Le ali della farfalla

24/04/2018

 

Prologo

Fa freddo e c’è ghiaccio dappertutto. I soldati non si azzardano a uscire dai ripari. Quando devono farlo per necessità di servizio, si coprono con pelli di pecora e calzano comodi calzari. Nonostante le calde vesti, nonostante i calzari ai piedi, più di uno non ce la fa e resta indietro. Ma c’è anche chi tiene duro. Uno, in particolare. Non ha calzari ai piedi, non indossa pelli di pecora, ma il suo solito, ordinario mantello. Sente il freddo, avverte la fatica. Eppure, mentre gli altri arrancano, lui avanza spedito, immerso nei propri pensieri, apparentemente estraneo a tutto ciò che lo circonda.

Due città contese

L’antica Epidamno oggi si chiama Durazzo. Ne conosciamo la storia, ne ammiriamo i monumenti e le bellezze naturali. Ma nel 436 a.c., Epidamno è solo “ una città alla destra di chi entra con la nave nel golfo Ionio” e di cui molti in Grecia ignorano persino l’esistenza.
La città di Potidea si trova nella Penisola Calcidica. È di origine corinzia, non è lontana dal Regno di Macedonia. Paga il tributo a Atene, ma è restata in buoni rapporti anche con l’antica madrepatria. Ogni anno inviati corinzi la raggiungono per controllare e soprintendere, ma anche per mantenere viva l’antica amicizia.
E lì, in quelle città apparentemente prive di importanza , una farfalla batte le sue ali. E quel battito d’ali scatenerà un uragano.

Epidamno non è una città tranquilla. Non lo è mai stata. Disordini interni, vicini bellicosi e aggressivi le hanno fatto perdere, a poco a poco, prosperità e benessere. Quando, nel 436, la fazione diciamo così “ democratica” prende il sopravvento e caccia gli oligarchi la situazione non migliora. Al contrario. Con l’aiuto di bande di tagliagole, i fuorusciti tentano di riprendersi il potere, corrono le campagne in lungo e in largo, distruggono raccolti e rendono precari traffici e commerci.
Gli abitanti di Epidamno non ne possono più: quella guerra di guerriglia implacabile e devastante deve finire. Chiedono allora aiuto a Corcira ( oggi Corfù) di cui Epidamno è una colonia. Come parlare al vento. I Corciresi non vogliono grane, ignorano la richiesta di aiuto e a Epidamno tutto continua come prima. Che fare allora? Se Corcira è sorda, vediamo se Corinto lo è altrettanto, si dicono gli Epidamni. Perché pensano di rivolgersi a Corinto? Perché Corcira era stata fondata, in origine, da coloni corinzi. E anche se, col passare del tempo, si era, a poco a poco, staccata dalla madrepatria , la sua origine restava sempre quella.
Prima di prendere una decisione, gli Epidamni consultano il dio. Si recano a Delfi e chiedono a Apollo se facciano bene o no, dopo il rifiuto di Corcira, a rivolgersi a Corinto. Per il tramite della sua sacerdotessa, Apollo risponde che sì, chiedere aiuto a Corinto è legittimo. Detto, fatto. I Corinzi, già da tempo infuriati per l’atteggiamento dei Corciresi sempre più supponenti nei confronti della madrepatria, non si fanno pregare e inviano a Epidamno- via terra, non via mare, per evitare le triremi nemiche-  un contingente di soldati e un gruppo di coloni.
Mossa pericolosa, visti i tempi. La Grecia, infatti, è un’immensa polveriera e una semplice scintilla potrebbe scatenare il finimondo. Sparta guida la Lega del Peloponneso – di cui Corinto fa parte; Atene guida la Lega Delio-Attica. Le due Leghe vivono una pace precaria e una mossa avventata di una delle due parti potrebbe portare a soluzioni imprevedibili e disastrose. Ecco perché l’intervento di Corinto in favore di Epidamno potrebbe innescare un pericoloso e incontrollabile effetto domino in tutta la Grecia.
Non va così. Nell’immediato, almeno. Sparta e Atene, infatti, si chiamano fuori. Corcira, però, non ci sta. Non vuole interferenze da parte di Corinto e, per fare capire che aria tiri, muove una flotta di una quarantina di navi verso Epidamno. Arrivati in vista della città, gli ammiragli corciresi intimano: “Cacciate i Corinzi e riammettete in città gli esuli.” E aggiungono: “Chi vuole può andarsene sano e salvo; chi resta sarà considerato un nemico.” Nessuno caccia i Corinzi, nessuno esce dalla città. La flotta allora prende posizione intorno all’istmo e, coadiuvata sulla terraferma dai fuoriusciti e dagli Illiri, stringe d’assedio Epidamno.

Anche a Potidea la situazione non è tranquilla. La città è alleata di Atene, ma da quando è stata fondata Anfipoli(437) ha visto i suoi traffici diminuire e la sua posizione chiave verso il Mar Nero farsi meno importante. Il re macedone Perdicca II soffia sul fuoco. È furbo e spregiudicato. Bada ai propri interessi; sfrutta la rivalità fra Sparta e Atene per rafforzare il proprio regno; si allea ora con l’una ora con l’altra stando attento a non concedere troppo sia all’una sia all’altra. Ce l’ha con Atene( con la quale fino a poco tempo prima andava d’amore e d’accordo) perché sostiene la ribellione di suo fratello Filippo, deciso a sostituirlo sul trono. Così non perde occasione per crearle difficoltà. Semina zizzania fra le città vicine- Potidea compresa- incitandole a ribellarsi. Perdicca non è il solo a soffiare sul fuoco. Anche Corinto- sempre lei- ha il dente avvelenato con gli Ateniesi e non lesina, per il tramite dei propri inviati, consigli più o meno interessati agli abitanti di Potidea.

Tuttavia, per il momento almeno, Potidea e le sue tensioni restano sullo sfondo. È sul Mar Ionio che il battito d’ali della farfalla si fa vento di tempesta. I Corinzi, infatti, forzano la mano: armano una flotta; bandiscono, in segno di sfida, una colonia a Epidamno; stringono alleanze. I Corciresi si allarmano e inviano ambasciatori a Corinto. Propongono di risolvere la questione con un arbitrato. O consultando l’oracolo di Delfi. Ma è un dialogo fra sordi. Un arbitrato? L’oracolo di Delfi? Togliete l’assedio e poi se ne riparla, è la risposta dei Corinzi. E allora voi sloggiate sia i coloni sia la guarnigione è la replica dei Corciresi. Non volete mandare via i coloni e i soldati? Benissimo. Neanche noi ce ne andremo: stipuliamo una tregua e discutiamo, qui e ora. Tutto tempo perso.
I Corinzi stanno preparando una sorta di spedizione punitiva e la tirano in lungo al solo scopo di ultimarne i preparativi. Una volta pronti, i Corinzi inviano a vele spiegate una flotta verso Epidamno decisi a farla finita una volta per tutte. Va loro male, molto male. Intercettata presso Capo Leuchimme ( o Leucimme) la flotta da guerra corinzia viene sbaragliata da quella di Corcira. Nello stesso giorno anche Epidamno cede e capitola.
Sembra finita lì. Quello fra Corcira e Corinto, per interposta Epidamno, ha tutta l’aria di essere l’ennesimo conflitto regionale destinato a non lasciare strascichi. Ma non è affatto così. I Corciresi, imbaldanziti, continuano a correre il mare, attaccando gli alleati di Corinto; i Corinzi rispondono costruendo e varando nuove navi da guerra. C’è un momento in cui le due flotte si trovano di nuovo l’una di fronte all’altra. Ma nessuna delle due ha intenzione di attaccare battaglia per prima e, subentrata la cattiva stagione, entrambe ritornano da dove sono partite.
Ma quello scontro mancato ha allarmato i Corciresi. A differenza di Corinto, essi non hanno alleati. Se quella disputa continua, rischiano di trovarsi isolati e a mal partito. Corinto infatti continua ad armarsi, non smette di impiegare capitali e forza lavoro per costruire navi, assolda rematori, ha l’appoggio di Sparta. Urge correre ai ripari, urge trovare alleati. E quale alleato più potente di Atene?I Corciresi inviano allora ambasciatori ad Atene per sondarne la disponibilità. Saputolo, anche i Corinzi fanno altrettanto.
A Atene, i Corciresi parlano per primi. Il loro è un discorso appassionato. Chiediamo aiuto, esordiscono. Datecelo e avremo con voi un debito di riconoscenza. E continuano: saremo sempre fedeli e leali. Prestateci ascolto e ci guadagnerete anche voi. Se stipulerete con noi un’alleanza, altre città della Grecia guarderanno a voi con occhi diversi. Diranno: Atene accoglie chi chiede aiuto. E, allora, in caso di bisogno con chi stringerebbero un’alleanza? Con voi, naturalmente. Accogliendoci come alleati non violerete gli accordi di pace. Il decreto riconosce a chi è neutrale di scegliere, se vuole, uno dei due blocchi. E poi lo sapete anche voi: la guerra ci sarà. E’ solo questione di tempo. E quando quel momento verrà, potrete contare sulla nostra flotta. E non è una flotta qualsiasi, badate bene: è la seconda flotta -i primi siete voi- dell’intera Grecia.
È vero, ribattono i Corinzi, se accetterete l’alleanza con Corcira non violerete la lettera del trattato di pace, ma lo spirito sì. Il trattato è nato per impedire che scoppino guerre, non per provocarle. Questo è lo spirito del trattato. Dobbiamo rispettarlo tutti, nessuno escluso. Siamo sempre stati in buoni rapporti, noi Corinzi e voi Ateniesi: potremmo mai diventare nemici acerrimi? Potremmo mai comportarci dall’oggi al domani come se fossimo nemici da lunga, lunghissima data? Non fummo forse noi, in tempi recentissimi, a dissuadere Sparta dall’attaccarvi?
La guerra è inevitabile? Le guerre sono decise dagli uomini. E le decisioni degli uomini si possono cambiare, modificare, aggiustare. Niente, dunque, è inevitabile. E poi, vi conviene allearvi con Corcira? Non limitatevi al qui e adesso. Guardate avanti. Se accoglierete Corcira nella Lega di Delo rischiate una guerra. E che cosa ci guadagnereste? I Corciresi hanno una flotta di prim’ordine? Vero, ma attenti: gli alleati non portano soltanto flotte, ricchezze o risorse, portano anche obblighi ai quali, una volta presi gli impegni, è difficile sottrarsi. Valutate dunque bene i pro e i contro, i costi e i benefici, prima di decidere.
Gli Ateniesi discutono a lungo. Alla fine scelgono Corcira( e la sua flotta). Ma lo fanno a modo loro. Va bene, dicono ai Corciresi, vi aiuteremo. Ma interverremo al vostro fianco solo nel caso in cui foste attaccati per primi. Si tratta, dunque, di un’alleanza difensiva, la prima di cui si abbia traccia nella storia greca. È Pericle stesso, stando a Plutarco(Vita di Pericle,29,1), a suggerirla. Atene vuole, insomma, procedere con cautela. Vuole avere dalla propria parte- semmai dovesse scoppiare una guerra- la potente flotta corcirese, ma non desidera allarmare troppo i Peloponnesiaci in generale e Sparta in particolare. E così ai comandanti delle dieci triremi inviate da Atene a Corcira viene ordinato di tenersi in disparte e di entrare in battaglia solo nel caso in cui ci sia un’evidente minaccia di uno sbarco corinzio sull’isola. Quegli ordini sono un incubo, commenta Donald Kagan, per qualsiasi comandante. Come capire, nell’infuriare di una battaglia, le vere intenzioni del nemico? Se si è cauti, si rischia di essere ininfluenti; se si è precipitosi, si rischia di venire invischiati in “ uno scontro non necessario”.
Dieci navi sono poche. E anche questo è un segnale. Vedete, sembrano dire gli Ateniesi, non abbiamo alcuna intenzione di fare guerra a Corinto. Se l’avessimo , riempiremmo di navi il mare. Ma ricordatevi: anche noi siamo della partita. Il messaggio è chiaro: piantatela con le vostre liti e finiamola qui.
Ma Corinto non sembra in vena di cogliere messaggi. Centocinquanta navi corinzie, intenzionate a dare battaglia, salpano alla volta di Corcira e nei pressi delle isole Sibota entrano in contatto con le triremi nemiche. È il settembre del 433 a.c. I Corciresi sbaragliano l’ala sinistra nemica, i Corinzi hanno la meglio altrove. Le navi ateniesi sono costrette a intervenire. Fanno bene? Fanno male? Un dato è certo: il loro non è un intervento risolutivo. Risolutiva è invece l’apparizione sulla scena dello scontro di altre venti triremi inviate da Atene in un secondo tempo. I Corinzi le credono l’avanguardia di una flotta ben più numerosa e si ritirano. Chi ha vinto? Chi ha perso? Abbiamo vinto noi, affermano i Corciresi. E i Corinzi di rimando: voi vaneggiate. Abbiamo affondato settanta navi, abbiamo più di mille prigionieri. Siamo noi i vincitori.
E Atene? Intervenendo a favore di Corcira contro Corinto ha violato le disposizioni del trattato di pace, si è fatta un nemico potente, ha messo in allarme Sparta e la Lega del Peloponneso. Ne valeva la pena?

Potidea è sempre più irrequieta. E con lei l’intera regione. Perdicca, infatti, non cessa di pescare nel torbido: invia ambasciatori a Sparta, cerca alleati in Tracia, istituisce una corsia preferenziale con Corinto, persuade gli abitanti della Penisola Calcidica ad abbandonare le città e a rifugiarsi a Olinto, fortificata per l’occasione. Atene si sente minacciata. Se Potidea dovesse staccarsi dalla Lega di Delo, altre città-stato potrebbero seguirne l’esempio. Sarebbe un colpo durissimo per il suo impero. C’è una sola soluzione: Potidea deve essere ricondotta all’obbedienza e Perdicca deve essere ridimensionato.
Mentre navi da guerra cariche di opliti si dirigono verso la Tracia, agli abitanti di Potidea viene ordinato di abbattere le mura, di cacciare gli inviati corinzi, di non accoglierne più in futuro e di consegnare ostaggi. Sono richieste dure, impossibili da accettare. Gli Spartani hanno promesso: se Atene vi attaccherà, noi invaderemo l’Attica. Dal canto suo Atene ha ordinato ai comandanti della flotta diretta in Tracia, di lasciar perdere per il momento Perdicca, di raggiungere Potidea, di abbatterne le mura e di prendere gli ostaggi. Forti dell’appoggio spartano, gli abitanti di Potidea si ribellano. Il battito d’ali della farfalla sta per scatenare un uragano.
Il conflitto, infatti, si allarga. Si combatte in Macedonia, si combatte a Potidea. Arrivano “volontari “ da Corinto; rinforzi consistenti da Atene. Quando i due eserciti vengono a contatto, i “ volontari” corinzi al comando di Aristeo si battono bene, riportano un’effimera vittoria sull’ala sinistra ateniese, ma non possono modificare l’esito dello scontro. Padroni del campo, gli Ateniesi cominciano a stringere il cerchio intorno alla città. Fanno intervenire altre truppe, la stringono d’assedio.
Parte la salva di accuse reciproche. Atene accusa Corinto – e di riflesso la Lega del Peloponneso – di aver indotto alla ribellione una città alleata e soggetta a tributo commettendo un  vero e proprio atto di guerra. Corinto ribatte accusando Atene di assediare una sua colonia e i Corinzi che in essa risiedono. Tuttavia, per ora, non è ancora guerra aperta. Corinto ha agito autonomamente, ma non è affatto intenzionata a lasciar perdere.
Messi corinzi partono alla volta di Sparta.

Epilogo

A Potidea, l’uomo che, imperturbabile, camminava scalzo sul terreno ghiacciato divide, soldato fra soldati, la tenda con Alcibiade, un giovane emergente di cui in Atene si dicono meraviglie e al quale si pronostica un futuro di successi. Durante uno scontro particolarmente duro, entrambi si battono con determinazione e coraggio. A un certo punto, Alcibiade cade a terra ferito. Sotto gli occhi di tutti, l’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato gli si mette davanti, lo protegge dagli assalti nemici e gli permette di mettersi in salvo. È un grande atto di valore. Che merita una ricompensa. Ma essa viene assegnata al giovane ferito non a chi lo ha salvato a rischio della propria vita. E a questo punto succede una cosa apparentemente straordinaria. L’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato è il primo a sostenere questa decisione. Servirà a far crescere in Alcibiade l’ambizione per le cose più belle e più nobili, dice.
Quell’uomo è Socrate.

Da leggere:

Andrea Frediani, La grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F.Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Platone, Simposio, 219-220, Adelphi, 1979
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Alcibiade, Vita di Pericle, UTET, 2010
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

Altri articoli sulla guerra del Peloponneso contenuti in questo sito:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
Leggi l’articolo

 

La freccia di Sfacteria

Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.).A Sfacteria va in scena qualcosa che ha dell’incredibile agli occhi dell’intera Grecia: più di quattrocento opliti spartani, intrappolati sull’isola, anziché combattere fino alla morte, gettano gli scudi, alzano le mani e si arrendono. Leggi l’articolo.

 

I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
Leggi l’articolo

 

 

Sotto il titolo: Antonio Canova (1757-1822), Socrate salva Alcibiade nella battaglia di Potidea, Museo dell’Accademia di San Luca, Roma

 

Annunci


La freccia di Sfacteria

25/02/2018

 

Prologo

I delegati inviati da Sparta a Pilo per vedere e capire non impiegano molto tempo per rendersi conto della situazione. La flotta da guerra è stata quasi distrutta, le navi ateniesi controllano le acque e bloccano Sfacteria, il contingente spartano sbarcato sull’isola è tagliato fuori. Bisogna trattare. Viene stipulata una tregua. Gli Spartani si impegnano a consegnare le navi e a sospendere gli attacchi; gli Ateniesi non ostacoleranno i rifornimenti di cibo agli assediati e, a loro volta, non attaccheranno. La tregua resterà in vigore fino al ritorno da Atene degli ambasciatori lacedemoni. Poi si vedrà.

Una pace impossibile

A Atene, ambasciatori spartani poco laconici e insolitamente loquaci parlano chiaro: ridateci i nostri uomini e noi stringeremo con voi un trattato di pace e di alleanza. Di più: avrete anche la nostra amicizia. Se accetterete la pace, la Grecia tutta vi sarà grata. E ammoniscono: attenti a non inorgoglirvi troppo: la ruota della Fortuna oggi gira a vostro favore. Ma domani?
Gli Ateniesi, consapevoli di tenere il coltello dalla parte giusta, ribattono: ci offrite pace e amicizia? Sublime intendimento. Ma noi vogliamo anche qualcosa di più concreto: restituiteci Nisea, Pege, Trezene e l’Acaia [1]. Non è roba vostra, non le avete conquistate, ma ricevute a seguito degli accordi della pace precedente[2]. Ridatecele  e noi  toglieremo l’assedio a Sfacteria.
I delegati spartani non dicono di no. Anticipando i tempi, suggeriscono di istituire una commissione ristretta ( proprio come si farebbe oggi) per trattare la questione con calma, lontano da orecchi indiscreti. E, del resto, vanno capiti. Quattrocento dei loro sono intrappolati a Sfacteria, bisogna tirarli fuori di lì. Ma bisogna farlo senza umiliare pubblicamente gli alleati con concessioni in odore di resa o, peggio, di tradimento. Ecco perché chiedono colloqui riservati.
O, forse, non hanno secondi fini e vogliono davvero la pace. Quella guerra dura ormai da sei anni. Ed è una guerra diversa dalle precedenti, una guerra crudele e brutale. E costosa. Per entrambe le parti in conflitto. La popolazione di Atene è stata decimata da una terribile epidemia ( di tifo?), i campi dell’Attica giacciono in abbandono. In Laconia e in Messenia gli Iloti sono irrequieti; la  battaglia decisiva tanto attesa dagli Spartani non è stata ancora combattuta e chissà se mai lo sarà; si rischia uno stallo infinito. Conviene riflettere con attenzione, soppesare i pro e i contro, valutare i costi materiali e umani. Certo, le differenze (politiche, sociali, economiche) fra le due fazioni in lotta rimangono enormi; da entrambe le parti  ci sono troppe offese da vendicare e troppi torti – veri o presunti- da riparare. Per queste ragioni, sul medio periodo, la pace potrebbe rivelarsi fragile ed effimera. Ma un tentativo va fatto. E gli Spartani ci provano.
Gli Ateniesi, però, non ci stanno. Sale alla ribalta Cleone, populista ante litteram, adorato dalle folle ( un po’ meno dagli aristocratici), parlantina sciolta e ego smisurato. Rivolgendosi all’Assemblea, dice: fidarsi degli Spartani? E quando mai. Questi ci stanno prendendo in giro. Vogliono trattare? Trattare sul serio? E perché, allora, chiedono di fare le cose di nascosto? E, rivolgendosi ai delegati spartani, incalza: volete trattare davvero? E allora fatelo davanti a tutti ( in streaming, direbbe  un suo omologo – o un suo alter ego?-  di oggi).
La politica di Sparta è – ed è stata per secoli- quella di badare prima di tutto ai propri interessi  e poi a quegli degli altri. Ma adesso Sparta non può anteporre la salvezza dei quattrocentoventi uomini intrappolati a Sfacteria all’alleanza con Tebe o Corinto. Non può farlo nel corso di una trattativa pubblica, almeno. Così, visto che Cleone non cede sullo streaming, gli ambasciatori lacedemoni salutano, tolgono il disturbo e se  ne tornano da dove sono venuti.

La parola alle armi

La pace sfuma, la tregua scade ma a Sfacteria la protervia degli Ateniesi non accenna a diminuire .  La tregua è terminata e, stando ai patti,  rivolete indietro le vostre navi? Non se ne parla neanche. Durante la tregua avete compiuto scorrerie e attaccato le nostre posizioni. Non avete rispettato gli accordi. È una menzogna e un’ingiustizia, dite? Provate a smentirci, se siete capaci.
Gli Ateniesi si comportano in questo modo perché convinti di vincere facile. Sia sul campo di battaglia, sia ad Atene si nutrono pochi dubbi in proposito. Un pugno di uomini a corto di viveri, isolato dal grosso dell’esercito non può resistere a lungo. Invece quegli uomini resistono. L’isola è boscosa e accidentata. Per esperienza diretta, Demostene , il comandante ateniese, lo sa: quei boschi avvantaggiano chi si difende, ostacolano chi attacca. Nelle notti ventose, poi, quando il mare è agitato, piccole imbarcazioni si avvicinano al litorale e scaricano viveri per gli assediati. Non tutte ce la fanno. Così come, spesso, non ce la fa chi prova a passare a nuoto, tirandosi dietro otri pieni di semi di papavero e di lino misti a miele. Ma nonostante i fallimenti, c’è sempre qualcuno che ci prova. Per ottenere laute ricompense o, se Ilota, la libertà. Epitada, il comandante spartano, non potendo contare su linee di rifornimento sicure e continue, ha messo a mezza razione i suoi fin dall’inizio della tregua.
Le cose vanno dunque per le lunghe e ad Atene cresce il malcontento. Che storia è questa? Perché non siamo riusciti ancora a occupare l’isola? Qualcuno comincia a pentirsi di non aver accettato le proposte spartane e se la prende con Cleone. Al fronte, per i soldati di Demostene non va meglio. La pressione spartana su Pilo non accenna a diminuire, l’acqua scarseggia, il cibo arriva via mare. Col contagocce, però. Gli approdi , infatti, non sono facili e si rischia di andare a sbattere contro gli scogli. A turno, le triremi fanno la spola per rifornire gli uomini a terra. Si tratta di un’operazione delicata e pericolosa. Fra i soldati lo stress aumenta, la frustrazione cresce, il morale si abbassa. Anche perché, di lì a poco, sarebbe arrivata la cattiva stagione e se per allora l’isola non fosse stata conquistata gli assediati avrebbero potuto farla franca e tutta quella fatica sarebbe stata fatica sprecata.
Cleone, inutile dirlo, è sulle spine. Le notizie in arrivo da Pilo e da Sfacteria sono sempre meno rassicuranti? Tutte balle, afferma perentoriamente. Tutte balle? ribattono i latori delle notizie. Vieni a vedere di persona e ci saprai dire. Giusto, fa loro eco l’Assemblea: Cleone vada, torni e riferisca.
Questa non ci voleva, pensa Cleone. Se vado, torno e confermo quanto detto dai messaggeri mi sarà rinfacciato di aver raccontato frottole. Se vado, torno e, contro ogni evidenza, resto sulle mie posizioni ( “tutte balle”) ci farò la classica figura da peracottaro. Prova allora a metterla su un altro piano. Smettiamola di discutere se le affermazioni degli scout siano vere o false, mandiamo più soldati e facciamola finita. E aggiunge: ne prenderei io il comando se solo potessi farlo. Ma non posso, perché non sono stratego. È una mossa astuta e il bluff potrebbe anche funzionare se qualcuno non chiedesse  di vedere le carte.
Nicia, uno degli strateghi( e politicamente avverso ai populisti ) udita l’affermazione di Cleone risponde: se è per questo rimediamo subito. Ti autorizzo io a comandare quegli uomini. Io sono stratego e ho l’autorità per farlo. Anche i miei colleghi sono d’accordo. Che ne dici? Cleone pensa a una specie di scherzo. Quando mai si è vista una cosa del genere? È una cosa dell’altro mondo, contraria alla legge e alla logica e nessun magistrato ateniese vorrà e potrà darle corso. Sai che precedente creerebbe una situazione come questa? Secondo me, Nicia sta bluffando. Vuole fare il furbo e mettermi in cattiva luce presso l’opinione pubblica. Che cosa penserà di me la gente se adesso mi tiro indietro?
Certo che ci vado, è la risposta. Tanto – pensa- questa storia finirà presto in una bolla di sapone e io avrò salvato la faccia. Passano le ore, passano i giorni. Quand’è che partirai per la tua missione ? insistono gli Ateniesi. Cleone vacilla: dunque Nicia fa sul serio, vuole davvero cedermi il comando. Io? Partirei anche subito, ma lo stratego è Nicia: parta lui, secondo la legge. Ma Nicia insiste e chiama come testimoni tutti i cittadini di Atene. E loro, i cittadini di Atene- “ come fa di solito la folla”( Tucidide, V, 28 3)- non cedono. Anzi:  più Cleone accampa scuse, più gridano che parta.
Messo alle strette, Cleone accetta l’incarico. Si presenta in assemblea e, come costume di ogni buon populista, le spara grosse : entro venti giorni sarò di ritorno con i Lacedemoni prigionieri o non tornerò affatto. Pochi ci credono, più di uno si lascia scappare un sorrisetto beffardo: venti giorni? Non ce la farà mai. Ma gli avversari politici di Cleone gongolano: se cade in battaglia, ce ne liberiamo; se torna con i prigionieri, Sparta dovrà scendere a più miti consigli.[3]
Formato il contingente ( soldati di Lemno e di Imbro, quattrocento arcieri), firmato il decreto   di autorizzazione, Cleone parte per il fronte. In tutta fretta, chiosa Tucidide. Ha chiesto e ottenuto di avere come collega il solo Demostene, di cui gli è noto l’atteggiamento aggressivo.

Fine di un mito?

Cleone ha la fortuna dalla sua. A Sfacteria, infatti, la situazione è cambiata.  Un incendio provocato da un soldato sbadato( o affamato: si stava preparando il rancio) ha ridotto in cenere gran parte della vegetazione dell’isola. Gli assediati – più numerosi di quanto inizialmente ritenuto- non hanno più dove nascondersi e ripararsi. È il momento di portare il colpo decisivo. Demostene e Cleone riuniscono l’esercito, intimano agli Spartani di arrendersi e, ricevuto un netto rifiuto, sbarcano sull’isola ottocento opliti. C’è tensione. I soldati ateniesi temono tanto l’ambiente accidentato e sconnesso, quanto la fama di invincibilità della fanteria lacedemone.
All’estremità meridionale dell’isola gli Spartani hanno una guarnigione di una trentina di soldati e ne hanno una seconda- più numerosa- all’estremità opposta( dove ci sono rudimentali fortificazioni appoggiate a una parete rocciosa). Il grosso delle truppe è dislocato nella zona centrale.
La guarnigione di stanza nella parte meridionale viene colta completamente di sorpresa e sopraffatta facilmente. Poi, sul fare dell’alba, gli ottocento opliti sbarcati per primi vengono raggiunti dal resto dell’esercito. Demostene divide i suoi in reparti di duecento uomini ciascuno e li posiziona sulle alture. Sono reparti di arcieri, di frombolieri, di soldati armati di giavellotto. Completamente indifesi contro gli opliti. Se gli opliti, però, riuscissero a portarli a tiro delle proprie lance.
Ma non ci riescono. Disorientati da quella situazione del tutto nuova per loro, bersagliati da lontano dalle frecce degli arcieri e dai proiettili dei frombolieri, frustrati dalla tattica volutamente attendista degli opliti ateniesi con i quali non riescono a venire a contatto, accecati dalla polvere, assordati dalle grida e dalle urla degli attaccanti, impossibilitati a dare e a ricevere ordini, attaccati ai fianchi- e derisi-  dalla fanteria leggera, più mobile di loro, Epitada e i suoi opliti si ritirano, combattendo, verso l’estremità settentrionale dell’isola trovando riparo all’interno delle fortificazioni predisposte in precedenza.
E a questo punto le cose cambiano di nuovo. L’impetuosa avanzata ateniese si arresta davanti alle difese spartane; la manovra avvolgente non può più essere tentata; l’unica possibilità, ora, è l’attacco frontale. Gli Ateniesi ci provano più e più volte nel corso di un’intera giornata, ma ogni volta vengono respinti. Benché a corto di viveri, benché ridotti di numero a causa delle perdite, benché costretti in quello spazio limitato, non più bersagliati da tutte le parti dalle frecce degli arcieri, non  più tormentati dagli inafferrabili psiloi, Epitada e i suoi uomini schierano la falange e resistono. Sembra di essere tornati  – si parva licet– alle Termopili: un pugno di uomini determinati, addestrati e decisi tiene in scacco forze superiori.
Le Termopili avevano un punto debole: il sentiero dell’Anopaia, mal presidiato dai Focesi. Anche Sfacteria ha il suo punto debole: la parete rocciosa sovrastante il forte.  Alle Termopili era stato  il traditore Efialte( o chi per lui ) a indicare ai Persiani il sentiero; a Sfacteria è il comandante dei Messeni, Comone,  a prendere l’iniziativa. Con un gruppo di arcieri e di psiloi scala la parete rocciosa ( considerata insormontabile) e si presenta alle spalle degli Spartani. Presi fra due fuochi, i difensori cedono. Cleone e Demostene fermano gli attacchi e intimano agli Spartani di consegnare le armi. Come reagiranno i Lacedemoni? Impugneranno più forte la lancia, stringeranno più saldamente lo scudo e ripeteranno con orgoglio le parole di Leonida ai Persiani: se volete le nostre armi, molòn labé, venite a prenderle?
Niente di tutto questo. Gli Spartani gettano a terra gli scudi e agitano le mani: smettono di combattere e accettano una tregua. Epitada è caduto con le armi in pugno; il secondo in comando, Ippagrete, è gravemente ferito. Allora è Stifone a condurre le trattative per gli Spartani. Dice: lasciate che uno di noi raggiunga la terraferma e al ritorno ci riferisca le istruzioni ricevute. Ma Demostene e Cleone non ne vogliono sapere. Che siano araldi spartani a raggiungere l’isola e a dire come dovete comportarvi, ribattono. Sbarcati a Sfacteria, gli araldi riferiscono a Stifone e ai suoi: la decisione è vostra. Fate come credete, ma salvate l’onore. Dopo una breve consultazione, Stifone e i suoi consegnano le armi e si arrendono. Ne erano stati sbarcati quattrocentoventi, duecentonovantadue vengono fatti prigionieri. Fra questi ci sono centoventi Spartiati appartenenti alle famiglie più in vista di Sparta.

Lì, in quell’isoletta devastata dagli incendi si infrange un mito. Lo stupore è grande anche fra i vincitori: gli invincibile Spartani, i valorosi combattenti delle Termopili e di Platea, i leggendari fanti corazzati vincitori di mille battaglie disobbediscono alle leggi di Licurgo, non restano al proprio posto fino alla morte, non antepongono alla propria vita il proprio onore e il proprio valore , non temono l’atimìa, il disprezzo dei concittadini e gettano le armi. Non era mai successo. Non a memoria d’uomo, almeno.
A Sparta il contraccolpo è terribile. Il suolo sacro della patria è stato violato; i Messeni partono dalla testa di ponte di Pilo e devastano il territorio; gli Ateniesi, occupata l’isola di Citera abitata da Perieci, hanno basi navali tutt’intorno al Peloponneso e sono in grado di intercettare le navi mercantili cariche di grano provenienti dall’Egitto e dalla Libia. Qualsiasi reazione è condizionata dal timore di non rivedere più gli uomini catturati a Sfacteria: se si invade l’Attica e si devastano i raccolti, se si tenta di riprendere Citera,  gli Ateniesi per rappresaglia potrebbero giustiziare gli ostaggi.
Lo sconforto sale, la fiducia in se stessi viene meno. Solo allora ci si rende pienamente conto del clamoroso errore commesso occupando Sfacteria. Per impedire agli Ateniesi di usarla come base per compiere raid( ma era davvero questa la loro intenzione?) si era agito d’impulso, senza riflettere sui possibili rischi e sui pericoli di una tale operazione. Compresa l’eventualità di un blocco navale , poi puntualmente verificatasi.
Prima di Sfacteria gli Spartani scendevano in battaglia decisi e determinati, dopo Sfacteria sono titubanti e incerti; prima non avevano cavalleria né arcieri, dopo, “ contrariamente alle loro abitudini” ( IV,55, 2) istituiscono un corpo di cavalleria e formano reparti di tiratori; prima, certi del proprio coraggio, erano sicuri di vincere ogni battaglia , dopo temono di fallire perché scoraggiati e non “ avvezzi alla sventura”.  Cercano in ogni modo  e più volte di venire a patti con gli Ateniesi senza ottenere alcunché. All’indomani dei fatti di Pilo e di Sfacteria, Sparta tocca il suo punto più basso: demoralizzata e sfiduciata, guarda con preoccupazione al futuro. Chi lo avrebbe mai detto?
Ad Atene si respira un’aria diversa. Agli occhi dei più, le tattiche innovative impiegate da Demostene a Sfacteria hanno reso la falange spartana un’arma quasi spuntata. A Sfacteria, la freccia ha avuto ragione della lancia, la mobilità degli uni ha reso quasi nulla la forza d’urto degli altri. Certo, generalizzare trasformando un’eccezione in una regola sarebbe pericoloso. Molto pericoloso.  I più avveduti, i più saggi non lo fanno. Ma tutti, nessuno escluso, si abbandonano all’euforia del momento.
I motivi non mancano. Atene ha una base operativa in territorio nemico, la sua potenza navale è intatta, ha quasi trecento ostaggi cui Sparta sembra tenere molto, ha acquistato prestigio e considerazione presso i propri alleati. Se lo volesse potrebbe trattare la pace da una posizione di forza e cercare di porre fine a quella guerra infinita.
Ma non vuole farlo. E soprattutto non vuole farlo Cleone. Cleone è un arruffapopoli, come abbiamo visto. Ma è anche un “falco” conclamato. O, forse, è “falco” conclamato perché arruffapopoli. Contro ogni previsione ha mantenuto la propria promessa per quanto incredibile e avventata fosse sembrata all’inizio. Adesso, forte della popolarità conquistata, può spingere sull’acceleratore, correggere se non proprio ribaltare la prudente politica voluta  da Pericle, abbandonare l’attendismo e cercare di forzare la mano.

Epilogo

Un uomo si avvicina all’ostaggio spartano. Quell’uomo non è ateniese, viene da un’altra città, una città alleata di Atene. La notizia di quanto accaduto a Sfacteria ha fatto il giro di tutta la Grecia. Tanti tuoi commilitoni – lo apostrofa rivolgendogli la parola- sono morti con le armi in pugno. Non credi che quegli uomini meritino di essere chiamati valorosi?
C’è del sarcasmo nella sua voce. Forse anche disprezzo. Per lui, valoroso è chi cade in battaglia, non chi getta lo scudo e si arrende. È come se, rivolgendogli quella domanda, gli stesse dicendo: a differenza di chi da Sfacteria non è mai tornato, tu hai gettato lo scudo: hai salvato la tua vita a spese del tuo onore.
“Amico mio”, risponde il prigioniero “ Una freccia capace di distinguere un valoroso da chi non lo è sarebbe davvero un’arma da tenere in altissimo conto.”
Con quella risposta volutamente ironica (“ le frecce colpiscono a caso”), l’ostaggio spartano, seppure in modo inconsapevole, porta alla luce una verità incontrovertibile: in quella guerra tutto si sta modificando. Le consuetudini cambiano, le certezze vacillano, le tattiche – politiche e militari- mutano. E se la freccia può avere ragione della lancia, anche il valore delle Termopili  non appartiene più al presente, ma a un passato sempre più lontano.

Da leggere:

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libro  XII, 55-63, BUR,  2016
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
H.L. Havell, Capture of A Hundred and Twenty Spartans at Sphacteria, sito web  
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Plutarco, Vite parallele, Vita di Nicia, Utet, 2010
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C, Osprey, 2013
Studia Humanitatis- παιδεία, La beffa di Sfacteria, sito web 
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, IV,  BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

In questo sito puoi leggere altri articoli relativi alla Guerra del Peloponneso:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
Leggi l’articolo

 

I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
Leggi l’articolo

 
Le ali della farfalla.

Due città contese, un atto di valore, le avvisaglie di una guerra devastante.
Leggi l’articolo

 
 

[1] Nisea era il porto orientale dell’antica Megara, collegato alle fortificazioni della città mediante “lunghe mura”. Dal 427 a.c., per tre anni, gli Ateniesi assediarono il porto fino alla sua caduta nel 424 grazie a un colpo di mano di una fazione interna filo-ateniese  Pege( o Paghe) era il porto occidentale dell’antica Megara. Entrambe le località erano di fondamentale importanza strategica per una potenza marittima come Atene. Controllando Nisea e Pege, essa, infatti, avrebbe potuto controllare tanto il Golfo di Corinto, quanto il Golfo Saronico.
Trezene era una città del Peloponneso, situata nell’Argolide orientale; l’Acaia era una regione situata nella parte settentrionale del Peloponneso. Controllando sia l’una sia l’altra, Atene avrebbe potuto contare su due importanti teste di ponte in territorio nemico.

[2] La cosiddetta “ Pace dei Trent’anni”, seguita alla prima guerra del Peloponneso(460-445 a.c.). In base agli accordi , Atene rinunciava alle proprie conquiste nel Peloponneso( Nisea, Pege, l’Acaia e Trezene) ; Sparta riconosceva ad Atene il possesso di Naupatto( oggi Lepanto) nella Locride Ozolia. Le eventuali controversie future sarebbero state risolte mediante un arbitrato, qualora una delle due parti  in causa ne avesse fatto richiesta. Se lo avessero voluto, le città – stato neutrali ( vale a dire non facenti parte della Lega Delio-Attica o della Lega del Peloponneso) avrebbero potuto scegliere con chi stare e di quale alleanza far parte. Il trattato, inoltre, riconosceva come legittime entrambe le Leghe.
La Pace dei Trent’anni durò poco. Nel 431 gli Spartani accusarono gli Ateniesi di averne violato le clausole. Ne seguì una guerra lunga e sanguinosa, crudele e brutale, conclusasi nel 404 con la vittoria di Sparta. Questa guerra è comunemente conosciuta come “ Guerra del Peloponneso”.
Nella seguente cartina(tratta da Wikipedia) sono indicati i luoghi della battaglia e i luoghi contesi citati in questo articolo.

 

[3]Questa la versione dei fatti proposta da Tucidide ( IV, 28).
Lazenby avanza un’ ipotesi diversa. Secondo lui è possibile che Cleone non abbia subito gli avvenimenti, ma li abbia intenzionalmente provocati. In altri termini, secondo Lazenby, Cleone  agì  come agì al solo scopo di farsi affidare il comando del contingente in partenza per Sfacteria. Tergiversò e tornò spesso sulle proprie decisioni  unicamente allo scopo di guadagnare tempo in attesa del  momento propizio. Quando Demostene chiese rinforzi e le truppe si raccolsero in Atene, Cleone capì che era giunto il momento di rischiare e di accettare la nomina. Il contingente di rinforzo, infatti, una volta sul posto, avrebbe fatto pendere la bilancia dalla parte degli attaccanti. E, una volta ottenuta la vittoria, Cleone ci avrebbe guadagnato in prestigio e importanza.
Visto il tipo, un’ipotesi del genere potrebbe avere più di un fondamento.

 


Lo scudo di Brasida

12/02/2018

Prologo

Il braccio di mare prospiciente il promontorio di Pilo, in Peloponneso,  è affollato di navi. Sono triremi spartane. Li comanda l’ammiraglio Trasimelida. Devono avvicinarsi alla riva e sbarcare la fanteria affinché impegni gli opliti ateniesi schierati sul litorale.
Lo spazio di manovra è ridotto, gli approdi sono disagevoli e difficoltosi. Visto lo spazio esiguo in cui devono operare, le navi possono cozzare le une contro le altre e venire danneggiate. Per questo i trierarchi – i comandanti delle triremi- e i timonieri ci vanno piano. Manovrano con cautela, si muovono lentamente. Troppo lentamente secondo uno di quei comandanti, l’unico a invocare maggiore coraggio e maggiore determinazione.
“ Vorreste risparmiare le navi mentre il nemico occupa il suolo della nostra patria?” grida da bordo della propria trireme “ Non preoccupatevi delle navi. Portatele a terra. Se necessario anche sulle rocce. Ma fate in modo che la nostra fanteria possa sbarcare e impadronirsi delle posizioni nemiche.” E facendo seguire i fatti alle parole, ordina al proprio timoniere di dirigersi a tutta velocità verso la terraferma.
Quel comandante spartano si chiama Brasida.

Una guerra come nessun’altra

Pilo ( oggi Navarino) si trova in Messenia, nella parte sudoccidentale del Peloponneso e controlla l’accesso alla baia omonima. L’isola di Sfacteria la ripara dai venti. Nella tarda primavera del 425 a.c.- sesto anno di guerra- una flotta ateniese di quaranta triremi, al comando degli strateghi Eurimedonte e Sofocle, sta costeggiando il Peloponneso diretta in Sicilia, dove Siracusa ha conquistato la filo-ateniese Messene ( Messina)  e dove Locri ha attaccato Reggio, alleata di Atene.
Con gli strateghi c’è anche  Demostene, uno dei generali più in vista di Atene. Il governo ateniese lo ha autorizzato a servirsi di quelle navi per condurre, se necessario, scorrerie in territorio nemico come rappresaglia agli attacchi spartani. Mentre la flotta ateniese sta navigando lungo le coste del Peloponneso, infatti, un esercito spartano guidato dal re Agide, figlio di Archidamo, è accampato davanti ad Atene e ne devasta la campagna.
Non si tratta di una novità. Quei primi anni di guerra fra le due superpotenze di allora – Atene e Sparta e i rispettivi alleati[1]– conosciuta come Guerra del Peloponneso, hanno visto i Lacedemoni invadere periodicamente l’Attica e distruggere i raccolti nel tentativo di affamare gli Ateniesi o di costringerli a una battaglia in campo aperto.
Ma gli Ateniesi, protetti dalle “ Lunghe Mura” e da una flotta formidabile, non sono caduti nella provocazione degli Spartani. Dominano il mare, hanno grandi disponibilità finanziarie e difese formidabili. I viveri e le vettovaglie necessari possono essere comprati altrove e fatti arrivare in tutta sicurezza al Pireo. Perché, dunque, giocarsi tutto in una sola giornata accettando lo scontro in campo aperto? E contro gli invincibili Spartani, per giunta? Si è sempre fatto così? Le rivalità e le dispute sono sempre state risolte con una battaglia di opliti combattuta secondo regole condivise? Beh, adesso è il momento di andare controcorrente, di infischiarsene delle regole e delle consuetudini e di vedere chi saprà resistere più a lungo.
Quella guerra mondiale ante litteram si annuncia, dunque, come una guerra di logoramento. Vincerà chi avrà più risorse, chi avrà più uomini e più navi, chi riuscirà a evitare le defezioni e le rivolte interne, chi saprà tenere alto il morale della popolazione, chi saprà meglio proteggersi con un sistema di alleanze stabili. E – perché no?- chi avrà dalla sua il favore degli dei.
Il vecchio re spartano Archidamo l’aveva detto fin dall’inizio: siamo proprio sicuri di volere questa guerra? Per battere Atene ci vuole una flotta più forte della sua. E noi non l’abbiamo e forse non l’avremo mai. Se Atene evita lo scontro in campo aperto, come riusciremo ad averne ragione?

Il volere del Fato

Da tempo Demostene coltiva un’idea: creare una testa di ponte ateniese in territorio spartano. Informatori messeni glielo hanno confermato più di una volta: Pilo potrebbe diventare un’ottima base operativa. Lì , a Pilo, c’è un porto, ci sono  forti difese naturali, c’è abbondanza di legname e di pietre, non ci sono guarnigioni nemiche nelle vicinanze.
Quando la flotta ateniese giunge all’altezza della Laconia, Demostene propone agli strateghi: fermiamoci a Pilo, fortifichiamoci e devastiamo il territorio spartano. E aggiunge: Pilo è in Messenia e i Messeni nutrono ostilità verso i Lacedemoni. Incoraggiati dalla nostra presenza e dai nostri raid, impugneranno le armi e causeranno ai nostri nemici non pochi problemi.
L’idea è buona. E anche rivoluzionaria, se vogliamo: lo scontro in campo aperto sostituito dalla guerra di guerriglia. Accompagnata dalla sollevazione delle popolazioni( o delle classi sociali) sottomesse. Ma Eurimedonte e Sofocle non ne vogliono sapere. La nostra missione è un’altra, sostengono. Dobbiamo dirigerci a Corcira[2]. I Corciresi sono nei guai, è nostro dovere aiutarli. Inoltre triremi nemiche hanno raggiunto l’isola. Dobbiamo intercettarle, impegnarle in combattimento, toglierle di mezzo e poi raggiungere la Sicilia.
Demostene insiste, difende con passione la propria idea, non cede. Ma per quanto insista non riesce a ottenere alcunché. E a questo punto il caso ( il Fato?) gli dà una mano. Il mare, corso da venti impetuosi, si agita. Le fragili ( e costose) triremi corrono il rischio di capovolgersi. Urge trovare un riparo. E quale riparo più sicuro del porto di Pilo? Ma non cercare di convincerci a restare qui, mettono in chiaro Eurimedonte e Sofocle. Appena i venti si saranno calmati, prenderemo di nuovo il mare. Demostene non insiste, anche se in cuor suo fatica a rassegnarsi. Ecco un’occasione perduta, pensa.
Perduta? Mai dire mai. Alla tempesta subentra una bonaccia. Non si può prendere il mare. I soldati, i marinai, i rematori non sopportano quell’ozio forzato. Non fanno niente e non hanno niente da fare. Hanno bisogno, un bisogno quasi vitale, di tenersi occupati. E allora eccoli trasportare pietre e tronchi, caricarsi i contenitori di malta sulle spalle, alzare muri e chiudere brecce. In meno di sei giorni, Pilo diventa una piccola, munita fortezza. Anche Eurimedonte e Sofocle ne devono prendere atto. Una volta tornati i venti salpano, sì, alla volta di Corcira, ma lasciano a Pilo un contingente di mille uomini , un centinaio di opliti e cinque navi. E Demostene, naturalmente.
E gli Spartani? Se la prendono comoda. A Sparta gli Efori, i gheronti, e tutti gli Spartiati sanno del colpo di mano ateniese a Pilo, rabbrividiscono al pensiero della patria violata, ma non interrompono il periodo di feste sacre. Né mobilitano subito un contingente per stroncare sul nascere quel tentativo. Anche perché il grosso dell’esercito è ancora in Attica. E poi – ragionano- che cosa sperano di ottenere gli Ateniesi? Sono lontani dalla loro città, sono pochi, non possono essere riforniti con regolarità. Quando sarà il momento li spazzeremo via in men che non si dica. O, al solo vederci, se la daranno a gambe levate.
Agide, il re, non la pensa così: Pilo è un affronto arrecato a me, a Sparta, ai nostri alleati. Non bisogna indugiare. E facendo seguire i fatti alle parole abbandona l’Attica e torna in Peloponneso. Il re la mette sul piano personale e tira in ballo l’onore ferito. Reazione sacrosanta. Ma l’abbandono dell’Attica ha anche un’altra spiegazione: il grano non era maturo, i viveri cominciavano a scarseggiare e l’operazione si sarebbe dovuta comunque interrompere di lì a poco. Pilo ne ha solo accelerato i tempi.

Per terra e per mare

Adesso per Demostene e i suoi si fa grigia. Le triremi spartane hanno lasciato Corcira eludendo la flotta ateniese e ora sono lì, a Pilo, pronte a sbarcare opliti o a bloccare il porto qualora lo sbarco fallisse. Un esercito nemico è schierato sulla terraferma e si ingrossa ogni giorno di più. L’isola di Sfacteria- boscosa e accidentata- è stata occupata. E’ vero: Eurimedonte e Sofocle sono stati raggiunti presso l’isola di Zacinto da una delle  due navi inviate loro incontro da Demostene e messi al corrente della situazione. Ma riusciranno a ritornare in tempo?
Lo scontro è inevitabile. Bisogna combattere. E, in attesa del ritorno della flotta, bisogna farlo da soli. Demostene ordina allora di tirare a riva le tre navi rimastegli, le protegge con una palizzata , arma i marinai con armature e scudi di vimini tolti a una nave di pirati messeni, schiera gran parte di suoi sulle alture e dietro le fortificazioni con l’ordine di bloccare la fanteria nemica. Poi, con una sessantina di opliti e alcuni arcieri, si lascia alle spalle le fortificazioni e prende posizione nella parte sudoccidentale del promontorio, laddove ritiene più probabile uno sbarco. Ai propri uomini dice: è vero, i nemici sono molto più numerosi di noi. Ma noi possiamo contare sulle fortificazioni e sulle asperità dei luoghi. Inoltre il luogo dello sbarco è accidentato, le navi nemiche non potranno attaccare in massa, ma solo sbarcare piccoli gruppi per volta. E questo ci avvantaggerà.
Gli Spartani attaccano dal mare con le navi, attaccano da terra con la fanteria. Le fortificazioni tengono, gli sbarchi vengono respinti. Demostene ha visto giusto: solo piccoli contingenti prendono di volta in volta terra e gli Spartani non possono far valere la forza del numero. Per uno strano gioco del destino, i ruoli si sono invertiti: Sparta- potenza terrestre- attacca dal mare e Atene – potenza marittima- combatte sulla terraferma.
Si va avanti così per un paio di giorni. Gli Spartani pensano allora di costruire macchine da assedio per prendere d’assalto le fortificazioni. Non fanno in tempo. Tornati da Zacinto, Eurimedonte e Sofocle entrano con la flotta nel porto di Pilo- che il nemico non ha potuto o non ha voluto bloccare-  e lanciano le loro navi contro le triremi spartane, sbaragliandole. Tagliati fuori dalla terraferma, impossibilitati a ricevere rifornimenti, viveri e rinforzi, gli opliti spartani sull’isola di Sfacteria sono ora sotto assedio.
A Sparta le notizie provenienti da Pilo provocano costernazione. Il caso e gli errori  commessi sul luogo della battaglia hanno creato una situazione imprevista e imprevedibile. L’esercito e ciò che resta della flotta sono ancora lì, a Pilo, ma che cosa possono fare? Inutile minimizzare: gli opliti di Sfacteria sono, in tutto e per tutto, degli ostaggi. Se non li si vuole abbandonare al loro destino, l’unica soluzione è trattare.

Epilogo

L’impatto contro la costa è violento. Brasida perde l’equilibrio, ma si rialza subito. Armi in pugno, si dirige verso la passerella della sua trireme per scendere a terra. Non è ancora sceso quando viene attaccato dai nemici. Molti di loro cadono trafitti dalla sua lancia, colpiti dalla sua spada. Raggiunto da numerose frecce, continua a combattere. Poi a un certo punto, a causa delle ferite subite,  perde conoscenza. Lo scudo gli scivola dal braccio e cade in mare. I marinai sollevano il loro comandante- coperto di sangue, ma vivo-  e lo portano al sicuro facendosi strada fra mucchi di cadaveri. Lo scudo di Brasida viene recuperato dagli Ateniesi e conservato come un trofeo.
L’anno dopo, imbracciando di nuovo uno scudo, Brasida si prenderà la propria rivincita in Tracia.

Da leggere

Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War, a Military Study, 2003
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C., Osprey, 2013
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Bur, 2009, traduzione di Franco Ferrari, Libro IV

*****************************************************************************************

QUI puoi trovare altri post relativi alla storia greca( e a quella romana) pubblicati su questo sito.

*****************************************************************************************

Quella riportata nell’ epilogo è la versione proposta da Diodoro Siculo( 90 a.c. – 26 a.c.). Quella di Tucidide (455 a.c. circa-400 a.c. circa ) è meno ricca di particolari. Scrive quest’ultimo: “ Brasida così spingeva gli altri e, costretto il suo timoniere a gettarsi contro la riva, correva alla scala: mentre tentava di scendere fu respinto dagli Ateniesi e, ferito in più parti, perse i sensi e, nel cadere al di là della fila dei remi, il suo scudo scivolò in mare. Gettato a riva, gli Ateniesi poi lo raccattarono e se ne servirono per il trofeo che elevarono in memoria di questo assalto.” (IV, 12.1)

Immagine riportata in apertura:  Gefallenenrede von Perikles ( Orazione di Pericle in onore dei caduti). Il dipinto, opera del  pittore Philipp von Foltz( 1805-1877), è del 1853.

La cartina è tratta dalla fondamentale opera di Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso.

[1] Più che due singole città-stato (Sparta e Atene), nella guerra del Peloponneso si affrontavano due sistemi di alleanze contrapposti: la Lega del Peloponneso e la Lega Delio-Attica. La prima era egemonizzata da Sparta, la seconda da Atene. Tucidide ( II,9) ci dice chi erano i componenti di ciascuna Lega e in che modo contribuivano alla causa comune.
Oltre a Sparta facevano parte della Lega del Peloponneso ” tutti i Peloponnesiaci  dentro l’Istmo, ad eccezione degli Argivi  e degli Achei … Fuori del Peloponneso i Megaresi, i Beoti, i Locresi, i Focesi, gli Ambracioti, i Leucadi, gli Anattori. Di questi fornivano una flotta i Corinti, i Megaresi, i  Sicioni, i Pellenesi, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadi. Fornivano cavalieri i Beoti, i Focesi, i Locresi; le altre città fornivano la fanteria…
Degli Ateniesi erano alleati i Chii, i Lesbi, i Plateesi, i Messeni di Naupatto, la maggioranza degli Acarnani, i Corciresi, gli Zacinti e altre città soggette a tributo delle seguenti nazioni: la Caria marittima, i Dori confinanti coi Carii, la Ionia, l’Ellesponto, le località della Tracia, tutte le isole volte a levante tra il Peloponneso e Creta, ad eccezione di Melo e di Tera. Di questi fornivano la flotta i Chii, i Lesbi e i Corciresi; gli altri fornivano truppe di fanteria e danaro.”
L’impero ateniese( sulla cartina seguente indicato con il colore giallo) era prevalentemente marittimo, quello spartano ( colore rosso) prevalentemente continentale.
La cartina è tratta da Wikipedia

[2]L’attuale Corfù.


Il sole di Vergìna

23/05/2012

Prologo.

Il giovane principe macedone si muove, straniero in terra straniera, in domo Epaminondae, fra le strade di Tebe. Lo hanno portato lì avvenimenti ingarbugliati  e un motivo molto semplice: fra Tebe e il re di Macedonia, Alessandro II, è in vigore una tregua. E i Tebani hanno chiesto garanzie sotto forma di ostaggi. Lui è uno di questi.

La stella argeade a sedici punte, conosciuta anche come “Il sole di Vergìna”

Tebe non è una città qualunque. In quel momento, Tebe, fresca della vittoria sugli Spartani a Leuttra,  è la Grecia. Comanda lei, piaccia o non piaccia. E a Tebe si può imparare molto.  Dai filosofi, naturalmente ( e dai pitagorici, in particolare), ma soprattutto dagli strateghi.  Perché la falange tebana, in battaglia, assume una disposizione obliqua? Perché il settore più forte dello schieramento è l’ala sinistra e non l’ala destra come praticato da secoli? Il giovane ostaggio osserva e riflette. Osserva i movimenti coordinati della fanteria tebana e la immagina schierata su un numero maggiore di file; osserva l’armamento dell’oplita tebano e lo immagina con uno scudo più piccolo e con una lancia più lunga, molto più lunga; pensa ai cavalieri imprendibili della sua terra e , sui campi di battaglia, li vede  agire in combinazione con la fanteria. Quel giovane principe, ostaggio in terra straniera, osserva e impara, osserva e riflette.
Il suo nome è Filippo.

Lontano dall’Ellade.

Terra  di montagne , di cavalli e di cavalieri, ma anche terra di pianura, di ampi fiumi e di campi coltivati, circondata da popoli bellicosi, soggetta a razzie e a incursioni di bande di tagliagole , la Macedonia vive per lungo tempo isolata dal resto della Grecia. Per i Greci del sud, i Macedoni sono semibarbari, nonostante i loro re affermino di vantare ascendenze greche ( argive per la precisione) e di annoverare Ercole  fra i propri capostipiti.
Poi, a poco a poco, dalle guerre persiane in avanti, la Macedonia , “paese dal quale un tempo non si poteva neppure acquistare uno schiavo di valore” secondo la celebre affermazione di Demostene, si avvicina al mondo greco. A modo suo, naturalmente e portandosi appresso le sue contraddizioni, le sue difficoltà, i suoi usi,  le sue tradizioni, i suoi contrasti, le sue asprezze, le sue precarietà, il suo desiderio di indipendenza.

Il territorio dell’antica Macedonia. Da: http://www.historyofmacedonia.org/AncientMacedon…
Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Alessandro I, il re,  ha molto da farsi perdonare. Durante le guerre persiane ha scelto- o è stato costretto a scegliere-  la parte sbagliata e la macchia è rimasta. Erodoto cerca di cancellarla inventandosi o esagerando comportamenti filo-greci del re. In fin dei conti chi comunica a  Pausania alla vigilia dello scontro di Platea le  intenzioni di Mardonio? Alessandro. E chi sconsiglia  i Greci di attestarsi al passo di Tempe? Sempre Alessandro. E ancora: è o non è Alessandro un Eraclide, un discendente di Ercole?  Ce n’è d’avanzo per farne un benemerito della causa.
Alessandro, filelleno o filo persiano che sia, ha le idee chiare: approfittare dell’instabilità seguita alle guerre persiane per rafforzare il regno, espandersi, abbassare la cresta agli Illiri e ai Peoni, tenere alla larga i Tessali, fare affidamento sulle proprie forze, diffidare tanto di Atene quanto di Sparta, le potenze egemoni del tempo. Si ellenizza, sì, ma a piccole dosi: chiama a corte alcuni intellettuali, offre il proprio patrocinio a Pindaro, cerca di riorganizzare le finanze sul modello greco, sottolinea il valore e l’importanza   dell’assemblea degli uomini in armi. Svolta “democratica”, dunque? Un’operazione di facciata, a dirla tutta, perché l’assemblea, a differenza di quanto accade altrove, non delibera, ratifica soltanto le decisioni del re, dopo averlo eletto. E allo stesso modo si comporta il consiglio ristretto della Corona formato dai fedelissimi del sovrano. Sul piano politico e sociale Alessandro – nelle cui mani sono concentrati ampi poteri politici, militari, religiosi-  non va oltre.
Va oltre sul piano militare. Per realizzare i suoi piani, il re macedone ha bisogno di un esercito, non di un nuovo sistema di governo; ha bisogno di disciplina, non di democrazia; ha bisogno di opliti, non di filosofi. Ha  visto gli Spartani e gli Ateniesi combattere, ha capito l’importanza della fanteria. Ed è a riorganizzare l’esercito che Alessandro si dedica. Anche a costo di provocare una specie di rivoluzione sociale. Da sempre, infatti, i cavalieri, gli hetairoi,  tutti nobili, costituiscono il nerbo del suo esercito. Accetteranno un ruolo pari se non inferiore a quello dei pezhetaìroi, dei fanti appiedati?  Accetteranno di dividere con questi ultimi privilegi e bottino?
Ma la cosa sembra funzionare. Il legame fra il re l’aristocrazia  è un legame troppo solido perché possa essere messo in discussione e la politica espansionistica del sovrano è, per i nobili, una garanzia di guadagni e di prebende. Dal canto suo il “popolo” chiamato a servire sotto le armi avverte nuove responsabilità, si sente parte integrante della monarchia.  Pezeteri e hetairoi insieme arriveranno così fino alle miniere  del Pangeo, si porteranno oltre il corso dello Strimone, si spingeranno fino a Pidna, si affacceranno sul Golfo Termaico. Mettendo in allarme  Atene.
I cui maneggi politici portano a una divisione del regno. Gli anni successivi alla morte di Alessandro sono, infatti, anni confusi, a tratti avvolti nell’oscurità più profonda. Che il regno venga diviso è un fatto: è stato Alessandro a volerlo o è stata l’ingerenza  ateniese a determinarlo? Nell’arco di una ventina d’anni( 450-430 circa), tre dei cinque figli del re ( Alceta, Filippo e Perdicca) si contendono il potere, fra guerre aperte, effimere tregue, compromessi, definizione di zone d’influenza , cambi di alleanze, giravolte politiche, perdite di territorio, sempre sotto lo sguardo interessato di Atene il cui unico obiettivo è quello di mantenere il regno di Macedonia in uno stato di debolezza per poterlo controllare meglio. La fondazione di Amfipoli (437) alla foce dello Strimone è un altro chiaro indizio di questo atteggiamento.
Alla fine, intorno al 440, è Perdicca a spuntarla, anche se la lotta con il fratello Filippo, sostenuto da Atene, non è del tutto finita. Il nuovo re, secondo nel nome,  approfitta della situazione conflittuale fra Sparta e Atene  per schierarsi ora con l’una, ora con l’altra, tenendosi le mani libere e badando unicamente agli interessi della Macedonia. Perde e riacquista la città di Terme, appoggia il generale spartano Brasida, con l’aiuto del quale riduce all’obbedienza- per il momento, almeno-  i riottosi principi dell’Alta Macedonia,  spinge alla ribellione Potidea e le città della penisola Calcidica, giunge a un accordo con i Traci, passa con disinvoltura- e più volte- da Sparta ad Atene e viceversa.
Quando muore, Perdicca lascia una Macedonia più solida, più consapevole di se stessa anche se territorialmente quasi immutata rispetto a quella di Alessandro. Dopo di lui, la “semibarbara” Macedonia non può più essere ignorata dal resto del mondo greco. Perdicca lascia anche un’eredità politica: dobbiamo rafforzarci, consolidare la nostra indipendenza, allargare il nostro territorio, usare gli altri non esserne usati.   Questo atteggiamento –lo stesso di Alessandro Filelleno, per altro- contribuirà ad alimentare nei sovrani macedoni un sentimento di diffidenza verso i Greci del sud, misto, tuttavia, ad ammirazione; contribuirà ad accentuare il nazionalismo e, nello stesso tempo, a rendere viva la necessità di un cambiamento culturale. E’ come se la Macedonia, insomma,  volesse restare immutabile e al tempo stesso rinnovarsi, come se volesse chiudersi a ogni cambiamento e nello stesso tempo ne fosse attratta.

Archelao, salito su un trono di sangue nel 413 , avverte tutto il fascino del mondo greco, cerca di coniugare nazionalismo e koinè, tradizione e innovazione.  E’ l’artefice, secondo Tucidide e gran parte degli storici moderni, della modernizzazione in senso ellenistico della Macedonia, è il generoso sovrano pronto a fornire ad Atene il legname di cui ha bisogno per ricostruire la flotta, è il mecenate protettore di artisti del calibro di Euripide e del pittore Zeusi, è il costruttore di strade e di fortezze, di templi e di santuari, è il riformatore dell’esercito, è il fondatore di una nuova capitale, Pella.
Ma tutti questi onori, tutti questi riconoscimenti nascondono ampie zone d’ombra. L’esercito era già stato riformato da Alessandro Filelleno; quello di Archelao, tanto esaltato da Tucidide, non riesce ad avere ragione di una banda di tagliagole, segno che, forse, tanto forte non è; la riforma amministrativa attribuita ad Archelao non è una vera  e propria riforma, quanto piuttosto un tentativo, a tratti estemporaneo, di distribuire meglio il carico fiscale fra le varie zone del regno per evitare malumori e ribellioni( per alcuni studiosi, quella riforma non è neppure esistita) ; il costo politico dell’avvicinamento all’Ellade è alto.
Archelao sembra non rendersene conto, ma chi ne esalta la politica, chi lo chiama “ amico”  –Atene, in questo caso-  lo fa in base ai propri interessi, persegue un secondo fine: quello di impedirne ogni iniziativa autonoma. Celebrando Archelao, un’ Atene in difficoltà e prostrata dal prolungarsi della Guerra del Peloponneso, riconosce implicitamente la Macedonia come stato, ma al solo fine di impedirle di espandersi o di nuocerle. Privando in questo modo Archelao dell’unico elemento in grado di tenere unito il proprio dominio: la politica di espansione. Risultato: sotto il regno di Archelao, la Macedonia non cresce territorialmente, non si espande, ridiventa irrequieta e potenzialmente debole. Intorno al 400, al termine del proprio regno, il re sembra svegliarsi dal torpore, accenna a  riprendere la politica espansionistica. Ma quando impugna la spada contro i Tessali, si becca immediatamente l’appellativo di “barbaro” da parte degli Ateniesi e subisce l’occupazione di una fortezza di confine da parte degli Spartani.  Decisamente, avrà constatato il re con amarezza, la Macedonia ad alto tasso di ellenizzazione  è tollerata solo quando se ne sta buona e non pesta i piedi a qualcuno.
Ma è tardi per cercare di rimediare. Archelao muore assassinato alla fine del 400 o nell’anno successivo  e i nodi, tutti i nodi, vengono di colpo al pettine. La Macedonia  è irrequieta e frammentata; il malcontento è diffuso; i nobili mordono il freno; i principati delle Terre Alte sono in subbuglio; l’esercito è debole; la successione al trono è un succedersi di assassinii;  i vicini alzano la cresta e i re devono fare concessioni territoriali  per tenerli calmi . Come se non bastasse, sotto il regno di Aminta III,  i Calcidesi, sempre più arroganti e sfrontati,  arrivano a minacciare la stessa capitale del regno, Pella. Fra mille difficoltà e guerre dall’esito incerto ( contro i Tessali, ad esempio), ritorna la politica dei due forni: oggi con Atene, domani con Sparta o Tebe e viceversa. Chi la mette in pratica – Perdicca III- giunge a un certo punto a conquistare Amfipoli e a suscitare nuovi entusiasmi nel suo popolo.
E, tuttavia, la sua è , a ben vedere, una politica dal fiato corto, un ritorno al passato senza le condizioni del passato, una visione tattica limitata, non una strategia di ampio respiro. E così, quando Perdicca III muore,  la situazione ritorna al punto di partenza. La Macedonia ha bisogno di ristrutturarsi, di cambiare marcia. La politica dei due forni non può reggere all’infinito; non si può stare perennemente sulla difensiva; non si può rinunciare alla politica espansionistica, senza pagare dazio all’interno e all’esterno; servono riforme e idee nuove per mettersi in movimento. Ma per andare dove? Per realizzare che cosa? Per realizzare una politica di dominio puro e semplice o , piuttosto, per dare vita a una politica di espansione basata, seppure da una posizione di forza, sulla conciliazione di interessi diversi? La prima è una politica perdente, la seconda  è la strada da percorrere. Ma per percorrerla ci vuole un trascinatore di uomini.
Ci vuole Filippo figlio di Aminta: Filippo II.

Verso l’Ellade

Lasciata Tebe e tornato in patria per fare da tutore al re bambino Aminta IV, Filippo si trova alle prese con un mucchio di problemi. I Peoni e gli Illiri hanno ripreso le scorrerie; i principi delle Terre Alte, soggiogati da Perdicca, hanno rialzato la testa; i Calcidesi sono irrequieti e costituiscono una seria minaccia; nella corsa al trono,  i Traci sostengono un loro candidato, Pausania,  e gli Ateniesi sponsorizzano il fratello di Pausania, Argeo;  l’intera Macedonia sembra sul punto di collassare.
Filippo agisce rapidamente e con abilità. Compra i Peoni, fa capire ai Traci che una Macedonia debole significa un’Atene forte e un’Atene forte significa una Tracia  debole; ritira la guarnigione da Amfipoli , restituendo la città agli Ateniesi e stipulando con loro un trattato; contrae matrimoni ” politici”. Si copre le spalle, insomma . E, con le spalle coperte, riduce prima all’obbedienza i principi dell’Alta Macedonia facendo loro perdere la voglia di ribellarsi, poi sbaraglia gli Illiri ricacciandoli per sempre oltre il Lago Licnitide.
In questa prima fase  i successi di Filippo sono soprattutto – matrimoni a parte-  successi ottenuti in punta di lancia. I soldati  macedoni sono professionisti; la falange  è un gigantesco istrice dal quale spuntano i mortiferi aculei delle sarisse, lance lunghe fino a sei metri; un’ala – la sinistra- attacca mentre il centro e l’ala destra bloccano lo schieramento avversario;  la cavalleria pesante agisce da martello, prendendo alle spalle il nemico e spingendolo a infilzarsi sull’incudine formato dalle picche dei pezeteri. E’ una rivoluzione per i tempi, resa possibile dalla lezione di Tebe.  E con questo esercito da lui stesso organizzato, grazie alla macchine d’assedio progettate dai suoi genieri , Filippo prima si prende Amfipoli in barba agli accordi o alle clausole segrete – vere o presunte-  con Atene,  poi Pidna.
Dopo questi successi, molte città greche delle regioni limitrofe chiedono il suo intervento per risolvere  annose o più recenti controversie : Filippo muove il proprio esercito, sistema le questioni  e poi ritorna da dove è venuto.  Perché quell’intervento gratuito? Perché non sottomette le città che ha aiutato? E perché, una volta avutane ragione in battaglia,  non si sbarazza dei  riottosi nobili della Lincestide e dell’Orestide, ma li chiama a corte? Filippo ha capito- o, comunque, intuito-   questo: il dominio senza il consenso ha i piedi d’argilla e, alla lunga, non paga. Detto in altri termini: annettere non è sinonimo di sottomettere . Sarà, questo, uno dei tratti più significativi della sua politica?
Dopo Amfipoli, Filippo non calca la mano. Non è ancora il momento di uscire dai confini e  di tentare di imporsi sulla Grecia, anche se Atene e Sparta- e il re macedone lo sa bene-  hanno perso prestigio e importanza. L’imperialismo della prima, espresso dalla Lega Delio-Attica, ha prodotto malumori, ribellioni e una guerra( quella del Peloponneso) lunga e devastante; l’assolutismo della seconda- uscita vincitrice dal conflitto- è stato mal digerito da molti; durante quegli anni bui, i Persiani hanno rialzato la cresta, pescando nel torbido e cercando di tenere divisi i Greci per controllarli meglio.
Il fallimento di Sparta e di Atene, la loro cronica incapacità di rinnovarsi, hanno portato alla ribalta nuove realtà e nuove idee. La Beozia, ad esempio, egemonizzata da Tebe, la Focide custode dei luoghi sacri, la Tessaglia controllata dai tiranni di Fere, la stessa Macedonia.  Sono tutte realtà capaci di andare oltre l’ideale democratico classico e la libertà da esso garantita senza per altro cadere nell’assolutismo aristocratico di stampo spartano. Gli abitanti di queste regioni, i cittadini di queste città si sentono sudditi  impegnati nella realizzazione di un progetto comune, non schiavi dipendenti dal capriccio altrui. E a questo progetto  sono disposti a  sacrificare parte delle proprie libertà individuali.  Filippo sembra esserne consapevole, ma, per il momento, preferisce aspettare e mantenersi prudente.
Anche perché la presa di Amfipoli ha aperto un altro problema: quello dei coloni di Crenide. Provengono dall’isola di Taso ( Thassos) e cercano di sostituirsi agli Ateniesi nello sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo. Minacciati dai Traci, chiedono aiuto a Filippo. E  aiutare Crenide significa mettersi contro i Traci. Ma è proprio questo l’obiettivo di Filippo, deciso a consolidare i confini a oriente e , soprattutto, deciso a impadronirsi dell’oro del Pangeo. La coalizione antimacedone allestita in fretta e furia non regge. Gli Illiri e i Peoni vengono battuti ancora prima di potersi congiungere con i Traci; Atene che pure partecipa alla coalizione è al momento impegnata nella guerra sociale e non può fornire alcun aiuto; i confini vengono spostati al fiume Nesto e Crenide , ovviamente, passa di mano. E di nome: d’ora in avanti si chiamerà Filippi.
L’oro del Pangeo fa della Macedonia uno stato ricchissimo quando il resto della Grecia ha le casse statali desolatamente vuote; l’esercito macedone è una macchina da guerra perfetta; l’unità interna è compiuta; i confini sono in gran parte sicuri, i soldati  vedono  Filippo combattere in prima fila , dare e ricevere ferite e stravedono per lui.  Filippo viene proclamato re dall’assemblea degli uomini in armi: l’intera Macedonia ha trovato un capo e si stringe intorno a lui. Ne condivide il progetto. Filippo lo sa e quando, nel 336,  sua figlia Cleopatra andrà in sposa ad Alessandro re dell’Epiro, si presenterà in pubblico senza scorta. Solo i tiranni hanno bisogno di scorta armata, dirà. Sa che nessuno, in patria, lo considera tale.
Nel 354, poco dopo essere stato proclamato  re al posto di Aminta, Filippo conquista  l’ultima città controllata da Atene  in terra macedone – Metone- e , dal 354 al 352, gran parte della Tessaglia settentrionale.
Il momento di guardare a sud è finalmente arrivato.

Cheronea.

La terza guerra sacra( 356-346 a.c) gli fornisce il pretesto per intervenire[1]. Filippo scende in campo contro i “sacrileghi” Focesi e i loro alleati, fatica più del previsto, subisce due gravi sconfitte militari,  deve tornare in patria per reprimere la ribellione dei Calcidesi  e per dare il colpo di grazia ai Traci, ma alla fine riesce a imporsi.  Nell’ Anfizionia –cioè nella Lega Sacra- di Delfi dove viene ammesso dopo la vittoria sui Focesi , è lui, ora a contare di più. Come userà il proprio potere? Per Demostene non ci sono dubbi: per soddisfare la propria ambizione e per sottomettere l’intera Grecia. L’auspicio di Isocrate, dopo la fine della guerra sacra e la stipula di un importante accordo di pace con Atene( la cosiddetta “Pace di Filocrate”, 346), è un altro: possa Filippo guidarci contro i Persiani per farla finita una volta per tutte e per dare pace e prosperità alla Grecia. Per il primo, il re macedone è un tiranno liberticida, per il secondo – anche se in seguito cambierà idea- un dono degli dei.  Chi ha ragione?
Alcuni storici antichi e moderni insistono su questo particolare: Filippo  si preoccupò sempre di giustificare presso i Greci il proprio operato, ora presentandosi come ” vendicatore del santuario e di Apollo”( Guerra Sacra), ora come garante della giustizia ( distruzione di Olinto e delle città della Calcidica).  Perché lo scrivono? I più lo fanno  per sottolineare l’astuzia politica del re, per metterne in risalto la capacità di convincere  raccontando frottole; per altri si tratta di puro tatticismo: tenere buoni i Greci per chiudere la partita ancora in corso coi Focesi e  dare addosso ai Traci. E sarà anche così. Ma  chi viene per conquistare e per sottomettere si preoccupa forse  di giustificare il proprio operato con qualcuno? Filippo, invece, lo fa. Doppio gioco? Tatticismo? E se invece, spiegando il proprio operato, Filippo volesse far capire  implicitamente di non voler essere il padrone della Grecia, ma di volerne essere la guida? Quella guida di cui ormai si sentiva l’esigenza, sia che si volesse attaccare la Persia, sia che si volesse costruire la pace comune? Per qualcuno, oggi come allora, si tratta di un’ipotesi plausibile.
Non per Demostene.  Ma  perché Demostene dà addosso a Filippo un giorno sì  e l’altro pure? Vede nella pace di Filocrate un favore fatto a Filippo? Ignora il cambiamento in atto? Non sente come anacronistica l’idea di un ritorno ai tempi  di Pericle e compagnia? Demostene non ignora alcunché: semplicemente non concepisce per la Grecia altra guida al di fuori di Atene, massima espressione degli ideali di libertà e di democrazia .  Solo Atene, dunque, è degna di guidare la Grecia, non certo un “barbaro” come il re macedone. E, così, per riuscire più convincente, agita davanti ai propri concittadini e alla Grecia tutta lo spettro della tirannide perpetua.
E Filippo come vede Demostene? In altri termini, qual è il suo atteggiamento nei confronti della civiltà greca? L’impressione è che il re non ne sia indifferente e che desideri  comprenderla . Per qual altro motivo invita Aristotele a Pella  come precettore del giovane principe Alessandro? Per farsi propaganda? O perché immagina per – più che per la Macedonia-  e per la Grecia un futuro diverso? La civiltà greca non può , non deve morire nell’abbraccio macedone: i suoi princìpi devono piuttosto dare sostanza e significato a una fase politica nuova caratterizzata dalla stabilità. Forse  Filippo la vede  davvero in questo modo se cerca  di arrivare a un accordo con Atene, se inquadra fra le sue truppe soldati greci, se cerca di far capire ai Greci che il vero interlocutore è lui, in quanto re e non la Macedonia in quanto stato, se si serve di amministratori greci, se, al di là di accordi temporanei e “ tattici”, indica nei Persiani, sacrileghi  violatori di templi,  il nemico da combattere .
Ma per i contemporanei Filippo assomiglia al Filippo di Demostene, non ancora a quello del primo Isocrate, assomiglia al tiranno, non ancora al portatore di istanze nuove. Infiammata dall’oratore ateniese gran parte della Grecia si unisce in una coalizione anti-macedone. Sul campo di battaglia di Cheronea(338), ancora una volta, Filippo ha la meglio. E, ancora una volta, non calca la mano con Atene( con Tebe, invece, va giù di brutto). Riconsegna i prigionieri ateniesi senza pretendere riscatti, restituisce le salme dei caduti, riconosce il valore  dei suoi avversari, permette loro di mantenere la flotta. E , soprattutto, sancisce il suo nuovo ruolo fondando, l’anno dopo, la Lega di Corinto e ottenendo il riconoscimento della propria egemonia personale  sulla Grecia( Sparta esclusa), presentandosi come il “ comandante dei Greci”e il garante della pace comune. Quella pace comune che alla Grecia del tempo, divisa, frammentata, debole, poteva soltanto essere imposta dall’esterno.
E intanto,  avanguardia del grosso che verrà, diecimila soldati macedoni e greci, al comando dei generali Attalo e Parmenione,  mettono piede sul suolo persiano.
Non sarà Filippo a guidarli. Il giorno dopo il matrimonio di Cleopatra, mentre il re, come abbiamo visto, esce senza scorta per inaugurare i giochi  e partecipare ai festeggiamenti indetti in Aigai( oggi Vergìna) l’antica capitale macedone e città sacra,  un ufficiale della sua guardia del corpo, Pausania, lo pugnala a morte. Aristotele dà credito al  gesto di un amante umiliato; altri tirano in ballo una congiura ordita da Olimpiade, già moglie del re e madre di Alessandro; altri ancora incolpano i Persiani e i principi della Lincestide; altri infine la interpretano come una reazione all’idea che Filippo potesse essere divinizzato.  Un giallo in piena regola, insomma. Con un colpevole immediatamente giustiziato, ma a distanza di secoli, ancora senza un movente preciso.
Toccherà così al figlio di Filippo,  Alessandro, terzo nel nome e “Il Grande” per i posteri, reprimere la reazione greca e affrontare il leone persiano.

Epilogo.

La scoperta delle cosiddette tombe reali macedoni di Vergìna databili fra il 340 e il 300 a.c.  ha aggiunto mistero a mistero.  La tomba II è senz’altro la tomba di un re. Ma quale? Per l’archeologo greco Manolis Andronikos – lo scopritore-  è la tomba di Filippo II; per altri quella di Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, morto nel 317 a.c.  Dice il primo,  fra le altre e molto scientifiche argomentazioni:  i resti recuperati evidenziano una brutta ferita all’arcata orbitale destra e Filippo aveva perso un occhio in combattimento o mentre stava verificando il funzionamento di una catapulta  durante l’assedio di Metone; nella tomba sono stati trovati due schinieri uno più corto dell’altro e Filippo, stando alle fonti antiche, zoppicava; sul fregio posto sopra l’ingresso è dipinta una scena di caccia in cui compaiono Filippo nell’atto di uccidere un leone e Alessandro, in disparte fra gli alberi e incoronato d’alloro; il corredo è ricchissimo e appartiene inequivocabilmente a un re guerriero e Filippo era un re guerriero al quadrato, mentre Arrideo – re solo di nome-  era malato e psicologicamente instabile e dunque indegno di una tomba simile.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, ci sono le controprove. La ferita all’arcata sopracciliare non presenta tracce evidenti di calcificazione. E poteva non calcificarsi una ferita ricevuta da Filippo diciotto anni prima della morte( assedio di Metone) ? Impossibile. Si tratterebbe, dunque, di una lesione provocata da una cremazione approssimativa. Gli schinieri asimmetrici? Il più corto è il sinistro e Filippo, stando alle fonti antiche,  zoppicava dalla gamba destra. E che dire degli altri schinieri trovati all’interno della tomba? Tutti perfettamente uguali. La scena di caccia? Fa pensare più a un avvenimento all’uso persiano – e quindi  introdotta in Grecia dopo le imprese di Alessandro Magno- che  a una scena genuinamente autoctona. Sembra più una scena di caccia all’interno di uno spazio chiuso destinato appositamente allo scopo( come era in uso fra i Persiani),  che a una scena in uno spazio aperto. E poi, c’erano leoni in Macedonia? E ancora:  Filippo III Arrideo era un re  tanto rammollito e incapace da non poter essere sepolto con un corredo di armi e armature? Chi afferma questo, dimentica la testimonianza degli storici antichi( e di Diodoro, in particolare), secondo i quali l’usurpatore Cassandro volle dedicare ad Arrideo un funerale con tutti gli onori.  E che dire infine della volta a botte della tomba? Richiama le costruzioni persiane e compare nell’architettura greca solo dopo le conquiste di  Alessandro.
Se c’erano leoni in Macedonia? Certo che c’erano, è la risposta. Erodoto e Senofonte che cosa scrivono in proposito? Scrivono: quando volevano andare a caccia di leoni, i Greci si recavano in Macedonia. La volta a botte? Dimenticate- è la replica- che ne è stata trovata una quasi identica e risalente al periodo precedente quello diFilippo II? E si potrebbe andare avanti  ancora per un bel po’. Fino a identificare quei resti, come ha fatto qualcuno,  con quelli di Alessandro Magno.
Ma se davvero in quella tomba è  sepolto Filippo II, re dai molti volti e dalle molte mogli ( sette, senza contare le amanti) , valoroso soldato e accorto diplomatico, politico conservatore e sovrano innovatore, uomo dai sogni impossibili e dalle  idee grandiose,  generale determinato e deciso, allora nel buio di quella tomba splende davvero il sole di Vergìna.

Da leggere:

Pierre Briant, Alessandro Magno: dalla Grecia all’Oriente, Electa/Gallimard, 1992
Robin Lane Fox, Alessandro Magno, Einaudi, 2004
Nicolas Guild. Il Macedone, Rizzoli, 1993
Valerio Massimo Manfredi, Alèxandros, il figlio del sogno, Mondadori, 2002
Arnaldo Momigliano, Filippo il Macedone, Guerini e Associati, 1987
Giuseppe Squillace, Filippo il Macedone, Laterza, 2009

Nell’antichità, scrissero di Filippo  o della Macedonia, gli storici Erodoto, Tucidide, Giustino, Arriano , Diodoro Siculo.

Se ti va,  su questo sito puoi leggere anche:

I giorni della terra e dell’acqua Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora).
Leggi l’articolo.

La lepre e la giumenta. Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
Leggi l’articolo.

Il muro di legno. La mattanza di Salamina, 480, a.c.
Leggi l’articolo.

La resa dei conti. Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
Leggi l’articolo.

Per qualche dàrico in più. 401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
Leggi l’articolo

Appendice.

Filippo alla conquista della Grecia: gli avvenimenti in breve.

359 a.c. Filippo è nominato reggente di Macedonia in nome del legittimo re, Aminta IV. Ha ventuno anni.
358 . Filippo affronta gli Illiri ( il luogo non è noto, forse nei dintorni dell’attuale Monastir) e li sconfigge. Gli Illiri lasciano sul campo più di 7.000 uomini. I confini occidentali sono resi sicuri e gli irrequieti principati dell’Alta Macedonia, fra i quali la Lincestide, terra di origine della madre di Filippo,  ridotti all’obbedienza.
357. Filippo sposa Olimpiade ( Olimpias) principessa epirota. E’ il suo terzo matrimonio. In precedenza aveva sposato, per ragioni “politiche”, la principessa illirica Audata e, dopo di lei, la macedone Fila, principessa della regione dell’Elimea. Anche quello con Olimpiade è un matrimonio “politico”: l’ Epiro diventa una regione gravitante nell’orbita macedone.
357. Filippo rompe il trattato con Atene e attacca la città di Amfipoli. Da un lato, vuole uno  sbocco al mare per dare fiato al commercio e, dall’altro,  l’accesso alle miniere d’oro del Pangeo.
356. Filippo conquista la città di Crenide, porta del Pangeo, vicina all’odierna Drama. La città assume il nuovo nome di Filippi. I confini con la Tracia vengono spostati al fiume Nesto ( oggi Mesta).
356. Nasce Alessandro, il futuro Alessandro Magno. Filippo viene proclamato re dall’assemblea degli uomini in armi.
356. Nella Penisola Calcidica, i Macedoni conquistano la città di Potidea, legata ad Atene. Mentre gli Ateniesi si preparano a contrattaccare, Filippo conquista   Pidna, da lungo tempo  base navale ateniese. Tutti i cittadini non macedoni vengono espulsi, la città viene rasa al suolo e rifondata come città macedone. Approfittando dello scoppio della terza Guerra Sacra, Filippo entra in armi  in Tessaglia.
354. Viene conquistata anche la città greca di Metone.
352. Filippo controlla saldamente tutta la parte settentrionale della Tessaglia. Dopo aver sconfitto i Focesi ai Campi di Croco, il suo esercito si spinge verso sud, ma, giunto al Passo delle Termopili, vi trova attestato un forte contingente greco formato da Ateniesi, Spartani e abitanti dell’Acaia. I Macedoni si ritirano.
351. L’oratore greco Demostene, fiero avversario di Filippo in cui vede una minaccia per la libertà della Grecia, compone la sua prima orazione – la prima delle  cosiddette “ Filippiche” –  contro il re macedone.
348. Filippo, tornato in Macedonia, rivolge la propria attenzione alle città della Penisola Calcidica. Conquista Olinto e altre 31 città. Sia Olinto sia le altre città vengono rase al suolo e gli abitanti non macedoni ridotti in schiavitù. L’intera Penisola Calcidica è annessa alla Macedonia.
346. Viene stipulato un trattato di pace fra Filippo e Atene( pace di Filocrate).
345. Spedizioni di Filippo contro Illiri e  Traci , ribellatisi al dominio macedone.
344. Seconda “Filippica” di Demostene.
344. Spedizione contro i Tessali, ribellatisi a Filippo.
341. Terza Filippica.
339. Campagna decisiva contro i Traci. La regione viene conquistata quasi per intero. Solo le città greche di Bisanzio e di  Perinto resistono. Pur di fermare Filippo, i Greci per quanto possa sembrare paradossale, chiedono aiuto ai loro tradizionali nemici, i Persiani.
339. Scontro con gli Sciti  nelle vicinanze del Danubio. Filippo li sconfigge, ma mentre sta tornando in Macedonia, viene attaccato dai Traci Triballi e ferito gravemente a una gamba. Gran parte del bottino di guerra tolto  agli Sciti  cade nelle mani dei Triballi.
338, 2 agosto. A Cheronea, nella Grecia Centrale, l’esercito macedone, inferiore di numero, sconfigge l’esercito della coalizione greca. Nel corso della battaglia, si distingue il giovane figlio  del re,  il diciottenne Alessandro.
337. Sotto l’egida macedone, prende vita la Lega di Corinto . Filippo dichiara di voler essere “ Il comandante dei Greci”. E’ sincero?  Intanto, prepara piani per attaccare l’impero persiano.
337. Filippo sposa Cleopatra, giovane nobile macedone. Il re è al suo settimo matrimonio.
336. Filippo II è assassinato nel teatro di Aigai ( o Ege, oggi Vergìna) da una sua guardia del corpo, Pausania.

La Grecia alla morte di Filippo II di Macedonia(336 a.c.). Fonte: http://www.historyofmacedonia.org/ancientmacedonia/philipofma cedon.html

Qualche nome.

Alessandro I detto Filelleno ( “amico degli Elleni”), re dal 498  al 450 a.c.
Aminta III, re macedone dal 392  al 369 a.c
Archelao, re macedone dal  413 al 399.
Cassandro, re di Macedonia dal 302 al 297 a.c, dopo aver usurpato il trono. Si deve a lui la fondazione dell’odierna Salonicco, Thessaloniki, dal nome della moglie, sorellastra di Alessandro Magno.
Demostene( 384-322 a.c), oratore ateniese, fiero nemico di Filippo.
Filippo II, re di Macedonia dal 359 al 336.
Filippo III Arrideo, re di Macedonia dal 323  al 317 a.c. Proclamato re alla morte di Alessandro Magno,  malato,  affetto da turbe mentali,  inadatto al trono, regnò di nome, ma non di fatto. Fu fatto assassinare dalla madre di Alessandro, Olimpiade.
Isocrate ( 436-338 a.c.), retore ateniese autore del Discorso a Filippo.
Leuttra: cittadina della Beozia dove nel 371 a.c. i Tebani  guidati da Pelopida e Epaminonda sconfissero in battaglia gli Spartani, dando inizio all’egemonia tebana sulla Grecia. In quell’ occasione, la falange tebana assunse uno schieramento non convenzionale disponendosi lungo una linea obliqua,  con l’ala sinistra molto più forte rispetto al centro e all’ala destra.
Perdicca III, re di Macedonia dal 365 al 359 a.c.

Come arrivare a Vergìna in autobus  da Salonicco.

autobusRaggiungere Vergìna( in greco Βεργίνα ) dal centro di Salonicco non è complicato. Se noleggiate un’auto, tuttavia, ricordatevi che il traffico in città è , a tratti, intollerabile. E’ molto meglio, secondo me, raggiungere Vergìna in autobus: nessun problema di traffico, nessun rischio di sbagliare strada, nessuna possibilità di causare un incidente individuale o di esserne vittime. Si sale a bordo, ci si siede e si va. Gli autobus greci sono sempre puntuali.

1. Dal centro di Salonicco alla stazione della KTEL.

Il punto di partenza è la stazione KTEL( vale a dire la stazione degli autobus extraurbani) di via Giannitzòn, situata a circa quattro chilometri dal centro della città. Per arrivarci, raggiungete anzitutto la  via principale di Salonicco, l’Odòs Egnatia ( l’antica Via Egnazia che portava da Brindisi a Bisanzio), salite poi sull’autobus urbano numero 8 , direzione KTEL( la “L” in greco è rappresentata graficamente da una “V” rovesciata, ΚΤΕΛ) e scendete al capolinea, situato davanti  alla stazione degli autobus( la corsa dura circa una ventina di minuti e costa 0,80 centesimi di euro, maggio 2012).

2. Dalla stazione Ktel a Vergìna.

Entrate nella stazione degli autobus extraurbani e recatevi alla biglietteria dell’ Imathia( in greco Ημαθία). Qui acquistate un biglietto andata e ritorno per Veria ( in greco Βέροια). Gli autobus per Veria partono all’incirca ogni mezzora a partire dalle 6 del mattino. Il mio consiglio è quello di prendere l’autobus espresso ( cioè diretto, contrassegnato da una “T” sugli orari greci) delle 10,15. Il viaggio dura circa un’ora e, una volta a Veria, alle 11,15 si prende la coincidenza per Vergìna. I biglietti per quest’ultima località possono essere acquistati tanto in stazione a Veria, quanto sull’autobus. Il biglietto di andata e ritorno per Veria costa circa 13 euro e quello di andata per Vergìna 1,70. Il viaggio da Veria a Vergìna dura circa una ventina di minuti e la fermata è situata nelle immediate vicinanze del museo.

La visita al sito archeologico dura circa un’ora e mezza. Il palazzo e il teatro sono chiusi e in restauro, sicché si visitano solo le tombe macedoni – compresa quella del re Filippo II- attorno alle quali è stato costruito il museo. All’interno ci si muove in un’atmosfera molto suggestiva, dove il buio domina sulla luce, quasi a voler rappresentare il mondo dell’oltretomba.

3. Il ritorno: Da Vergìna a Veria.

Terminata la visita, potete, se volete,  prendere l’autobus delle 14 che da Vergìna porta a Veria( il biglietto si acquista a bordo) oppure mangiare qualcosa e tornare a Veria con la corsa delle 14,52( attenzione, perché la corsa successiva dopo quella delle 14,52,  parte alle 17,45 da Alessandria- in greco Αλεξάνδρεια –  e arriva a Vergina intorno alle 18,30). La fermata dell’autobus si trova esattamente sul lato opposto della strada dove siete stati lasciati all’andata. La fermata non è segnalata da tabelle o altro. La riconoscerete facilmente, tuttavia, non solo perché come ho detto, si trova esattamente sull’altro lato della strada dove siete stati lasciati all’andata, ma anche per la presenza di un’impalcatura metallica di colore amaranto.

4. Il ritorno: da Veria a Salonicco.

Da Veria, gli autobus espresso per Salonicco partono ogni ora: 14,45, 15,45, 16,45 e così via. Se siete già in possesso del biglietto di ritorno, recatevi alla stazione posta di fronte alla stazione dove siete arrivati. Qui presentate il biglietto del ritorno: l’impiegata segnerà sul biglietto l’orario della corsa e vi assegnerà i posti a sedere. Una volta arrivati a Salonicco, potete ritornare in centro, in una ventina di minuti, sia con l’autobus n. 8. sia con l’autobus n. 31 ( fermata Colombou).

Su questo sito potete consultare gli orari degli autobus della Ktel: http://www.ktelmacedonia.gr/en/content/show/tid=124

e qui quelli per Vergìna:http://www.veriorama.com/ktel_route.php?id=343&category=category

Immagini riportate nel post.

Le immagini riportate in questo post sono, nell’ordine: la stella di Vergìna, simbolo della monarchia macedone; Il ratto di Proserpina, che adornava una parete della tomba I a Vergìna; una moneta d’oro con l’effigie di Filippo II( è raffigurato il lato sinistro del volto del re, in quanto il destro era deturpato da una brutta ferita ricevuta in combattimento); la falange macedone; la corona d’oro con foglie di quercia- l’albero sacro a Zeus-  e ghiande trovata nella tomba II( esposta al Museo di Salonicco); il ” larnax” dorato sormontato dalla stella argeade contenente i resti  di Filippo II ( o di Filippo III Arrideo, a seconda delle versioni).

Note.

[1]Nel 356 i componenti della Lega Sacra- o  Anfizionia-  di Delfi, sobillati dai Tebani,  accusarono i Focesi di aver coltivato illegalmente la pianura   di Cirra, posta sotto il santuario di Apollo e, quindi, inviolabile .  Per tutta risposta, i Focesi , sanzionati con una pesante multa, occuparono il  santuario di Delfi e si impadronirono delle ricchezze in esso contenute.  I Tebani colsero la palla al balzo: alleati con i Tessali, i Beoti e gli abitanti della Locride,   dichiararono guerra ai Focesi, accusandoli di sacrilegio. Dal canto loro Sparta e Atene, desiderose di limitare l’ingerenza tebana, si schierarono con i ribelli.  La Macedonia non faceva parte dell’Anfizionia e, quindi,  era fuori dai giochi. Ma quando i Tessali, minacciati dal tiranno di Fere , Licofrone, chiesero aiuto a Filippo(354 a.c), la Macedonia entrò nella partita, dando al sovrano argeade, vincitore dopo alterne vicende fatte di  sconfitte e di vittorie, di interruzioni  e di riprese delle ostilità  , l’occasione per presentarsi ai Greci come il vendicatore del santuario e di Apollo. La guerra, lunga e difficile, terminò nel 346.


Per qualche dàrico in più

16/04/2012

La marcia dei Diecimila. Fonte: thebadandugly.com

English automatic translation.

Prologo.

Prima in piccoli gruppi, poi, sempre più numerosi, uomini in armi si affollano sulla riva  occidentale dell’Eufrate. Ci sono fanti armati di lancia, di spada, di giavellotto, cavalieri imprendibili  e fieri, arcieri dalla mira infallibile. E poi carri e carriaggi, buoi e cammelli, asini  e muli. Le barche necessarie a traghettare tutti quegli uomini e quegli animali sono state incendiate dal nemico.  Come passare sull’altra riva?
Un gruppo di uomini si stacca dal grosso dell’esercito. Quegli uomini indossano  mantelli rossi, reggono  scudi rotondi, impugnano lunghe lance. Parlano greco. Sono  opliti, fanti corazzati al soldo del giovane principe che comanda l’armata. Entrano in acqua e si dirigono verso l’altra riva. A poco a poco, anche gli altri ne imitano l’esempio. Prima titubanti, poi sempre più rinfrancati, attraversano quegli ottocento metri  di acque calme, senza bagnarsi al di sopra del petto. Mai l’Eufrate era stato guadato in quel modo. Come il Mar Rosso davanti a  Mosè, il grande fiume ha ritirato le proprie acque davanti all’esercito di Ciro il Giovane.
Un segno del favore divino?

 Dario e Parasatide avevano due figli.

Generazioni di studenti diversamente giovani non hanno dimenticato l’inizio dell’Anabasi: Δαρείου καὶ Παρυσάτιδος γίγνονται παῖδες δύο: Dario e Parasatide avevano due figli maschi. Dei due, il più giovane si chiamava Ciro e, a sentire Senofonte, era un concentrato di nobiltà d’animo, di magnanimità, di coraggio, di lealtà, di giustizia fatta persona, di regalità e chi più ne ha più ne metta. L’altro si chiamava Artaserse( in realtà il suo vero nome era Arsace) e aveva dalla sua l’età: era il primogenito e, come tale, era destinato a succedere al padre. Il primo era il cocco di mamma sua ( Parasatide stravedeva per lui); il secondo studiava da re ( addirittura da Re dei Re) fra intrallazzi di corte e maldicenze varie, a volte non prive di fondamento. Come questa: attenzione, tuo fratello complotta contro di te. Parola di Tissaferne, amico di Ciro e, dunque, agli occhi di Arsace, consacrato re col nome di Artaserse II, doppiamente credibile. Per fortuna di Ciro, mamma Parasatide ci mette una pezza. Ciro torna incolume  a Sardi e la cosa finisce lì.
O, per meglio dire, comincia lì.

La marcia verso l’interno.

Ricorrendo ad astuti espedienti e guardandosi bene dal rivelare le sue vere intenzioni se non ai più fidati fra i suoi, Ciro  arruola un esercito. Cerca soprattutto opliti greci, la fanteria corazzata di quei tempi. Sul mercato ce ne sono in abbondanza( la guerra del Peloponneso è finita da poco), pronti a vendersi al miglior offerente. Ciro mette mano al portafoglio e in breve se ne procura più di diecimila con la tacita approvazione- pare- di Sparta, il cui generale più in vista, Lisandro, vincitore degli Ateniesi a Egospotami  grazie alle navi fornitegli da Ciro, si sentiva legato da un debito di riconoscenza verso  il giovane principe.
Poi si dà nemici fasulli, ora i Pisidi, ora Mileto, ora il satrapo Abrocoma, ora Tissaferne; manda regolarmente il tributo a suo fratello perché non si insospettisca troppo; lascia Sardi e marcia verso l’interno, entrando in regioni dai nomi esotici e dalle molte meraviglie; riceve una regina( Epiassa, regina della Cilicia) con la quale pare se la intenda all’insaputa( ?) del regale marito; guada fiumi , tocca città grandi e piccole, supera valichi, organizza parate militari, si rallegra quando vede i suoi fuggire a gambe levate davanti alla falange greca durante un’esercitazione perché in essi gli sembra di vedere i soldati di suo fratello; promette un aumento di paga per calmare i mugugni e le proteste dei suoi, magari chiedendosi dove sia finito il proverbiale disprezzo degli Spartani per il denaro,  subisce le prime perdite, seda risse, promette, assolve, punisce, condanna, perdona, premia e castiga.
E, parasanga dopo parasanga[1],  si avvicina sempre di più a  Babilonia.

“Tutto è perduto fuorché le armi e il valore”.

Il re suo fratello per un po’ non ci bada. Marcerebbe contro di lui chi gli paga regolarmente il tributo? Poi si insospettisce, alla fine, con l’aiuto di Tissaferne, capisce:  i Pisidi  sono un falso problema: è me che vuole. Anche i soldati mercenari di Ciro un vago sospetto ce l’hanno e più avanzano verso l’interno  e più il sospetto si fa certezza. Non  erano quelli i patti, si lamentano i Greci. I brontolii aumentano, volano parole grosse e in qualche caso anche pietre, qualcuno prende armi e bagagli e se ne va. Ci vogliono tutto il carisma e l’esperienza di Clearco- il comandante spartano al seguito di Ciro- e i dàrici dell’aspirante re  per sbrogliare quella situazione e per portare i Diecimila a Cunassa e all’appuntamento con il destino.
Destino amaro, come sappiamo. Artaserse ha un esercito sterminato ( Senofonte, sparandole grosse,  parla di più di un milione di uomini; gli storici moderni di quarantamila), carri falcati, arcieri, cavalleria. E’ vero: il suo esercito è stato allestito in fretta e furia, i suoi fanti non sono opliti  greci, non tutti indossano la corazza, non combattono in formazione chiusa, ma fanno massa e sono comunque tanti, troppi.

Opliti greci.

All’ala destra dello schieramento di Ciro, però, il numero sembra contare poco: i  Greci, giocando d’anticipo, si fanno sotto e sfondano. Comincia l’inseguimento, ma, altrove, cominciano anche i guai. Ciro cade trafitto da un giavellotto mentre, al centro dello scontro, incrocia la spada con quella del fratello; la manovra di accerchiamento condotta da Artaserse ha successo e i soldati persiani di Ciro si danno alla fuga. Terminato l’inseguimento, i Greci tornano al campo e lo trovano occupato dal nemico. Non sanno ancora della morte di Ciro. Sanno, però, di essere nei guai fino al collo. E se anche mandano a vuoto un tentativo di Artaserse di spazzarli via, non si fanno illusioni: fino a quando potranno resistere, senza viveri, a migliaia di chilometri da casa, circondati da un esercito e da popolazioni ostili?

Comincia, a questo punto, una complessa partita a scacchi, fatta di promesse e di minacce, di speranze e di  scatti di orgoglio, di giuramenti e di spergiuri, di doppio gioco e di menzogne , di comportamenti subdoli e di tregue precarie, di ingiunzioni di resa e di sdegnose risposte( “le armi ce le teniamo, se le volete venite a prenderle”), di defezioni e di marce notturne. Il re minaccia sfracelli, ma sembra andarci piano, anche se non si sa bene perché ( E’ pago di aver fatto fuori Ciro? Teme i Diecimila? Non li considera un pericolo?); fra i Greci   ci sono diversità di vedute, fazioni contrapposte, poco da mangiare, niente barche per attraversare fiumi larghi e profondi quanto laghi, alleati ( come Arieo) timorosi e incerti. Restano solo le armi,  il valore e l’orgoglio di chi non è stato sconfitto. Non un granché, a dirla tutta. Le tregue, dunque, siano le benvenute e con esse benvenuti siano i mercati aperti , dove ci si può rifornire di viveri, e benvenuta sia l’apparente non-ostilità  del nemico.
Intendiamoci: loro, i Diecimila, anziché tornare in patria,  si venderebbero volentieri. E – c’è da scommetterci- anche per molto meno del dàrico e mezzo con cui li pagava Ciro.  Ma Arieo rifiuta i loro servigi e Artaserse non può lasciare correre. Che figura farebbe se accogliesse al proprio servizio chi ha cercato di togliergli il trono? Come la prenderebbero i suoi numerosi e irrequieti sudditi? Come un segno di debolezza, naturalmente.  E se poi, in futuro, qualcuno ci riprovasse?
In questa fase a menare le danze sono Clearco e Tissaferne. Il primo è un soldato tutto di un pezzo, il secondo un astuto intrallazzatore; il primo ha barattato la propria condanna  a morte comminatagli a Sparta con un’altra condanna  a morte quando ha accettato di guidare quei diecimila ufficialmente inesistenti[2]; il secondo ha cambiato bandiera quando è cambiato il vento, lasciando Ciro per Artaserse; il primo sa imporsi e sa imporre la disciplina con la parola e con il pugno di ferro; il secondo millanta imprese mai compiute , vantandosi, ad esempio, di aver ucciso Ciro sul campo di battaglia e attirandosi per questo l’ira funesta della terribile Parasatide che, qualche anno dopo, lo farà rapire e decapitare ; il primo, voce roca e volto truce, va dritto al sodo; il secondo dice e non dice, allude e dissimula; il primo sa come si combatte e non evita il pericolo, il secondo, a Cunassa, consiglia i suoi di stare alla larga dagli opliti greci; il primo rivela doti militari non comuni, il secondo una luciferina abilità  di far sembrare bianco il nero e viceversa; il primo, soldato fra i soldati guida i suoi sulla strada del ritorno,  il secondo, presenza incombente e sinistra, non li molla seguendoli a distanza.
E’ in vigore un armistizio, il re si è impegnato a lasciarli andare, Tissaferne dovrebbe scortarli.  Ma è una situazione ambigua e perennemente sospesa, pronta a precipitare per un nonnulla. Tissaferne sparisce e ricompare, tace per giorni prima di farsi sentire di nuovo, promette e rassicura, allude e minaccia,  mette in giro voci di attacchi imminenti, tiene sulla graticola i Greci in ritirata, tira dalla sua l’indeciso Arieo. Urge sbloccare la situazione, chiarirsi una volta per tutte e poi sia quello che sia.
Arrivato al fiume Zapata,  Clearco cerca un abboccamento, lo ottiene, espone il proprio punto di vista, difende la propria buona fede, attribuisce l’atteggiamento poco amichevole e diffidente di Tissaferne a calunnie sparse ad arte. Il satrapo ricambia con parole al miele e propone: vieni da me con gli altri strateghi e con i comandanti di reggimento, ti rivelerò i nomi dei calunniatori.  Sta’ in guardia, non fidarti, gli dicono in molti. Ma Clearco accetta di correre il rischio. E finisce decapitato insieme ai suoi colleghi Prosseno,  Menone, Sofeneto e Socrate.
L’epopea dei Diecimila comincia qui.

Ritratto di un comandante.

Senofonte, se anche non ne è il comandante in capo( comanda lo spartano Chirisofo), è comunque l’anima della Katàbasis, della “ marcia verso il mare” dei Diecimila. Suggerisce, incoraggia, responsabilizza, dà l’esempio. Dice: non dobbiamo temere i nemici, hanno violato i patti offendendo gli dei. Né possiamo trattare con loro: hanno tradito una volta, tradiranno ancora. E poi, avete forse dimenticato la nostra storia? Siete o non siete i discendenti di chi ha già battuto i Persiani a  Maratona e a Salamina?  Nominiamo nuovi comandanti, dunque, e togliamoci alla svelta da qui. E liberiamoci di tutto il superfluo in modo da viaggiare più spediti. Via i carri e via le tende: non ci servono, rallentano la marcia. I fiumi? Non c’è fiume che non si possa superare. I cavalieri nemici? Avete mai visto qualcuno, in battaglia, morire per un morso di un cavallo? I cavalieri sono uomini come noi e, per certi aspetti, in combattimento sono anche più vulnerabili di noi. I viveri? Prima li pagavamo ( salati), d’ora in poi ce li prenderemo.  Gli dei? Sosterranno chi li ha disonorati tradendo gli impegni? E quando un sonoro starnuto- ritenuto presagio favorevole-  di uno dei presenti sottolinea quest’ultima affermazione, Senofonte ne approfitta immediatamente: “Che vi dicevo? Gli dei sono con noi.”
Né si limita alle esortazioni, Senofonte. Lui che soldato non è guida un reparto alla conquista della cima di una collina , non esitando a smontare da cavallo se questo gli viene rinfacciato come  un privilegio  da chi suda e arranca sotto il peso dello scudo; lui che soldato non è disegna l’ordine di marcia della spedizione, schierando  gli opliti a quadrato a protezione dei bagagli e del grosso dell’esercito ; lui che soldato non è crea un’unità di frombolieri rodioti per controbattere il micidiale tiro dei frombolieri nemici o organizza piccoli reparti di cavalleria .
Guai, infatti, ad abbassare la guardia. Tissaferne non ha alcuna intenzione di mollare l’osso: punzecchia, molesta, manda avanti i suoi a saggiare il terreno e le reazioni del nemico, mostra i muscoli, colpisce da lontano con i  frombolieri e con gli arcieri , evita come la peste il contatto ravvicinato e  le micidiali lance degli opliti, applica la tattica della terra bruciata, costringe i Diecimila a dirigersi a Nord, verso le montagne. E, quando si accampa, lo fa sempre  a ragguardevole distanza dal nemico per evitare spiacevoli sorprese notturne.
In quel gioco del gatto col topo i Greci imparano dai propri errori. Imparano a rendere più flessibile la struttura del quadrato degli opliti, ad esempio, troppo affollato quando si muove negli spazi stretti e troppo ampio quando si muove negli spazi larghi.  O a creare unità mobili di peltasti ( fanti armati alla leggera) in grado di intervenire  nei momenti di bisogno o di compiere sortite .  Ma, per quanto imparino, non possono fare miracoli. Percorrere la strada dell’andata è impossibile; sulla nuova, le riva orientale del Tigri è presidiata dagli uomini di Tissaferne. Restano i valichi di monti. Ma bisogna fare presto, per evitare che il nemico li occupi  e faccia scattare la trappola. Quei monti, oltre i quali si stende l’ Armenia “ grande e prospera”,  sono il regno incontrastato dei Carduchi. Noi oggi li chiamiamo Curdi.

All’inferno e ritorno.

I Carduchi  detestano il Re dei re, ma detestano ancora di più avere stranieri in giro per casa. Soprattutto se armati. Così, quando  vedono quei tizi coi mantelli rossi inerpicarsi  sui sentieri dello loro montagne, non vogliono neppure sapere chi siano né quali intenzioni abbiano: spariscono in un amen e si preparano a  tendere imboscate. I Diecimila sanno poco di loro, se non che mal sopportano il giogo persiano. Per questo confidano se non proprio in un comportamento amichevole da parte loro, almeno in un atteggiamento di non belligeranza.  Del resto non hanno altra scelta: Tissaferne è maledettamente vicino, questa volta. E intenzionato a fare sul serio.  E così, entrati nel territorio dei Carduchi, sulle prime ci vanno piano: marciano di notte, risparmiano i villaggi, si liberano del superfluo per camminare più veloci, lasciano in pace le donne. E sperano di farla franca.
Speranza vana. I sette giorni trascorsi in territorio curdo sono per Senofonte e C. un vero e proprio incubo. I Carduchi non danno loro tregua. Li tempestano di massi,  trapassano scudi e corazze scagliando frecce della dimensione di un giavellotto, occupano le alture, presidiano i valichi. Ogni piccolo progresso è pagato col sangue, ogni passaggio è duramente conteso,  dietro ogni sommità espugnata si erge un’altra sommità da espugnare. Al confronto, gli scontri con l’esercito di Tissaferne erano insignificanti scaramucce.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Usciti  finalmente da quell’inferno e giunti in vista del fiume Centrite, i Diecimila si trovano la strada sbarrata da un imponente esercito, schierato parte sulla riva del fiume e parte sulle alture circostanti, mentre alle loro spalle si affollano sempre più minacciosi i Carduchi usciti dalle montagne. Un colpo di fortuna – la scoperta casuale di un comodo guado- una manovra condotta in modo magistrale da Chirosofo e da Senofonte e-  perché no?-  il favore degli dei consentono loro di arrivare sull’altra sponda,  di mettere in fuga i nemici e di lasciarsi i Carduchi alle spalle. Prima dell’attacco, al solenne e sacro peana si erano mescolate le  meno solenni ma altrettanto efficaci grida di incitamento delle prostitute al seguito.
L’Armenia occidentale è governata dal satrapo Tiribazo.  E’ amico del re, lo aiuta a montare a cavallo- onore, questo concesso solo a pochi- e, come il collega Tissaferne, di cui sembra la fotocopia, predica in un modo e razzola in un altro, offre una tregua e prepara imboscate. Stando a Senofonte, almeno. La stagione, poi, non aiuta: nevica spesso, fa freddo, guai a dormire con i calzari: le corregge stringono, i piedi si gonfiano, si rischia il congelamento. Il riverbero  della neve acceca, la fame si fa sentire, il vento non dà tregua, le insidie si moltiplicano. Numerosi soldati cadono a terra senza un motivo apparente, si rianimano quando si dà loro qualcosa da mangiare. Più che bulimia come sostiene qualcuno, quella sembra fame nera. Altri, arrivati nei pressi di una sorgente di acqua calda , si rifiutano di proseguire; si cerca di proteggere i più deboli  comprese le prostitute al seguito, ma chi non ce la fa viene abbandonato al proprio destino. Alle spalle dei Diecimila in marcia, gruppi di nemici si contendono il bottino, si impadroniscono degli animali da soma attardati, arraffano armi e oggetti abbandonati sul terreno.
Le insidie ordite da Tiribazo , però, vanno a vuoto: i Diecimila lo anticipano quasi sempre occupando le alture e prendendo il controllo dei valichi.  O, se vogliamo vederla con occhi diversi da quelli di Senofonte, diciamo che la tregua tiene. Ma lì intorno ci sono numerose popolazioni ostili- i Calibi, i Taochi,  i Fasiani- ignare della tregua e decise a sbarrare il passo a quegli stranieri. Non ce la faranno, ovviamente,  e potremmo anche non occuparcene a fondo se non fosse per un curioso episodio sul quale vale la pena soffermarsi.

Un male antico?

Dunque: i Taochi presidiano in forze un valico.  Non un valico qualsiasi, ma il valico, quello che ti apre le porte della pianura. Che fare? Facciamo così, propone Senofonte sempre più calato nei panni dello stratego : fingiamo di attaccare da una parte e portiamo il colpo principale da un’altra. Possibilità di successo? Moltissime, a patto di avere uomini in grado di conquistare la vetta, non visti, con un fulmineo colpo di mano mentre il grosso attua la manovra diversiva. E chi è più lesto di mano degli Spartani, abituati come sono, fin da ragazzi, a rubare senza farsi scoprire? A considerare una colpa non il furto, ma l’essere  sorpresi con le mani nel sacco? Sì, conclude Senofonte, da questo punto di vista gli Spartani sono stati educati bene: affidiamo loro la missione e, ne sono sicuro, metteranno in pratica gli insegnamenti ricevuti e non si faranno sorprendere.
Senti da che pulpito arriva la predica, è la replica. Da un Ateniese, vale a dire  da un maestro nel rubare il pubblico danaro . Ad Atene, più uno ruba più  è autorevole, più uno è ladro  e più alte sono le cariche pubbliche che occupa.  Bella roba! La voce è dello spartano  Chirisofo, le parole sono di Senofonte . Che approfitta dell’occasione- lui filo-spartano e col dente avvelenato nei confronti dei propri concittadini-  per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Gli Spartani sono  ladri? Certo, ma ladri di galline se paragonati a chi arraffa il pubblico denaro.
Atene “ ladrona” ?  “Laconia libera”?

Thalatta! Thalatta!

Arcieri persiani. Pergamon Museum, Berlino

Superato il valico e scesi in pianura senza aver risolto la questione se siano più ladri gli Spartani o gli Ateniesi, i Diecimila  sono attesi da altri ostacoli e da altre popolazioni ostili. Per procurarsi da mangiare- il problema è sempre quello-   è necessario prendere d’assalto le “fortezze”, vale a dire i villaggi fortificati posti lungo il cammino. Molti di questi villaggi resistono e in uno di essi Senofonte è testimone di uno spettacolo a suo dire “ tremendo”( deinòn): prima che i Greci entrino nel villaggio conquistato, le donne gettano i propri figli  giù dalle mura e poi li seguono , imitate anche da molti uomini. Perché quel suicidio in massa? Perché quella Masada a due passi dal Mar Nero?
Senofonte scrive: uno spettacolo tremendo, spaventoso. Ma nulla aggiunge in proposito. Perché non lo fa?  Quelle donne e quegli uomini si tolgono la vita e la tolgono ai propri figli perché i Diecimila erano preceduti da una fama sinistra? Perché bruciavano, saccheggiavano e violentavano? Probabile, anche se poco o nulla riguardo alla violenza sulle donne trapela dal racconto di Senofonte. La guerra non è solo coraggio, ardimento, valore, sprezzo del pericolo, eroismo,  come vuole farci credere l’autore dell’Anabasi: la guerra è anche – se non soprattutto- sangue, violenza, massacro,  abiezione. Qualsiasi guerra. Anche quella di Senofonte, nonostante Senofonte. Potevano così tanti uomini, braccati, insidiati, disperati, a corto di cibo, a corto di tutto  mantenersi duri e puri? Potevano astenersi dal considerare le donne bottino di guerra? Potevano astenersi dal commettere violenze di ogni tipo? Difficile, forse impossibile.
Che dire, per esempio,  della guida messa a disposizione dei Greci da un governatore locale perché li accompagni fino al mare? Lo fa per simpatia o perché vuole servirsi di loro? Perché ammira il loro coraggio o perché vuole, tramite essi, incutere terrore ai propri nemici? Guarda caso, appena in territorio nemico, la guida li incita a saccheggiare e  a devastare la regione. Senofonte scrive: capimmo allora le vere intenzioni del governatore: non per simpatia ci stava aiutando, ma per utilizzarci a proprio vantaggio. Non dice esplicitamente, però,  se i resti dei Diecimila seguono le esortazioni della guida o se rifiutano, se devastano o se si astengono dal farlo. Simili precisazioni non danno l’immortalità.
L’immortalità vive di altre sensazioni, si nutre di altri avvenimenti. Sulla sommità del Monte Teche si avverte un insolito movimento, si odono grida eccitate via via più intense. Un ennesimo attacco da parte di coloro ai quali sono state bruciate le case e sottratti i raccolti? Temendo il peggio,  Senofonte sprona il cavallo, chiama a sé i suoi uomini, si dirige verso la cima. Il grido si fa sempre più alto, passa di bocca in bocca, esplode in un’esclamazione che cancella  mesi e mesi di fatiche, di pericoli, di fame, di freddo, di stenti:  Thalatta! Thalatta! Il mare! Il mare!
Ce l’hanno fatta. Chi devono ringraziare? La loro determinazione e il loro coraggio?  Artaserse  che avrebbe potuto spazzarli via in ogni momento e  non l’ha fatto? Gli dei?
Ma quello non è il momento delle domande: quello è il momento della commozione, del ritorno alla vita. Gli uomini piangono e si abbracciano: sulle coste di quel mare ( l’odierno Mar Nero) per ottomila e seicento di loro, la Katabasis è finita.
Quello che successe dopo, da Trebisonda a Bisanzio, appartiene a un’altra storia.

Epilogo.

Nell’Anabasi, Senofonte celebra anzitutto se stesso, ma celebra anche il  coraggio e la determinazione di un pugno di uomini decisi a tutto; tace molte cose, non dice abbastanza  sulle miserie della guerra, fa implicitamente del saccheggio e della violenza una necessità se non proprio un merito, fornisce  preziose notizie geografiche, storiche, militari, politiche sull’immenso impero di Artaserse II. Chi sa leggere fra le righe può trovarvi utili informazioni:  le difficoltà si superano restando uniti, l’impero persiano è una tigre di carta, marciare dritti verso il cuore di quell’impero non è impossibile. Ma per realizzare l’impresa, la conoscenza da sola non basta: ci vuole un sogno. Solo il sogno può rendere realizzabile l’irrealizzabile, solo il sogno,“ infinita ombra del vero”, può smuovere le montagne.
E il sogno prende forma nella mente e nel cuore di un giovane re attento lettore dell ’Anabasi. In compagnia di Senofonte, il sogno di quel giovane re  corre  lungo le valli della Mesopotamia, valica monti, supera deserti, si spinge oltre Babilonia, oltre Susa fino ad attingere i confini del mondo.
Quel sogno è il sogno di un giovane re cresciuto in un paese aspro e difficile, educato nel mito di Achille, istruito  da Aristotele. Quel sogno è il sogno di un giovane re chiamato Alessandro.
Alessandro  figlio di Filippo. Alessandro Magno.

Da leggere:

Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton, 2005
Valerio Massimo Manfredi, L’armata perduta, Mondadori, 2007
Senofonte, Anabasi di Ciro, Libri I-IV, traduzione di  Franco Ferrari,  introduzione di Italo Calvino, Bur, 1989

Su questo sito, se ti va, puoi leggere anche:

I giorni della terra e dell’acqua. Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
Leggi l’articolo.

La lepre e la giumenta. Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
Leggi l’articolo.

Il muro di legno. La mattanza di Salamina, 480, a.c.
Leggi l’articolo.

La resa dei conti. Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
Leggi l’articolo.

Il sole di Vergìna.  Filippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
Leggi l’articolo

Le forze greche a disposizione di Ciro:

4.000 opliti al comando di Senia;
1.500 opliti e 500 fanti leggeri ( peltasti) al comando di Prosseno;
1.000 opliti al comando di Sofeneto di Stinfalo;
500 opliti al comando di Socrate l’Acheo;
300 opliti e 300 peltasti al comando di Pasione da Megara;
1.000 opliti, 800 peltasti traci, 200 arcieri  cretesi e, successivamente, anche  2.000 uomini circa delle truppe di Senia e di Pasione( che meditavano di disertare e che in effetti, una volta in Siria, diserteranno) al comando dello spartano Clearco.
1.000 opliti, 500 peltasti al comando di Menone;
1.000 opliti al comando di Sofeneto d’Arcadia;
300 opliti al comando del siracusano Soside;
700 opliti al comando dello spartano Chirisofo ;
400 disertori greci provenienti dall’esercito del satrapo Abrocoma.

Inoltre, Ciro poteva contare su  una flotta di 35 navi al comando dello spartano Pitagora  e di 25 navi agli ordini di Tamos l’Egizio. Secondo l’Anabasi, i Diecimila avevano anche un appoggio tattico di 100.000 soldati persiani al comando di Arieo (gli storici moderni parlano di ventimila soldati) e di una ventina di carri falcati.

Le forze di Artaserse II secondo Senofonte:

900.000 uomini ( il satrapo Abrocoma con altri 300.000 uomini arriverà a Cunassa cinque giorni dopo la battaglia);
6.000 cavalieri;
150 carri falcati.


[1] La parasanga era una misura lineare corrispondente, grosso modo, a circa 5.300 metri. Secondo Senofonte, Ciro e C. se ne fecero più di cinquecento( 535, per la precisione) per arrivare a Cunassa.

[2] Lo spartano Clearco era un militare tutto d’un pezzo, duro, spietato, abituato a fare di testa propria. Nel 404 o nel 403 a.c. , inviato da Sparta in missione in Tracia, disubbidì agli ordini degli Efori e, anziché ritornare in patria come gli era stato imposto, continuò la missione impadronendosi della città di Bisanzio. Questa disubbidienza gli costò la condanna a morte in contumacia.
Gli Spartani mandarono contro di lui un esercito. Clearco, tuttavia, riuscì a sfuggire alla caccia ma dovette abbandonare Bisanzio e rifugiarsi presso il re persiano Ciro. Su suo incarico si mise ad assoldare mercenari per la spedizione contro Artaserse. Secondo Plutarco( Vita di Artaserse), Clearco ricevette un ordine segretissimo da Sparta: l’ordine era quello di mettersi con i suoi mercenari al servizio del re dei re.


La resa dei conti

13/09/2011
Da: Amantidellastoria.wordpress.com

Da: Amantidellastoria.wordpress.com

Prologo.

Questa volta gli occhi non lacrimavano, la luce non  dava fastidio, ci vedeva bene. Aveva un conto da regolare,  mentre lì, al proprio posto nella falange, aspettava l’ordine di attacco. Un conto da regolare prima di tutto  con se stesso. E, poi,  con Leonida,  il suo re caduto sul campo.  Andò con il pensiero alle Termopili, rivide l’amico  Eurito , quasi cieco, incamminarsi verso la  morte, ripensò a quei  tre giorni di combattimenti continui, al sangue e alle grida di feriti e moribondi. E al disprezzo  con il quale era stato accolto, al ritorno,  nella sua città, Sparta. Ma il  Fato gli offriva ancora un’occasione: quella. La sua ultima occasione.  Aristodemo impugnò con forza  la lancia.
Sì ,  era  di nuovo  alle Termopili.

Verso Platea

La reputazione di Serse era andata a fondo  con le sue navi  a Salamina , ma il carattere non era cambiato. Mentre era ancora la Fàlero con i resti della flotta,  ricevette ambasciatori spartani: esigevano un risarcimento per l’assassinio di Leonida e per la profanazione del suo cadavere. Serse li ascoltò come se fossero marziani. Quando  gli ambasciatori finirono di parlare, indicò, non senza ironia,  Mardonio e disse loro: “ Chiedetelo a lui, il risarcimento”. Mardonio, come sappiamo, sarebbe rimasto in Grecia alla testa , secondo Erodoto, di trecentomila uomini.
Per ottenere la vittoria, si  era dato tre priorità: attaccare, attaccare, attaccare.
Non tutti , però, la vedevano così. I Tebani, ad esempio erano per l’attesa. E per fare circolare bustarelle. Compra qualcuno- ripetevano a Mardonio- e avrai partita vinta. I Greci si sfalderanno, l’alleanza non reggerà, gli antichi dissapori riaffioreranno. Lavorali ai fianchi, riempili di soldi  e torneranno tutti alle loro case, ai loro campi, ai loro affari; attaccali e fornirai loro un pretesto per restare uniti.
Parole sagge. E molto vicine al vero. Ma c’era gloria nell’attesa? C’era gloria nel vincere con gli “sproni e col gesso”?  E allora,  via verso l’Attica con l’imprendibile cavalleria. E poiché le vittorie sono tali solo quando sono accompagnate da un’eco mediatica( anche nell’Antichità, che cosa credete),  ecco pronto un imponente apparato: fuochi di segnalazione, stazioni di posta, cambio di cavalli. Perché Serse sapesse, perché tutti sapessero.
Sulle prime, tuttavia, Mardonio dà retta ai Tebani. Manda il re di Macedonia Alessandro figlio di Aminta( non è Alessandro Magno, è un altro) dagli Ateniesi con una proposta allettante: abbandonate la Lega e avrete il perdono di Serse, l’intera Attica e molto altro ancora, a vostra discrezione. Quando lo vengono a sapere, gli Spartani drizzano le antenne: gli Ateniesi hanno perso due raccolti, sono alla fame: vuoi vedere che accettano e ci piantano in asso? Urge intervenire. Si precipitano a Salamina ( gli Ateniesi si erano di nuovo rifugiati sull’isola) e promettono mari  e monti: opliti, viveri, asilo per le donne  e i bambini.
Se Mardonio nutre qualche speranza di concludere l’affare, resta presto deluso. Di fronte ad Alessandro e agli Spartani, convocati contemporaneamente, gli ateniesi parlano chiaro. Al primo rispondono: niente da fare, noi siamo Greci, ci sentiamo parte di un mondo e di una cultura comuni, non possiamo tradire. E, soprattutto, non possiamo far passare sotto silenzio il sacrilegio dei nostri templi violati. Ai secondi dicono: lasciate perdere le nostre donne  e i nostri bambini, sanno cavarsela da soli. Mandateci soldati, piuttosto: quelli ci servono. E ci servono come  e forse più del pane.
Gli Spartani tirano un grosso sospiro di sollievo, abbondano in promesse e se ne tornano in Laconia. Dal canto suo, Mardonio non aspetta un minuto di più e lancia i suoi contro Atene. Per la seconda volta la città deserta viene data alle fiamme. Completata l’opera, Mardonio se ne torna in Beozia dove, accampato presso il fiume Asopo, l’aspetta il grosso dell’esercito.

Mentre Atene brucia, a Sparta non si muove foglia. Gli Ateniesi si allarmano: questi si sentono protetti dal muro eretto lungo l’Istmo, si sentono garantiti dalla nostra fedeltà e non ci hanno neanche in nota. Del resto non è la prima volta. A Maratona non si fecero vedere perché impegnati- dissero- in cerimonie sacre: se sperano di ripetere di nuovo il giochetto, si sbagliano di grosso. Inviano un’ambasceria a Sparta e minacciano  di accettare le proposte dei Persiani.  Gli Spartani, capita l’antifona, mettono in marcia cinquemila opliti, ciascuno con sette iloti al seguito. E il mattino dopo, altri cinquemila- perieci questa volta- li seguono, in compagnia degli ambasciatori ateniesi.
Dunque, si sarebbe combattuto. E si sarebbe combattuto in Beozia: niente muri, sentimenti filo-persiani dappertutto, terreno adatto alla cavalleria . Per Mardonio  sarebbe stato un po’  come giocare in casa.

Menagramo e indovini.

Mentre l’esercito alleato si riunisce a Eleusi sotto il comando dello spartano Pausania, reggente pro tempore in attesa della maggiore età del figlio di Leonida, Plistarco, in Beozia Persiani e compagnia se la prendono comoda. Si esercitano con le armi, d’accordo, ma banchettano con pari energia, ostentando ottimismo, sicurezza e robusti appetiti.
Ma può mancare il menagramo di turno? Una sera a tavola, mentre tutt’intorno risuonano risa e sghignazzi, un persiano confida, fra le lacrime, al proprio ospite tebano: un dio mi ha visitato in sogno e mi ha fatto rivelazioni da brivido. Per fartela breve: vedi tutta questa gente? Fra poco non ci sarà più nessuno, moriranno tutti in battaglia. Avvisare Mardonio? E perché mai: è tempo perso. Possiamo noi andare contro la volontà degli dei?
Ignari della volontà divina, ma consapevoli della forza della cavalleria persiana, Pausania e soci arrivano nelle vicinanze dell’Asopo, si appoggiano ai contrafforti del monte Citerone e occupano una posizione leggermente elevata: se i cavalieri di Mardonio si fossero fatti sotto, avrebbero perso slancio per via della salita e, soprattutto,  rischiato l’osso del collo e i garretti dei cavalli a causa delle rocce affilatissime sparse ovunque.
Eppure Mardonio attacca. E con la cavalleria, per giunta. Perché lo fa? Per saggiare le forze del nemico? Per sloggiarlo da dove si trova? Per provocarlo e attirarlo in una trappola? Per chiudere la partita alla svelta? Perché così gli dei hanno deciso? Difficile saperlo. Di certo c’è questo: uno dei suoi migliori ufficiali, Masistio, cade sul campo, l’attacco viene respinto e gli Ateniesi si guadagnano la fama di leoni indomabili. Vanno volontariamente in aiuto dei Megaresi sotto pressione quando nessun altro vuole farlo; oppongono le proprie lance ai cavalieri persiani e li ricacciano al punto di partenza. Erodoto va in brodo di giuggiole quando ce lo racconta.
Farebbe meglio , però, a curare la cronaca cercando la chiarezza, perché, da questo punto in poi, non ci si capisce niente. O quasi. Dunque, respinto l’attacco di Masistio, Pausania abbandona la posizione occupata in precedenza e scende nella pianura. In cerca d’acqua? Probabile, visto che si accampa presso una sorgente detta Gargafia. Per portare i propri opliti su un terreno favorevole al dispiegamento della falange? Possibile. Ma allora perché, giunto in pianura, se ne sta con le mani in mano e completamente fermo per una decina di giorni? Perché non forza la situazione? Lo fa perché non è ancora pronto o perché gli indovini gli sfornano un responso negativo dietro l’altro? Perché  gli ripetono un giorno sì e l’altro pure che la vittoria toccherà a chi saprà mantenersi sulla difensiva?  Anche dall’altra parte si fa un ampio uso di indovini e anche dall’altra parte le conclusioni sono le medesime: non è il momento di attaccare, mantenersi sulla difensiva. Insomma, un raro caso di indovini bipartisan. Risultato: per giorni e giorni, fra un vaticinio e l’altro, non si muove una paglia.
Mardonio non ne può più. Chiama Artabazo- un tipo con la testa sulle spalle- e gli chiede consiglio. Che faccio? Attacco? Aspetto? Artabazo ci va giù spiano: “ Aspetta e compra qualcuno” . Toh, questa l’ho già sentita, pensa Mardonio, ma  come non l’ho seguita una volta, non la seguirò adesso. Indovini o non indovini, difensiva o non difensiva, adesso è ora di fare sul serio.
Alessandro di Macedonia lo viene a sapere e, nottetempo, si reca nel campo alleato. Parla con l’ateniese Aristide e gli dice più o meno questo: “ Mardonio attaccherà domani. Ricordatevi di chi vi ha passato l’informazione.” E se ne va. Come si può vedere, gli odierni  “responsabili” vantano illustri antenati.

A Platea.

Avuta l’informazione dal regale “ responsabile”, Pausania ha tutto il tempo per prepararsi. Mette all’ala destra i suoi, all’ala sinistra gli Ateniesi e al centro gli altri. E, a questo punto, nel racconto di Erodoto,  la luce diventa ancora più fioca.
I Greci, infatti, manovrano e contromanovrano, i contingenti si spostano da un’ala all’altra apparentemente senza senso alcuno. Prima gli Ateniesi si spostano all’ala destra, dritti in faccia ai Persiani; gli Spartani vanno all’ala sinistra, di fronte ai Tebani e agli altri Greci felloni; poi ritornano di nuovo sulle posizioni originarie e lo stesso fanno gli Ateniesi. C’è un senso in tutto questo manovrare? Gli storici militari lo trovano nella necessità di Pausania di ricompattare un esercito sfilacciato; Erodoto va giù più spiano e avanza – sacrilegio!- il sospetto che gli Spartani abbiano un po’ di tremarella. Non ci credete? Sentite qui: Pausania agli strateghi ateniesi: “ Voi conoscete i Persiani: vedetevela voi con loro.” E gli Ateniesi di rimando: “ Volevamo chiederlo, ma non osavamo. Adesso ce lo chiedete voi e ubbidiamo volentieri”.
Traduzione: “ Noi non siamo fifoni”.
Sia come sia, si manovra ma non si combatte. Sembra di essere su una piazza d’armi. Mardonio, allora, gioca la carta della provocazione. Manda nel campo greco un paio di araldi senza peli sulla lingua a avanzare sospetti sul coraggio degli invincibili Spartani e a proporre una sfida a singolar tenzone: Spartani contro Persiani e chi vince si prende tutto. I delegati spartani non capiscono se quei  tizi stiano parlando sul serio, se abbiano bevuto o se siano vittime di un colpo di sole. Si guardano l’un l’altro e  non rispondono. Vedendoli muti, gli araldi persiani se ne vanno. Con una convinzione: questi hanno una fifa maledetta.
Mardonio la vede più o meno allo stesso modo. E ci dà dentro. Muove di nuovo la cavalleria, tempesta di giavellotti e di frecce la falange greca, avvelena i pozzi, blocca il passo di Driocefale, la “via sacra” dalla quale transitano viveri e rinforzi. Brutto affare per Pausania: niente acqua, pochi viveri, una pioggia di proiettili. Meglio cambiare aria.

Ci avete capito poco? Aspettate di sentire il resto. A questo punto, secondo Erodoto, Pausania divide l’esercito in due tronconi: il primo lo indirizza verso una non meglio identificata “ isola” fra due torrenti( o fra due rami di uno stesso torrente); l’altro, meno numeroso, lo spedisce verso Driocefale: obiettivo: liberare il passo per dare via libera ai rifornimenti. Succede però questo: forti contingenti del primo troncone  non arrivano affatto all’ “isola” ( ammesso che sia mai esistita) e finiscono col prendere posizione- va a capire perché-  davanti al tempio di Era a Platea.
E non è finita. Quando arriva il loro turno di muoversi, infatti,  gli Spartani si mettono a litigare di brutto. Un loro ufficiale- un certo Amonfàreto- spartiate tutto d’un pezzo, non ne vuole sapere di abbandonare le posizioni. Per lui quella manovra  puzza troppo di ritirata. Non sia mai!
Armato della pazienza di un santo,  Pausania cerca di persuadere quella testa dura, ma invano. Alle prime luci dell’alba, i due discutono ancora. Gli Ateniesi, forzatamente fermi, chiedono lumi: che facciamo? Aspettiamo fino alle calende o ci muoviamo?  Pausania allora molla Amonfàreto al proprio destino, ordina agli Ateniesi di seguirlo verso Platea e si mette in cammino. Senza tirarsi il collo, per altro. E proteggendosi con i contrafforti del Citerone. Gli Ateniesi, invece, la protezione se la sognano: marciano in aperta pianura esposti a tutti i venti e a tutti gli attacchi. Il duro e puro Amonfareto per un po’ cincischia, poi si adegua: tutto sommato quella non è una ritirata, deve essersi detto, ma un  cammino verso posizioni migliori. E si affretta a  raggiungere Pausania.
Mardonio viene informato e conclude: quelli se ne vanno perché non sono ” coesi” e hanno paura. E così ci dà dentro di nuovo a tutta manetta. E con lui i suoi alleati. Mentre l’esercito persiano punta sugli Spartani, Tebani e soci danno addosso agli Ateniesi. Pausania è sui carboni ardenti: il nemico avanza, urge fare qualcosa. Ma quei maledetti indovini sono sempre lì a menare gramo e a cavare un responso negativo dietro l’altro. Pausania forza allora la situazione: si rivolge direttamente a Era- onorata da un tempio in quella zona- e ottiene il miracolo: si può, anzi si deve, attaccare.
A questo punto, stando a Erodoto, quarantamila opliti formano la falange e i Persiani  finiscono nel tritacarne. Tengono duro per un po’, poi quando Mardonio cade colpito da una pietra , si sbandano, ognuno per sé e dio per  tutti. Quella vecchia volpe di Artabazo, vista la mala parata, si guarda bene dall’impegnare i suoi quarantamila uomini in combattimento e se la svigna, destinazione Bisanzio. Dal canto loro, i Tebani si battono come leoni, ma nulla possono: devono cedere il campo agli Ateniesi e, dieci giorni dopo , aprire le porte  della città  ai vincitori.
Quanti erano i soldati di Mardonio? Trecentomila. E quanti sopravvivono al massacro? Tremila. Più i quarantamila di Artabazo. In tutto quarantatremila. Serse avrebbe ricevuto pessime notizie a Sardi e Erodoto un mucchio di informazioni da esagerare  e da scombinare a proprio piacimento.
Dopo la carneficina, viene il momento di tirare il fiato. Rimasto padrone del campo, Pausania si fa preparare un pranzo in puro stile persiano, pieno di leccornie, di condimenti, di piatti elaborati. Poi si fa preparare un “ brodo nero”, la ributtante sbobba a base di sangue di maiale tanto apprezzata dagli Spartani . Alla fine commenta: “ Valli a capire i barbari: hanno un tenore di vita straordinario e vengono fin qui per cercare di portarci via il nostro, tanto inferiore al loro.”
Già, valli a capire.

Epilogo.

Arrivò l’urto con il nemico.  La falange spartana  premette  e le prime linee persiane  si scompaginarono. Allora lui, Aristodemo, l’unico ancora in vita degli eroi delle Termopili, uscì dallo schieramento  e andò in cerca dei nemici. Abbatté  chi gli si fece incontro, uno due, dieci e poi fu circondato. Fuori dalla falange, un oplita era perduto. Aristodemo lo sapeva, ma continuava a combattere.  Finché anch’egli non cadde trafitto.  Aveva raggiunto Eurito, aveva raggiunto Leonida, aveva raggiunto Dienece e tutti gli altri.
Aveva pagato il suo debito.

 Appendice

Per terra e per mare.

Le battaglie decisive, in verità,  furono due : quella di Platea e quella di Micale. Quest’ultima  passa per una battaglia navale, ma , in pratica, fu  una battaglia di terra. I  Persiani, infatti, volendo evitare lo scontro in mare aperto, dove si sentivano inferiori ai Greci, portarono la  flotta sotto la protezione della guarnigione di Micale, traendo le navi in secca e erigendovi  tutt’intorno un muro difensivo. Il presidio persiano  era un vero e proprio esercito: sessantamila uomini, al comando  del satrapo Tigrane. Tuttavia , esso   non seppe evitare la manovra a tenaglia organizzata dal re spartano Leutichida, si sbandò sotto la pressione degli opliti e dovette cedere. Alla fine della battaglia, combattuta, secondo Erodoto, nel pomeriggio dello stesso giorno di Platea,  secondo altri storici almeno quindici giorni dopo, le navi in secca furono incendiate lì dove si trovavano e Serse rimase privo anche di ciò che restava della flotta.

I luoghi e le fasi della battaglia.

Mettere in chiaro lo svolgimento degli  avvenimenti narrati da Erodoto non è del tutto facile. La maggior parte di  chi ci ha provato concorda comunque sul fatto che  le mosse dei Greci furono  calcolate. In altre parole, stando a questa interpretazione,  lo spostamento degli opliti davanti al tempio di Era a Platea, non fu casuale né dovuto al desiderio  dei soldati di mettersi in salvo e di evitare le mortali frecce dei cavalieri e dei soldati  persiani: fu un movimento voluto.  Allo stessa stregua, la manovra  delle truppe spartane e tegeati non fu dovuta all’alterco con  Amonfareto , ma al  disegno preciso di  attirare i nemici in una trappola, su un terreno favorevole agli opliti. E così via.

Per saperne di più, leggete questo libro

Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005

e consultate il sito web  Arsbellica, dal quale sono state tratte le due cartine riportate nell’articolo.

Coraggio e ambiguità.

A Maratona( 490 a.c.) gli Spartani, come è noto, arrivarono a cose fatte . Apposta, si insinuò. Si difesero , affermando di non essere potuti arrivare prima perché impegnati nelle feste Carnee,  sacre per loro. Ma il sospetto rimase.
E anche a Platea, gli Spartani , fino al combattimento finale, non fanno, nelle pagine di Erodoto,  una bella figura. Qualche esempio?  Pausania  cambia lo schieramento di partenza, per non  avere di fronte i Persiani;  Pausania  accampa ragioni  poco credibili  per giustificare il proprio comportamento( “Voi Ateniesi  sapete come combattono  i Persiani, noi no”); gli  Spartani rimangono muti dopo la proposta dell’araldo persiano( che abbiano paura?); gli Spartani si mettono  a litigare proprio nel momento più delicato; gli Spartani  si spostano protetti dalle alture del monte  Citerone, gli Ateniesi, al contrario,  devono muoversi in campo aperto e per la via più lunga; a Micale viene loro risparmiato, a differenza degli ateniesi, il combattimento durante la marcia di avvicinamento al nemico. E così via.
Prendiamo gli Ateniesi: tutto il contrario. Sono leali ( stanno dove li mettono e non fiatano); sono  consapevoli della posta in gioco ( la libertà della Grecia, ad ogni costo); sono coraggiosi( si offrono di affrontare Masistio quando nessuno vuole  farlo); sono  orgogliosi e determinati.
A dire il vero, quando passa in rassegna il comportamento dei Greci sul campo di Platea, Erodoto riconosce il valore dimostrato  in combattimento dagli Spartani. E ci sarebbe mancato altro! Tuttavia, le insinuazioni sistemate qua e là nel racconto, le mezze parole,  fanno pensare a un atteggiamento antispartano, se non proprio in Erodoto, sicuramente nei suoi ascoltatori. E il nostro non può certo ignorarli.

Dopo i Persiani , Tebe.

Dopo la vittoria, si fecero i conti  con Tebe, città filo-persiana.  Dieci giorni dopo Platea , gli opliti della lega erano davanti alle mura della città. Volevano la consegna degli uomini più in vista fra i sostenitori dei Persiani. “Facciamo così: i vincitori vogliono il nostro denaro: diamoglielo, di comune accordo, visto che di comune accordo abbiamo deciso di parteggiare per  Serse. Se non sono i soldi che vogliono, ma noi, ebbene noi ci consegneremo,  pronti a sostenere di fronte  a loro un pubblico dibattimento”. Queste furono le parole dei diretti interessati. Non tutti  alle parole, però,  fecero seguire i fatti. Uno dei più in vista, infatti, se la diede a gambe levate , abbandonando i propri figli.”Vèndicati su di loro” fu il consiglio dato a Pausania. “ E che colpa hanno mai questi ragazzi?”, rispose il reggente  e li mandò liberi. Non fece altrettanto con i notabili tebani, una volta avutili nelle sue mani   : li mise tutti a morte. I tempi , c’è poco da fare, erano quelli.

Un male antico  .

Leutchida re di Sparta , il trionfatore di Micale, fu  coinvolto  in una brutta storia di bustarelle. Mentre era  in missione in Tessaglia, probabilmente nel 476, si lasciò corrompere e intascò una forte somma. Fu colto in flagrante nel suo accampamento, seduto  su una borsa piena di danaro o con i soldi nella manica della veste ( keirìs) . Citato in giudizio, fuggì da Sparta e morì a Tegea, dove aveva trovato rifugio. La sua casa, a Sparta,venne abbattuta.

L’altare e la polvere.

Pausania conobbe, dopo Platea, un momento di vasta popolarità.  Durò poco. Forse per il proprio comportamento altezzoso e autoritario, forse per intrighi politici ,  forse per le rimostranze  degli Ateniesi, cadde presto in disgrazia. Privato del comando nelle fasi finali  della guerra persiana immediatamente  dopo Platea ( nel 478 aveva liberato le città ioniche in Asia Minore dal dominio persiano), lasciò Sparta e si impadronì di Bisanzio. Qui giocò  molto abilmente la carta di alcuni ostaggi appartenenti alla famiglia reale caduti nelle sue mani,  per avvicinarsi a Serse. Riconsegnò incolumi  gli ostaggi , accompagnandoli con una lettera nella quale si metteva a disposizione del re per aiutarlo a battere i Greci, Sparta compresa. Serse apprezzò molto l’offerta  di Pausania, lo riempì di lodi  e gli promise in sposa la propria figlia. Ricevuta la risposta del re ,  Pausania si montò la testa. Si vestiva alla persiana, si faceva accompagnare da lancieri persiani o egizi, mangiava cibi persiani , si comportava come un dignitario orientale , inavvicinabile e  inaccessibile ai più.
Sparta provò, inutilmente,  a richiamarlo in patria. Quando  gli Ateniesi lo sloggiarono con la forza  da Bisanzio,  Pausania si trasferì nella Troade e continuò a flirtare con i Persiani. Era troppo. Un araldo lo raggiunse un seconda volta con un messaggio degli Efori. Pausania, inspiegabilmente,  tornò. Era sicuro di potersela cavare. Dopo tutto era ancora il reggente di Sparta  in attesa della maggiore età di Plistarco, figlio di Leonida; dopo tutto non esistevano prove sicure e concrete delle accuse che  gli venivano mosse; dopo tutto era pur sempre il vincitore di Platea.  Tornato a Sparta, continuò a inviare  lettere a Serse.
Visto il calibro del personaggio, gli Efori  ci andarono con i piedi di piombo. Indagarono sul  suo passato , si occuparono del presente e delle voci che lo davano a capo di complotti di iloti e in combutta con i Persiani, ma volevano la prova decisiva:   la confessione dello stesso Pausania.  La ottennero con uno stratagemma. Il messaggero incaricato di portare  un’ennesima lettera  di Pausania a Serse, la consegnò  agli Efori. Poiché  nessuno dei messi precedenti  aveva fatto ritorno, Argilio ( così si chiamava il messaggero designato , fra l’altro amico intimo e fedelissimo di Pausania) si insospettì,   aprì la lettera e trovò la conferma dei propri sospetti: Pausania invitava i destinatari della lettera a uccidere il latore. Insomma, Argilio era stato condannato  a morte .
Allora , su consiglio degli Efori, Argilio  si recò supplice sul  Tènaro, si costruì una capanna  e, all’interno, eresse un muro divisorio,  ricavandone due ambienti. Pausania andò da lui  e volle sapere il motivo di quella supplica . Per tutta risposta, Argilio lo assalì a  male parole, rinfacciandogli  la sua malafede: che uomo era se ricompensava i fedeli servitori , gli amici addirittura, con la morte?  Pausania cercò di calmarlo, riconobbe i propri torti, gli assicurò l’incolumità e lo pregò di mettersi quanto prima in viaggio verso la corte del Gran Re. E,  intanto, nella stanza attigua, gli Efori ascoltavano.
Questa fu la prova decisiva. Ma il giorno stabilito per il suo arresto, Pausania, forse intuendo quello che stava per succedere, forse avvisato dal gesto di uno degli Efori, si rifugiò nel tempio di Atena  Calcieca ( “vestita di bronzo”), sfuggendo alla cattura. Quel tempio era un luogo sacro e al suo interno,  come all’interno di  tutti i luoghi sacri, non si poteva spargere sangue.  Gli Efori, allora, ordinarono di scoperchiare il tempio e di murarne gli ingressi. Il vincitore di Platea morì di  fame e di  sete.  L’oracolo di Delfi, interpellato, considerò la morte di Pausania un sacrilegio e intimò agli Efori di dedicare alla dea vestita di bronzo due corpi anziché uno. Vennero erette, così,  vicino al tempio, due statue di bronzo.

Da leggere:
Erodoto, Storie, Libro IX,  Bur, 1997-2009
Frediani, Andrea, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005
Hanson, Victor Davis, L’arte occidentale della guerra: descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Mondadori, 1990
Holland, Tom, Fuoco persiano: il primo grande scontro fra Oriente e Occidente, Il Saggiatore, 2003.

In questo sito:

I giorni della terra e dell’acqua
Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
Leggi l’articolo.

La lepre e la giumenta.
Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
Leggi l’articolo.

Il muro di legno.
La mattanza di Salamina, 480, a.c.
Leggi l’articolo.

Per qualche dàrico in più.
401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
Leggi l’articolo

Il sole di Vergìna Filippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
Leggi l’articolo