A spasso con Matilda

24/12/2016

gallipoli

Prologo

Nelle aree rurali dell’Australia, alla fine dell’Ottocento, non era raro incontrare gli swagmen. Si muovevano a piedi da una fattoria all’altra, soli o, talvolta, in compagnia di un cane. Dormivano dove capitava, si offrivano come tosatori di pecore o per altri lavori occasionali. A tracolla portavano una coperta arrotolata( swag, da cui il nome swagman) nella quale erano raccolti tutti i loro averi ( attrezzi, provviste, utensili). Conducevano una vita libera anche se grama, erano ben visti e bene accolti. Se non c’era lavoro, ricevevano comunque un pasto e caldo e un posto per la notte.
Col tempo, lo swagman si trasformò in una specie di eroe romantico, fu celebrato da romanzieri e poeti, fu ritratto dai pittori.  La sua coperta arrotolata prese il curioso nome di Matilda e “ Girovagando con Matilda”, “ A spasso con Matilda” ( Waltzing Matilda),  diventò una ballata di conosciuta e cantata da tutti, una sorta  di inno nazionale non ufficiale, l’espressione del carattere indipendente e fiero degli australiani.

Quando, nel 1915, le prime truppe australiane lasciarono i porti della madrepatria dirette in Europa e in Medio Oriente, la folla sui moli agitava bandiere, lanciava baci, fremeva di orgoglio, piangeva di commozione. Le bande militari suonavano Waltzing Matilda. A bordo di quelle navi c’erano numerosi swagmen:  avevano rinunciato alla vita libera e alla loro coperta arrotolata per indossare l’uniforme e servire la patria.
Nessuno di loro aveva mai sentito nominare un posto chiamato Gallipoli.

Un nuovo fronte

Impararono presto a conoscerlo. Sotto il fuoco nemico, presero d’assalto le alture sovrastanti la baia; videro le acque e le spiagge arrossarsi di sangue; conobbero la paura degli attacchi notturni, soffrirono la sete, vissero in mezzo a centinaia di cadaveri insepolti; scavarono trincee e sopportarono stoicamente quella vita da talpe, tormentati dalle mosche, debilitati dalle malattie, bersagliati dall’artiglieria e dal tiro dei cecchini; si batterono, sempre, con coraggio e valore. Ma che cosa ci facevano lì, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro pianure? Che cos’era accaduto?

In Europa l’illusione di una guerra di breve durata è ormai svanita. Sul fronte occidentale le Potenze dell’Intesa pagano costi altissimi per guadagnare pochi metri di terreno. Quando ci riescono. Sul fronte orientale i russi sono in difficoltà. Hanno subìto una sconfitta umiliante e perso migliaia di uomini a Tannenberg e ai Laghi Masuri, sono sotto pressione nel Caucaso, temono di non poter resistere a un’offensiva in grande stile. Hanno milioni di potenziali soldati, ma non possono armarli ed equipaggiarli come si deve. Chiedono armi, chiedono munizioni, chiedono aiuto.
Per aiutare la Russia (e, contemporaneamente, per permettere al grano russo di arrivare in Europa) occorre mantenere aperti gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ma gli Stretti sono controllati dalla Turchia. La Turchia è ancora formalmente un impero, anche se, in pratica, il sultano conta meno di niente: a Costantinopoli, infatti, comandano i “ Giovani Turchi”, spregiudicati e filotedeschi.
Per mantenere aperti gli Stretti, dunque, occorre costringere la Turchia- una sorta di malato terminale, secondo gli Alleati- a ritirarsi dal conflitto. Con la Turchia fuori dal conflitto, le Potenze ancora indecise ( Romania, Bulgaria, Grecia, la stessa Italia) potrebbero sposare la causa dell’Intesa; il Kaiser avrebbe un alleato in meno e un problema in più;  la vitale rotta da e per Suez non correrebbe il rischio di essere minacciata; la Russia potrebbe essere rifornita e aiutata.
L’idea di un’azione militare contro l’impero ottomano è di Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato – in altri termini, ministro della Marina- nel governo Asquith. Lord Horatio Kitchener, ministro della Guerra e figura quasi leggendaria in patria, non è entusiasta di imbarcarsi in una nuova avventura( come non lo è il Primo Lord del Mare, Jackie Fisher), ma alla fine, viste anche le pressanti richieste russe, autorizza l’operazione. I francesi, in un primo momento scettici e critici sull’apertura di un altro fronte, cambiano idea e si accodano.

Rule Britannia, Britannia rule the waves!

Il piano prevede un’azione navale in grande stile nella zona dei Dardanelli, la neutralizzazione delle fortificazioni costiere, l’ingresso delle navi nel Mare di Marmara e il bombardamento di Costantinopoli. Non è previsto, almeno in un primo momento, l’impiego massiccio di truppe di terra, anche se, naturalmente, è stato messo a punto un piano di massima. Se tutto va bene- si ragiona a Londra e a Parigi, soprattutto a Londra – basteranno le corazzate( anzi , basterà la loro sola presenza) a ridurre i Turchi a più miti consigli.
Tanto ottimismo non è giustificato. Dopo l’azione dimostrativa del 19 febbraio( bombardamento dei forti costieri), i turchi sono sul chi vive e si aspettano un attacco. Hanno rafforzato le fortificazioni e posato mine. Dal canto loro, gli Alleati, sempre più sicuri di avere a che fare con uno stato moribondo e con un esercito da operetta, non ritengono opportuno rischiare le navi di ultima generazione e assegnano alla missione unità antiquate. Tanto- ragionano- anche se dovessimo perderne qualcuna non sarebbe un gran danno.

L’attacco navale vero e proprio comincia il 18 marzo 1915 e, inizialmente, ha successo. I forti all’imboccatura dei Dardanelli vengono neutralizzati, le navi alleate entrano nello Stretto. E a questo punto cominciano i guai. I dragamine hanno equipaggi civili,  privi dell’esperienza necessaria a operare sotto il fuoco; per avere ragione della seconda cintura di forti bisogna avvicinarsi a riva, perché i tiri da lunga distanza risultano inefficaci. E durante la manovra di avvicinamento, tre corazzate saltano sulle mine posate parallele alla costa una decina di giorni prima e non identificate e vanno a fondo. Una quarta viene seriamente danneggiata.
Il comandante della flotta, il vice ammiraglio John de Robbeck, comunica a Londra l’accaduto e aggiunge di essere pronto a riprendere le operazione nel giro di tre o quattro giorni. Poi ci ripensa e propone: meglio farlo con l’appoggio dell’esercito. La sua proposta viene approvata dal Gabinetto di Guerra. È un grave errore. Le fortificazioni costiere, infatti, sono a corto di munizioni;  Costantinopoli è pressoché indifesa; i  turchi si stanno preparando ad abbandonare i forti e  a ritirarsi vero l’interno. Grazie a un messaggio cifrato opportunamente decrittato dai Servizi, Churchill sa tutto questo.  Prova a mettersi di traverso, prima minacciando e poi blandendo, ma inutilmente.
Radunare la forza da sbarco è operazione complessa. Né si può fare in completa segretezza. E i turchi, quasi miracolati da de Robbeck e dalla decisione del Gabinetto di Guerra, ne approfittano immediatamente. Spostano truppe nel settore dei Dardanelli, formano una divisione di riserva pronta a intervenire in caso di necessità nei settori minacciati, portano in posizione batterie mobili di artiglieria. Il loro comandante – il generale tedesco Otto Liman von Sanders – conosce il mestiere, sa sfruttare il terreno a proprio vantaggio, fa occupare i punti strategici ( le alture, soprattutto), dispone i suoi uomini e i suoi cannoni in modo da tenere sotto controllo le spiagge.

Lo sbarco ha luogo il 25 aprile. Gli inglesi e i francesi prendono terra a Capo Helles nell’estremità meridionale della penisola; gli australiani e i neozelandesi dell’ANZAC ( Australian and New Zealand Army Corps) un po’ più a nord, sul lato occidentale, a Gaba Tepe, in quella che presto sarà conosciuta come ANZAC cove, la baia ANZAC. Il loro obiettivo è quello di prendere i forti costieri e le postazioni sulle alture, in modo da consentire alle navi di avvicinarsi, in sicurezza, a Costantinopoli.

Dig, dig, dig”

La penisola di Gallipoli è il posto meno adatto per uno sbarco. Spiagge strette sovrastate da alture, pendii accidentati, forre, burroni roccia dura. E per di più gli Alleati dispongono di scarse informazioni, hanno mappe risalenti alla guerra di Crimea ( 1853-55), comandanti inesperti e  indecisi( unica eccezione il maggior generale William Birdwood, inglese, comandante dell’ ANZAC), piani confusi e velleitari; una bassa considerazione della capacità di resistenza e di  tenuta del soldato turco, “Johnny Turk” come sarà  in seguito soprannominato dai soldati alleati.
Australiani e neozelandesi sbarcano nel posto sbagliato quando ancora è buio; perdono tempo nel cercare di raccapezzarsi e di individuare gli obiettivi; hanno di fronte un pugno di difensori, ma, anche a causa del ritardato sbarco dell’artiglieria, non riescono ad approfittarne. Von Sanders fa affluire immediatamente rinforzi. Li comanda un colonnello turco di trentaquattro anni. Prima di ogni attacco, è solito rivolgersi ai suoi soldati con questa frase: “ Io non mi aspetto che voi attacchiate. Io vi ordino di morire.” Si chiama Mustafà Kemal. Dopo la fine della guerra diventerà Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.
A Capo Helles, le truppe da sbarco si accaniscono contro i punti più forti delle difese turche( le spiagge designate in codice come V e W). Inutilmente. Sulle spiagge X e S incontrano scarsa resistenza, sulla spiaggia Y nessuna. Ma non avanzano: si fermano in attesa di un ricongiungimento con i commilitoni provenienti da V e da W, perché così recitano gli ordini. E perdono un’occasione forse unica per forzare le difese turche. Già dal primo giorno, il blitzkrieg , sia  a Capo Helles, sia a ANZAC Cove, rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento. Abbandonare l’operazione? Spalleggiato da Kitchener,  il comandante in capo del corpo di spedizione alleato( MEF, Mediterranean Expeditionary Force) , il generale Ian Hamilton, è perentorio: si resta a Gallipoli e si va avanti.

Da lì in poi, per i soldati a terra, la parola d’ordine diventa “dig”, scavare. Scavare e ancora scavare. I fianchi delle alture si trasformano in una successione di trincee sulle quali i turchi fanno piovere migliaia di bombe; il fronte riproduce gli stessi orrori e ripropone gli stessi attacchi insensati del fronte occidentale; le malattie colpiscono duro e mietono più vittime dei colpi di mortaio; a Suvla Bay una manovra di aggiramento condotta ai primi di agosto, ha inizialmente successo, poi, a causa delle indecisioni del generale sir Frederick Stopford  e dalla pronta reazione turca si trasforma nell’ennesimo massacro.
Saltano le teste: quella di Churchill prima ancora di Suvla Bay, quella di Hamilton dopo il fallito attacco alla baia. Il suo sostituto, il generale Charles Monro, ha un’unica alternativa: evacuare Gallipoli. E così avviene. Fra il novembre 1915 e il gennaio 1916, l’intero corpo di spedizione abbandona i Dardanelli senza perdite. È l’unico vero successo dell’intera campagna. Con non poca perfidia, Churchill liquiderà Monro con queste parole: “Venne, vide, capitolò.”(“ He came, he saw, he capitulated”), ma oggettivamente a Gallipoli non si poteva più continuare.

Epilogo

Quando le navi ritornarono nei porti australiani e neozelandesi recavano a bordo uomini segnati nel fisico e provati nel morale. Quegli uomini furono accolti , come un tempo, con le note di Waltzing Matilda, ma la folla non agitava bandiere né mandava baci. Uno swagman cui erano state amputate entrambe le gambe fu felice di non trovare nessuno ad attenderlo e ringraziò Dio per questo.
Tutto era cambiato e niente era più come prima. Sulle spiagge insanguinate di Gallipoli e pagando un prezzo elevatissimo( 11.000 morti, migliaia di feriti), Australia e Nuova Zelanda avevano formato la propria identità nazionale. Ma per molti swagmen reduci da Gallipoli non ci sarebbero mai più stati “giri di walzer” con Matilda nella pianure australiane.

Da leggere:

Alberto Caminiti, Gallipoli 1915. La campagna dei Dardanelli, Genova, 2008

Philip Haythornthwaite, Gallipoli 1915, Goriziana, 2015

In inglese:

https://nzhistory.govt.nz/war/the-gallipoli-campaign/gallipoli-in-brief

Da vedere:

Gli anni spezzati (Gallipoli), di Peter Weir, 1981

The water diviner, di Russell Crowe, 2014

Da ascoltare:

Waltzing Matilda ( qui nella versione dei Seekers)

And the band played Waltzing Matilda, versione di Eric Bogle.

QUI è consultabile una mappa delle spiagge degli sbarchi e delle forze coinvolte.

L’immagine sotto il titolo è tratta dal sito: https://rivegauche-filmcritica.com

 

I post relativi alla Prima Guerra Mondiale pubblicati su questo sito:

 

Il punto decisivo.

Otto dix . Il trittico della GuerraVerdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
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L’esercito degli innocenti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
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La terza volta

Otto Dix Guerra di trincea 1932

La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
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La battaglia di Guglielmo

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von SchreuerKaiserschlacht ( la battaglia per il Kaiser) : i tedeschi all’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del 1918 fra santi, arcangeli, dei e cannoni a lunghissima gittata.
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“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.

Battaglia della MarnaFrancia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen fra angeli, panico, decisioni arbitrarie e ..miracoli.
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Finestre chiuse, porte aperte.

Otto dix stosstruppenUn giovane tenente , un brillante generale e quattrocento cannoni che non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
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Heia Safari!
Tanga la battagliaAfrica Orientale Tedesca 1914-18: si combatte nel bush, nella boscaglia, fra api inferocite, penuria di cibo, malattie, la guerriglia di Paul Emil von Lettow-Vorbeck, unico ufficiale tedesco a non conoscere la sconfitta.
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Heia Safari!

24/06/2015

 

Tanga la battaglia

Prologo

 Un  giovane tenente tedesco di stanza in una remota località non lontana dal Monte Kilimangiaro, in Africa, non ne poteva più di quel posto e di quella vita. Lì non accadeva mai niente, i giorni erano tutti uguali, il servizio  ripetitivo. Sembrava di vivere in mezzo al Nulla.
Decise così di concedersi un po’ di svago. Senza avvisare il proprio comandante, una mattina di luglio  lasciò l’avamposto e si diresse verso la cittadina di Moshi con l’intenzione di farsi un paio di birre. Lungo la strada si imbatté in un uomo in abiti civili. L’uomo, alto, prestante, vigoroso stava camminando masticando di tanto in tanto un pezzo di canna da zucchero. Il tenente si offrì di accompagnarlo per proteggerlo in caso di brutti incontri. Gli raccontò che cosa secondo lui non andava nell’Africa Orientale Tedesca e gli confidò della sua fuga “ all’inglese”. E concluse: “ Speriamo che il nuovo comandante in capo non lo venga mai a sapere. A quel che si dice è un vero e proprio bastardo.” L’uomo che era con lui sorrise e si disse completamente d’accordo.
Entrati a Moshi, superata la curva della strada che immetteva in città, si imbatterono in un ufficiale superiore. Non appena li vide, l’ufficiale si fermò , ignorò il tenente e si rivolse all’uomo in abiti civili chiamandolo “Signore”. Quando intuì chi potesse essere il suo compagno di viaggio, bianco come uno straccio, il giovane tenente scattò sull’attenti.
“Riposo”, rispose l’uomo sorridendo “ Riposo. Quello che avete detto, lo avete confidato a un camerata. E un camerata, credetemi, sa tenere un segreto: mai e poi mai avviserebbe il comandante in capo.”
Il tenente girò i tacchi e tornò con la velocità del fulmine al proprio avamposto.

A volte è necessario disobbedire

(Capitano  Fernando José Salgueiro Maia, Movimento delle Forze Armate portoghesi, 1974)

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nelle colonie tedesche in Africa vige una regola: le operazioni militari- semmai si dovesse venire alle mani-  sono funzionali alla difesa delle risorse e del territorio. Quindi, via dalle coste, ritirarsi verso l’interno, niente scontri in prossimità dei luoghi abitati. Se e quando il nemico attaccherà, beninteso. Ma attaccherà?
Dal Kenia il governatore inglese fa sapere: “ Il Kenia non è interessato a farsi coinvolgere in questa guerra.” E che dire del cosiddetto Congo act firmato durante la Conferenza di Berlino(1885)? L’articolo 11 recita: un’eventuale guerra fra Potenze europee non deve estendersi alle loro colonie africane. Inoltre, dal 1890, Gran Bretagna e Germania sono legate da un accordo  di collaborazione in materia di amministrazione delle colonie in Africa. Così, nell’agosto del 1914, allo scoppio della guerra in Europa, Heinrich von Schnee, governatore dell’Africa Orientale Tedesca [1], dichiara la colonia neutrale e ordina: “ E’ nostro dovere astenersi da qualsiasi attività belligerante.”
Ma c’è anche chi la pensa diversamente. Gli inglesi se ne staranno buoni? Pura illusione: il bombardamento di Dar-es-Salaam ne fornisce una prova evidente [2]. Mantenersi sulla difensiva? I confini sono troppo estesi,  la colonia è più vasta della stessa Germania, le forze sono  poche per un compito così impegnativo, l’armamento è in parte inadeguato. Meglio, molto meglio attaccare.
Per due motivi. Primo: impieghi più efficacemente le forze a tua disposizione, raggruppandole per colpire obiettivi sensibili e non disperdendole inutilmente in lungo e in largo; secondo:  costringi il nemico a correre ai ripari e richiami qui, in Africa, truppe altrimenti necessarie in Europa. Insomma, nel tuo piccolo aiuti la Germania a vincere la guerra. E al diavolo la Conferenza di Berlino, gli accordi di collaborazione , gli ordini di Herr Schnee e le dichiarazioni del governatore inglese.
Chi la pensa così è  un colonnello  formatosi nelle migliori accademie militari tedesche e cresciuto nel mito della Bewegungskrieg, la guerra di movimento teorizzata dal conte Alfred von Schlieffen [3]: scegli dove combattere, accerchia il nemico, distruggilo. Si chiama Paul Emil  von Lettow-Vorbeck. Dall’aprile 1914 ha il comando delle Schutztruppen in Africa Orientale.
È lui il “bastardo” in compagnia del quale il giovane tenente era entrato a Moshi.

Adui tayari.

Von Lettow –Vorbeck non si trova in Africa per caso. Ha studiato  a lungo il problema delle colonie, parla Swahili correntemente, ha esperienza. E’ stato agli ordini del generale Lothar von Trotha in Cina al tempo della rivolta dei Boxer(1900-1901); lo ha seguito nell’Africa del Sudovest dove ha partecipato alla crudele repressione degli Herero  e dei Nama (1904-1905) [4] e dove è stato ferito all’occhio sinistro. Durante la convalescenza in Sudafrica ha conosciuto Jan Smuts, un militare di origini boere determinato e leale. I due sono diventati amici. Sa, per esperienza diretta, quanto efficace sia la guerriglia, ma all’inizio, anche se ha poco, resta fedele all’idea del suo mèntore e alla Bewegungskrieg.[5]
Si muove per primo allo scopo di mantenere attive e sicure le vie di comunicazione, essenziali per trasportare uomini, viveri, medicine e materiali.  Si tratta di vie d’acqua ( Lago Tanganica, Lago Vittoria) e di vie ferrate. Particolare importanza riveste la ferrovia settentrionale. Essa parte da Moshi, alle falde del Kilimangiaro, e arriva a Tanga, sull’Oceano Indiano. Con una serie di operazioni –non tutte a dire il vero coronate da successo pieno- von Lettow-Vorbeck riesce ad assicurarsi il controllo di queste importanti vie di comunicazione.

Consapevoli dell’importanza di Tanga e del suo porto, gli inglesi preparano allora uno sbarco per impossessarsene e ne affidano il compito a due brigate indiane. È un disastro. Privi di informazioni attendibili, commettono un errore dietro l’altro. Non appoggiano con i cannoni navali le truppe al momento dello sbarco; perdono tempo a cercare mine inesistenti; tengono per giorni e giorni i soldati bloccati sulle navi, impedendo loro di riposarsi e di rimettersi dal mal di mare; si fidano troppo del numero, sottovalutano il nemico, sono colpevolmente orgogliosi per non dire spocchiosi , non danno retta a chi se ne intende ( il capitano Richard Meinertzhagen, inglese a dispetto del cognome  ), rifiutano l’aiuto di truppe locali  abituate a combattere nella boscaglia. Sfiorando il ridicolo, alla vigilia della battaglia, anziché esortare i suoi, magari citando l’Enrico V di Shakespeare, il comandante della spedizione, generale Arthur Aitken, ammonisce: “ Non sarà tollerata alcuna negligenza nel vestire”.
Il 3 novembre del 1914,  con le uniformi in ordine, ma indebolite dal mal di mare e del tutto inesperte di combattimento, le prime truppe d’assalto scendono dai mezzi da sbarco a trecento metri dalla riva. L’acqua è alta, l’equipaggiamento pesante, la confusione massima. Si progredisce lentamente. Quando  i soldati indiani prendono terra, i tedeschi sono pronti. Approfittando delle indecisioni inglesi, von Lettow-Vorbeck ha fatto affluire rinforzi utilizzando la ferrovia settentrionale. Adesso ci sono un migliaio di Schutztruppen pronte all’azione.
Quando uno scout indigeno comunica a von Lettow :”Adui tayari”, il nemico è schierato, per i tedeschi i conti ancora non tornano: gli attaccanti superano i difensori nella proporzione di otto a uno. Eppure la migliore conoscenza dei luoghi, l’inesperienza dei soldati indiani, l’inettitudine dei comandanti inglesi, l’ardimento e la tenacia  delle truppe indigene, la preparazione accurata della difesa, tanta fortuna [6] consentono a von Lettow-Vorbeck di respingere l’attacco e di impadronirsi di una grande quantità di armi, munizioni, viveri, vestiario, tende da campo.
Anche le api gli danno una mano. Sul campo di battaglia numerosi favi pendono dagli alberi. Quando essi vengono raggiunti- intenzionalmente o casualmente- da alcuni proiettili, migliaia di apis mellifera scutellata inferocite si lanciano sui contendenti provocando confusione e panico. Un soldato inglese ha lasciato scritto: “ D’accordo, chi se frega del fuoco tedesco. Ma fregarsene quando un mucchio di negri ti spara alle spalle e migliaia di api ti pungono proprio lì, è un po’ difficile.” Un segnalatore inglese rimasto al proprio posto incurante delle api, riceverà una menzione ufficiale per aver tenuto duro “ under aerial attack”, nonostante fosse sottoposto a un attacco dall’aria. Messa così, sembra proprio una barzelletta.
Molti anni dopo, il generale dell’aeronautica Arthur “ Bomber” Harris commenterà quell’episodio con queste parole: “ L’intervento di quelle api ci è costato tra le centocinquanta e le duecentomila perdite e tre anni  …[ in realtà furono quattro]… di guerra in Africa Orientale”. [7]

“Siamo tutti africani”

Il fatto è che gli inglesi sono stati colti di sorpresa, forse non hanno un piano né sanno bene che cosa fare. Al contrario von Lettow-Vorbeck ha le idee chiare; le truppe indigene non sono discriminate; non c’è differenza fra europei e soldati di colore, perché “ qui siamo tutti africani”. Trovare sottufficiali Askaris al comando di truppe europee non è affatto una rarità; gli ufficiali europei sono leali, hanno esperienza, danno l’esempio. Von Lettow  ha promesso ai suoi Askaris: quando tutto sarà finito, riceverete le vostre paghe fino all’ultimo centesimo.  E non c’è uno che non gli creda. [8]
Gli inglesi, al contrario,  guardano alla forma, hanno un sacro rispetto per la gerarchia, tengono in scarsa considerazione le loro truppe di colore, “burocratizzano” la battaglia: in altre parole sono ingessati in convenzioni vecchie e sorpassate. E, soprattutto, inefficaci nella boscaglia. Qui gli indigeni di von Lettow combattono da africani, non da europei. Con i moderni Mauser al posto delle zagaglie tendono imboscate, colpiscono e spariscono, tengono testa a forze superiori incoraggiandosi a vicenda, mettono a frutto il loro superiore addestramento. Su quel terreno, combattere da europei- come fanno gli inglesi- equivale a perdere in partenza.
Dopo la batosta di Tanga, gli inglesi si riorganizzano. Istituiscono un servizio informazioni, inondano la colonia di un fiume di denaro per far perdere valore alla moneta tedesca, attuano una campagna di disinformazione nei confronti di von Lettow-Vorbeck al quale attribuiscono ogni sorta di nefandezze: dall’addomesticamento delle api a scopi bellici( The Times), alla durezza con i subordinati; dall’impiego delle donne in prima linea, alla slealtà e alla doppiezza. Per spaventare le truppe indigene sistemano sugli alberi carcasse di uccelli e scrivono: “ Attenzione, veleno!”
Fatica sprecata.

La svolta.

Si continua a combattere. In gennaio(18 e 19), i tedeschi sconfiggono di nuovo gli inglesi a Jassin( o Jassini)  concedendo loro l’onore delle armi; in luglio(11) due navi da guerra inglesi attrezzate per navigare in acque poco profonde neutralizzano l’incrociatore Koenisberg nel delta del fiume Rufiji dove aveva cercato riparo otto mesi addietro. Prima di abbandonare la nave, il capitano von Loof fa smontare i cannoni  da 105 e li avvia verso l’interno. Von Lettow sarà ben lieto di riceverli e di impiegarli contro il nemico.
Sui laghi piccole imbarcazioni armate pattugliano le acque e tengono sotto controllo il traffico lacustre. Quando capita, attaccano i trasporti nemici. E in queste acque navigherà, trentasette anni dopo, anche  “La Regina d’Africa” con al timone Humphrey Bogart e, qualche volta, anche “Miss” Katherine Hepburn.

La girandola dei comandanti inglesi non modifica la situazione. Il pallino resta sempre in mani tedesche. L’unico a tentare di assumere l’iniziativa è il generale sir Horace Smith-Dorrien. Ha combattuto in Europa quando “ i cannoni d’agosto” hanno cominciato a tuonare; si è comportato bene in Belgio e in Francia, è benvoluto e stimato dai suoi soldati. Ma non dal comandante in capo della BEF, sir John French. Che, in aprile, lo invia in Inghilterra a comandare la Prima armata territoriale.
Per gli Alleati e per gli inglesi in particolare, la guerra va male un po’ dappertutto: sul fronte occidentale, in Mesopotamia, a Gallipoli.  C’è bisogno di una vittoria. Una vittoria qualsiasi, non importa dove. La vuole il governo, la chiede l’opinione pubblica. La scelta cade sull’Africa Orientale Tedesca: il generale Smith-Dorrien ha il compito di conquistarla  “ nel più breve tempo possibile”.

Il piano del neocomandante  prevede una manovra a tenaglia mediante un attacco in forze nella zona del Kilimangiaro – dove si trova il grosso delle truppe tedesche-  sostenuto da uno sbarco anfibio a Dar-es-Salaam. Sfortunatamente Smith-Dorrien si ammala di polmonite durante il suo viaggio verso l’Africa e deve essere ricoverato in un ospedale sudafricano.
Nel frattempo von Lettow  ha cambiato idea: non più Bewegungskrieg, ma guerriglia. Jassin è stato il punto di svolta. In quella battaglia vinta ha avuto perdite rilevanti fra i suoi ufficiali europei e ha capito una cosa: senza di loro e per di più con un pugno di uomini non può continuare come prima. Se vuole tenere impegnato il maggior numero possibile di truppe inglesi in Africa deve cambiare tattica, scomporre le compagnie in unità più piccole  e mobili, dare più autonomia ai propri ascari, moltiplicarne la pericolosità rendendoli liberi di combattere alla loro maniera. Quando apprende la notizia che il tenente generale Jan Smuts , sudafricano, ex combattente delle guerre boere e sua vecchia conoscenza, ha assunto il comando di circa quarantamila uomini incaricati di dargli la caccia, non si demoralizza. Al contrario, ostenta soddisfazione. Perché è soddisfatto? Perché quelli sono quarantamila uomini sottratti al teatro europeo, ecco perché. Ora si tratta di tenerli inchiodati lì a lungo.
Smuts è un politico, non un militare in senso stretto. È stato guerrigliero e braccio destro del presidente Louis Botha, ha combattuto nel Weld, ma non ha mai avuto alte responsabilità di comando. È un caratteraccio. Quando deve dire qualcosa non ci gira intorno: poche parole e poche obiezioni. Secondo una celebre definizione, “non teme Dio né gli uomini. Specialmente il primo.” I suoi soldati lo chiamano “Slim”, l’equivalente inglese del termine afrikaan per “Sly”. Non significa magro, significa astuto, furbo.
Forse lo sarà in politica, sul campo un po’ meno. Smuts mantiene l’idea della manovra  a tenaglia del suo predecessore, ma la sposta tutta sul terreno, eliminando lo sbarco a Dar-es-Salaam. Una colonna di quindicimila uomini avrebbe dovuto attirare i tedeschi verso nordest, fuori dalla loro posizioni, mentre una seconda colonna di quattromila uomini muovendo dal villaggio di Longido verso Moshi li avrebbe attaccati sul fianco. Una volta conosciuto il piano, c’è chi solleva obiezioni e chi avanza dubbi: e se i tedeschi non abboccano? E se si ritirano? Le manovre dilatorie servono  a poco: contro uno come von Lettow bisogna colpire duro e subito. Parole vane. Il piano è quello e non si cambia.
E così, quando si comincia, i dubbi si fanno presto certezza. La marcia attraverso la boscaglia è lenta, l’acqua comincia a scarseggiare, il nemico resiste e a volte contrattacca, le linee di rifornimento non funzionano, la tenaglia non si chiude nei tempi previsti e , quando lo fa,  si chiude sul nulla: i tedeschi si sono sfilati, lasciando Smuts con un palmo di naso e vanificandone il piano.

Da questo momento la guerra diventa una cruenta partita a scacchi, fatta di inganni e di trabocchetti, di attacchi improvvisi e di rapide ritirate, di terreno conquistato e di terreno perduto, di sabotaggi e di attacchi in forze, di lunghe marce e di inattività forzata (nella stagione delle piogge), di  colpi di mano e di battaglie di attrito, di ponti fatti saltare in aria e di mine posate lungo le strade.
Gli uomini di von Lettow-Vorbeck sanno affrontare meglio i disagi della boscaglia, ne conoscono i segreti, i pericoli e le opportunità; sanno da quali piante estrarre un surrogato dell’indispensabile chinino; sono in grado di difendersi dagli insetti e dai parassiti, sanno leggere le tracce e conoscono in anticipo i capricci del clima. Fanno bollire l’acqua prima di berla( una precauzione fondamentale), incidono gli alberi della gomma, ne raccolgono il lattice e lo vulcanizzano ricavandone rudimentali pneumatici per biciclette e carretti .
Intendiamoci, anche per loro butta male. Hanno problemi con le linee di rifornimento, dipendono dai portatori (arruolati per amore-pochi o per forza- la quasi totalità), dispongono di pochi mezzi meccanici per i trasporti e gli spostamenti, non possono ricevere con continuità aiuti dalla madrepatria, le munizioni scarseggiano,c’è penuria di cibo, mancano i soldi per le paghe. Come gli inglesi anch’essi sopportano disagi; patiscono fame, sete, malattie. A volte sono costretti a bere la propria urina;  il più delle volte  i loro feriti  devono essere abbandonati alla “ clemenza del nemico”.

Uomini nella boscaglia

In questo gioco del gatto col topo, Smuts cerca – senza mai ottenerla – la vittoria decisiva; i tedeschi sfruttano il terreno, sconfinano alla ricerca di cibo e di munizioni, rientrano , appaiono e spariscono, non danno né hanno requie. Ma ogni giorno di più devono cedere territorio, Dar-es-Salaam viene conquistata.
Gli effetti di questa guerra di guerriglia si fanno insopportabili. Un giovane tenente inglese, testimone nel 1914 delle carneficine nelle trincee del fronte occidentale europeo, due anni più tardi scrive alla madre dall’Africa: “ Preferirei essere in Francia che qui.” Il generale van Deventer comunica ai propri superiori “ L’ospedale da campo è stracolmo di malati e di convalescenti. Mi manca tutto: le razioni, il sapone, le coperte, le medicine. Se non si trova un rimedio, qui finisce male.” E il rimedio è lì, a portata di mano: fermarsi, consolidare le conquiste fatte, stabilizzare l’occupazione di gran parte dell’Africa Orientale Tedesca, farla apparire come una vittoria.
Ma non va così. Smuts continua a dare la caccia a von Lettow in modo quasi ossessivo, contribuendo indirettamente a crearne il mito. Ma lo fa nel modo sbagliato. Scrive l’ipercritico capitano Meinertzhagen : “ Ci  ostiniamo a seguire Von Lettow, convinti di poterne avere ragione. Ma così facendo gli forniamo più di un assist. Lui si muove più rapidamente di noi, gioca in casa, conosce il terreno palmo a palmo. Abbiamo forze superiori, dobbiamo avere noi l’iniziativa e attaccarlo dove vogliamo noi non viceversa.”
Ma anche questi suggerimenti non vengono ascoltati.  Smuts non è un militare, è un politico. Non vuole sporcare il proprio nome con epiteti poco lusinghieri. Detto in altri termini, non vuole passare per “ macellaio”. Si muove con cautela, si preoccupa di contenere le perdite. Von Lettow ne approfitta: si sposta, lo attira dove vuole lui, lo impegna in brevi scontri e poi si sfila.

Quando agli inizi del 1917,  Smuts viene spedito a Londra quale capo della delegazione sudafricana alla Conferenza di Guerra, in Africa Orientale si cambia verso. Gli inglesi si fanno più intraprendenti e decisi: aumentano il numero di soldati, ne migliorano l’addestramento, dimostrano di aver appreso- almeno in parte- la lezione. Dal canto suo, fra il gennaio e il marzo  del 1917, von Lettow-Vorbeck è costretto a congedare il personale non necessario: gli attendenti, gran parte dei portatori, le donne.  In ottobre, dopo la battaglia di Mahiwa,  riceve la nomina a maggior generale ( generale di divisione), ma non gli indispensabili rifornimenti. Il nemico occupa gran parte della colonia, le tradizionali vie di rifornimento non  esistono più. Il dirigibile inviato dal Kaiser non ce l’ha fatta a consegnare il proprio carico, gli inglesi stringono il cerchio, le diserzioni aumentano.
Per procurarsi ciò di cui ha bisogno, Von Lettow sconfina allora in Mozambico, colonia di un Paese ( il Portogallo) da poco entrato in guerra a fianco dell’Intesa; sfugge all’ennesimo tentativo di accerchiamento, rientra in Africa Orientale, patisce nuove, massicce diserzioni, ma è sempre imprendibile. È ancora imbattuto quando viene raggiunto dalla notizia dell’armistizio. Si consegnerà un mese dopo. In segno di rispetto, gli inglesi concederanno a lui e ai suoi uomini l’onore delle armi.  [9]

Epilogo

Chi fu in realtà von Lettow-Vorbeck? L’abile comandante in grado di tenere a lungo testa a forze preponderanti o il cinico assertore della politica della terra bruciata e della spoliazione sistematica? L’ufficiale dotato di un alto senso dell’onore o il fanatico cultore della vittoria ad ogni costo? Un potenziale von Trotha o una sorta di cavaliere antico? Un patriota o un guerrafondaio?
Gli storici moderni sono divisi. C’è chi lo incensa e chi ne mette a nudo i difetti, chi ne esalta l’operato e chi ne sottolinea gli errori, chi lo tratta da eroe e chi da “ bastardo”, chi gli preferisce Zimmermann o Heyedebreck e chi lo considera inarrivabile e unico. A lungo esaltato, trasformato in una vera e propria leggenda, il comandante “ invitto” sembra oggi alle corde sotto i colpi di una storiografia assai meno incline a farsi affascinare dai miti.  [10]
Chi lo conobbe, però, non fu mai sfiorato dal dubbio.  Il suo amico- nemico di sempre, Jan Smuts si impegnò perché gli fosse garantita una pensione, quando, dimenticato da tutti, viveva in povertà ad Amburgo; a distanza di anni, i suoi amati Askaris, segnati dal tempo ma dritti come fusi e perfettamente schierati, lo accolsero durante un suo viaggio in Africa , con le  note di Heia Safari! , il loro canto di guerra. Lo ricevettero come un eroe, lo sollevarono sulle spalle e lo portarono in trionfo come si fa oggi con gli allenatori di calcio vincenti.
E alla fine del conflitto, forse anche  Charlie Allnut- Humphrey Bogart, se lo avesse conosciuto da vicino, lo avrebbe invitato a farsi un paio di birre.
Alla salute della “Regina d’Africa”, naturalmente.

Da leggere:

images[6] Von Lettow-Vorbeck: My reminescenses of East Africa

 

images[6] Thomas A. Crowson, When the elephants crash

 

Paul von Lettow-Vorbeck, Guerra in Africa Orientale 1914-1918, Mimesis Africa

Byron Farwell, The Great War in Africa: 1914-1918, Norton & Company, 1986

Edward Paice, Tip and run: The untold tragedy of the Great War in Africa, 2008

Hew Strachan, The First World War in Africa, 2004

Da vedere:

La Regina d’Africa, di John Huston, 1951

Gli avvenimenti in breve.

 4 agosto 1914: truppe tedesche entrano in Belgio e in Lussemburgo. È cominciata la Prima Guerra Mondiale.

8 agosto: due navi da guerra inglesi, l’Astraea e il Pegasus, bombardano Dar-es-Salaam, capitale dell’Africa Orientale Tedesca.

15 agosto: due compagnie di Schutztruppen formate da europei e da ascari  occupano l’importante posizione di Taveta, nell’Africa Orientale Britannica (BEA).

3 novembre: gli inglesi sbarcano a Tanga 8.000 uomini ( Gruppo B e Gruppo C) nel tentativo di circondare i tedeschi con una manovra a tenaglia. Benché inferiori di numero nella proporzione di uno a otto, i tedeschi hanno la meglio. La battaglia di Tanga è nota anche come la “battaglia delle api” ( battle of the bees) per il grande numero di api che, disturbate dal combattimento, aggredirono inferocite i combattenti di ambo le parti.

18-19 gennaio 1915: battaglia di Jassin ( in tedesco Jassini). L’esito è favorevole a von Lettow. Il comandante tedesco si congratula personalmente con i due ufficiali inglesi comandanti la piazza e permette loro di conservare le armi.

11 luglio 1915: navi da guerra inglesi neutralizzano l’incrociatore tedesco Koenisberg nel delta del fiume Rufiji.

Febbraio 1916: il neocomandante delle truppe britanniche, tenente generale Jan Christian Smuts, dà il via alla manovra a tenaglia per intrappolare von Lettow. La manovra fallisce, le perdite causate dai combattimenti, dal clima, dalle malattie sono pesanti. Tuttavia, in settembre, Smuts riesce a garantirsi il controllo della ferrovia centrale e a occupare una vasta porzione dell’Africa Orientale Tedesca. Prima di essere inviato in Inghilterra quale rappresentante del Sudafrica in seno al Gabinetto di Guerra, Smuts rimpiazza le truppe sudafricane con gli ascari del KAR ( King’s African Rifles, fucilieri africani di Sua Maestà).

6 giugno 1916: truppe belghe occupano i territori tedeschi corrispondenti agli attuali Ruanda e Burundi. Viene occupata Tabora, importante contro amministrativo dell’Africa Orientale Tedesca.

15-19 ottobre 1917: si combatte la cruenta battaglia di Mahiwa ( 519 perdite tedesche, più di duemila perdite inglesi). Von Lettow viene nominato maggior generale ( generale di divisione).

23 novembre 1917: von Lettow sconfina in Mozambico.

18 agosto 1918: i tedeschi rientrano in Africa Orientale e si spingono nel protettorato britannico della Rodesia del Nord ( l’attuale Zambia).

11 novembre 1918: in Europa viene firmato  l’armistizio che pone fine alle operazioni militari.

13 novembre: i tedeschi in armi raggiungono la località di Kasama, nel frattempo abbandonata dai britannici.

14 novembre: von Lettow viene informato dell’avvenuto armistizio in Europa e ordina il cessate il fuoco.

23 novembre: ad Abercorn( oggi Mbala nello Zambia) von Lettow  e i suoi uomini si arrendono formalmente ai britannici.

Prima e dopo.

L’ Africa Orientale Britannica comprendeva i territori appartenenti agli attuali Kenya e Uganda. Ne faceva parte anche l’isola di Zanzibar, oggi parte integrante della Tanzania.

L’Africa Orientale Tedesca comprendeva gli attuali  Tanganica, Ruanda e Burundi.

Il Nyasland corrispondeva all’odierno Malawi.

L’Africa Tedesca del Sudovest corrispondeva, grosso modo, all’odierna Namibia.

La Rodesia del Nord( protettorato britannico) occupava i territori dell’attuale Zambia.

Le perdite

Le perdite maggiori le subirono, da una parte e dall’altra, i portatori indigeni. Morirono a migliaia, stroncati dalla fatica, dalla fame, dalle malattie. La popolazione non belligerante subì le conseguenze delle spoliazioni, della mancanza di cibo, della carestia e delle conseguenti malattie. Intere regioni furono spopolate. Le cifre sono spaventose: c’è chi parla di quasi due milioni di morti.
Ancora una volta, a pagare più di tutti furono gli innocenti.

Per quanto riguarda le perdite fra i soldati si rimanda a Wikipedia

Sotto il titolo: Battle of Tanga, dipinto di Martin Frost( 1875-1927). Da Wikipedia.

L’aneddoto riportato nel Prologo è tratto da Thomas A.  Crowson, When the elephants crash.

[1] Corrispondente, grosso modo, all’ex Tanganika ( l’odierna Tanzanìa senza Zanzibar) e agli attuali Ruanda e Burundi.

[2] L’8 agosto 1914, le navi da guerra inglesi Astraea  e Pegasus avevano bombardato il porto di Dar-es-Salaam. Dopo questo episodio, il comandante dell’Astraea e il governatore tedesco , dottor Schnee, avevano stipulato una specie di gentleman agreement in base al quale si impegnavano a interrompere le ostilità. Curiosamente questo accordo giocherà un ruolo importante nella battaglia di Tanga ( si veda il paragrafo Adui tayari). Poco prima dello sbarco a Tanga, infatti, gli inglesi inviarono un ufficiale a comunicare ai tedeschi che l’accordo non era più valido. In quell’occasione, l’ufficiale chiese a un funzionario tedesco  se il porto di Tanga fosse minato, ricevendone risposta affermativa. Non era vero. Tuttavia gli inglesi  non vollero rischiare: iniziarono le operazioni di sminamento, perdendo tempo prezioso alla ricerca di ordigni inesistenti.

[3] Capo di Stato Maggiore Imperiale dal 1891 al 1905, autore del famoso piano che porta il suo nome. Il Piano Schlieffen avrebbe dovuto mettere in ginocchio la Francia nel giro di sei settimane mediante un gigantesco accerchiamento. Una volta avuta ragione della Francia, la Germania avrebbe spostato le proprie truppe a est per fronteggiare i russi. Per saperne di più, clicca qui.

[4] Gli Herero e i Nama erano tribù guerriere ostili alla penetrazione coloniale tedesca. Praticando la  guerriglia  tennero a lungo in scacco gli occupanti. Furono praticamente sterminati dagli uomini di von Trotha durante una brutale repressione (1904-1905) che non risparmiò né donne né bambini. Nel 2004 il governo della Repubblica Federale Tedesca guidato dal cancelliere Gerhard Schroeder  si scusò ufficialmente  con gli Herero e con i Nama per quanto accaduto nel 1904-1905( ma rifiutò di pagare le riparazioni). A Monaco di Baviera, la via intitolata dai nazisti nel 1933 a von Trotha,  ha cambiato nome nel 2006: da allora si chiama“Via degli Herero”(Hererostrasse).

[5] Stando a Von Lettow-Vorbek  ( My reminecenses of East Africa), all’inizio del conflitto nelle Schutztruppen  militavano 216 europei e 2.540 ascari, nelle forze di polizia  45 europei e  2154 ascari. C’erano poi i 424 marinai dell’incrociatore Koenisberg e del Moewe autoaffondatosi a Das-er-Salaam l’8 agosto. In tutto 5379 uomini. Durante il conflitto, tuttavia, sempre secondo von Lettow, le forze tedesche- combattenti e non- raggiunsero i 14.000 uomini ( 3.000europei e 11.000 ascari).

[6] Il centro di Tanga, ad esempio, rimase a lungo sguarnito. Tuttavia gli inglesi non seppero approfittarne.

[7] La battaglia di Tanga costò agli inglesi – oltre alla perdita di ingenti quantità di materiale- 360 morti, 300 feriti e quasi duemila fra missing in action e prigionieri. I tedeschi persero 15 europei – fra cui un degli ufficiali più stimati da von Lettow, il capitano von Prince- e 54 ascari.

[8] Sappiamo tutti come andarono le cose. Dopo la morte del generale ( 1964),  il governo federale tedesco decise di onorarne la promessa. Un cassiere fu spedito in Africa con il compito di pagare il soldo ai vecchi combattenti indigeni. Si presentarono in trecentocinquanta. Pochi di loro potevano far valere attestati scritti comprovanti la loro condizione di ex combattenti. Non avendo altro, molti si presentarono esibendo brandelli delle vecchie uniformi come prova.
Quel che successe è noto e stranoto. Non sapendo come risolvere la situazione, il funzionario tedesco ebbe un’idea: fece consegnare una scopa a chi si presentava davanti a lui per riscuotere la paga. La scopa doveva essere brandita come un’arma. Un ufficiale avrebbe impartito gli ordini in tedesco: chi li avesse eseguiti correttamente sarebbe stato pagato.
Nessuno sbagliò.

[9] Accolto come un trionfatore in patria, von Lettow partecipò attivamente alla vita politica  tedesca come esponente di un partito conservatore. Si batté perché ai propri Askaris fossero riconosciuti i meriti e i compensi dovuti, si guadagnò il rispetto del nemico. Non cedette mai alle lusinghe del nazismo. Si dice anzi che, senza tanti complimenti, abbia mandato a quel paese Hitler quando gli fu offerta la nomina di ambasciatore a Londra.
Negli ultimi anni di guerra, esponenti tedeschi si incontrarono segretamente in Svizzera con gli Alleati per discutere la possibilità di abbattere dall’interno  il regime nazista. Quando chiesero chi sarebbe stato loro gradito per guidare il nuovo governo, sir Winston Churchill non ebbe esitazioni. A nome di tutti rispose: “ Il maggior generale Paul Emil von Lettow-Vorbeck.”

[10] Byron Farwell ( The Great War in Africa) lo incensa: un comandante abilissimo, un uomo integerrimo, un patriota fervente, una leggenda. Hew Strachan( The First World War in Africa) ribatte: il mito popolare, quello è il problema: funziona come uno specchio distorcente: dilata i pregi, nasconde i difetti.
Farwell aggiunge: severo ma giusto ( strict but fair), von Lettow-Vorbeck seppe guadagnarsi la lealtà incondizionata di tutti coloro che servirono sotto di lui. Strachan ribatte: lealtà incondizionata? Allora perché l’87 % delle 3.430 perdite accertate è costituito da dispersi ( missing in action), prigionieri o disertori?
Altri fa notare: la popolazione locale non si ribellò ai tedeschi e a prima vista sembrò condividerne le scelte. In altri termini, fu leale. Affrontando l’argomento, un altro storico, Edward Paice ( Tip & run, qualcosa come “mordi e fuggi”chiara allusione alla tattica messa in atto da von Lettow-Vorbeck negli ultimi tempi) argomenta: la popolazione locale non si ribellò ai tedeschi? Questo accadde perché semplicemente non poteva farlo. Non ne aveva le forze né i mezzi. Le requisizioni ( di cibo e bestiame soprattutto) operate tanto dai tedeschi quanto dagli Alleati, le spoliazioni, la tattica della “terra bruciata” avevano reso la maggior parte della popolazione troppo debole per tentare alcunché. Per Paice, dunque, parlare di lealtà incondizionata appare fuori luogo.
E come sempre accade quando si aprono crepe nel mito, c’è anche dell’altro.  I comandanti tedeschi in Camerun( Carl Heinrich Zimmermann) e nell’Africa del Sudovest ( Heyedebreck) si preoccuparono principalmente di difendere le loro colonie e i coloni, avendo cura di ridurre i danni alle proprietà e alle persone. Perché, allora, ci si chiede, von Lettow-Vorbeck  si comportò diversamente? Perché volle combattere e impegnare il nemico a tutti i costi? Perché non si curò di proteggere le risorse della colonia? Ancora una volta la questione torna al punto di partenza:  patriottismo all’ennesima potenza o spirito guerrafondaio?


La battaglia di Guglielmo

17/06/2013

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von Schreuer

Prologo.

Parigi, 29 marzo 1918, quartiere di Saint Gervais, venerdì santo. Nella chiesa del quartiere, la gente si è raccolta per pregare.  Ci sono donne e uomini, giovani e anziani. A un tratto un sibilo acuto sovrasta il brusio delle preghiere, fende l’aria, aumenta d’intensità, si avvicina sempre di più. I fedeli ammutoliscono, tendono l’orecchio verso quel sibilo sinistro, sempre più vicino, sempre più vicino.
Poi solo fuoco e fumo, fiamme e polvere, sangue e grida. I muri e le volte crollano, tonnellate di pietre e mattoni cadono sui fedeli. Parigi è sotto il fuoco di un mostruoso cannone uscito dalle officine Krupp. Nei giorni precedenti, altre parti della città sono state colpite. Numerosi abitanti se ne sono già andati. I tedeschi sono a meno di cento chilometri dalla capitale.
E avanzano.

Una brutta situazione.

Dopo quasi quattro anni di guerra, la Germania era stremata. Il pane scarseggiava, la mortalità infantile era più che raddoppiata, l’economia era in ginocchio, i socialisti e i pacifisti soffiavano sul fuoco, i disordini sociali erano in aumento. Fino a quel momento, sul fronte occidentale, la Germania si era mantenuta sulla difensiva nell’intento – e nella speranza- di persuadere gli Alleati dell’impossibilità di una vittoria sul campo e di costringerli a negoziare la pace. I tentativi però erano falliti; il cancelliere Theobald Bethmann-Hollweg- un moderato-  aveva rassegnato le proprie dimissioni e il potere, di fatto, era passato nella mani dei militari.
Brutto affare quando la politica la fanno i militari. Loro avevano imposto la guerra sottomarina indiscriminata, loro stavano per imporre una nuova offensiva a occidente. La parola sarebbe passata, una volta di più, alle armi. Perché serviva una vittoria. Come e più del pane. In caso contrario la Germania sarebbe crollata a causa della fame, degli scioperi, dei disordini.
E gli Alleati? Dopo  attacchi tanto inutili quanto costosi,  si preparavano a schierarsi sulla difensiva. Tirava una brutta aria. La Russia era virtualmente fuori dal conflitto, gli italiani erano stati travolti a Caporetto, gli Stati Uniti non erano ancora pronti per intervenire in forze sul fronte europeo, le perdite subite nelle offensive dell’anno precedente avevano aperto ampi vuoti nell’esercito. Ma passare sulla difensiva significava dover assimilare – e assimilare in fretta- le nuove nozioni relative alla difesa in profondità. E significava, soprattutto, far riposare gli uomini reduci dall’orrore di Passchendaele e addestrare le nuove reclute.  Ci sarebbe stato tempo a sufficienza?
E c’era anche dell’altro. I tedeschi avevano accorciato il fronte, ritirandosi intenzionalmente dietro una nuova linea difensiva, la cosiddetta Linea Hindenburg ( o Linea Sigfrido). In altre parole, avevano scelto dove attestarsi, attrezzandosi di conseguenza. La linea alleata, invece, non era stata scelta: essa era semplicemente il punto più avanzato raggiunto dalle truppe. Se si voleva passare sulla difensiva, quella linea andava fortificata e rimodulata sulla base dei principi della difesa in profondità.
Un lavoro tutt’altro che semplice.  Soprattutto nel settore assegnato alla Quinta armata britannica di sir Hubert Gough a sud di Saint Quentin, in Piccardia, le fortificazioni –ereditate dai francesi- erano in uno stato pietoso e riorganizzarle secondo i nuovi criteri avrebbe richiesto tempo. Molto tempo. Né andava meglio alla Terza armata di sir Julian Byng, dislocata a nord di Saint Quentin. Sir Douglas Haig, il comandante in capo, inoltre, aveva chiesto seicentomila uomini per colmare le perdite e per costituire riserve adeguate; il nuovo premier britannico, David Lloyd George – al quale la tattica di Haig non piaceva affatto- gliene aveva concessi solo centomila. Pochi per allestire una forza di riserva  accettabile. Le unità dovettero essere così smembrate e alcuni punti del fronte furono indeboliti per rafforzarne altri. Fu rafforzato il fianco sinistro ( intorno a Ypres, nelle Fiandre per proteggere i porti del Canale) e indebolito il fianco destro, quello tenuto dalla Quinta armata di sir Gough e dalla Terza di sir Byng. In questo settore, ventisei divisioni tenevano un fronte di 125 chilometri.
E che dire dell’esercito francese? Scosso da ammutinamenti e ribellioni, era in via di riorganizzazione. Come avrebbe reagito a un’eventuale offensiva tedesca? Sarebbe stato in grado di fare la propria parte? Di fornire aiuto e appoggio all’esercito britannico non ancora completamente ristrutturato? Restavano gli Stati Uniti e il loro immenso potenziale in uomini e mezzi. Ma quando sarebbero stati pronti a intervenire? Quanto tempo sarebbe occorso perché facessero sentire tutto il loro peso sul conflitto? Un anno? Due anni?
Dal canto suo, il solito Lloyd George, in parziale contrasto con i militari, spingeva perché si isolasse la Germania togliendole l’appoggio dei suoi alleati- Turchia, Austria  e Bulgaria – anziché attaccarla in forze sul fronte occidentale. C’erano dunque troppe incognite, troppe incertezze, troppe opinioni discordanti  perché si continuasse con gli attacchi a oltranza.  Meglio, molto meglio fermarsi, riorganizzarsi, rifiatare, riflettere e aspettare tempi migliori.
Tedeschi permettendo, ovviamente.

Difesa e attacco.

Come abbiamo visto, gli Alleati si apprestavano a schierarsi sulla difensiva secondo i principi della difesa in profondità o difesa elastica. Il copyright non era loro,  apparteneva ai tedeschi. Il principio ispiratore era il seguente: acquistare forza, farla perdere al nemico. O meglio: acquistare forza mentre il nemico la perde.  Quindi, pochi soldati sulla prima linea ( o linea avanzata) , appoggiati a fortini, casematte, bunker; molti più soldati sulla seconda linea( o linea di combattimento); truppe di riserva sulla terza linea( o linea arretrata). Il nemico avanzava contrastato dai difensori dislocati nei bunker e nei fortini.  Più avanzava, più perdeva slancio; più perdeva slancio, più la sua forza diminuiva. Quando l’artiglieria non poteva più proteggerlo, dalla seconda linea di difesa partiva  il contrattacco.
Il concetto non era completamente nuovo, se vogliamo. Duemila anni prima,  Annibale Barca, a Canne, arretrando progressivamente il proprio fronte d’attacco, aveva attirato i Romani in una trappola mortale. Ma nel ventesimo secolo una cosa del genere suonava come una specie di eresia per chi, come gli Alleati, aveva fatto dell’offensiva a oltranza e del mantenimento dell’iniziativa ad ogni costo il proprio credo tattico. Cedere terreno- anche se momentaneamente- e  poi contrattaccare?  Non sia mai. Concedere ampia autonomia agli ufficiali subalterni in materia di impiego dell’artiglieria e di gestione degli obiettivi? Una cosa dell’altro mondo.
E invece erano proprio queste le chiavi del successo difensivo dei tedeschi.
Per la verità anche loro ci misero un po’ a rinunciare all’idea del contrattacco immediato. Gli ordini di Falkenhayn sia in occasione della battaglia di Verdun(1916), sia in occasione di quella della Somme(1916), prefiguravano già forme di difesa elastica, ma ribadivano: la prima linea, se perduta, va riconquistata con un contrattacco immediato. Abbandonata questa idea per non finire dissanguati, fu facile per i tedeschi adottare un tipo diverso di difesa. Per gli Alleati non fu altrettanto facile, ma alla fine anch’essi, volenti o nolenti,  dovettero adeguarsi.
Commisero, però, anche numerosi errori. Ridussero il numero degli uomini  sulla prima linea, ma  ne lasciarono comunque troppi( un terzo dell’intera forza) esposti al fuoco dell’artiglieria nemica; crearono unità mobili, ma non modificarono la catena di comando, privandole di fatto della necessaria autonomia; considerarono la mitragliatrice un’arma difensiva e non offensiva. Spesso, poi,  la linea arretrata esisteva soltanto sulla carta. Non c’erano fortificazioni, casematte, magazzini, ripari per l’artiglieria. In alcuni casi, una semplice striscia di prato ne indicava l’esistenza. Nella zona della Quinta armata, quella striscia di prato era conosciuta come “ Green Line”.
Da un certo momento in poi, i tedeschi cambiarono anche il proprio modo di attaccare. Fra gli Alleati attaccare in massa, a ondate, conquistare le posizioni e renderle sicure prima di proseguire era una specie di dogma. Inoltre ogni attacco era sempre preceduto, per giorni e giorni,  da un violento e massiccio bombardamento di preparazione e di distruzione.  Andò così durante la battaglia della Somme, andò così a Passchendaele(1917).
I tedeschi ribaltarono lo schema. Niente bombardamento prolungato, ma un breve, violento e devastante bombardamento poco prima dell’attacco. Era la tattica messa a punto dal colonnello Georg Bruchmüller sul fronte orientale.  Il fuoco d’artiglieria  veniva concentrato su un fronte ristretto. Cominciava col colpire le posizioni di artiglieria arretrate, i centri di comunicazione, le linee telefoniche, i centri di comando per concentrarsi poi, a ridosso dell’ora zero, sulla prima linea.
I cannoni di  Bruchmüller alternavano bombe dirompenti a proiettili a gas, andavano e tornavano sugli obiettivi con precisione quasi millimetrica, scatenando ovunque panico, confusione, caos. E seminando morte. I tedeschi lo chiamavano Feuerwalze ( letteralmente “rullo di fuoco”), qualcosa come “ colpire duro ripetutamente dappertutto”.
Il bombardamento durava di solito qualche ora. Quando cessava, le truppe d’assalto, accompagnate da uno sbarramento mobile,  uscivano in piccoli gruppi( plotoni o compagnie) dai loro ripari e si infiltravano tra le linee nemiche. Non contava quanti fossero, contava quanto potessero essere efficaci . In altri termini,  anche per l’attacco come per la difesa non contava tanto il numero dei soldati impiegati, quanto la potenza di fuoco da essi prodotta.
I comandanti di plotone ( spesso sottufficiali) e di compagnia avevano ampia autonomia operativa. Una volta ricevuti gli obiettivi era affare e responsabilità loro stabilire come raggiungerli.  Le truppe d’assalto tedesche erano armate di mitragliatrici portatili ( prima soltanto un’arma difensiva), di lanciafiamme e di granate.  Non si preoccupavano di consolidare le posizioni conquistate né di avere i fianchi protetti, ma proseguivano verso i loro obiettivi avanzati, lasciando a chi veniva dopo di loro  il compito di annientare gli eventuali centri di resistenza.
La tattica era complessa ma funzionava. I soldati alleati erano del tutto impreparati a sentirsi il nemico alle spalle e sui fianchi,  perdevano la bussola, sbandavano e andavano in confusione se non proprio in panico. Non era forse successo qualcosa del genere a Caporetto? L’unico problema era rappresentato dai rifornimenti. Sarebbero stati in grado di tenere il passo con la travolgente avanzata delle truppe d’assalto?

Arcangeli, santi e dei.

Sul tavolo del tenente generale Erich Ludendorff, Primo Intendente Generale dello Stato Maggiore Imperiale,  si ammucchiano le carte e i documenti . Li ha esaminati e riesaminati decine di volte, ha discusso con i propri collaboratori. Ora deve decidere.
Ludendorff è un ufficiale determinato, ambizioso, abile. Se ha un difetto è quello di perdere facilmente le staffe. All’interno dello Stato Maggiore Imperiale comanda lui. Formalmente il capo è il feldmaresciallo Paul von Hindenburg,  monumento nazionale,  salvatore della patria,  vincitore dei russi a Tannenberg e ai Laghi Masuri, oggetto di venerazione da parte di milioni di tedeschi. L’anziano feldmaresciallo richiamato nel 1914 in tutta fretta dalla pensione per salvare la baracca in un momento critico non  è , tuttavia, una semplice figura decorativa. È calmo, ragiona, sa intervenire al momento giusto con le parole giuste, sa farsi valere. Con la sua calma e il suo comportamento apparentemente bonario è tutto ciò che Ludendorff non è . Proprio per questo i due si integrano a vicenda e funzionano a meraviglia. Ma le decisioni importanti le prende Ludendorff.
E questa è una decisione importante.
Ludendorff è cresciuto nel mito del conte Schlieffen, dell’accerchiamento e della vittoria decisiva. A differenza del conte, però, egli è uomo d’azione. Ha conquistato Liegi, ha sbaragliato i russi, ha vissuto sul campo a contatto con ufficiali e soldati. Insomma, la guerra, quella vera, la conosce. È convinto di una cosa: la Germania  non può vincere la guerra, ma  potrebbe vincere la pace. A una condizione: ottenere una grande vittoria sul fronte occidentale e trattare da una posizione di forza.
Secondo lui il momento è  favorevole; dividere gli inglesi dai francesi e accerchiarli è possibile. I russi non sono più un problema, gli americani non ancora. Ma lo saranno con l’andare del tempo. Bisogna quindi anticiparli e picchiare duro. Se gli inglesi cedono è fatta: la Francia da sola non potrà continuare la guerra e la Germania sarà ricompensata per tutti gli sforzi compiuti.
Dove la colomba Bethmann- Hollweg voleva arrivare con la trattativa, il falco Ludendorff vuole arrivare con le armi.

Kaiserschlecht le opzioni formato ridotto

Le opzioni tedesche per l’offensiva di primavera 1918. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963

Ha santi, arcangeli e dei dalla sua: San Giorgio, il vincitore del drago, Marte dio delle armi e l’arcangelo Michele, patrono della Germania. San Giorgio potrebbe consegnargli la vittoria a Ypres e nelle Fiandre; Marte nei dintorni di Arras; San Michele dalle parti di Saint Quentin.  E ci sono soprattutto quasi centoottanta divisioni formate da gente tosta, motivata, addestrata, stanca di difendersi  e desiderosa, finalmente, di passare all’attacco.
Dall’est sono arrivate nuove unità.  I soldati schierati a ovest sono tutti giovani, esperti delle nuove tattiche, desiderosi di giocarsi il tutto per tutto anziché continuare a essere massacrati in trincea. Loro, insieme agli dei e agli arcangeli, combatteranno “la  battaglia di Guglielmo”( Kaiserschlacht).
Ma, a ben vedere, quello di Ludendorff è un progetto basato più su un desiderio che  su un obiettivo preciso, su una speranza più che su una certezza. “ Aprite una breccia e il resto seguirà” dirà al principe Rupprecht di Baviera, uno dei suoi comandanti più abili. Un po’ vago, se vogliamo. E anche aleatorio, ad essere sinceri. È come affermare: sfondiamo e speriamo di poter sfruttare al massimo l’ occasione buona quando e se si presenterà. Sul piano politico, poi,  davvero una grande vittoria tedesca sarebbe in grado di costringere gli Alleati a iniziare trattative di pace?  Su quali dati concreti si basa una simile valutazione?
Ludendorff avverte appieno la responsabilità della sua decisione. Un’occhiata alle carte. L’ennesima.  Chi scegliere per il colpo principale? San Giorgio? Marte? San Michele? Dopo tanto pensare,  dopo ulteriori colloqui con i propri collaboratori, Ludendorff sceglie San Michele( Michael).

Il Piano Michael. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963

Il Piano Michael. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Fra Saint Quintin e l’Oise,  La Diciottesima armata di  Oskar von Hutier, uno dei migliori ufficiali dell’esercito tedesco, si sarebbe dovuta muovere verso ovest in direzione del Canale Crozat e della cittadina di Ham, avrebbe dovuto consolidare la linea, proteggere il fianco della Seconda armata e stoppare eventuali interventi francesi in aiuto di Gough.
Col fianco sinistro protetto da von Hutier, la Seconda armata di Georg von Marwitz avrebbe dovuto attaccare in direzione di Peronne. La Diciassettesima armata di Otto von Below  si sarebbe dovuta dirigere, inizialmente, a sud di Arras in direzione di Baupome e, una volta operato lo sfondamento, avrebbe dovuto piegare a nord verso Arras e circondare le truppe inglesi.
Ludendorff sa di avere a disposizione un solo colpo. Nelle condizioni in cui si trova, la Germania non può sostenere più di un’offensiva. E sul fronte occidentale gli americani sono sempre più numerosi. Per questo il primo colpo deve essere quello definitivo.

“La battaglia di Guglielmo”

Le cose cominciano bene. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, sul campo di battaglia nella zona di Saint Quentin si stende una nebbia fittissima. Alle 4,40 i cannoni di Bruchmüller aprono il fuoco. Le bombe dirompenti e i proiettili a gas cadono, con precisione millimetrica, sulle posizioni alleate lungo l’intero fronte. I tedeschi non vogliono dare al nemico punti di riferimento, fargli capire dove sarà portato l’attacco principale.
Come da copione, nella zona fra l’Oise e Saint Quentin, obiettivo primario di Michael, il fuoco si concentra sui centri di comando , sulle linee di comunicazione, sulle postazioni di artiglieria prima di spostarsi sulla linea avanzata. Alle 9,40, protette dalla nebbia ancora fittissima, le prime truppe d’assalto irrompono nella zona della Quinta armata e nel settore tenuto dall’ala destra della Terza armata. Hanno l’ordine di spingersi in avanti il più possibile, di evitare i centri di resistenza, di puntare ai centri di comando, di disturbare le comunicazioni, di  attaccare le postazioni di artiglieria.
Nella zona della Quinta armata l’impatto è devastante. I soldati britannici immersi nella nebbia “sentono” le Stosstruppen infiltrarsi sui fianchi e proseguire dietro di loro. Ma non le vedono. Non c’è quasi reazione. E più i tedeschi avanzano, più la confusione aumenta, più la confusione aumenta e più la resistenza si indebolisce.
A nord di Saint Quentin, nella zona della  Terza armata di Byng,  la resistenza è più tenace. Soprattutto intorno al saliente di Flesquieres, conquistato durante la cruenta battaglia di Cambrai(1917). Nel pomeriggio Gough, incapace di fermare l’avanzata delle Stosstruppen, ordina la ritirata sulla seconda linea e si porta oltre il canale Crozat; a sera i tedeschi hanno sfondato in più punti .
Il 22 marzo- altro giorno di combattimenti feroci- la Terza armata deve ritirarsi dopo aver accanitamente conteso al nemico ogni metro di terreno; la Quinta armata- colpita duramente, quasi cinquantamila perdite solo il primo giorno- abbandona in disordine la seconda linea.  A sera, le truppe d’assalto tedesche hanno raggiunto la linea arretrata. Il 23 marzo Haig impiega truppe fresche nel tentativo di arginare i tedeschi, ma inutilmente: le Stosstruppen sono penetrate nello schieramento nemico per una sessantina di chilometri. Il Kaiser in persona è presente sul campo per onorare con la sua presenza la battaglia combattuta in suo nome.
Per gli Alleati la situazione è quasi disperata. Guglielmo II lascia la zona di operazioni e ritorna a Berlino convinto della vittoria.  Ma la vittoria si sta lentamente allontanando. I britannici combattono con foga e accanimento; al fronte cominciano ad affluire le prime riserve; i tedeschi hanno seri problemi di rifornimenti. Le loro truppe d’assalto sono troppo veloci, le linee di rifornimento si allungano, la stanchezza inizia a farsi sentire.
Soldati affamati cominciano a uccidere i cavalli- magri e macilenti come loro- e a mangiarseli; interi reggimenti si fermano per saccheggiare i magazzini abbandonati dal nemico in fuga. Ludendorff si trova a dover compiere una scelta, a dover decidere in quale settore impiegare le riserve,  dove aumentare la pressione.  E deve farlo alla svelta.

Il nuovo Piano Michael dopo gli ordini del 23 marzo. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi 1963

Il nuovo Piano Michael dopo gli ordini del 23 marzo. Fonte: Correlli Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Il 23 marzo ordina alla Diciassettesima armata ( Below) di proseguire a sud di Arras verso St. Pol  con l’ala sinistra verso Abbeville;  alla Seconda armata ( Marwitz) ordina di spingersi in avanti in direzione di Amiens e alla Diciottesima armata ( Hutier) di manovrare in direzione di Montdidier.

Non è una decisione, è un pasticcio: anziché un unico obiettivo, Ludendorff  ne individua tre; anziché rinforzare l’ala giusta ( Hutier), sposta il peso dell’attacco sull’ala sbagliata( Below) dove la resistenza è più accanita e dove i successi sono minori . Hutier, al contrario, sta avanzando quasi incontrastato attraverso la breccia aperta nello schieramento avversario. Se ricevesse riserve adeguate, potrebbe separare definitivamente le forze alleate, ruotare la sua ala destra verso nord e contribuire all’accerchiamento degli inglesi.
Fin dall’inizio– e a maggior ragione a quel punto della battaglia- Amiens sarebbe dovuta diventare l’unico obiettivo dell’intera  l’operazione e le riserve avrebbero dovuto essere dislocate per tempo dietro Hutier per sfruttarne i successi. Ma , sotto l’incalzare degli avvenimenti, attanagliato da una tremenda tensione, in possesso di informazioni contraddittorie, Ludendorff decide diversamente. E sbaglia.
“ Aprite una breccia, il resto verrà di conseguenza”. Ora su entrambi i lati della Somme la breccia è aperta, in alcuni punti addirittura è quasi una voragine, ma il tempo è scaduto: scegliendo di rafforzare l’ala destra, Ludendorff getta alle ortiche una vittoria quasi fatta. O, almeno, così la pensano in molti.
E, infatti, il 24 marzo nei dintorni della Somme, sia Marwitz, sia Below procedono lentamente. Si combatte in una zona devastata dalle battaglie degli anni precedenti, in un deserto senza un villaggio, senza alberi,  con i pozzi d’acqua avvelenati, senza strade e senza ferrovie. I rifornimenti non arrivano, la fame si sta facendo sentire. Quando si erano ritirati dietro la linea Hindenburg i tedeschi, in quella zona, avevano fatto terra bruciata. E adesso stanno per pagarne le conseguenze.
Sempre più in crisi, Haig ordina a Byng di scalare a destra nel tentativo di ristabilire il contatto con Gough. Byng ubbidisce e, benché si batta in condizioni di evidente inferiorità, la sua Terza armata tiene duro. Baupome viene raggiunta dai tedeschi, ma Amiens resta ancora molto lontana. Nei pressi di Albert le truppe di Marwitz si imbattono in riserve di cibo abbandonate dagli inglesi in ritirata e non vogliono saperne di proseguire. Anche Hutier comincia a sentire l’usura. Nonostante prema sulle forze di Gough e sui poco organizzati francesi è ancora distante una decina di chilometri dai propri obiettivi. È un brutto segno: se anche Hutier va piano, significa che Michael sta lentamente perdendo forza.
Gli Alleati sono a un passo dall’isteria. Haig non sa che pesci pigliare e strepita perché Pétain gli invii subito venti (!) divisioni da schierare davanti a Amiens: è in gioco il mantenimento della linea del fronte e la difesa dei porti della Fiandre.
La replica di Pètain è secca: niente da fare. In primo luogo perché verrebbe oltremodo indebolita la forza di riserva francese (GAR, Gruppo Armate di Riserva, generale Fayolle); in secondo luogo perché le forze del GAR servono per contrastare un’eventuale offensiva tedesca nella Champagne e, infine, perché obiettivo principale dei francesi è difendere Parigi. Ma il fianco destro del mio schieramento è scoperto, implora Haig. Me ne rendo conto- è la ferma replica di Pétain- ma non ho alcuna intenzione di rischiare le mie riserve.
Anche il generale John Pershing, comandante delle prime truppe americane arrivate in Europa, ci mette del suo: non accetta di porre i propri soldati agli ordini di ufficiali francesi o britannici.  Haig perde le staffe e va giù di brutto. Pershing? Obstinate and stupid. Ridicolous.  Insomma, ognuno sembra andare per proprio conto: Michael sembra aver scoperchiato di colpo una pentola in cui, per anni, erano ribollite tensioni e incomprensioni di ogni sorta.
Come uscirne? Haig potrebbe ritirare le sue truppe dietro la Somme, abbandonando i porti delle Fiandre francesi e impedendo così ai tedeschi di sfruttare al massimo la breccia aperta da Michael[1]. Ma ritirarsi è fuori discussione.  Ecco allora pronta un’altra soluzione: ci vuole un comandante unico. Non Pétain, troppo stretto di manica in fatto di concessione di rinforzi e per di più pessimista cronico, ma qualcun altro più ottimista e meglio disposto a largheggiare con le riserve. È strano: nessuno, prima di allora, lo aveva voluto, il comandante unico; adesso sembra la soluzione di tutti i problemi.
Il 25 e il 26 marzo il solo Hutier registra qualche progresso di rilievo. Le altre due armate  tedesche sono al limite dello sfinimento. In più, le riserve alleate stanno affluendo in forze  al fronte: sette divisioni francesi – una in più di quelle promesse a suo tempo da Pètain – prendono posizione a fianco dei britannici. Anche se lentamente il fronte comincia a stabilizzarsi.
La Seconda armata di Marwitz, in particolare, è ridotta  molto male. Fin dall’inizio ha adottato solo in parte la tattica dell’infiltrazione, preferendo affrontare i punti fortemente difesi anziché ignorarli e perdendo in questo modo tempo prezioso. E uomini altrettanto preziosi. Così quando Ludendorff, finalmente consapevole dell’importanza tattica di Amiens e della necessità di dare a Michael un obiettivo unico , ridisegna la manovra per conquistare la città rispolverando il piano Mars, Marte, la Seconda e la Diciassettesima armata non riescono ad avanzare e vengono definitivamente fermate.
Nello stesso giorno, durante una conferenza ad altissimo livello- presenti, fra gli altri, Poincaré e Clemenceau , rispettivamente Presidente e Primo Ministro della Repubblica francese- tenutasi a due passi dal fronte, a Doullens, il maresciallo Ferdinand Foch viene nominato comandante unico di tutte le forze alleate. Haig gli chiede immediatamente le 20 divisioni in precedenza negategli da Pétain, ma invano. Del resto quelle divisioni, ormai, non servono più: Amiens è , per il momento, salva. Hutier, l’ultimo a tentare l’impossibile, viene fermato nei pressi di Villers Bretonneaux.
È il 5 aprile: Michael ha fallito, “la battaglia di Guglielmo” continua. Ma Ludendorff ha sprecato il suo unico colpo, quello decisivo.

Con le spalle al muro.

L' Operazione Georgette. Fonte: Correlli Barnet, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

L’ Operazione Georgette.
Fonte: Correlli Barnet, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Questa volta l’obiettivo è la bassa valle del Lys. Il 9 aprile il Feuerwalze , lo sbarramento di Bruchmüller, si abbatte come un colpo di falce sulle posizioni alleate. La Sesta armata di  Ferdinand von Quast attacca lungo la valle, la Quarta di Friedrich Sixt von Arnim più  a nord, in direzione di Armentières. L’obiettivo è quello di raggiungere Hazebrouck, importante nodo ferroviario alleato, e , ancora una volta, di spingere gli inglesi verso il mare. È una riedizione delle opzioni Georg I e Georg II, ora riunite in un’unica operazione denominata Georgette.
Nella zona di Georgette, le difese statiche sono migliori, ma molti uomini sono stati impiegati per stoppare Michael . Di conseguenza mancano riserve adeguate. In linea insieme ai belgi ( nord), alla Seconda armata britannica ( centro, sir Herbert Plumer) e alla Prima  armata britannica ( sud, Henry Sinclair Horne) ci sono anche due divisioni portoghesi abbastanza malconce, il cui avvicendamento è previsto proprio per il 9 aprile. Attaccate in forze, esse cedono di schianto aprendo ai tedeschi un’autostrada verso Hazebrouck.
Ancora una volta Haig sente il terreno franargli sotto i piedi. Ha pochissime riserve, Foch gliele concede con il contagocce, i tedeschi sono a una decina di chilometri da Hazebrouck. Urge fare qualcosa. Haig allora si rivolge alle truppe con un ordine del giorno rimasto famoso: “ Non esistono alternative; non ci resta che combattere fino in fondo. Manterremo le nostre posizioni fino all’ultimo uomo. Non ci sarà ritirata. Con le spalle al muro, convinto delle giustezza della nostra causa, ognuno di noi combatterà sino alla fine.”[2]
Ma nessuno sarà posto con le spalle al muro. Per i tedeschi, infatti, il problema è sempre il medesimo: i rifornimenti. E la resistenza, via via più accanita, dei soldati alleati. Le truppe si fermano per saccheggiare i depositi di viveri abbandonati dal nemico; gruppi di sbandati con le uniformi a brandelli , più simili a straccioni che a soldati di élite, irrompono nelle case in cerca di cibo; gli ufficiali non riescono a mantenere la disciplina; i pochi  successi – la presa di Mont Kemmel o la conquista di Messines, ad esempio- sono pagati a carissimo prezzo.
Non può finire bene. E, infatti, non finisce bene. Il 30 aprile anche l’operazione Georgette viene annullata. In occasione di questa battaglia – conosciuta come battaglia del Lys- il generale Plumer è costretto a ritirarsi dal villaggio di  Passchendaele, conquistato l’anno prima a prezzo di enormi sacrifici.
L’operazione Georgette non è riuscita, ma Ludendorff non ha alcuna intenzione di cedere. Il 27 maggio attacca lungo lo Chemin des Dames. Il suo intento è quello di richiamare lì le forze francesi schierate davanti ad Amiens per poterle sconfiggere e riprendere l’attacco agli inglesi.
Il copione è sempre il solito: Feuerwalze , infiltrazione delle truppe d’assalto, sfondamento. In campo ci sono trenta divisioni  tedesche e , sul campo, una nebbia fittissima avvolge ogni cosa. Fedele alle direttive di Foch di “ contendere il terreno all’avversario palmo a palmo” e di non ritirarsi mai, il generale francese  Denis August Duchêne , comandante della sesta Armata, rinuncia  a qualsiasi difesa in profondità per affrontare i tedeschi sfruttando una stretta testa di ponte a nord del  fiume Aisne, anziché a sud come consigliato da Pétain.
È un disastro. I tedeschi travolgono la testa di ponte, investono l’argine dell’Aisne, piombano sulle riserve( 9 divisioni), le sopraffanno e avanzano di oltre quindici chilometri. I primi ad essere sorpresi da tanto successo sono proprio loro. Che fare? Fermarsi o proseguire? Accontentarsi della vittoria tattica  o cercare la vittoria strategica togliendo di mezzo una volta per tutte i francesi? Ludendorff decide di battere il ferro finché è caldo: si va avanti. Senza incontrare ostacoli di rilievo i tedeschi raggiungono la Marna e si portano a un ventina di chilometri da Parigi. Ma Clemenceau , il primo ministro, non perde la calma. Nessuno parla di pace.
Pétain organizza in fretta e furia una linea di difesa dalla foresta di Villers Cotterets fino alla città di Reims passando per la   Marna. In questo modo lascia ai tedeschi un ampio saliente mal servito dalle ferrovie e con i fianchi esposti. Nel tentativo di allargare il saliente, Hutier con la sua Diciottesima armata coglie subito, secondo copione, rapidi quanto effimeri successi. Ma non ci sono riserve sufficienti  per sostenere il suo attacco e Ludendorff , a malincuore, è costretto a sospendere l’avanzata. È l’11 giugno.
Ludendorff non lo ammetterebbe mai, ma è lui, ora,  a trovarsi con le spalle al muro. Gli sforzi sostenuti fino a quel momento hanno richiesto un prezzo elevatissimo, non si riesce a colmare le perdite. E inoltre la “spagnola”, la terribile influenza diffusasi in Europa, sta cominciando a mietere vittime, tanto in patria quanto al fronte. Gli americani sono arrivati e il loro peso comincia a farsi sentire. La corda è troppo tesa, continuare l’offensiva un rischio enorme.
Eppure bisogna continuare,  bisogna sferrare al nemico un ultimo colpo , capace di indurlo ad accettare la pace, insiste Ludendorff. E così, per preparare la strada a una nuova offensiva nelle Fiandre( nome in codice Hagen), lo sforzo tedesco si concentra sul debole fronte francese intorno a Reims. L’offensiva Marneschuetze- Reims conosciuta in seguito come seconda battaglia della Marna, accuratamente preparata, sostenuta da forze ingenti( cinquantadue divisioni) e da un violentissimo fuoco di artiglieria comincia come al solito bene e finisce, come al solito, male.
Iniziata il 15 luglio con il Feuerwalze  e una rapida avanzata delle truppe d’assalto, solo tre giorni dopo, il 18, è virtualmente conclusa. I francesi, infatti, passano con successo al contrattacco. Nella notte fra il 20 e il 21 luglio, i tedeschi abbandonano la loro testa di ponte sulla Marna assumendo di nuovo un atteggiamento difensivo dietro il fiume Aisne.
I nervi di Ludendorff sono al limite del collasso.  Uno dei suoi collaboratori, il generale Mertz, scrive nel suo diario: “Sua Eccellenza è proprio finito.” Sconvolto dalla tensione, l’onnipotente signore della guerra, non riesce a prendere una decisione coerente. Invece di ritirarsi subito dietro la linea Hindenburg, è restio ad abbandonare l’Aisne e le conquiste effettuate, coltiva ancora il sogno di un’offensiva nelle Fiandre.
Ma quando l’8 agosto – il primo dei “ Cento giorni”- appoggiati da un breve fuoco d’artiglieria e dai carri armati, protetti ancora una volta dalla nebbia,  gli Alleati irrompono sulle posizioni di Marwitz nella zona della Somme, anche Ludendorff è costretto ad accettare la realtà. La sua idea di resistere ad ogni costo – come farà Hitler in occasione della battaglia di  Stalingrado nel 1942-  si scontra con la stanchezza e l’indisciplina dei soldati, con le condizioni di superiorità degli Alleati, con la presenza sempre più consistente di truppe americane. Non ci saranno, non ci potranno essere altre battaglie di Guglielmo.

Epilogo.

Il trattato di Versailles – il trattato di pace dopo il massacro- mise ufficialmente al bando , insieme ai gas[3], anche il Kaiser Wilhelm Geschütz , il mostruoso cannone capace, durante l’offensiva di marzo,  di colpire Parigi da quasi centocinquanta chilometri di distanza. Agli Alleati sarebbe piaciuto catturarlo, esibirlo al mondo intero come prova della “barbarie” tedesca. Per provarci ci provarono. Ma il misterioso cannone sembrava sparito nel nulla. Nei pressi di Chateau-Thierry, truppe americane trovarono alcuni pezzi di ricambio. Non fu trovato altro. Come si legge su Wikipedia, il famigerato cannone fu probabilmente distrutto  dai tedeschi insieme ai piani di costruzione.
Ritornerà a rivivere, ventisei anni dopo, nelle V1 e nelle V2.

Da leggere:

Correlli Douglas Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1963
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Bur, 2003
John Keegan, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, Carocci, 2000
Erich Maria Remarque, All’ovest  niente di nuovo, Mondadori, 1990
AJP Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, 1967

Nel Web:

Finestre chiuse, porte aperte.
Un giovane tenente , un brillante generale  e quattrocento cannoni che  non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
Francia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen  fra angeli, panico,  decisioni arbitrarie e ..miracoli.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Il punto decisivo. Verdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
Clicca qui per leggere l’articolo

L’esercito degli innocenti. Piccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
Clicca qui per leggere l’articolo.

La terza volta La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Altri indirizzi ( una volta aperti, due click per tornare a questo articolo):

http://militaryhistory.about.com/od/worldwari/p/michael.htm

http://www.webmatters.net/france/ww1_kaiser.htm

http://www.historyplace.com/worldhistory/firstworldwar/index-1918.html

http://www.historylearningsite.co.uk/german_spring_offensive_of_1918.htm

https://en.wikipedia.org/wiki/Spring_Offensive


[1] Nel 1940, durante l’operazione Sichelschnitt, colpo di falce, gli anglo-francesi si trovarono, grosso modo,  nella stessa situazione di Haig nel 1918. E commisero il medesimo errore commesso da Haig ( peraltro senza conseguenze serie) nel 1918. Anziché ritirarsi immediatamente dietro la Somme, rimasero in campo permettendo ai mezzi corazzati tedeschi di tagliare in due le forze alleate e di imbottigliare i britannici a Dunkerque. Nel 1918 Haig corse il medesimo rischio.

[2] Questo il testo completo dell’ordine del giorno di Haig:
From: Commander-in-Chief, British Armies in France
To: All ranks of the British Army in France and Flanders

 Three weeks ago today the enemy began his terrific attacks against us on a 50-mile front. His objects are to separate us from the French, to take the Channel Ports and destroy the British Army. In spite of throwing already 106 Divisions into the battle and enduring the most reckless sacrifice of human life, he has as yet made little progress towards his goals.
We owe this to the determined fighting and self-sacrifice of our troops. Words fail me to express the admiration which I feel for the splendid resistance offered by all ranks of our Army under the most trying circumstances.
Many amongst us now are tired. To those I would say that Victory will belong to the side which holds out the longest. The French Army is moving rapidly and in great force to our support.
There is no other course open to us but to fight it out. Every position must be held to the last man: there must be no retirement. With our backs to the wall and believing in the justice of our cause each one of us must fight on to the end. The safety of our homes and the freedom of mankind alike depend upon the conduct of each one of us at this critical moment.

Field Marshal Douglas Haig
Commander-in-Chief

[3] La messa al bando dell’impiego bellico dei gas da parte del maggior numero possibile di Paesi( e non limitata, quindi,  a quelli sconfitti durante la Prima Guerra Mondiale )fu sancita dal cosiddetto ” Protocollo di Ginevra”, adottato nel 1925 e sottoscritto da 132 Stati.

Sotto il titolo: Wilhelm von Schreuer( 1866-1933):  Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918) ( Nella battaglia di Mont Kemmel nelle Fiandre: 15-29 aprile 1918). Berlino, Deutsches Historisches Museum.

Qui una traduzione automatica in inglese: The Wilhelm’s battle


La terza volta

29/05/2013
Otto Dix, Guerra di trincea, 1932

Otto Dix, Guerra di trincea, 1932

Prologo.


Il 10 novembre 1914, nei dintorni di Langemarck, vicino a Ypres, nelle Fiandre, reggimenti tedeschi formati da giovani studenti volontari- die Kinder, i “bambini”, come li chiamavano i veterani-  uscirono  dalle trincee e si diressero verso il nemico. Sul campo di battaglia si stendeva una fitta nebbia e quei giovani  soldati si muovevano in un “vasto mare di aria bianca”. Non avevano punti di riferimento e marciavano quasi alla cieca. Poi il nemico li individuò e aprì il fuoco. I giovani si fermarono: avanzare o ritirarsi? Improvvisamente si udì una voce intonare una canzone. Una seconda voce si aggiunse alla prima,  poi un’altra e un’altra ancora, finché tutti cantarono. E , cantando, quei giovani soldati avanzarono. Verso la vittoria, come sostiene qualcuno, verso il massacro come sostengono altri.
Poco distante da quel “ mare d’aria bianca” in cui le bombe cadevano e i “Bambini” cantavano, un giovane soldato del reggimento List di nome Adolf Hitler, si apprestava ad affrontare il combattimento. Dieci anni dopo, ricordando quegli avvenimenti, scrisse:” Udimmo da lontano le note di una canzone farsi sempre più vicine, correre di reparto in reparto. Quando la Morte stese le proprie mani sulle nostre file, quella canzone ci raggiunse e anche noi, a nostra volta, intonammo : “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt!” [1]
La battaglia del Kindermord bei Ypern, della strage degli innocenti nella nebbia di  Ypres, avrebbe dovuto essere l’ultima battaglia della Prima Guerra Mondiale.
Per la cittadina di Ypres fu  solo la prima.

Il piano perfetto.

Nell’agosto del 1914, i tedeschi attraversarono il neutrale Belgio con uno spiegamento di forze impressionante, decisi a far fuori la Francia in sei settimane. Sembravano inarrestabili. Poi von Kluck, il comandante della Prima Armata, commise l’errore – rimasto storico-  di compiere una deviazione arbitraria, modificando di fatto il Piano Schlieffen e consentendo ai francesi e ai britannici della BEF di contrattaccare sulla Marna ( settembre 1914) e di salvare Parigi.
Gli opposti eserciti cercarono allora di aggirarsi reciprocamente sul fianco settentrionale. Questo continuo – e inutile- tentativo di aggiramento diede vita a una serie di battaglie e di scontri mai decisivi conosciuti come “ corsa al mare”. Quando la “ corsa al mare” si fermò, anche la guerra smise di essere guerra di movimento. I tedeschi allestirono un formidabile sistema di trincee, lo perfezionarono continuamente e, almeno a ovest, si tennero sulla difensiva. Solo due volte uscirono dai propri rifugi: la prima volta nel 1916 per “ dissanguare” i francesi a Verdun e la seconda nel 1918 per l’offensiva finale. Entrambe le volte arrivarono a un passo dalla vittoria ma non la ottennero: a Verdun furono bloccati dalla strenua resistenza dei francesi; nel 1918 pagarono la mancanza di riserve e di materiale.

Gli Alleati perseguivano un obiettivo diverso. Persuasi di essere superiori in uomini e in mezzi, essi  volevano riportare la guerra in movimento. Una volta riportata la guerra in movimento- pensavano- nulla e nessuno li avrebbe fermati nella loro marcia verso la vittoria finale. Ma come rompere lo stallo? Come sloggiare i tedeschi dalle loro trincee? Logorandoli giorno dopo giorno, mese dopo mese con battaglie di attrito o spazzandoli via una volta per tutte con una poderosa offensiva? Attaccandoli con gli uomini o martellandoli con l’artiglieria?
I tedeschi, ad ogni modo, misero d’accordo tutti: scavarono profondi ripari sotterranei, collegarono rifugi e trincee, allestirono micidiali campi di fuoco, stesero chilometri di filo spinato, sfruttarono la conformazione dei luoghi, impiegarono al meglio la propria artiglieria, adottarono una difesa elastica scaglionata in profondità, costituirono riserve da impiegare in caso di sfondamento  e respinsero, uno dopo l’altro, gli attacchi di “ logoramento” e gli attacchi “ decisivi” portati dagli Alleati  nel 1915 e nel 1916 ad Arras, a Neuve Chapelle, nella Champagne, sulla Somme e, nella primavera del 1917, sullo Chemin des Dames.
Furono massacri spaventosi. Da una parte e dall’altra i soldati caddero a centinaia di migliaia, dilaniati dalle bombe, falciati dalle mitragliatrici, asfissiati dai gas. I feriti rimanevano ad agonizzare nella terra di nessuno, i morti venivano sepolti in fosse comuni poco profonde, dissepolti  dal fuoco dell’artiglieria, sepolti di nuovo dagli uomini e  di nuovo dissepolti dalle bombe.  I campi di battaglia erano cosparsi di ossa e di resti umani; nell’indifferenza generale i cavalli e gli animali da soma agonizzavano con il ventre squarciato e gli intestini penzoloni. I veterani si riconoscevano a colpo d’occhio: quando si imbattevano in una testa,  in una gamba, in un braccio una volta appartenuti a un essere umano, non cercavano di evitarli come facevano i novellini, ma li calpestavano durante l’avanzata. La morte aveva smesso di essere un fatto eccezionale: era la normalità e ci si era assuefatti. Ogni traccia di umanità sembrava scomparsa.
Fino a un certo punto, però. Dopo la fallita offensiva del generale Robert Georges Nivelle sullo Chemin des Dames, stanchi di essere mandati inutilmente al massacro i poilus francesi si ribellarono. A est i russi fecero altrettanto e non poche diserzioni si contarono anche fra i tedeschi. Ma erano gli Alleati quelli conciati peggio: la Russia si stava sfaldando, gli Stati Uniti non erano ancora pronti, la guerra sottomarina si era acuita e si era fatta indiscriminata, interi reggimenti si rifiutavano di andare in linea. Bisognava reagire prima che fosse troppo tardi.
Nivelle fu messo da parte e le misure adottate dal suo sostituto, il generale Philippe  Pétain l’eroe di Verdun, funzionarono.  Certo, furono convocate le corti marziali, ma furono anche migliorate le condizioni di vita del soldato al fronte, aumentati i permessi e le licenze, introdotte altre agevolazioni. In capo a un mese gli ammutinamenti rientrarono. Pétain impose all’esercito francese anche il proprio modo di vedere tattico: azioni circoscritte con l’appoggio dell’artiglieria, difesa in profondità, attacchi mirati. Lo scopo era duplice: guadagnare tempo in attesa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti e ottenere risultati riducendo al minimo le perdite. Ovviamente non tutti la vedevano allo stesso modo e non pochi smaniavano per l’attacco risolutivo.
Tuttavia, nonostante queste misure, la situazione sul campo, nel suo complesso, non migliorò in maniera significativa. Né in Russia né sui mari (dove, però, si cominciava a far viaggiare le navi in convoglio) né altrove. L’ammiraglio Jellicoe, capo della flotta da guerra britannica non ricorse a giri di parole. Disse: se si va avanti di questo passo, se non facciamo qualcosa,  fra un po’ l’Inghilterra sarà alla fame.
Dal canto loro i tedeschi, dando prova di lungimiranza tattica, avevano ristretto il fronte, arretrando di alcuni chilometri, facendo terra bruciata, avvelenando i pozzi, distruggendo strade e villaggi  e attestandosi dietro la cosiddetta “ Linea Hindenburg”. Qui erano state costruite trincee più larghe per impedire ai carri armati di superarle, qui erano state allestite centinaia di postazioni dentro casematte di cemento o sfruttando i ripari naturali ( grotte, caverne), qui, soprattutto, era stato potenziato il già eccellente sistema difensivo in profondità, sempre più in grado di trasformare la difesa in offesa.
C’erano dunque buone ragioni da parte degli Alleati- e dei britannici in particolare- per non mollare la presa. Ragioni strettamente militari ( la conquista dei porti delle Fiandre, basi dei sottomarini tedeschi; la necessità di rompere lo stallo), ragioni politiche (desiderio di porre termine a quella guerra sempre più sanguinosa e impopolare), ragioni di carattere pratico ( gli Stati Uniti, pur essendo entrati in guerra, non erano ancora del tutto pronti), ragioni legate al possibile ritiro della Russia dal conflitto.
Le cautele, tuttavia, non mancavano. Il primo ministro britannico, David Lloyd George, per esempio, non era affatto entusiasta di imbarcarsi in un’altra avventura per trovarsi fra le mani, alla fine,  l’ennesima vittoria di Pirro. Meglio, secondo lui,  porsi sulla difensiva e aspettare i mezzi e gli uomini degli Stati Uniti. I militari invece insistevano perché si portasse un’offensiva per dir così preventiva: se non attacchiamo, saremo attaccati, ripetevano a ogni piè sospinto. Si trattava, tuttavia, di una valutazione sbagliata e non solo con il senno di poi. Anni di guerra, infatti, avevano ampiamente dimostrato una verità incontrovertibile: difendersi era più facile che attaccare. Sul fronte occidentale i tedeschi avevano fino ad allora retto- e retto alla grande- perché – episodio di Verdun a parte- si erano sempre mantenuti sulla difensiva; se, nel 1917, avessero attaccato probabilmente avrebbero fallito. Quando , infatti, l’anno successivo lo fecero, arrivarono sì a un passo dalla vittoria, ma alla fine non riuscirono a sfondare le difese alleate e furono contrattaccati con successo. Ma i militari di allora- molti di essi, almeno-  non brillavano per fantasia o per immaginazione:  mantenere sempre l’iniziativa era per loro un dogma e un’ ossessione, la condizione imprescindibile  per la vittoria finale.
Da questo insieme di ansie, di timori, di necessità, di ossessioni nacque l’idea di portare l’ennesimo “Big Push”, l’ennesima spallata.  Fu scelto il saliente intorno alla città di Ypres, nelle Fiandre, teatro di aspre battaglie negli anni precedenti. Se sfondiamo qui– si ragionava- arriveremo fino a Zeebrugge e a Ostenda, occuperemo i porti da dove partono i sommergibili  e metteremo i tedeschi in ginocchio. Era un obiettivo tutt’altro che trascurabile, ma se vogliamo, limitato. D’accordo, molti sottomarini partivano dai porti della Fiandre, ma molti di più salpavano da quelli tedeschi. Occupare Ostenda e Zeebrugge avrebbe forse fatto terminare la guerra sottomarina? Chi se lo chiese non ebbe risposte certe. David Lloyd George se lo chiese: non ebbe risposte certe, provò a mettersi di traverso, ma alla fine cedette. La sicurezza navale della Gran Bretagna era una priorità irrinunciabile e non essendoci altro modo per garantirla al di fuori di un attacco nelle Fiandre, era necessario stare al gioco.

Wipers

Nel Medioevo, Ypres( oggi Ieper, in Belgio) era stata una città economicamente importante. I tessuti delle Fiandre partivano da qui alla volta di mezza Europa. Poi guerre, pestilenze, rivolte, concorrenza commerciale da parte di olandesi e inglesi, crisi economiche, cambio di gusti e di abitudini ne avevano causato la lenta  decadenza. Nell’Ottocento, tuttavia, la città aveva saputo riprendersi, senza tornare , per altro, agli antichi fasti. All’inizio del XX secolo, la vita a Ypres scorreva tranquilla intorno alla monumentale chiesa di San Martino , alla Piazza del Mercato Grande ( Grote Markt) e al Lakenhalle, il mercato delle stoffe. Nei giorni di mercato la piazza si animava e sulle bancarelle dei  venditori ambulanti si vedevano fiori e tessuti, formaggi e frutta, libri e stampe. La città  si trovava praticamente  a livello del mare e le acque erano tenute sotto controllo  per mezzo di un complesso sistema di drenaggio. Senza questo accorgimento, le acque sarebbero affluite in superficie stagnandovi e pregiudicando ogni tipo di attività.
Allo scoppio della guerra, Ypres si scoprì di nuovo importante,  tragicamente  importante. A Ypres era finita di fatto la “corsa al mare”; intorno a Ypres si era formato un saliente tenuto dai franco-britannici, incuneato nelle linee nemiche ed esposto su tre lati; nel 1914 e nel 1915 a Ypres erano state combattute due feroci battaglie,  monumenti e abitazioni non esistevano più, gli abitanti erano stati evacuati, migliaia di uomini erano morti combattendo. A Ypres, per la prima volta erano stati impiegati in battaglia  i gas asfissianti a base di cloro ; a Ypres un giovane soldato di nome Adolf Hitler, come abbiamo visto, si era battuto con coraggio e valore.
Ypres dunque ( anzi Wipers, come la chiamavano gli inglesi, in difficoltà a pronunciarne il nome francese) circondata nell’entroterra  da alcune basse alture, porta d’accesso al Canale della Manica era  una posizione-chiave. Nell’agosto del 1914, i tedeschi avevano fatto una breve apparizione in città e poi se ne erano andati. Verso Parigi e verso la vittoria finale, secondo loro. Non stavano forse realizzando il “piano perfetto”, preparato con tanta cura dal conte Schlieffen? Quando il “piano perfetto” fece cilecca e dovettero ritirarsi, capirono l’intera importanza strategica di questa cittadina sonnolenta e a rischio di allagamento e si pentirono amaramente di non averla occupata in tempi – per loro- migliori. Ma era accaduto e ora era troppo tardi per rimediare. Cercarono ovviamente di riprendersela, ma contro ogni previsione,  i britannici – per loro poco più di soldati da operetta- tennero duro e così dovettero rinunciare.
Ora, per la terza volta, Ypres stava per tornare al centro della guerra in occidente.

Il primo caduto in battaglia.

Paul Nash( 1889-1946), The Menin Road( 1919), Imperial War Museum, London

Paul Nash( 1889-1946), The Menin Road( 1919), Imperial War Museum, London


Il piano del comandante in capo della BEF ( British Expeditionary Force) Sir Douglas Haig era articolato in tre fasi: la conquista del crinale di Messines per mettere in sicurezza il fianco destro dell’offensiva; lo sfondamento del fronte tedesco nel saliente di Ypres dopo aver conquistato le alture intorno alla città; l’avanzata verso Ostenda e Zeebrugge. Era prevista anche un’operazione anfibia a sostegno dell’attacco ai porti delle Fiandre, subordinata, naturalmente, a una rapida vittoria sul terreno.
Sulla carta tutto quadrava, tutto tornava. Sulla carta, appunto. Il Maresciallo Helmut von Moltke il Vecchio, il vincitore di Sedan (1871), era solito dire: “ La prima vittima di una battaglia è il piano di battaglia.” Come vedremo, mai parole risulteranno più azzeccate.

La mossa di apertura- l’attacco a Messines, 7 giugno- fu, tuttavia, un successo completo. In questo settore gli inglesi erano comandati da un ufficiale prudente, capace, intelligente, attento a limitare le perdite: il generale di brigata sir Herbert  Plumer. Non  amava gli attacchi sconsiderati, sir Herbert: preferiva procedere a piccoli passi, un obiettivo per volta. Anziché cercare di risolvere tutto subito, preferiva scomporre il problema in tante parti più piccole, risolverle una per una e arrivare per questa via alla soluzione finale. Sapeva impiegare l’artiglieria come pochi, concentrando il fuoco su un fronte ristretto, allestendo efficaci sbarramenti mobili a protezione delle fanterie o facendo collocare, quando era possibile,  tonnellate di esplosivo sotto le trincee nemiche, come fece a Messines.
Dopo Messines, Plumer capì subito l’importanza di battere il ferro finché era caldo e insistette presso Haig perché si desse il via all’offensiva senza indugiare ulteriormente. I tedeschi hanno accusato il colpo, hanno il morale basso, non fermiamoci ora, diamo loro addosso partendo da qui: più aspettiamo, più avranno tempo per riprendersi, non si stancava di ripetere. Ma i tempi di Haig erano diversi. Niente da fare, fu la risposta. Il piano non si modifica: attaccheremo a Wipers quando sarà il momento e secondo quanto stabilito. E, secondo quanto stabilito, la Quinta armata  di sir Hubert  Gough, protetta sul fianco sinistro dai francesi del generale Francois Antohine e su quello destro proprio da Plumer,  avrebbe dovuto fare il grosso del lavoro.
Sir Gough era un generale aggressivo, audace, preparato, determinato. Uno dei migliori. In più proveniva, come Haig, dalla cavalleria. Per il comandante supremo era dunque l’uomo ideale per realizzare il tanto sospirato  Big Push. C’era però un problema. Anzi, ce n’erano due.  A differenza delle divisioni di Plumer, già sul posto, la Quinta armata avrebbe dovuto  essere portata in posizione. E portare in posizione così tanti soldati, i cannoni, i cari armati sarebbe passato inosservato? O non avrebbe messo i tedeschi sull’avviso, facendo svanire qualsiasi effetto sorpresa?  Inoltre  Haig pensava a uno sfondamento per dir così progressivo, a tappe, fatto di pressioni continue ma successive; Gough invece era convinto di dover picchiare duro subito e una volta per tutte. Resta da chiedersi perché i due non si siano capiti o perché non sia stata  preliminarmente chiarita una questione così importante.

Le fanterie attaccarono il 31 luglio, alle quattro del mattino. Prima, come da copione, c’era stato il solito bombardamento di apertura. Un bombardamento durato due settimane, durante le quali più di quattro milioni di proiettili erano caduti sulle posizioni tedesche. Gli effetti? Non proprio esaltanti.  Il posizionamento della Quinta armata aveva già messo in allarme i tedeschi, le  prime bombe avevano trasformato l’allarme in certezza: si preparava un attacco in grande stile.  E così come avevano fatto l’estate precedente sulla Somme, anche a Ypres i tedeschi sparirono sottoterra. Molti ci rimasero sepolti, ma quando il bombardamento britannico finì, la maggior parte di essi uscì intontita ma illesa dai rifugi sotterranei e prese posizione dietro le mitragliatrici e sulle alture.
Quel tipo di bombardamento gli Alleati potevano anche risparmiarselo. Intendiamoci: il bombardamento doveva essere effettuato, ma non in quel modo.  Un bombardamento del genere, infatti, serviva a poco contro l’eccellente sistema difensivo tedesco. La  battaglia della Somme non aveva insegnato proprio niente? E la tattica di Plumer di concentrare il fuoco su un fronte ristretto era già stata dimenticata? E che dire del pericolo di distruggere il sistema di drenaggio e di trovarsi il campo di battaglia allagato ?  Haig non era uno sciocco ed era consapevole dei rischi che correva. Ma era anche un ottimista inguaribile: raddoppio la potenza di fuoco rispetto alla Somme, impiego i carri armati e colgo la vittoria prima che il terreno si allaghi. Questo si aspettava; di questo era certo.
Di Haig si è detto tutto e il contrario di tutto. Durante e dopo la guerra sarà criticato ed esaltato; riceverà il poco lusinghiero appellativo di macellaio, ma anche quello più lusinghiero di artefice della vittoria; sarà definito ottuso, ma anche  lungimirante; sarà fatto passare come l’anacronistico difensore della cavalleria, ma sarà anche celebrato come il sostenitore della tecnologia applicata alla guerra.
Sia come sia, una cosa comunque è certa: non era fortunato.
Sul fianco sinistro della Quinta armata, l’avanzata fu rapida. Sostenuti dai carri armati, i Tommies registrarono significativi progressi intorno al crinale di Pilcken. Ma chi doveva, sul fianco destro, occupare il crinale di Gheluvelt, incontrò una forte resistenza e non poté raggiungere l’obiettivo. Più a nord, i francesi del generale Antohine furono fermati dagli uomini del generale Gallwitz.
Alle quattro del pomeriggio cominciò a piovere. La pioggia battente si protrasse per giorni e trasformò il campo di battaglia in un acquitrino. Il sistema di drenaggio era stato distrutto dal bombardamento di preparazione, il terreno era pieno di buche scavate dalle bombe e il fango la faceva da padrone ovunque. Lo slancio iniziale, come è ovvio, perse vigore. I carri armati non potevano muoversi, i cannoni sprofondavano nel fango. E nel fango sprofondavano anche gli uomini e gli animali; i feriti non potevano essere tratti in salvo e agonizzavano per ore affondando sempre più  in quella melma vischiosa. Non si poteva continuare. Persino sir Gough se ne accorse e lo fece presente a Haig. Niente da fare, fu la risposta: si continua. E così, fino al 16 agosto- giorno in cui le operazioni furono  temporaneamente sospese-  nell’acquitrino intorno a Ypres altro sangue fu versato durante scontri tanto feroci quanto inutili.
Quando le ostilità ripresero il 20 settembre, il copione era cambiato. E anche i comandanti. Non si attaccava più a nord, ma a sud-est in direzione del villaggio di Passchendaele.  E questa volta sarebbe toccato a Plumer, non a Gough condurre l’offensiva. Fedele alle proprie teorie, Plumer pianificò una serie di attacchi concentrati su un fronte ristretto  e condotti sotto la protezione di uno sbarramento mobile. Il 20 settembre fu conquistato dagli australiani  il ponte sulla “Strada di Menin” ( Menin Road). Spingendosi in avanti,  gli Aussie raggiunsero nei giorni seguenti le prime propaggini del cosiddetto “ Bosco del Poligono” ( Poligon Wood), pagando un prezzo altissimo( 5.000 perdite). In puro stile Plumer, le conquiste furono consolidate e fu costruita anche una ferrovia per il trasporto delle truppe, dei rifornimenti e per l’evacuazione dei feriti.
Il 26 con il tempo bello e il terreno asciutto, il creeping barrage di Plumer funzionò egregiamente, “ accompagnando” gli australiani  della Quarta divisione a completare la conquista di ciò che rimaneva del  Bosco del Poligono e a occupare posizioni in grado di minacciare il crinale di Broodseinde. Il 3 ottobre, gli australiani si mossero per attaccare il crinale. Contemporaneamente, i tedeschi, protetti dal fuoco dei propri mortai, uscirono dalle trincee e attaccarono. Per un caso più unico che raro, entrambi i contendenti avevano programmato l’attacco alla stessa ora. Gli australiani affrontarono l’attacco caricando con la baionetta inastata, mentre i tedeschi risposero con le  mitragliatrici. Alla fine i tedeschi si ritirarono, ma il successivo fuoco di sbarramento devastò le loro trincee e gli australiani furono in grado, il giorno dopo, di occupare il crinale. Il generale Erich Ludendorff , Primo Intendente generale dello Stato Maggiore Imperiale[2], definì quel 4 ottobre “ un giorno nero per la Germania”.
Ora, l’unico ostacolo frapposto fra gli Alleati e il tanto agognato sfondamento era il villaggio di Passchendaele. Ma, sfortunatamente, il 5 ottobre riprese a piovere. Un brutto guaio per gli attaccanti. Lo sbarramento mobile per essere efficace- e Plumer lo aveva dimostrato ampiamente nei giorni precedenti- aveva bisogno di un terreno asciutto. E ora stava piovendo di nuovo. Ma Haig la pensava diversamente: d’accordo, pioveva, ma era una pioggia fine e leggera: se non si fosse perso tempo, Passchendaele avrebbe potuto essere conquistata prima che il terreno fosse diventato fradicio. Mise addirittura in stato di preallarme la cavalleria: avrebbe dovuto lanciarsi immediatamente nella breccia aperta dalle fanterie e travolgere i tedeschi. Proprio come sulla Somme.
Ma il 9 ottobre quando partì l’attacco non piovigginava, diluviava. E soffiava un vento assassino. Inoltre i tedeschi avevano ricevuto rinforzi dal fronte orientale e se ne stavano relativamente all’asciutto all’interno delle proprie  postazioni in cemento, protetti da reticolati quasi intatti. Gli australiani attaccarono in direzione di Poelcapelle e furono respinti con gravi perdite.  Tuttavia venti di loro  raggiunsero, miracolosamente, le rovine della chiesa di Passchendaele. Si aspettavano appoggio, contavano di ricevere rinforzi. L’artiglieria britannica, è vero, aprì un  fuoco di copertura ma i proiettili non esplosero o sprofondarono nel terreno reso molle dalla pioggia . Di rinforzi, poi, nemmeno l’ombra. Così  quei venti coraggiosi dovettero ritornarsene al punto di partenza, strisciando nel fango.
Oltre ai rinforzi, i tedeschi avevano ricevuto anche nuovi proiettili di artiglieria. Le bombe, però, al momento del loro impatto con il terreno non esplodevano, ma rilasciavano un gas dall’odore pungente, molto simile a quello della senape. Era il famigerato “gas mostarda” ( Mustard gas, meglio conosciuto come iprite). Tendeva a depositarsi in basso dove veniva trattenuto dall’umidità e dalla pioggia; provocava ustioni terribili sulla pelle, cecità e, se inalato, edema polmonare. Ci metteva qualche ora ad entrare in azione e provocava terribili sofferenze. Favorito dal clima umido e piovoso di quei giorni a Passchendaele, l’iprite causò migliaia di vittime.
Cominciò a far freddo. Il 12 ottobre Haig ordinò un altro attacco. Fu un disastro. Gli australiani sprofondarono fino alla cintura in un mare di fango, i fucili e le mitragliatrici si incepparono. Non fu un’avanzata, fu un martirio. Al sicuro nei loro rifugi asciutti e riparati, i tedeschi spararono nel mucchio a bersagli  praticamente fermi. Fu una strage spaventosa. La Terza divisione australiana perse quasi 3.200 uomini; l’intera forza attaccante, settemila.
Ma nonostante queste terribili perdite, Haig non cedeva: voleva Passchendaele e l’avrebbe avuta. Ad ogni costo. Perché senza la conquista di Passchendaele, quella campagna sarebbe stata, a suo modo di vedere e non solo, l’ennesimo fallimento. Avvicendò allora gli australiani e portò in linea i canadesi. Il loro comandante – il generale Arthur Currie- era un ufficiale con la testa sulle spalle. OK, disse, tocca a noi e noi non ci tireremo indietro. Ma si attacca quando dico io e alle mie condizioni. E, cioè, con il tempo bello, con i dovuti supporti logistici e avanzando a balzi successivi.  Haig “ convenne”: in altre parole cedette. Il 12 novembre, dopo accaniti scontri, i canadesi, finalmente, occuparono Passchendaele. La battaglia era finita. Lo sbarco anfibio sui porti belgi fu definitivamente accantonato
La terza battaglia di Ypres costò agli Alleati mesi di sofferenze e perdite spaventose. Il principe Rupprecht di Baviera, comandante del settore, scrisse: “ Nonostante l’impiego massiccio di uomini e di materiali, il nemico non ha ottenuto alcun vantaggio.” La replica è nota: falso: quei terribili avvenimenti  fornirono agli Alleati l’esperienza necessaria per sviluppare nuove tattiche di combattimento. Esse giunsero a compimento nel 1918 e consentirono loro di cogliere la vittoria finale.
Sia come sia, una cosa è comunque certa: l’anno dopo , in piena offensiva, i tedeschi si ripresero Passchendaele e i suoi crinali. In un paio di giorni.

Epilogo

Nel maggio del 1916, il generale Haig aveva avvisato: la Nazione deve imparare a sopportare le perdite: non si può vincere la guerra senza il sacrificio di vite umane. Ma i morti, i feriti, i dispersi di Passchendaele ( quasi quattrocentomila fra gli Alleati, un po’ di più fra i tedeschi) colpirono profondamente l’opinione pubblica. Haig era sicuramente onesto e forse aveva anche ragione nel dire quello che disse, ma chi aveva perduto un figlio, il marito, un amico nei campi delle Fiandre non voleva, non poteva farsene una ragione.
Oggi, nei campi delle Fiandre, i cimiteri di guerra, amorevolmente curati, custodiscono i resti di quei poveri soldati e la memoria di quegli avvenimenti. Ha scritto il tenente colonnello John McCrae, medico militare, morto nel 1918 di polmonite contratta al fronte:

Nei campi delle Fiandre, fra le croci
Che in file ordinate il nostro posto
Segnano , fioriscono i papaveri.
Nel cielo, cantando,  volano le allodole
-ci vuole coraggio per farlo- e il loro canto
Si perde a terra, fra il tuono delle armi.

Noi siamo i morti che la guerra uccise.

Non molti giorni fa eravamo vivi,
Sorgeva l’alba e tramontava il sole,
Avevamo chi amare e chi ci amava
e ora
 giacciamo nei campi delle Fiandre.

Tocca a voi combattere il nemico.
A voi noi consegniamo con le mani stanche
questa torcia perché alta la teniate.
Se voi verrete meno alla  promessa,
noi, i morti che la guerra uccise,
non avremo mai pace, anche se in fiore
nei campi delle Fiandre, a centinaia
continueranno a crescere i papaveri.

Oggi il “nemico” non indossa più l’uniforme da campo. Oggi il nemico , il vero nemico è l’assenza di ogni memoria. E tocca a noi, a tutti noi, giorno dopo giorno, mantenere la promessa.


Da leggere
:

Correlli Douglas Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1965
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Bur, 2003
Robert Graves, Addio a tutto questo, Piemme, 2005
Alessandro Gualtieri, Le battaglie di Ypres : il saliente più conteso della Grande Guerra, Fidenza, Mattioli 1885, 2011.
John Keegan, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, Carocci, 2000
John McCrae, In Flanders Fields
Erich Maria Remarque, All’ovest  niente di nuovo, Mondadori, 1990
AJP Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, 1967


Da vedere
:

Passchendaele, di Paul Gross, 2008

bandiera inglese  Traduzione automatica in inglese( Automatic English translation): The third time1

Nel Web:

The strategic context of battle of Passchendaele
Wikipedia: la battaglia di Passchendaele
The battle of Paschendaele, History Learning site
The First World War
BBC History: Western Front Animation

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Il punto decisivo. Verdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
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L’esercito degli innocenti. Piccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
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“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
Francia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen  fra angeli, panico,  decisioni arbitrarie e ..miracoli.
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Finestre chiuse, porte aperte.
Un giovane tenente , un brillante generale  e quattrocento cannoni che  non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
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Passchendaele la mappa


[1] Si tratta dei primi due versi della prima strofa di quella che ai tempi della Grande Guerra era in Germania solo una canzone patriottica. In seguito essa diventerà l’inno nazionale tedesco( di quell’inno, oggi, si canta soltanto la terza strofa). Significa: La Germania, la Germania prima di ogni altra cosa al mondo. La Patria come valore supremo, in altri termini.
Lo storico americano Robert Cowley in un articolo pubblicato nel 1998 sul Quarterly Journal of Military History mette in discussione la versione dei fatti raccontata da Hitler in Mein Kampf. Basandosi su testimonianze e bollettini ufficiali, egli evidenzia le contraddizioni esistenti fra date, fatti e nomi delle località, e pur non negando l’avvenimento -realmente accaduto, anche se non proprio esattamente come raccontato da Hitler – sottolinea come il Kindermord di Ypres  sia stato manipolato e trasformato in una specie di mito da parte della propaganda nazista. Il fatto probabilmente accadde intorno alla località di Bixchoote, un  nome  poco marziale e per niente “ tedesco”. Così il Kindermord fu spostato, successivamente,  a Langemarck .

[2] Il capo delle Forze Armate tedesche era, naturalmente, il Kaiser. Dopo l’allontanamento di Falkenhayn, il barone Paul von Hindenburg- una specie di monumento nazionale dopo le sue vittorie sui russi-  assunse il titolo di Capo di Stato Maggiore Imperiale. A Ludendorff fu offerta la nomina  di Vice Capo di Stato Maggiore. Non sentendosi inferiore ad alcuno, Ludendorff rifiutò. La soluzione fu trovata nominandolo “Primo Intendente Generale” ( Correlli Barnett) . In pratica, tuttavia, era lui, all’interno dello Stato Maggiore Imperiale, a dettare la linea.

1914, la tregua di Natale: uno spot pubblicitario, un piccolo capolavoro.


L’esercito degli innocenti

11/05/2013

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Blue sky shining on a perfect day,
A lark was singing, high above the Somme.

(Mike Harding, The Accrington Pals)

(Cielo azzurro, bellissima giornata,
Alta sulla Somme un’allodola cantava)

Prologo.

In primavera la Piccardia è un’unica verde distesa di campi coltivati e di boschi. La Somme scorre lenta e tranquilla, disegnando anse, formando stagni e paludi, paradiso degli uccelli acquatici. A volte, sulla superficie in apparenza uniforme dei prati si scoprono piccole fratture, strani avvallamenti. In maggio i  papaveri li vestono di rosso.
Alte nel cielo cantano le allodole.

“Spallata” e “Rosicchiamento”.

Dopo il fallimento del Piano Schlieffen, sul fronte occidentale una linea pressoché ininterrotta di trincee corre dal Mare del Nord fino ai confini con la Svizzera. Dentro quelle trincee umide d’inverno, caldissime d’estate, maleodoranti, infestate da topi e da pidocchi, da rospi e da blatte è finito il sogno di Guglielmo II  di terminare la guerra nello spazio di pochi mesi. Ma nessuno vuole abbandonare la partita. I tedeschi hanno allestito un formidabile sistema difensivo contro il quale gli Alleati, nel 1915, si accaniscono  invano. La loro unica speranza di rompere lo stallo è quella di riportare la guerra in movimento. Se questo accadesse, potrebbero far valere la propria superiorità in uomini e materiali e vincere.
Durante un incontro tenutosi a Chantilly dal 6 all’8 dicembre del 1915, gli Alleati definiscono la strategia per il 1916: gli Imperi Centrali  sarebbero stati attaccati su tre fronti: dai russi a est, dagli italiani a sud e dai franco-britannici a ovest. Obiettivo: rompere lo stallo e tornare alla guerra di movimento.
A ovest dunque. Ma in quale parte del fronte? Il generale inglese Sir Douglas Haig, nuovo comandante del Corpo di Spedizione Britannico( British Expeditionary Force, BEF) un’idea ce l’ha. Se attacchiamo nelle Fiandre  e sfondiamo -sostiene- possiamo impadronirci, fra l’altro, dei porti da dove salpano i sommergibili tedeschi. E che dire poi dei rifornimenti? Le Fiandre sono vicine al Canale della Manica, le nostre navi possono trasportare quello che ci serve, non corriamo il rischio di restare a corto di materiali e di uomini durante le successive operazioni.
Padrone dei propri nervi, risoluto, paziente, ambizioso anche se “poco brillante” ( Walter Reid, Architect of Victory: Douglas Haig, Birlinn, 2006) , talvolta freddo e riservato, tanto riservato da sembrare a volte quasi privo di opinioni proprie, il generale Haig proviene dalla cavalleria per la quale nutre una sorta di venerazione. A guerra finita, nemmeno l’avvento dei carri armati e dell’aviazione militare– che egli stesso, per altro, organizzerà e potenzierà in Corpi autonomi proprio in occasione della battaglia della Somme – saranno in grado di fargli cambiare idea: nei tank e negli aerei continuerà a vedere soltanto utili supporti per le fanterie e per la cavalleria. È rimasta celebre una sua affermazione: “ La mitragliatrice non rimpiazzerà mai il cavallo come strumento di guerra.”
Quando assume il comando al posto del demoralizzato Sir John French, Haig vede nel fronte occidentale la chiave di tutto: sul fronte occidentale e solo sul fronte occidentale la guerra sarà vinta o perduta. La sua ricetta è semplice: impegnare il nemico su un ampio fronte( più ampio è meglio è) così da costringerlo a impiegare tutte le sue riserve, tenerlo sotto pressione con l’artiglieria , poi portare il colpo decisivo nel punto o nei punti più deboli.

Il generale Joseph Joffre, comandante in capo delle Forze Armate francesi, la vede diversamente. Celebrato come il salvatore della patria dopo la battaglia della Marna( settembre 1914), grande organizzatore, dotato di un sangue freddo eccezionale, ottimista anche contro ogni evidenza, offensivista convinto- élan et cran, impeto e “fegato”, baionetta e coraggio, solo quelli contano- non brilla però per acume tattico o strategico. Il suo credo è riassunto in una sola parola: “grignotage” (letteralmente “ rosicchiamento”). Che il dizionario Larousse definisce in questo modo: “action de gagner à peu de terrain, de s’approprier progressivament quelque chose”. In altri termini, Joffre basa tutta la sua strategia su ripetute azioni offensive volte a logorare il nemico per guadagnare qualche metro di terreno. Rosicchia oggi, rosicchia domani – è il suo ragionamento-  alla fine il sistema difensivo tedesco crollerà e si potrà tornare alla tanto agognata guerra di movimento.
Teoria pericolosa quella del “ logoramento”: come abbiamo visto, i tedeschi  sono trincerati dietro un sistema difensivo formidabile e possono ottenere il medesimo risultato standosene sulla difensiva, sfiancando e consumando le forze alleate. Le campagne di ” rosicchiamento” del 1915 nell’Artois e nella Champagne- per Joffre “ brillanti successi”, ma in pratica massacri spaventosi-  sono lì a dimostrarlo in tutta la loro drammaticità. Insomma, come è stato osservato, Joffre vuole addentare “ una porta d’acciaio con una dentiera malferma”.
E tuttavia, benché ci sia poco grignotage nella proposta di Haig di attaccare nelle Fiandre, il generalissimo francese, in un primo momento, la accetta. Ma poi ci ripensa e, in febbraio, nel corso di un secondo incontro congiunto, propone e ottiene di spostare l’attacco nel nord della Francia, in Piccardia,  nella zona del fiume Somme.
Perché lì e non  altrove? Perché quello è il punto di sutura delle armate francesi e britanniche? Perché in quella zona si possono schierare forze imponenti? Perché essendo falliti i tentativi recenti portati nella Champagne, a Ypres, ad Arras, tanto vale provare  a “ rosicchiare” altrove? Perché in Piccardia si trova il centro dello schieramento tedesco e se si sfonda in quel punto è fatta? Sia come sia , una cosa è certa: i vertici militari, ossessionati dall’idea di riportare in movimento la guerra, pressati dall’opinione pubblica e dai politici, hanno fame di  risultati. E vogliono ottenerli a qualsiasi costo. Stando così le cose, le perdite di vite umane, per loro, sono solo un dettaglio. E, per giunta, trascurabile.

Il piano.

Il piano prevede un attacco a sud e a nord della Somme lungo l’asse della carreggiata Albert-Baupome ed è sostanzialmente articolato in tre fasi: un violento bombardamento di preparazione, l’attacco delle fanterie, l’intervento  della cavalleria. I cannoni avrebbero dovuto spianare le trincee, polverizzare i reticolati, mettere fuori combattimento quanti più uomini possibile; le fanterie, protette da un fuoco di sbarramento mobile, avrebbero dovuto aprire una breccia nelle posizioni tedesche; la cavalleria, infine, tanto amata da Haig, avrebbe dovuto sfruttare immediatamente qualsiasi  breccia aperta per “ avvolgere” ( roll up) le truppe nemiche.
Troppe incognite però gravano su quel piano. Le tre fasi non sono indipendenti le une dalle altre, ma strettamente collegate. In altri termini si passa alla fase due solo dopo l’esaurimento della fase uno e si passa alla fase tre solo se si è conclusa positivamente la fase due. In pratica, se il bombardamento iniziale risulta inefficace( fase uno), le fanterie non possono ovviamente conquistare le posizioni nemiche( fase due); se le fanterie non occupano le posizioni nemiche, la cavalleria non può intervenire( fase tre). E allora l’intero piano- troppo rigido e poco suscettibile di adattamenti-  va a farsi benedire.
Inoltre, come abbiamo visto, Joffre e Haig  hanno idee diverse circa i modi per portare il colpo: Haig vorrebbe un’azione risolutiva di sfondamento, Joffre l’ennesimo “ rosicchiamento”. Dal canto suo, il comandante della Quarta armata, il generale Sir Henry Rawlinson, preferirebbe un approccio “ bite and hold”, un passo alla volta: conquistiamo le posizioni nemiche, ci attestiamo, le rendiamo sicure e poi proseguiamo. Il generale Allenby, incaricato di condurre una manovra diversiva nei dintorni di Gommeourt ( nord del fronte) avverte: attenzione, fra i miei  soldati e quelli di Rawlinson c’è un “ buco” di un paio di chilometri. Detto in altri termini, ho il fianco scoperto. Se i tedeschi se ne accorgono e sfruttano quel corridoio, sono guai seri. Nessuno gli bada più di tanto. C’è approssimazione, insomma. E forse un ottimismo esagerato.
E fretta, soprattutto. Dal 21 febbraio i francesi sono sotto attacco a Verdun e vogliono accelerare l’apertura del secondo fronte. Haig vorrebbe far partire l’offensiva in agosto, Joffre ha l’acqua alla gola e non può aspettare così a lungo. Alla fine Haig cede e l’attacco viene fissato per il 1° luglio.  Con due conseguenze facilmente intuibili: il contributo francese sarà per forza di cose inferiore a quello originariamente previsto( 11 divisioni anziché 40) e l’offensiva della Somme, dovendo servire anche ad alleggerire la pressione tedesca su Verdun,  perderà in gran parte le proprie caratteristiche originarie.
Alla fine della guerra, il Capo di Stato Maggiore Imperiale, Sir William Robertson , individuerà non nel Big Push, nella spallata definitiva, ma nella “necessità di alleviare la pressione tedesca su Verdun e di causare il maggior numero possibile di perdite ai tedeschi”   l’obiettivo principale dell’offensiva sulla Somme. In realtà, alla vigilia della battaglia, le aspettative sono ben altre.

La battaglia.

L’attacco è preceduto da un bombardamento violentissimo.  Dal 24 al 30 giugno, per sette giorni e altrettante notti, sulle posizioni tedesche piovono più di un milione  e mezzo di proiettili. “ Neanche un topo  resterà vivo” è la lungimirante profezia di Haigh. E, in effetti, nei loro rifugi sotterranei, i Landser hanno i nervi a fior di pelle; tremano a ogni scoppio, terrorizzati dall’idea di rimanere sepolti vivi. Alle sette del mattino del 1° luglio, giorno fissato per l’attacco, le artiglierie alleate sparano di nuovo.  Fra le 7,15 e le 7,28 potenti mine  vengono fatte brillare sotto le trincee tedesche. Si aprono enormi crateri. Alle 7,30 di una giornata estiva serena e luminosa , le fanterie superano i parapetti e avanzano , mentre il fuoco di sbarramento si sposta gradualmente in avanti.
Le cose si mettono subito male. I reticolati non stati danneggiati dal fuoco di preparazione se non in alcune zone del fronte. Le fanterie sono così costrette a rallentare la loro avanzata, “ perdono” lo sbarramento  e arrivano vicino alle posizioni nemiche quando già i tedeschi hanno lasciato i rifugi e hanno raggiunto i propri posti di combattimento nelle trincee sulle alture calcaree della Somme: da lì sono in grado di dominare l’intero campo di battaglia.
La sera del 1° luglio -giornata rimasta tristemente e tragicamente famosa nella storia dell’esercito britannico- gli inglesi hanno prima conquistato poi perduto la cosiddetta “Ridotta degli Svevi” ( Schwaben Redoubt) , hanno preso i villaggi di Mametz e Montauban, circondato quello di Fricourt,  ma hanno anche perso sessantamila uomini. Sessantamila uomini in un  solo giorno.
Intorno a Le Boiselle, la 34.ma divisione ha lasciato sul terreno quasi quattromila soldati. “ L’attacco è stato una magnifica dimostrazione di valore e di disciplina. Il successo è mancato solo perché i caduti non sono potuti avanzare”, è il paradossale e surreale commento di un ufficiale britannico, il  maggior generale Sir Beauvoir de Lisle, comandante la 29ma divisione. A sud i francesi sono più fortunati – o più abili nello sfruttare il fuoco di preparazione e quello di sbarramento- e compiono progressi significativi, occupando alcune località e facendo numerosi prigionieri.
Il 2 luglio Haig e Rawlinson si incontrano per fare il punto della situazione. Il primo è  per attaccare immediatamente in forze nelle zone dove sono stati compiuti i progressi più significativi, il secondo frena. Prima di avanzare, sostiene, bisogna neutralizzare le posizioni nemiche intorno al bosco di Mametz e al Bosco Alto  ( High Wood). In sostanza ripropone la sua vecchia idea del“ bite and hold”. Entrambi sembrano tuttavia ignorare la dimensione spaventosa delle perdite subite il giorno prima; entrambi sembrano convinti di poter ancora sfondare.[1] Il 14 luglio, l’attacco ai Boschi, preceduto da un  breve fuoco di artiglieria concentrato su un fronte ristretto, riesce in parte. Questa volta il bombardamento preparatorio è brevissimo, le fanterie si muovono con il favore dell’oscurità, registrano progressi nei dintorni di Mametz ( crinale di Bazentin), ma non riescono a occupare High Wood.
Nei giorni e nelle settimane seguenti i combattimenti si fanno più aspri nel settore- “orribile di giorno, spettrale di notte”( ghastly by day, ghostly by night)- compreso fra il Bosco Alto e Pozières. Quest’ultimo villaggio è attaccato invano per quattro volte, prima che gli australiani riescano a conquistarlo lasciando sul terreno, fra il 19 luglio e il 5 settembre, 28.000 uomini.
Nonostante questi episodici e costosissimi successi, la situazione complessiva sembra in stallo. Premuto dai politici a loro volta premuti dall’opinione pubblica, Haig cerca di rompere lo stallo attaccando nella zona di Flers- Courcelette, a sud della strada Albert-Baupome. Nel corso di questa battaglia( 15-22 settembre), fa la propria apparizione una nuova arma, il carro armato. Su 49 disponibili,  solo 32 sono operativi. Non decidono granché, in verità. Non solo perché sono spaventosamente lenti ( poco più di sei Km all’ora) e si guastano con estrema facilità, ma anche perché Rawlinson li impiega su tutto il fronte d’attacco, anziché concentrarli in un settore ristretto.
All’ inizio tuttavia l’attacco riesce. Importanti posizioni ( il Bosco Alto, Courcelette, Martinpuich) cadono in mano britannica. Le perdite sono ridotte, i tedeschi sembrano accusare il colpo. Dal 25 al 28 settembre, Rawlinson registra altri successi: vengono conquistate Morval, Lesboeuf e Gueudecourt, anche grazie ai progressi fatti registrare nella tattica. Il fuoco di preparazione viene concentrato su un tratto ristretto del fronte; il sincronismo fra il procedere dello sbarramento e l’avanzata delle fanterie è notevolmente migliorato, si portano attacchi coordinati. Come nella zona di  Thiepval, ad esempio, dove canadesi e inglesi riescono a circondare questa importante posizione( obiettivo del 1° luglio) infiltrandosi fra le linee nemiche e sfruttando gli attacchi frontali delle truppe australiane.
In  novembre il tempo si mette al peggio, rendendo impossibili ulteriori attacchi su larga scala. Fra ottobre e novembre, tuttavia, la Quinta armata inglese ( già Armata della riserva) coglie alcuni importanti successi sul lato nordoccidentale del fronte, nella zona del fiume Ancre, conquistando la località di Beucourt.
Quando il 18 novembre le ostilità cessano, gli Alleati sono penetrati per una dozzina di chilometri all’interno delle linee tedesche. Cinque mesi di accaniti combattimenti hanno prodotto scarsi risultati e, considerando tutte le parti in campo, quasi un milione e duecentomila perdite.

(fonte: Richard Holmes, BBC)

Anatomia di un massacro.

Immagine tratta dal film The Trench-La Trincea, di William Boyd, 2000

Immagine tratta dal film The Trench-La Trincea, di William Boyd, 2000

Quel tragico 1° luglio 1916 nella zona della Somme un “esercito di innocenti” ( Keegan) andò all’attacco in file ordinate, una dietro l’altra, quasi a passo di parata e con il fucile ad armacollo. Ma chi erano quei soldati? Da dove venivano? Chi o che cosa li aveva portati all’appuntamento con la morte?
L’esercito inglese era un esercito di professionisti: bravi, preparati, ma relativamente pochi. Ben presto fu chiaro  che la guerra europea appena scoppiata sarebbe stata lunga e difficile. Le sei divisioni dell’esercito e le milizie territoriali non avrebbero potuto sostenere uno sforzo bellico prolungato. In altre parole occorrevano soldati. Tanti soldati. Non essendoci ancora la coscrizione obbligatoria( sarà introdotta nel marzo del 1916), si ricorse allora ai volontari. L’idea fu del ministro della Guerra, lord Horatio Kitchener. Londra fu la prima città ad essere interessata, poi fu la volta di Liverpool. A poco a poco, l’ Inghilterra intera fu invasa da migliaia di manifesti dai quali l’effigie del ministro, i folti baffoni e l’indice puntato, invitava gli inglesi ad arruolarsi.
L’appello fu accolto. Migliaia e migliaia di giovani entusiasti si presentarono ai centri di raccolta formando lunghissime code. Il generale Henry Rawlinson promise: chi proviene da una stessa città, da uno stesso quartiere, addirittura da una stessa categoria professionale sarà inquadrato nello stesso reparto per l’intera durata del conflitto. Nacquero così i “Battaglioni di amici” ( Pals Battalions). Essi raggruppavano i giovani dei quartieri poveri di Londra, di Manchester, di Liverpool, di Sheffield, di Glasgow, di Cardiff. Ma anche i tifosi di squadre di calcio( West Ham, Hearts of Midlothian), gli studenti delle scuole pubbliche, gli sportivi( compreso un campione nazionale di boxe), i commercianti, gli addetti ai trasporti, gli impiegati pubblici, persino gli artisti. Ci si arruolava per sfuggire alla povertà e alle miserie della vita quotidiana; ci si arruolava per aiutare “ il coraggioso, piccolo Belgio”; ci si arruolava per spirito di emulazione o per desiderio di autoaffermazione; ci si arruolava per puro patriottismo. Tanto – si pensava- la guerra finirà a Natale.
Tutti quegli uomini dovevano essere addestrati, armati, equipaggiati. E questo richiese tempo, molto tempo. L’Inghilterra non era preparata a gestire un esercito di quelle dimensioni. L’addestramento durava mediamente otto mesi, ma in alcuni casi ne furono necessari molti di più. Ma durante l’addestramento a nessun volontario fu detto come comportarsi nell’eventualità del fallimento di un attacco. Il sergente Jimmy Myers ha lasciato scritto: “Quando ciò avvenne ..[cioè quando l’attacco nella zona della Somme fallì] … nessuno di noi sapeva che cosa fare”. I Pals Battalions non avevano, in genere,  ufficiali tratti dalle proprie file. I volontari furono posti quasi sempre agli ordini di ufficiali di professione o di complemento provenienti, in genere, dalle classi medio-alte. Alcuni di essi nutrivano scarsa fiducia in quei soldati per dir così “ improvvisati”; altri , al contrario, solidarizzarono con loro e , dopo la guerra, si batterono perché fossero migliorate le condizioni di vita delle classi lavoratrici.
I Pals  Battallions ebbero in pratica il battesimo del fuoco sulla Somme. Quel 1° luglio, soldati in gran parte inesperti si affollarono in prossimità dei parapetti delle trincee aspettando il segnale di attacco. Pensarono a casa, alle mogli , ai figli, alle madri. Quando scoccò l’ora zero( le 7,30), uscirono dai parapetti e si diressero verso le linee nemiche. Avevano addosso una trentina di chili di peso, due maschere antigas, le armi, le munizioni, le razioni, l’acqua, due rotoli di filo spinato, sacchetti vuoti da riempire di sabbia o di terra. Non si aspettavano di incontrare una seria  resistenza e avrebbero dovuto usare il filo spinato e i sacchetti di sabbia per rinforzare immediatamente le trincee occupate in previsione di una possibile reazione tedesca. Avanzarono col fucile ad armacollo, in file lievemente distanziate, a passo normale.
Fu un inverecondo, incredibile, spaventoso macello. I mitraglieri tedeschi usciti dagli Stollen li falciarono a migliaia, nei primi metri della terra di nessuno, sui reticolati rimasti intatti, mentre il fuoco di sbarramento tedesco colpiva le trincee aggiungendo massacro a massacro. Nella zona di Gommecourt i timori del generale Allenby si fecero drammatica realtà. Nei pressi di Serre, i tedeschi si infiltrarono nel buco colpevolmente lasciato sguarnito fra le sue divisioni e quelle di Rawlinson  falciando senza pietà gli attaccanti. L’Accrington Pals, aggregato all’ East Lancashire Regiment,  perse più di cinquecento uomini ( su circa 700) nello spazio di venti minuti. E non fu affatto un’eccezione. Il Newfoundland Regiment andò all’assalto con ottocento uomini: solo sessantotto rimasero integri. Chi riuscì a raggiungere gli obiettivi- la 36.ma Ulster Division, il 10.mo Battaglione West Yorkshire, il Primo Reggimento Essex– fu rapidamente circondato e spazzato via.
Perché quel terrificante massacro? Che cosa era accaduto? Perché quei soldati “ innocenti” furono mandati a morire a passo di parata? Le cause di quello scempio vanno ricercate, prima di tutto, nell’impiego dell’artiglieria. Il fuoco di preparazione iniziale- quello protrattosi per sette giorni- ottenne risultati ampiamente inferiori alle attese. Furono impiegati pochi cannoni pesanti e sparate invece molte bombe caricate a shrapnel, del tutto inefficaci a spianare le trincee e a distruggere i reticolati. Inoltre molti proiettili- almeno un terzo del totale- erano difettosi e non esplosero. Messi sull’avviso da quel potente bombardamento, i tedeschi si rintanarono prontamente nei loro rifugi sotterranei e subirono danni relativamente lievi. All’interno degli Stollen il pericolo non era tanto quello di saltare in aria, quanto quello di essere sepolti vivi. Le potenti mine fatte brillare sotto le difese tedesche si rivelarono un’arma a doppio taglio: aprirono enormi crateri, subito  occupati dai Landser al momento dell’attacco e trasformati  in micidiali punti di fuoco. Dunque: le trincee tedesche furono danneggiate solo superficialmente, i reticolati rimasero in gran parte intatti, i difensori subirono perdite contenute e l’effetto sorpresa venne del tutto a mancare. Ma gli Alleati erano convinti del contrario. Credevano di aver creato un deserto e di  aver lasciato in vita “ neppure un ratto”. Persino quando l’osservazione aerea e i rapporti di pattuglie di esploratori segnalarono in alcuni punti solo danni superficiali alle difese nemiche e ai reticolati non fu dato peso alla cosa.
Così i soldati furono fatti avanzare in linea e al passo, da un lato perché davvero si era convinti di non trovare resistenza e, dall’altro, perché gli ufficiali superiori volevano impedire agli uomini dei Pals Battallions, ritenuti impreparati e – perché no?- anche  poco coraggiosi, di sbandarsi o di sottrarsi al combattimento. Fra gli storici c’è chi giustifica questa decisione( Gordon Corrigan, ad esempio); altri – la stragrande maggioranza- invece vanno giù di brutto. Dal canto suo, l’Alto Comando tedesco espresse un giudizio destinato, a torto o a ragione, a diventare famoso: parlò, come è noto, di “ leoni guidati da asini”. Di sicuro i mitraglieri tedeschi rimasero esterrefatti e quasi disgustati. A un certo punto- stando ad alcune testimonianze- smisero di sparare e urlarono agli inglesi di fermarsi.

Secondo il piano, l’attacco delle fanterie avrebbe dovuto essere sostenuto da un fuoco di sbarramento mobile(creeping barrage): i soldati sarebbero avanzati mentre i proiettili della propria artiglieria, cadendo davanti a loro, li avrebbero “ accompagnati” sulle prime posizioni nemiche e oltre. Lo sbarramento mobile non si prefiggeva di distruggere il nemico, ma di neutralizzarlo momentaneamente, costringendolo all’inazione.
In linea teorica, uno sbarramento mobile funziona, più o meno, in questo modo. Quando le prime bombe dello sbarramento cadono davanti alle posizioni nemiche, gli attaccanti lasciano le proprie trincee e si inoltrano nella “terra di nessuno”.  Mentre avanzano, il tiro delle artiglierie si sposta in avanti a intervalli regolari( nel nostro caso, cinquanta metri circa ogni minuto), allo scopo di tenere bloccati i difensori all’interno dei propri rifugi . Una volta raggiunte le trincee della prima linea difensiva, il fuoco di sbarramento si sposta, sempre a intervalli regolari, verso la seconda. E a questo punto entrano in scena gli attaccanti: arrivati a ridosso della prima linea difensiva protetti dal fuoco dei propri cannoni, irrompono nelle trincee, le conquistano e, sempre “ accompagnati” dallo sbarramento, si dirigono verso la seconda linea.
Quello che può accadere in pratica è facilmente immaginabile: se le fanterie si muovono troppo velocemente rispetto al fuoco di sbarramento o se quest’ultimo è troppo lento rispetto agli intervalli fissati, le bombe cadranno non davanti al nemico o sulle sue posizioni, ma sugli attaccanti; se, invece, le fanterie avanzano troppo lentamente, se vengono fermate temporaneamente  da ostacoli imprevisti o dalla resistenza del nemico oppure se lo sbarramento procede troppo velocemente rispetto alla loro avanzata, non godranno di alcun vantaggio. Se le truppe non raggiungono le posizioni nemiche subito dopo il “passaggio” dello sbarramento  e nei tempi stabiliti, i difensori hanno tutto il tempo di uscire dai propri ripari, di prendere posizione nelle trincee e di reagire. E se c’è reazione, si corre il rischio di venire bloccati, di “ perdere” lo sbarramento e, se si ha la fortuna di sfondare, di avanzare verso la seconda linea  completamente allo scoperto e senza protezione alcuna.
Come è facilmente intuibile, in un’operazione del genere i tempi hanno una grande importanza: se non vengono rispettati o adeguati alla situazione sul campo, salta tutto. E rispettare o adguare i tempi quando mancano radio da campo, quando i cavi telefonici interrati possono essere tranciati facilmente da una bomba, quando i segnali ottici possono essere resi inutili dal fumo, dalla polvere o dalla nebbia, è come vincere la lotteria.
Il fuoco di sbarramento non è soltanto offensivo: può avere anche una funzione difensiva. In  questo caso esso non è mobile, cioè non avanza con l’avanzare delle truppe, ma cade in continuazione su una zona precisa – quasi sempre la cosiddetta “ terra di nessuno”, cioè nella zona di interposizione fra le opposte trincee- al fine di impedire al nemico di muovere  in sicurezza i propri soldati e ai rifornimenti di raggiungere la prima linea.
Durante la battaglia della Somme, lo sbarramento mobile allestito dai britannici funzionò malissimo o non funzionò affatto: in alcuni settori cadde sulle fanterie in avanzata, in altri si spostò troppo presto in avanti, insomma non si adeguò quasi mai al passo delle fanterie. Né queste ultime riuscirono a percorrere in sintonia con lo sbarramento le distanze loro assegnate a causa degli ostacoli rappresentati dai reticolati quasi intatti e dal fuoco nemico. Quando erano costrette a fermarsi, ad esempio, lo sbarramento non le attendeva, ma proseguiva in base alle tabelle predefinite.
Anche le comunicazioni non funzionarono. I cavi telefonici furono tutti tranciati dall’artiglieria tedesca e si dovette procedere tramite portaordini o piccioni viaggiatori.  I francesi, come abbiamo visto, se la cavarono meglio. Effettuarono un bombardamento più breve(  e più efficace), diedero vita a uno sbarramento più preciso e ottennero risultati migliori. Lo sbarramento difensivo tedesco, invece, fu letale: martellò implacabilmente la terra di nessuno, tenne sotto tiro i varchi aperti nei reticolati inglesi attraverso i quali passavano le truppe, colpì le trincee aprendo vuoti spaventosi fra gli attaccanti.

Durante la battaglia, gli errori non si contarono. Il volere a tutti i costi e contro ogni evidenza perseguire il“ Big Push” fu forse l’errore strategico  peggiore. E che dire poi, sul piano tattico, dell’impiego poco funzionale dei primi carri armati? Del fuoco di artiglieria disperso lungo l’intero fronte e non concentrato sui settori più deboli delle difese tedesche? Dell’insistenza su attacchi frontali anziché su azioni di infiltrazione e di aggiramento? Della scarsa considerazione in cui furono tenute le osservazioni della ricognizione aerea e i rapporti delle pattuglie? Dell’effetto-sorpresa sprecato a causa di un bombardamento iniziale troppo prolungato? Di soldati inesperti  mandati all’attacco a giorno iniziato e in piena luce? È vero: sotto certi aspetti, la battaglia della Somme fornì  agli Alleati utili insegnamenti circa la conduzione della guerra, sia in relazione alla fase offensiva ( la tattica dell’infiltrazione, il creeping barrage), sia in relazione alla fase difensiva ( difesa elastica e scaglionata in profondità). Ma tali risultati- e anche se fossero stati di maggior portata-  possono giustificare il massacro di centinaia di migliaia di uomini?
Per alcuni storici di scuola anglosassone( John Terraine, Paddy Griffith, Gary Sheffield),  quella battaglia non fu inutile. E ne elencano le ragioni: dopo la Somme, la Gran Bretagna acquistò una posizione dominante all’interno dello schieramento alleato; nel tentativo di affamarla, i tedeschi furono costretti a inasprire la guerra sottomarina  provocando l’intervento armato degli Stati Uniti; l’esercito tedesco perse in grande misura soldati esperti difficili da rimpiazzare finendo con l’indebolirsi senza rimedio.
E i protagonisti? Quale fu il loro giudizio? Il generale francese Foch, a botta calda,  considerò  la battaglia della Somme una vittoria a tutti gli effetti, sia per  le perdite inflitte al nemico, sia per il territorio guadagnato; Haig parlò di obiettivi raggiunti. Scrisse: “ Abbiamo alleviato la pressione su Verdun; ingenti forze tedesche sono state bloccate sul fronte occidentale; la forza del nemico è stata considerevolmente intaccata. Anche il conseguimento di uno solo di questi obiettivi è di per sé un risultato sufficiente per giustificare la battaglia della Somme.”  E ci fu chi vide in quell’evento non una vittoria in sé e per sé, ma un prerequisito della vittoria finale.
Dopo la guerra, il primo ministro britannico David Lloyd George liquidò l’offensiva della Somme con queste parole: “ Più di quattrocentomila nostri soldati perirono in quella battaglia e ci fu una terribile strage di giovani ufficiali. Se non fosse stato per l’incomprensibile stupidità dei tedeschi nel provocare gli americani e nello spingerli in guerra contro di loro proprio mentre stavano per  sbarazzarsi di un altro potente nemico- la Russia-  la battaglia della Somme non ci avrebbe salvato da uno stallo infinito.”
Un dato è comunque certo. Le migliaia di “ innocenti” caduti sulla Somme spopolarono interi quartieri di Londra, di Manchester e di tante altre città inglesi. In quei quartieri la forza lavoro maschile quasi scomparve, ogni famiglia pianse uno o più caduti, il dolore si sostituì al patriottismo come  sentimento dominante. Durante la proiezione di un film di propaganda sulla battaglia, molte donne uscirono terrorizzate dalle sale cinematografiche, certe di aver riconosciuto nel soldato ferito a morte comparso sullo schermo un amico, il fratello, il marito.

Epilogo.

È l’alba. I sergenti urlano gli ordini. Comincia la solita routine. In assetto di combattimento, le baionette inastate aspettiamo invano per più di un’ora l’attacco nemico. Poi cominciano i servizi, subiamo la prima ispezione. Dappertutto topi enormi, rospi, blatte. E pidocchi. A migliaia. Di tanto in tanto una bomba cade sulla trincea, sfondando i parapetti, straziando gli esseri umani. La vita e la morte sono ridotte a una pura questione di fortuna: un cecchino distratto o assonnato, una granata caduta a pochi passi dalla mia posizione mentre casualmente me ne ero momentaneamente allontanato.  O viceversa.
Facciamo colazione. Per un tacito accordo, non si spara. Né da una parte né dall’altra. Poi scriviamo a casa, leggiamo o rileggiamo la posta, controlliamo le armi.  Un mio compagno ha la febbre alta. Non si sa quale sia la causa. Io stesso tremo e non so se sia per il freddo, per la febbre o per la paura. Qualcuno, più sfortunato( o fortunato?) di me, ha contratto il “piede di trincea”. Un fungo provoca piaghe sulla pelle. Succede quando si tiene il piede nell’acqua per troppo tempo. E quando piove, nella trincea, di acqua se ne ferma parecchia. Quelle piaghe si infettano e quasi sempre incancreniscono. Spesso bisogna amputare.
Scende il crepuscolo. Un’altra ora di allerta in attesa di un nemico che anche questa sera non verrà. Poi il rancio a base di carne di manzo, galletta e marmellata. È calata l’oscurità. Escono le pattuglie di esploratori. Vanno alla ricerca di informazioni e di prigionieri. Torneranno? Con l’oscurità, cresce anche l’animazione. Ripariamo i parapetti, ripristiniamo le scorte di acqua e di cibo. Stasera non c’è avvicendamento di truppe. Meglio così. Il nemico, messo sul chi vive dal trambusto causato da così tanti uomini in movimento, spesso apre il fuoco. Dormire è quasi impossibile, anche quando le armi tacciono. Il puzzo è insopportabile. Puzzo di cadaveri in decomposizione, puzzo di disinfettante, puzzo di escrementi. Col buio i topi abbandonano i loro rifugi e prendono possesso della trincea.
È di nuovo l’alba. I sergenti urlano gli ordini. Alta nel cielo, in questo primo giorno di luglio, un’allodola canta.
Dio salvi tutti noi.
……………………………………………………………………………………………..

A lark was singing sweetly as
The evening fell upon the Somme.

(Un’allodola cantava dolcemente
Quando la sera scese sulla Somme)

[1] Il 2 luglio, Haig scrive: ““Sono molto soddisfatto per i risultati ottenuti grazie ai valorosi sforzi della Quarta Armata ieri e oggi. Il nemico ha subito gravi perdite …( corsivo mio)…ed è profondamente scosso.  Non abbiamo ancora completamente spezzato la sua resistenza lungo il nostro fronte d’attacco e ci sarà  ancora da combattere duramente prima di riuscirci, ma la gran parte del cammino per sconfiggerlo è stata percorsa e un significativo successo è alla nostra portata. Il nemico ha poche riserve disponibili, mentre a noi non mancano; la sua capacità di resistere con successo ai nostri ripetuti e decisi attacchi è limitata. In questo frangente,  ogni uomo deve dare il meglio di se stesso e il nemico non deve avere requie.
Inviato al generale Sir Henry Rawlinson e, per conoscenza, alla Prima, alla Seconda, alla Terza Armata e al Secondo Corpo d’Armata.
Generale Sir Douglas Haig.”
(Il testo originale è riportato in “The National Archives Learning Circle”, consultabile qui: The Great War)

Da leggere:

Correlli Douglas Barnett, I generali delle sciabole, Longanesi, 1965
Pier Paolo Cervone, La grande guerra sul fronte occidentale: Marna, Verdun, Somme, Chemin des  Dames, Mursia, 2010
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Bur, 2003
Robert Graves, Addio a tutto questo, Piemme, 2005
Alessandro Gualtieri, La battaglia della Somme: l’artiglieria conquista, la fanteria occupa, Fidenza, Mattioli 1885, 2010
John Keegan, La prima guerra mondiale: una storia politico-militare, Carocci, 2000
John Keegan, Il volto della battaglia, Il Saggiatore, 2001
Erich Maria Remarque, All’ovest  niente di nuovo, Mondadori, 1990
AJP Taylor, Storia della prima guerra mondiale, Vallecchi, 1967

Da vedere:

The Trench- La Trincea, di William Boyd, 2000

bandiera inglese  Traduzione automatica in inglese( Automatic English translation): The Army of the Innocents

Una mappa animata della battaglia è consultabile qui

1914, la tregua di Natale: uno spot pubblicitario, un piccolo capolavoro.

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La Somme: i luoghi della Battaglia. Fonte: Martin Gilbert, La grande storia della Prima Guerra Mondiale, Bur, 2003. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

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Il punto decisivo

11/04/2013

Otto dix . Il trittico della Guerra

Prologo.

Parigi, Hotel Terminus, 24 febbraio 1916, tre del mattino. Un ufficiale francese in uniforme irrompe nell’atrio dell’hotel chiamando ad alta voce il portiere di notte. Udendo tutto quello strepito, l’anziana proprietaria dell’albergo si butta addosso una vestaglia e scende a incontrare il nuovo venuto. L’ufficiale si presenta: è il tenente colonnello Bernard Serrigny e vuole parlare con il suo superiore. La donna si schermisce: chi cercate non  si trova qui, non so di chi stiate parlando. Ma Serrigny non la lascia proseguire: “ E’  in gioco la sopravvivenza della Francia”, la interrompe con tono deciso. La donna cede. Sale al primo piano e indica al colonnello la porta di una stanza. Serrigny bussa con insistenza, la porta si apre e nel vano compare un uomo alto, dalla figura imponente e dai folti baffi biondi. Alle sue spalle, una giovane donna seminuda cerca di coprirsi come può con una coperta.
Serrigny si pone sull’attenti, saluta, si scusa e poi porge gli ordini scritti del generale Joffre, comandante in capo delle Forze Armate francesi. L’uomo li legge, poi, senza scomporsi, chiede alla proprietaria dell’hotel di trovare una sistemazione per Serrigny. “ Si riposi un po’ ”, gli dice “Joffre ci vuole da lui alle otto. Partiremo fra qualche ora.” Poi chiude la porta e ritorna dalla sua amante per trascorrere con lei il resto di quella notte che in seguito definirà “ memorabile”.
Quell’uomo è il generale  Henri-Philippe Benoni Omer Joseph Pétain, comandante della Seconda armata francese.

“Dissanguiamoli  a morte.”

Alla fine del 1914, sul fronte occidentale la guerra di movimento si  è trasformata in guerra di trincea; nel 1915 i tentativi franco- britannici effettuati a Neuve Chapelle, ad Arras e nella Champagne per sbloccare la situazione falliscono in un bagno di sangue. L’anno che comincia, il 1916, è però visto da entrambe le parti in lotta  come l’anno della svolta, della vittoria decisiva: ne sono convinti i tedeschi perché contano di spostare truppe dal fronte orientale a quello occidentale colmando in questo modo la propria inferiorità numerica in quest’ultimo settore; ne sono convinti gli Alleati perché finalmente possono disporre in misura ragguardevole di soldati, di munizioni e di artiglieria. Gli uni e gli altri hanno già deciso persino dove coglieranno la tanto sospirata vittoria: a Verdun i tedeschi, sulla Somme gli Alleati.

Il piano tedesco è ideato dal generale Erich von Falkenhayn, chiamato a sostituire von Moltke il  Giovane ai vertici dello Stato Maggiore Imperiale dopo il fallimento del Piano Schlieffen. Junker tutto d’un pezzo, ministro della Guerra oltre che capo di Stato Maggiore, ufficiale riservato e prudente, stimato dal Kaiser, Falkenhayn “ ..[è] toccato dalle liste delle perdite umane ancor meno di quanto lo ..[siano].. Haig o Joffre.”(Horne).
La sua idea- illustrata in un memorandum a Guglielmo II- è sostanzialmente questa: sconfiggere la Francia per isolare l’Inghilterra. Senza il suo più importante alleato,  prostrata dalla guerra sottomarina, l’Inghilterra non potrebbe resistere a lungo e prima o poi sarebbe costretta ad abbandonare il conflitto.  Come fare? Semplice: attaccare la Francia – secondo Falkenhayn già quasi al limite del collasso- in un settore di alto valore simbolico e strategico, in un settore tanto importante- per la Nazione, per l’opinione pubblica, per l’esercito- da costringere Joffre a impiegare lì tutte le forze a sua disposizione per difenderlo. E lì, in quel punto decisivo, l’esercito francese sarebbe stato ferito a morte dall’artiglieria tedesca, dissanguato ( ausgeblutet, in tedesco) in una battaglia di attrito e alla fine sconfitto. Il “conto del macellaio” avrebbe decretato, in sostanza, il tracollo della Francia e del fronte occidentale. [1]
Definito il piano, si tratta ora di trovare il luogo. Per Falkenhyan, la piazzaforte di Verdun si presta perfettamente alla realizzazione di quanto ha in mente. Attraversata dal fiume Mosa( Meuse in francese, Maas in tedesco), bastione di Parigi a oriente, protagonista di un’accanita ed eroica resistenza durante la guerra franco-prussiana del 1870-71, Verdun si trova all’interno di un saliente circondato  su tre lati dall’artiglieria tedesca . E’ quindi il posto ideale per ottenere una grande vittoria con il minimo sforzo e con perdite accettabili.

Esecuzione capitale.

L’attacco a Verdun- nome in codice Gericht ( Giudizio, Esecuzione capitale – e già questo la dice lunga circa le intenzioni dell’Alto Comando tedesco) viene fissato per il 12 febbraio 1916 e affidato alla Quinta Armata, comandata dal principe ereditario Friedrich  Wilhelm, ma di fatto guidata dal suo capo di stato maggiore, generale Konstantin Schmidt  von Knobelsdorff .
Strano comandante il Kronprinz.  Alto, magro, le spalle cadenti, il volto affilato, caporale a sette anni d’età, generale a trenta si rivolge al padre per il tramite di un funzionario di corte. Non ha esperienza di guerra né di comando, ama la vita mondana, viaggia con due levrieri al seguito ed è una specie di macchietta per i giornali satirici di mezzo mondo. Ma non è uno sciocco. Gli manca forse il carattere per comandare- carattere di cui altri generali di sangue blu, il principe Alberto di Wuerttemberg e il principe Rupprecht di Baviera, ad esempio,  sono ampiamente dotati-  ma è intuitivo e possiede una specie di sesto senso. E’ stato il primo a cogliere in tempi non sospetti le imperfezioni del piano Schlieffen; sarà il primo, a un certo punto, a invocare l’annullamento di Gericht.
Ma, per ora, nessuno pensa a annullare l’operazione. Anzi, si definiscono i dettagli, si esaminano i pro e i contro. Due questioni in particolare vengono discusse in fase di preparazione e le decisioni adottate peseranno non poco sull’esito della battaglia. Il Kronprinz e Knobelsdorff vogliono lanciare l’attacco delle fanterie contemporaneamente su entrambe le rive della Mosa; Falkenhayn si oppone affermando di non avere abbastanza truppe per farlo e così l’attacco iniziale viene concentrato sulla riva destra del fiume.
La seconda decisione è frutto di un malinteso. Gli ufficiali della Quinta armata sono convinti di avere la conquista di Verdun come obiettivo; Falkenhayn glielo lascia credere – perché i soldati combattono meglio se sanno di dover attaccare e non  di doversi difendere, scriverà nelle proprie memorie-  ma la pensa diversamente. Non la conquista della piazzaforte, ma il “dissanguamento goccia a goccia” del nemico deve essere l’obiettivo principale di  Gericht. E così tiene per sé il comando delle riserve, dislocate, fa l’altro, molto lontano dal fronte. Quando a campagna in corso, in un momento cruciale della battaglia, il principe ereditario gliele chiederà, se le vedrà rifiutare.
Dunque, stando alle intenzioni di Falkenhayn, l’artiglieria avrebbe dovuto fare il grosso del lavoro, spianando la strada alle fanterie, radendo al suolo le difese francesi, tenendo sotto tiro  le vie di rifornimento e martellando le trincee e i concentramenti di truppe. Per realizzare il piano, milleduecento cannoni e le relative munizioni vengono portati in postazione in gran segreto; interi villaggi vengono evacuati per far posto a cinque Corpi d’armata per un totale di 150.000 uomini; non molto distante dal fronte, vengono scavati ricoveri sotterranei- in tedesco Stollen-invisibili alla  ricognizione aerea  e  destinati ad accogliere le neonate truppe d’assalto( le Stosstruppen) armate anche di lanciafiamme.

Il doppio anello

Verdun si trova in una zona boscosa e accidentata. Nel corso dei secoli, la Mosa ha scavato burroni e forre. Gli uomini hanno fatto il resto cingendo la zona con un duplice anello di  una sessantina di fortezze, baluardo contro qualsiasi invasione tedesca da est. Nel 1914, il generale Sarrail, contravvenendo agli ordini di Joffre, non aveva abbandonato la piazzaforte, contribuendo a rendere  possibile il ” miracolo” della Marna. L’anello esterno poggia sul formidabile – in teoria- Fort Douaumont e sull’altrettanto formidabile – sempre in teoria- Fort Vaux. Nell’anello interno si trovano altri forti – Fort Souville, Fort Tavannes, Fort Thiaumont, ad esempio- più piccoli ma non meno importanti strategicamente. I forti hanno torri e torrette di cemento armato e acciaio e sono collegati da un sistema di camminamenti e di trincee.
O, meglio, lo erano. Allo scoppio della guerra, infatti,  l’Alto Comando francese (GQG, Grand Quartier Général), ossessionato dal dogma dell’offensiva a oltranza, ne ha prelevato i cannoni per sostenere le operazioni nella Champagne e altrove; ha trascurato le trincee- ora ridotte a poco più di un fossato sulla prima linea di difesa, quasi assenti sulla seconda e sulla terza linea; non ha fatto effettuare lavori di manutenzione e di ripristino.  Insomma, li ha lasciati andare in malora apparentemente senza una ragione.
Ma, al di là del dogma dell’offensiva a oltranza, una ragione c’era. Visti gli effetti provocati nel ‘14 su Liegi e Anversa dai mostruosi cannoni tedeschi  da 420 millimetri, Joffre e il suo Stato Maggiore erano giunti alla seguente conclusione: le fortificazioni servono a poco o a niente se il nemico mette in campo cannoni d’assedio del calibro della Grande Berta. E così avevano cominciato a trasferire altrove i cannoni di Verdun, all’insaputa del governo. E avevano continuato a farlo fino a quando il ministro della Guerra, il generale Joseph Simon Gallieni, ne era venuto casualmente a conoscenza e aveva bloccato tutto.
Alla vigilia dell’attacco tedesco, dunque, il doppio anello attorno a Verdun risulta indebolito, quasi sguarnito, scarsamente difeso. I francesi possono contare su 270 pezzi d’artiglieria, per lo più da 155 mm, mentre i tedeschi ne hanno più di milleduecento. E che dire delle fanterie? Trentaquattro battaglioni francesi contro settantadue tedeschi la dicono lunga circa il rapporto iniziale delle forze in campo. [2]
Il generale Frèdèric-Georges Herr, comandante la piazzaforte, aveva a più riprese chiesto rinforzi. E manodopera per allestire una linea di difesa sulla riva sinistra della Mosa. E aveva avvisato: “ Attenzione: i tedeschi stanno ammassando truppe e artiglieria nella zona, stanno preparando qualcosa di grosso.” Dal canto suo, il colonnello Emile Driant, destinato a diventare uno degli eroi di Verdun, aveva segnalato al Ministero della Guerra le difese approssimative della piazzaforte, le trincee in abbandono, la mancanza di reticolati. Di fronte a quelle osservazioni avanzate senza seguire l’ordine gerarchico, Joffre era montato su tutte le furie e aveva ribadito: “Verdun non è un possibile obiettivo del nemico.” E in un primo momento aveva lasciato cadere la cosa. Poi , annusando aria di burrasca, ci aveva ripensato spedendo a Verdun il suo Capo di Stato Maggiore, il generale Noel de Castelnau, perché desse un’occhiata. De Castelnau era rimasto di sasso o quasi nel constatare quanto fosse vulnerabile quella posizione un tempo fortificata, aveva ordinato di allestire una linea di difesa intermedia fra la prima e la seconda e aveva fatto affluire a Verdun due divisioni di fanteria. Poca roba, ma sempre meglio di niente. Arriveranno il 12 febbraio, giorno fissato dai tedeschi per l’attacco.

Il giorno del giudizio.

Il 12 febbraio nella zona di Verdun prima nevica, poi piove che dio la manda; soffia un vento assassino, la visibilità è scarsa, l’artiglieria è cieca. I fanti tedeschi sono pronti a scattare. Ma con quel tempo proprio non si può. L’Alto Comando tedesco ferma tutto all’ultimo momento e per i soldati del Kaiser imbucati negli  Stollen si fa grigia: non è possibile riscaldare i ripari, la pioggia si infiltra dappertutto, i rifornimenti arrivano col contagocce, all’interno lo spazio è minimo. La sera numerose unità devono recarsi a dormire nei propri alloggiamenti e tornare al fronte il mattino seguente. Qualcuno, dotato di senso dell’umorismo, commenta: “In caso di maltempo, la battaglia sarà combattuta al coperto”. I Landser restano a bagnomaria negli Stollen una decina di giorni: in quelle condizioni, un’eternità. Loro non possono immaginarlo, ma sono proprio quei dieci giorni di ritardo a mandare all’aria i piani iniziali tedeschi: le due divisioni di rinforzo arrivate il 12 possono prendere posizione e rafforzare le difese.
Quando finalmente il tempo mette giudizio, comincia un bombardamento impressionante. Dalle 7,15 del 21 febbraio, i cannoni tedeschi arano letteralmente un fronte di una quarantina di chilometri su entrambe le rive della Mosa. Per più di nove ore sparano quaranta granate al minuto, polverizzano le trincee, fanno a pezzi i difensori, sradicano gli alberi. Sembra la fine del mondo: esplosioni continue, grida di terrore e di dolore, lamenti di feriti, nitriti di cavalli moribondi, fuoco , fiamme, resti umani sparsi ovunque, uomini sepolti vivi all’interno dei loro rifugi.
Alle quattro del pomeriggio, le truppe d’assalto escono in piccoli gruppi dagli Stollen e si buttano in avanti in direzione di Bois d’Haumont, Bois de Caures, Bois de l’Herbebois decise a chiudere in fretta la partita. A sera, invece, avranno occupato solo Bois d’Haumont. Il colonnello Driant le blocca intorno a Bois de Caures e a nulla valgono gli attacchi portati con le mitragliatrici e i lanciafiamme. La macchina da guerra tedesca, complice l’accanita – e inattesa- resistenza francese, sembra essersi inceppata. Ma da Chantilly dove ha sede l’Alto Comando francese, tutto tace. Manovra locale e circoscritta, niente di importante è il lungimirante giudizio degli alti papaveri. Niente di importante?
Il 22 febbraio e nei giorni seguenti, solito copione: bombardamenti terrificanti, infiltrazione di truppe scelte, attacchi veementi. Cade Bois de Caures dove muore combattendo  il valoroso colonnello Driant; resiste solo Bois de l’Herbebois. Nelle posizioni dietro la prima linea, regnano panico e confusione. Di rinforzi nemmeno l’ombra. Gli alti comandi, infatti, persistono nel sottovalutare la portata e il valore strategico dell’attacco tedesco. Dal fronte  del resto arrivano rapporti esageratamente ottimistici: la nostra artiglieria sulla riva sinistra della Mosa li sta tenendo a bada; l’offensiva nemica sta perdendo vigore; possiamo contrattaccare. Ma quando la prima linea viene sfondata in più punti e i poilus[3] sono costretti a ripiegare su una seconda e poi su una terza linea entrambe operative solo sulla carta, a Chantilly si svegliano e De Castelnau si precipita di nuovo a Verdun. Non prima di aver consigliato a  Joffre di spedire al fronte la Seconda armata al comando del generale Philippe Pétain.

Henri Rousseau "Il doganiere"( 1844-1910). Allegoria della guerra( 1894 circa). Parigi, Musée d'Orsay.

Henri Rousseau “Il doganiere”( 1844-1910). Allegoria della guerra( 1894 circa). Parigi, Musée d’Orsay.

“Non passeranno!”

Il sessantenne Pétain, scapolo impenitente, gaudente frequentatore delle notti “memorabili” di Parigi, come soldato nasce offensivista: tutti all’attacco, il cuore oltre l’ostacolo ecc. ecc. In quei tempi è quello il sentire comune.  I militari francesi  sono ossessionati dalla mistica dell’offensiva, parlano di “idee armate di spada”, sognano la rivincita sugli odiati Boches, si vedono già ben oltre il Reno, si sentono invincibili. Pétain non fa, non può fare eccezione.
E tuttavia, secondo lui, se offensiva deve essere, meglio sostituire alla baionetta il fuoco coordinato di fanteria e di artiglieria. Il suo motto è: i cannoni conquistano le posizioni, la fanteria occupa e tiene le posizioni conquistate. Gli attacchi a ondate? Scriteriati, costosi, inutili. Perché non si  deve rafforzare una sconfitta. Mai. In altre parole, non si mandano altri soldati a farsi massacrare dove si sta già perdendo una battaglia. ” Non bisogna combattere con gli uomini contro il materiale;  è con il materiale impiegato dagli uomini che si fa la guerra” è la sua filosofia. E infine: non c’è attacco  a oltranza che non possa essere fermato da una difesa bene impostata.
Quasi nessuno gli dà retta. Le sue teorie sembrano contraddire lo spirito dell’élan, dello slancio vitale, tanto caro agli ambienti militari del tempo e all’opinione pubblica francese. In più Pétain è un caratteraccio: dice sempre quello che pensa senza tanti giri di parole; è brusco nei modi; non scende a compromessi. C’è da stupirsi, allora, se nel 1914 a un anno dalla pensione è ancora tenente colonnello?
Ma con lo scoppio della guerra le cose cambiano e nel giro di pochissimo tempo, Pétain da eretico sale al rango di profeta. Sono i campi di battaglia a santificarlo. Lì, al fronte, i cannoni e le mitragliatrici, non le baionette, si impongono come armi decisive; lì, al fronte, la potenza di fuoco si rivela l’unico elemento in grado di decidere gli scontri. Il crepitio delle mitragliatrici e il rombo dei cannoni riportano d’attualità anche le sue teorie : Pétain smette così di insegnare ora in questa ora in quella scuola militare per trasferirsi sui campi di battaglia prima come generale di brigata, poi come comandante di un’armata, la Seconda.  Mettendo in pratica i propri convincimenti , coglie importanti vittorie tattiche e si segnala come uno dei migliori comandanti sul campo.
Quando arriva a Verdun, la situazione è disperata. Uno dei cardini del sistema difensivo francese- Fort Douaumont- è caduto  in mano nemica. Un geniere tedesco- il sergente Kunze- infilatosi nel forte attraverso un cunicolo aveva sorpreso alcuni uomini della guarnigione, li aveva costretti alla resa  e poi aveva aspettato il tenente Radke – entrato nel frattempo nel forte- mangiando uova sode e bevendo vino. Poi anche altri tedeschi, sfruttando l’azione di Kunze e di Ratke, erano entrati a Douaumont. Il sergente maggiore Chenot  comandante della guarnigione ( sessantotto uomini in tutto) si era arreso al capitano Hans Joachim Haupt; gli altri erano stati fatti prigionieri dal tenente Cordt von Brandis. Non era stato sparato un solo colpo. La Germania intera era andata in visibilio.  Haupt e von Brandis, non Kunze e Radke come sarebbe stato giusto,  erano stati decorati dal Kaiser in persona  con la più alta onorificenza tedesca, la medaglia Pour le Mérit.

La perdita del forte è un brutto colpo per i francesi. E non è tutto. Oltre a Fort Douaumont, i tedeschi tengono gran parte delle alture sovrastanti la riva orientale della Mosa e sembrano inarrestabili. I soldati francesi , invece, hanno il morale sotto i tacchi; un avvilito e sfiduciato Herr pensa addirittura di abbandonare la riva destra del fiume e di ritirarsi sulla riva sinistra. È una decisione tatticamente sensata, ma è anche una decisione inaccettabile per chi è cresciuto nel culto dell’offensiva a oltranza; è un vero e proprio abominio tattico per chi vede nell’abbandono di quelle posizioni l’inizio della fine. Per Verdun e per la Francia.
De Castelneau, allora, agisce con la velocità del fulmine: verga in fretta l’ordine di tenere a qualsiasi costo la riva destra della Mosa- ordine che in seguito il generale Nivelle sintetizzerà in un’affermazione destinata a diventare famosa e a fare di Verdun un simbolo (Ils ne passeront pas, Non passeranno) – e sostituisce  Herr con Pétain. Che da comandante della Seconda armata si ritrova nel giro di poche ore comandante dell’intero settore.
Ha un solo compito e un solo obiettivo: guadagnare tempo, fermando o perlomeno rallentando l’avanzata tedesca sulla riva orientale della Mosa. E per farlo, lui, l’ex offensivista Pètain, deve impostare una battaglia difensiva. Dove si attacca, certo, ma per fermare il nemico e solo dopo che l’artiglieria ha reso possibili le condizioni per un contrattacco. Non è ancora buttare alle ortiche i dogmi dell’offensiva a oltranza, ma quasi.
Pétain allestisce il proprio quartier generale a Souilly, appende a una parete del proprio ufficio una  mappa dettagliata del settore e, ogni volta che la guarda, rabbrividisce. E non solo per il freddo patito durante il viaggio. Lo aspetta un compito quasi sovrumano. Benché praticamente non dorma dalla “notte memorabile” trascorsa all’Hotel Terminus, si mette subito al lavoro. Definisce la strategia, cura personalmente i dettagli, allestisce sulla riva destra della Mosa una linea di difesa imperniata sui forti e, soprattutto, riunisce quasi cinquecento pezzi d’artiglieria, li posiziona sulle alture della riva sinistra della Mosa e tiene sotto tiro la riva opposta. A un certo punto, sfinito e scosso da una febbre altissima, si accascia su una branda.
La diagnosi medica è impietosa: polmonite doppia. Gli vengono prescritti cure e riposo. Che non ha alcuna intenzione di seguire. Ai comandanti di divisione telefona: “ Sono il generale Pétain. Ho assunto il comando. Avvisate i  soldati.” E conclude: “So di poter contare su di voi.” Uno spartano non avrebbe potuto essere più stringato e nello stesso più efficace.
Spronati dai propri ufficiali e dalle parole del generale comandante, i poilus  si battono con accanimento attorno a Bois de la Caillette, Bois de Hardoumont e al villaggio di Douamont per avvicinarsi al quale i tedeschi devono muoversi allo scoperto sotto il tiro implacabile delle mitragliatrici e degli obici. Quasi dappertutto gli uomini del Kronprinz avanzano sempre più lentamente, fra tempeste di neve e scontri corpo a corpo. Le contromisure adottate dai francesi sembrano funzionare; l’artiglieria sulla riva sinistra della Mosa non dà loro requie; le  perdite sono altissime; lo slancio iniziale si attenua. Per prendere il villaggio di Douaumont, situato nelle vicinanze del forte, i tedeschi lasciano sul terreno più della metà degli uomini impegnati nell’operazione. Fra i difensori del villaggio c’è anche un giovane capitano destinato, in quella circostanza, ad essere ferito e fatto prigioniero e, molti anni più tardi, a incrociare la propria strada con  quella di Pétain: si chiama Charles de Gaulle.
Nel Quartier Generale di  Soully, Pétain  infagottato in pesanti coperte e febbricitante, riceve gli ufficiali a rapporto. La domanda è – e anche in seguito sarà- sempre la stessa: “ E le vostre batterie? Che cosa hanno fatto le vostre batterie?” La sopravvivenza di Verdun( e della Francia) è affidata a quelle batterie, a quel ” materiale”. E l’efficacia di quelle batterie dipende dalle munizioni e da chi deve fornire le informazioni  per dirigerne il tiro.

“Ridatemi la vista.”

In quei tempi uomini, materiali e rifornimenti viaggiavano per ferrovia, non su gomma. A Verdun c’è una piccola ferrovia a scartamento ridotto, Le Meusien, ma è del tutto insufficiente per tenere vivo il fronte. Parallela a Le Meusien , da Bar-le-Duc a Verdun, corre una strada secondaria, lunga un’ottantina di chilometri e larga sì e no una decina di metri, in gran parte sterrata. Di fatto essa è, al momento, l’unica via di comunicazione utilizzabile per rifornire il fronte. I tedeschi, infatti, controllano la strada principale del Dipartimento della Mosa e tengono sotto il tiro dei propri cannoni la ferrovia di Sainte –Menehould.
La strada di Bar-le-Duc viene trasformata da Pétain  con l’aiuto di un eccellente “tecnico”, il maggiore Richard, in  una vera e propria “ strada della vita”. Per mesi,  giorno e notte, lungo i suoi ottanta chilometri scarsi, veicoli a motore di ogni tipo trasporteranno ininterrottamente uomini, viveri, munizioni, materiali, medicine verso il fronte e dal fronte preleveranno i feriti. Né i guasti meccanici né il fango né il maltempo fermeranno quel flusso continuo e inarrestabile. La strada verrà divisa in settori con officine e depositi di carburante; lungo l’intero percorso saranno gettate tonnellate di ghiaia sotto le ruote dei veicoli per favorirne la presa sul terreno fangoso; gli autocarri in panne o impossibilitati a proseguire verranno immediatamente rimossi dalla carreggiata così da non bloccare il traffico. In alcuni momenti lungo quella strada transiterà un automezzo ogni quattordici secondi.
I cieli sopra Verdun sono controllati dall’aviazione tedesca. Che, però, tatticamente, non sempre è impiegata bene. I tedeschi, ad esempio, dispongono di aerei da bombardamento, ma, stranamente, non ne impiegano nemmeno uno per colpire le comunicazioni francesi. Si limitano a tenere sgombro il proprio spazio aereo. E tuttavia, in teoria, la strada di Bar-le-Duc può essere minacciata dall’aria. Ma, soprattutto, possono essere abbattuti gli aerei da ricognizione e i palloni aerostatici, gli occhi dell’artiglieria francese. Pétain ha un disperato bisogno di informazioni sulla dislocazione delle forze nemiche: solo conoscendo esattamente dove si trovano può sperare di neutralizzarle. E per sapere dove si trovano ha bisogno di un flusso continuo di informazioni. Ha bisogno, in altri termini, dell’osservazione aerea.
Il 28 febbraio convoca un pioniere dell’aviazione da caccia, il maggiore Charles Tricornot, marchese de Rose. Gli espone il problema e conclude: “ Sono cieco, Rose.  Ridatemi la vista”[4]. Con la supervisione del colonnello Barrés, Rose si mette al lavoro. Chiama a sé i migliori piloti, chiede i nuovi aeroplani Nieuport, cura l’addestramento, vieta ai suoi di agire isolati o di cercare lo scontro individuale, ma di operare sempre in gruppo. Imposta, in altre parole, un’aviazione ” moderna”. E le squadriglie di Rose- le ” Cicogne”-,  col tempo sempre più numerose, svolgono alla perfezione il compito loro affidato, togliendo ai tedeschi la superiorità aerea.  Fra quelle squadriglie, una è particolarmente attiva: l’ Escadrille de Lafayette. I suoi aviatori sono tutti americani.
Gli assi di Tricornot de Rose(Jean Navarre, Georges Guynemer, Charles Nungesser) e la strada di Bar-le-Duc  – ribattezzata a guerra finita Voie Sacrée, Via Sacra- consentono a Pétain di resistere.

Le Mort Homme.

Se quella di Pétain è una Via Sacra, quella dei tedeschi è ogni giorno di più,  una Via Crucis. Falkenhayn ha ottenuto il proprio scopo e ha attirato nella fornace  di Verdun – diventata ora più che mai un simbolo per tutti i francesi- ingenti forze nemiche da “ dissanguare”. Ma il sangue scorre anche fra i suoi. In più muovere l’artiglieria e le relative munizioni su quel terreno ridotto a un unico cratere fangoso costa sforzi sovrumani e provoca un inevitabile rallentamento e una diminuzione della potenza di fuoco; le cucine da campo non si possono allestire, il cibo e l’acqua potabile scarseggiano, le trincee si allagano e si riempiono di fango,  i feriti non possono essere evacuati, la resistenza francese è più tenace del previsto. E  i cannoni di Pétain  sulla riva sinistra della Mosa sono un vero e proprio flagello.
Per toglierli di mezzo, si pensa allora a un attacco su due fronti: a est della Mosa in direzione di Fort Vaux, a ovest del fiume verso un’altura denominata, per via di un oscuro fatto di sangue accaduto in tempi passati, Le Mort Homme.
E intorno a questo punto di osservazione, alla vicina “Quota 304” e nei boschi circostanti  si scatena un vero e proprio inferno. Il bombardamento non dà requie; gli attacchi si succedono ai contrattacchi; in marzo piove e nevica, in aprile la pioggia allaga le trincee, in maggio manca l’acqua e la sete è così forte da costringere i soldati a bere la propria urina; intere compagnie vengono spazzate via , si combatte su un terreno quasi interamente cosparso di resti umani, i feriti non vengono evacuati, il lezzo dei cadaveri insepolti avvolge tutto e tutti, le diserzioni, da un parte e dall’altra, aumentano. Intorno a Bois d’Avocourt interi reparti si arrendono ai tedeschi: qualcuno avanza l’ipotesi di un tradimento in  massa.
I nervi sono sottoposti a una prova durissima. Immagina di essere legato a un palo, scriverà uno di quei poveri soldati, e di avere davanti a te un uomo con un martello. Vedi che l’uomo si prepara a colpirti e tremi di terrore. Il martello  si abbatte  e colpisce il palo a un centimetro dalla tua testa. Ogni volta è così e tu non sai mai se il martello colpirà te o scheggerà di nuovo il palo.

Otto Dix ( 1891-1969). Soldato ferito(1916).

Otto Dix ( 1891-1969), Soldato ferito(1916).

È una carneficina spaventosa. Spronati da Pétain (Courage, on les oura! Coraggio, gliele suoneremo!), i poilus resistono per tre mesi in condizioni disumane prima di cedere. Per i tedeschi è una vittoria di Pirro. Per le perdite subite, anzitutto. E poi per l’usura cui sono sottoposti. Non tolgono le unità dalla prima linea: rimpiazzano soltanto le perdite. Con il risultato di avere al fronte sempre meno soldati esperti e sempre più novellini. Pétain , al contrario, dopo un certo periodo ( di solito una settimana) di prima linea, avvicenda i reggimenti al completo spedendoli a rifiatare nelle retrovie prima di impiegarli di nuovo. In altre parole, i tedeschi sostituiscono gli uomini, Pétain le unità. In ogni momento i francesi possono così contare  su forze relativamente fresche con consistenti aliquote di  soldati esperti, mentre i tedeschi vedono le proprie forze combattenti diventare, attacco dopo attacco, sempre più deboli. E, soprattutto, anch’esse, al pari di quelle francesi e contrariamente a quanto previsto da Falkenhayn, si stanno “dissanguando goccia a goccia”.

Cambio al vertice.

Mentre tutto questo accade sulla riva sinistra della Mosa, sulla riva destra è in corso la battaglia per Fort Vaux. È uno scontro senza quartiere, cominciato con due giorni di ritardo rispetto al previsto a causa delle difficoltà di muovere l’artiglieria su un terreno fangoso e scavato da enormi crateri. La notte dell’8 marzo, primo giorno di battaglia, i tedeschi colgono di sorpresa il nemico e occupano il villaggio di Vaux. La mattina seguente si  dirigono verso Bois Fumin, prossimo al forte. Si sono appena mossi e già corrono le voci: il forte è stato catturato, la nostra bandiera è stata issata sulla sommità, ce l’abbiamo fatta. Un ufficiale comunica: ho raggiunto il forte con tre compagnie. Le alte sfere interpretano a modo loro la comunicazione da Fort Vaux e quell’ ho raggiunto, diventa, nella frenesia del momento, ho conquistato. Secondo consuetudine, l’ufficiale più alto in grado responsabile dell’operazione, il generale Hans von Guretzky, viene insignito della medaglia Pour le Mérit. Se la terrà un solo giorno. L’indomani l’onorificenza gli viene revocata: Fort Vaux , infatti, lungi dall’essere stato conquistato, resiste. E l’attacco ordinato da von Guretzky  per vendicare l’onta subita e per recuperare l’ambita medaglia, si risolve in un ennesimo, spaventoso massacro. Il primo assalto al forte è fallito.
I soldati tedeschi, ormai in condizioni estreme, vengono finalmente avvicendati. Tormentati dalla sete hanno bevuto l’acqua raccoltasi nelle buche e ora quasi tutti soffrono di dissenteria, moltissimi hanno i nervi a pezzi, di interi reggimenti resta un pugno di uomini. Quando raggiungono le retrovie,  devono allestirsi da soli gli alloggiamenti; giorno e notte le latrine sono costantemente occupate, il tanfo è insopportabile. Ma almeno lì non ci sono bombe, né esplosioni, né gas  asfissianti, né fango, né assalti all’arma bianca, né sangue, né urla di dolore, né topi famelici. Dal fronte, dove i soldati cadono come mosche, arrivano le prime voci controcorrente. Non attacco più, comunica il generale von Bahrfeld, i miei uomini sono esausti, non ce la fanno. Knobelsdorff cede: aspettiamo truppe fresche prima di ricominciare. L’attacco principale a Fort Vaux viene fissato per il 7 maggio, genetliaco del Kronprinz. Ma intanto von Bahrfeld viene sollevato dall’incarico.
E dall’incarico viene sollevato anche Pétain. Nel più classico dei modi: ti promuovo così ti levi dalla scatole[5] e la smetti di chiedermi in continuazione rinforzi e rifornimenti con il rischio di mandare a gambe per aria la prevista offensiva sulla Somme. Quello che dovevi fare l’hai fatto, adesso tocca a noi. Non è più tempo di subire e aspettare, di subire e difendersi. A Verdun i tedeschi sono alle corde: è arrivato il tempo di darci dentro e di sbarazzarcene  una volta per tutte. Se non ora, quando?
Nella sua nuova veste di capo del Gruppo di Armate Centro, Pétain resta, in teoria, responsabile anche di Verdun, ma in pratica in questo delicatissimo settore, dal 1° maggio a menare le danze è il generale Robert Nivelle, offensivista convinto. Come il suo braccio destro, del resto: il generale Charles Mangin. Al quale i soldati hanno affibbiato un soprannome che è tutto un programma: le boucher, il macellaio. Suo obiettivo dichiarato: la riconquista di Fort Douamont.

“I negri! I negri!”

Il 1° maggio riprende l’attacco  a Fort Vaux. Si tratta di un attacco scriteriato, mal congegnato, nato morto. I tedeschi puntano dritti sul forte anziché concentrarsi prima sui fianchi e sulle posizioni-chiave di Bois Fumin e Bois de la Cailette. Presi in mezzo da un tremendo fuoco incrociato proveniente da queste due località vengono letteralmente fatti a pezzi. Né per loro va meglio intorno alle fortificazioni di Fort Thiaumont: nessun progresso e perdite elevatissime.
Anche Fort Douaumont- sotto costante tiro nemico-  conosce i propri guai. Quando un’esplosione accidentale fa saltare un deposito di benzina per i lanciafiamme, all’interno del forte si scatena il finimondo. Un grido corre di bocca in bocca: “ I negri! I negri!” Volano le bombe a mano. Alcune di esse raggiungono il deposito delle munizioni e delle granate caricate a gas facendolo saltare in aria. Muoiono quasi settecento uomini, molti di essi soffocati. Dei “ negri” nessuna traccia. Nel caos e nella confusione seguiti all’esplosione, qualcuno aveva scambiato i volti dei commilitoni scuriti dalla polvere e dal fumo per i volti dei soldati coloniali francesi- nordafricani e senegalesi- temutissimi perché non facevano mai prigionieri.
I francesi però non approfittano immediatamente di questo inaspettato colpo di fortuna.

La mossa del cavallo.

Le certezze tedesche cominciano a scricchiolare. Il 13 maggio i comandanti della Quinta armata si riuniscono e decidono per il momento di sospendere l’attacco a Fort Vaux: aspettiamo nuove truppe e nuove granate a gas e poi ricominciamo. Il Kronprinz è del parere di piantarla una volta per tutte e lo dice chiaro e tondo: non otteniamo risultati, perdiamo uomini e materiali, siamo in stallo. Knobelsdorff, invece, vuole continuare: secondo lui i francesi si stanno “ dissanguando”. E va bene, sbotta il principe Friedrich Wilhelm, se il Quartier Generale ordina di continuare, obbedirò agli ordini. Ma non voglio essere io a impartirli.  Il 17 maggio Falkenhayn si fa vivo: stop alle operazioni sulla riva destra della Mosa  e massimo sforzo sulla riva opposta. Ma prima vanno eliminate  le difese intorno a Thiaumont e va conquistato Fort Vaux.  In altre parole, tutto come prima. O quasi.
Ma i francesi hanno in serbo la mossa del cavallo: anticipano i tedeschi e puntano dritti su Fort Douaumont. Dal 16 al 22 maggio bombardano il forte con ogni mezzo: granate, bombe dirompenti, gas. Il 22 i reggimenti di Mangin- fermamente deciso a tener fede alla propria promessa di riconquistare il forte- si lanciano all’attacco. È un disastro. Durante due giorni di combattimenti, interi reparti vengono annientati; le perdite raggiungono e a volte superano l’ottanta per cento degli effettivi;  i tedeschi riescono a far affluire rinforzi, i francesi no. Nelle sue ultime fasi, la battaglia per Fort Douaumont è combattuta all’arma bianca.
Mangin ha sbagliato tutto: ha affollato un fronte troppo ristretto, mettendo i suoi praticamente alla mercé dell’artiglieria tedesca; ha annunciato la caduta del forte quando il forte era ancora in mano nemica; ha impiegato male le riserve, mandandole all’assalto con la prima ondata e trovandosene privo al momento del bisogno. Come avevano ampiamente dimostrato gli avvenimenti dei mesi precedenti,  l’offensiva a oltranza, nel contesto di Verdun, non pagava, non poteva pagare.
Pagano invece Mangin e, una volta di più, i soldati. Il primo è rimosso da Pétain, i secondi cominciano a dare segni di cedimento; Mangin si offre di servire come soldato semplice, i poilus disertano o non ubbidiscono agli ordini. I nervi crollano. Mesi e mesi di sacrifici, di bombardamenti ininterrotti, di fame e di sete implacabili, di orrori di ogni tipo, di condizioni disumane hanno lasciato il segno. Quando arriverà la fine di quell’incubo? Quando cesserà quell’ “inutile strage”?

L’onore delle armi.

Il 1° giugno Bois de la Cailette cade in mano tedesca. Lo stesso giorno anche Bois Fumin  è conquistato coi lanciafiamme, ma a prezzo di altissime perdite. Ci si muove fra mucchi di cadaveri orribilmente mutilati o carbonizzati. Louis Barthas, bottaio nella vita civile , scrive: “ Due dei nostri agonizzano dopo essere stati avvolti dalle fiamme. Uno muore quasi subito, l’altro, completamente impazzito, si mette a cantare una canzoncina da bambini, si rivolge alla moglie e alla madre , parla del proprio villaggio natale. Tutti noi scoppiamo a piangere”. Ora Fort Vaux, privo di protezione sui fianchi, è vulnerabile. Ci sono circa seicento uomini nel forte. Li comanda il maggiore Sylvain Eugéne Raynal.
Un piccione viaggiatore raggiunge il Comando e subito dopo muore a causa dei gas respirati durante il volo. Reca legato a una zampa un messaggio del maggiore Raynal: chiede rinforzi. E li chiede perché dentro al forte sottoposto a un bombardamento terrificante e continuo, attaccato coi lanciafiamme e con le granate, l’acqua sta per finire. Fino ad allora Raynal e i suoi seicento uomini avevano resistito, impedendo ai tedeschi  di entrare nel forte. Ma a nulla era servita la loro valorosa difesa,  a nulla erano serviti i contrattacchi portati dall’esterno : le truppe d’assalto tedesche erano sempre più vicine, il forte era praticamente circondato, i soldati bevevano la propria urina o leccavano la condensa sui muri, le canne delle armi non potevano essere raffreddate. Anche i tedeschi soffrivano la sete, il caldo, lo stress da combattimento, ma, a differenza dei francesi, facevano progressi, sentivano la vittoria a un passo. E venivano avanti.
Il 7 giugno  la guarnigione si arrende. Il piccione di Fort Vaux, caduto nell’adempimento del dovere, viene insignito della Legion d’Onore; i superstiti della guarnigione ricevono l’onore delle armi; il Kronprinz in persona permette al maggiore Raynal di conservare la  sciabola;  Nivelle tenta di riprendere il forte mandando a morire migliaia di  altri soldati; Pétain intima  di smetterla con quegli attacchi insensati, inutili e suicidi.
Nel mirino dei tedeschi ci sono ora Fleury e Fort Souville. Prossima tappa: la cittadina di Verdun.

Otto Dix ( 1891-1969). Assalto con maschere antigas(1924)

Otto Dix ( 1891-1969). Truppe d’assalto con maschere antigas(1924)

Verdun addio?

L’ostacolo principale verso Fleury e Fort Souville è Fort Thiaumont: bisogna neutralizzarlo prima di cominciare l’attacco principale. Il forte è sotto il tiro dell’artiglieria nemica posizionata sulle alture circostanti, eppure resiste. Fino al 21 giugno, infatti, i tentativi tedeschi vanno a vuoto. Gli attaccanti  colgono qualche successo qua e là, ma non riescono a penetrare all’interno del forte. Alle 6 del mattino del 23 giugno, alba di una giornata caldissima, i tedeschi scatenano un attacco massiccio, impiegando per la prima volta un gas altamente tossico, il fosfuro di idrogeno.  In parte, l’attacco ha successo. Il gas mette fuori combattimento gli artiglieri nelle posizioni più arretrate , ma non riesce a neutralizzare completamente gli uomini di prima linea. Interi reparti o piccole unità, guidate da ufficiali coraggiosi  impediscono così ai tedeschi di sfondare. Non però di conquistare Thiaumont e parte del villaggio di Fleury. La città di Verdun è indifesa e può cadere da un momento all’altro.
La situazione è critica. Il Comando francese appare sempre più frastornato e in difficoltà; numerosi soldati confusi, storditi, demoralizzati abbandonano le linee e si dirigono in disordine verso la città di Verdun. Lo scenario è apocalittico: sulle strade, sui campi sconvolti dalle bombe, nelle trincee scoperchiate, dovunque si vedono feriti, morti e moribondi. Gli ospedali da campo non funzionano; i medici non sono preparati a curare le spaventose ferite inferte dai proiettili dell’artiglieria. Gli uomini che hanno respirato il gas velenoso agonizzano, scossi da spasmi atroci.  Perché gli uomini continuano a combattere? Dove trovano la forza di resistere? Perché non disertano in massa, da una parte e dall’altra? Poco prima di cadere sotto le bombe a Verdun, un giovane tenente francese scrive: “L’inferno è niente in confronto…L’umanità è impazzita..  Gli uomini sono impazziti.”
È un brutto, bruttissimo momento. Come già Herr tempo prima, Pétain e Nivelle pensano di abbandonare  la riva destra e di attestarsi sulla riva sinistra della Mosa.  Ma è possibile? Se ci si ritira, come reagirebbe l’opinione pubblica francese? E l’opinione pubblica mondiale? Direbbero: il sangue versato fino a questo momento è dunque stato versato invano? Tanti giovani valorosi sono morti per niente? No, niente da fare: Verdun è la Francia. Impossibile rinunciare. Occorre tener duro e contrattaccare. Quando si può.

E il 25 giugno, i francesi, inaspettatamente, contrattaccano  e riprendono Fort Thiaumont. I tedeschi si sono fermati: non hanno fosgene a sufficienza per un nuovo attacco, soffrono la sete, non sono riusciti a neutralizzare completamente i 155 e i 75 posizionati sulle alture. Soprattutto sono a corto di uomini. Sul fronte orientale, infatti, il generale russo Brusilov ha sferrato una poderosa offensiva travolgendo gli austriaci. Per correre ai ripari, Falkenhayn deve privarsi di tre divisioni e ordinare al Kronprinz di sospendere momentaneamente l’attacco. La breccia non può essere sfruttata e i francesi hanno il tempo di riorganizzarsi.
Nel frattempo, il 1° luglio, sulla Somme è iniziata l’offensiva franco-britannica. Uomini e aerei servono altrove. Verdun rischia di diventare un fronte secondario, ma non un fronte spento. Anzi, i combattimenti riprendono con maggiore violenza di prima. Il villaggio di Fleury vede l’alternarsi continuo di attacchi, di contrattacchi e di scontri all’arma bianca e si trasforma in un inferno nell’inferno. I tedeschi, decisi a far saltare il banco, preparano due offensive: la prima  su un fronte ristretto- quello fra Bois Chapitre e Fleury-  allo scopo di utilizzare meglio la potenza devastante della  propria artiglieria e la seconda verso Fort Tavannes. Entrambe dovrebbero scattare il 7 luglio.
Ma il tempo fa le bizze e bisogna aspettare. L’11 luglio, con quattro giorni di ritardo sulla data prevista, i tedeschi partono finalmente all’attacco. Sparano a gas, ma con scarsi risultati: questa volta i francesi hanno maschere in grado di filtrare anche il micidiale fosgene. Il fronte scelto per l’azione principale, inoltre, è stretto, troppo stretto.  E troppo affollato. Le unità si ammassano le une dietro le altre in mezzo a una confusione indescrivibile; i 155 a canna lunga e i 75 a tiro rapido francesi non danno tregua; alcuni reparti si rifiutano di proseguire. L’attacco verso Fort Tavannes non parte neppure, tanto è intenso il fuoco dell’artiglieria francese. Unico dato positivo: la conquista definitiva di Fleury. Fort Souville è a meno di cinquecento metri di distanza . Se cade, anche Verdun è perduta.
Il primo tentativo portato il 12 luglio va a vuoto. Dopo questo ennesimo fallimento, Falkenhayn cambia tattica e ordina di consolidare e di difendere le posizioni. Non ci sono più riserve per sostenere un nuovo attacco. I francesi ne approfittano, si riorganizzano e passano al contrattacco. Per tutto luglio e per tutto agosto nella zona di Fort Tavannes e di Fleury i combattimenti si inaspriscono. E si inaspriscono nonostante i tedeschi pensino di abbandonare definitivamente la partita, nonostante siano a corto di munizioni, nonostante gli uomini, ormai esausti, siano tormentati dalla sete e dalla fame. Si combatte in spazi aperti, fra corpi mutilati e dilaniati, fra enormi crateri scavati dalle bombe, fra i lamenti dei feriti e dei moribondi. Chi non ce la fa più viene accusato di codardia e passato per le armi.
Lo stallo ormai è palese. Falkenhayn e Knobeldsdorff vengono sostituiti: il primo viene mandato in Romania ( entrata nel frattempo  in guerra a fianco dell’Intesa) ad assumere il comando della Nona armata e il secondo, con la medaglia Pour le Mèrite sul petto, viene destinato al fronte orientale. Per i nuovi arrivati, Hindenburg e Ludendorff, Verdun è un discorso chiuso.
Non per Nivelle. Alla fine di ottobre,  sostenuti per la prima vota da un poderoso- ancorché a tratti  impreciso- fuoco di sbarramento  che, precedendoli,  li accompagna quasi passo dopo passo, fino a pochi metri dalle trincee nemiche, i poilus si lanciano all’attacco conquistando in breve tempo sia Fort Douaumont, sia la zona intorno a Thiaumont. Il 2 novembre anche Fort Vaux è riconquistato. L’11 dicembre Mangin- reintegrato nel comando- guida una nuova offensiva e ricaccia i tedeschi ancora più lontano.
Il 18 dicembre, quando a Verdun , dopo nove mesi e ventisei giorni di bombardamenti pressoché ininterrotti, la battaglia finisce, francesi e tedeschi occupano, più o meno, le stesse posizioni occupate prima del 21 febbraio. Dunque, dal punto di vista tattico e strategico, quella di Verdun fu una battaglia completamente inutile.  Ma quella battaglia inutile costò ai francesi più di trecentomila uomini, ai tedeschi duecentottantamila. E c’è chi avanza cifre ancor più spaventose:  un milione di uomini fra morti feriti e dispersi.
Qualcuno ha scritto: i tedeschi avrebbero forse potuto vincere la guerra o almeno trattare la pace da condizioni più favorevoli se non si fossero giocati tutto – e male-a Verdun. Almeno tre volte andarono vicini al successo: alla fine di febbraio e in giugno. In febbraio l’occasione fu perduta per l’eccessiva ” prudenza” di Falkenhayn, forse sorpreso dal travolgente successo iniziale; in giugno perché ormai mancavano le riserve necessarie per portare il colpo finale. Se avessero sfondato a febbraio, i tedeschi avrebbero colto una vittoria di altissimo valore simbolico; se lo avessero fatto in giugno, avrebbero messo in ginocchio la Francia, forse per sempre.
Non andò così.

Epilogo

“Joffre della Marna” cadde in disgrazia e attese la fine della guerra limogè( termine usato per indicare gli ufficiali giubilati) poltrendo in un ufficio appositamente allestito per lui e in cui non c’era niente da fare. Mangin fu messo da parte- come Nivelle, del resto-  dopo la scellerata offensiva sullo Chemin des Dames, ma fu richiamato in tempo per cogliere importanti vittorie nel 1918 che lo riportarono in auge. De Castelneau, tanto cattolico da viaggiare sempre con un cappellano personale al seguito,  non fu elevato al grado di Maresciallo- a causa del violento anticlericalismo del Primo Ministro Clemenceau, si disse- ed entrò a far parte della Camera di Deputati .
Falkenhayn condusse una brillante campagna in Romania, ma non recuperò mai il prestigio perduto a Verdun e, sempre più isolato e riservato, passò gli anni del dopoguerra fino al ’22 ( anno della morte) a scrivere le proprie memorie in terza persona, come se fosse Giulio Cesare. Il Kronprinz andò in esilio in Olanda, fece una breve apparizione  in Germania entrandovi clandestinamente, intuì il pericolo rappresentato dal nazismo e ritornò in Olanda a dividere il proprio alloggio “ senza una sala da bagno” con l’ultima sua amante, una parrucchiera divorziata. Il maggiore Raynal tornato dalla prigionia si diede alla politica e divenne un fervente pacifista; il suo compagno di prigionia, il capitano De Gaulle,  impiegò gli anni della detenzione a sviluppare le proprie idee sull’esercito francese del futuro; il tenente Radke, uno dei conquistatori di Douaumont, provato nel fisico, divenne un funzionario delle ferrovie; l’ex sergente Kunze provò a farsi vivo rivendicando i propri meriti, ma inutilmente; von Knobelsdorff sparì dalla circolazione e, dopo la guerra, poco si seppe di lui.
Pétain, nominato Maresciallo di Francia, rimase a lungo in auge ed ebbe parte notevole nell’allestimento della linea Maginot, destinata  nel 1940, a essere aggirata dalle colonne corazzate tedesche. Firmò l’armistizio con Hitler e fu capo del governo della Francia di Vichy fino alla definitiva occupazione nazista. Processato dopo la fine della guerra, fu condannato a morte per alto tradimento, ma la condanna fu poi trasformata in ergastolo. Uscì di prigione alla fine del giugno del 1951 per morire meno di un mese dopo a novantacinque anni d’età.
Scrive Horne: “ A Verdun il suo ritratto nella “Sala d’Onore” sotto la cittadella è stato tolto e il suo nome cancellato a colpi d’ascia dalla targa in legno che porta i nomi dei “Liberatori della Cittadella”. Non vi sono statue, Pétain ne proibì l’erezione durante la sua vita, ma di fronte all’Ossario, i custodi indicano un piccolo pezzo di terra vuoto dove Pétain aveva sperato alla fine di congiungersi con i suoi amati soldati.
“ Forse”, essi dicono in tono dubbioso, “ forse, sarà permesso un giorno al Maréchal di ritornare qui.”

Da leggere:

Silvio Bertoldi, Come si vince o si perde una guerra mondiale, 2005 ,  Rizzoli
Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, Mondadori, 2003
Alessandro Gualtieri, Verdun, 1916 : il fuoco, il sangue, il dovere, Fidenza : Mattioli 1885, 2010
Alistair Horne , Il prezzo della gloria : Verdun 1916, Mondadori, 1968.
Ian Ousby , Verdun,  Rizzoli, 2002

Da vedere:

All’Ovest niente di nuovo, di Lewis Milestone(1930)
E Johnny prese il fucile, di Dalton Trumbo (1971)
La grande illusione, di Jean Renoir (1937)
Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Delbert Mann(1979)
Per il re e per la patria, di Joseph Losey ( 1964)
Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrick ( 1957)
Una lunga domenica di passioni, di Jean-Pierre Jeunet (2004)
War Horse, di Steven Spielberg( 2011)

bandiera ingleseAutomatic English translation : The decisive point 1

Contatti

In questo sito:

L’esercito degli innocenti. Piccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
Clicca qui per leggere l’articolo.

“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.
Francia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen  fra angeli, panico,  decisioni arbitrarie e ..miracoli.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Finestre chiuse, porte aperte. Un giovane tenente , un brillante generale  e quattrocento cannoni che  non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

La terza volta
La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

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Cartine:

Verdun: il campo di battaglia. Fonte: www.westernfrontassociation.com. The battle of Verdun

Verdun: il campo di battaglia. Fonte: http://www.westernfrontassociation.com. The battle of Verdun

Verdun: la battaglia per i forti. Riva destra della Mosa. Fonte: www.westfontassociation.com, citato

Verdun: la battaglia per i forti. Riva destra della Mosa. Fonte:westernfrontassociation.com

Verdun: la battaglia intorno a Le Mort Homme e a Quota 304. Riva sinistra della Mosa. Fonte: www.westfrontassociation, The Battle of Verdun

Verdun: la battaglia intorno a Le Mort Homme e a Quota 304. Riva sinistra della Mosa. Fonte: westernfrontassociation.com

La battaglia in breve.

21 febbraio 1916, ore 7,15: i tedeschi concentrano il fuoco della loro artiglieria su un fronte di circa quaranta chilometri su entrambe le rive della Mosa . E’ l’inizio di Gericht, l’attacco alla zona fortificata di Verdun. La popolazione civile viene evacuata dalla cittadina. Le bombe cadono al ritmo di quaranta al minuto causando perdite altissime. Alle quattro del pomeriggio,  le truppe d’assalto tedesche escono dagli Stollen e vanno all’attacco. In alcuni punti, l’attacco viene efficacemente e inaspettatamente  contrastato dai francesi.
22 febbraio: nuovo violento bombardamento, nuovo attacco tedesco. I francesi si ritirano da Bois de Caures( dove cade il colonnello Driant) e dai villaggi di  Brabant e di Haumont.
23 febbraio: cadono altre posizioni chiave. I francesi si ritirano sulla linea Samogneux- Beamont-Ornes.
24 febbraio: bersagliati  dal fuoco francese proveniente dalla riva sinistra della Mosa, i tedeschi attaccano di nuovo e conquistano “Quota 344”, Bois de Fosse, Bois de Chuame e Ornes.  Il capo di Stato Maggiore francese, generale Noel de Castelnau, consiglia Joffre di inviare a Verdun la Seconda armata comandata dal generale Henri Pétain. Nel frattempo  il XX Corpo d’Armata ( generale Balfourier) si sta dirigendo a Verdun per rimpiazzare il XXX Corpo ( generale Chrétien).
25 febbraio: i francesi si ritirano un po’ ovunque in disordine. Cade Fort Douaumont, ritenuto inespugnabile o quasi. La 37.ma divisione africana, responsabile della difesa della linea Champneuville- Vacherauville- villaggio di Douaumont, saputo della caduta del Forte, si ritira aprendo un varco che i tedeschi, però, non sfruttano. Il comandante della piazzaforte, generale Fédéric-Georges Herr è rimosso dal comando. Pétain assume, per ordine di de Castelnau, il comando dell’intero settore.
26 febbraio: prime misure di Pètain: linea di difesa imperniata sui forti( riva destra) e fuoco di artiglieria ( riva sinistra). Comincia  a prendere forma la futura Voie Sacrée( Via Sacra). I tedeschi attaccano il villaggio di Douaumont, ma sono respinti con gravi perdite.
27 febbraio-2 marzo: dopo scontri violentissimi e gravi perdite da una parte e dall’altra, i tedeschi riescono a conquistare il villaggio di Douaumont. Fra i tanti prigionieri francesi c’è un ufficiale ferito: il capitano Charles de Gaulle.
6 marzo: comincia la cosiddetta “ Battaglia delle ali” ( Battle of the Flanks). Preceduti da un intenso fuoco d’artiglieria, i tedeschi attraversano la Mosa  e si dirigono verso l’altura denominata Le Mort Homme, posta sulla riva sinistra del fiume. L’artiglieria francese è poco efficace: i proiettili si conficcano nel terreno fangoso e non esplodono. A sera le Stosstruppen hanno compiuto significativi progressi.
7 marzo: i tedeschi occupano Bois de Corbeaux ( il “bosco dei corvi”). Le difese francesi crollano  e più di tremila uomini vengono fatti prigionieri.
8 marzo: i francesi contrattaccano e rioccupano Bois de Corbeaux.  I tedeschi rinunciano temporaneamente ad attaccare Le Mort Homme e si attestano sulla difensiva.  Sulla riva destra scatta l’attacco in direzione di Fort Vaux. Durante la notte, truppe tedesche occupano il villaggio di Vaux cogliendo i francesi di sorpresa. Non riescono però a sfruttare questa situazione favorevole e sono costrette a trincerarsi.
9 marzo: parte il primo attacco tedesco a Le Mort Homme ( riva sinistra della Mosa). I francesi reagiscono e gli assalitori sono costretti a ritirarsi. Fra i tedeschi si diffonde la voce della cattura di Fort Vaux ( riva destra). Poiché il forte, invece, si trova ancora in mano francese, il generale von Guretzky attacca. L’attacco fallisce.
10 marzo: a prezzo di altissime perdite, Bois de Corbeaux ritorna in mano tedesca. Nei giorni seguenti la battaglia riprende più violenta che mai in un susseguirsi di attacchi e di contrattacchi. Nei primi venti giorni di combattimenti i francesi hanno perduto quasi 90.000 uomini, i tedeschi 82.000.
14 marzo: fallisce un secondo tentativo tedesco di conquistare Le Mort Homme. L’artiglieria francese posizionata su un’altura denominata “Quota 304” apre ampi vuoti fra le truppe d’assalto. I tedeschi decidono allora di concentrare gli attacchi su “Quota 304”.
19 marzo: sulla riva destra della Mosa continua l’attacco a Fort Vaux. Il generale von Mudra –  uno specialista di fortezze, in seguito sostituito dal pari gradi von Lochow- assume il comando. Le truppe, però, sono stanche e l’attacco deve essere rinviato.
20 marzo: sempre con il supporto dell’artiglieria, i tedeschi attaccano  in direzione della linea Malancourt-Avocourt, sulla riva sinistra. Un’intera divisione francese(la 29.ma) è spazzata via.  I prigionieri sono più di tremila. In Francia l’avvenimento è visto come una catastrofe nazionale. Qualcuno parla di tradimento
23 marzo: scatta l’attacco tedesco  in direzione di “Quota 34”. Le condizioni atmosferiche sono proibitive: piove e a tratti nevica. I Landser occupano i villaggi di Malancourt (31 marzo), di Haucourt (5 aprile)  e di  Bethincourt. “Quota 34” resta  però francese.
9 aprile: attacco simultaneo a Le Mort Homme e a “Quota 34”. I tedeschi riescono a raggiungere, a costo di perdite spaventose, la prima cresta del Mort Homme, quella più bassa. I francesi continuano a tenere la sommità. La battaglia dura diversi giorni ed è forse la più crudele e spietata combattuta , fino a quel momento, sulla riva sinistra della Mosa. Da una parte e dall’altra, i reparti vengono decimati; mancano l’acqua e il cibo; i feriti non possono essere soccorsi; i morti giacciono insepolti.
1° maggio: riprende l’attacco tedesco a Fort Vaux( riva destra). L’attacco fallisce. Il generale Pétain è promosso al rango di comandante dell’intero Fronte Centrale. Alla testa della II armata viene nominato il generale Robert Nivelle.
3 maggio: il generale von Gallwitz, comandante delle forze sulla riva sinistra della Mosa, concentra il proprio attacco su “Quota 34” da dove l’artiglieria francese non cessa di martellare le posizioni tedesche.  Lungo un fronte sì e no lungo due chilometri vengono ammassate più di cinquecento bocche da fuoco. Un bombardamento di trentasei ore sconvolge le posizioni francesi, seppellisce vivi centinaia di uomini nei loro rifugi, spiana le trincee, causa perdite altissime. Ma occorrono giorni prima che i tedeschi riescano a occupare interamente “Quota 34”.
13 maggio: l’attacco a Fort Vaux viene differito ad altra data. Durante l’incontro in cui viene deciso il differimento dell’attacco, il principe ereditario, vista la situazione e le gravissime perdite subite dalla sua armata, avanza la proposta di cessare tutti i combattimenti a Verdun. L’Alto Comando e  von Knobelsdorf la vedono diversamente e decidono di continuare.
16-22 maggio: fuoco di preparazione su Fort Douaumont: i francesi sono fermamente decisi a riconquistarlo. L’attacco viene lanciato il 22 e vede impegnati due reggimenti agli ordini del generale Charles Mangin. L’attacco fallisce. Sulla riva sinistra dopo la conquista di “Quota 34”, la strada verso Le Mort Homme è libera. Ma solo alla fine di maggio i tedeschi riescono a conquistarlo definitivamente.
1° giugno: riprende l’attacco a Fort Vaux( riva destra). Il forte, strenuamente difeso dal maggiore Raynal e dai suoi uomini, viene conquistato il 7 giugno . I difensori, da tempo privi di acqua potabile, si arrendono. A essi viene concesso l’onore delle armi.
8 giugno: Nivelle lancia un contrattacco per riprendere il forte. L’azione finisce in un massacro. Pétain proibisce a Nivelle di condurre in futuro attacchi del genere. Nel frattempo, sempre sulla riva destra della Mosa,  i tedeschi hanno lanciato un’ennesima offensiva in direzione di Fleury e di Fort Souville .
23 giugno: un massiccio attacco tedesco in direzione di Fort Souville viene respinto dai difensori.  I tedeschi, tuttavia, riescono a occupare parte del villaggio di Fleury e le intere fortificazioni nella zona di Thiaumont. Due giorni più tardi, i francesi le riconquistano.
1° luglio: ha inizio la battaglia della Somme. Truppe e materiali tedeschi impiegati a Verdun prendono la via della Piccardia.
12 luglio: fallisce l’ennesimo attacco a Fort Souville. È in questa occasione che Nivelle fa arrivare alle truppe il famoso messaggio “ Ils ne passeron pas!”, non passeranno.
15 luglio: ancora un contrattacco francese ( obiettivo: Fleury), ancora Mangin, ancora un fallimento.
1° agosto: attacco tedesco per consolidare il fronte fra  Fleury e Thiaumont.  Nella zona , gli attacchi e i contrattacchi si succedono fino al 17, quando i francesi riescono a ripristinare la linee precedenti.
23 agosto: Falkenhayn e von Knobelsdorf sono sostituiti. Le operazioni passano sotto la responsabilità del maresciallo Von Hindenburg coadiuvato dal generale Ludendorff. Gli attacchi tedeschi diminuiscono fino a cessare quasi del tutto.
21 ottobre: i francesi passano all’offensiva e nei giorni e nei mesi seguenti  si riprendono Fort Vaux, Fort Douaumont e tutto il territorio perduto .
18 dicembre: la battaglia di Verdun è finita. I due eserciti occupano più o meno le medesime posizioni occupate il 20 febbraio.


[1] Numerosi storici  contemporanei hanno messo in discussione la veridicità degli obiettivi di Gericht illustrati  da Falkenhayn nelle proprie memorie. Per loro, l’obiettivo principale dei tedeschi era quello  di conquistare Verdun per minacciare Parigi, non quello di “dissanguare” a morte l’esercito francese. Solo dopo il fallimento dell’operazione, Falkenhayn, per difendere il proprio operato, avrebbe indicato nella guerra di attrito l’obiettivo principale di Gericht.

[2]Dando un’occhiata alla prima cartina riportata al termine di questo articolo, si può avere un’idea degli opposti schieramenti. Alla loro estrema destra, a est della Mosa, i tedeschi schierano il VII Corpo d’Armata della Riserva, formato in gran parte da effettivi provenienti dalla Westfalia e dalla Ruhr  agli ordini del generale Hans von Zwehl. Accanto al VII è posizionato il XVIII Corpo d’Armata i cui soldati provengono in gran parte dall’Assia e sono comandati dal generale Heinrich von Schenck. Segue il formidabile III Corpo del Brandeburgo, una delle migliori unità combattenti, comandato dal generale Ewald von Lochow. Il XV Corpo, schierato alla sinistra del III svolgerà soltanto un ruolo marginale nei primi momenti della battaglia.  Il VI Corpo d’Armata, formato da effettivi polacchi e alsaziani  è di riserva.
Lo schieramento francese può contare, all’inizio, soltanto sul XXX Corpo d’Armata del generale Paul Chrétien, comprendente tre divisioni operative ( la 72.ma, generale Etienne André Bapst; la 14.ma, generale Boullangé; la 51.ma , generale Crepey) e una di riserva( 37.ma, generale Bonneval).
Un Corpo d’Armata tedesco comprendeva di regola, due divisioni di fanteria. Ogni divisione era composta da due brigate, ogni brigata da due reggimenti, ogni reggimento da due ( o tre) battaglioni di mille uomini ciascuno.

[3] Letteralmente significa “pelosi”. Con questo appellativo venivano indicati i fanti francesi. Erano chiamati in questo modo perché, impegnati in frequenti combattimenti,  non avevano il tempo di tagliarsi la barba o i capelli. Il termine suonava quasi affettuoso e non aveva alcun significato spregiativo.

[4] Je suis aveugle, Rose : balayez-moi le ciel !( Letteralmente : Sono cieco, Rose. Sgomberatemi  il cielo ! »

[5] Promoveatur ut amoveatur, dicevano gli antichi Romani: sia promosso, affinché/purché sia rimosso.

Per le immagini e le biografie approfondite dei protagonisti della battaglia, si rimanda a Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Sotto il titolo: Otto Dix   ( 1891-1969): Trittico della guerra( 1929-1932), Dresda, Staatliche Kunstsammlungen

La tregua di Natale, 1914: uno spot pubblicitario, un piccolo capolavoro.


Finestre chiuse, porte aperte

15/08/2011

Otto dix stosstruppen

Prologo.

Nell’ansa di Tolmino, a poca distanza  dalla riva destra dell’Isonzo, sono posizionati più di quattrocento cannoni. Uno ogni trenta metri. Chi comanda quell’imponente spiegamento ha una consegna precisa: fare fuoco solo su ordine del generale comandante. Il generale comandante- da poco alla testa del XXVII Corpo d’armata- è l’astro nascente del Regio Esercito Italiano, l’eroe del Sabotino: si chiama Pietro Badoglio. Il suo subordinato in attesa di ordini- un colonnello- ha un cognome che è tutto un programma: Cannoniere. Alberto Cannoniere.
Nomen omen?

Eccezioni e regole.

Autunno 1917. Per noi è iniziato il terzo anno di guerra. Sul fronte dell’Isonzo( lo stesso dove sono posizionati i cannoni di Badoglio), il copione è sempre il medesimo: sparano le artiglierie, poi attaccano i fanti. Alla fine, più che i progressi, si contano i morti e i feriti. E’ successo così per undici volte nel corso di undici offensive una più sanguinosa dell’altra, una più inutile dell’altra. E’ vero: siamo arrivati a Gorizia e sulla Bainsizza, ma a prezzo di troppe vite umane. Versare sangue inutilmente o sprecare soldati in attacchi frontali non è una prerogativa soltanto italiana, intendiamoci. Altrove- in Belgio, nella Galizia austriaca-  si segue il medesimo schema. Da questo punto di vista, Cadorna- il nostro comandante in capo- non ha più colpe di Haig, di Nivelle o di Brusilov. La regola è quella e tutti la seguono.
Per un po’ la seguono anche i tedeschi, poi cambiano. Il loro problema, da un certo momento in poi, è quello di risparmiare soldati, non di sprecarli. Hanno già contro mezzo mondo, tra poco avranno contro il mondo intero. Se non si danno una mossa, rischiano di soccombere per mancanza di uomini, di materiali, di equipaggiamento. Rischiano, in altre parole, di finire dissanguati. Anche in senso letterale.
Urge, dunque, sbloccare la situazione con una vittoria decisiva o mandarla in stallo, in modo da costringere gli Alleati a intavolare trattative di pace. E’ necessario, allora, sfruttare al meglio quello che si ha. Perché, ad esempio, i soldati devono farsi massacrare all’interno delle trincee o in attacchi frontali? Non sarebbe meglio distribuirli in piccole unità, mobili e autonome, in grado di  infiltrarsi fra le linee nemiche per mandare in tilt le comunicazioni, disturbare i rifornimenti, colpire nei punti deboli, aggirare trincee e postazioni? E che dire dell’effetto psicologico di una simile tattica su truppe non abituate a sentirsi il nemico alle spalle? Nascono così le Stosstruppen, gruppi d’assalto di undici- dodici uomini comandati di solito da un sottufficiale, composti da fucilieri, mitraglieri e portamunizioni e dotati di ampia autonomia operativa.
Un fuoco di artiglieria breve e intenso prepara loro la strada; poi,  preceduti dal tiro di sbarramento, escono dai rifugi in ordine sparso e si infiltrano nelle linee nemiche, mirando a obiettivi specifici ( comunicazioni, centri di comando, ecc). Dopo di loro, le fanterie armate di mitragliatrici leggere, mortai  e lanciafiamme, investono, su un fronte ristretto, il nemico scompaginato e sotto shock  e proseguono, lasciando a una terza ondata il compito di eliminare gli ultimi centri di resistenza.
L’idea delle Stosstruppen  è di un brillante ufficiale, il colonnello Fritz von Lossberg[1] ed è collegata a un’altra idea, altrettanto innovativa: quella della difesa elastica. Poche truppe sulla prima linea di difesa, appoggiate a bunker, casematte o a ostacoli naturali; molte di più sulla seconda linea e, soprattutto, alle spalle di tutti, una divisione pronta a chiudere buchi o a portare un contrattacco deciso  quando il nemico non può più contare sull’appoggio della propria artiglieria. Per chi è abituato a fare il contrario ( prima linea forte e affollata di truppe, seconda  e terza più deboli) sembra quasi una rivoluzione.

Antichi mali.

Luigi Cadorna – il nostro comandante in capo- di rivoluzionario ha ben poco. Decisionista e autoritario, non risparmia nessuno.  Non i suoi subordinati ( i siluramenti non si contano), non i  politici e la politica, non i soldati. In un trionfo della burocrazia applicata alle armi, inonda i comandi di circolari e di promemoria. Ha le proprie idee, le proprie convinzioni, le proprie certezze. Dubbi pochi. Per “logorare” il nemico, insiste sugli attacchi frontali – sanguinosi, dispendiosi, poco efficaci, in altre parole vere e proprie carneficine. E’ l’unico a farlo? Non è l’unico, l’abbiamo già visto. Haig e Nivelle si comportano forse diversamente? Se il credo tattico – e strategico- è quello della “spallata”, Cadorna non fa, non può fare eccezione. E questo è bene dirlo subito.
Non è cieco né sprovveduto, anche questo va detto. Ha riorganizzato l’esercito, ha potenziato l’artiglieria di cui ha capito l’importanza tattica non solo in fase di preparazione, si è sforzato di imitare le Stosstruppen tedesche, istituendo il gruppo degli Arditi. Ma  è tardi. Tardi per cambiare una mentalità consolidata e tardi per abituare le  truppe a combattere in modo diverso.
E, soprattutto, è tardi per agire sul morale dei soldati. I nostri sono costretti a turni massacranti, restano in prima linea quasi due settimane prima di essere avvicendati ( i tedeschi, due giorni); mangiano male, sono esposti alle intemperie, alle malattie, sono infestati di pidocchi, covano sordi rancori, sono demotivati. Non vedono casa da tempo, le licenze sono una specie di lusso, le punizioni frequenti. Nessuno- a parte qualche eccezione-  si occupa di loro, delle loro esigenze materiali e spirituali. Se le cose non vanno bene, sono loro ad andarci di mezzo; anziché incoraggiamenti, ricevono accuse di codardia; anziché premi, punizioni. Non ne possono più: sognano di tornare a casa, ai campi, agli affetti personali; detestano quell’ “inutile strage” di cui non capiscono il senso. I mugugni si moltiplicano, si registra qualche ammutinamento. Da noi, come altrove( in Francia, ad esempio), la risposta degli ufficiali è sempre la stessa: pugno di ferro. Ma la situazione non migliora.

 Il leone dell’Isonzo

Quando gli viene proposto di attaccare l’Italia per dare respiro all’Austria quasi in coma del giovane imperatore Carlo I, Erich Ludendorff – il capo di stato maggiore imperiale- non risponde subito di sì. Per farlo servono divisioni tedesche e privarsene può essere un lusso. O un regalo agli anglo-francesi, incapaci di uscire, per il momento, dall’impasse a ovest. Manda allora sul fronte italiano un suo generale fidato -Konrad Krafft von Dellmensingen-  a dare un’occhiata. Krafft va, torna, espone la situazione e conclude: le difficoltà e i problemi non mancano, certo, ma si può fare. Ok, allora: se si può fare, proviamoci. E chissà – continua Ludendorff- che non ce ne possa venire un vantaggio decisivo. Se riuscissimo a far fuori l’Italia, ad esempio, potremmo ridispiegare le nostre forze e irrobustire il fronte occidentale prima che si facciano sentire gli americani.
Sul fronte italiano comanda un generale il cui nome è una specie di scioglilingua: Vojskovoda Svetozar Boroevic von Bojna, austriaco. I suoi lo chiamano il “Leone dell’Isonzo”. Si batte bene, si difende meglio; ha stoppato Cadorna più volte, ma non è lui il predestinato. Questa volta si va all’attacco, non si resta in difesa. E, per di più, con truppe tedesche. Ludendorff sceglie, allora, per il colpo di maglio, l’esperto Otto von Below e gli affida un’armata “mista”- la XIV- composta da reparti austriaci e da eccellenti divisioni germaniche.  Forse Boroevic non la prende bene, forse è teso, fatto sta che  quando il neocomandante gli rivela l’obiettivo dell’offensiva ( arrivare al Tagliamento), invece di entusiasmarsi,  strilla: “Non ce la farete mai! mai!”
E, infatti, arriveranno al Piave.

Attacco e difesa.

Alla vigilia della dodicesima offensiva, al fronte corrono  voci poco tranquillizzanti: il nemico si sta muovendo, qualcuno giura di aver visto divisioni tedesche. C’è elettricità nell’aria. Ma anche un esagerato ottimismo da parte dell’Alto Comando. Cadorna ne è certo: se il nemico attaccherà, sapremo riceverlo come si deve. Il 18 settembre, il nostro comandante in capo ordina di assumere uno schieramento difensivo e di riposizionare l’artiglieria. E aggiunge: se il nemico attacca, fuoco di contropreparazione con i calibri grossi e medi[2].
C’è chi riposiziona l’artiglieria ( il duca d’Aosta, III armata) e chi no. Il generale Luigi Capello  ha messo parte della sua mastodontica II armata (  otto Corpi) sulla difensiva, ma ha lasciato l’artiglieria in posizione avanzata. Capello è un ufficiale brillante, di salute forse malferma, ma  di idee saldissime. E’ un offensivista e non lo nasconde. Il suo credo tattico è questo: la difesa può essere il trampolino di lancio per  un’immediata controffensiva. Ci attaccano? Bene. Noi li conteniamo e subito dopo diamo loro addosso. Ed è convinto che sia proprio questo il vero significato dell’ordine impartito da Cadorna il 18 settembre. E , così, lascia i propri cannoni di grosso calibro dove non dovrebbero stare. Quando se ne accorge( un po’ in ritardo, in verità), Cadorna tuona: toglierli di lì  e alla svelta. Alla svelta? E’ il 18 ottobre: manca meno di una settimana a Caporetto.
Dunque mentre le truppe austro-tedesche si muovono, senza dare troppo nell’occhio, verso il fronte, i nostri cannoni sono troppo avanzati, la nostra prima linea troppo folta. E le nostre riserve troppo arretrate. Non c’è niente a Plezzo, poco a Tolmino; il grosso delle riserve è nella zona di Cividale( alle spalle della II armata )e nella zona di Palmanova (dietro la III). C’è poco da stare allegri: visto come siamo messi, se il nemico sfonda, addio cannoni e addio possibilità di fermarlo in tempo.
Certo che i suoi, alla vigilia di Caporetto, Cadorna potrebbe disporli meglio.  Si aspetta un’offensiva, ma forse ne ignora la portata. E’ convinto di poterla respingere. Tanto più che dalle parti di Plezzo e di Tolmino, là dove dovrebbe svilupparsi l’attacco principale,  ci sono due  Corpi d’armata, secondo lui  saldi e affidabili.
I due  Corpi d’armata saldi e affidabili sono il IV del generale Alberto Cavaciocchi e il XXVII del generale Pietro Badoglio. Entrambi agli ordini di Capello. E, a volte, del generale Luca Montuori.  Capello non sta bene di salute, soffre di nefrite, spesso deve farsi ricoverare. Quando lo fa, gli subentra Montuori; quando torna dall’ospedale, Montuori si fa da parte. Quel tira e molla è più un danno che un vantaggio: espone l’armata all’incertezza, non le offre punti di riferimento stabili, aumenta la confusione.

Tutto in ordine.

Il nostro servizio informazioni insiste: il nemico si muove, si concentra, sono state avvistate truppe tedesche. Due disertori romeni – due ufficiali- sono più precisi: sì, i tedeschi ci sono, hanno truppe scelte, proiettili a gas; l’attacco è imminente e si svilupperà tra Plezzo e Tolmino. Un disertore boemo ci consegna addirittura la copia dell’intero piano d’attacco: gli obiettivi, gli schieramenti, gli effettivi, i nomi degli ufficiali.  Ne teniamo conto? Neanche per idea. Il nostro schieramento difensivo rimane sostanzialmente inalterato e le convinzioni di Cadorna non cambiano. Sposta nella zona di Tolmino, alle spalle del XXVII,  il raffazzonato VII Corpo del generale Luigi Bongiovanni e muove qualche unità da un settore all’altro.  Tutto qui.
Ma i punti deboli restano. Alcune unità sono ancora posizionate sulla riva sinistra dell’Isonzo e  il punto di sutura fra il IV e il XXVII Corpo è ancora malpresidiato. Preoccupato, Cavaciocchi chiede a Badoglio  se tutto sia  in ordine. Naturalmente, è la risposta.
Naturalmente?

Le forze in campo.

A questo punto è utile dare un’occhiata, per sommi capi, agli schieramenti[3]. Nella zona “calda”, procedendo da nord verso sud, sono schierate la Seconda  armata di Capello e la Terza del duca d’Aosta. Von Below con la  Quattordicesima è di fronte alla Seconda armata. Ha schierato i suoi secondo i piani: Alfred Krauss è nella zona di Plezzo, Albert von Berrer e Karl Scotti si trovano nella zona di Tolmino e Hermann Stein è a metà strada fra i due gruppi. Stando al piano, Krauss e Stein se la devono vedere con Cavaciocchi e il suo IV Corpo; Berrer e Scotti con Badoglio e il suo XXVII.  Dal fronte trentino, il barone Conrad von Hoetzendorff è in movimento: sta prendendo forma un gigantesco accerchiamento.

Wikipedia dixit. Clicca sulla cartina per ingrandirla.
Battle of Caporetto IT.svg

Il crollo.

Il 24 ottobre pioviggina. Una sottile nebbia ristagna sulla zona, la visibilità è scarsa. Alle due del mattino, con puntualità teutonica, le artiglierie austro-tedesche iniziano il fuoco di preparazione. Sparano granate e proiettili a gas. Nella conca di Plezzo, il gas uccide più di duemila uomini, forse a causa delle maschere difettose o forse perché, essendo di nuova generazione( acido cianidrico), non può essere filtrato dalle maschere. Il bombardamento si interrompe per circa un’ora, poi, intorno alle sei e trenta, inizia un devastante fuoco di distruzione. I cannoni tedeschi spianano le trincee, fanno saltare i camminamenti, i ricoveri, le postazioni avanzate, le linee telefoniche. E il fuoco di contropreparazione ordinato da Cadorna? Scarso, tardivo e velleitario. Qualcuno ha capito male? Qualcuno ha interpretato l’ordine nel senso di aspettare il fuoco di distruzione e non quello iniziale di preparazione prima di controbattere? Sia come sia, i nostri cannoni – la nostra forza- restano quasi muti. E soprattutto tacciono quelli del colonnello Cannoniere.
Alle otto del mattino, l’artiglieria austro-tedesca non ha ancora finito di sparare. Ma le fanterie non aspettano che il fuoco cessi. Approfittando della scarsa visibilità si fanno sotto e scattano all’attacco. Krauss avanza nella zona di Plezzo, verso la  stretta di Saga; Stein si dirige verso il punto di sutura fra i Corpi di Cavaciocchi e di Badoglio. Gli austro-tedeschi lasciano per il momento perdere le alture né si curano di coprirsi i fianchi. Alle 9,30 Krauss sfonda e dilaga nella conca di Za Kraju; Stein, dopo essersi sbarazzato della 19.ma divisione sulla sinistra dell’Isonzo, passa il fiume e si muove in direzione del Monte Matajur. Alle quattro del pomeriggio una sua unità- quella di von Lequis-  è a Caporetto.
E i cannoni di Badoglio? Muti come pesci. Il brillante generale non è in prima linea: si trova un po’ più indietro, nella località di Cosi, dove ha spostato il comando. Ligio all’ordine, Cannoniere aspetta il via dal proprio comandante. Che non può darglielo. Il fuoco tedesco di preparazione ha distrutto i cavi del telefono, Badoglio non può comunicare. Risultato: le batterie italiane, vanto del nostro esercito, vengono catturate  senza colpo ferire. Quasi una beffa per uno che si chiama.. Cannoniere;  una condanna senza appello per la struttura rigida, burocratica e per  niente flessibile della catena di comando italiana. E una botta terribile per chi aveva accolto la notizia della presenza di truppe tedesche con queste parole: “ Meglio così. Ci mancavano le mostrine tedesche nei nostri campi di prigionia!”
In seguito circolerà una strana versione: fu una manovra voluta. Badoglio mantenne in silenzio i propri cannoni per dare al nemico l’impressione che quella zona fosse deserta. Voleva- si disse- attirare gli austro-tedeschi in una conca, stretta e senza uscita, in modo da poterli annientare. La “trappola di Volzana” è probabilmente- anzi quasi certamente- una leggenda. E tuttavia, fu accreditata dagli stessi comandanti tedeschi. Kraus scrisse più o meno questo: stavamo per cadere in una maledetta trappola e solo l’ardimento, il coraggio e l’abnegazione  dei nostri soldati lo scongiurò. Il riferimento al valore dei propri soldati getta qualche ombra sulla veridicità delle affermazioni di Krauss: forse il generale fa propria  una diceria senza alcun fondamento, al solo scopo di incensare  i suoi e sé stesso.
Sulle alture i combattimenti furono violenti. E’ stato scritto: gli italiani scapparono tutti a gambe levate. Non è vero. Nell’ infausto settore, ci fu chi combatté con coraggio e ardimento, chi contese al nemico il terreno palmo a palmo: gli alpini sul Monte Rombon, ad esempio. O sul Monte Nero. E numerosi altri reparti. Ma ci fu anche chi cedette di colpo, chi abbandonò senza motivo posizioni- chiave ( il generale  Giovanni Arrighi, sulla stretta di Saga), chi gettò il fucile  alle ortiche, chi cambiò l’uniforme con abiti civili, chi si abbandonò al saccheggio, alle violenze, agli stupri. Quasi novemila soldati , l’equivalente di una divisione, si arresero a un giovane tenente degli alpini tedeschi. Infiltrandosi fra le nostre linee con un pugno di uomini, il tenente Erwin Rommel non solo aveva fatto tutti quei prigionieri, ma   era riuscito anche a occupare la vetta strategica del Matajur.
Il tappo era saltato, questa era la verità. L’offensiva austro-tedesca faceva esplodere fra i nostri soldati le frustrazioni a lungo represse, i risentimenti a lungo covati, i rancori per i torti- veri o presunti- subiti, le umiliazioni patite. Durò a lungo quel momento. E fu terribile. Poi passò. E molti di quei soldati si ritroveranno, con ben  altro spirito questa volta, sulle sponde del Piave.
Sul terreno, dopo lo sfondamento la situazione sembra paradossale: noi difendiamo le alture e il nemico viaggia spedito lungo le conche. Ha scritto il generale Caviglia: chiudevamo le finestre e lasciavamo aperte le porte. E attraverso quelle porte –  a fatica-  si infilano anche Berrer e Scotti provenienti dalla zona di Tolmino e si avvicinano rispettivamente al Monte Jeza e al Globocack.
E Cadorna? Il generalissimo non perde la calma  e benché ancora ignori le reali proporzioni del disastro di quelle prime ore ( Cavaciocchi lo informerà soltanto alle 18), valuta la possibilità di ritirarsi sul Tagliamento. Manda rinforzi nei punti critici, individua tre linee di difesa imperniate su alcune alture, ma quando è il momento di dare l’ordine( mattino del 26) , ci ripensa. Consulta Montuori(Capello è ammalato) e chiede se sia possibile resistere senza ritirarsi sulla linea del fiume. Avuta risposta affermativa, decide di correre il rischio e non dirama l’ordine di ritirata.
Perché il generale Montuori dà quella risposta? Non vede quello che sta succedendo o è davvero convinto di poter resistere? E come, di grazia? Le riserve sono troppo lontane; le strade sono intasate da soldati in fuga e da civili terrorizzati; Krauss ha superato la posizione chiave del Monte Stol; Stein  ha oltrepassato il Monte Maggiore ( uno dei perni della difesa italiana) e si trova a meno di sei chilometri da Cividale; Berrer  e Scotti, preso il Globocak,  sono a Corada, ai margini della pianura friulana; la III armata del duca d’Aosta è minacciata di accerchiamento.
Resistere?

Epilogo.

Sappiamo tutti come andò a finire. Cadorna ordinò la ritirata prima sul Tagliamento, poi, impossibilitato a tenere anche questa linea, arretrò sul Piave. E qui la spinta austro-tedesca si attenuò fino a dissolversi. Ludendorff richiamò altrove le unità di von Below; gli Alleati rinforzarono la nostra linea difensiva con alcune divisioni, Cadorna fu sostituito con il generale Armando Diaz e la situazione, lentamente, cambiò. Il Piave divenne, a un tempo stesso, la nostra estrema linea di difesa e il trampolino del nostro riscatto.
Dopo Caporetto e dopo la fine della guerra caddero molte teste. Quella di Cadorna – che aveva imputato la sconfitta alla “viltà e alla codardia” dei soldati “ignominiosamente arresisi al nemico”- quella di Capello, quella di Cavaciocchi ( l’unico, forse, a non incolpare i soldati), quella di Bongiovanni. Non quella di Badoglio. Perché?
L’ideatore della mancata “trappola di Volzana” la sfangò, si disse, per le sue entrature massoniche, per la sua faccia di bronzo, per l’attivismo dimostrato durante la ritirata nell’organizzare gruppi di sbandati  e per altre ragioni ancora. Sia come sia, Badoglio – che detto per inciso, si aspettava i carabinieri e la corte marziale, non certo onori  e prebende- verrà nominato vicecapo di stato maggiore (praticamente il secondo di Diaz); collaborerà a stilare i piani per Vittorio Veneto ( anche se, a posteriori, il generale Ugo Cavallero li rivendicherà come propri); dalla relazione della commissione d’inchiesta istituita per fare luce sugli avvenimenti di Caporetto spariranno- ma non è provato- tredici pagine poco lusinghiere sul suo operato in quei drammatici giorni; avrà titoli ( Marchese del Sabotino) , onori e cariche( Capo di stato maggiore). Ma non l’assoluzione di Cadorna.
Di chi fu la colpa? Dei soldati “vili e codardi”? Del “fronte interno”? Del papa e dell ‘”inutile strage”? Del disfattismo “rosso? Dello ” sciopero militare”? O delle difese male impostate,  delle riserve dislocate male, della sottovalutazione della forza del nemico, di una catena di comando burocratica e lenta, dell’arretratezza di un esercito in cui i soldati erano trattati come carne da cannone e nulla più, delle manie offensiviste di alcuni generali, dell’inettitudine di altri?
Le risposte si trovano qui:

Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, 2017
Silvio Bertoldi, Guerra : italiani in trincea da Caporetto a Salò,  Rizzoli, 2003
Silvio Bertoldi, Come si vince o si perde una guerra mondiale, Rizzoli, 2006
Mario Cervi, Caporetto, Mondadori, 1974
Lorenzo Del Boca, Grande Guerra , piccoli generali, Utet, 2007
Francesco Fadini, Caporetto dalla parte del vincitore, Mursia, 1992
Emilio Faldella, Caporetto: le vere cause di una tragedia, Cappelli, 1967
Angelo Gatti, Caporetto: diario di guerra, Il Mulino, 2007
Ernest Hemingway, Addio alle armi, Oscar Mondadori, 2002
Nicola Labanca. Caporetto: storia di una disfatta, Giunti, 1997
Piero Melograni, Storia politica della Grande Guerra, Mondadori, 1998
Alberto Monticone, La battaglia di Caporetto, Udine, 1999

Philippe Rostan, L’Europa in pericolo: Caporetto 1917, Milano, 1974
Paolo Rumiz, L’altra Caporetto, La Repubblica, Super 8, 6 ottobre 2017
Ronald Seth, Caporetto, Garzanti 1977
Mario Silvestri, Caporetto: una battaglia e  un enigma, BUR, 2003
Mario Troso, La battaglia di Caporetto, sito web

QUI puoi trovare un elenco completo degli articoli relativi alle due guerre mondiali ( e non solo) contenuti in questo sito.

PS.  Oggi Caporetto  si trova in Slovenia. Il suo nome sloveno è Kobarid.


 [1] Per la verità, l’idea non era del tutto nuova. Già nel 1915, un giovane ufficiale francese l’aveva sviluppata e codificata per iscritto. Gli alti comandi non la presero in considerazione. Nel 1916, sul fronte orientale, il generale russo Alexej Brusilov l’aveva applicata durante le offensive in Galizia. Ma furono i tedeschi a svilupparla compiutamente e a metterla in pratica con regolarità.
[2]L’ordine  verrà riportato sul bollettino n 4741 del 1° ottobre 1917: “Durante il tiro di bombardamento nemico, oltre ai tiri sulle località di affluenza e di raccolta delle truppe, sulle sedi dei comandi, sugli osservatori, ecc., si svolga una violentissima contropreparazione nostra… Si concentri il fuoco di grossi e medi calibri sulle zone di probabile irruzione delle fanterie… [che] dovranno essere schiacciate sulla linea di partenza.”
[3] Numerosi siti internet elencano, nei dettagli, la disposizione delle nostre truppe e di quelle austro-tedesche. Per chi voglia consultarli, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Naturalmente, se non si ha fretta, è meglio consultare prima i libri di Monticone e di Silvestri, citati in questo articolo.

Il quadro riportato in apertura è del pittore tedesco Otto Dix (1891-1969 ) e raffigura un’unità d’assalto in azione( si notino il caratteristico elmetto e la drammaticità dell’intera scena). Il quadro, dipinto nel 1924, è tratto dal seguente sito:http://www.minerva.unito.it/…/pace&guerra/arte/dix.htm