali di feltro della fanteria sovietica, gli scarponcini chiodati dei Landser non preservano i piedi dal congelamento; i carri armati e gli autocarri tedeschi dovevano essere tenuti in moto anche di notte per impedire all’olio di gelare , mentre i sovietici avevano a disposizione hangar riscaldati; ogni unità della  Wehrmacht aveva in dotazione diversi tipi di veicoli, la qual cosa complicava la gestione dei pezzi di ricambio. Al contrario, i sovietici avevano praticamente un solo tipo di carro armato ( il T-34) e, in seguito,  un solo tipo di mezzo di trasporto ( l’autocarro Ford, americano) e intervenivano tempestivamente  quando i mezzi meccanici si guastavano. Erano piccoli particolari, ma  sarebbero  potuti risultare decisivi.
Con l’arrivo del cattivo tempo i generali tedeschi insistettero per fermarsi, per approntare linee difensive e per aspettare, al riparo e al sicuro  l’arrivo della stagione propizia. Hitler non fu dello stesso avviso e ordinò l’avanzata su Mosca. Il tempo perduto in precedenza e il fango autunnale rallentarono la marcia delle divisioni tedesche, dando allo Stavka ( il comando supremo sovietico) la possibilità di radunare riserve e di impiegarle, con successo,  in una controffensiva bene organizzata. Hitler sposò allora il dogma della resistenza a oltranza, della terra bruciata e della difesa di ogni palmo di terreno anziché optare per una difesa elastica e flessibile. La sola idea di ritirarsi  lo mandava in bestia. Questo atteggiamento costò ai tedeschi  migliaia e migliaia di vite umane.
L’Armata Rossa fu sottovalutata da Hitler e dai suoi più stretti collaboratori: a Berlino qualcuno la chiamava, sprezzantemente, “L’Armata Rotta”.  L’abbondanza di uomini e la capacità di creare sempre nuove unità in sostituzione di quelle distrutte ebbero un ruolo di primo piano ( a due mesi dall’invasione erano state identificate ben 380 divisioni sovietiche), ma anche l’ atteggiamento dei soldati risultò importante.
Il soldato sovietico fu, per usare le parole di un generale tedesco, un ottimo combattente all’inizio, un ottimo soldato in seguito. Un ottimo combattente quando, benché senza ordini, si oppose con tenacia e accanimento allo strapotere iniziale dei panzer tedeschi; un ottimo soldato quando, passata la sfuriata iniziale, venne il momento di contrattaccare. Una nuova generazione di comandanti infine-  spregiudicati, duri, decisi- imparò dagli errori e diede all’Armata Rossa disciplina, organizzazione, morale.

La vittoria dimezzata.

Il successo sovietico nei primi giorni della controffensiva fu clamoroso. L’Armata Rossa avanzò di slancio e i tedeschi furono costretti a ritirarsi, in alcuni casi in disordine e nel caos più completo. In altri casi e in altri settori, tuttavia, la resistenza tedesca fu tenace e i russi avanzarono molto lentamente.
Faceva freddo, molto freddo e la neve era alta. I sovietici- come hanno scritto molti storici- ne trassero vantaggio. Questa affermazione, però, per altri storici- e non solo sovietici- è vera solo in parte. Faceva freddo, è vero, ma faceva freddo per tutti, non solo per i tedeschi. I russi erano sicuramente meglio equipaggiati e più avvezzi al freddo, ma non erano ancora abituati a combattere in condizioni estreme. Inoltre erano a corto di materiali, di munizioni, di armi e  disponevano solo di pochi autocarri per trasportare i rifornimenti.
Le fabbriche sovietiche, in gran parte smontate e trasferite  oltre gli Urali, non erano ancora in grado di produrre armi e carri  a ritmi elevati.  I tedeschi indossavano sì uniformi leggere o , sotto le uniformi, gli abiti tolti alla popolazione o ai nemici uccisi, ma erano ancora superiori in fatto di mezzi blindati e di potenza complessiva di fuoco.
Nella prima fase della controffensiva l’aviazione sovietica svolse un ruolo determinante. Ma più le forze di terra avanzavano, meno essa diventava incisiva. Gli hangar riscaldati e le piste di cemento esistevano soltanto nei dintorni della capitale; altrove- e non poteva essere altrimenti-  mancavano sia gli uni che le altre. Le linee si allungavano e, insieme a esse, aumentava la distanza da percorrere e con l’aumentare della distanza diminuiva l’efficacia delle incursioni aeree.
L’alto comando sovietico, inoltre, commise più di un errore. Il più grave  fu quello di disperdere le riserve su più fronti, anziché concentrarle intorno a Mosca. Questo errore fu dovuto a una sopravvalutazione delle proprie forze e, di conseguenza, a una sottovalutazione delle forze nemiche. L’idea era indubbiamente allettante: liberare Leningrado, l’Ucraina e, contemporaneamente, circondare il Gruppo d’armate Centro davanti a Mosca con un’ampia manovra a tenaglia da nord e da sud in direzione di Smolénsk. Ma era anche  un  piano fuori dalla portata  di un’Armata Rossa ancora male organizzata e male equipaggiata. Fu  Stalin in persona  a volerlo contro il parere di Zukov.
Hitler ordinò di tenere assolutamente la linea Rzev -Gzack- Vjazma e di ignorare l’avanzata sovietica suoi fianchi. Secondo lui e secondo il capo  di stato maggiore dell’esercito, generale Franz Halder, la controffensiva di Zukov  non aveva abbastanza forza per  chiudere la tenaglia a Smolénsk. I tedeschi si schierarono a “ istrice” tutt’intorno alle città indicate da Hitler,  raggrupparono i carri e li usarono come maglio per scompaginare le linee nemiche.
Dal canto loro i sovietici fecero il contrario: anziché concentrare una massa d’urto in quel settore al fine di ottenere la superiorità in uomini  e in mezzi corazzati, rinforzarono il fronte di Leningrado, puntarono su Charkov in Ucraina e sbarcarono diverse divisioni nella penisola di Kerc, in Crimea. Ma non ottennero risultati di rilievo. La loro industria pesante arrancava, mancavano di armi, di aerei e di carri armati. Persero così slancio e, dappertutto, furono costretti a fermarsi.
Dunque, la scarsità di materiale e di equipaggiamento, l’impossibilità di essere sostenuti efficacemente dalla propria aviazione dopo le prime travolgenti fasi dell’offensiva, la precarietà delle linee di rifornimento, l’utilizzo poco accorto delle riserve, la tenace resistenza tedesca, impedirono ai sovietici, più del freddo e della neve, di ottenere il successo sperato.
Mosca, però, non fu conquistata, molte delle sue industrie rimasero dov’erano e questo si rivelerà un fattore decisivo per le battaglie future.

 

Gli avvenimenti in breve.

30 settembre: i tedeschi lanciano l’operazione Tifone. L’obiettivo è Mosca. Due potenti manovre a tenaglia  in direzione di Vjazma a nord e di Brjansk  a sud hanno il compito di avvolgere e di distruggere le difese sovietiche.
30 settembre: il  generale HeinzGuderian investe l’ala meridionale dello schieramento difensivo sovietico, frantumandola. Il comandante del fronte, generale  Eremenko,  viene ferito e la città di  Oriol conquistata ( mentre i tram sono ancora in servizio).
1° ottobre: Stalin impartisce i primi ordini per lo spostamento del governo da Mosca a Kujbysev, a ottocento chilometri  di distanza. Vengono evacuati, nei giorni successivi,  parte della popolazione, la famiglia di Stalin, gli addetti alle ambasciate straniere, le opere d’arte e la salma di Lenin, trasportata nella cella frigorifera del vagone di un treno speciale alla volta della lontana Tjumen.
2 ottobre: protetti da aerei, artiglieria e fumogeni, i tedeschi colpiscono l’ala settentrionale dello schieramento sovietico. Il generale Ivàn  Konev non regge e le forze tedesche convergono su Vjazma per chiudere la tenaglia e intrappolare le  armate del generale sovietico.
4 ottobre: Discorso di Hitler allo Sportpalast di Berlino, in occasione della raccolta fondi per l’assistenza invernale. Esibisce  le cifre da capogiro di quella che lui definisce “la più grande battaglia della storia del mondo”.
5 ottobre: Stalin richiama il generale Georgij K. Zukov da Leningrado, perché organizzi la difesa della capitale. Il capo di stato maggiore tedesco, generale Franz Halder , annota sul proprio diario: “ La campagna di Russia è stata vinta in due settimane”.  Leggendo gli ottimistici rapporti dal fronte, Hitler si convince di avere la vittoria in pugno. Intende far sparire Mosca  dalla faccia della terra sostituendola con  un lago artificiale.
6 ottobre: su Mosca e dintorni cade la prima neve. Si scioglie subito e il fango inonda le strade. L’avanzata tedesca rallenta e la difficoltà di ricevere rifornimenti aumenta.
6 ottobre: un  ricognitore sovietico avvista una colonna tedesca a poco più di cento chilometri dalla capitale. Nessuno ci crede. Altri aerei si alzano e confermano la notizia. Berija ordina l’arresto e l’interrogatorio dell’ufficiale del primo aereo e del suo comandante accusandoli di  “ provocazione”.
7 ottobre: tentativo- mai provato, per altro-  di Stalin di contattare Hitler con  offerte di pace tramite l’ambasciatore bulgaro a Mosca, Ivan Stamenov. Sul fronte sud, cade Briansk e  le tre armate di Eremenko vengono intrappolate.
8 ottobre: Stalin destituisce i comandanti del fronte occidentale e nomina Zukov comandante dello stesso fronte. Konev  non viene fucilato come prassi: anzi diventa il vice di Zukov . Insieme daranno vita, pur non amandosi molto, a una coppia vincente.
10 ottobre: il capo dell’ufficio stampa di Hitler, Otto Dietrich, parla  ai giornalisti stranieri. Afferma: i resti dell’Armata Rossa sono intrappolati in un cerchio d’acciaio che si stringe sempre più togliendo loro qualsiasi possibilità di sfuggire  alla distruzione .
11 ottobre: i quotidiani tedeschi titolano:  “La campagna in Oriente è decisa! L’ora fatale è arrivata!”
16 ottobre: A Mosca i treni vengono presi d’assalto, gli appartamenti svaligiati, gli uffici saccheggiati. Dovunque regnano confusione e  terrore.
17 ottobre: la radio annuncia:  Mosca sarà difesa fino all’ultimo uomo , Stalin non è partitoe si trova ancora nella capitale. Zukov  rafforza la linea Mozajsk, debole e mal presidiata, situata a un centinaio di km da Mosca, mobilita la popolazione civile, donne e ragazzi compresi, per allestire  una seconda linea difensiva più vicina alla capitale. Comincia anche l’evacuazione da Mosca dei bambini, degli anziani e delle donne non sposate.
18 ottobre: le armate tedesche aggirano la linea intorno a Mozajsk  entrano  a Kalinin ( nord di Mosca) e a Kaluga ( sud) , pronte a chiudere il cerchio attorno alla capitale. I sovietici  rispondono con attacchi suicidi.
27 ottobre: Hitler  confida a Goebbels: “Aspetto soltanto  che le strade asciughino o ghiaccino.”
6 novembre:  iniziano i festeggiamenti per l’anniversario della rivoluzione d’ottobre. Alle 19,30, Stalin pronuncia un discorso patriottico  alla stazione Majakowski  della metropolitana.
7 novembre, anniversario della Rivoluzione: sulla Piazza Rossa ha luogo la tradizionale sfilata. In testa il generale Budionny. Viene proiettato un filmato in cui Stalin esorta i soldati a battersi per la patria ed esalta, fa le altre,  le figure dei generali zaristi  Suvorov e di Kutusov. Al termine della sfilata i soldati raggiungono direttamente il fronte.
19 novembre: Stalin telefona a Zukov:  da comunista a comunista, ce la faremo a tenere Mosca? Certamente, è la risposta. Ma intanto chiede carri armati: non arrivano. Qualche anno dopo, Zukov scriverà che non era poi  così tanto sicuro di tenere Mosca, in quei giorni.
24 novembre: riprende l’avanzata tedesca.  A nord Klin cade.
28 novembre: i tedeschi raggiungono e superano il canale Moscova-Volga: sono a non più di una ventina di km dal Cremlino. A sud, però, lanciati in direzione di Tula, vengono fermati dalla strenua resistenza opposta dai soldati del generale I.V. Boldin.
30 novembre: Zukov e  Belov presentano a Stalin i piani per l’offensiva. Belov vede un uomo dal volto teso e tirato. Parla  a stento. Stalin dà un’occhiata ai piani li approva con un cenno del capo. E’  sempre il comandante supremo, ma il rapporto con i suoi generali è cambiato a favore di questi ultimi.
1° dicembre: il feldmaresciallo Walther von Brauchitsch, comandante in capo dell’esercito tedesco, scrive : “L’Armata Rossa non dispone di alcuna forza di riserva ed è esausta”.  Si sbaglia. Lo Stavka, il comando supremo sovietico, ha raccolto dodici armate di riserva e si appresta  a impiegarle in battaglia. Nelle retrovie vengono ammassate quasi sessanta divisioni e, dopo la comunicazione di Sorge relativa all’atteggiamento del Giappone, affluiscono a occidente le prime unità siberiane.
6 dicembre: con una temperatura di 25 gradi sotto zero, alle tre del mattino, scatta l’offensiva sovietica. A nord la meta è Klin , a sud Kaluga.
7 dicembre: aerei giapponesi attaccano la flotta americana alla fonda nel porto di Pearl Harbour, nelle Hawai.
11 dicembre: Hitler dichiara guerra agli Stati Uniti: l’URSS ha un alleato in più.
13 dicembre: si  allenta la pressione tedesca proveniente da Klin e da  Kaluga. La radio rassicura la popolazione: l’offensiva ha avuto successo e l’accerchiamento tedesco è  stato scongiurato, comunica.
15 dicembre: dopo accaniti combattimenti, Klin viene riconquistata dai sovietici.
16 dicembre: il ministro degli esteri britannico, Anthony Eden si reca in visita  a Mosca. Stalin torna a parlare di politica: rivuole le frontiere sovietiche del 1941 e chiede mano libera sull’Europa orientale. Evidentemente le vittorie di Zukov gli hanno dato alla testa. Comincia a parlare di un’offensiva generale.
19 dicembre: Hitler, dopo aver destituito i comandanti più alti in grado, assume il comando dell’esercito e ordina ai propri soldati  davanti a Mosca di non ritirarsi.
Fine di dicembre: i sovietici riconquistano  Kalinin, a nord e, dopo una lotta casa per casa, anche  Kaluga a sud. Il  Guppo d’Armate Centro tedesco è minacciato di accerchiamento.
5 gennaio 1942: Zukov critica il piano di Stalin di offensiva generale. E’ l’unico a farlo. L’offensiva generale- verso Leningrado, verso Kiev, davanti a Mosca- fallisce in pieno causando perdite spaventose.

Alla fine di marzo, la battaglia di Mosca è praticamente conclusa, anche se, qua e là,  si registreranno sporadici scontri per quasi tutto il mese di aprile. Il 20 aprile, “ ufficialmente”, la battaglia di Mosca termina: i sovietici hanno lasciato sul campo quasi un  milione di uomini. I britannici e gli americani, insieme, durante l’intera guerra, non arriveranno  a un numero di perdite così elevato.

Da leggere

Chris Bellamy, Guerra assoluta, Einaudi , 2010
Rodric Braithwaite, Mosca 1941, Mondadori , Le Scie, 2008
Martin Gilbert: la grande storia della seconda guerra mondiale, 1989; Mondadori Oscar Storia, 2003
Basil Liddle Hart, Storia di una sconfitta, 1948
John Luckas, L’attacco alla Russia, Corbaccio, 2008
Geoffrey Jukes, La difesa di Mosca, Ermanno Albertelli  Editore, senza data
John Keegan,   La seconda guerra mondiale, una storia militare, 1986;  Bur saggi, 2003
Richard Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, 2000
Konstantin Simonov, I vivi e i morti, Editori Riuniti, 1961
Alexander Werth, La Russia in guerra, Mondadori, 1966

Su questo sito puoi leggere anche :

La città di Pietro ( L’assedio di Leningrado, 1941-1944),
Uno contro uno ( La battaglia di Kursk, 1943),
Sei barra uno ( La battaglia di Stalingrado, 1942-43)
Andata e ritorno ( I tedeschi nel Caucaso, 1942)
Gli abeti rossi ( Il massacro di Katyn, 1940)
Verso Berlino (Operazione Bagratiòn, controffensiva sovietica in Bielorussia,1944)
La corsa ( La caduta di Berlino)

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) pubblicati su questo sito.

Per le immagini si rimanda a:

it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Mosca

 

La cartina è tratta da: www.emersonkent.com/map_archive/moscow_1941.htm

La cartina della battaglia.

La situazione alla vigilia della controffensiva sovietica. Clicca sulla cartina per ingrandirla.


[1] L’arruolamento dei volontari fu, agli inizi, confuso e improvvisato. I moscoviti – uomini e donne- venivano arruolati, per amore o per forza, nel quartiere al quale appartenevano ( Mosca era stata divisa in venticinque quartieri o Rajon), nelle scuole alle quali erano iscritti, negli uffici, nei teatri  e persino nelle fabbriche. A volte non si teneva conto delle specializzazioni. Molti studenti di medicina furono arruolati come soldati semplici e solo in un secondo tempo furono  richiamati dal fronte per ultimare gli studi e trasformarsi in medici militari. Non c’era chiarezza neppure nelle comunicazioni. Molti si arruolarono convinti di  dover costruire difese intorno a Mosca o manovrare batterie antiaeree e si trovarono, di punto in bianco, al fronte.  Mancavano le armi, mancava l’addestramento. Per queste ragioni i volontari subirono perdite elevatissime. Alcuni di loro, tuttavia, col tempo divennero soldati duri e temprati e parteciparono a tutte le fasi della guerra, compresa la conquista di Berlino.

[2] Comandante del fronte occidentale al momento di “Barbarossa”,  destituito e giustiziato per negligenza. In effetti Pavlov commise numerosi errori. Non volle considerare vera la notizia dell’attacco, emanò gli ordini in ritardo, fu tagliato fuori da tutte le comunicazioni e perse il controllo delle proprie armate. Ma in quei momenti, pochi , pochissimi seppero fronteggiare nel modo dovuto la situazione.

[3] Entrambi generali zaristi. Il primo servì  soprattutto  sotto la Grande Caterina; il secondo sconfisse Napoleone nel 1812.

[4] Il generale di divisione Ivàn Panfilov e il suo collega Lev Dovator furono due fra i più abili e coraggiosi  ufficiali sovietici. Erano adorati dai propri uomini con i quali dividevano  rischi e i disagi. Il generale di cavalleria Dovator era ebreo. Eppure i suoi soldati- tutti cosacchi, tradizionalmente antisemiti- stravedevano per lui. Entrambi caddero in combattimento: Panfilov nel novembre del 1941, Dovator nel dicembre dello stesso anno, durante la vittoriosa controffensiva sovietica davanti a Mosca. La divisione di Panfilov – una delle migliori e delle meglio addestrate- subì perdite tremende davanti alla capitale.

[5] Ventitré dei “28 di Panfilov” come sono passati alla storia i difensori di Dubosekovo, caddero al proprio posto di combattimento dopo aver distrutto, complessivamente, diciotto carri armati nemici e dopo aver trattenuto a lungo i tedeschi. Furono tutti nominati “Eroi dell’Unione Sovietica” alla memoria. L’episodio fu trasformato in una sorta di leggenda .Con molte luci, ma anche con molte ombre.  Dopo la guerra, ad esempio, vennero rintracciati cinque sopravvissuti. Uno di essi era un collaborazionista. Come avevano fatto a cavarsela? Che cosa era effettivamente successo al bivio di  Dubosebovo?

[6]. In tedesco Armata Rossa si traduce Die Rote Armee. L’aggettivo rot( rosso)  rimanda quasi immediatamente al verbo rotten che in tedesco significa “marcire”. L’Armata Rossa diventava, quindi, in certi ambienti dell’epoca o nei commenti di molti giornali, “L’Armata Marcia”. Mantenendo il gioco di parole in italiano, per rendere quello stesso concetto, i traduttori di opere storiche straniere usano l’espressione ” Armata Rotta” ( rosso/rotto).