I volantini alati

04/03/2017

 

operazione-vago-1988

Prologo

Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque nacque l’11 novembre 1855 nel conselho di Batalha, distretto di Leiria, Portogallo.  Militare di carriera, membro di un’antica famiglia nobiliare, si distinse durante le guerre coloniali, fu nominato governatore del Mozambico, acquistò considerazione  e popolarità in patria, il favore del re dom Carlos e, stando ai si dice, anche il cuore della regina Donna Amelia. Rientrato a Lisbona nel 1898, fatto oggetto di critiche per il suo comportamento in Africa, disgustato dal clima di decadenza e dalla confusione imperante nel Paese, si tolse la vita l’8 gennaio del 1902[1].
Ma a più di un secolo di distanza, il 10 novembre del 1961, Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque ritornò prepotentemente agli onori della cronaca.

In volo per amore

il-comandante-marcelinoIl 10 novembre 1961, il comandante José Siqueira Marcelino, asso dell’aviazione  civile portoghese, avrebbe dovuto volare con un  Lockheed Super Constellation  da Lisbona a Oporto . Nello stesso giorno, un DC6 francese noleggiato dalla TAP,  avrebbe dovuto compiere il tragitto da Casablanca, in Marocco, a Lisbona. Il comandante Marcelino era un  ex pilota militare. Esperto, abilissimo, insignito di numerose onorificenze godeva di considerazione e prestigio nell’ambiente e conosceva persone importanti. Piaceva alle donne e le donne piacevano a lui.

maria-luisa-infanteMaria Luisa( o Luiza) Infante era un’assistente di volo della TAP. Quel 10 novembre avrebbe dovuto volare da  Casablanca a Lisbona. Marcelino – il cui matrimonio era da tempo in crisi- era attratto da Maria Luisa. Doppiamente attratto, perché, a differenza di tante altre donne, sembrava insensibile al suo fascino. Pur di stare insieme a lei e grazie alle entrature e al prestigio maturati nell’ambiente, il comandante riuscì a farsi assegnare il volo di andata e ritorno dal Marocco al Portogallo anziché quello interno. Ma ottenne anche di più: il Super Constellation fu assegnato alla rotta dall’Africa all’Europa e il DC6 a quella  da Lisbona a Oporto. Per ottimizzare l’impiego dei velivoli e risparmiare sul costo del noleggio, fu la motivazione ufficiale.
La TAP assegnava allora (e , credo, assegni ancora) a ogni suo aereo il nome di un portoghese illustre: Bartolomeu Dias, Vasco da Gama, Nun’Alvares Pereira, Fernau de Magalhaes e così via. Quello di Marcelino si chiamava Mouzinho de Albuquerque.

 

Il 10 novembre a bordo del Super Constellation si trovavano diciannove passeggeri- in gran parte americani- e sette membri d’equipaggio. Marcelino e Maria Luisa avevano passato insieme la serata del 9 novembre in un locale notturno , il Gallo d’oro( Le Coque d’Or), cenando e assistendo a uno spettacolo di danza del ventre. Erano poi tornati in  albergo dormendo ciascuno nella propria camera.
Alle 9,15 l’aereo decollò dall’aeroporto di Casablanca con destinazione Lisbona. Il tempo era buono, il cielo limpido. Il volo si preannunciava palma-inaciotranquillo. Ma quarantacinque minuti dopo il decollo, Marcelino sentì la canna di una pistola contro la sua nuca. Uno dei passeggeri era entrato nella cabina di pilotaggio. Ed era armato. Si chiamava Hermìnio da Palma Inàcio.
Con lui, a bordo, c’erano altri cinque antifascisti portoghesi- quattro uomini e una donna[2]– decisi a compiere un’azione clamorosa ai danni del regime di Salazar: sorvolare Lisbona, Barreiro, Beja e Faro, lanciare migliaia di volantini contro l’Estado Novo e le imminenti elezioni politiche- considerate una specie di farsa- ritornare in Marocco e atterrare a Tangeri.
L’esperto comandante non perse la calma. “ Non si può fare.” obiettò quando conobbe le intenzioni dei dirottatori “Non abbiamo carburante a sufficienza. Né è possibile aprire le porte dell’aereo per lanciare i volantini.” Ma Palma Inàcio era stato meccanico di aerei, aveva conseguito il brevetto di pilota durante una sua breve permanenza negli Stati Uniti d’America, sapeva dove mettere le mani. Si fece consegnare il piano di volo: gli bastò un’occhiata per capire quanto inconsistente fosse l’obiezione del comandante. In quanto all’impossibilità di lanciare volantini, bastava tenersi bassi, depressurizzare la cabina e aprire una delle uscite di sicurezza.
Marcelino desistette dal compiere altri tentativi: non poteva mettere a rischio l’incolumità e la sicurezza dei passeggeri Dal canto loro, i dirottatori, su richiesta dell’equipaggio, tennero le armi[3] ben nascoste, pronti tuttavia ad usarle in caso di necessità. Insomma, a bordo tutto sembrava normale. E Maria del Pilar Blanco, assistente di volo, non vedeva l’ora di arrivare. A Lisbona l’aspettavano il matrimonio, un marito da amare, i figli da crescere, una casa cui badare. Detto in altri termini, l’aspettava una vita felice in puro stile Estado Novo. Quando si rese conto di quanto stava succedendo, Maria del Pilar sentì il proprio futuro in pericolo e scoppiò a piangere. Vedendola così afflitta, un membro del commando le si avvicinò sussurrandole: “ Tranquilla. Andrà tutto bene.”
E i passeggeri? Due di essi se ne stavano in disparte e in silenzio, apparentemente concentrati sugli affari loro. Gli altri ridevano e scherzavano, bevevano vino e si scambiavano battute. Le solerti assistenti di volo, infatti, avevano provveduto a distribuire con tempestività bevande alcoliche, champagne compreso. Le signore a bordo furono omaggiate di una rosa. Sembrava più una festicciola fra amici che un’azione militare senza precedenti. Paradossalmente i più nervosi erano i dirottatori. Uno di loro non resse la tensione( o il mal d’aereo) e dovette recarsi in bagno a vomitare. Maria Luisa lo seguì, trovò il bagno in condizioni indecenti e senza preamboli ordinò al dirottatore di pulire dove aveva sporcato. Fu prontamente obbedita.
Al momento di iniziare la manovra di discesa su Portela, il comandante Marcelino contattò la torre di controllo e fu autorizzato ad atterrare . Il Super Constellation scese verso la pista numero cinque fino quasi a sfiorarla, ma all’ultimo momento, riprese quota e, volando a poco più di cento metri dal suolo, passò sopra la Baixa, sfiorò la statua del Marchese di Pombal e i tetti dei palazzi della capitale. Migliaia di “volantini con le ali” piovvero su Lisbona.
Il comandante Marcelino ricontattò la torre. Fece capire di essere stato costretto a eseguire quella manovra, che era in atto un dirottamento e che avrebbe proseguito verso il sud del Paese. L’esterrefatto controllore di volo gli chiese di ripetere quanto aveva appena detto, tanto la cosa sembrava inverosimile. Non fu necessario ripetere. Il generale Costa Macedo, in volo nei paraggi su un monomotore , intercettò la comunicazione, capì immediatamente di che cosa si trattava e diede l’allarme. Dalla base di Monte Real, si alzarono in volo due caccia Sabre F 86: avevano l’ordine di intercettare il super Constellation, di costringerlo ad atterrare in territorio portoghese o , stando alla testimonianza di uno dei due piloti, di abbatterlo in caso di rifiuto da parte del comandante.
Non andò così. Volando bassissimo per evitare i radar e i caccia, il Super Constellation sorvolò le cittadine di Beja e di Barreiro, sulle quali furono lanciati altri volantini. In vista di Faro, nell’Algarve, il comandante Marcelino eseguì una manovra degna della sua fama: volando a non più di dodici -quindici metri di altezza passò in mezzo a due navi militari, impedendo loro di fare fuoco per paura di colpirsi reciprocamente.
Dopo tre ore dal decollo da Casablanca, Mouzinho de Albuquerque atterrò di nuovo in Marocco, a Tangeri.

Epilogo

All’aeroporto, ad aspettare i dirottatori, c’era l’ideatore dell’operazione, il capitano Henrique Galvão in persona. Passeggeri ed equipaggio furono portati negli uffici della polizia marocchina e interrogati. Il comandante Marcelino udì nell’ufficio accanto al suo l’inconfondibile rumore di bottiglie di champagne stappate: i dirottatori brindavano al successo della loro impresa. Il governo portoghese ne chiese l’estradizione, il Marocco non la concesse. I sei antifascisti ripararono in Brasile.
Tornato in Portogallo, il comandante Marcelino fu interrogato dalla PIDE, ma non volle rivelare il motivo per cui si era fatto assegnare una rotta diversa da quella originaria e perché i due aerei – il Super Constellation e il DC6 francese- erano stati scambiati. La TAP lo sospese dal servizio per un mese.
Molti anni e molte ore di volo dopo, in un Portogallo senza più Salazar, avrebbe dichiarato: tacqui per salvaguardare il buon nome e la tranquillità ( oggi diremmo la privacy) della donna per seguire la quale mi ero dato da fare per scambiare i voli e gli aerei.
José Siqueira Marcelino e Maria Luisa Infante si sposarono l’11 aprile del 1967.

 

[1] Secondo alcune fonti, Mouzinho de Albuquerque non si sarebbe suicidato, ma potrebbe essere stato assassinato. È quanto sostiene, ad esempio, il diplomatico portoghese Antònio Mascarenhas Galvao. Analizzando le ore e i momenti precedenti la scomparsa di Mouzinho, l’autore individua comportamenti incompatibili con un aspirante suicida. Pranza con la famiglia reale, si reca dall’oculista a farsi controllare un versamento di sangue in un occhio, sosta in libreria dove acquista un volume che non sarà trovato accanto al suo cadavere, si reca al club dove è iscritto e accompagna il fratello del re in Piazza dos Restauradores. E che dire del tipo di arma usato? Una pistola a tamburo, calibro 45, ben diversa da quelle automatiche solitamente usate da Mouzinho. E della posizione del corpo all’interno dell’auto dove fu trovato? Il corpo è  piegato in avanti, mentre, secondo logica, dovrebbe essere piegato all’indietro. E così via.

È vero: esiste una lettera inviata a Donna Amelia, la regina, in cui Mouzinho le chiede perdono per il gesto che sta per compiere e di pregare per lui. Ma è autentica o è un falso? Secondo l’autore, l’ex governatore del Mozambico dava fastidio a molti , forse a troppi. Il che spiegherebbe anche un eventuale omicidio. Prove concrete circa l’assassinio di Mouzinho, tuttavia, non sono state ancora trovate. La versione più accreditata, dunque, resta quella del suicidio. (Confronta: http://noticias.sapo.pt/lusa/artigo/09630de2b83f75808f6575.html)

[2] Oltre a Herminio da Palma Inacio, facevano parte del commando Amandio Silva, Camilo Mortagua, Fernando Vasconcelos, Joao Martins e la moglie- allora incinta-  di Vasconcelos, Maria Helena Vidal. L’intero piano era stato concepito dal capitano Henrique Galvão, protagonista nel gennaio precedente, insieme al generale Humberto Delgado, dell’assalto al piroscafo Santa Maria. In realtà, il dirottamento del Super Constellation  doveva far parte di un’operazione più vasta per far cadere Salazar. Ma l’operazione fu annullata perché il Partito Comunista Portoghese negò il proprio appoggio. Galvão e Delgado, tuttavia, diedero ugualmente il via libera al dirottamento dell’aereo della Tap, trasformandolo in un clamoroso gesto di protesta a beneficio dell’opinione pubblica portoghese e mondiale.

Originariamente il dirottamento avrebbe dovuto avere luogo un mese prima, il 13 di ottobre, sempre sulla rotta Casablanca-Tangeri-Lisbona. Tuttavia una “ soffiata” mise sul chi vive la PIDE- la potente polizia segreta portoghese: i controlli furono aumentati e a bordo furono fatti salire paracadutisti armati. Galvão annullò l’operazione , attendendo l’occasione propizia per realizzarla di nuovo. E l’ occasione si presentò proprio il 10 novembre. La PIDE questa volta non sospettò alcunché. Seguiva il gruppo da mesi, ma fu tratta in inganno dal loro comportamento. I membri del gruppo, infatti, riuscirono a far credere di stare preparando l’assalto a una nave, sulla falsariga di quanto accaduto in gennaio, quando era stato dirottato  il piroscafo Santa Maria.

[3] Cinque pistole erano state portate a bordo dell’aereo  da  Maria Helena Vidal, infilate in una cintura sotto il vestito. Poiché Maria Helena Vidal era incinta, quel rigonfiamento sembrò del tutto naturale.

La foto sotto il titolo ritrae il comandante Marcelino( a sinistra di chi guarda) e Hermìnio da Palma Inàcio(a destra) nel 1998, durante un incontro dei partecipanti al dirottamento del 1961. Da: especiedemocracia.blogspot

Da leggere:

articolo comparso sul blog Observador firmato da Ricardo Oliveira Duarte e Miguel Soares
Articolo comparso sul giornale Publico, a firma Paulo Moura, 14/7/2009
Operação Vagô , da Wikipedia, a enciclopedia livre
Articolo comparso sul seguente sito


Il ritorno

02/04/2011

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti.

La parola d’ordine dei portoghesi d’Oltremare dopo la rivoluzione e nell’imminenza del  riconoscimento dell’indipendenza delle ex  Province  è : “ Fico!” ( si pronuncia Ficu e significa Rimango!). Ma, nonostante i proclami, l’orgoglio e le intenzioni, in Angola, in Mozambico, in Guinea-Bissau restano in pochi.
Le navi della conquista compiono il cammino inverso e con esse gli eroi della leggenda. Ma i Diogo Cao, i Pedro Alvares Cabral, i Vasco da Gama , gli Alfonso d’Albuquerque,  persino i Luis Vaz de Camoes redivivi diretti a Lisbona e ai suoi luoghi leggendari- il monastero dei Geronimiti, il Cais do Sodré , il Restelo, la torre di Belèm-   non  ri-navigano verso un destino di avventure e di gloria. E men che meno sostano in una qualche Isola degli Amori.
In Portogallo non li aspettano sovrani lungimiranti, zamorini potenti, re del Congo dai nomi portoghesi , eroi da celebrare con l’aiuto di  ingenho e arte, ma squallidi alberghi  dai nomi assurdamente altisonanti in cui si vive nella promiscuità più assoluta, discorsi di propaganda, cerimonie  incomprensibili, ricordi di spari e di grida, incubi popolati da indigeni in mimetica e dal grilletto facile , suoni, rumori estranei e stranieri, luci senza colore e senza calore, i simboli della gloria profanati dai turisti, guaiti di cani randagi, batter di denti di capretti malati, voli di tortore.
E’ quasi un’espiazione, il ritorno. Manca il lavoro, mancano i soldi, l’inserimento è difficile, i luoghi respingono e non accolgono, Lisbona è una città assurda e allucinante, le ninfe del Tago( tagides minhas) ispiratrici di Camoes ora battono i marciapiedi,  persino la lingua sembra diversa. Dopo cinquantatré anni d’Africa, non appartengo più a questo luogo, dice la moglie di uno dei reduci, Pedro Alvares Cabral. Le navi della conquista (As naus)dello scrittore Antonio Lobo Antunes ritornano, dunque, con il loro carico di disperazione, di inquietudine, di frustrazione e di disorientamento. E , sorto da profondità oscure e misteriose,  il mostro del Mare Oceano invano accorre a invocare il suo Signore,

                                                Il suo Signor che adesso sta dormendo
                                              
E un  tempo fu   Dominator del mare.

 

Pagina precedente ( Gli anni del riscatto)

Articoli correlati nella sezione Gli avvenimenti : I garofani di Lisbona.

 Clicca qui per consultare la bibliografia.


Gli anni del riscatto

02/04/2011

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti.

Gli anni del riscatto hanno come protagoniste le Forze Armate. Non tutti i reparti, a onor del vero, escono dalle caserme sulle note di Grandola vila morena: molti rimangono a guardare, altri restano fedeli al governo. Dunque, pochi e  politicizzati i militari portoghesi ribelli? Pochi forse no; politicizzati sicuramente, ma fino a un certo punto.
La preoccupazione principale del movimento dei capitani, infatti, è di  porre fine alla guerra coloniale e di restituire prestigio e onore alle Forze Armate, trattate male, secondo loro, dal governo e malviste dall’opinione pubblica: il primo vara provvedimenti normativi discutibili, la seconda attribuisce ai militari la responsabilità  del pessimo andamento della guerra e addirittura li accusa di volerla continuare ad arte al solo scopo di arricchirsi. I giovani ufficiali artefici della rivoluzione sono, nella stragrande maggioranza, tutto fuorché comunisti: vogliono liberarsi del fascismo e instaurare la democrazia per recuperare il proprio ruolo, la propria  funzione  e il proprio onore- l’onore delle Forze  Armate-  non per avviare palingenesi sociali. Tutto qui.
Quando,  a poche ore dalla sollevazione, rendono noto il loro primo programma politico, parlano di ripristino delle  libertà individuali, di abolizione della censura, di riconoscimento dei partiti, di scioglimento degli organismi militari e paramilitari dell’Estado Novo, di lotta all’inflazione, di riduzione del costo della vita, di soluzione politica del problema coloniale, di liberazione di chi è detenuto per reati politici o d’opinione, di ristrutturazione delle Forze Armate, di elezione di un’Assemblea Costituente e di un Presidente della Repubblica. Affermazioni, insomma, buone per tutte le stagioni e per tutte le opinioni.  Le uniche cose “ di sinistra”di quel comunicato riguardano una generica  “difesa degli interessi delle classi lavoratrici”, l’adozione di “ una strategia antimonopolista” per contrastare l’inflazione e il mantenimento della Giunta di Salvezza Nazionale, nominata all’indomani del crollo della dittatura.  Il socialismo, insomma, c’entra poco. C’entra molto, invece, il senso di appartenenza a un’elite – quella militare- da sempre protagonista della storia del Paese e in grado di determinarne il destino. Era successo così anche nel 1926, con questa, fondamentale differenza: allora si era instaurata una dittatura di destra, ora si aspira a varare un regime democratico fondato su  ampie libertà. Per il Portogallo continentale e, va da sé,  per le Province ultramarine.
Altri, invece, forniscono un’interpretazione diversa. Insistono sull’anima di sinistra di quei giovani capitani, sulla loro sintonia con le aspirazioni popolari, sul loro desiderio di palingenesi sociale, sulle loro radici socialiste o comuniste, sulle loro convinzioni terzomondiste maturate nelle giungle e nelle savane africane nel corso di operazioni cruente e sicuramente poco gloriose. Ma probabilmente è il popolo a entrare nel Movimento, non viceversa. I partiti politici, subito fioriti come i garofani del 25 aprile, irrompono infatti  sulla scena e  aspirano a mettere sotto tutela i capitani o a prenderne il posto.

La successione degli avvenimenti lo conferma. Il primo governo provvisorio, presieduto da  un civile, l’avvocato Adelino de Palma Carlos, è una specie di governo di unità nazionale. C’è posto per tutti, per i comunisti di Alvaro Cunhal come per i socialdemocratici, per i socialisti di Mario Soares come per alcuni nostalgici della monarchia. Se funzionasse sarebbe una specie di miracolo. E, infatti, non funziona. Le tensioni si acuiscono; Adelino de Palma Carlos rinuncia al proprio incarico; il Movimento di divide; l’anima di sinistra di parte delle Forze Armate e della popolazione guarda a Cunhal, quella di destra a Spìnola, nominato nel frattempo presidente della Repubblica. I governi provvisori( quattro nel giro di neanche un anno)  presieduti dal colonnello Vasco Gonçalves sembrano affascinati dalle sirene terzomondiste; la destra si allarma, tenta un golpe e fallisce, trascinando nel fallimento anche il generale Spìnola. La Giunta di Salvezza Nazionale viene allora  sostituita da un Consiglio della Rivoluzione, l’MFA sterza a sinistra e si pone come il  garante della  stabilità politica  e sociale.
Garantisce poco, però. Gli scontri sociali si moltiplicano; Cunhal esce con  le ossa rotte dalle elezioni per l’Assemblea Costituente;  numerose sedi del PCP subiscono aggressioni, si parla di golpe,  si teme un ritorno del fascismo. Lisbona è inondata di volantini allarmistici. Una cartolina PCP di quei giorni- una delle tante-  recita: Vigilançia popular , a reaçao nao passarà. La “reazione”, invece, passa. Eccome. Anche perché lo stesso MFA, diviso al proprio interno, perde consenso. Via, allora, il colonnello Vasco Gonçalves,  ideologo dell’MFA e  simpatizzante comunista e dentro l’ammiraglio Pinheiro de Azevedo, socialista moderato. Un golpe di sinistra fallisce  e i moderati- si chiamino, durante gli anni,  Cavaco Silva o Francisco  Sà Carneiro, quest’ultimo deceduto in un misterioso  incidente aereo-  prendono il potere per via elettorale. Non lo lasceranno più .
Lasciano invece le Province, spesso in modo drammatico , i coloni portoghesi. In Guinea e in  Mozambico il processo di decolonizzazione è rapido; in Angola, dove si fronteggiano fazioni diverse, un po’ meno. Alla fine, affermatosi temporaneamente l’MPLA- movimento marxista contrapposto agli altri due ( l’UNITA e l’FNLA) non marxisti- anche l’Angola diventa indipendente. Ci vorranno altri vent’anni di guerra civile  prima di arrivare alla pacificazione del Paese.

La Seconda Repubblica ha meriti e demeriti, vanta  successi e annovera fallimenti. Sono grandi meriti l’aver ripristinato le libertà fondamentali dell’individuo, l’aver chiuso con una guerra coloniale costosa e inutile, l’aver restituito alla gente il desiderio di fare politica,  l’aver spazzato via, in meno di sedici ore, un regime decrepito e corrotto e l’aver  restituito, in poco più di un anno, l’indipendenza alle ex colonie.
Successi pagati cari, però. Crisi economiche e finanziarie da brividi, risse politiche, fughe di capitali, impoverimento della vita culturale, disoccupazione elevata, difficile reinserimento dei portoghesi d’oltremare caratterizzano, infatti, i primi tempi della neonata repubblica. E’ una situazione temporanea, certo, ma lunga abbastanza da raffreddare gli entusiasmi e da fare appassire, a poco a poco, i garofani della rivoluzione. Eppure ci fu un momento in cui, sull’onda dell’entusiasmo per  quanto stava accadendo, l’MFA avrebbe potuto porsi alla guida politica del Paese. Il Movimento non ne approfittò o non volle farlo. Quando ci provò, ormai era troppo tardi. Nessuno, dopo  una dittatura durata quasi mezzo secolo voleva correre il rischio di sperimentarne un’altra, anche se di colore diverso.

Clicca qui per continuare la lettura ( Il ritorno)

Pagina precedente ( Di là dal mare)

Bibliografia


Il fascismo portoghese

02/04/2011

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti

e) Di là dal mare.

La lezione di Salazar: Forze Armate efficienti a difesa della Nazione e dell’Impero.

Ciò che resta del  Portogallo fuori dal Portogallo a volte si chiama impero, altre volte  provincia. Passati gli anni delle Repubblica e di Norton de Matos, illuminato Alto Commissario dell’Angola, il Portogallo fuori dal Portogallo continua a restare, al di là della terminologia del momento, una colonia gestita ora con caute aperture, ora in modo autoritario. La gomma e il cotone, il caffè e il cacao,  il ferro  e i diamanti, lo zucchero di canna  e i frutti tropicali  fanno gola  a molti,  muovono soldi, attirano coloni, creano potentati economici( la compagnia Diamang, in Angola), dotati, altrove,  addirittura di poteri amministrativi( la Companha de Moçambique). Forse ispirano anche l’Atto Coloniale del 1933, secondo il quale  il Portogallo ha nella propria missione storica il diritto di possedere e di colonizzare territori ultramarini e di civilizzarne gli abitanti , assimilandoli – questo non per dettato costituzionale, ma negli intendimenti- alla propria cultura.

Nel Portogallo fuori dal Portogallo arrivano coloni dalla madrepatria, sorgono città, si tracciano strade e vie ferrate, si costruiscono dighe( una su tutte: Cabora Bassa), centrali idroelettriche, raffinerie, fabbriche per la lavorazione del tabacco, industrie alimentari. Si crea una specie di Commonwealth portoghese o, se si preferisce,  una sorta di mercato comune luso-coloniale( la cosiddetta zona do escudo, la zona dell’escudo); si promuovono, anche se molto lentamente l’alfabetizzazione e l’istruzione( tecnica soprattutto); si cerca, dopo il Concordato del 1940, di aumentare la diffusione della religione cattolica. In poco tempo Luanda supera i quattrocentomila abitanti, Lourenço Marques i trecentomila; a Macao( o Macau)  si concentrano quasi tutti gli abitanti dell’ex impero portoghese d’Asia.

Soldati portoghesi si imbarcano alla volta dell’Oltremare.

In Africa, città e campagne vivono vite diverse, spesso contrapposte. I bianchi risiedono nelle prime, dediti al commercio, ai traffici e all’amministrazione; gli indigeni si disperdono nelle seconde, praticando un’agricoltura ancora primitiva.  Gli usi e i costumi delle popolazioni locali vengono mantenuti, ma solo in via transitoria e in vista di un loro superamento. Tuttavia, il regime del lavoro coatto in uso nei territori d’Oltremare (e non solo in quelli portoghesi, in verità) non cambia o cambia di poco, la qual cosa dà luogo a critiche da parte delle organizzazioni internazionali e a ribellioni soffocate nel sangue.
Sono queste ribellioni- all’inizio spontanee e dettate da motivi contingenti – a dare il via alla lotta armata organizzata e a  portare alla formazione di movimenti di liberazione, in genere di ispirazione marxista, un po’ in tutti i possedimenti portoghesi d’Africa. [1] La guerra si gioca su due piani: quello militare e quello politico. Sul piano militare, i movimenti di liberazione ottengono successi significativi in Guinea e in Mozambico,  meno significativi in Angola, dove agiscono divisi; sul piano politico,  si cercano appoggi, in nome del socialismo e della decolonizzazione da una parte e in nome della difesa dei valori dell’Occidente dall’altra. La situazione sul campo non si sblocca, la tensione e il malcontento crescono,  si comincia a parlare di federazione, di integrazione. O, addirittura,  di soluzione politica.
Poi sbocceranno i garofani.


[1]

Amilcar Cabral, leader del PAIGC.

In Guinea si afferma  il PAIGC ( Partido Africano de Indipendencia de Guiné e Cabo Verde), guidato da Amìlcar Cabral ; in Angola si contendono la scena tre movimenti armati:  il MPLA ( Movimento Popular de Libertaçao de Angola), con alla testa  Agostinho Neto, l’ FNLA ( Frente Nacional de Libertaçao de Angola), movimento anticomunista guidato da Holden Roberto e , ultimo, l’UNITA (Uniao Nacional para a Indipendencia Total de Angola, diretta da Jonas Savimbi; in  Mozambico agisce il FRELIMO ( Frente de Libertaçao de Moçambique) prima guidato da Eduardo Chivambo Mondlane e , poi, dopo l’assassinio di quest’ultimo, da Samora Moisé Machel.

Clicca qui per continuare la lettura ( Gli anni del riscatto)

Pagina precedente( la matita blu)

Bibliografia


Il fascismo portoghese

02/04/2011

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti.

d) La matita blu.

La lezione di Salazar: Dio, Patria e Famiglia.

La matita blu- terrore dei nostri anni scolastici- è lo strumento di cui, nel Portogallo di Salazar e di Caetano,  si serve la censura. E’ un’arma potente quella matita,  quasi quanto Tarrafal o, forse, più di Tarrafal.
Per quasi cinquant’anni, nell’interesse supremo della Nazione, i censori armati di matita blu tirano una bella riga su tutto ciò che è proibito o pericoloso per la giustizia, per la verità  e per il bene comune. La Patria e i suoi simboli sono sacri, le autorità politiche – i vertici in particolare- pure: i giornali, le pubblicazioni( e , più tardi la televisione) non  possono riportare notizie lesive del loro onore e della loro rispettabilità. Tutto va bene, il Portogallo è il migliore dei mondi possibili e quindi, niente notizie di suicidi, crimini abietti o a sfondo sessuale, niente accenni a casi si vagabondaggio, mendicità, libertinaggio; niente offese o critiche alle gloriose Forze Armate o alle operazioni militari in atto; niente  considerazioni basate su dati “ falsi in modo manifesto”. Stranamente si può parlare e scrivere liberamente- ma solo in riviste specializzate- di marxismo( quasi sempre per dargli addosso) e di questioni religiose. Ma se la religione scivola nella superstizione( e quand’è che succede?), ecco la matita blu entrare in azione.

La lezione di Salazar: conti in odine, moneta forte.

Le matite blu sono tante e sono dappertutto: dall’alto arrivano le direttive, dal basso si esegue. Qualche volta, in un luogo qualsiasi del Portogallo, c’è chi  capisce o interpreta  male e  si lascia sfuggire i pesci dalla rete; qualche altra volta, in qualche altro luogo, c’è chi, al contrario, eccede nello zelo,  accumunando in uno stesso destino colpevoli e innocenti. Ma il sistema funziona. Alcuni giornali ( Salazar ne ebbe molti dalla sua, ma non ottenne mai il controllo completo della stampa) si autocensurano preventivamente; altri elaborano un codice cifrato, un modo di dire e di non dire, di affermare e di negare, di giocare sui sottintesi e sui doppi sensi per divulgare informazioni e notizie. Chi ha dimestichezza col codice, trova nella notizia riportata da Republica sulla sconfitta dei dragoes biancoazzurri del Porto in una partita di calcio, l’allusione alla certezza  che i carristi di Caldas da Rainha, seppur momentaneamente costretti a rientrare nelle caserme, vinceranno, un giorno,  il campionato della libertà. E assim diante.

Non  si censurano per legge libri in Portogallo né, tantomeno, si bruciano, come accade altrove. Ma, in pratica,  i libri pericolosi vengono fermati ai confini ( se di autori stranieri) o ritirati dalla librerie. La pornografia- tanto quella volgare, quanto quella “colta”- spaventa  più del socialismo, il marchese de Sade, più di Carlo Marx. Andate dove si stampano libri e riviste e controllate, “suggeriscono” le autorità ai funzionari, visitate le tipografie, intimidite e blandite, sequestrate e denunciate, ma tenete lontano dal  Portogallo la corruzione dei costumi e il pericolo. Persino Vasco Pratolini( Cronache di poveri amanti)  finisce all’indice, in compagnia di Sartre e di De Sade. Una nota  del gennaio del 1974  lo riabilita.

Resta il mistero di Portugal e o futuro con il suo contenuto potenzialmente “ sovversivo”. Perché la censura non interviene impedendone la pubblicazione  o ritirandolo dalla librerie? E’ una manovra per fare fuori Spìnola? E’ un modo come un altro per riportare d’attualità una proposta analoga formulata da Caetano a Salazar dieci anni prima  e rifiutata? E’ un tentativo per legare al carro del governo l’estrema destra( il generale Kaùlza de Arriaga), critica nei confronti di una politica coloniale “prudente”  e attendista? Con ogni probabilità, tutti questi motivi assieme. Ma, forse, la vera spiegazione risiede nel cambiamento in atto nel Paese e ormai inarrestabile.

Clicca qui per continuare la lettura( Di là dal mare)

Pagina precedente( La padella di Tarrafal)

Bibliografia


Il fascismo portoghese

30/03/2011

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti

c) La padella di Tarrafal.

Nell’isola di Santiago, arcipelago di Capo Verde, circondata da paludi infestate dalla micidiale  zanzara anofele, si trova la località di Tarrafal. Dal 1936 al 1956, Tarrafal fu uno dei più terribili campi di prigionia per detenuti politici , molti dei quali internati ancora in attesa di giudizio. Il clima è pessimo: caldo atroce, umidità elevatissima, aria quasi irrespirabile. Il cibo è scarso, la disciplina durissima. E basta poco per finire  nella  padella( in portoghese, frigideira).

Disegno raffigurante la "frigideira" di Tarrafal.

E’ un cubo di cemento armato, privo di finestre, con un’unica porta di ferro sormontata da una sottile  fessura grigliata. All’interno ci sono due piccole stanze contigue,  separate da una parete e, in ogni stanza, solo due secchi: uno per le deiezioni, l’altro per l’acqua da bere. Non c’è illuminazione artificiale, non ci sono letti né pagliericci  né tavolacci: chi finisce nella padella deve camminare, sedersi, sdraiarsi sul cemento arroventato. Durante il giorno il sole batte sulle pareti e le surriscalda. All’interno, l’aria non circola e se la temperatura è già  un problema per chi sta all’esterno, si trasforma in un inferno per chi è dentro.  A sera le zanzare con il loro carico di plasmodi entrano dalla fessura sovrastante la porta. Chi è dentro subisce, impotente, questo flagello: per regolamento, infatti, sono vietate le zanzariere all’interno della frigideira. Così come sono vietati copricapo, calzature, coperte. Il cibo – pane e acqua- viene portato a giorni alterni; la permanenza all’interno della padella varia da pochi giorni a un mese e mezzo. Chi ci finisce ne esce con la malaria   o non ne esce affatto.

Ma l’ordine regna nelle strade di Lisbona. E tanto basta.

Clicca qui per continuare la lettura( Il fascismo portoghese: la matita blu)

Pagina precedente( Il fascismo portoghese: strategia del ragno)

Bibliografia


Il fascismo portoghese

30/03/2011

Stai leggendo Storie del Portogallo: i momenti

b) Strategia del ragno.

Sentite  bussare alla porta. Avete la testa confusa, perché la sbornia – di vinho verde e di parole dette forse a sproposito- di qualche ora prima, non è ancora passata. Aprite e vi trovate davanti due uomini in giacca e cravatta, dall’espressione decisa e dalla faccia normale. Conoscete la legge: la PIDE può arrestare e trattenere chiunque per sei mesi, anche senza accuse specifiche, se lo considera pericoloso. Sudate, per i postumi della sbornia e per la paura, mentre i due uomini vi  intimano di seguirli. Così, senza prendere niente? Senza avvisare nessuno? Proprio così, andiamo. Ma io non ho fatto niente. Vedremo.
Nella caserma di Rua Cardoso, il funzionario di servizio vi pone un’infinità di domande, annotando le risposte su un apposito modulo, sordo a ogni professione d’innocenza da parte vostra. Il nome, il cognome,  l’indirizzo, d’accordo, ma perché vuole sapere anche il nome del  mio barbiere, del mio medico, se vado in chiesa e dove, se frequento teatri, quale mezzo di trasporto uso normalmente, se ho delle amanti? Rimuginate fra voi e voi tutto questo e siete sempre più disorientati. E lo siete ancora di più, quando, prima  delle foto per gli schedari, un solerte barbiere vi taglia i capelli. Troppo lunghi, per i canoni dell’Estado Novo. La cella dove venite richiusi- forse Aljube, forse Caixas- è minuscola e disadorna. In gergo quelle celle sono conosciute come gavetas, cassetti. Lì non si può fumare, né ricevere libri o giornali, né visite di parenti. Il cibo è scarso, l’isolamento completo. Non  fate che pensare, pensare e ancora pensare. Che cosa avrò mai fatto? Che cosa avrò mai detto? Il tempo passa e voi  non riuscite più a tenere il conto dei giorni. Da quanto tempo sono qui? Da una settimana? Da due? O da poche ore?

Durante la dittatura di Salazar, il forte di Peniche fu adibito a carcere di massima sicurezza. Il 3 gennaio 1960 alcuni detenuti politici ( fra i quali anche il segretario del PCP Alvaro Cunhal) riuscirono a evadere in maniera rocambolesca.

Sentite armeggiare alla porta. Entrano due secondini e vi dicono di prepararvi. Oggi sarai interrogato, è il tuo turno. Ma che giorno è oggi? Da quanto sono qui? Di che cosa mi si accusa? Nessuna risposta. Nella caserma di Rua Cardoso, venite portati nella cosiddetta “ sala d’attesa”. Restate lì per ore, un agente armato di guardia, il cuore in tumulto, ad aspettare qualcuno che non si  fa vivo. Alla fine, venite ricondotti nel vostro “cassetto”a Caixas o ad Aljube.  Succede un’altra volta: stesso copione, altra attesa inutile,  poi più  nulla, come se tutti si fossero dimenticati di voi. Perché? Quando, molto tempo dopo( tre mesi? sei?),  venite riportato negli uffici di Rua Cardoso, afferrate quasi meccanicamente dalla vaschetta di plastica  gli oggetti personali in essa contenuti e quasi non vi accorgete di essere stato rimesso in libertà. La fame, l’isolamento, l’assenza di risposte, la paura, il pensiero di quanto sarebbe potuto accadere  vi hanno tolto ogni forza, anche quella di pensare. Colpiscine uno e ne educherai cento , non si dice così?
Siete stati  fortunati, potete ben dirlo. Con  altri detenuti, infatti, non si va tanto per il sottile. Violenze fisiche e psicologiche, privazione del sonno, iniezioni di Pentotal o di LSD praticate  da medici poco ligi al giuramento di Ippocrate, sono riservate a chi si pensa abbia qualcosa da rivelare, non a chi come voi ha solo parlato sconsideratamente sotto i fumi dell’alcol e deve essere “educato”. La PIDE dispone di un apparato efficiente, di un servizio di controllo e di intercettazioni capillare, di un sistema di comunicazioni migliore di quello di molte ambasciate,  di migliaia di fascicoli con nomi , cognomi, abitudini e indirizzi. E, soprattutto, di moltissimi informatori pagati bene. Gli amici sorvegliano gli amici, i colleghi controllano  i colleghi, i professori denunciano gli  studenti. E viceversa. C’è chi perde il lavoro per una delazione, chi non si vede mai recapitare una lettera considerata sospetta, chi si vede requisire libri e documenti. E chi, per aver parlato troppo, finisce ad Aljube, come voi.  La PIDE spadroneggia. E’ davvero uno stato nello stato e si fa, col passare del tempo, sempre più violenta e  aggressiva. L’ordine regna nelle strade del Portogallo, si vanta Salazar. Ma  a quale prezzo?

Clicca qui per continuare la lettura ( La “padella” di Tarrafal)

Pagina precedente( Il fascismo portoghese: la casa di Raul e Jorge)

Bibliografia