I fiori di fuoco

18/02/2013
Il monumento alle vittime civili di Okinawa. Opera dello scultore giapponese Kinjo Minoru. Da japanfocus.org

Il monumento alle vittime civili di Okinawa. Opera dello scultore giapponese Kinjo Minoru. Da japanfocus.org

Prologo.

Il governo giapponese di Shinzo Abe aveva “consigliato” ad alcuni editori di togliere dai manuali di storia in  uso nelle scuole superiori qualsiasi riferimento alla responsabilità dei militari riguardo a suicidi di massa verificatisi durante la Seconda Guerra Mondiale fra la popolazione civile. In altri termini, secondo il governo, i suicidi di massa erano sì avvenuti, ma i comandi militari non c’entravano, non erano stati loro a ordinarli.
Il governo giapponese forse sperava di passarla liscia. Si sbagliava di grosso. La reazione dell’opinione pubblica  fu immediata e veemente. Il governo si rimangiò in parte la parola e, come tutti i governi che si rispettino, scelse una soluzione di compromesso e, naturalmente, scontentò tutti.
Era il 2007. La battaglia di Okinawa era finita da sessantadue anni.

L’isola del Karate.

Okinawa è un’isola delle Ryukyu e fa parte del Giappone. E’ lunga centoventi chilometri e larga una quarantina. Il clima è monsonico, piove spesso, il territorio è accidentato. Per lungo tempo regno indipendente, Okinawa fu eretta a prefettura giapponese nel 1879. Anche dopo l’annessione al Giappone, gli abitanti di Okinawa – in gran parte agricoltori- conservarono a lungo  una cultura propria, proprie tradizioni e propri costumi. Per via dei trascorsi storici, fra loro  e i giapponesi non sempre è corso buon sangue: alla vigilia della guerra del Pacifico, ad esempio, a Tokio c’è ancora chi li considera un’etnia  a parte e cittadini di serie B, anche se molti abitanti dell’isola, complici una propaganda serrata e una capillare politica di assimilazione, sono ormai giapponesi in tutto e per tutto.
Okinawa si trova a meno di settecento chilometri dalle isole giapponesi principali,  Kyushu, Honsu e Hokkaido. Già nel 1944 gli americani hanno preparato un piano per conquistarla: vogliono portare le proprie navi e soprattutto i propri bombardieri pesanti e medi vicinissimi al Giappone, preludio a un’invasione su larga scala.

Mentre gli americani preparano il loro piano, l’Impero del Sol Levante è in agonia. Nel Pacifico, il suo perimetro difensivo si è spaventosamente ristretto; la Grande Area di Coprosperità è un ricordo, la madrepatria stessa è sotto minaccia di invasione; mancano piloti addestrati ed esperti, aerei in grado di competere con gli Hellcat o i B29 americani, carburante per farli volare. Anche la  flotta imperiale, un tempo imbattibile,  è  ora ridotta al lumicino.  Gli alti comandi sanno tutto questo. Ma non hanno alcuna intenzione di cedere. L’ala militarista e nazionalista la fa ancora da padrona e detta la linea: niente cedimenti e niente resa. Combattendo fino all’ultimo soldato, possiamo infliggere al nemico perdite spaventose. In mezzi ma, soprattutto, in uomini. E allora, di fronte all’ennesima carneficina, come reagirà l’opinione pubblica americana già scossa per quanto accaduto a Iwo Jima? E le alte sfere? Continueranno a pretendere la resa incondizionata  del Giappone o non ripiegheranno su soluzioni meno drastiche?
Okinawa, insomma, è per i giapponesi una replica di Iwo Jima su scala più vasta. Identici gli obiettivi, del tutto simili le scelte tattiche: poche difese in prossimità delle spiagge, linee di bunker e di casematte dislocate all’interno e in profondità, campi di fuoco incrociato. E, in più, uomini pronti a sacrificare la propria vita  in missioni suicide.
Il piano giapponese è semplice: attirare il nemico sempre più a sud, tagliargli ogni via di fuga verso le spiagge, costringere la flotta a ritirarsi sotto l’incalzare degli attacchi kamikaze, impegnare i marines e i GI in una battaglia di attrito all’ultimo sangue. Il sistema difensivo a Okinawa è pensato e disegnato a questo scopo. Due formidabili linee- la Machinato e la Shuri–  ideate dal colonnello Hiromichi Yahara nascondono centinaia di fortini, bunker, grotte, gallerie, nidi di mitragliatrici, postazioni di mortai e di artiglieria. E più di centomila uomini.

Iceberg.

Lo sbarco vero e proprio( nome in codice Iceberg) è preceduto dalla conquista di alcune isolette poste a ovest di Okinawa. Servono per fornire approdi alla flotta e basi di partenza ai bombardieri. In queste isole, gli esterrefatti  marines scoprono più di trecento piccole imbarcazioni armate con bombe di profondità. Sono battelli suicidi. Il pilota li deve portare a schiantarsi contro le fiancate delle navi nemiche. Ma, fatto ancor più terribile, centinaia di abitanti di Tokashiki, Zamami e Kerama -le isole dello sbarco-, si tolgono la vita all’arrivo degli americani. Spontaneamente? Per ordine delle autorità militari? E’ un’anticipazione di quanto accadrà nei giorni e nei mesi seguenti.
Il 1° aprile, Pasqua del Signore e  L-Day[1] per chi deve sbarcare a Okinawa, dopo sette giorni di violentissimi bombardamenti navali e aerei, unità di marines e dell’esercito cominciano a prendere terra nella parte occidentale dell’isola. La reazione è quasi inesistente. Gli ufficiali si chiedono dove sia finito il nemico o, come l’ammiraglio Richmond K. Turner, se addirittura ci sia il nemico. Contemporaneamente, la Seconda divisione marines finge uno sbarco a Manotoga( o Minatoga) nella parte sudorientale  per tenere bloccate le riserve giapponesi.
I primi obiettivi vengono raggiunti quasi senza colpo ferire. Una parte della forza da sbarco  principale piega a nord, l’altra a sud.  E a questo punto i combattimenti si fanno accaniti. Nella parte settentrionale dell’isola,  la penisola di Motobu  e l’isoletta di Ie Jima  vengono conquistate dopo duri scontri; nella parte meridionale, la resistenza si fa più intensa a mano a mano che i marines e i GI si avvicinano alla linea Machinato. Nello stesso tempo, aerei kamikaze si lanciano sulla flotta affondando un paio di cacciatorpediniere e alcune unità minori. Gli attacchi suicidi continueranno per l’intera durata della campagna, raggiungendo quasi le duemila missioni. Gli americani perderanno trentasei navi – in gran parte cacciatorpediniere in funzione di picchetto radar-  e ne avranno trecentosessantotto danneggiate. Entra in partita anche la corazzata Yamato. Nelle intenzioni dello Stato Maggiore Imperiale essa dovrebbe raggiungere Okinawa, attirare al largo le portaerei nemiche, posizionarsi infine davanti alle spiagge e fungere da superbatteria costiera. Ma la Yamato viene avvistata quasi subito e mandata a fondo-insieme ai suoi 3.500 uomini di equipaggio- dai bombardieri e dagli aerosiluranti americani .

La linea Machinato  è incentrata intorno a un crinale, il Kakazu Ridge, contro il quale si infrangono gli assalti frontali dei marines e dei soldati dell’esercito. E’ una posizione formidabile, ma il comandante in capo, il generale Mitsuru Ushijima, anziché restare sulla difensiva, cede alle pressioni del suo capo di Stato Maggiore, generale Isamu Cho e lancia un contrattacco, giocandosi il vantaggio di cui gode. Il 19 aprile il crinale è conquistato. La Trentaduesima armata si ritira allora dietro una seconda linea difensiva intorno alla città di Shuri, l’antica capitale dell’isola. Dopo feroci combattimenti durati settimane intorno al “Pan di Zucchero” ( Sugar Loaf), alla Conical Hill e alla Chocolate Drop Hill, cardini della linea Shuri, i giapponesi, fallito un altro contrattacco, abbandonano le posizioni e arretrano nella zona dello Yaeju Dake Escarpment.
Il 21 giugno, dopo altri combattimenti sanguinosissimi, l’isola viene dichiarata sicura.[2] Fra i più di dodicimila caduti americani c’è anche il comandante delle forze di terra,  generale Simon Bolivar Buckner Jr , colpito da una granata il 18 giugno durante un’ispezione al campo di battaglia. I giapponesi contano più di centomila morti, compresi gli ufficiali comandanti Ushijima e Cho suicidatisi il 22 giugno. Centocinquantamila fra uomini donne e bambini – un quarto della popolazione civile-  perdono la vita sotto le bombe, all’interno delle grotte o gettandosi dalle alture.

Una ferita aperta.

The butcher’s bill, il conto del macellaio, ha tenuto aperta a lungo la ferita di Okinawa. Ha posto numerosi interrogativi, sollevato questioni sul piano politico e su quello militare; nell’immediato e a distanza di tempo. Alla luce di quanto accadde dopo, la battaglia sembrò un inutile spreco di vite umane.
L’ammiraglio Nimitz, a caldo, considerò positivamente la tattica adottata a Okinawa, ma altri, in seguito, non fecero altrettanto. Non misero in discussione l’organizzazione e la preparazione del piano, ma la sua realizzazione. Perché la forza del nemico fu sottostimata? Perché si continuò troppo a lungo ad attaccare la linea Shuri frontalmente? Perché quando le cose cominciarono a mettersi male non fu presa in considerazione la possibilità di uno sbarco in forze a Manotoga, in modo da aggirare le difese intorno all’antica capitale? Perché fu quasi del tutto ignorata la lezione di Iwo Jima dove la superiore potenza di fuoco americana era stata resa meno efficace dal sistema difensivo giapponese e dove era stata opposta una scarsa resistenza sulle spiagge? Perché il piano tattico non fu cambiato?  Fu il timore di incorrere in “una nuova Anzio” ( Buckner) a fermare un secondo sbarco o non fu piuttosto la mancanza di flessibilità degli alti comandi? Furono le rocce coralline di Manotoga a scoraggiare l’aggiramento o non fu piuttosto una perdurante cecità tattica e un’ostinata fiducia  nella superiorità  di fuoco?
In effetti, gli analisti militari si aspettavano una forte resistenza al momento dello sbarco e assalti disperati alla baionetta. E avevano predisposto le opportune contromisure per avere ragione dell’una e degli altri. Le cose però andarono diversamente. Come a Iwo Jima, i giapponesi non contrastarono se non blandamente gli sbarchi, non si lanciarono, urlando lunga vita all’imperatore(Banzai!), in attacchi dissennati e folli, ma  si rintanarono dietro un formidabile sistema difensivo  cambiando di fatto le carte in tavola.  E tuttavia il piano  americano non fu modificato se non quando ormai migliaia di marines e di GI erano caduti in battaglia. Si continuò a lungo ad attaccare frontalmente i bunker e le caverne giapponesi fidando sulla superiore potenza di fuoco anche quando il maltempo limitava i movimenti di uomini e mezzi penalizzando gli attaccanti, favorendo i difensori.

Quella di Okinawa non era una battaglia come le altre. I combattimenti non finivano quando venivano conquistati una cresta,  un crinale o una posizione più o meno fortificata. Lo scopo dei difensori non era quello di tenere le posizioni: lo scopo dei difensori era quello di uccidere. Gli americani non lo capirono subito, ma quando lo capirono fecero lo stesso. Così ogni piccola conquista, ogni minimo progresso vennero pagati duramente. Da una parte e dall’altra. Fu un vero e proprio bagno di sangue. Certo, anche a Okinawa come a Iwo Jima un valore non comune divenne comune virtù, ma se la linea Shuri fosse stata aggirata per tempo come qualcuno chiedeva, molti giovani valorosi non sarebbero morti. O almeno questo è il parere di storici autorevoli.

I fiori di ciliegio.

Quella di Okinawa fu una battaglia diversa dalle altre anche perché entrarono in gioco due variabili in precedenza assenti o presenti solo in parte: la popolazione civile e gli attacchi suicidi. A Iwo Jima la popolazione civile non c’era; in altre zone di operazione- nelle Filippine, ad esempio- se ne conoscevano in anticipo gli orientamenti. I marines, in altri termini, sapevano ancor prima di sbarcare se la popolazione sarebbe stata favorevole, ostile o indifferente. Ma come si sarebbero comportati i quasi seicentomila abitanti di Okinawa? Avrebbero collaborato con i giapponesi o, per via delle antiche ruggini, li avrebbero avversati? Avrebbero combattuto al loro fianco o si sarebbero tenuti in disparte? Militari e civili “sarebbero vissuti e morti insieme” o qualcuno avrebbe disobbedito? Questo i marines non lo sapevano.
Al seguito delle divisioni americane viaggiavano camion carichi di viveri e di medicine destinati alla popolazione dell’isola. Per gli americani, dunque, i civili non erano a priori nemici. Ma la maggior parte di quei civili viveva nel terrore di cadere nelle mani dei marines “ mangiatori di bambini”, diavoli senza morale, stupratori e torturatori. Complici la propaganda e la convinzione che morire per l’imperatore fosse la più grande delle virtù e un dovere sacro, molti consideravano preferibile togliersi la vita piuttosto che cadere nelle mani degli americani.  Giovani e meno giovani furono inquadrati in una specie di milizia ausiliaria e combatterono, per amore o per forza, a fianco dell’esercito giapponese. E le donne e i bambini? Fuggirono e si nascosero. Forse non potevano fare altro. Ma, chi si nascose, condivise, come vedremo, la sorte dei combattenti.

Anche la seconda variabile- i kamikaze- in un qualche modo contribuì a determinare la sorte dei civili di Okinawa. I kamikaze, come sappiamo, erano piloti suicidi, versione moderna di quel “vento divino” contro il quale si  era infranta nel XIII secolo la potenza mongola di Kublai Khan.  Impossibilitato a reggere il confronto con la superiore tecnologia americana, a corto di carburante, di piloti addestrati e di aerei moderni, a corto di tempo, il Giappone fece ricorso a qualcosa di impensabile nel mondo occidentale, perfino nella Germania nazista o nella Russia sovietica: fece del suicidio un’arma e una religione,  contrappose alla tecnologia la vita dei propri aviatori, al napalm  le proprie bombe umane.
Bombe, a ben vedere, come scrive Victor D. Hanson,  forse più “ intelligenti” dei primi missili di allora. Un pilota lanciato in picchiata contro un bersaglio può sempre correggere la rotta adeguandola a quanto accade sotto di lui;  la direzione di un missile, invece, il più delle volte non poteva essere modificata in volo. Uno Zero con una bomba di 225 chili guidato da un pilota suicida diventava così un’arma perfetta. Come fa notare ancora Hanson, non c’era bisogno di rifornire l’aereo di carburante per l’andata e per il ritorno, di cercare una pista su cui farlo atterrare o di recuperare il pilota se abbattuto. Quello dei kamikaze era un viaggio di sola andata. E anche un aereo vecchio, lento e sorpassato poteva benissimo servire allo scopo.
E che dire dell’Okha, il “ fiore di ciliegio esplosivo”? L’Okha era una sorta di V1 in miniatura, una bomba volante pilotata da un “ dio del tuono”. Costruita con materiali poveri( legno e metallo di bassa qualità), lunga circa sei metri e armata di una tonnellata di tritolo, essa veniva trasportata da bombardieri Betty fin sopra l’obiettivo e quindi sganciata. Il pilota- il ” dio del tuono”, appunto- aveva il compito di dirigerla verso il bersaglio. Che raramente veniva centrato, perché il difetto stava nel manico, come si dice: i Betty volavano a meno di trecento chilometri l’ora- una velocità ridicola- e venivano abbattuti prima ancora di arrivare sull’obiettivo. Per i marines le bombe Okha  divennero ben presto bombe Baka, bombe “idiote”.

I primi kamikaze avevano fatto la loro comparsa durante la campagna di Guadalcanal( 1942-43) e, in misura maggiore, durante le battaglie navali per le Filippine, in particolare durante la battaglia di Leyte( ottobre 1944). Ma si era trattato di fatti episodici, non ancora di una tattica sistematica. A Okinawa i kamikaze apparvero per la prima volta il 6 aprile. Erano tanti e picchiarono duro. Alcune navi furono affondate, numerose altre furono  danneggiate.
Al di là dei danni – e non furono pochi-  inferti dai kamikaze durante l’intera campagna, al di là delle perdite- e non furono poche- causate dal “vento divino”, gli attacchi suicidi  ebbero ripercussioni anche sui combattenti a terra e, di riflesso, sulla popolazione. Con l’intensificarsi degli attacchi kamikaze alla flotta, anche fra i marines e i GI la tensione aumentò. Correva voce che uomini, donne persino bambini avessero già provato a farsi saltare in aria vicino a un ponte, a una pattuglia o a un’installazione militare.  Si trattava di episodi isolati o di tattica sistematica? Il dubbio era legittimo. I marines e i GI di Okinawa si trovarono così a vivere in anticipo il drammatico dilemma di chi, anni dopo, avrebbe combattuto in Vietnam o in Afganistan: quella donna dall’aria smarrita, quel vecchio dall’espressione rassegnata, persino quel bambino piangente  implorano aiuto o sono imbottiti di bombe? Sono civili terrorizzati o terroristi fanatici? Se la vita non conta più niente, infatti, tutto è possibile. E poi – ragionavano i marines – se i giapponesi stessi non  hanno rispetto per la propria vita, dobbiamo averne noi?
E così chi veniva trovato con addosso granate veniva immediatamente passato per le armi. Né avevano possibilità di scampo i civili rintanati  nelle caverne e nelle grotte. A volte i fanti giapponesi li cacciavano dai rifugi esponendoli al terrificante fuoco dei mortai e delle armi automatiche; altre volte li accoglievano nella speranza- vana-  di poter in questo modo evitare di essere attaccati, altre volte ancora facevano loro posto all’interno dei rifugi perché i civili e i soldati dovevano “combattere e morire insieme”.
Quando arrivavano nelle vicinanze di una grotta, di una caverna, di un bunker, i soldati americani non si preoccupavano di sapere se all’interno ci fossero militari o civili. Intimavano agli occupanti di uscire e se nessuno lo faceva lanciavano granate all’interno del rifugio o, più spesso, vi pompavano benzina alla quale appiccavano il fuoco. Numerosi soldati giapponesi morirono bruciati vivi o dilaniati dalle bombe a mano. E molti civili con loro. Come quelle ottantacinque studentesse impiegate come infermiere di guerra e carbonizzate nella caverna dove si erano rifugiate. Né furono le sole: un po’ dovunque all’avvicinarsi dei marines le madri si lanciarono coi figlioletti giù dalle scogliere, gli uomini si fecero saltare in aria, le sorelle strangolarono i fratelli, i padri i figli. Nell’isola di Zamami, alla fine di marzo, a ridosso del “ Giorno dell’Amore”, si fece ricorso anche al veleno per topi.
In parte sappiamo perché tutto questo accadde. Ma  si trattò di scelta spontanea o di scelta imposta? Fu un libero atto di fedeltà all’imperatore o  ci fu costrizione da parte degli ufficiali? Di certo c’è questo: Okinawa doveva essere uno spaventoso ammonimento per chi coltivava l’idea dell’invasione. Una volta messo piede sul sacro suolo giapponese, l’invasore avrebbe trovato in ogni uomo, in ogni vecchio, in ogni donna, in ogni bambino  un soldato pronto a uccidere prima di essere ucciso.

E i marines e i GI  americani? Combattevano quella guerra sporca senza esclusione di colpi e, in apparenza, senza remore morali. Mai come a Okinawa si doveva uccidere per non essere uccisi. Era l’atroce legge della guerra, il volto brutale della battaglia, di quella battaglia dove, col passare dei giorni, in sanguinosi corpo a corpo e fra difficoltà di ogni genere, “un valore non comune” si faceva “comune virtù”. Ma, fra loro, ci fu anche chi si macchiò di stupri e di violenze. Gli alti comandi misero tutto a tacere, negarono e continuarono a negare, fino a quando numerose testimonianze  fecero emergere il contrario. In quei giorni, per chi si consegnò ai vincitori, per chi non poté o non volle suicidarsi, gli americani assunsero le sembianze per niente diaboliche di chi – medici e furieri- dava loro cibo e medicine. Ma non dappertutto, purtroppo, andò così. Da qualche parte qualcuno si imbatté davvero nel diavolo.

I fiori di fuoco.

La battaglia di Okinawa terminò intorno alla fine di giugno. Poco più di un mese dopo, due bombe atomiche furono sganciate sulle città di Hiroshima e Nagasaki. Che nesso c’è – se c’è- fra i due avvenimenti? Okinawa aveva sicuramente dimostrato quanto costosa potesse essere, in termini di vite umane, un’invasione del Giappone. L’invasione, tuttavia, non era la sola opzione sul tavolo degli analisti militari americani e ancor meno lo era la bomba atomica. Il generale Curtis “Culo di Ferro” LeMay, capo dell’aviazione strategica, aveva già fornito un’anticipazione degli effetti spaventosi di un bombardamento a tappeto indiscriminato condotto con ordigni incendiari. Nei mesi precedenti Hiroshima, i B29 di LeMay avevano ridotto in cenere intere città giapponesi e ucciso  centinaia di migliaia di civili ben più di quanti sarebbero periti a Hiroshima. Gli obiettivi adesso non erano più le fabbriche, le installazioni militari, le industrie: gli obiettivi, adesso, erano le città in quanto centri abitati, non in quanto centri di produzione bellica. Tuttavia, i raid aerei, tesi a fiaccare il morale della popolazione e costringere il Giappone a cedere,  avevano due limiti.
Il primo era il rifiuto del governo giapponese alla resa incondizionata, il secondo era il tempo. Il primo limite non poneva problemi  insormontabili. I giapponesi non temevano tanto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, quanto l’Unione Sovietica. Con le prime avrebbero potuto- per certi versi, dovuto – dialogare in vista delle futura ricostruzione; con la seconda stavano combattendo una guerra il cui esito  avrebbe potuto portare, in Giappone, a un rivolgimento politico e sociale in senso comunista. Il governo chiedeva rassicurazioni circa il destino e la sorte dell’imperatore come persona e come istituzione: se le avesse ottenute, avrebbe potuto riconsiderare la questione della resa.

Il secondo limite poneva problemi di più difficile soluzione. La campagna di bombardamenti a tappeto sarebbe stata lunga e devastante. Per quanto tempo una simile campagna avrebbe potuto essere giustificata davanti all’opinione pubblica mondiale? Per quanto tempo lo spaventoso numero di vittime innocenti sarebbe stato tollerato? D’altro canto, si poteva correre il rischio di perdere un milione di uomini (tale era la stima- esagerata- del generale MacArthur) per realizzare Downfall, l’invasione del Giappone? Dunque gli americani , se volevano farla finita col Giappone, dovevano scegliere fra vite umane e tempo.
Scelsero le prime.
Ma, memori della lezione di Okinawa, non quelle dei propri soldati.

Epilogo.

Nel 2005  lo scrittore giapponese Oe Kenzaburo , premio Nobel per la letteratura nel 1994, fu citato in tribunale da un ufficiale novantunenne reduce dalla battaglia per Okinawa e dai familiari di un altro ufficiale giapponese scomparso nel frattempo. Gli venivano contestate alcune affermazioni contenute nel suo saggio Note di Okinawa, lesive dell’onore dell’esercito in generale e dei due ufficiali in particolare. Secondo Oe, infatti, erano stati i militari a “ordinare” i suicidi di massa durante la battaglia.
La Corte lo assolse. Esistono fondati motivi, scrisse nella sentenza il giudice, per ritenere i militari- anche se non i due accusatori in particolare- responsabili di tali atrocità. Una riprova? Nelle zone libere dalla presenza di soldati, i suicidi non ebbero luogo.  Durante il processo, un sopravvissuto, il settantottenne Shigeaki Kinjo, dichiarò: “ I soldati consegnarono le bombe a mano ai civili una settimana prima che gli americani sbarcassero. Tutti gli abitanti avevano l’ordine di raggrupparsi vicino ai centri di comando dell’esercito in attesa che venisse loro imposto di suicidarsi.” E concluse: “ Senza una precisa disposizione degli ufficiali non ci sarebbe stata alcuna mattanza.”
La battaglia di Okinawa non è ancora finita.

Da leggere:

Hanson W. Baldwin , Tarawa, lo sbarco in Normandia, la battaglia delle Ardenne, Okinawa: battaglie vinte e perdute: 1943-1945 , A. Mondadori, 1972.
George Feiffer, Okinawa the blood and the bomb, Lyon Press, 1992
Simon Foster , Okinawa : 1945: l’ultima battaglia, Oscar Mondadori, 2002
Benis M. Frank , Okinawa l’ultima battaglia, Albertelli, 1971.
Victor Davis Hanson , Il volto brutale della guerra : Okinawa, Shiloh e Delio: tre battaglie all’ultimo sangue, Garzanti, 2005
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Oscar Storia, 2003
Inogouchi e Nakajima, Vento divino, Longanesi, 2002
John Keegan, La seconda guerra mondiale: una storia militare, Rizzoli, Bur, 2003
Robert Leckie, Okinawa, the last battle of World War II, Penguin paperbacks, 1996
William Manchester, Tenebre addio. Memorie della Guerra del Pacifico, Mondadori, 1982.

Da vedere:

Hacksaw Ridge, di Mel Gibson, 2016

Contatti

Una descrizione accurata della battaglia di Okinawa si trova su questo sito ( sito raccomandato): Pacific War (Da Main Menu scegliere Pacific >Okinawa > The battle animation . Una volta all’interno dell’animazione, usare gli appositi pulsanti per visualizzare le varie fasi della battaglia).

Qui si può prendere visione di un intereressante ed esaustivo articolo sulle fasi finali della guerra nel Pacifico, sulle perdite da una parte e dall’altra, sui piani di invasione del Giappone e sulle ragioni che portarono all’impiego della bomba atomica.

Notizie relative agli altri avvenimenti della guerra nel Pacifico si trovano, oltre che sul sito Pacific war , anche nei seguenti post:

Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
Clicca qui per leggere l’articolo.

Inferno verde Guadalcanal 1942-43: sei mesi all’inferno.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Il sasso della fionda Golfo di Leyte, Filippine, ottobre 1944. Il Golia giapponese  sembra quasi invincibile, ma il Davide americano arma la propria fionda…
Clicca qui per leggere l’articolo

Sangue e cenere A Iwo Jima, “l’isola dello zolfo”,  in trentasei giorni cadono settemila marines. Quasi duecento al giorno.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Mappa della battaglia:

Mappa della battaglia di Okinawa. Fonte:japanfocus.org/-Aniya-Masaaki/2629

Mappa della battaglia di Okinawa. Fonte:japanfocus.org/-Aniya-Masaaki/2629


[1] L-Day sta per Love Day, nome decisamente fuori luogo alla luce di quanto accadrà in seguito.

[2] La conferma definitiva arriverà soltanto il 2 luglio.


Sangue e cenere

07/02/2013

Iwo Jima bandiera  americana sul  Suribachi

Prologo.

La voce inconfondibile di Johnny Cash ci conduce nel vivo di una storia: quella di un giovane indiano Pima  e dell’acqua dei fossi della  riserva in cui vive, in Arizona, Stati Uniti d’America. Quell’acqua  fa germogliare le messi,  dà da vivere. Poi un giorno se la prendono gli uomini bianchi. Dove prima crescevano i raccolti ora si vedono solo erbacce. Il giovane Pima lascia la riserva e si arruola nel corpo dei marines.
Il suo nome è Ira Hamilton  Hayes.

L’ eretico.

In prossimità delle uscite dalle spiagge dello sbarco, su un terreno infame, insidioso e friabile, intere compagnie di marines sono sotto il fuoco incrociato dei giapponesi. Avvolti dal fumo delle esplosioni e dall’acre odore dello zolfo e della cordite, inchiodati a terra dietro ripari precari o improvvisati, privi dell’appoggio dei carri bloccati dalla cenere vulcanica, i giovanissimi marines, impossibilitati a muoversi, cadono a centinaia. Nessuno si immaginava una situazione del genere, nessuno si aspettava di trovare a Iwo Jima-  “l’isola dello zolfo” per i giapponesi, “una braciola di maiale bruciata”[1] per gli americani- un vero e proprio inferno, un ostacolo dietro l’altro, un bunker dietro l’altro. Dirà il generale Holland Smith, comandante della forza anfibia: “Ignoro chi sia il bastardo che sta mettendo in scena  questo spettacolo, ma chiunque  sia, sa il fatto suo.”[2]
Il “bastardo” in questione è un generale giapponese: si chiama Tadamichi Kuribayashi.

Il tenente generale Tadamichi Kuribayashi è a Iwo Jima dal maggio 1944.  E’ un uomo sensibile e colto, scrive poesie, ama disegnare. Ha viaggiato all’estero, ha soggiornato negli Stati Uniti – l’ ”ultimo Paese che il Giappone dovrebbe attaccare”, come scrisse una volta alla moglie-  ne ha ammirato la cultura e capito le potenzialità. Ma è un soldato. Un soldato giapponese in guerra. Novello Leonida, sa di essere destinato  alla sconfitta, ma il suo onore gli impone di lottare fino all’ultimo.  Perché  Iwo Jima è territorio giapponese. E la patria è sacra. Se qualcuno dovesse invaderla, ogni suo metro, ogni suo centimetro di terreno saranno difesi fino  all’ultimo uomo. Gli americani devono saperlo. Per loro, Iwo Jima deve essere un terribile ammonimento. Se perdono mille uomini per conquistare quell’isoletta, quanti ne perderanno una volta messo piede sul sacro suolo di Honshu e di Hokkaido ? Diecimila? Centomila? Un milione?
Kuribayashi non è dunque a Iwo Jima per vincere, ma per causare più perdite possibili agli americani;  non è lì per sconfiggere il nemico, ma per scoraggiarlo dall’invadere il suo Paese.  Il dovere gli impone di difendere l’isola, l’onore gli impone di farlo fino all’estremo, inevitabile, sacrificio. Fanatico o novello samurai?
Sia come sia, Kuribayashi sa che cosa fare. Appena arrivato sull’isola e fatta evacuare la popolazione civile, va controcorrente e  adotta soluzioni “eretiche”: niente difese in prossimità delle spiagge, ma una rete di posizioni fortificate collegate le une alle altre e in grado di sostenersi reciprocamente; niente attacchi all’arma bianca ( i cosiddetti attacchi Banzai), ma fuoco incrociato da bunker e da casematte interrate. A Iwo Jima, ventunomila soldati giapponesi spariscono sottoterra. Letteralmente.
E sottoterra si intrecciano chilometri e chilometri di gallerie; sottoterra vengono allestiti ospedali da campo, depositi di viveri e di munizioni, centri di comando. La ricognizione aerea americana individua soltanto la parte superficiale di questo complesso sistema difensivo e alimenta la falsa illusione di una facile vittoria. Quattro giorni al massimo è la previsione degli ottimisti, una decina di giorni quella dei  pessimisti.
Ce ne vorranno trentasei.

Il Distacco.

Ma perché tanto interesse per Iwo Jima? Perché tanta attenzione a quei venti chilometri quadrati di roccia dura e polverosa dove l’acqua potabile manca del tutto? A quel minuscolo granello di pomice vulcanica perennemente avvolto nell’odore fetido dello zolfo e sperduto nell’oceano? Perché l’isola si trova sulla rotta dei B29 diretti dalle Marianne  in Giappone, ecco perché. Dai due aeroporti di Iwo Jima, i bombardieri e gli Zero si alzano per colpire la vicina Saipan; dai centri di osservazione dell’isola partono in continuazione messaggi verso la madrepatria  e verso le batterie antiaeree costiere. Che hanno così tutto il tempo per preparare le opportune contromisure.
Se Iwo Jima fosse in mano americana, la situazione cambierebbe. I bombardieri strategici B29 potrebbero essere scortati dai caccia  a lungo raggio; le piste di Saipan non sarebbero costantemente sotto minaccia; gli americani disporrebbero di una base in più per colpire il Giappone; gli aeroporti dell’isola offrirebbero un approdo sicuro ai velivoli danneggiati di ritorno dalle missioni.  Perché allora non provarci? Il tempo e le risorse ci sono: la campagna delle Filippine, fortemente voluta dal generale MacArthur, è durata meno del previsto, rendendo disponibili uomini e mezzi. Sì, si può fare; anzi, si deve fare. Anche perché Okinawa e Formosa – le altre alternative- sembrano a tutta prima ossi ben più duri di Iwo Jima.

L’operazione Detachment( Distacco, Separazione), tuttavia, comincia male. Due mesi di bombardamenti continui dal cielo hanno causato solo danni superficiali al sistema difensivo dell’isola, anche se gli americani, ignorando l’estensione sotterranea delle fortificazioni giapponesi, sono convinti del contrario e ostentano ottimismo. Soprattutto dopo che, sfruttando  l’unico errore tattico di Kuribayashi[3],  sono riusciti a mettere fuori uso i cannoni di un’altura fortificata, lo Stone Quarry, posta sul fianco destro dello schieramento e in grado di prendere d’infilata le spiagge.
Ma c’è anche dell’altro.
Alla vigilia dello sbarco, previsto per il 19 febbraio, i comandanti dei marines chiedono dieci giorni di fuoco navale di preparazione e ne ottengono solo tre. E, complice il maltempo, neppure pieni. Dal canto loro, i sommozzatori mandati a terra a dare un’occhiata avvertono: attenzione: le onde si infrangono direttamente sulle spiagge, la risacca è forte, il terreno friabile e insidioso. Non sarà questo a fermarci, è la risposta: possiamo mettere a terra novantamila uomini. Quanti potranno averne i giapponesi? Diecimila? Dodicimila? Certo, non tutto, all’inizio, filerà liscio, ma , con una superiorità di nove a uno a terra  e il controllo completo dell’aria, sapremo superare le difficoltà in breve tempo.
Le zone dello sbarco, infine. Non che ci sia molto da scegliere. Vista la conformazione dell’isola, solo la parte sudorientale offre approdi relativamente agevoli. E  lì, nella parte sudorientale di Iwo Jima, Kuribayashi ha fatto minare tutte le uscite delle spiagge, ha riempito il Suribachi- un’altura di un centinaio di metri sovrastante la zona dello sbarco-  di tunnel e di bunker, ha scaglionato tre linee di difese interrate attorno agli aeroporti, ha ordinato di impiegare l’artiglieria antiaerea contro le fanterie.
Tutto è pronto, si tratta solo di aspettare. E di morire combattendo.

Due bandiere.

Il 19 febbraio, D-Day,  è una giornata serena e limpida. Protetti da un fuoco di sbarramento impressionante, i mezzi da sbarco si avvicinano alle spiagge di Iwo Jima.  A bordo c’è chi scherza ( “ Ma ce ne lasceranno qualcuno per noi?”), chi prega, chi aspetta, teso e in silenzio, il momento di toccare terra[4].
Ogni unità conosce i propri obiettivi. Il 28.mo reggimento marines deve agire sul fianco sinistro dello schieramento e mettere in sicurezza il Suribachi; il 25.mo deve operare sul fianco destro per neutralizzare lo Stone Quarry; gli altri reggimenti,il 27.mo e il 23.mo, devono procedere verso il centro dell’isola e impossessarsi dei due aeroporti giapponesi ( Motoyama 1 e 2 ).
Le spiagge non sono minate, la resistenza è praticamente assente. Intorno alle nove del mattino, i fanti di marina prendono terra quasi senza colpo ferire.  Sono ragazzi di diciotto, diciannove anni, forse inesperti, ma bene armati, addestrati, decisi. Le avanguardie  si muovono verso le uscite delle spiagge mentre dietro di esse, ondata dopo ondata, si succedono gli sbarchi.
Ma i guai cominciano subito. Terrapieni di soffice cenere vulcanica alti quattro, cinque metri offrono scarsa presa e limitano i movimenti di uomini e mezzi. I Seabees [5] allora stendono sul terreno reti di acciaio per permettere ai carri e ai mezzi pesanti di muoversi speditamente. Ma il sistema va presto in tilt, le reti non reggono tutto quel movimento e tutto quel peso e i carri si bloccano. I campi minati allestiti da Kuribayashi all’uscita delle spiagge fanno il resto.
La confusione e l’affollamento aumentano, gli sbarchi vengono temporaneamente sospesi, entrano in azione i primi bulldozer. Ma entra in azione anche Kuribayashi. Aveva detto: aspettiamoli fuori dalle spiagge; ma adesso, su quelle spiagge affollate oltre misura, il generale vede l’occasione per infliggere gravi perdite al nemico. E ordina di aprire il fuoco. Talmente intenso che chi avesse voluto avrebbe potuto accendersi una sigaretta senza ricorrere ai fiammiferi, come avrà modo di affermare un ufficiale americano.
A Green Beach le condizioni del terreno sono migliori e il 28.mo può iniziare la manovra per isolare il Suribachi. La resistenza però è accanita, il tempo è cattivo, la cenere vulcanica si trasforma in una poltiglia vischiosa, si avanza lentamente, le perdite sono elevate. Come intorno al Quarry, del resto. Dove il terzo battaglione del 25.mo reggimento è sceso letteralmente all’inferno. Solo il primo giorno lascerà sul terreno ventidue ufficiali e cinquecento uomini di truppa. Un ufficiale commenterà: “ Speriamo che i giapponesi non ne abbiano altri come quello.”
“Quello”, inutile dirlo, è il generale Kuribayashi.

I primi Sherman e le prime unità dotate di  artiglieria riescono, a fatica, a lasciare le spiagge e a spingersi verso l’interno. Ma il loro è un procedere lento, ostacolato dai campi minati e dal fuoco  incrociato del nemico. Le gallerie sotterranee consentono ai giapponesi di spostarsi da una posizione all’altra. Sbucano dai bunker appena “ ripuliti” e prendono alle spalle i marines. E’ come vivere “un incubo all’inferno”. Dappertutto esplosioni, fumo, polvere, gambe e braccia staccate dai corpi. E cadaveri. Orrendamente mutilati, sfigurati, irriconoscibili e identificabili come giapponesi o americani solo dalla stoffa dei pantaloni dell’uniforme.
Nonostante gli attacchi aerei, nonostante i bombardamenti navali, il sistema difensivo giapponese si dimostra solidissimo. Di notte gli uomini di Kuribayashi escono dai rifugi e compiono sortite dietro le linee nemiche, di giorno scompaiono sottoterra. Ci vogliono due giorni per raggiungere i primi obiettivi, tre per mettere in sicurezza il Suribachi.
Alle dieci del mattino del 23 febbraio, i marines di un plotone di esploratori issano la bandiera a stelle e strisce sulla sommità del monte. A bordo di una delle navi della flotta, un ospite d’eccezione , il ministro della Marina James Forrestal, lo viene a sapere. Vuole quella bandiera.  Ma il comandante del battaglione non ha alcuna intenzione di cedergliela. E così spedisce sulla sommità del Suribachi un altro gruppo di soldati con una seconda bandiera, perché replichino l’evento a uso e consumo del ministro.  Il fotografo dell’Associated Press  Joe Rosenthal, salito anch’egli sull’altura, inquadra nell’obiettivo della sua macchina fotografica gli uomini nel momento di alzare l’Old Glory e scatta l’istantanea destinata a diventare  celeberrima.
Il primo a sinistra è l’indiano Pima Ira Hamilton Hayes.

L’ultimo assalto.

La vista della bandiera sul Suribachi risolleva il morale delle truppe, ma la battaglia non è affatto finita. Gli americani stentano a trovare il bandolo della matassa. Preparati ad affrontare attacchi Banzai, non sanno come attaccare i bunker e le casematte se non con costosissimi scontri corpo a corpo. Dispongono, in teoria, di un volume di fuoco spaventoso, ma tutta quella potenza è inefficace contro un nemico ben trincerato, sfuggente, determinato e deciso a combattere fino alla morte. Ci vorrebbero i carri lanciafiamme, ma i carri –pochi, per giunta- tardano ad arrivare; ci vorrebbe più appoggio aereo, ma Spruance manda le sue portaerei di squadra e gli aerei imbarcati a compiere incursioni sul Giappone; bisognerebbe aggirare le posizioni nemiche sbarcando sul lato occidentale dell’isola, ma chi prova a dirlo viene messo subito a tacere. Gli assalti frontali si succedono così agli assalti frontali, le perdite aumentano, i progressi sono minimi. Per rinforzare l’attacco, il generale Smith fa sbarcare la Terza Divisione Marines. Anche sul mare le cose vanno male. Il 21 febbraio, due giorni dopo lo sbarco, aerei kamikaze attaccano la flotta affondando la portaerei Bismark Sea, danneggiando la Saratoga e altre unità minori.
I B24 provenienti da Saipan martellano ogni giorno le posizioni giapponesi, ma con scarsi risultati. Più efficaci si rivelano le squadriglie di Mustang P-51 del colonnello McGee: decollano da Motoyama 1 –catturato il 20 febbraio – colpiscono le rocce e le scogliere poste sui fianchi dei marines in avanzata scoperchiando a volte i tunnel  o bloccandone le uscite.
Intorno a due modeste alture, quota 360( Hill Peter, la collina di Pietro)  e quota 382 ( the Meatgrinder, il tritacarne) si accendono combattimenti spaventosi. Quelle alture costituiscono i perni del sistema difensivo principale allestito da Kuribayashi.  E da quella linea, i giapponesi non hanno alcuna intenzione di ritirarsi. Solo a costo di sforzi sovrumani, i marines riescono, lentamente, a progredire, occupando le colline insanguinate e tagliando in due l’isola. Un po’ avventatamente, l’ammiraglio Nimitz  la dichiara sicura il 16 marzo. Ma si continua a combattere. Il 25 marzo Kuribayashi stacca dalla propria uniforme gradi e mostrine e, soldato fra i soldati, guida l’ultimo attacco banzai nei dintorni dell’aeroporto Motoyama 2. Il suo corpo non  sarà mai ritrovato.
Il 26 marzo l’isola viene dichiarata definitivamente  sicura. Due soldati  giapponesi, Yamakage Kufuku e Matsudo Linsoki, resteranno nascosti nelle gallerie e si “arrenderanno” sei anni più tardi, nel 1951.
Subito dopo la battaglia, l’ammiraglio Nimitz parlò di valore non comune fattosi comune virtù (uncommon valor was a common virtue). Ma il sangue versato a Iwo Jima (quasi settemila marines morti e quattordicimila feriti) suscitò molti interrogativi. I risultati ottenuti valevano davvero un prezzo così alto? Perché non erano stati concessi i dieci giorni di bombardamento navale chiesti dai marines? Perché sempre e solo attacchi frontali? E via di questo passo.
Di sicuro Iwo Jima e, più tardi in misura maggiore,Okinawa,  furono uno shock per l’opinione pubblica americana e, forse, anche per gli alti comandi . Fu per questo motivo che si rinunciò a invadere il Giappone e si fece ricorso alla bomba atomica?
Qualcuno sostiene di sì.

Epilogo.

Il 25 gennaio del 1955,  in una mattina fredda e grigia, un uomo fu trovato riverso in un fosso. Ubriaco fradicio era affogato in pochi centimetri d’acqua. Il medico legale  parlò di “ fatto accidentale”.
Quell’uomo era Ira Hayes. Celebrato come un eroe, aveva girato l’America in lungo e in largo per promuovere la sottoscrizione di bond di guerra. Alla fine del conflitto era tornato nella sua riserva in Arizona più scontroso e taciturno di prima. Aveva cominciato a bere, prima per disperazione poi per esorcizzare gli incubi di Iwo Jima. Eroe è chi è  morto per conquistare il Suribachi, non io, ripeteva a chi lo gratificava di quell’appellativo.
E’ sepolto nel cimitero di Arlington.

Call him drunken Ira Hayes
He won’t answer anymore
Not the whiskey drinkin’ Indian
Nor the Marine that went to war

………….

Da leggere:

James Bradley con Ron Powers, Flags of our fathers : la battaglia di Iwo Jima,  BUR Storia, 2006

Flavio Fiorani, La guerra del Pacifico,   Giunti, 2000.

Kakehashi Kumiko ,Così triste cadere in battaglia : rapporto di guerra basato sulle lettere da Iwo Jima del generale Tadamichi Kuribayashi, prefazione di Mario Rigoni Stern,  Einaudi, 2007.

Bernard Millot, La guerra del Pacifico , Mondadori, 1972

Richard F. Newcomb, Iwo Jima,  Rizzoli, 1966.

Derrick Wright , Il sangue dei Marines : stelle e strisce sul Suribachi : Iwo Jima, marzo 1945 ,RBA Italia, 2009

Da vedere:

Flags of our fathers, di Clint Eastwood, 2006

Letters from Iwo Jima, di Clint Eastwood, 2006

Il sesto eroe, di Delbert Mann, 1961 con Tony Curtis nella parte di Ira Hayes.

Da ascoltare:

The ballad of Ira Hayes, qui eseguita da Johnny Cash. Ma anche Bob Dylan l’ha proposta.

Su questo sito:

Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
Clicca qui per leggere l’articolo.

Inferno verde Guadalcanal 1942-43: sei mesi all’inferno.
Clicca qui per leggere l’articolo.

<Il sasso della fionda Golfo di Leyte, Filippine, ottobre 1944. Il Golia giapponese  sembra quasi invincibile, ma il Davide americano arma la propria fionda…
Clicca qui per leggere l’articolo

I fiori di fuoco
Okinawa 1945: una strage infinita, errori tattici, “vento divino” e una decisione che sconvolse il mondo.
Clicca qui per leggere l’articolo.


[1] In inglese:  a grey pork chop.

[2]I don’t know who he is, but the Japanese General  running this show is one smart bastard.”

[3] Sullo Stone Quarry, la ricognizione aerea aveva individuato un solo cannone da 150 mm. In realtà, ce n’erano quattro. Tutti rigorosamente silenziosi durante i bombardamenti di preparazione e di “ ammorbidimento” e, quindi, non individuati, ma pronti ad entrare in azione al momento opportuno. Un paio di giorni prima del D-Day, mezzi da sbarco americani(LCI)  impegnati a proteggere le missioni dei sommozzatori, avevano puntato decisamente sulla spiaggia prospiciente il Quarry.  Kuribayashi  aveva pensato si trattasse di uno sbarco vero e proprio e aveva ordinato a tutti e quattro i cannoni  della postazione di aprire il fuoco. Individuatili  a causa di questo fortuito episodio e resisi conto del pericolo, gli americani provvidero a neutralizzarli.

[4] Per lo sbarco erano state individuate sette spiagge. Da ovest verso est: Green Beach(Quinta Divisione, 28.mo marines, primo e secondo battaglione); Red Beach 1(27.mo marines,  secondo battaglione), Red Beach 2 ( 27.mo marines, primo battaglione), Yellow Beach 1 ( 23.mo marines, primo battaglione), Yellow Beach 2 ( 23.mo marines, secondo battaglione), Blue Beach 1 ( 25.mo marines, primo battaglione), Blue Beach 2 ( 25.mo marines, terzo battaglione). Il terzo battaglione destinato a sbarcare a Blue 2 sarà invece fatto sbarcare a Blue 1, subito dopo il primo.

Le spiagge dello sbarco. Da History animated, sito raccomandato

Le spiagge dello sbarco. Da History animated, sito raccomandato

[5] Da CB( pronuncia si bi da cui Seabees) , abbreviazione di Construct Battalion.

Sotto il titolo: la celebre foto di Joe Rosenthal ritrae sei soldati americani ( cinque marines: Franklin Sousley, Michael Strank, Harlon Block, Ira Hayes,  René Gagnon e un assistente di sanità della Marina,  John Bradley) mentre issano la seconda bandiera a stelle e strisce sulla sommità del Monte Suribachi a Iwo Jima. Da www.ilpost.it
Sousley, Strank e Block caddero in combattimento; John Bradley  è l’autore di Flags of our Fathers dal quale è stato tratto l’omonimo film di Clint Eastwood.


Il sasso della fionda

12/01/2013

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Prologo.

Lente, male armate, peggio corazzate, tre volte più piccole delle loro sorelle maggiori, con pochi velivoli a bordo, le portaerei adibite al servizio scorta ( escort carriers, CVE), quando incontravano navi da battaglia erano come agnelli davanti ai lupi. Potevano, infatti, proteggere i convogli dagli attacchi dei sommergibili, dare copertura alle truppe da sbarco, ma nulla potevano contro corazzate e incrociatori. E che dire dei loro fratelli minori, i lenti, male armati e leggeri cacciatorpediniere di scorta?
Eppure, quelle “carrette” sorpassate dai tempi e dagli avvenimenti si trovarono a un certo punto nel bel mezzo di una battaglia decisiva. Una battaglia dove le corazzate e gli incrociatori nemici –per non parlare dei cacciatorpediniere- erano più numerosi delle onde sul mare. E loro, le “jeep carriers” e le unità di scorta, fecero tutto il possibile.
Anzi, fecero più del possibile: si batterono non da figli di un dio minore, ma da vere e proprie portaerei, da vere e proprie corazzate.

Il salto della rana.

Dopo Pearl Harbor, l’ammiraglio Ernest King, comandante in capo della flotta aveva delineato, in quattro fasi, la strategia per il settore del Pacifico.  In una prima fase gli Stati Uniti avrebbero dovuto concentrarsi nel contenimento del nemico; in una seconda fase, al contenimento avrebbero potuto fare seguire controffensive limitate; in una terza fase al contenimento avrebbero dovuto fare seguire controffensive di ampia portata; nella quarta fase, infine, il Giappone sarebbe stato contrattaccato con tutte le forze disponibili.  La strategia di King partiva, in sostanza, da una fase puramente difensiva per arrivare a una fase totalmente offensiva, passando per una fase prima difensivo-offensiva e poi offensivo-difensiva.
Dopo Midway ( prima fase), dopo Guadalcanal ( seconda fase), la strategia americana si era tradotta, sul piano operativo, in “un balzo di isola in isola”. L’island hopping o leapfrogging, salto della cavallina ( letteralmente “salto della rana”) come fu definito, consisteva nel colpire i giapponesi là dove essi erano più deboli, occupando le isole scarsamente o per niente difese e tagliando fuori i centri più muniti. Questi ultimi, isolati e impossibilitati a ricevere con continuità rinforzi e rifornimenti, sarebbero lentamente “ appassiti sulla pianta” (Wither on the vine). In questo modo gli Stati Uniti avrebbero contenuto il nemico e nello stesso tempo , passo dopo passo, isola dopo isola, offensiva dopo offensiva, avrebbero portato il Giappone a tiro dei propri bombardieri e creato le condizioni per attaccarlo in forze ( quarta fase della strategia King).
L’island hopping era stato condotto da due personalità non comuni: l’ammiraglio Chester W. Nimitz , comandante in capo della flotta del Pacifico e il generale Douglas MacArthur, comandante del Settore del Pacifico del sudovest. Il primo, “saltando” di isola in isola,  era avanzato nelle Gilbert, nelle Caroline, nelle Marshall e nelle Marianne; il secondo , adottando la stessa tattica, aveva portato la bandiera a stelle e strisce a garrire in Nuova Guinea e nell’arcipelago delle Bismarck.
La domanda, a questo punto, era: quale sarebbe stata la mossa successiva? In altri termini: su quale isola sarebbe dovuta saltare la rana? Per Nimitz la mossa più sensata sarebbe stata quella di occupare l’isola di Formosa, vicina tanto al Giappone, quanto alla Cina; MacArthur, invece, avrebbe voluto occupare le Filippine. Il primo vedeva la questione da un punto di vista tattico e strategico scevro da ogni condizionamento di tipo personale; il secondo , invece, era più coinvolto emotivamente. Tre anni prima era stato costretto a lasciare le Filippine e, andandosene, aveva solennemente promesso  di ritornare. E quell’ I’ll return ( tornerò) stava alla base, insieme ovviamente alle considerazioni di tipo tattico e strategico, della sua scelta.  MacArthur non cessava di ripetere: se non tornassimo nelle Filippine, verremmo meno a una promessa solenne e perderemmo prestigio e credibilità.
La questione fu sottoposta al presidente Roosevelt e Roosevelt scelse le Filippine. Nimitz rinunciò alla propria idea di attaccare Formosa e si apprestò a collaborare.
Come prologo all’invasione  furono lanciate numerose missioni aeree e navali verso Formosa e verso le Filippine. Esse causarono gravi perdite ai giapponesi sia in termini di uomini, sia in termini di navi e di aeroplani. Quando tutto fu pronto, la forza da sbarco americana  si diresse vero le Filippine. Destinazione: l’isola di Leyte.

Vittoria.

20 ottobre 1944: il generale Douglas MacArthur – al centro, in primo piano- raggiunge la spiaggia di Leyte. Le prime parole del suo proclama al popolo delle Filippine saranno: ” I have returned”, sono tornato.

Il 20 ottobre i marines americani della Sesta Armata del generale Walter Krueger, protetti dalla Settima Flotta[1], sbarcano a Leyte. Con loro sbarca anche il generale MacArthur.
La contromossa giapponese è immediata. Il piano per contrastarli prevede una manovra diversiva e una principale. La flotta  del vice ammiraglio Ozawa deve fungere da esca [2]e attirare lontano da Leyte le portaerei dell’ammiraglio William Halsey. Contemporaneamente il vice ammiraglio Takeo Kurita con la forza principale[3] deve  sbucare a nord dell’isola di Samar attraverso lo stretto di San Bernardino, mentre le unità dei vice ammiragli Nishimura e Shima [4]devono forzare  a sud lo stretto di Surigao, convergere verso nord e unirsi alla flotta di Kurita per neutralizzare la forza da sbarco americana.  E’ la cosiddetta operazione Sho-1 ( Vittoria- 1)[5] .
Un’operazione vitale per il comandante della flotta combinata giapponese, l’ammiraglio Soemu Toyoda. Perdere le Filippine, infatti, per i nipponici equivarrebbe a un disastro: niente più afflusso del petrolio delle Indie Olandesi verso la madrepatria, niente più afflusso di armi e di munizioni dalla madrepatria verso la flotta. Impossessandosi delle Filippine, gli americani interromperebbero le vie di comunicazione giapponesi da nord a sud e viceversa. Toyoda ne è perfettamente consapevole. Dice: “Se perdiamo le Filippine, anche la flotta diventa inutile.” E così decide  di giocarsi il tutto per tutto gettando nella battaglia ogni unità di superficie disponibile, usando come esca le portaerei, quelle portaerei un tempo orgoglio della Marina Imperiale e ormai quasi inutili per mancanza di aerei e di piloti sperimentati.
E’ una partita persa in partenza. Gli americani hanno più navi, più uomini, più aeroplani. Ma il caso, un capriccio della sorte, un errore, una disattenzione, l’esecuzione perfetta delle varie fasi dell’operazione Sho-1 potrebbero renderli più vulnerabili e vanificare il loro vantaggio iniziale. Forse Toyoda spera in questo, forse confida nello spirito guerriero dei propri uomini, nei mostruosi cannoni da 460 mm delle corazzate Yamato e Musashi o nel “vento divino” in procinto di soffiare. Ma ha pur sempre meno aerei imbarcati di quanti cacciatorpediniere abbiano gli americani . E questo, di per sé, sarebbe sufficiente a spegnere ogni speranza.

L’esca invisibile.

Tanto più che per i giapponesi le cose si mettono subito male. Due sommergibili americani, il Dace e il Darter, il Cavedano e la Perca Dorata[6], avvistano, tra il 23 e il 24 ottobre, al largo di Capo Palawan non la  flotta-civetta di Ozawa, ma la flotta principale di Kurita. La seguono a tutta forza navigando in superficie, ne segnalano la presenza, si immergono , lanciano i siluri,  mandano a fondo un paio di incrociatori e ne danneggiano un terzo. Kurita ci mette del suo: intercetta il messaggio del Darter, ma non schiera la propria formazione in funzione antisommergibile. Pagandone le conseguenze.
Allertato il 23 dal Darter, Halsey mette in movimento la sua Terza Flotta[7]. Che, al momento, non è al massimo della propria potenza. Un paio di “Task Group” sono infatti in viaggio verso la base di Ulithi  nelle Caroline per riarmarsi e per rifornirsi. Dopo la comunicazione del Darter, Halsey ne richiama uno in tutta fretta, ma consente all’altro di continuare la rotta su Ulithi. Non si tratta di un Gruppo qualsiasi. Quel Gruppo( vice ammiraglio Mc Cain) conta tre portaerei di squadra e quasi il 40% della forza aerea imbarcata. Privarsene in un momento cruciale significa fare un favore al nemico. Halsey se ne rende conto e il 24 richiama anche il secondo Gruppo. Ma intanto Kurita è stato individuato, quasi per caso, da un ricognitore della portaerei Intrepid: senza aspettare Mc Cain, Halsey si appresta ad affrontarlo. Ma i problemi non mancano: il Gruppo più vicino a Kurita, quello del contrammiraglio Bogan, è anche il Gruppo più debole; la mancanza degli aerei di Mc Cain riduce – e di molto- la potenza distruttiva della Terza Flotta.

Nel frattempo Ozawa è sui carboni ardenti. Fa di tutto per farsi scoprire, ma nessuno si accorge di lui. E sì che dovrebbe essere ben visibile con le sue quattro portaerei, le sue due corazzate e relativo seguito di incrociatori(tre) e di cacciatorpediniere (otto). Niente da fare: per quanto si metta in mostra, nessuno lo vede. Questa proprio non ci voleva, impreca l’ammiraglio. Se nessuno mi vede, come diavolo può funzionare l’operazione Sho-1? Se Halsey non abbocca all’amo, che ne sarà di Kurita e compagnia?
E in effetti Kurita si trova – è proprio il caso di dirlo-  in un mare di guai. I caccia basati a Luzon non si sono fatti vedere e la promessa copertura aerea è andata a farsi benedire;  la Terza Flotta americana lo sta aspettando; Ozawa non è stato avvistato. Certo, le sue navi possono sempre sviluppare un fuoco di sbarramento micidiale, ma i suoi inesperti artiglieri sapranno garantirglielo? Il “furore divino”? Sicuramente servirà, ma servirebbero di più nervi saldi e mira sicura.
Eppure, in mezzo a tanti guai potenziali, sulle prime gli va bene. Bombardieri provenienti da Luzon attaccano il Gruppo di Sherman e nonostante subiscano perdite spaventose, riescono a colpire a morte la portaerei Princeton. Esplodendo, la nave si porta con sé anche trecento uomini dell’incrociatore Birmingham avvicinatosi per portarle soccorso.

Kurita, diretto verso lo Stretto di San Bernardino, viene intercettato da Halsey nel Mare di Sibuyan, 24 ottobre.

Kurita, diretto verso lo Stretto di San Bernardino, viene intercettato da Halsey nel Mare di Sibuyan, 24 ottobre.

I

bombardieri e gli aerosiluranti di Halsey, poi, quando arrivano si gettano come lupi affamati sulla Musashi tempestandola di siluri e bombe fino a quando non riescono a mandarla a fondo. E’ una vittoria a metà. Concentrandosi sulla supercorazzata, gli aerei americani, infatti, lasciano il tempo alle altre unità di Kurita di portarsi fuori dal loro raggio d’azione. Se fossero stati disponibili i velivoli di Mc Cain, quasi certamente sarebbe stata tutta un’altra storia e magari la partita si sarebbe potuta chiudere lì, nel Mare di Sibuyan. Invece, a parte la Musashi mandata a fondo e l’incrociatore pesante Myoko danneggiato e fuori gioco, il resto della flotta di Kurita riesce, dopo cinque ore di combattimento, a sganciarsi e, “confidando nell’aiuto divino”,  a continuare la missione.

Il Gatto Nero.

Nei pressi di Capo Engaño, frattanto, Ozawa, sempre più nervoso e impaziente, non sa più a che santo votarsi per farsi scoprire. Ha fatto viaggiare nell’etere  messaggi lunghissimi con la speranza di essere intercettato. Niente. Ha fatto alzare alcuni suoi aerei perché fossero avvistati: ancora niente.  Quando attorno alle nove del mattino del 24 ottobre, un ricognitore gli segnala la presenza del Terzo Gruppo di Sherman, manda un’ottantina di Val e di Kate ad attaccarlo. Lo scopo di Ozawa non è tanto quello di infliggere danni al nemico, quanto quello di farsi, finalmente, scoprire.(A tanto si è ridotta la Kido Butai, la forza aeronavale giapponese un tempo invincibile!)
E, invece, per qualche ora tutto resta come prima. Nessuno dei suoi ritorna e nessuno, dall’altra parte, si preoccupa di andarlo a cercare. Gli inesperti piloti giapponesi o precipitano sotto i colpi della contraerea di Sherman o preferiscono le più sicure piste di Luzon al ponte della Zuikaku; Ozawa deve aspettare le quattro del pomeriggio prima che un ricognitore americano , finalmente, lo avvisti.

La terza Flotta di Halsey si dirige a nord per intercettare Ozawa. Lo stretto di San Bernardino resta praticamente indifeso.

La Terza Flotta di Halsey si dirige a nord per intercettare Ozawa. Lo stretto di San Bernardino resta praticamente indifeso.

E a questo punto, la partita si riapre. Le portaerei giapponesi sono male in arnese, hanno sì e  no una ventina di aerei operativi, ma questo Halsey lo ignora. Credendo di dovere affrontare la forza principale, muove la sua flotta verso nord “ con tre Gruppi”, come comunica a Nimitz a Pearl Harbor. Malauguratamente, l’espressione “ con tre Gruppi” origina un colossale malinteso. Halsey, infatti, aveva in precedenza comunicato di voler formare un quarto Gruppo, la Task Force 34, agli ordini del contrammiraglio Willis “Ching” Lee per guardare lo Stretto di San Bernardino. Dunque – è il ragionamento di Nimitz –  se partono tre Gruppi, il quarto resta. E se resta, lo stretto di San Bernardino è presidiato. E lo stesso pensa l’ammiraglio Kinkaid, comandante della Settima Flotta. A lui, inspiegabilmente, il messaggio non è stato inviato: tuttavia ne è venuto a conoscenza ugualmente perché i suoi marconisti l’hanno intercettato.[8]
Ma Halsey quel Quarto Gruppo non l’ha ancora costituito, ha solo pensato di farlo. In altre parole, il Gruppo di Lee è operativo solo sulla carta. Risultato: tutte le unità della Terza Flotta, comprese quelle di Lee, se ne vanno verso nord alla caccia di Ozawa. Kurita, in rotta lungo lo Stretto , si trova , così, un’autostrada spalancata e  Sho- 1 ritorna di colpo in gioco.
Come mai Halsey lascia sguarnito quel settore così importante? E senza avvisare direttamente Kinkaid, per giunta?  Non è da lui commettere simili errori. E allora, perché lo fa? Sopravvaluta la forza di Ozawa? Sottovaluta quella di Kurita? Teme un tiro mancino da parte delle portaerei giapponesi? Considera Kurita ormai fuori gioco dopo la battaglia del Mare di Subuyan a tal punto da non ritenere necessario allertare la Settima Flotta? Per la verità Halsey specifica meglio ruolo e funzione del Gruppo di Lee in un successivo messaggio, inviato via radio alle 17, 10. Ma Kinkaid non lo riceve né lo intercetta.
Quando un Catalina in ricognizione notturna- un “Gatto Nero” come era chiamato in gergo- avvista la flotta di Kurita già dentro lo Stretto, più di un ammiraglio sente puzza di bruciato. Il primo ad allarmarsi è il contrammiraglio Bogan: gira l’informazione a Halsey per sentirsi rispondere da un ufficiale di servizio, quasi con sufficienza : “Sì, sì,  abbiamo quell’informazione.” Come dire: “ Smettetela di scocciarci con queste sciocchezze.” Il contrammiraglio Lee insiste: “ E’ una trappola”, ma nessuno gli dà retta. Lo stesso comandante tattico della Task Force 38, il vice ammiraglio Marc Mitscher, tirato giù dalla branda e informato dai suoi collaboratori, non avverte Halsey. “ Conosco il tipo: se vorrà il mio parere, me lo chiederà”, dice. E ritorna a dormire.
E intanto davanti allo Stretto di San Bernardino non c’è neppure un cacciatorpediniere americano.

“Crossing the T”.

Nel frattempo, nella zona meridionale dello scacchiere, Nishimura e Shima diretti verso lo Stretto di Surigao vengono avvistati e Kinkaid si appresta a contrastarli. Deve fare presto e non può sbagliare.  Considerando rotta e velocità del nemico, Kinkaid dovrà combattere di notte una battaglia convenzionale, nave contro nave: col buio, infatti, gli aerei sono inutilizzabili. Ma se anche fossero utilizzabili, non potrebbe impiegarli: la flotta di Halsey con i suoi velivoli imbarcati è ormai lontana. Così Kinkaid fa catapultare in volo i pochi aeroplani di cui dispone, li invia al sicuro a Leyte e si prepara allo scontro. Con qualche apprensione: i giapponesi hanno infatti dimostrato più di una volta di essere quasi imbattibili nei combattimenti navali notturni.
Il contrammiraglio Jesse Oldendorf, comandante del Gruppo di bombardamento della flotta di Kinkaid, però, disegna un piano pressoché  perfetto. Le acque dello Stretto non sono molto profonde, lo spazio è ridotto, le navi giapponesi dovranno per forza di cose viaggiare in colonna. E’ un’ottima occasione per “ incrociare la T”( crossing the T), per realizzare, cioè, quella manovra in cui  tutte le proprie navi possono esprimere la massima potenza di fuoco , mentre le navi nemiche possono colpire solo con i cannoni di prua delle navi di testa. Oldendorf  dispone, così, le corazzate all’uscita dello Stretto, in riga, prua contro poppa e le protegge con uno schermo di cacciatorpediniere in funzione antisommergibile steso verso il mare aperto. Davanti alle corazzate verso l’interno dello Stretto, in una posizione più avanzata, sistema gli incrociatori e i caccia di scorta.

Le danze vengono aperte dalle motosiluranti, quelle PT (Patrol Torpedo) sulle quali, durante il conflitto, prestò servizio, con il grado di tenente, anche il futuro presidente degli Stati Uniti d’America, John F. Kennedy. Nella notte  senza luna e nera come la bocca del lupo, tre di esse intercettano le navi di Nishimura circa  a metà dello Stretto, ma sia i loro sia i successivi tentativi di altre PT  di colpirle con i siluri vanno a vuoto. Tuttavia, i messaggi radio inviati in continuazione dalle motosiluranti  permettono a Oldendorf di monitorare miglio dopo miglio gli spostamenti di Nishimura. Al momento opportuno, l’ammiraglio americano fa allora muovere due gruppi di cacciatorpediniere, il primo dal lato occidentale dello Stretto, il secondo da quello orientale. Gli ordini sono di attaccare soltanto con i siluri. Il fuoco di batteria viene espressamente vietato: il nemico non deve avere alcun punto di riferimento.
Col cuore in gola, tesi, gli equipaggi dei cacciatorpediniere muovono verso la flotta di Nishimura e verso i terribili siluri Long Lances in agguato nel buio. Più o meno nello stesso momento, Kurita entra nello Stretto di San Bernardino.

Attaccati dalle navi americane, Nishimura e Shima si ritirano.

Attaccati dalle navi americane, Nishimura e Shima si ritirano. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Quando ne esce, la battaglia di Surigao è già finita. Colpite dai siluri dei cacciatorpediniere della prima e, soprattutto, della seconda ondata, fatte segno dal fuoco concentrico delle corazzate e degli incrociatori americani, diverse navi, fra cui un paio di corazzate( la Fuso e la Yamashiro), erano andate a fondo, inducendo Nishimura ad abbandonare la contesa. Navigando una ventina di miglia dietro di lui, Shima era arrivato sul luogo dello scontro quando ormai Nishimura era in ritirata e non aveva trovato di meglio che seguirlo. Neutralizzando la forza meridionale destinata a congiungersi con la forza principale per attaccare Leyte, Oldendorf aveva tolto a Sho-1  l’ultima possibilità di funzionare. E anche Kurita quando intorno alle cinque e trenta del mattino riceve la comunicazione del disastro di Surigao sente le proprie certezze vacillare. Ma l’ordine è quello di andare avanti, costi quello che costi. E l’ammiraglio giapponese, ligio agli ordini e sempre confidando nell’ “ aiuto divino”, va avanti.

Tre pacchetti di caramelle.

Quando esce dal San Bernardino, Kurita quasi non crede ai propri occhi: non c’è una nave nemica a pagarla, il mare è completamente sgombro. Che sia tutto un maledetto imbroglio? Anche il pilota del ricognitore in volo sullo Stretto alle sei e quarantacinque del 25 ottobre non crede ai propri occhi: sotto di lui, al largo dell’isola di Samar, quattro corazzate, sei incrociatori e undici cacciatorpediniere giapponesi si stanno dirigendo a tutta velocità verso Leyte. Chi riceve la comunicazione si preoccupa meno dell’agitatissimo pilota e predica calma e sangue freddo: sicuro di non esserti sbagliato? di non aver scambiato le navi di Kurita con ciò che resta della flotta di Nishimura? E poi anche ammesso che si tratti della forza principale,  spetta alla Task Force 34, quella dell’ammiraglio Lee, occuparsene.
Se ci fosse, naturalmente.

Ad aspettare Kurita  ci sono, invece, soltanto tre gruppi di escort carriers, di portaerei di scorta, denominati “Caramella uno (Taffy one), due (Taffy two) e tre (Taffy three)”. I tre Gruppi imbarcano circa quattrocento aerei equipaggiati in gran parte con bombe di profondità. Il compito delle CVE( così erano codificate le escort carriers) era infatti, come abbiamo visto, quello di dare la caccia ai sommergibili. Lente, quasi prive di corazza, armate di un unico cannone da cinque pollici erano sarcasticamente indicate dagli equipaggi, giocando sul loro acronimo, come unità infiammabili ( Combustible),  vulnerabili ( Vulnerable) e sacrificabili ( Expendable). Ebbene, ora quelle unità senza pedigree e la loro misera scorta di cacciatorpediniere stanno per essere investite dalla forza di un gigante. Davide contro Golia, se vogliamo usare un’immagine di cui si abusa spesso in casi come questi e di cui si abusò a lungo anche dopo la conclusione della battaglia. Un ufficiale di un cacciatorpediniere della scorta, andrà oltre: “ Ci sentivamo come Davide senza la fionda”, affermerà.

Il Davide di Leyte è, senza alcun dubbio, Taffy three, il Gruppo più vicino alla rotta di Kurita. Lo comanda il contrammiraglio Clifton  A.F. “Ziggy” Sprague. Ha prestato servizio sulle corazzate, sugli incrociatori, sulle portaerei come comandante di squadra aerea prima e come comandante effettivo, poi. Ha sposato la sorella del celebre scrittore Francis Scott Fidgerald, quello del Grande Gatsby, per intenderci. Quando avvista Kurita, Sprague informa Kinkaid e subito dopo arma, come può, la propria fionda. Dal canto suo l’ammiraglio giapponese crede di trovarsi di fronte la Terza Flotta di Halsey, non una manciata di morbide“ caramelle”. Un equivoco, questo, destinato a pesare sull’esito della battaglia. Ma non è l’unico. Anche dall’altra parte, in quanto a malintesi, non si scherza. Non si scherza proprio.

The world wonders.

Comparso all’orizzonte Kurita, Kinkaid  invia per radio a Halsey una richiesta d’aiuto, illustrando la situazione: siamo attaccati da forze preponderanti, di Lee nessuna traccia e via discorrendo. Nimitz capta il messaggio e, a sua volta, manda una comunicazione in codice a Halsey chiedendo dove si trovi la Task Force  34. Nei messaggi in codice si era soliti piazzare una frase senza un apparente senso all’inizio, un’altra alla fine. Così, tanto per trarre in inganno i giapponesi in ascolto. Il messaggio inviato da Nimitz a Halsey contiene entrambe le frasi.  Si apre con l’immagine di un tacchino trotterellante verso l’acqua ( Turkey trots to water), continua chiedendo dove si trovi la Task Force di Lee e si chiude con la presa in prestito di un mezzo verso di Tennyson, il cantore della Brigata Leggera di Balaclava the world wonders ( nell’ originale di Tennyson: the world wonder’d). [9]
Ora il verbo to wonder, in inglese, ha un doppio significato. Può voler dire, a seconda dei contesti, tanto “chiedersi”, quanto “ meravigliarsi”, “stupirsi”. Nella ballata di Tennyson, ad esempio, il mondo resta “stupito”, “ meravigliato” di fonte al coraggio e al valore dei Seicento . Di regola, le frasi- civetta venivano cancellate da chi riceveva il messaggio: la comunicazione doveva risultare chiara e mai equivoca. Nel nostro caso, invece, chissà perché, viene eliminata la prima parte ( il tacchino assetato o aspirante nuotatore), ma non la seconda.
Halsey si trova così fra le mani il seguente messaggio: Where is, repeat, where is the Task Force 34? The world wonders, interpreta quel the world wonders come “il mondo se lo chiede” e ci resta quasi secco: che Nimitz gli stia facendo un cazziatone? Che stia mettendo in discussione le sue competenze, le sue capacità di comandante, le sue scelte tattiche? Scosso, demoralizzato, le mani tremanti, “Bull” Halsey non trova neppure la forza di parlare. Quando rientra in sé, trova una scusa qualsiasi, dice di dover rifornire le navi, allenta la presa su uno stremato e  malconcio Ozawa e solo tre ore dopo aver ricevuto il messaggio di Kinkaid ordina di distaccare alcune unità in aiuto a Taff three. Arriveranno a cose fatte.
Naturalmente Nimitz non aveva alcuna intenzione di criticare Halsey né era stata sua la scelta di quell’infelice frase finale. A lui premeva sapere dove fosse la Task Force di Lee, non che cosa si chiedesse o per che cosa si meravigliasse il mondo intero. Ma chi doveva aggiungere le frasi-trabocchetto al testo del messaggio aveva piazzato a mo’ di conclusione “ la prima cosa che [gli] era venuta in mente” o magari, facendo sfoggio di cultura, aveva voluto ricordare l’anniversario della battaglia di Balaclava, combattuta proprio il 25 ottobre( del 1854).  E chi avrebbe dovuto depurare il messaggio da ogni sovrastruttura prima di consegnarlo a Halsey non l’aveva fatto fino in fondo, forse convinto dell’essenzialità di quel “the world wonders”. Perché un’altra regola di base era stata violata: quella di non inserire mai frasi fasulle collegabili anche lontanamente, in quanto a significato, con il testo del messaggio. E scrivere il mondo se lo chiede sarebbe potuto risultare al destinatario del messaggio non estraneo, ma congruente con quanto affermato nel testo. Insomma, una serie di equivoci clamorosi.

Fuoco a volontà!

I giapponesi non sono da meno. Quando le vedette di Kurita avvistano Taffy three – un lillipuziano- lo scambiano per un gigante. Là dove ci sono solo minuscole baby-flattop [10]vedono enormi portaerei di squadra, là dove navigano fragili cacciatorpediniere vedono muoversi agguerrite corazzate. Kurita va in tilt. Anziché disporre le proprie unità secondo un piano logico, individuando obiettivi, priorità e coordinando i tempi dell’azione, ordina di mettere in canna proiettili perforanti, suona la carica e scatena l’“attacco generale”. Detto in altri termini, autorizza i propri comandanti ad agire di testa propria. Disperdendo la sua potente armada e togliendole potenza.
Da parte sua, Sprague ha poche carte in mano, ma le gioca bene. Manda in volo gli aerei imbarcati ad attaccare con le bombe di profondità- e, se del caso, anche con le sole mitragliatrici- le unità nemiche, ordina ai cacciatorpediniere di scorta di alzare una cortina fumogena e dirige le proprie portaerei verso la protezione delle nuvole di un’improvvisa tempesta scatenatasi nelle vicinanze. E mentre i proiettili perforanti giapponesi cadono intorno e sulle CVE talvolta trapassandone lo scafo da parte a parte e andando a perdersi in mare, un cacciatorpediniere americano inverte la rotta e  attacca.
E’ il Johnston del comandante Ernest E. Evans. E’ lui il sasso della fionda. Di origini Cherokee, Evans – per usare le parole di un suo subordinato-  non conosce il significato del verbo “ ritirarsi”. Di propria iniziativa, avanza zigzagando verso il nemico, dirigendosi laddove è caduto l’ultimo colpo a vuoto, certo che gli artiglieri giapponesi correggeranno il tiro e  non lo ripeteranno.  Quando arriva a distanza utile, fa armare i suoi dieci siluri.
Mentre il Johnston sta uscendo dal fumo, a nord non c’è quasi partita. E ci sarebbe mancato altro. Ozawa è tartassato e ritartassato da forze superiori. Ha già perso la gloriosa Zuikaku e un paio di altre portaerei, sta patendo le pene dell’inferno. Poi quella richiesta e quell’affermazione : the world wonders
Ozawa, per un po’, respira.

“Maledizione, ci stanno scappando!”

Battaglia di Samar

Kurita rinuncia ad attaccare la forza da sbarco americana, inverte la rotta e se ne va.

Il Johnston lancia i suoi siluri e subito fila a nascondersi dietro una cortina di fumo. Quando ne riemerge, ha davanti un incrociatore pesante, il Kumano, imballato e alla deriva. I marinai non hanno tempo di rallegrarsi. Un altro incrociatore nemico, il Kongo, apre il fuoco e spazza il ponte del Johnston. All’indiano Cherokee Evans una scheggia trancia due dita di una mano.
Il Johnston, adesso, non è più solo. Anche gli altri cacciatorpediniere si avvicinano alla flotta di Kurita. Sono vicini, tanto vicini da impedire alle potenti navi giapponesi di adattare l’alzo dei propri cannoni ai nuovi bersagli. Altri siluri vanno a segno. E altri aerei arrivano, a ondate, da Taffy 1 e da Taffy 2. Atterrano a Leyte, si riarmano e ritornano  a colpire. Il Chokai e il Chikuma vanno a fondo. La stessa Yamato viene centrata e per dieci decisivi minuti viene tolta, per precauzione, dalla battaglia. Altrove, l’Hoel  attira su di sé un numero di navi sproporzionato rispetto al reale pericolo, permettendo alle escort carriers di mettere altra distanza fra sé e il nemico. Il Johnston con il motore in avaria e il ponte semidistrutto è ancora in partita e i suoi cannoni da 130 centrano a più riprese le navi giapponesi.

Poi, improvviso, il colpo di scena. Intorno alle 9,30 del mattino, Kurita decide di averne abbastanza e se ne va. Perché lo fa? Perché, convinto di avere davanti Halsey con la Terza Flotta, non vuole perdere altre navi? Perché ha abbandonato ogni speranza di portare a tiro di propri cannoni il vero obiettivo dell’intera operazione, la forza da sbarco americana come gli ha fatto credere Kinkaid con un falso messaggio? Perché vuole raggruppare le proprie navi sparse qua e là in seguito all’ “attacco generale”? Vedendolo andarsene, gli esterrefatti e increduli marinai di Taffy three restano senza parole. E ci resterebbero a lungo se uno di loro, dotato di senso dell’umorismo, non prorompesse in un’esclamazione a metà fra il paradossale e il liberatorio: “ Maledizione, ci stanno scappando!”( Damn it, boys, they’re getting away!).
Ma se le navi si sono date per vinte, gli aerei non  l’hanno fatto. Su un paio di escort carriers si abbatte per la prima volta il vento divino, il kamikaze: una portaerei viene danneggiata, l’altra, la Saint Lo,  va a fondo[11].

Epilogo.

Il Johnston è ormai ridotto a un relitto quando Evans ne ordina l’abbandono. Si è battuto fino all’ultimo, sparando con i suoi 130. Ma nulla ha potuto contro i cannoni delle navi nemiche. Gli uomini dell’equipaggio scendono sulle scialuppe, altri si tuffano in mare.  Evans è con loro. I marinai giapponesi si inchinano a tanto valore a agitano i berretti in segno di omaggio. Una volta  in salvo, i superstiti per prima cosa cercano il loro comandante. Invano.
Per il protagonista di quella partita sulla quale nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo, era già pronta una Medal of Honor.
Gli sarà conferita alla memoria.

L’ammiraglio Halsey, autore secondo molti studiosi di errori in serie, fu invece celebrato come un novello Nelson.

Da leggere:

Giorgio Borsa, Dieci anni che cambiarono il mondo 1941-1951:storia politica e diplomatica della guerra nel Pacifico, Milano ,Corbaccio, 1995.
Dobrillo Dupuis, Arcipelaghi in fiamme : il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, Milano, Mursia, 1999
Flavio Fiorani , La guerra del Pacifico, Firenze, Giunti, 2000.
Kenneth I. Friedman, The afternoon of the Rising Sun, Presidio 2001
François Garçon , La guerra del Pacifico, Firenze , Giunti, 1999
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 1989
Marcel Giuglaris, Storia della guerra del Pacifico : da Pearl Harbour a Hiroshima, Milano, Sugar, 1966
Bernard Ireland, La più grande battaglia aeronavale della storia : la fine della flotta giapponese : Leyte, ottobre 1944;  con illustrazioni di Howard Gerrard. – Milano : RBA, 2009.
Kakehashi Kumiko , Così triste cadere in battaglia : rapporto di guerra. Basato sulle lettere da Iwo Jima del generale Kuribayashi Tadamichi ; traduzione di Piero Arlorio ; prefazione di Mario Rigoni Stern, Torino, Einaudi, 2007.
Donald Macintyre , La battaglia del golfo di Leyte,  Parma, Albertelli, 1971
Edward P. Stafford, La Big E : la portaerei Enterprise nella guerra del Pacifico, Milano, Baldini & Castoldi, 1967
Pier Francesco Vaccari , Leyte : la battaglia navale più grande della storia, 24-26 ottobre 1944, Novale-Valdagno, Gino Rossato, 2004.
Comer Vann Woodward, La battaglia del golfo di Leyte, Milano,  A. Mondadori, 1967

bandiera inglese

English automatic translation: The sling and the stone

Su questo sito:

Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
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Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
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Inferno verde Guadalcanal 1942-43: sei mesi all’inferno.
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Sangue e cenere A Iwo Jima, “l’isola dello zolfo”,  in trentasei giorni cadono settemila marines. Quasi duecento al giorno.
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I fiori di fuoco
Okinawa 1945: una strage infinita, errori tattici, “vento divino” e una decisione che sconvolse il mondo.
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Leyte, 24-26 ottobre 1944: i movimenti delle flotte e le fasi della battaglia.

Leyte, 24-26 ottobre 1944: i movimenti delle flotte e le fasi della battaglia.


[1] La Settima Flotta( Vice ammiraglio Thomas C. Kinkaid) comprendeva le forze da sbarco e le relative scorte. In particolare: sei corazzate, diciotto portaerei con funzioni di scorta ( escort carriers, CVE), quattro incrociatori pesanti, cinque leggeri,  ottantatré cacciatorpediniere, venticinque cacciatorpediniere di scorta ( escort destroyers) , undici fregate e quarantaquattro motosiluranti(PT). Essa era organizzata in due gruppi: gruppo di bombardamento e supporto ( contrammiraglio Jesse B. Oldendorf) e gruppo delle portaerei adibite a scorta( contrammiraglio Thomas L. Sprague). Quest’ultimo gruppo era articolato in tre sottogruppi: “Taffy One”, contrammiraglio Thomas L. Sprague; “Taffy Two”, contrammiraglio Felix B. Stump; “Taffy Three”, contrammiraglio Clifton A.F. Sprague, omonimo, ma non parente del comandante del gruppo delle CVE. Il gruppo delle escort carriers  eserciterà, come anticipato nel prologo, un ruolo inaspettato e decisivo nella battaglia.
[2] La forza settentrionale ( l’esca della trappola) agli ordini del vice ammiraglio Jisaburo Ozawa comprendeva una portaerei di squadra ( la “Gru Che Porta Felicità”, la Zuikaku), tre portaerei leggere, due corazzate, tre incrociatori leggeri e otto cacciatorpediniere.
[3] La forza centrale del vice ammiraglio Takeo Kurita era composta da cinque corazzate (tra le quali  le due supercorazzate Yamato e Musashi), dieci incrociatori pesanti, due leggeri e quindici cacciatorpediniere.
[4] La forza “C” dell’ammiraglio Shosij Nishimura comprendeva due corazzate, un incrociatore pesante e quattro cacciatorpediniere; la seconda forza d’attacco dell’ammiraglio Kiyohide Shima  di supporto a Nishimura era formata da due incrociatori pesanti, uno leggero e sette cacciatorpediniere.
[5] E’ la prima di quattro operazioni, tutte denominate Sho ( Vittoria), allestite per proteggere il territorio giapponese. Il Comando Imperiale tuttavia, benché avesse preparato la difesa delle Isole Giapponesi, riteneva come più probabile- cosa confermata dai fatti successivi-  un attacco americano alle Filippine.
[6]La Perca Dorata è un piccolo pesce della famiglia dei Percidi , presente nelle acque di numerosi fiumi americani. Assomiglia un po’ al nostro “Persico sole”.
[7] La Terza Flotta ( ammiraglio William “Bull” Halsey), incentrata sulla Task Force 38( vice ammiraglio Marc Mitscher) costituita da otto portaerei di squadra, otto portaerei leggere, sei corazzate, sei incrociatori pesanti, nove incrociatori leggeri e cinquantotto cacciatorpediniere era divisa in quattro Gruppi , comandati , rispettivamente, dal vice ammiraglio John S. Mac Cain e dai contrammiragli Gerald F. Bogan,  Frederick C. Sherman, Ralph E. Davison.
[8] La struttura del comando americano era poco funzionale. L’ammiraglio Halsey rispondeva a Nimitz( comandante della flotta del Pacifico), mentre Kinkaid dipendeva dal generale Douglas Mac Arthur( comandante del Settore del Pacifico di sudovest). In sostanza, a Leyte mancava un comandante unico, in grado di coordinare le operazioni e di assumere al momento, le decisioni necessarie e più opportune. Forse fu per questa ragione che Halsey informò il suo superiore diretto( Nimitz), ma non Kinkaid. O forse si trattò di una dimenticanza o di un equivoco.
[9] Questo il testo completo depurato dalle varie sigle relative al mittente e al destinatario : “Turkey trots to water.XX Where is, RPT ( sta per Repeat), where is the Task Force 34? XX The world wonders.” La doppia x sta a indicare il punto di interruzione  fra una frase e l’altra.
[10] Altro termine usato, soprattutto dalla stampa statunitense,  per indicare le CVE. Le flat-top o flattop erano imbarcazioni “tutto ponte”, ricavate di solito da navi mercantili  e destinate a imbarcare un numero limitato di aerei. Il vocabolario Treccani così definisce una “ tutto ponte”: “ In marina, termine riferito a navi militari per significare che hanno il ponte più elevato, scoperto, che corre, senza soluzione di continuità e libero da ingombri (tranne una sovrastruttura laterale detta isola), dall’estrema poppa a prua estrema, così da permettere l’impiego di aeromobili, a similitudine del ponte di volo di una portaerei”.
[11] Complessivamente, nel corso della battaglia, i giapponesi persero ventiquattro navi da guerra, gli americani sette. Le perdite giapponesi in vite umane furono molto elevate( diecimilacinquecento uomini; tremila circa gli americani caduti. Fonte : Wikipedia).

Una mappa animata della battaglia   è consultabile qui: Pacific War

Sotto il titolo: i cacciatorpediniere di Taffy three cercano di proteggere le CVE emettendo fumo.

PS. Nel mare delle Filippine, nell’ottobre del 1944, si svolsero, come abbiamo visto, cinque battaglie distinte: la battaglia di Capo Palawan nel corso della quale il Dace e il Darter attaccarono la flotta di Kurita, quella del Mare di Sibuyan quando Halsey mosse la Terza Flotta contro la flotta principale giapponese, quella dello Stretto di Surigao fatale a Nishimura e a Shima, quella di Samar – Davide contro Golia- e quella di Capo Engaño nel corso della quale furono affondate le portaerei di Ozawa. A ben vedere, nessuna di esse fu  combattuta all’interno del Golfo di Leyte. Per questa ragione, c’è chi preferisce parlare della battaglia per (for)Leyte più che della battaglia di (of)Leyte.
Secondo molti storici, quello di Leyte fu il più grande scontro navale della storia, sia per il numero di unità impegnate, sia per l’elevata posta in palio. Avrebbero potuto vincere i giapponesi? E a questo punto, proviamo a essere storicamente eretici usando il famigerato se. Se Ozawa fosse stato avvistato subito, se Kurita non avesse avuto paura di andare fino in fondo, se Nishimura e Shima si fossero presentati uniti e non distanziati di quaranta miglia nello Stretto di Surigao, se il Johnston fosse filato via a tutto vapore anziché combattere, se Kurita non avesse scambiato una specie di Armata Brancaleone per un terribile tercio spagnolo e via discorrendo, come sarebbe andata a finire?
Con i se non si fa la storia? Certamente, ma quale stimolante esercizio sarebbe raccontare – e non solo a proposito di Leyte- un’altra storia. Come ha fatto – prefigurando scenari da brividi, in verità- Robert Harris con il suo Fatherland.
Qualcuno se la sente di provarci con Leyte?


Inferno verde

11/12/2012
Dal film " Guadalcanal", di De Lewis Sailer, 1943

Dal film ” Guadalcanal”, di Lewis Sailer, 1943

And when he gets to heaven
To St. Peter  he will tell
“One more Marine reporting, Sir:
 I’ve served my time in hell.”

Arrivato in Paradiso
A San Pietro egli dirà:
“Un altro Marine a rapporto, Signore:
Ho prestato servizio all’inferno”
**

Prologo

Lunga 150 km e larga 40, l’isola di Guadalcanal( Gadarukanaru nella lingua locale) è un inferno verde: giungla fittissima, clima umido, zanzare anofele, insetti di ogni sorta, vulcani dal sonno leggero, serpenti, coccodrilli. E poi corsi d’acqua a ostacolare le comunicazione e i movimenti da ovest verso est e viceversa,  coralli taglienti come rasoi a sbarrare  l’accesso alle spiagge, malaria e dengue “spaccaossa” sempre in agguato. Qui i giapponesi sono sbarcati alla fine di maggio del 1942 e qui hanno cominciato a costruire un aeroporto nella parte settentrionale dell’isola nei pressi di una località chiamata Lunga Point. Vogliono isolare l’Australia e ci stanno riuscendo.
Chi vuole evitarlo, chi vuole mantenere vive le comunicazioni fra le Hawaii e l’Australia  ha una sola opzione: sbarcare a Guadalcanal e impossessarsi dell’isola prima che sia troppo tardi. E’ il comandante supremo della flotta, l’ammiraglio Ernest King in persona, a volere Watchtower, l’operazione per mettere in sicurezza l’isola. L’Europa continua ad avere la precedenza, ma dopo la battaglia del Mar dei Coralli e dopo Midway è arrivato il momento di passare all’offensiva anche nel Pacifico.

Cactus.

La Prima divisione Marines rafforzata da truppe paracadutiste ha il compito di sbarcare a Guadalcanal ( nome in codice “Cactus”), a Tulagi e a Gavutu-Tanambogo sotto l’ombrello protettivo delle portaerei del vice ammiraglio Frank Jack Fletcher e degli incrociatori del contrammiraglio Victor Clutchey con il compito di impossessarsi dell’aeroporto. La comanda il maggior generale Alexander Vandergrift. Da giovane ha combattuto nelle “Sale di Montezuma”di antica memoria[1] , ad Haiti, in Nicaragua; stravede per i propri uomini e gli uomini  della divisione stravedono per lui. Ma le manovre sono una cosa, il combattimento un’altra.
Alla vigilia dello sbarco, i marines sanno poco o niente del nemico. Sanno solo di doverne fermare l’espansione nelle Salomone. Tranne i cosiddetti “ lanzichenecchi”, veterani e marines di professione, molti di loro non hanno mai combattuto; quasi tutti ignorano dove si trovino le Salomone; hanno mappe e informazioni approssimative; scarse notizie su clima, maree, terreno. Li aspetta un nemico determinato, addestrato, indurito da mille missioni, convinto della propria invincibilità. Vandergrift sa tutto questo, ma se anche è preoccupato, di certo  con i suoi non lo dà a vedere.
Il 7 agosto- D Day- i portelli dei mezzi da sbarco si abbassano e i marines prendono terra: quasi senza resistenza a Guadalcanal, fortemente contrastati a Tulagi e a Gavutu- Tananbogo. Sulla Spiaggia Rossa ( Beach Red), quella dello sbarco, vengono scaricati i primi rifornimenti( equipaggiamento, armi pesanti, munizioni, viveri) in mezzo a una grande confusione e a una disorganizzazione spaventosa. Le avanguardie di Vandergrift, lasciata la spiaggia, si dirigono verso Lunga Point e la pista d’atterraggio giapponese, mentre i cannoni navali martellano le difese di Tulagi e di Gavutu. Ritirandosi verso l’interno, il nemico ha abbandonato materiali, munizioni e viveri, riso soprattutto. La vista di quel riso mezzo ammuffito provoca smorfie di disgusto nei marines.
Presto, molto presto lo considereranno una leccornia.

Un mare di guai.

I guai, infatti, non si fanno attendere. Il primo guaio lo combina Fletcher. Aveva promesso di restare fino al 10 agosto, per dare modo di sbarcare i rifornimenti e il materiale pesante. Ma il giorno dello sbarco le sue portaerei erano state attaccate da aerei giapponesi provenienti da Rabaul. Poca roba, danni insignificanti. Ma l’ammiraglio si era preoccupato. E se tornano in forze? E se la fortuna mi volta le spalle? In fondo lo sbarco è riuscito, tutto è filato liscio, i marines sono a terra, non si vedono navi nemiche, la mia presenza non serve più. Meglio andarsene. La sera del 7 comunica: le mie navi devono essere rifornite, domani me ne vado. A proteggere i marines resta la flotta del contrammiraglio Crutchley, Royal Navy,  schierata a nord e a sud dell’isola di Savo, porta d’ingresso dello Slot, il canale delle Salomone.
La mattina del 10 agosto e nei giorni seguenti, la stampa giapponese celebra il samurai di turno: Gunichi Mikawa. Sui giornali si sprecano le iperboli e i superlativi per questo contrammiraglio tosto, aggressivo e fortunato capace di cancellare dal mare in una sola notte( quella fra l’8 e il 9 agosto) la flotta di Crutchley. Piombato sulle navi dislocate a sud di Savo e poi su quelle a nord dell’isola aveva mandato a fondo  quattro incrociatori, ma poi, inspiegabilmente, non aveva proseguito lungo il canale per attaccare i trasporti ed era tornato indietro. Forse aveva avuto paura di incontrare una forte resistenza e di sprecare la vittoria, forse aveva davvero esaurito i suoi micidiali siluri Long Lances, come dirà  a Yamamoto. Più probabilmente, come  Fletcher, anche Mikawa aveva  avuto paura dei suoi fantasmi. Ma su questo i giornali giapponesi preferiscono tacere.
L’affondamento delle navi di Clutchey è un brutto colpo per il contrammiraglio Richmond K. Turner, comandante della forza anfibia. Senza protezione sono vulnerabile, dice. Scaricherò tutto quello che posso scaricare e poi anch’io dovrò andarmene. Quando lo fa – il 9 agosto- molto materiale è ancora nelle stive delle navi.
Brutto, bruttissimo affare: i marines di Vandergrift sono a corto di cibo e di munizioni e, soprattutto, non hanno più appoggio navale. I giapponesi ne approfittano immediatamente: mandano i loro aerei di giorno e i loro cacciatorpediniere di notte a bombardare l’isola.  A Rabaul sono convinti che anche la maggior parte della forza da sbarco se ne sia andata con le navi di Turner. Quando si accorgeranno dell’errore sarà troppo tardi.

Le spine del cactus.

Il Dauntless arriva basso nel sole del mattino, vira, recupera l’assetto e atterra, sobbalzando, sulla pista di Henderson Field. E’ il primo aereo a farlo, altri Dauntless e Wildcat lo seguono a breve distanza. L’aeroporto  di Lunga Point conquistato dai marines senza resistenza alcuna l’8 agosto è diventato operativo- grazie anche al materiale abbandonato dai giapponesi-  nel giro di una  decina di giorni. Gli è stato dato il nome del maggiore Lofton Henderson, ufficiale pilota dei marines, abbattuto durante la battaglia di Midway. La sua forza aerea denominata CAF ( Cactus Air Force, una trentina di apparecchi, inizialmente) è in grado di tenere sotto controllo lo Slot e di causare non pochi grattacapi ai trasporti e alle navi da guerra giapponesi. Di giorno, almeno.
Anche a  Rabaul sono consapevoli dell’importanza di quell’aeroporto nella giungla. E preparano adeguate contromisure. D’ora in avanti la battaglia di Guadalcanal diventerà soprattutto la battaglia per la conquista e per il possesso di Henderson Field.  I giapponesi lo bombarderanno dal cielo e dal mare, quasi ogni giorno; gli straordinari genieri del campo-  muratori, carpentieri, falegnami, meccanici-  noti come Seabees, Api del mare, sapranno rimetterlo in sesto ogni volta, colmando a tempo di record le buche e permettendo agli aerei di rientrare in sicurezza.

La trappola.

Dopo lo sbarco dei marines, la reazione giapponese non si fa attendere. Il piano è in puro stile Yamamoto: attiro gli americani in una trappola e distruggo loro la flotta. Durante l’operazione MI, l’esca della trappola era stata l’isola di Midway; durante l’operazione KA ( lo sbarco a Guadalcanal per sloggiarne i marines) l’esca è una portaerei , la Ryujo . La metto bene in vista, attiro su di essa i bombardieri di Fletcher le cui navi so essere in zona e mentre gli americani attaccano, io mando i Kate e i Val di Nagumo ad affondare le loro portaerei quasi sguarnite. Non più minacciati dai velivoli americani, gli incrociatori pesanti di Abe e di Kondo neutralizzano le rimanenti navi di superficie, spianano le difese di Guadalcanal, mettono fuori uso l’aeroporto, fanno a pezzi i difensori e aprono la strada a una forza da sbarco incaricata di riprendersi l’isola. Facile no?
L’ammiraglio Raizo Tanaka incaricato di trasportare la fanteria a Guadalcanal proprio non ce la vede. Per lui, quella è un’operazione raffazzonata, confusa, affrettata. Troppa attenzione alle squadre navali, poca alle truppe di terra. Alle quali è stato semplicemente ordinato di sbarcare e di sopraffare il nemico. Ma nessuno si è sognato di compiere uno studio preliminare, di esaminare le difficoltà, di individuare i punti deboli, di stendere un piano dettagliato, di curare i rifornimenti. Tutto si riduce a questo: sbarcate e vincete.
Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. Sbarcare sì, ma in quale parte dell’isola? Quando? Perché? Con o senza l’appoggio dell’artiglieria? A quali obiettivi dare la priorità una volta a terra? Come impostare la manovra? Domande retoriche per l’Alto Comando: il soldato giapponese non ha rivali, è valoroso, indomito, bene armato e animato da sacro furore. Sarà anche così.  Ma basterà? E se dall’altra parte incontra soldati altrettanto valorosi, altrettanto determinati e per di più trincerati, come la mettiamo? Assalto alla baionetta? Ma conosciamo la capacità di fuoco del nemico? Siamo sicuri che sia debole? E se le portaerei americane non cadono nel tranello, che cosa farà la flotta combinata? Potrà ugualmente spianare le difese costiere, trasformare Henderson Field in un unico cratere o non sarà costretta, piuttosto, a togliersi di torno per evitare i  bombardieri e gli aerosiluranti nemici?
No, Tanaka non è per niente tranquillo.

“Cinquecento giapponesi”.

Anche il colonnello Kiyonao Ichiki non è tranquillo. Nutre dubbi come Tanaka? Al contrario: Ichiki non vede l’ora di cominciare.  Sente l’adrenalina crescere dentro di sé, avverte l’eccitazione del combattimento imminente, è sicuro di fare un solo boccone dei marines. E’ sbarcato di notte a Taivu Point, una quarantina di chilometri a est del fiume Tenaru, con novecento uomini: tutto è andato bene, nessuno si è accorto di nulla. Ha ordine di aspettare rinforzi, ma crede di avere anche ampi margini per un’azione personale. Pensa: gli americani sono pochi, non sanno combattere di notte, appartengono a una civiltà fiacca e debole. In più, ho il vantaggio della sorpresa. Perché aspettare?
Da quella parte il punto debole delle difese americane è un argine di sabbia vicino alla foce del Tenaru. Ichiki vuole sfondare in quella direzione e aprire una breccia attraverso la quale lanciare il grosso dei propri uomini. Giocando sul fattore sorpresa.
Ma i marines si sono accorti della sua presenza. Li ha avvisati Jakob Charles Vouza( più tardi Sir Jakob Charles Vouza), un indigeno della squadra dell’osservatore costiero Martin Clemens. Catturato dagli uomini di Ichiki, torturato, pugnalato alla gola, Vouza riesce miracolosamente a sopravvivere. Camminando e strisciando, strisciando e camminando raggiunge gli avamposti americani. “Cinquecento giapponesi”, sono le sue prime parole.
Quando il 21 agosto i fanti di Ichiki escono urlando dalla giungla, i marines sono pronti a riceverli.

“Oggetti personali”.

A bordo dell’incrociatore Jintsu , la nave ammiraglia di Tanaka in rotta verso Guadalcanal, si trova anche il generale Kiyotaki Kawaguchi, comandante delle truppe da sbarco. Fra il suo bagaglio c’è  una cassa di legno, gelosamente custodita. Il contenuto? “ Oggetti personali”.
L’ammiraglio Tanaka è giù di corda. E preoccupato.  Gli è appena stata comunicata una brutta notizia: il reggimento del colonnello Ichiki è stato letteralmente fatto  a pezzi nei pressi di Henderson Field. Lo stesso Ichiki si è tolto la vita. A niente sono serviti gli attacchi notturni al grido di Banzai! contro le mitragliatrici, i lanciafiamme, i mortai, i cannoni da 75. Ichiki è stato avventato ad attaccare senza aspettare il grosso delle truppe da sbarco? Certamente, ma il problema, per l’ammiraglio giapponese, è un altro: i marines sono stati sottovalutati. E attaccarli alla baionetta quando possono contare su un volume di fuoco superiore e sull’appoggio aereo da Henderson Field è roba da incoscienti.
Ma c’è anche dell’altro. Sembra che anche gli alti papaveri abbiano perso la bussola. Quando , infatti, comunica a Rabaul di essere stato avvistato da un ricognitore nemico, Tanaka riceve prima l’ordine di cambiare rotta e di dirigersi verso nord, poi, a breve distanza dal primo, quello di tornare a sud. Che a Rabaul siano tutti andati fuori di testa?  L’ammiraglio ignora il secondo ordine e continua a fare rotta verso nord. I Dauntless usciti a cercarlo non lo trovano.
Trovano invece la Ryujo e la braccano. Fletcher è di nuovo da quelle parti con tre portaerei e le rispettive scorte. A braccare la Ryujo sono i velivoli dell’Enterprise e della Saratoga. La  Wasp, la terza portaerei, richiamata da Malta,  ha i serbatoi vuoti e si sta rifornendo in una qualche parte dell’oceano. Nella mattinata del 24 agosto Nagumo lancia i propri aerei contro la formazione di  Fletcher.

Sotto tiro.

I Kate i Val di Nagumo erano arrivati all’improvviso, quasi a pelo d’acqua i primi, alti nel cielo i secondi.  Portavano bombe e siluri. E il desiderio di rivincita del loro comandante, umiliato a Midway. Ogni sette secondi un Val scivolava d’ala, riflettendo per un breve momento la luce del sole e poi si lanciava in picchiata fra i traccianti della contraerea e quegli strani aerei dalle ali rettangolari, i Wildcat. Poi la prima bomba era arrivata sul ponte dell’Enterprise, seguita quasi subito  da una seconda e da una terza. I genieri, i pompieri, gli elettricisti si erano immediatamente messi al lavoro per spegnere le fiamme, per mettere in sicurezza le zone minacciate, per rimettere in funzione gli impianti, per riparare il ponte e permettere agli aerei in volo di tornare. Stavano facendo miracoli.
Poi il timone si era bloccato. E la Big E  aveva cominciato a girare in tondo, in agonia.
Nella sala macchine il fumo è denso, l’aria rovente e quasi irrespirabile. William Smith, il capo macchinista, sa che cosa cercare: il congegno che regola il timone. Riesce a individuarlo e capisce subito: il meccanismo non completa la corsa, si ferma a metà e poi torna all’inizio. Smith lo sblocca manualmente. Dalla plancia  una voce raggiunge Fletcher: timone di nuovo in funzione. La Big E è tornata a respirare.
Per l’intera giornata, le aquile di Nagumo la cercheranno invano.

Nel frattempo, Tanaka  riceve la conferma dell’ennesimo ordine secondo lui impartito da gente fuori di testa: invertire la rotta e dirigersi a sud. A Rabaul sono convinti della piena riuscita di KA e del successo altrettanto pieno di Nagumo. Non sono state forse segnalate portaerei americane in fiamme?  E’ il momento , dunque, di affondare il colpo e di passare alla fase due, mandando a terra le truppe di Kawaguchi.
Tanaka, a malincuore, obbedisce.

I “visitatori”.

Henderson Field ha ricevuto visite. I “visitatori”  sono “Impavidi” , “Vendicatori” e “Gatti Selvaggi”[2]. Di ritorno dalle missioni non sono potuti scendere sul ponte della Big E ancora in riparazione e hanno fatto rotta su Henderson Field, ospiti graditissimi. Quando Tanaka se li vede arrivare addosso insieme al resto della Cactus Air Force, non può fare  a meno di pensare ai cervelloni di Rabaul. E a chi gli ha ordinato di percorrere in pieno giorno quella rotta disgraziata senza adeguata protezione.
Per soprammercato, ci si mettono anche i B17 e la sfortuna. Partite da Espiritu Santo nelle Nuove Ebridi, le fortezze volanti arrivano quando già il Jintsu è in fiamme e una nave trasporto è andata a fondo. I B17 non sono Dauntless: non picchiano sull’obiettivo, sganciano le loro bombe da altezze impossibili ed è raro che vadano a segno. Questa volta, invece, lo fanno e mandano a fondo il secondo incrociatore di Tanaka, il Mutsuki. Quando da Rabaul arriva l’ordine di sospendere la missione, il danno ormai è fatto: l’ammiraglio Yamamoto ha  perso uomini, navi, aeroplani e soprattutto piloti esperti pressoché insostituibili; il generale Kawaguchi ha perso il proprio bagaglio e la cassa di legno con gli “ oggetti personali”. La sua candida uniforme da parata, destinata ad essere indossata in occasione della cerimonia di resa dei marines, pende ora da un pennone a Henderson Field a mo’ di presa in giro.

Sangue sul crinale.

Il cacciatorpediniere è una nave veloce e maneggevole: l’ideale per trasportare truppe dalle Isole Shortland nella parte occidentale delle Salomone a Guadalcanal lungo lo Slot e per martellare le difese dell’isola. Di notte, naturalmente, perché di giorno i bombardieri della CAF non lo permetterebbero. Ma a bordo di un cacciatorpediniere lo spazio è quello che è: se trasporto truppe devo lasciare a terra l’equipaggiamento pesante e viceversa. Quando inaugurano il “Trasporto topi[3] (per i marines “ Tokyo Express”) gli Alti Comandi sono consapevoli di tutto questo. Ma credono anche nel sacro furore delle proprie truppe. E soprattutto, persistendo nell’errore, sottovalutano gli uomini di Vandergrift: sono pochi, isolati, inesperti, indeboliti dalla malaria e dalla scarsità di cibo. Non potranno resistere a lungo.
Guadalcanal, ormai,  non è più soltanto un’isola strategicamente importante: è un simbolo. Nelle sue giungle, nelle sue acque, lungo lo Slot si gioca una partita decisiva. Militare e mediatica. Lo sanno gli americani, lo sanno i giapponesi. Che, dopo la delusione di Ichichi e di Ka, sospendono temporaneamente l’operazione verso Port Moresby in Nuova Guinea per dedicarsi anima e corpo a Guadalcanal e cominciano a sbarcare soldati a est e a ovest di Henderson Field. Nel giro di pochi giorni ne mettono a terra più di seimila. Con il Tokyo Express, naturalmente, vale a dire con i cacciatorpediniere e di notte. Il generale Kawaguchi in persona è sbarcato con i suoi e ha preso il comando delle operazioni. A Rabaul sono più che mai convinti della vittoria. E già pensano a come organizzare e pubblicizzare la cerimonia della resa. Forse nel bagaglio di Kawaguchi c’è di nuovo l’ uniforme bianca da parata.
Ma hanno fatto i conti senza l’oste. Lasciata la costa , le truppe giapponesi si muovono verso Henderson Field divisi in tre gruppi:  a ovest  i soldati del colonnello Oka, a est quelli del battaglione Kuma,  al centro il grosso delle forze. Ma la  giungla è un intrico impenetrabile, il clima  è soffocante, le mappe sono approssimative, il cibo comincia a scarseggiare. Quando si imbattono in alcune riserve di cibo abbandonate dai marines, i fanti giapponesi si rifiutano di proseguire e si gettano come lupi affamati  sulle razioni K.
In più ci si mette di mezzo anche la sfortuna. La radio va in tilt e Kawaguchi perde la tramontana. La marcia è lenta , il caos la fa da padrone, si brancola nel buio. Anche letteralmente. Ci vogliono quasi tre giorni per arrivare a tiro di Henderson Field. I fanti giapponesi sfibrati, debilitati, affamati, indeboliti, con poche armi pesanti  prendono posizione quasi alla spicciolata attorno a quello che sarà chiamato Edson’s Ridge, il crinale di Edson.  E’ il punto debole dello schieramento, il buco della chiave dell’aeroporto.
I giapponesi lo credono sguarnito. Non lo è. Un battaglione di marines agli ordini  del tenente colonnello Merrit Edson – “Mike il Rosso”, come lo chiamano tutti-  si è appena schierato fra le piccole alture ( le “ quote”) del crinale. I “Betty” giapponesi se ne sono andati dopo aver sganciato le bombe, è sceso il buio. I cannoni  dei cacciatorpediniere stanno facendo fuoco di preparazione da una ventina di minuti. Raggomitolati nelle loro minuscole “ tane di volpe”, i fanti di marina aspettano. E quando, cessato il bombardamento navale,  i giapponesi si lanciano all’attacco urlando Banzai! e “Maline, you will die![4]”, rispondono mandando a quel paese l’imperatore sacro Hirohito e sparando come forsennati.
Restringendo progressivamente il fronte, attirando i giapponesi allo scoperto,  utilizzando l’artiglieria, concentrando il fuoco, rianimando i propri uomini nei momenti più difficili, il colonnello Edson riesce a respingere per due giorni gli attacchi notturni condotti a ondate successive, causando perdite elevatissime al nemico. Anche sui fianchi dello schieramento gli attacchi giapponesi falliscono. I dubbi di Tanaka si sono fatti certezza: ancora una volta la superiore potenza di fuoco ha avuto ragione degli attacchi alla baionetta.
Sul “ crinale di sangue” è finita una mentalità militare e per i soldati del Sol Levante  forse è finita anche un’era.

Il ponte di Matanikau.

Come tutte le battaglie, anche la battaglia del crinale si spegne a poco a poco, fra colpi di coda, ritirate, ritorni di fiamma, inutili attese e aspettative frustrate. Sicuri della vittoria, a Rabaul gli ufficiali più alti in grado aspettano soltanto la comunicazione di Kawaguchi per indossare le loro uniformi da parata impeccabilmente stirate e assistere alla cerimonia della resa dell’odiato e disprezzato nemico. Ma Kawaguchi  tace.
Le ore passano, se ne va un giorno, se ne va un altro e da Guadalcanal solo e sempre silenzio . Le uniformi ritornano negli armadi. Kawaguchi e le sue truppe sbrindellate e demoralizzate si stanno dirigendo a ovest, verso il fiume Matanikau, dove frattanto si è attestato Oka. Non proprio un cuor di leone stando a Kawaguchi. Che in lacrime se la prende anche con il colonnello Watanabe, reo, secondo lui, di aver tardato troppo a entrare in azione.

Sul mare, frattanto, si combatte senza esclusione di colpi. Quelli migliori li mettono a segno i giapponesi. Danneggiano la portaerei Saratoga e la corazzata North Carolina, affondano la Wasp, ma non possono impedire all’ammiraglio Turner di sbarcare a Guadalcanal un intero reggimento di marines, il 7°. Per Kawaguchi e compagnia, attestati sulle colline e fra le forre del Matanikau, dunque  non è ancora finita. Vandergrift, infatti, si è stancato di giocare sempre in difesa e vuole ora passare all’attacco. Ha truppe fresche, può farlo.
Nella zona del fiume Matanikau dove Vandergrift ha lanciato l’attacco, tutto ruota attorno a un ponte.  Il Settimo entra in azione il 23 settembre attaccando da tre lati ( la foce e le due rive del fiume), ma non riesce  a fare progressi significativi. Neppure l’intervento dell’artiglieria e i tentativi di aggiramento producono risultati; più di una volta devono intervenire i Dauntless e i Wildcat  per togliere dai guai compagnie o pattuglie circondate  dal nemico. I giapponesi occupano posizioni solide, sfruttano la conformazione naturale del terreno e benché a corto di viveri si battono con determinazione.
Ci vogliono più di due settimane di scontri aspri e violenti, di attacchi e di contrattacchi , di assalti all’arma bianca sotto la pioggia battente perché i marines del colonnello Whaling riescano a conquistare quel maledetto ponte. Ma una volta oltre il ponte, i marines non trovano il nemico. Si è ritirato più in basso trincerandosi fra forre e burroni, imprendibili o quasi per chi provenga dalla costa. Ma non per chi proviene dall’interno. Le posizioni giapponesi, battute dall’artiglieria,  attaccate coi lanciafiamme e con le bombe a mano vengono espugnate una dopo l’altra. Il 9 ottobre, quando le operazioni terminano, sul campo restano quasi mille caduti giapponesi e più di cento marines.

L’isola della fame.

In quella guerra di attrito, la fame , la sete, la malaria, la dissenteria, le infezioni , le febbri si aggiungono alle bombe, alle mine, ai proiettili. Si è sempre sul chi vive, si dorme poco e male, si mangia peggio, i nervi sono tesi e a volte cedono, molti soldati non reggono lo stress da combattimento. Di giorno gli aerei nemici sganciano le loro bombe, di notte comincia il concerto dei cannoni del Tokyo Express. Quando piove, le minuscole “tane di volpe” si riempiono d’acqua gelida; si mangia quello che c’è ( riso avariato, farina d’avena), quando c’è; si trema di febbre, si mandano giù malvolentieri le pastiglie di atabrina[5]. Watchtower diventa, molto meno pomposamente, Shoestring, laccio da scarpe, perché tutto ciò che serve( armi, munizioni, viveri, medicine)  manca o arriva tardi e col contagocce. Insomma, per il marine imbucato nella sua “tana di volpe”, chi aveva voluto  quella grande impresa, aveva avuto e aveva il braccino corto.[6] C’è abbondanza solo di giapponesi.
Ma anche loro se la passano male. Non possono ricevere con regolarità rinforzi e rifornimenti, sono affamati, mangiano erba e germogli, soffrono delle stesse malattie degli americani. Quasi tutti hanno contratto la malaria. Sopra di loro,  aerei con denti di squalo dipinti sul muso della fusoliera si abbassano e spezzonano. Sono i P 400 Aircobra, caccia pensati per operare ad alta quota, ma impiegati, per mancanza di bombole di ossigeno indispensabili a certe altezze, come aerei di attacco al suolo.
Di giorno e di notte il rumore la fa da padrone.  Quello delle armi automatiche, quello dei cannoni navali, il rombo degli aerei, le grida dei soldati lanciati all’attacco.  Nei rari momenti in cui, in zona di operazioni, le armi tacciono, il silenzio è ancora più sinistro, terribile, spaventoso.
Gli ospedali da campo giapponesi funzionano male, molto male. I feriti muoiono per le infezioni, per mancanza di plasma, di setticemia. Gli ospedali  americani funzionano meglio, ma spesso le bombe non li risparmiano. Lo scontro è senza quartiere e senza pietà: o uccido o vengo ucciso, non c’è altra scelta. Le atrocità non si contano. I prigionieri vengono legati agli alberi dai giapponesi e trafitti con le baionette durante le esercitazioni, le decapitazioni sono all’ordine del giorno, le donne vengono violentate, girano voci di cannibalismo, di prigionieri fatti a pezzi e divorati. Fra i marine c’è chi vaga sul campo di battaglia armato di pinze e tenaglie per estrarre i denti d’oro ai cadaveri o per svuotarne le tasche. Qualcun altro fabbrica anelli e collanine con le ossa dei caduti. Un terribile fetore avvolge ogni cosa: quello nauseabondo dei cadaveri insepolti lasciati a decomporsi, quello dolciastro della giungla tropicale, quello soffocante della polvere da sparo e della cordite.
Non c’ è tregua, non può esserci tregua per i soldati di entrambe le parti alle prese con la fame, la paura, le malattie, le bombe. Guadalcanal è diventata troppo importante sul piano strategico e su quello mediatico perché possa essere abbandonata; Roosevelt vuole tenerla anche a costo di rinviare Torch ( lo sbarco in Marocco e in Algeria);  persino la Marina e l’Esercito giapponesi, da sempre in disaccordo, hanno deposto le antiche incomprensioni per giocarsi tutte le carte  su  quella che i loro soldati semplici chiamano Na Jima, l’  “Isola dove si muore di fame”.

Roger.

Sul mare si gioca una partita altrettanto decisiva. I giapponesi hanno più navi, sanno combattere di notte, sono più esperti, hanno affondato la Wasp, danneggiato l’Enterprise , cancellato la flotta di Clutcher, inaugurato con successo il Tokyo Express. Più degli aerei imbarcati, per loro, il problema sono i Dauntless, i Wildcat e gli Aircobra di Henderson Field. Ma per mettere fuori uso l’aeroporto c’è solo un modo: arrivargli a tiro di notte con le navi da battaglia e spianarlo. Di qui la necessità di avere il controllo delle acque intorno a Guadalcanal.
La notte del’11 ottobre, nei pressi di Cape Esperance al limite occidentale dell’isola, una flotta  di quattro incrociatori e cinque cacciatorpediniere naviga in fila, i cannoni delle fiancate rivolti verso il mare aperto. E quei cannoni, se sparassero, potrebbero causare guai seri alla flotta dell’ammiraglio Aritomo Goto in rotta, poco distante, verso Guadalcanal deciso a farla finita con Henderson Field. Ma il contrammiraglio Norman Scott non dà l’ordine: teme, facendolo, di colpire  tre suoi cacciatorpediniere  rimasti attardati quando, a seguito di segnali captati dai radar di bordo,  l’assetto era stato modificato e la rotta cambiata. Detto in altri termini, per Scott i radar hanno individuato le sue navi attardate e non quelle di Goto. Che, ignaro di tutto, sta per precipitare nella stessa situazione dell’ammiraglio Clutchley all’isola di Savo: non si aspetta una battaglia e sta navigando come se sul mare ci fosse solo lui.
A bordo dell’incrociatore Helena la pensano diversamente da Scott. Per il capitano di vascello Gilbert Hoover, comandante dell’Helena, quelle navi sono giapponesi. Senza ombra di dubbio. Hoover invia allora a Scott un Interrogatory Roger, gli chiede, cioè, il permesso di aprire il fuoco.  Scott interpreta la richiesta a modo proprio. Secondo lui, il comandante dell’Helena gli sta chiedendo se abbia  ricevuto una sua precedente comunicazione. Poiché l’ha ricevuta, Scott risponde affermativamente ( Roger) una prima volta e, dietro richiesta di conferma, una seconda volta. Ricevuto il secondo “ Roger” del proprio  comandante, Hoover ordina di aprire il fuoco. Subito seguito dal Salt Lake City,  dal San Francisco, dal Boise e dai cacciatorpediniere.
Non è trascorso neanche un minuto dalla prima salva quando Scott ordina il cessate il fuoco. E’ convinto di sparare su navi americane.  Da parte sua Goto cade nel medesimo errore. Un altro convoglio giapponese sta dirigendosi verso Guadalcanal: trasporta truppe e rifornimenti. Lo comanda il contrammiraglio Takatsugu Jojima. Per  Goto- privo di radar a bordo-  le navi con cui è venuto a contatto sono quelle di Joijma e così, anziché far parlare i cannoni ordina di mandare segnali luminosi. Si accorge troppo tardi dell’errore: un colpo centra in pieno l’Aoba , lo stesso ammiraglio è ferito a morte.
Il fuoco, mai cessato completamente dopo l’ordine di Scott, riprende, violento e micidiale, da una parte e dall’altra. I giapponesi perdono un incrociatore e quattro cacciatorpediniere, gli americani un cacciatorpediniere. E Joijma? Ha raggiunto indisturbato la costa e ha cominciato a mettere a terra truppe ed equipaggiamenti. E’ il  12 ottobre .
Nonostante la sconfitta di Goto, i giapponesi sono fermamente decisi ad andare fino in fondo. Due giorni dopo, una potente squadra navale formata dalle corazzate Kongo e Haruna e dalle rispettive scorte, bombarda Henderson Field distruggendo la metà degli aerei e mettendo in serio pericolo l’operatività della struttura; trasporti americani diretti a Guadalcanal sono gravemente danneggiati da navi di superficie e da aerei imbarcati; il cacciatorpediniere Mc Farland con il suo carico di feriti  riesce a stento a riparare nel porto di Tulagi.  Il nodo scorsoio intorno a Guadalcanal, insomma, sembra stringersi sempre di più.

Basilone.

L’ammiraglio Robert Gormley, il comandante in capo del settore, ha sempre più il braccino corto e sempre meno fiducia. Detto in altre parole lesina in rinforzi e in rifornimenti perché non crede di riuscire a tenere l’isola.
Chi è convinto del contrario, invece, è il sergente John Basilone, mitragliere. Per due giorni, quasi da solo, tiene la posizione intorno a Edson’s Ridge, sparando, riparando le armi quando si inceppano, sgusciando fra le linee e ritornando carico di munizioni, orinando sulle mitragliatrici per raffreddare le canne, causando gravi perdite al nemico.
Che non è un nemico qualsiasi questa volta. In campo c’è la leggendaria divisione Sendai , mai sconfitta, comandata dal generale Harukichi Hyakutake in persona, decisa a stritolare i marines in una tenaglia mortale. Ma ancora una volta la pioggia torrenziale, la reazione di Basilone e di tutti gli altri reparti impegnati,  prima limitano, poi fermano  lo slancio dei fanti giapponesi sia a nord ( fiume Matanikau), sia a sud ( Edson’s Ridge) del perimetro. Torna in scena anche una nostra vecchia conoscenza, il generale Kawaguchi con o senza uniforme da parata al seguito, arrivato in ritardo all’appuntamento con l’altro braccio della tenaglia e bloccato, dopo aspri combattimenti, intorno a quel crinale insanguinato per lui sempre più invalicabile. Basilone riceverà la Medal of Honor , diventerà una celebrità in patria; Kawaguchi sarà rimosso dall’incarico.
Cadono altre teste. Il 25 ottobre, mentre nella giungla di Guadalcanal Basilone e i suoi due compagni rimastigli bloccano la Sendai, l’ammiraglio William Halsey  assume il comando  del settore al posto del “pessimista” Ghormley. Il suo soprannome è tutto un programma: lo chiamano Bull, toro.

La svolta.

Eppure, sulle prime, il “Toro” non è fortunato. Il 26 ottobre, durante la battaglia di Santa Cruz, gli aerei dell’ammiraglio Nagumo mandano a fondo la sua diletta Hornet, dal ponte della quale era partito il raid di Doolittle su Tokio. Un paio di settimane dopo i cannoni di corazzate e incrociatori giapponesi danneggiano gravemente numerosi navi degli ammiragli Scott e Callahan che restano entrambi uccisi nello scontro. Nel corso della battaglia tuttavia, nota come prima battaglia navale di Guadalcanal( 12-13 novembre), i giapponesi non riescono a mettere  a terra uomini e rifornimenti né a bombardare Henderson Field, sicché molti la considerano una vittoria tattica americana.
Ma il 15, al termine della seconda battaglia navale di Guadalcanal, Tanaka riesce a sbarcare uomini e rifornimenti sulle spiagge dell’isola anche se , per farlo, ha dovuto pagare un prezzo altissimo.
Paradossalmente, quelle due mezze vittorie sono il punto di svolta dell’intera campagna. I giapponesi  si trovano a corto di aerei e di piloti esperti. Hanno perduto quasi settecento aeroplani, un’enormità. E, soprattutto, non riescono a rimpiazzarli a ritmi accettabili. L’industria americana, invece, come aveva previsto Yamamoto, sforna un aereo dopo l’altro, una nave dopo l’altra. E i piloti? Da sempre i giapponesi impiegano tutti i loro aviatori più sperimentati in prima linea: quando vengono abbattuti non sanno come sostituirli, perché non hanno reclute sufficientemente addestrate. Presto, molto presto, dovranno far soffiare il kamikaze, il “ vento divino”.Una parte dei piloti americani più esperti, invece, a rotazione, non combatte, ma insegna ai più giovani a farlo.
E che dire di Henderson Field? Ha resistito alla “notte delle corazzate”, ai bombardamenti notturni del Tokyo Express, agli assalti da terra.  I suoi aerei sono una minaccia costante per i convogli, per le navi da guerra, per la fanteria. I giornali giapponesi possono cantare vittoria quanto vogliono, ma per chi combatte per e sull’ “isola dove si muore di fame”, la vittoria  è lontana come la terra dalla luna. Dopo quelle due mezze vittorie navali, i giapponesi cominciano a pensare sul serio di ritirarsi da Guadalcanal.
Dove ormai, sul terreno, gli americani li superano nella proporzione di due a uno, hanno copertura aerea, più artiglieria, truppe fresche. Halsey non ha lesinato rinforzi, questa volta. La Prima divisione ha lasciato l’isola ed è arrivato l’ Esercito; il generale Vandergrift ha lasciato il comando al maggior generale Alexander Patch. Ai suoi ordini ci sono tre divisioni: l’Americal (contrazione di America and New Caledonia), la 25.ma, la Seconda divisione marines. Cinquanta, sessantamila uomini con cannoni, mortai, carri armati.
E tocca a quei fanti togliere le castagne dal fuoco. Tocca a loro espugnare le posizioni tenute del nemico anche quando gli aerei o i cannoni le hanno quasi spianate,  tocca a loro prendere possesso fisicamente dei luoghi contesi.
E il luogo conteso, questa volta, è Monte Austen, un’altura in grado di tenere sotto controllo e di minacciare Henderson Field. La manovra a tenaglia iniziata da Patch si infrange contro il ridotto fortificato di Gifu, progredisce lentamente e si conclude con la neutralizzazione dei capisaldi nemici di Galloping Horse e di Sea Horse. Nel frattempo, il Tokyo Express lavora al contrario, evacuando dall’ isola più di diecimila uomini.
Il 9 febbraio  a Guadalcanal  non c’è più un giapponese in armi.


Epilogo.

Il sergente John Basilone, Compagnia C, Primo battaglione, XXVII marines, Quinta divisione è sbarcato a Iwo Jima. Stanco di percorrere l’America in lungo e in largo per promuovere la sottoscrizione dei bond di guerra, ha chiesto di essere riassegnato a un’unità combattente. E’ stato accontentato.
A Iwo Jima piove, il fuoco nemico è intenso. Come a Guadalcanal c’è di mezzo un aeroporto, quello di Motoyama. Intorno ad esso si combatte aspramente, il terreno è letteralmente coperto di cadaveri. Un soldato americano intento a sfilare una mantellina antipioggia a un caduto giapponese, vede un uomo uscire allo scoperto, guardarsi attorno con circospezione, fermarsi e fare segno ai propri compagni di farsi avanti. Cinque, sei marines, lo raggiungono  e proprio in quel momento una bomba di mortaio, una sola, li prende in pieno.
Il sergente John  Basilone è il primo a cadere.

Da leggere:


Dobrillo Dupuis, Arcipelaghi in fiamme : il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, Milano, Mursia, 1999
Flavio Fiorani, La guerra del Pacifico, Firenze,  Giunti, 2000
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 1989
Marcel Giuglaris, Da Pearl Harbour a Guadalcanal : 1941-43 , Milano , Longanesi, 1973
Marcel Giuglaris, Storia della guerra del Pacifico : da Pearl Harbour a Hiroshima, Milano, Sugar, 1966
Robert Leckie , Sfida per il Pacifico : la battaglia di Guadalcanal, Milano, Mursia,1968
James Jones, La sottile linea rossa, Bur
Joseph N. Mueller , Dalla sconfitta alla vittoria : il contrattacco dei Marines : Guadalcanal, agosto 1942-febbraio 1943, Milano, RBA Italia, 2009
Gianni Padoan , La battaglia di Guadalcanal, Bologna, Capitol, 1978

Da vedere:

La sottile linea rossa, di Terrence Malick, 1998. Con James Caviezel, George Clooney, Nick Nolte, John Travolta, Ben Chaplin.

In questo sito:

Cinque minuti. Midway 1942: la vittoria ” impossibile”.
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Due gru e una Signora. La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
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Il sasso della fionda. Golfo di Leyte, Filippine, ottobre 1944. Il Golia giapponese  sembra quasi invincibile, ma il Davide americano arma la propria fionda…
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Sangue e cenere. A Iwo Jima, “l’isola dello zolfo”,  in trentasei giorni cadono settemila marines. Quasi duecento al giorno.
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I fiori di fuoco
Okinawa 1945: una strage infinita, errori tattici, “vento divino” e una decisione che sconvolse il mondo.
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QUI puoi leggere altri post relativi alle operazioni militari nel Pacifico e in Europa.

Gli avvenimenti in breve.

La campagna di Guadalcanal fu combattuta a terra, sul mare, nei cieli. Durò sei mesi e costò  la vita a più di settemila uomini, fra marines, soldati,  marinai, aviatori e la perdita di circa settecento aerei e di ventinove navi. Le perdite giapponesi furono più o meno il triplo in termini di vite umane e grosso modo si equivalsero in quanto a aeroplani. Tuttavia l’industria giapponese non poteva competere con quella americana: per quanti aerei costruisse, per quante navi varasse, era sempre in svantaggio. Particolarmente grave per i nipponici si rivelò , poi,  la perdita di piloti esperti e collaudati.
Dopo Guadalcanal l’iniziativa passò agli americani. L’isola divenne un’importante base di rifornimento e  trampolino di lancio per i “ salti della rana”- vale a dire l’avanzata atollo dopo atollo verso il Giappone –  tanto cari al generale Douglas Mc Arthur.

7 agosto 1942: 10.000 marines della Prima divisione agli ordini del generale Alexander Vandergrift sbarcano a Guadalcanal nelle Isole Salomone. Tremila marines appoggiati da paracadutisti sbarcano nelle vicine isole di Tulagi e di Gavutu-Tanabogo.
8 agosto: le isole di Tulagi e di Gavutu-Tananbogo vengono occupate dai marines dopo violenti combattimenti. A Guadalcanal, i marines raggiungono sul far della sera l’aeroporto. I giapponesi si ritirano verso l’interno.  Fletcher lascia Guadalcanal. Battaglia navale di Savo, favorevole ai giapponesi.
9 agosto: se ne va anche l’ammiraglio Turner con le navi da trasporto. Non tutto il materiale è stato scaricato.
11 agosto: comincia la costruzione dell’aeroporto. I genieri americani usano materiali  e mezzi abbandonati dai giapponesi. Intorno al campo d’aviazione viene steso un perimetro difensivo.
16 agosto: il campo d’aviazione viene dedicato al maggiore Lofton Henderson. Il colonnello Ichiki parte da Truk nelle Caroline Orientali diretto a Guadalcanal con mille uomini a bordo di cacciatorpediniere. Il grosso della forza da sbarco lo segue a bordo di navi da trasporto più lente.
18 agosto: il campo d’aviazione è ufficialmente ultimato.
19 agosto: Ichiki sbarca a Guadalcanal a est di Taivu Point.
20 agosto: i primi aerei da combattimento( 12 Dauntless e 19 Wildcat) atterrano a Henderson Field. Ichiki si avvicina al campo. Nei giorni successivi arriveranno anche i P400,  i P39 Aircobra e altri Dauntless.
21 agosto: poco dopo mezzanotte, Ichiki attacca alla baionetta. I giapponesi vengono  bloccati, accerchiati e respinti con gravissime perdite.
28 agosto: un convoglio con circa tremila soldati giapponesi viene intercettato dagli aerei di Henderson Field e costretto a tornare indietro.
31 agosto: il Tokyo Express comincia a sbarcare i primi contingenti di truppe a Guadalcanal.
12 settembre: comincia la battaglia di Edson Ridge. Durerà tre giorni. I giapponesi vengono respinti con gravi perdite.
18 settembre: il 7° Marines sbarca a Guadalcanal.
23 settembre: comincia la battaglia intorno al fiume  Matinakau. Terminerà il 9 ottobre con la sconfitta dei giapponesi. Henderson Field riceve altri aerei.
11 ottobre: battaglia navale notturna  di Cape Esperance.
13 ottobre: il 164.mo Fanteria sbarca a Guadalcanal. Sono le prime truppe dell’Esercito a mettere piede sull’isola.
23 ottobre: comincia l’attacco della divisione Sendai intorno al Matinakau e a Edson Ridge. I soldati giapponesi, rallentati dalla pioggia torrenziale e stanchi per la lunga marcia attraverso la giungla e non riescono ad avere ragione dei marines americani. Il sergente John Basilone riesce a tenere la propria posizione benché attaccato da forze preponderanti.
25 ottobre: l’ammiraglio William “Bull” Halsey assume il comando del settore del Pacifico sudorientale. Sostituisce l’ammiraglio Ghormley.
26 ottobre: battaglia navale di Santa Cruz. Nagumo ha la meglio. La portaerei Hornet viene affondata.
12-13 novembre: prima battaglia navale di Guadalcanal. I giapponesi hanno la meglio, ma non riescono a sfruttare il vantaggio. L’ammiraglio Abe si ritira senza sparare un colpo sui trasporti americani  e su Henderson Field.
14-15 novembre: seconda battaglia navale di Guadalcanal. Questa volta ad avere la meglio sono gli americani
30 novembre-1°dicembre: battaglia navale di Tassafaronga. Vittoria giapponese.
9 dicembre: i marines della prima divisione vengono rilevati da unità dell’Esercito. Il generale Alexander Patch sostituisce nel comando il generale Alexander Vandergrift.
17 dicembre: i marines occupano Mount Austen, sloggiandone i giapponesi.
31 dicembre: l’imperatore Hirohito autorizza il ritiro delle truppe giapponesi da Guadalcanal.
10 gennaio 1943 : offensiva americana intorno a “quota 66” nella zona del fiume Matinakau.
20 gennaio: comincia l’offensiva americana verso Kokumbona, quartier generale giapponese sull’isola.
23 gennaio: Kokumbona è conquistata.
1° febbraio: il Tokyo Express inizia l’evacuazione delle truppe giapponesi( operazione Ke).
7 febbraio: termina l’operazione Ke. Tredicimila soldati giapponesi sono stati evacuati.
9 febbraio: il generale Patch comunica ad Halsey  la messa in sicurezza di Guadalcanal.

Nel web: Pacific war ( Main menu > Pacific > The battle for Guadalcanal Island> The battle animation). Si può prendere visione, con analoga procedura, delle animazioni relative alle battaglia navali di Savo, Salomone Orientali, Santa Cruz. Sito raccomandato.

Cartine. Tutte le cartine sono tratte dal libro di Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, citato. CLICCA SULLE CARTINE PER INGRANDIRLE.

Battaglia del fiume Tenaru(21 agosto 1942).

Battaglia del fiume Tenaru(21 agosto 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

La battaglia di Edson's Ridge(12-14 settembre 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

La battaglia di Edson’s Ridge(12-14 settembre 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

La battaglia del fiume Matinakau( settembre-ottobre 1942)

La battaglia del fiume Matinakau( settembre-ottobre 1942). Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968

Lo "Slot"

Lo “Slot”. Fonte: Robert Leckie, Sfida per il Pacifico: la battaglia di Guadalcanal, Mursia, 1968


[1]  Le “ Sale di Montezuma” (“ Halls of Montezuma” ) sono ricordate nel  primo verso dell’inno dei marines. Il riferimento è alla battaglia di  Chapultepec ( 1847), combattuta durante la prima guerra contro il Messico. Alla battaglia partecipò anche un piccolo contingente di marines.

[2] Rispettivamente Dauntless, Avenger, Wildcat.

[3] Fu chiamato in questo modo perché i topi di giorno stanno nascosti e di notte diventano attivi. Proprio come i cacciatorpediniere usati per trasportare truppe e materiale a Guadalcanal

[4] “Marine, tu morrai!”. La parola “Maline” messa qui in bocca ai giapponesi  non è un refuso. Come gran parte degli orientali, i giapponesi pronunciano la “R” con un  suono simile a quello della “L” italiana, a metà fra R e L.  Da qui  MaLine  al posto di MaRine. Siccome in giapponese la “L”  non esiste, i marines a Guadalcanal abbondavano in parole d’ordine piene di L( Lilliputian, Lollypop , Lullaby, ecc)  che i giapponesi, anche se le avessero conosciute, non avrebbero saputo pronunciare correttamente. Al massimo avrebbero saputo produrre  quel suono a metà fra la R e la L che li avrebbe immediatamente smascherati.

[5] Farmaco sintetico antimalarico la cui assunzione dava alla pelle un colore giallastro, noto come “ L’abbronzatura da Atabrina”. I marines non assumevano volentieri  questo farmaco perché ritenevano che rendesse impotenti.

[6] Nel linguaggio economico gergale “Shoestring” , letteralmente Laccio da scarpe, indica un piccolo capitale  versato per avviare un’impresa.

**Epitaffio inciso sulla tomba del soldato di prima classe Bill Cameron, Prima divisione Marine, Compagnia H, Secondo battaglione, Primo reggimento, caduto a Guadalcanal. La versione originale reca “ Soldier” al posto di “ Marine”. Ma la variante con “ Marine” resta quella più diffusa.


Due gru e una Signora

19/11/2012

Prologo.

In molti Paesi dell’Asia, la gru è  simbolo di longevità e di fedeltà. Porta fortuna. Il  suo volo è maestoso ed elegante, la sua danza d’amore affascina. In Giappone – dove la gru è considerata sacra- da sempre chi dona origami di gru riceverà a darà felicità a sé e agli altri; chi ne confeziona mille vedrà i propri desideri esauditi.
Nella lingua giapponese la gru volante è Shokaku, la gru portatrice di felicità è Zuikaku.

“Situazione Pacifico grave”

Nell’aprile del 1942, il Giappone controlla gran parte dell’Asia sudorientale. Oltre alla Corea e alla Manciuria ( già da tempo inglobate nell’impero), sono in mano giapponese o rientrano nella sfera d’influenza giapponese Hong Kong, la Malesia, Singapore, le Filippine, le Indie Olandesi ( oggi Indonesia), la parte settentrionale della Nuova Guinea,  l’Indocina, la Tailandia e quasi tutta la Birmania.  Adesso, secondo i piani, sarebbe dovuto toccare all’India, poi all’Australia e alla Nuova Zelanda.

Non va così. Spaventato a morte dal raid di Doolittle e forse illuso dalla facilità con la quale erano state portate a termine fino a quel momento  le conquiste in Asia, lo Stato Maggiore Imperiale cambia copione e anticipa le operazioni verso l’Australia e nel Pacifico  a scapito della conquista dell’India. Prepara così due operazioni: una verso Port Moresby in Papua- Nuova Guinea, l’altra verso Midway, avamposto statunitense nel Pacifico  e porta delle Hawaii. Occupando Port Moresby, i giapponesi avrebbero avuto a disposizione una base aerea per bombardare l’Australia e per interrompere le linee di comunicazione fra quest’ultima, la Nuova Zelanda e gli Stati Uniti; occupando Midway, essi avrebbero tenuto per un bel po’ a distanza dal Giappone le navi americane e reso impossibili ulteriori raid contro la  madrepatria. Con scarsa fantasia, battezzano la prima “Operazione MO” (MOresby) e la seconda “Operazione MI”(MIdway).
I giapponesi sono sicuri di potercela fare. Secondo loro, gli Alleati sono deboli e sulla difensiva. E, in effetti, per gli anglo-americani la situazione non è affatto rosea. Il presidente Roosevelt non ci gira intorno  e telegrafa a Churchill:” Situazione Pacifico grave”. D’altronde se, come convenuto, si vuole dare la precedenza alla Germania e all’Europa, c’è un prezzo da pagare. Non si può essere attivi a livelli accettabili su entrambi i fronti. Non ancora, almeno. Nel Pacifico, la strategia è, dunque, quella di giocare di rimessa in attesa di tempi migliori.
Un vantaggio però gli americani ce l’hanno: conoscono obiettivi e date dell’operazione MO. Convinti di essere invincibili, i giapponesi hanno abbassato la guardia, abbondando in messaggi radio e rendendo in questo modo vulnerabile il loro codice di comunicazione.  Che è stato in parte decodificato dagli analisti di HYPO a Pearl Harbor.
Dal canto suo, l’ammiraglio Yamamoto  non stravede per MO. E’ l’esercito a volere questa operazione, non lui. La sua idea fissa – per realizzare la quale è giunto persino a minacciare le dimissioni-  è quella di spazzare via dal Pacifico la flotta americana, vero ostacolo a ogni ulteriore espansione giapponese. Per lui quella verso Port Moresby  è un’operazione secondaria, utile soltanto perché può causare perdite alla flotta nemica e rendere in questo modo più facile la realizzazione dell’operazione MI. Non lo afferma pubblicamente, ma è questo che pensa.

Il piano giapponese, come al solito, è  complesso per non dire complicato. Mette insieme un mucchio di manovre, di diversioni, di spostamenti, di attacchi finti e di attacchi veri, aumentando i fattori di rischio. Se il rispetto dei tempi salta,  se il coordinamento fra le varie forze impegnate non è tempestivo, se qualcosa, inaspettatamente, si mette di traverso, salta anche tutto il resto.

L’Operazione MO  prevede tre fasi distinte, ma interdipendenti: l’occupazione di Tulagi nelle Isole Salomone, l’intervento della flotta principale per neutralizzare o prevenire la reazione americana, lo sbarco a Port Moresby. In estrema sintesi funziona così: invio  una forza da sbarco a Tulagi , occupo l’isola, costruisco  un aeroporto per interventi di copertura e di ricognizione( prima fase). Se il nemico si dirige a Tulagi per impedire o per contrastare lo sbarco, muovo la flotta principale e lo intercetto; se il nemico rinuncia a soccorrere a Tulagi, ma fa rotta verso le navi dirette a Port Moresby, mando la flotta principale nel Mar dei Coralli e gli chiudo la strada( seconda fase). A questo punto, una volta bloccata o eliminata la flotta nemica, una forza d’invasione partita nel frattempo da Rabaul in Nuova Britannia sbarca e occupa Port Moresby.  Se tutto va bene – e perché non dovrebbe andar bene?- metto l’Australia a tiro dei miei bombardieri e, partendo dalle Salomone, interrompo le comunicazioni navale fra Australia e Nuova Zelanda( oltre a quelle più importanti con gli Stati Uniti). Alla fine sia l’una sia l’altra, pena l’invasione o l’isolamento, saranno per forza costrette  a gettare la spugna o, quanto meno, a uscire dal conflitto.

Per contrastare  questo ambizioso piano, gli americani dispongono di due Task Force, la 11 e la 17, incentrate, rispettivamente, sulle portaerei Lexington (Vice Ammiraglio Aubrey Fitch) e  Yorktown (VA Frank Fletcher). Le portaerei dell’ammiraglio Halsey (la Hornet e la Enterprise) stanno ritornando a Pearl Harbor dopo il raid di Doolittle su Tokio e non sono immediatamente disponibili. Disponibile è invece la forza navale dell’ammiraglio John Gregory Crace , Royal Navy, formata da due incrociatori pesanti, uno leggero e da due cacciatorpediniere.
Sul piano puramente numerico, le forze sostanzialmente si equivalgono[1]. Ma sul piano qualitativo è tutta un’altra storia. E’ vero: i giapponesi hanno una portaerei leggera in più, ma non è questo a fare la differenza. La differenza la fanno la qualità degli equipaggi e quella degli aerei. I giapponesi possono contare su piloti addestrati ed esperti e su macchine efficienti . Gli Aichi Val( bombardieri in picchiata), e i Nakasjima Kate( aerosiluranti) sono aerei affidabili, migliori dei loro omologhi americani; il caccia Zero,  poi, non ha al momento rivali. Insomma, il pallino sembra essere in mano ai giapponesi.

La caccia. 

Il 3 maggio, praticamente incontrastati( la guarnigione australiana è stata evacuata qualche giorno prima), i giapponesi sbarcano a Tulagi e subito i loro genieri cominciano a costruire un aeroporto. L’ammiraglio Goto con le navi di scorta resta fino al primo pomeriggio, poi, a sbarco ultimato, si dirige verso Bougainville dove conta di rifornire le proprie unità in vista della seconda fase della propria  missione( proteggere la forza da sbarco diretta a Port Moresby).
I giapponesi non sono assolutamente certi della presenza di portaerei americane nella zona, lo sospettano soltanto. Ma il sospetto si fa quasi certezza quando caccia della Yorktown abbattono un ricognitore nemico. Il pilota non fa in tempo a inviare alcun messaggio, ma il suo mancato ritorno, mappe alla mano, per i comandanti giapponesi significa una sola cosa: l’aereo è stato abbattuto da velivoli  imbarcati.
Il 4 maggio,  Fletcher, dopo aver rifornito le navi( Fitch lo sta ancora facendo), si dirige a ovest per intercettare la flotta principale nemica. Informato  dell’attacco a Tulagi, cambia programma e manda gli aerei della Yorktown ad attaccare l’isola.  La navi del vice ammiraglio Shima sono ancora da quelle parti del tutto prive della copertura dei caccia( la Shoho, infatti, se n’è già andata). I bombardieri e gli aerosiluranti americani danneggiano un paio di navi e ne affondano altrettante. Nonostante l’incursione, la costruzione dell’aeroporto va avanti lo stesso. Un paio di giorni dopo i primi aerei giapponesi cominceranno le missioni.
Takagi frattanto ha saputo del raid aereo  su Tulagi: è la conferma definitiva  della presenza nella zona di portaerei nemiche. Fa muovere , allora, la propria flotta verso il Mar dei Coralli e inizia la manovra per prendere alle spalle le navi americane. La contromossa di Fletcher non si fa attendere: la sera del 6 maggio,  la Task Force 44 di Crace ( poi Task Group 17.3) viene inviata verso ovest in direzione dello stretto di Jomard[2], per sbarrare il passo alla forza diretta verso Port Moresby, partita da Rabaul in Nuova Britannia nella mattinata dello stesso giorno. E’ una mossa rischiosa: indebolisce la flotta principale ed espone Crace a un grave pericolo: senza protezione aerea, infatti, il 17.3, se intercettato, rischia grosso.
Sarà invece una delle mosse decisive.
Nel frattempo, le due flotte principali continuano a cercarsi. Ma l’oceano è vasto, tropo vasto; il tempo fa le bizze. I ricognitori vedono e non vedono, le informazioni scarseggiano o si contraddicono, la fretta e il nervosismo aumentano. Ignare le une delle altre le navi si avvicinano e si allontanano, si fermano per essere rifornite, riprendono la rotta. A un certo punto si sfiorano quasi, ma nessun ricognitore se ne accorge.

Cancellate una portaerei!

Il 7 maggio, va in scena la sagra degli errori. Da una parte e dall’altra, i piloti della ricognizione segnalano più volte di aver avvistato la forza principale in luoghi diversi e, perciò, in nessun luogo. Il pilota di un ricognitore giapponese avvista la flotta di Crace, prende lucciole per lanterne e ne esagera la consistenza. C’è anche una corazzata, fa sapere.
Ricevuta la comunicazione, l’ammiraglio Inoue, responsabile dell’intera operazione, si preoccupa. Ordina così ai bombardieri basati a Rabaul di attaccare la flotta di Crace. Anche se l’attacco va a vuoto, la nave ammiraglia- l’incrociatore Australia – scompare avvolta dalle colonne d’acqua sollevate dalle bombe giapponesi cadutele dannatamente vicino. Qualcuno la dà ormai per persa. Per soprammercato, uno squadrone di bombardieri americani B 17 scambia le unità della Royal Navy per unità nemiche. E giù altre bombe.  Per fortuna nessuna va a segno. L’Australia riemerge, senza un graffio, dalle colonne d’acqua provocate prima dal fuoco nemico, poi da quello amico.
La presenza della forza intatta di Crace nei dintorni dello stretto di Jomard induce Inoue alla prudenza e Takagi a forzare la mano. Il primo ordina al comandante della forza da sbarco,  vice ammiraglio  Abe,  di cambiare rotta e di posizionarsi più a nord in attesa di conoscere quale “ corazzata” faccia parte della squadra di Crace e sposta la data dello sbarco a Port Moresby dal 10 al 12 maggio; il secondo fa alzare una trentina di aerei armati di bombe e di siluri  e li spedisce verso Jomard per togliere di mezzo Crace. Ma i Val e i Kate di Takagi vengono avvistati dal radar della Yorktown e intercettati da squadre di caccia Wildcat.
Nel fuggi fuggi che segue, i velivoli giapponesi si liberano di bombe e siluri per andare più svelti, rompono la formazione e si allontanano. Si sta facendo buio quando una di queste squadriglie, dopo aver vagato di qua e di là, avvista finalmente una portaerei. Il capo squadriglia segnala con le luci l’intenzione di appontare e inizia la manovra. E’ a pochi metri dal ponte quando si accorge di stare scendendo su una nave nemica. Dà immediatamente gas e si allontana seguito da tutti i suoi. Dalla Yorktown ( è quella la portaerei) parte allora un micidiale fuoco contraereo. I nervosi serventi americani sparano a ogni ombra in movimento nel cielo ormai buio. Alcuni Wildcat di ritorno dalla missione per poco non rischiano di essere abbattuti dal fuoco amico. Farsa o tragedia?
E’ solo tragedia, invece, quella scaturita dall’ennesimo errore di valutazione. Alle 8 del mattino Takagi riceve la notizia dell’avvistamento di “ una portaerei e di un incrociatore”. Immediatamente fa alzare i propri aerei. Le due navi – l’incrociatore Sims e la nave cisterna Neosho, erroneamente scambiata per portaerei- manovrano abilmente e per un po’ riescono a evitare bombe e siluri, ma verso mezzogiorno, sottoposte a un attacco massiccio da parte di bombardieri in picchiata, vengono colpite. Il Sims affonda, la Neosho viene gravemente danneggiata, molti uomini muoiono durante l’attacco, altri vagheranno in mare per giorni a bordo di una scialuppa prima di essere  tratti in salvo. Molti moriranno di sete o perderanno la ragione.
Nella stessa mattinata, in base a un altro errore di avvistamento ( “ due portaerei e quattro incrociatori pesanti”), Fletcher, convinto di aver individuato la flotta principale giapponese,  manda in volo un’ottantina di aerei fra caccia, bombardieri e aerosiluranti. Ma non è la flotta principale: si tratta della Shoho in rotta, con la scorta, verso Port Moresby per proteggere la forza da sbarco.
Alle 11,15 gli aerei di Fletcher piombano sulla Shoho e la centrano. Alle 11,35, la nave affonda. E mentre centinaia di uomini vanno a fondo con lei, il  capitano di corvetta (maggiore) Robert E. Dixon, comandante di uno squadrone di bombardieri, comunica via radio alla Lexington: “ Cancellate una portaerei”( Scratch one flat-top”). Proprio così, come se si trattasse di una di quelle battaglie navali su carta tanto care , in passato, agli annoiati studenti perditempo di tutte le età e di tutti i Paesi.

Una vera Signora.

Ma lo scontro, quello vero, è solo rinviato. La mattina dell’8 maggio, fra le 8,15 e le 8,20,  i ricognitori avvistano finalmente le formazioni principali. Fletcher fa alzare i propri aerei poco prima delle 9, i giapponesi qualche minuto più tardi.  Gli americani partono in svantaggio. Le navi di Takagi sono parzialmente protette da una coltre di nuvole, quelle americane no. E come se non bastasse, i siluri dei Devastator sono difettosi. Quando centrano il bersaglio, non esplodono. Restano i bombardieri in picchiata Dauntless, gli “Impavidi”. E sono loro a scovare e a danneggiare gravemente una delle due portaerei di Takagi. L’altra riesce a farla franca, ma ogni volta riceve sempre meno aerei di ritorno dalle missioni.
Quasi nello stesso momento, con il cielo sereno e le navi ben visibili, i bombardieri e gli aerosiluranti giapponesi scortati dagli Zero si gettano sui bersagli. Il fuoco della contraerea  è intenso, numerosi aerei nemici esplodono in volo o precipitano in fiamme in mare. Ma qualcuno di essi riesce comunque a passare. La Yorktown viene centrata da una bomba e prende fuoco. Le fiamme, però, vengono circoscritte quasi subito e la nave resta operativa.
La Lexington non è altrettanto fortunata. Soprannominata  affettuosamente Lady Lex dall’equipaggio è una nave solida, elegante, veloce. Ma quando tre siluri e un paio di bombe la raggiungono, Lady Lex prende fuoco. L’equipaggio cerca  di spegnere l’incendio. In un primo momento sembra riuscirci, poi le fiamme si avvicinano pericolosamente a  un deposito di munizioni. E a questo punto, seppure  a malincuore, i superstiti devono ubbidire all’ordine di evacuazione.
Sarà un cacciatorpediniere amico, il Phelps,  a dare a Lady Lex  il colpo di grazia e a mandarla a fondo insieme alle salme di più di duecento dei suoi marinai. Gli ultimi a lasciare la nave sono il comandante Frederick Sherman e il suo cocker spaniel nero, soprannominato  “Ammiraglio Wags”. Da bordo dell’incrociatore Minneapolis, insieme agli altri superstiti, assistono alla fine di Lady Lex. Commosso,  Sherman invia l’ultimo saluto alla  “sua” nave che si sta inabissando di poppa, la prua verso l’alto:  “ Guardate con quanta dignità se ne sta andando: a testa alta, come una vera Signora!”

Epilogo

Con Crace a presidiare il Jomard passage, con una portaerei affondata e una fuori uso, con la terza terribilmente a corto di aeroplani, l’ammiraglio Inoue decide di lasciar perdere e rinuncia allo sbarco a Port Moresby. La vittoria tattica è sua, quella strategica no. Per la prima volta gli americani sono riusciti a impedire uno sbarco nemico e a interrompere la lunga striscia dei successi giapponesi nel Pacifico. E a tenerli alla larga dall’Australia.
Ma c’è anche dell’altro. Le portaerei di Takagi celebravano nel nome la gru, l’uccello sacro. Nel Mar dei Coralli, una- la Shikoku, “La Gru Che Vola”- era stata ferita gravemente; l’altra – La Zuikaku, “La Gru Che Porta Felicità”-  benché illesa,  aveva perso gran parte dei suoi aerei, le sue ali d’acciaio. Nessuna delle due avrebbe solcato, un mese dopo, il mare di Midway.
Questa volta la gru, uccello portafortuna, si era dimenticata di  Yamamoto.

Da leggere:

Dobrillo Dupuis , Arcipelaghi in fiamme : Il secondo conflitto mondiale nello scacchiere del Pacifico, Milano, Mursia, 1989
Flavio Fiorani , La guerra del Pacifico, Firenze , Giunti, 2000. (All. a Storia e dossier, n. 151 (lug.-ago. 2000).
Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 2003
Marcel Giuglaris , Da Pearl Harbour a Guadalcanal : 1941-43 , Milano , Longanesi, 1973
William Manchester , Tenebre addio : memorie della guerra del Pacifico, Milano, A. Mondadori, 1982
Fletcher Pratt , La flotta degli Stati Uniti nella guerra contro il Giappone, con prefazione dell’ammiraglio Nimitz , Roma,  Casa ed. G.D.M., 1951
Edward P. Stafford , La Big E : la portaerei Enterprise nella guerra del Pacifico, Milano , Baldini & Castoldi, 1967

QUIpuoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

Una mappa animata della battaglia   è consultabile qui: Pacific War ( da cui è tratta la cartina del Mar dei Coralli)
Una volta nel sito, procedere nel modo seguente:

– Dal Menu principale ( Main Menu) sulla sidebar di sinistra cliccare su WWII: Pacific;
– Nella nuova pagina, sulla sidebar di destra, in basso alla voce BATTLE FOR NEW GUINEA, cliccare su BATTLE OF THE CORAL SEA;
– cliccare su  The BATTLE ANIMATION ( scritta rossa)
– si apre una mappa.Cliccare sui “bottoni “posti sulla barra inferiore.Ogni “bottone”, un argomento.


[1] La forza da sbarco diretta a Tulagi( VA Kiyohide Shima) ha il supporto della squadra navale del vice ammiraglio Aritomo Goto(  portaerei leggera Shoho, quattro incrociatori  un dragamine) . Dopo aver protetto lo sbarco, la forza navale di Goto deve abbandonare la zona e dirigersi a ovest per proteggere la forza diretta a Port Moresby, formata da cinquemila uomini e scortata da un incrociatore a da sei dragamine . La forza di terra è al comando del VA Kosho Abe , la forza navale è comandata dal VA  Sadamichi Kajioka. La forza principale giapponese( VA Takeo Takagi) è formata da due portaerei , da due incrociatori pesanti e da sei cacciatorpediniere.  Il suo compito è quello di neutralizzare la flotta avversaria. L’intera operazione è posta sotto il comando dell’ammiraglio Shigeyoshi  Inoue. Complessivamente i giapponesi schierano due portaerei pesanti, una portaerei leggera, nove incrociatori, quindici cacciatorpediniere, cinque dragamine, due posamine e possono contare su centoventisette aerei imbarcati.

L’ammiraglio Chester  Nimitz riunisce nel Mar dei Coralli la Task Force 11 ( Vice Ammiraglio Aubrey Fitch), la Task Force 17(VA Frank Fletcher) e alcune unità della Royal Navy( VA John Crace). In complesso , gli americani possono contare su due portaerei ( la Lexington e la Yorktown) e su nove incrociatori, tredici cacciatorpediniere , un paio di navi cisterna e centoventotto aerei imbarcati.

[2] Il Jomard Pass o Jomard Passage o Jomard Channel mette in comunicazione il Mare delle Salomone con il Mare dei Coralli.

Sotto il titolo: foto dell’USS Lexington, Lady Lex per l’equipaggio.


Cinque minuti

07/11/2012

Prologo.

Il comandante del cacciatorpediniere giapponese Arashi non ha colpito il Nautilus, il sommergibile americano al quale sta dando la caccia. Ma l’ha tenuto immobilizzato abbastanza   a lungo da non considerarlo  più un pericolo per la flotta.  L’Arashi vira allora di bordo e si dirige a tutta forza verso la formazione principale.
Sopra di esso, a ventimila piedi di altezza, un bombardiere in picchiata americano Dauntless  ( “Impavido”) ne ha avvistato la scia e lo sta seguendo. Ai comandi c’è il maggiore Clarence Wade McClusky.

 Prosperità per tutti.

L’obiettivo politico dei giapponesi  era quello di creare la “Sfera di Coprosperità della Grande Asia Orientale”.  Detto in altre parole e in estrema sintesi, il Giappone voleva estendere la propria egemonia  politica ed economica  all’intera aerea del Pacifico ( e all’India), a scapito  delle potenze occidentali. Alcuni Paesi dell’area sarebbero stati occupati manu militari,  altri no, con altri si sarebbe collaborato e  tutti avrebbero avuto la propria parte di “ prosperità”.
L’attacco giapponese alla flotta statunitense alla fonda nel porto di Pearl Harbor nelle Hawaii (7 dicembre 1941), era stata la mossa d’apertura. Una volta tolte di mezzo le navi americane, il Giappone avrebbe avuto mani libere nel Pacifico. Il capo della Flotta Combinata, l’ammiraglio Isoroku Yamamoto, però, aveva avvisato: un anno di supremazia lo posso garantire, dopo non so. Yamamoto aveva soggiornato e studiato negli Stati Uniti e conosceva le potenzialità dell’industria americana. Il primo colpo, quindi, doveva essere decisivo.  Non lo fu: le portaerei  americane non si trovavano in porto e non furono colpite. Ma a Pearl Harbor otto corazzate e tre incrociatori furono o affondati o danneggiati( e più di duemila uomini persero la vita). E per l’ Alto Comando della Marina , convinto del ruolo decisivo delle grandi navi da battaglia negli scontri navali, questo poteva anche  bastare. Senza corazzate e incrociatori gli americani avrebbero potuto fare ben poco.
Si sbagliava.

Decisioni e pressioni.

Churchill e Roosevelt hanno deciso: prima l’Europa, poi il Pacifico, prima la Germania, poi il Giappone. Tradotto in pratica significa questo: nel settore del Pacifico, gli americani devono stare il più possibile coperti, evitare gli scontri “ decisivi”, prendere tempo in attesa che il vento cambi.
Nel Pacifico comanda un ammiraglio di 56 anni, calmo, competente, riservato: Chester William Nimitz. Nel tempo libero scrive racconti.  Alla vigilia di Midway, la sua flotta non è granché se paragonata alla flotta giapponese: un paio di portaerei intatte ( la Enterprise e la Hornet), un’altra più di là che di qua ( la Yorktown, danneggiata nel Mar dei Coralli e in viaggio verso il bacino di carenaggio) un quarantina fra navi da battaglia e sommergibili. Dunque Nimitz ha due ottime ragioni ( le decisioni politiche di alto livello e l’esiguità della flotta) per adottare un basso profilo sul piano militare e tirare per un po’ a campare. Nessuno glielo rimprovererebbe; anzi, ad essere sinceri, molti , a cominciare dal suo superiore diretto, l’ammiraglio Ernest King, lo apprezzerebbero. Lo farà?
Dal canto suo Yamamoto sembra avere una fretta dannata. Se vuole sfruttare la momentanea  supremazia sui mari e guadagnare un altro anno per cercare di costringere Roosevelt a più miti consigli, deve sbrigarsi a eliminare la flotta americana, portaerei comprese. Sa dove colpire: a Midway, la porta del Pacifico, il “ buco della chiave”, come lo chiamano a Tokyo. Sa come colpire: fingo una manovra diversiva per attirare la flotta americana  lontano da Pearl Harbor, poi  attacco Midway. A questo punto le navi americane si precipitano a  tutta forza verso l’atollo, io avanzo con le mie corazzate e i miei incrociatori e le mando a fondo una dopo l’altra.
Facile a dirsi, a farsi un po’ meno. L’esercito guarda all’Australia e ha in mente altre soluzioni( vuole isolarla, più che conquistarla), lo Stato Maggiore Generale non è entusiasta. Per fare pressione su entrambi, Yamamoto parla velatamente di dimissioni. Poi il colonnello “Jimmy” Doolittle e i suoi sedici B25 Mitchell  decollati dalla portaerei Hornet bombardano Tokio e altre città giapponesi, dando una mano all’ammiraglio. Un brivido scuote il governo e l’intero Stato Maggiore: se un altro Doolittle ci riprova, la vita  dell’imperatore può essere in pericolo: anche per questo le portaerei americane vanno tolte di mezzo alla svelta. Il 5 maggio arriva l’ok: si va a Midway.
Ma anche verso Port Moresby, come vuole l’esercito.

AF.

Il JN-25 è il codice usato dalla Marina giapponese per trasmettere messaggi . Forse è complicato, forse no, di sicuro è efficace[1]. A Pearl Harbor c’è un centro apposito ( l’HYPO)  incaricato di decifrarlo. A capo dell’HYPO  c’è il comandante Joseph Rochefort. E’ un tipo tosto. Come  tosti sono i suoi collaboratori. Dormendo poco, mangiando meno, con la testa e gli occhi costantemente sui messaggi intercettati, Rochefort e i suoi analisti riescono a carpire alcuni segreti del codice. Poca roba, per il momento. Ma in grado di identificare con certezza l’operazione su Port Moresby e di permettere a Nimitz di neutralizzarla  nel Mar dei Coralli.
Ma dopo la battaglia del Mar dei Coralli, il flusso delle comunicazioni giapponesi non si arresta, Anzi. Rochefort e i suoi non tardano a capire: il nemico ha in serbo un altro colpo. Ma dove lo porterà? Qual è l’obiettivo codificato in JN-25 come AF e di cui tanto parlano i giapponesi nelle loro comunicazioni? Pearl  Harbor? L’Australia? Ancora la Nuova Guinea? Mappe alla mano, Rochefort un’idea ce l’ha. Secondo lui AF è Midway, l’atollo corallino a quasi duemila chilometri a ovest di Pearl Harbor, avamposto americano nel Pacifico, ultimo ostacolo fra la flotta giapponese, la flotta americana e la costa occidentale degli Stati Uniti.
Ma come esserne sicuri?
Chi è sicuro è Yamamoto. Il suo piano- ambizioso, complesso e, forse, anche complicato- vuole essere decisivo, tanto decisivo da coinvolgere nella sua realizzazione l’intera flotta giapponese.  Una finta manovra attirerà le navi americane verso le Aleutine; un cordone di sommergibili steso fra Midway e Pearl Harbor affonderà tutto il naviglio affondabile; la forza aeronavale dell’ammiraglio Chuichi Nagumo( la Kido Butai) attaccherà Midway costringendo gli americani a richiamare le loro navi dalla Aleutine e da Pearl Harbor per difenderla. A questo punto entreranno in scena le corazzate e gli incrociatori e non ce ne sarà per nessuno. Insomma la trappola disegnata da Yamamoto ha come esito finale, dopo tanta preparazione, una battaglia navale convenzionale, corazzate contro corazzate a scambiarsi colpi da distanza. L’Alto Comando si spinge oltre: le portaerei? Ottime in appoggio e in fase di preparazione, ma non decisive.
Decisivo, invece, è lo scherzetto giocatogli da Rochefort. Fa inviare un messaggio in chiaro da Midway in cui si segnala un guasto al desalinatore e aspetta. Dopo qualche giorno un messaggio in codice JN-25 comunica: “ AF è a corto di acqua potabile”.
E’ fatta: AF è Midway.

Point Luck.

L’ammiraglio Nimitz ora deve scegliere. Defilarsi o combattere? Cercare di preservare la flotta o rischiarla in battaglia? Seguire le disposizioni ( “Evitare scontri “ decisivi”) o fare di testa propria? Se evita il combattimento, i giapponesi occuperanno Midway, forse minacceranno di nuovo Pearl Harbor. Ma potranno reggere a lungo, lontani come sono  dalla madrepatria e dalle altre loro basi? Potranno ricevere rifornimenti e rinforzi con continuità?  Nimitz ha solo due portaerei efficienti, una terza è in bacino di carenaggio e chissà quando sarà riparata: vale la pena rischiarle contro una forza superiore? Se vanno a fondo anche quelle, non solo Pearl Harbor, ma la stessa costa occidentale degli Stati Uniti è in pericolo.
Ma grazie allo stratagemma di Rochefort, il vantaggio della sorpresa è andato a farsi benedire. Grazie a quello stratagemma, ora Nimitz conosce la natura diversiva della manovra sulle Aleutine( subito allertate), sa come e quando evitare il cordone di sommergibili e sa dove sarà portato il colpo principale. Per di più i tecnici e le maestranze di Pearl Harbor , in meno di tre giorni, hanno messo la Yorktown in condizione di navigare; Midway può essere rafforzata soprattutto con bombardieri B17 e aerei da caccia e trasformarsi di fatto in una portaerei terrestre. Vale la pena di tentare, vale la pena di mandare le  Task Force 16 ( Hornet, Enterprise, Vice Ammiraglio Raymond A. Spruance) e 17 ( Yorktown, VA Frank J. Fletcher, di fatto il comandante dell’operazione) con le rispettive scorte incontro ai giapponesi e trasformare Midway in una trappola al contrario.
Nimitz ordina così alle sue due Task Force di portarsi a circa 400 miglia a nordest di Midway. Partite in giorni diversi da Pearl Harbor, le unità di Spruance e di Fletcher si ricongiungono  il 2 giugno in un punto denominato in codice Point Luck , punto della fortuna, punto fortunato.
Mai termine fu più appropriato.

“Dieci navi, probabilmente nemiche”.

Le portaerei di Nagumo hanno nomi di castelli, di animali mitici, celebrano gioie “accresciute” e gru danzanti. Ma sono terribili strumenti di distruzione e di morte. Portano a bordo caccia velocissimi ( i micidiali Mitsubishi Zero), aerosiluranti, bombardieri in picchiata. Guidati da piloti esperti, motivati, addestrati. Sul ponte del suo Castello Rosso ( Akagi),  in rotta verso Midway, Nagumo sa di essere forte, molto più forte degli americani, ma, da soldato esperto qual è, sa quanto importanti siano, in battaglia, il caso e la fortuna.
Non si aspetta di incontrare navi nemiche, ma non vuole correre rischi. Alle quattro del mattino del 4 giugno fa alzare i suoi bombardieri diretti a Midway; ordina di armare con siluri gli apparecchi rimasti a bordo  per affrontare eventuali minacce da parte di unità di superficie ; respinge  facilmente i primi attacchi portati dagli aerosiluranti partiti da Midway; non subisce danni dalle fortezze volanti B17 anch’esse decollate dall’isola e manda in volo alcuni ricognitori. Uno di essi, il ricognitore numero 4 , a causa di un guasto temporaneo alla catapulta di lancio decolla in ritardo rispetto agli altri.
Nella notte fra il 3 e il 4 giugno, Fletcher ha fatto muovere la   Task Force 16: Spruance si trova ora a sole duecento miglia da Nagumo. Alle 7 del mattino del 4 giugno, la Hornet e la Enterprise cominciano a lanciare i loro aerei. Il motore di un aereo s’inceppa, un montacarichi si blocca, le operazioni procedono a rilento. I Dauntless di McClusky, partiti  dall’Enterprise per primi senza contrattempi, continuano a girare in tondo sopra le portaerei aspettando i caccia e gli aerosiluranti. E consumando inutilmente carburante. A questo punto, Spruance forza la situazione e ordina a McClusky di “ procedere nella missione”, senza aspettare oltre. Detto in altre parole, i bombardieri in picchiata  non saranno, per un bel po’,  protetti da alcuna scorta. E’ una mossa rischiosa: il caso la renderà decisiva.
Frattanto da Midway e dall’oceano setacciato dai ricognitori, arrivano buone notizie per Nagumo. Il comandante della “Gioia accresciuta”( Kaga) parla di gravi danni inflitti alle difese dell’isola; tutti i ricognitori – meno il numero 4, ancora in volo- sono rientrati senza aver avvistato navi nemiche. Ma il tenente di vascello Tomonaga, comandante dell’operazione, la pensa diversamente dal comandante della Kaga: secondo lui non si è fatto abbastanza: bisogna effettuare un secondo passaggio su Midway.
Quando riceve la comunicazione di Tomonaga, Nagumo valuta la situazione. Aspettare o riarmare gli aerei con bombe per un secondo attacco a Midway? Dopo tutto, pensa l’ammiraglio, non sembra ci siano unità nemiche nelle vicinanze, il rischio si può correre. E impartisce l’ordine  di riarmare gli aerei con le bombe.
In quel momento, bassi sul mare, i primi aerosiluranti dell’Enterprise si stanno avvicinando alla Kido Butai.
Nagumo ha da poco impartito l’ordine di armare gli aerei con le bombe, quando il pilota del ricognitore numero 4 ( quello decollato in ritardo dal ponte dell’incrociatore Tone e ancora in volo) comunica di aver avvistato una decina di navi “ probabilmente nemiche”. Nagumo si allarma. Che tipo di navi ? Portaerei? Incrociatori? Per stare sul sicuro, cambia rotta, procede a zig zag e annulla l’ordine precedente: niente più bombe sugli aerei, ma siluri.  Nella fretta, molte  bombe tolte dagli aeroplani vengono sistemate dove capita sui ponti delle navi e non riposte nelle stive corazzate. Sono le 7,45.
Alle 8,09 il pilota del numero 4  identifica le navi come “incrociatori e dragamine”, per correggersi una decina di minuti più tardi: sembra ci sia anche una portaerei. È una brutta sorpresa  per Nagumo: se nelle vicinanze di Midway c’è una portaerei nemica, la trappola delle Aleutine non è scattata. E se nelle vicinanze di Midway c’è una portaerei nemica, potrebbero essercene anche altre. Ora Nagumo, come già Nimitz e Spruance, deve scegliere: mandare immediatamente gli aerosiluranti dei suoi “dragoni” – quello “Volante” (Hiryu)  e quello “Verde”( Soryu)-  a intercettare la portaerei nemica o aspettare l’appontaggio dei velivoli di ritorno da Midway e posticipare l’attacco?
Dopo averci pensato e ripensato, Nagumo decide di aspettare.
Alle 9, 00  l’appontaggio degli aerei provenienti da Midway è praticamente ultimato. Immediatamente hanno inizio le operazioni per rifornire i velivoli di carburante e per riarmarli. I ponti delle portaerei giapponesi sono congestionati da aerei, da bombe sistemate alla rinfusa, da siluri, da manichette stracolme di benzina avio.  Basterebbe un fiammifero acceso per provocare un disastro.
Alle 9,20 i  primi aerei americani armati di siluri arrivano in vista della Kido Butai. Benché  lenti e  privi della protezione dei caccia, non rinunciano alla loro missione. Con grande coraggio e sprezzo del pericolo, i piloti  provenienti dalla Hornet, dall’Enterprise e dalla Yorktown,  lanciano i loro “ferrivecchi” a pelo d’acqua  e a ondate successive contro gli obiettivi. Per gli Zero è  una specie di tiro a segno. Interi squadroni vengono decimati, non un siluro va a segno.

Destra e sinistra.

Il maggiore McClusky non sa raccapezzarsi. Ha raggiunto il punto in cui secondo i suoi calcoli, dovrebbe trovarsi la flotta nemica. Sotto di sé, invece, solo acqua a perdita d’occhio e neanche una nave.  McClusky ricontrolla i propri calcoli. No, nessun dubbio: sono esatti. E allora, dove diavolo è finito Nagumo? Che abbia cambiato rotta? Uno sguardo rapido al livello del carburante( ormai al limite)  e un’altrettanto rapida decisione: si va avanti.  Dapprima McClusky si dirige verso ovest, il binocolo praticamente “ incollato agli occhi”. Niente. Poi verso nord-ovest. Ancora niente. Due Dauntless finiscono la benzina e ammarano. Bisogna rientrare. Ma mentre sta per impartire l’ordine di rientro, McClusky avvista sotto di sé la scia dell’ Arashi lanciato a tutta velocità. Che sia quella la bussola per arrivare a Nagumo? I Dauntless seguono dall’alto il cacciatorpediniere e dopo una decina di minuti i piloti vedono materializzarsi all’orizzonte ombre scure: le portaerei della Kido Butai. Il caso- o l’intuito di McClusky-   ha fatto scattare la trappola finale.
Sono circa le dieci del mattino, l’ora in cui  Nagumo sta vincendo- anzi, stravincendo-  la battaglia di Midway.

Ora i piloti dell’Enterprise distinguono chiaramente i bersagli: le portaerei Akagi e Kaga. Gli equipaggi degli Zero, impegnati quasi a pelo d’acqua a contrastare gli aerosiluranti, non si sono accorti di nulla. E neanche a bordo delle portaerei- dove non c’è il radar-  qualcuno si accorto di qualcosa. Un colpo di fortuna inaspettato. Che un malinteso rischia però di mandare a carte quarantotto.
La procedura standard di bombardamento in picchiata individuava i bersagli in base alla distanza( vicino,  lontano). Sulla base di questa procedura, agli squadroni di testa toccava il bersaglio più lontano, a quelli di coda il bersaglio più vicino. Quando le navi vengono avvistate, lo squadrone del capitano  W. Earl Gallagher(VS6) si trova in testa e quello del capitano Richard H. Best(VB6) in coda. Stando alla procedura, il primo avrebbe dovuto picchiare sull’Akagi ( la più lontana delle due portaerei) e il secondo  sulla Kaga( la più vicina).
McClusky, invece, vuoi per la concitazione del momento, vuoi per i suoi trascorsi fra i caccia, assegna i bersagli non in base alla distanza, ma in base alla posizione. Stando al suo ordine, impartito rompendo il silenzio radio, Gallagher deve attaccare la portaerei posizionata a sinistra( la Kaga) e Best quella posizionata a destra( l’Akagi). La radio di Best, però, resta muta e il capitano non riceve l’ordine di McClusky. Secondo procedura, il suo squadrone si porta allora a quattordicimila piedi ( circa tre chilometri e mezzo) per iniziare la manovra di attacco alla portaerei più vicina, vale a dire la Kaga. Verso la quale, secondo l’ordine impartito da McClusky, si sta dirigendo anche Gallagher.
Quando si rende conto della manovra, Best trasale: i trenta Dauntless stanno picchiando su un unico bersaglio. Best interrompe la picchiata, recupera la quota, muove gli alettoni del proprio aereo, si agita come un ossesso per segnalare a gesti ai suoi di fermarsi. Niente da fare. Solo i due piloti più vicini a lui (Ed Kroeger e Fred Weber) se ne accorgono e interrompono la manovra.
Alle 10,25 di un mattino chiaro e terso, ventisette Dauntless piombano in picchiata sulla Kaga e sganciano le loro bombe. Quattro vanno a segno e subito sulla “Gioia Accresciuta” le esplosioni si succedono alle esplosioni. Esplodono gli ordigni ammucchiati alla rinfusa sui ponti, esplodono gli aerei coi serbatoi pieni di carburante, dovunque si alzano fumo e fiamme.
Qualche miglio più a destra, il capitano Best e i suoi due compagni dal cognome tedesco hanno raggiunto l’Akagi. Scendono  a 14.000 piedi di quota e iniziano la picchiata. Il cielo è praticamente sgombro . Gli Zero, infatti, si trovano ancora in basso, impegnati a neutralizzare gli ultimi aerosiluranti.
I piloti  regolano il mirino e, giunti a 1.500 piedi di quota( 450 metri), sganciano le loro bombe. Due vanno a vuoto. La bomba sganciata da Best invece centra in pieno il ponte della nave, penetra sottocoperta ed esplode. E’ una catastrofe. Come già sulla Kaga, gli ordigni sparsi alla rinfusa, gli aerei armati di bombe e di siluri, i serbatoi di benzina avio saltano in aria e prendono fuoco. Più o meno nello stesso momento, dieci miglia più  a nord, bombardieri della Yorktown centrano in pieno la Soryu, mettendola fuori combattimento.
Sono le 10,30. In cinque minuti, in cinque soli minuti, le sorti della battaglia  sono cambiate.

Epilogo.

Restano Yamamoto e la sua flotta di corazzate dai mostruosi cannoni da 460 mm, capaci di colpire a distanza senza essere colpite. Resta la minaccia di uno sbarco. E resta la Hiryu, sfuggita alle bombe dei Dauntless. Le altre tre portaerei della Kido Butai orgoglio della Marina giapponese sono affondate, Nagumo ha dovuto trasferire le proprie insegne su un incrociatore della scorta. Colpi di coda sono sempre possibili, una vittoria non più.
In uno di questi colpi di coda, la Hiryu con i suoi aerei danneggia seriamente la Yorktown, prima di essere affondata a sua volta. Dal canto suo  Yamamoto potrebbe ( e magari vorrebbe) continuare l’operazione, ma è in possesso di scarse informazioni e  la presenza delle portaerei nemiche lo rende vulnerabile. Con i loro velivoli le portaerei possono colpire da lontano, da distanze impossibili anche per i 460;  Midway non è stata conquistata e da lì possono partire le micidiali fortezze volanti B17. L’aereo imbarcato ha soppiantato la nave, decretando la fine dei combattimenti navali tradizionali. Consapevole di tutto questo, il 5 giugno Yamamoto rinuncia a proseguire l’operazione. Il giorno dopo Spruance rientra a Pearl Harbor e la Yorktown, abbandonata e senza più equipaggio, viene affondata da un sommergibile giapponese.
Due mesi dopo Midway, 10.000 marines americani sbarcano a Guadalcanal, nelle Isole Salomone. Il vento ha finalmente cambiato direzione.

Da leggere:

Martin Gilbert, La grande storia della Seconda Guerra Mondiale, 1989
John Keegan, La Seconda Guerra Mondiale: una storia militare, 2003
Walter Lord , L’incredibile vittoria, Milano, Garzanti, 1969
Francesco Pongiglione , La battaglia delle Midway, Milano, G. De Vecchi, 1971.
Donald S. Sanford , La battaglia di Midway,  traduzione di Tullio Dobner. – Milano, Longanesi, 1976
Thaddeus V. Tuleja, L’inferno di Midway , Milano, A. Mondadori, 1969
Paolo Zorloni , La battaglia delle Midway ,Milano : Editoriale del Drago, 1990

Da vedere:

La battaglia di Midway, di Jack Smight,  1976

Ti potrebbe interessare anche:

Due gru e una Signora La ” gru Che Vola”, la “Gru Che Porta Felicità” e “Lady Lex” accomunate dallo stesso destino  nel Mar dei Coralli(1942).
Clicca qui per leggere l’articolo.

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

I momenti cruciali.

4,40: Nagumo fa alzare in volo parte della sua forza aerea( 108 apparecchi) per colpire Midway, ordina di armare quelli restati a bordo delle portaerei con siluri al fine di contrastare un eventuale attacco nemico portato da navi di superficie e fa alzare alcuni ricognitori. Uno di essi , causa problemi meccanici, parte in ritardo dal ponte dell’incrociatore Tone.

5,34: un PBY Catalina americano( Strawberry 5) in ricognizione segnala la presenza di portaerei nemiche nella zona di Midway.

5,53: dal Catalina in ricognizione arriva un secondo messaggio: “ Numerosi aerei nemici in volo verso Midway”. Dieci minuti dopo il messaggio viene completato: “ Due portaerei e corazzate, distanza 180 miglia, rotta 135, velocità 25 nodi”. Gli aerei di Midway si alzano in volo. Il piano di Yamamoto di distruggerli al suolo, cogliendoli di sorpresa, è fallito.

6,40: il comandante della Kaga comunica “gli ottimi” risultati del bombardamento su Midway.

7,00: l’Enterprise lancia i suoi primi aerei. Alle 7,25 i bombardieri Dauntless di McClusky, decollati per primi sono in volo. Inconvenienti tecnici ritardano il decollo degli altri aerei.
Il tenente di vascello Tomonaga, capo della missione su Midway, smentisce il comandante della Kaga e ritiene necessario “ un secondo passaggio”sull’isola.

7,10: sei aerosiluranti Avenger, provenienti da Midway, seguiti più tardi da quattro Marauders , attaccano la flotta giapponese. Nessun colpo va a segno. Numerosi aerei vengono abbattuti.

7,15: Nagumo ordina di riarmare gli aerei con bombe per condurre un secondo raid su Midway.

Ore 7,28: il ricognitore giapponese partito in ritardo dal Tone segnala a Nagumo di aver avvistato “ dieci navi, a prima vista nemiche”. Che navi sono? Il pilota non ne ha specificato il tipo e Nagumo non sa fra quelle navi se vi siano anche portaerei. Che fare?

7,45: Nagumo ordina di riarmare di nuovo gli aerei con siluri per attaccare obiettivi navali e segnala al ricognitore di continuare a cercare. Contemporaneamente, Spruance ordina ai bombardieri dell’Enterprise di “procedere nella missione assegnata” anche senza la protezione dei caccia.

7,55: 16 bombardieri in picchiata Dauntless provenienti da Midway attaccano l’Hiryu, il Drago Volante, ma senza risultati. Otto vengono  abbattuti.

8,09: rapporto del pilota del ricognitore numero  4: le navi nemiche sono incrociatori e dragamine. B27 provenienti da Midway scaricano le loro bombe da 20.000 piedi di altezza: Obiettivo: la Hiryu. Nessuna bomba colpisce il bersaglio.

8,20: comunicazione del ricognitore n. 4: le navi nemiche sembrano essere accompagnate da una portaerei.

8,38: si alzano in volo gli aerei della Yorktown.

9,18: il cacciatorpediniere Arashi sta braccando il sommergibile americano Nautilus: lanciata l’ultima bomba di profondità, inverte la rotta e si dirige a tutta forza verso la formazione principale.

9,20: lo squadrone Torpedo 8 (portaerei Hornet) composto da 15 Devastator attacca la formazione di Nagumo. E’ il primo squadrone di aerei provenienti da un portaerei ad avvistare il nemico. A corto di addestramento e di esperienza i coraggiosi piloti degli aerosiluranti vengono abbattuti dagli Zero. Solo un siluro viene lanciato e non coglie il bersaglio. Di trenta uomini ne sopravvive uno solo: il guardiamarina George Gay. Aggrappato al proprio canotto di salvataggio assisterà agli avvenimenti successivi.

9,20: i Dauntless di McClusky arrivano nel punto in cui si aspettano di incontrare Nagumo. L’ammiraglio ha cambiato rotta e McClusky non trova nessuno.

9,30: lo squadrone Torpedo 6( Enterprise) attacca la Kido Butai. Rispetto agli attacchi precedenti, l’esito non cambia.

9,47: McClusky individua la scia dell’Arashi e lo segue.

10,02: lo squadrone Torpedo 3 attacca la formazione di Nagumo. Mc Clusky avvista il grosso della Kido Butai.

10,25: comincia l’attacco alla Kaga e all’Akagi.


[1] In JN-25 ogni messaggio veniva codificato ( numeri al posto di lettere, parole o frasi) e cifrato( elaborazione del messaggio in altra forma).
Per codificare il messaggio veniva usato una sorta di dizionario contenente più di 33.000 parole , lettere o frasi in giapponese( d’ora in poi CB, Code Book) a ciascuna delle quali corrispondeva una stringa di cinque numeri.
Se la parola da codificare non era presente nel CB , chi codificava il messaggio  faceva lo spelling  della parola e abbinava  a ogni lettera o sillaba il numero ad esse assegnato dal CB. E fin qui niente di nuovo o di diverso dai comuni cifrari: una parola, un numero; una frase, un numero ( o una successione di numeri) legati da precise corrispondenze.  Eccone un esempio:

Messaggio :     Attacco       A             Portaerei    Americane   Ore 9

Codice:           23501      98675         45663          90876        76543

Nel codice (CB) alla parola ATTACCO corrispondeva la stringa 23501, alla preposizione A la stringa 98675 e così via. In altre parole, fino a quando il codice (CB) non veniva cambiato, 23501 significava  sempre ATTACCO, 45663 sempre PORTAEREI  e via di seguito. Nel CB insomma c’erano stringhe di numeri a ciascuna delle quali corrispondeva una precisa parola (ATTACCO, PORTAEREI, ecc) o una frase( ORE 9 ecc.) . CB era, per dirla in altri termini, il vocabolario di base cui attingere per le comunicazioni in codice.

Ma l’operazione non si limitava alla codifica.  Una volta   codificato ( cioè trasformato in una sequenza di numeri corrispondenti a parole o a frasi specifiche) il messaggio come abbiamo detto, veniva cifrato. In questa fase i giapponesi si avvalevano di un secondo code-book( d’ora in avanti CB2). CB2 conteneva stringhe sempre di cinque numeri ciascuna , alle quali però, a differenza delle stringhe di CB,  non corrispondeva alcuna parola o frase. Quelli di CB2 erano , in altri termini, numeri generati a caso, non collegati ad alcun termine e, quindi,  in sé e per sé privi di significato alcuno.
Ma acquistavano significato e producevano un risultato quando venivano abbinati alle stringhe utilizzate per codificare il messaggio. Funzionava così: ricevuto il messaggio in codice,  il cifratore apriva CB2, sceglieva  a caso una pagina e nella pagina una riga. Dalla riga ( a volte anche da più righe) estraeva le stringhe di cinque numeri in essa riportati e le scriveva in colonna sotto le stringhe utilizzate per codificare il messaggio.  Esempio:

Messaggio :     Attacco       A             Portaerei    americane   ore  9

Codice:           23501      98675         45663          90876        76543      (CB)

Cifratura:       76589      23678         78976          76590        19087      (CB2)

La parola ATTACCO, già codificata con la stringa  23501, veniva cifrata mediante l’aggiunta di un’ulteriore stringa tratta  da  CB2( nel nostro caso 76589, numero casuale non legato in sé e per sé  ad alcuna parola specifica). In modo analogo si procedeva per le altre parole.
I numeri del codice e del cifrario venivano poi sommati usando un sistema definito dagli analisti americani “della  falsa addizione”.  “Falsa”  perché eseguita ignorando i riporti. Esempio:

Messaggio:      Attacco       A             Portaerei    americane   ore 9

Codice:           23501      98675         45663          90876        76543 (CB)

Cifratura:       76589      23678         78976          76590        19087 (CB2)

Risultato:       99080     11243         13539            16366        85520 (CB+CB2)

Eseguendo la somma dei primi due numeri in colonna corrispondenti nel nostro esempio alla parola ATTACCO  ( 23501 e 76589) il risultato sarebbe dovuto essere  100090. Ma, come abbiamo detto, chi cifrava i messaggi, quando eseguiva le somme, NON considerava i riporti, per cui il risultato era diverso.
Così, sempre facendo riferimento  ai numeri in questione(quelli della prima colonna: 23501 e 76589), il cifratore sommando 1 e 9 scriveva 0( 9+1=10). Proseguendo nell’addizione e sommando 0 e 8 non scriveva però  9 ( 8+ 1 di riporto)come sarebbe stato corretto, ma ignorava il riporto e scriveva 8. E così per gli altri numeri. Questo sistema garantiva sempre stringhe di cinque numeri. Infatti se si fosse verificata l’eventualità di dover sommare 99999 a 99999, il risultato sarebbe stato  88888  e non quello effettivo.

A questo punto le stringhe di numeri ottenute sommando le stringhe del codice con quelle della cifratura venivano inviate a destinazione, specificando il numero della pagina e delle righe utilizzate in CB2. Chi le riceveva, armato di analogo manuale, consultava pagina e riga, individuava le stringhe  ed eseguiva l’operazione inversa, vale a dire la sottrazione senza riporti , ricavando il messaggio originario.

Gli analisti americani dell’HYPO con sede a Pearl Harbor dovevano, per prima cosa, decifrare le “ aggiunte” o “additivi”, vale a dire le stringhe casuali in cui veniva processato ( inglese processed, elaborato) il messaggio in codice originario. E non era certo un lavoro facile. Per poter avere qualche speranza di successo, occorreva poter disporre di un numero elevato di messaggi.  O sperare in qualche errore o disattenzione. Per molto tempo i giapponesi furono avari di comunicazioni, ma dopo Pearl Harbor divennero prodighi. Giocandosi  il vantaggio contenuto nella composizione casuale delle stringhe del loro cifrario. Un sistema come il loro, infatti, funziona bene se la cifra attribuita ad ogni parola codificata cambia ogni volta che la si usa. I giapponesi, invece, tendevano ( non sempre, ma abbastanza spesso) a usare più volte la stessa stringa casuale per la stessa parola o frase. Facilitando, così, il lavoro degli analisti americani. Il codice non fu mai decifrato completamente ( i cifrari – CB e CB2 del nostro esempio, per intenderci- venivano cambiati periodicamente) , ma il ripetersi di certe sequenze permise agli americani di compiere significativi progressi.

( Fonte:  Jeffrey Santos, The secrecy of Pearl Harbor)

L’immagine d’apertura raffigurante la portaerei Akagi, è tratta dal seguente sito: theminiaturespage.com

Una pagina originale del codice JN25: