Il sole di Vergìna

23/05/2012

Prologo.

Il giovane principe macedone si muove, straniero in terra straniera, in domo Epaminondae, fra le strade di Tebe. Lo hanno portato lì avvenimenti ingarbugliati  e un motivo molto semplice: fra Tebe e il re di Macedonia, Alessandro II, è in vigore una tregua. E i Tebani hanno chiesto garanzie sotto forma di ostaggi. Lui è uno di questi.

La stella argeade a sedici punte, conosciuta anche come “Il sole di Vergìna”

Tebe non è una città qualunque. In quel momento, Tebe, fresca della vittoria sugli Spartani a Leuttra,  è la Grecia. Comanda lei, piaccia o non piaccia. E a Tebe si può imparare molto.  Dai filosofi, naturalmente ( e dai pitagorici, in particolare), ma soprattutto dagli strateghi.  Perché la falange tebana, in battaglia, assume una disposizione obliqua? Perché il settore più forte dello schieramento è l’ala sinistra e non l’ala destra come praticato da secoli? Il giovane ostaggio osserva e riflette. Osserva i movimenti coordinati della fanteria tebana e la immagina schierata su un numero maggiore di file; osserva l’armamento dell’oplita tebano e lo immagina con uno scudo più piccolo e con una lancia più lunga, molto più lunga; pensa ai cavalieri imprendibili della sua terra e , sui campi di battaglia, li vede  agire in combinazione con la fanteria. Quel giovane principe, ostaggio in terra straniera, osserva e impara, osserva e rielabora.
Il suo nome è Filippo.

Lontano dall’Ellade.

Terra  di montagne , di cavalli e di cavalieri, ma anche terra di pianura, di ampi fiumi e di campi coltivati, circondata da popoli bellicosi, soggetta a razzie e a incursioni di bande di tagliagole , la Macedonia vive per lungo tempo isolata dal resto della Grecia. Per i Greci del sud, i Macedoni sono semibarbari, nonostante i loro re affermino di vantare ascendenze greche ( argive per la precisione) e di annoverare Ercole  fra i propri capostipiti.
Poi, a poco a poco, dalle guerre persiane in avanti, la Macedonia , “paese dal quale un tempo non si poteva neppure acquistare uno schiavo di valore” secondo la celebre affermazione di Demostene, si avvicina al mondo greco. A modo suo, naturalmente e portandosi appresso le sue contraddizioni, le sue difficoltà, i suoi usi,  le sue tradizioni, i suoi contrasti, le sue asprezze, le sue precarietà, il suo desiderio di indipendenza.

Il territorio dell’antica Macedonia. Da: http://www.historyofmacedonia.org/AncientMacedon…
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Alessandro I, il re,  ha molto da farsi perdonare. Durante le guerre persiane ha scelto- o è stato costretto a scegliere-  la parte sbagliata e la macchia è rimasta. Erodoto cerca di cancellarla inventandosi o esagerando comportamenti filo-greci del re. In fin dei conti chi comunica a  Pausania alla vigilia dello scontro di Platea le  intenzioni di Mardonio? Alessandro. E chi sconsiglia  i Greci di attestarsi al passo di Tempe? Sempre Alessandro. E ancora: è o non è Alessandro un Eraclide, un discendente di Ercole?  Ce n’è d’avanzo per farne un benemerito della causa.
Alessandro, filelleno o filo persiano che sia, ha le idee chiare: approfittare dell’instabilità seguita alle guerre persiane per rafforzare il regno, espandersi, abbassare la cresta agli Illiri e ai Peoni, tenere alla larga i Tessali, fare affidamento sulle proprie forze, diffidare tanto di Atene quanto di Sparta, le potenze egemoni del tempo. Si ellenizza, sì, ma a piccole dosi: chiama a corte alcuni intellettuali, offre il proprio patrocinio a Pindaro, cerca di riorganizzare le finanze sul modello greco, sottolinea il valore e l’importanza   dell’assemblea degli uomini in armi. Svolta “democratica”, dunque? Un’operazione di facciata, a dirla tutta, perché l’assemblea, a differenza di quanto accade altrove, non delibera, ratifica soltanto le decisioni del re, dopo averlo eletto. E allo stesso modo si comporta il consiglio ristretto della Corona formato dai fedelissimi del sovrano. Sul piano politico e sociale Alessandro – nelle cui mani sono concentrati ampi poteri politici, militari, religiosi-  non va oltre.
Va oltre sul piano militare. Per realizzare i suoi piani, il re macedone ha bisogno di un esercito, non di un nuovo sistema di governo; ha bisogno di disciplina, non di democrazia; ha bisogno di opliti, non di filosofi. Ha  visto gli Spartani e gli Ateniesi combattere, ha capito l’importanza della fanteria. Ed è a riorganizzare l’esercito che Alessandro si dedica. Anche a costo di provocare una specie di rivoluzione sociale. Da sempre, infatti, i cavalieri, gli hetairoi,  tutti nobili, costituiscono il nerbo del suo esercito. Accetteranno un ruolo pari se non inferiore a quello dei pezhetaìroi, dei fanti appiedati?  Accetteranno di dividere con questi ultimi privilegi e bottino?
Ma la cosa sembra funzionare. Il legame fra il re l’aristocrazia  è un legame troppo solido perché possa essere messo in discussione e la politica espansionistica del sovrano è, per i nobili, una garanzia di guadagni e di prebende. Dal canto suo il “popolo” chiamato a servire sotto le armi avverte nuove responsabilità, si sente parte integrante della monarchia.  Pezeteri e hetairoi insieme arriveranno così fino alle miniere  del Pangeo, si porteranno oltre il corso dello Strimone, si spingeranno fino a Pidna, si affacceranno sul Golfo Termaico. Mettendo in allarme  Atene.
I cui maneggi politici portano a una divisione del regno. Gli anni successivi alla morte di Alessandro sono, infatti, anni confusi, a tratti avvolti nell’oscurità più profonda. Che il regno venga diviso è un fatto: è stato Alessandro a volerlo o è stata l’ingerenza  ateniese a determinarlo? Nell’arco di una ventina d’anni( 450-430 circa), tre dei cinque figli del re ( Alceta, Filippo e Perdicca) si contendono il potere, fra guerre aperte, effimere tregue, compromessi, definizione di zone d’influenza , cambi di alleanze, giravolte politiche, perdite di territorio, sempre sotto lo sguardo interessato di Atene il cui unico obiettivo è quello di mantenere il regno di Macedonia in uno stato di debolezza per poterlo controllare meglio. La fondazione di Amfipoli (437) alla foce dello Strimone è un altro chiaro indizio di questo atteggiamento.
Alla fine, intorno al 440, è Perdicca a spuntarla, anche se la lotta con il fratello Filippo, sostenuto da Atene, non è del tutto finita. Il nuovo re, secondo nel nome,  approfitta della situazione conflittuale fra Sparta e Atene  per schierarsi ora con l’una, ora con l’altra, tenendosi le mani libere e badando unicamente agli interessi della Macedonia. Perde e riacquista la città di Terme, appoggia il generale spartano Brasida, con l’aiuto del quale riduce all’obbedienza- per il momento, almeno-  i riottosi principi dell’Alta Macedonia,  spinge alla ribellione Potidea e le città della penisola Calcidica, giunge a un accordo con i Traci, passa con disinvoltura- e più volte- da Sparta ad Atene e viceversa.
Quando muore, Perdicca lascia una Macedonia più solida, più consapevole di se stessa anche se territorialmente quasi immutata rispetto a quella di Alessandro. Dopo di lui, la “semibarbara” Macedonia non può più essere ignorata dal resto del mondo greco. Perdicca lascia anche un’eredità politica: dobbiamo rafforzarci, consolidare la nostra indipendenza, allargare il nostro territorio, usare gli altri non esserne usati.   Questo atteggiamento –lo stesso di Alessandro Filelleno, per altro- contribuirà ad alimentare nei sovrani macedoni un sentimento di diffidenza verso i Greci del sud, misto, tuttavia, ad ammirazione; contribuirà ad accentuare il nazionalismo e, nello stesso tempo, a rendere viva la necessità di un cambiamento culturale. E’ come se la Macedonia, insomma,  volesse restare immutabile e al tempo stesso rinnovarsi, come se volesse chiudersi a ogni cambiamento e nello stesso tempo ne fosse attratta.

Archelao, salito su un trono di sangue nel 413 , avverte tutto il fascino del mondo greco, cerca di coniugare nazionalismo e koinè, tradizione e innovazione.  E’ l’artefice, secondo Tucidide e gran parte degli storici moderni, della modernizzazione in senso ellenistico della Macedonia, è il generoso sovrano pronto a fornire ad Atene il legname di cui ha bisogno per ricostruire la flotta, è il mecenate protettore di artisti del calibro di Euripide e del pittore Zeusi, è il costruttore di strade e di fortezze, di templi e di santuari, è il riformatore dell’esercito, è il fondatore di una nuova capitale, Pella.
Ma tutti questi onori, tutti questi riconoscimenti nascondono ampie zone d’ombra. L’esercito era già stato riformato da Alessandro Filelleno; quello di Archelao, tanto esaltato da Tucidide, non riesce ad avere ragione di una banda di tagliagole, segno che, forse, tanto forte non è; la riforma amministrativa attribuita ad Archelao non è una vera  e propria riforma, quanto piuttosto un tentativo, a tratti estemporaneo, di distribuire meglio il carico fiscale fra le varie zone del regno per evitare malumori e ribellioni( per alcuni studiosi, quella riforma non è neppure esistita) ; il costo politico dell’avvicinamento all’Ellade è alto.
Archelao sembra non rendersene conto, ma chi ne esalta la politica, chi lo chiama “ amico”  –Atene, in questo caso-  lo fa in base ai propri interessi, persegue un secondo fine: quello di impedirne ogni iniziativa autonoma. Celebrando Archelao, un’ Atene in difficoltà e prostrata dal prolungarsi della Guerra del Peloponneso, riconosce implicitamente la Macedonia come stato, ma al solo fine di impedirle di espandersi o di nuocerle. Privando in questo modo Archelao dell’unico elemento in grado di tenere unito il proprio dominio: la politica di espansione. Risultato: sotto il regno di Archelao, la Macedonia non cresce territorialmente, non si espande, ridiventa irrequieta e potenzialmente debole. Intorno al 400, al termine del proprio regno, il re sembra svegliarsi dal torpore, accenna a  riprendere la politica espansionistica. Ma quando impugna la spada contro i Tessali, si becca immediatamente l’appellativo di “barbaro” da parte degli Ateniesi e subisce l’occupazione di una fortezza di confine da parte degli Spartani.  Decisamente, avrà constatato il re con amarezza, la Macedonia ad alto tasso di ellenizzazione  è tollerata solo quando se ne sta buona e non pesta i piedi a qualcuno.
Ma è tardi per cercare di rimediare. Archelao muore assassinato alla fine del 400 o nell’anno successivo  e i nodi, tutti i nodi, vengono di colpo al pettine. La Macedonia  è irrequieta e frammentata; il malcontento è diffuso; i nobili mordono il freno; i principati delle Terre Alte sono in subbuglio; l’esercito è debole; la successione al trono è un succedersi di assassinii;  i vicini alzano la cresta e i re devono fare concessioni territoriali  per tenerli calmi . Come se non bastasse, sotto il regno di Aminta III,  i Calcidesi, sempre più arroganti e sfrontati,  arrivano a minacciare la stessa capitale del regno, Pella. Fra mille difficoltà e guerre dall’esito incerto ( contro i Tessali, ad esempio), ritorna la politica dei due forni: oggi con Atene, domani con Sparta o Tebe e viceversa. Chi la mette in pratica – Perdicca III- giunge a un certo punto a conquistare Amfipoli e a suscitare nuovi entusiasmi nel suo popolo.
E, tuttavia, la sua è , a ben vedere, una politica dal fiato corto, un ritorno al passato senza le condizioni del passato, una visione tattica limitata, non una strategia di ampio respiro. E così, quando Perdicca III muore,  la situazione ritorna al punto di partenza. La Macedonia ha bisogno di ristrutturarsi, di cambiare marcia. La politica dei due forni non può reggere all’infinito; non si può stare perennemente sulla difensiva; non si può rinunciare alla politica espansionistica, senza pagare dazio all’interno e all’esterno; servono riforme e idee nuove per mettersi in movimento. Ma per andare dove? Per realizzare che cosa? Per realizzare una politica di dominio puro e semplice o , piuttosto, per dare vita a una politica di espansione basata, seppure da una posizione di forza, sulla conciliazione di interessi diversi? La prima è una politica perdente, la seconda  è la strada da percorrere. Ma per percorrerla ci vuole un trascinatore di uomini.
Ci vuole Filippo figlio di Aminta: Filippo II.

Verso l’Ellade

Lasciata Tebe e tornato in patria per fare da tutore al re bambino Aminta IV, Filippo si trova alle prese con un mucchio di problemi. I Peoni e gli Illiri hanno ripreso le scorrerie; i principi delle Terre Alte, soggiogati da Perdicca, hanno rialzato la testa; i Calcidesi sono irrequieti e costituiscono una seria minaccia; nella corsa al trono,  i Traci sostengono un loro candidato, Pausania,  e gli Ateniesi sponsorizzano il fratello di Pausania, Argeo;  l’intera Macedonia sembra sul punto di collassare.
Filippo agisce rapidamente e con abilità. Compra i Peoni, fa capire ai Traci che una Macedonia debole significa un’Atene forte e un’Atene forte significa una Tracia  debole; ritira la guarnigione da Amfipoli , restituendo la città agli Ateniesi e stipulando con loro un trattato; contrae matrimoni ” politici”. Si copre le spalle, insomma . E, con le spalle coperte, riduce prima all’obbedienza i principi dell’Alta Macedonia facendo loro perdere la voglia di ribellarsi, poi sbaraglia gli Illiri ricacciandoli per sempre oltre il Lago Licnitide.
In questa prima fase  i successi di Filippo sono soprattutto – matrimoni a parte-  successi ottenuti in punta di lancia. I soldati  macedoni sono professionisti; la falange  è un gigantesco istrice dal quale spuntano i mortiferi aculei delle sarisse, lance lunghe fino a sei metri; un’ala – la sinistra- attacca mentre il centro e l’ala destra bloccano lo schieramento avversario;  la cavalleria pesante agisce da martello, prendendo alle spalle il nemico e spingendolo a infilzarsi sull’incudine formato dalle picche dei pezeteri. E’ una rivoluzione per i tempi, resa possibile dalla lezione di Tebe.  E con questo esercito da lui stesso organizzato, grazie alla macchine d’assedio progettate dai suoi genieri , Filippo prima si prende Amfipoli in barba agli accordi o alle clausole segrete – vere o presunte-  con Atene,  poi Pidna.
Dopo questi successi, molte città greche delle regioni limitrofe chiedono il suo intervento per risolvere  annose o più recenti controversie : Filippo muove il proprio esercito, sistema le questioni  e poi ritorna da dove è venuto.  Perché quell’intervento gratuito? Perché non sottomette le città che ha aiutato? E perché, una volta avutane ragione in battaglia,  non si sbarazza dei  riottosi nobili della Lincestide e dell’Orestide, ma li chiama a corte? Filippo ha capito- o, comunque, intuito-   questo: il dominio senza il consenso ha i piedi d’argilla e, alla lunga, non paga. Detto in altri termini: annettere non è sinonimo di sottomettere . Sarà, questo, uno dei tratti più significativi della sua politica?
Dopo Amfipoli, Filippo non calca la mano. Non è ancora il momento di uscire dai confini e  di tentare di imporsi sulla Grecia, anche se Atene e Sparta- e il re macedone lo sa bene-  hanno perso prestigio e importanza. L’imperialismo della prima, espresso dalla Lega Delio-Attica, ha prodotto malumori, ribellioni e una guerra( quella del Peloponneso) lunga e devastante; l’assolutismo della seconda- uscita vincitrice dal conflitto- è stato mal digerito da molti; durante quegli anni bui, i Persiani hanno rialzato la cresta, pescando nel torbido e cercando di tenere divisi i Greci per controllarli meglio.
Il fallimento di Sparta e di Atene, la loro cronica incapacità di rinnovarsi, hanno portato alla ribalta nuove realtà e nuove idee. La Beozia, ad esempio, egemonizzata da Tebe, la Focide custode dei luoghi sacri, la Tessaglia controllata dai tiranni di Fere, la stessa Macedonia.  Sono tutte realtà capaci di andare oltre l’ideale democratico classico e la libertà da esso garantita senza per altro cadere nell’assolutismo aristocratico di stampo spartano. Gli abitanti di queste regioni, i cittadini di queste città si sentono sudditi  impegnati nella realizzazione di un progetto comune, non schiavi dipendenti dal capriccio altrui. E a questo progetto  sono disposti a  sacrificare parte delle proprie libertà individuali.  Filippo sembra esserne consapevole, ma, per il momento, preferisce aspettare e mantenersi prudente.
Anche perché la presa di Amfipoli ha aperto un altro problema: quello dei coloni di Crenide. Provengono dall’isola di Taso ( Thassos) e cercano di sostituirsi agli Ateniesi nello sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo. Minacciati dai Traci, chiedono aiuto a Filippo. E  aiutare Crenide significa mettersi contro i Traci. Ma è proprio questo l’obiettivo di Filippo, deciso a consolidare i confini a oriente e , soprattutto, deciso a impadronirsi dell’oro del Pangeo. La coalizione antimacedone allestita in fretta e furia non regge. Gli Illiri e i Peoni vengono battuti ancora prima di potersi congiungere con i Traci; Atene che pure partecipa alla coalizione è al momento impegnata nella guerra sociale e non può fornire alcun aiuto; i confini vengono spostati al fiume Nesto e Crenide , ovviamente, passa di mano. E di nome: d’ora in avanti si chiamerà Filippi.
L’oro del Pangeo fa della Macedonia uno stato ricchissimo quando il resto della Grecia ha le casse statali desolatamente vuote; l’esercito macedone è una macchina da guerra perfetta; l’unità interna è compiuta; i confini sono in gran parte sicuri, i soldati  vedono  Filippo combattere in prima fila , dare e ricevere ferite e stravedono per lui.  Filippo viene proclamato re dall’assemblea degli uomini in armi: l’intera Macedonia ha trovato un capo e si stringe intorno a lui. Ne condivide il progetto. Filippo lo sa e quando, nel 336,  sua figlia Cleopatra andrà in sposa ad Alessandro re dell’Epiro, si presenterà in pubblico senza scorta. Solo i tiranni hanno bisogno di scorta armata, dirà. Sa che nessuno, in patria, lo considera tale.
Nel 354, poco dopo essere stato proclamato  re al posto di Aminta, Filippo conquista  l’ultima città controllata da Atene  in terra macedone – Metone- e , dal 354 al 352, gran parte della Tessaglia settentrionale.
Il momento di guardare a sud è finalmente arrivato.

Cheronea.

La terza guerra sacra( 356-346 a.c) gli fornisce il pretesto per intervenire[1]. Filippo scende in campo contro i “sacrileghi” Focesi e i loro alleati, fatica più del previsto, subisce due gravi sconfitte militari,  deve tornare in patria per reprimere la ribellione dei Calcidesi  e per dare il colpo di grazia ai Traci, ma alla fine riesce a imporsi.  Nell’ Anfizionia –cioè nella Lega Sacra- di Delfi dove viene ammesso dopo la vittoria sui Focesi , è lui, ora a contare di più. Come userà il proprio potere? Per Demostene non ci sono dubbi: per soddisfare la propria ambizione e per sottomettere l’intera Grecia. L’auspicio di Isocrate, dopo la fine della guerra sacra e la stipula di un importante accordo di pace con Atene( la cosiddetta “Pace di Filocrate”, 346), è un altro: possa Filippo guidarci contro i Persiani per farla finita una volta per tutte e per dare pace e prosperità alla Grecia. Per il primo, il re macedone è un tiranno liberticida, per il secondo – anche se in seguito cambierà idea- un dono degli dei.  Chi ha ragione?
Alcuni storici antichi e moderni insistono su questo particolare: Filippo  si preoccupò sempre di giustificare presso i Greci il proprio operato, ora presentandosi come ” vendicatore del santuario e di Apollo”( Guerra Sacra), ora come garante della giustizia ( distruzione di Olinto e delle città della Calcidica).  Perché lo scrivono? I più lo fanno  per sottolineare l’astuzia politica del re, per metterne in risalto la capacità di convincere  raccontando frottole; per altri si tratta di puro tatticismo: tenere buoni i Greci per chiudere la partita ancora in corso coi Focesi e  dare addosso ai Traci. E sarà anche così. Ma  chi viene per conquistare e per sottomettere si preoccupa forse  di giustificare il proprio operato con qualcuno? Filippo, invece, lo fa. Doppio gioco? Tatticismo? E se invece, spiegando il proprio operato, Filippo volesse far capire  implicitamente di non voler essere il padrone della Grecia, ma di volerne essere la guida? Quella guida di cui ormai si sentiva l’esigenza, sia che si volesse attaccare la Persia, sia che si volesse costruire la pace comune? Per qualcuno, oggi come allora, si tratta di un’ipotesi plausibile.
Non per Demostene.  Ma  perché Demostene dà addosso a Filippo un giorno sì  e l’altro pure? Vede nella pace di Filocrate un favore fatto a Filippo? Ignora il cambiamento in atto? Non sente come anacronistica l’idea di un ritorno ai tempi  di Pericle e compagnia? Demostene non ignora alcunché: semplicemente non concepisce per la Grecia altra guida al di fuori di Atene, massima espressione degli ideali di libertà e di democrazia .  Solo Atene, dunque, è degna di guidare la Grecia, non certo un “barbaro” come il re macedone. E, così, per riuscire più convincente, agita davanti ai propri concittadini e alla Grecia tutta lo spettro della tirannide perpetua.
E Filippo come vede Demostene? In altri termini, qual è il suo atteggiamento nei confronti della civiltà greca? L’impressione è che il re non ne sia indifferente e che desideri  comprenderla . Per qual altro motivo invita Aristotele a Pella  come precettore del giovane principe Alessandro? Per farsi propaganda? O perché immagina per – più che per la Macedonia-  e per la Grecia un futuro diverso? La civiltà greca non può , non deve morire nell’abbraccio macedone: i suoi princìpi devono piuttosto dare sostanza e significato a una fase politica nuova caratterizzata dalla stabilità. Forse  Filippo la vede  davvero in questo modo se cerca  di arrivare a un accordo con Atene, se inquadra fra le sue truppe soldati greci, se cerca di far capire ai Greci che il vero interlocutore è lui, in quanto re e non la Macedonia in quanto stato, se si serve di amministratori greci, se, al di là di accordi temporanei e “ tattici”, indica nei Persiani, sacrileghi  violatori di templi,  il nemico da combattere .
Ma per i contemporanei Filippo assomiglia al Filippo di Demostene, non ancora a quello del primo Isocrate, assomiglia al tiranno, non ancora al portatore di istanze nuove. Infiammata dall’oratore ateniese gran parte della Grecia si unisce in una coalizione anti-macedone. Sul campo di battaglia di Cheronea(338), ancora una volta, Filippo ha la meglio. E, ancora una volta, non calca la mano con Atene( con Tebe, invece, va giù di brutto). Riconsegna i prigionieri ateniesi senza pretendere riscatti, restituisce le salme dei caduti, riconosce il valore  dei suoi avversari, permette loro di mantenere la flotta. E , soprattutto, sancisce il suo nuovo ruolo fondando, l’anno dopo, la Lega di Corinto e ottenendo il riconoscimento della propria egemonia personale  sulla Grecia( Sparta esclusa), presentandosi come il “ comandante dei Greci”e il garante della pace comune. Quella pace comune che alla Grecia del tempo, divisa, frammentata, debole, poteva soltanto essere imposta dall’esterno.
E intanto,  avanguardia del grosso che verrà, diecimila soldati macedoni e greci, al comando dei generali Attalo e Parmenione,  mettono piede sul suolo persiano.
Non sarà Filippo a guidarli. Il giorno dopo il matrimonio di Cleopatra, mentre il re, come abbiamo visto, esce senza scorta per inaugurare i giochi  e partecipare ai festeggiamenti indetti in Aigai( oggi Vergìna) l’antica capitale macedone e città sacra,  un ufficiale della sua guardia del corpo, Pausania, lo pugnala a morte. Aristotele dà credito al  gesto di un amante umiliato; altri tirano in ballo una congiura ordita da Olimpiade, già moglie del re e madre di Alessandro; altri ancora incolpano i Persiani e i principi della Lincestide; altri infine la interpretano come una reazione all’idea che Filippo potesse essere divinizzato.  Un giallo in piena regola, insomma. Con un colpevole immediatamente giustiziato, ma a distanza di secoli, ancora senza un movente preciso.
Toccherà così al figlio di Filippo,  Alessandro, terzo nel nome e “Il Grande” per i posteri, reprimere la reazione greca e affrontare il leone persiano.

Epilogo.

La scoperta delle cosiddette tombe reali macedoni di Vergìna databili fra il 340 e il 300 a.c.  ha aggiunto mistero a mistero.  La tomba II è senz’altro la tomba di un re. Ma quale? Per l’archeologo greco Manolis Andronikos – lo scopritore-  è la tomba di Filippo II; per altri quella di Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, morto nel 317 a.c.  Dice il primo,  fra le altre e molto scientifiche argomentazioni:  i resti recuperati evidenziano una brutta ferita all’arcata orbitale destra e Filippo aveva perso un occhio in combattimento o mentre stava verificando il funzionamento di una catapulta  durante l’assedio di Metone; nella tomba sono stati trovati due schinieri uno più corto dell’altro e Filippo, stando alle fonti antiche, zoppicava; sul fregio posto sopra l’ingresso è dipinta una scena di caccia in cui compaiono Filippo nell’atto di uccidere un leone e Alessandro, in disparte fra gli alberi e incoronato d’alloro; il corredo è ricchissimo e appartiene inequivocabilmente a un re guerriero e Filippo era un re guerriero al quadrato, mentre Arrideo – re solo di nome-  era malato e psicologicamente instabile e dunque indegno di una tomba simile.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, ci sono le controprove. La ferita all’arcata sopracciliare non presenta tracce evidenti di calcificazione. E poteva non calcificarsi una ferita ricevuta da Filippo diciotto anni prima della morte( assedio di Metone) ? Impossibile. Si tratterebbe, dunque, di una lesione provocata da una cremazione approssimativa. Gli schinieri asimmetrici? Il più corto è il sinistro e Filippo, stando alle fonti antiche,  zoppicava dalla gamba destra. E che dire degli altri schinieri trovati all’interno della tomba? Tutti perfettamente uguali. La scena di caccia? Fa pensare più a un avvenimento all’uso persiano – e quindi  introdotta in Grecia dopo le imprese di Alessandro Magno- che  a una scena genuinamente autoctona. Sembra più una scena di caccia all’interno di uno spazio chiuso destinato appositamente allo scopo( come era in uso fra i Persiani),  che a una scena in uno spazio aperto. E poi, c’erano leoni in Macedonia? E ancora:  Filippo III Arrideo era un re  tanto rammollito e incapace da non poter essere sepolto con un corredo di armi e armature? Chi afferma questo, dimentica la testimonianza degli storici antichi( e di Diodoro, in particolare), secondo i quali l’usurpatore Cassandro volle dedicare ad Arrideo un funerale con tutti gli onori.  E che dire infine della volta a botte della tomba? Richiama le costruzioni persiane e compare nell’architettura greca solo dopo le conquiste di  Alessandro.
Se c’erano leoni in Macedonia? Certo che c’erano, è la risposta. Erodoto e Senofonte che cosa scrivono in proposito? Scrivono: quando volevano andare a caccia di leoni, i Greci si recavano in Macedonia. La volta a botte? Dimenticate- è la replica- che ne è stata trovata una quasi identica e risalente al periodo precedente quello diFilippo II? E si potrebbe andare avanti  ancora per un bel po’. Fino a identificare quei resti, come ha fatto qualcuno,  con quelli di Alessandro Magno.
Ma se davvero in quella tomba è  sepolto Filippo II, re dai molti volti e dalle molte mogli ( sette, senza contare le amanti) , valoroso soldato e accorto diplomatico, politico conservatore e sovrano innovatore, uomo dai sogni impossibili e dalle  idee grandiose,  generale determinato e deciso, allora nel buio di quella tomba splende davvero il sole di Vergìna.

Da leggere:

Pierre Briant, Alessandro Magno: dalla Grecia all’Oriente, Electa/Gallimard, 1992
Robin Lane Fox, Alessandro Magno, Einaudi, 2004
Nicolas Guild. Il Macedone, Rizzoli, 1993
Valerio Massimo Manfredi, Alèxandros, il figlio del sogno, Mondadori, 2002
Arnaldo Momigliano, Filippo il Macedone, Guerini e Associati, 1987
Giuseppe Squillace, Filippo il Macedone, Laterza, 2009

Nell’antichità, scrissero di Filippo  o della Macedonia, gli storici Erodoto, Tucidide, Giustino, Arriano , Diodoro Siculo.

Se ti va,  su questo sito puoi leggere anche:

I giorni della terra e dell’acqua Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora).
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La lepre e la giumenta. Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
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Il muro di legno. La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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La resa dei conti. Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
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Per qualche dàrico in più. 401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
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Appendice.

Filippo alla conquista della Grecia: gli avvenimenti in breve.

359 a.c. Filippo è nominato reggente di Macedonia in nome del legittimo re, Aminta IV. Ha ventuno anni.
358 . Filippo affronta gli Illiri ( il luogo non è noto, forse nei dintorni dell’attuale Monastir) e li sconfigge. Gli Illiri lasciano sul campo più di 7.000 uomini. I confini occidentali sono resi sicuri e gli irrequieti principati dell’Alta Macedonia, fra i quali la Lincestide, terra di origine della madre di Filippo,  ridotti all’obbedienza.
357. Filippo sposa Olimpiade ( Olimpias) principessa epirota. E’ il suo terzo matrimonio. In precedenza aveva sposato, per ragioni “politiche”, la principessa illirica Audata e, dopo di lei, la macedone Fila, principessa della regione dell’Elimea. Anche quello con Olimpiade è un matrimonio “politico”: l’ Epiro diventa una regione gravitante nell’orbita macedone.
357. Filippo rompe il trattato con Atene e attacca la città di Amfipoli. Da un lato, vuole uno  sbocco al mare per dare fiato al commercio e, dall’altro,  l’accesso alle miniere d’oro del Pangeo.
356. Filippo conquista la città di Crenide, porta del Pangeo, vicina all’odierna Drama. La città assume il nuovo nome di Filippi. I confini con la Tracia vengono spostati al fiume Nesto ( oggi Mesta).
356. Nasce Alessandro, il futuro Alessandro Magno. Filippo viene proclamato re dall’assemblea degli uomini in armi.
356. Nella Penisola Calcidica, i Macedoni conquistano la città di Potidea, legata ad Atene. Mentre gli Ateniesi si preparano a contrattaccare, Filippo conquista   Pidna, da lungo tempo  base navale ateniese. Tutti i cittadini non macedoni vengono espulsi, la città viene rasa al suolo e rifondata come città macedone. Approfittando dello scoppio della terza Guerra Sacra, Filippo entra in armi  in Tessaglia.
354. Viene conquistata anche la città greca di Metone.
352. Filippo controlla saldamente tutta la parte settentrionale della Tessaglia. Dopo aver sconfitto i Focesi ai Campi di Croco, il suo esercito si spinge verso sud, ma, giunto al Passo delle Termopili, vi trova attestato un forte contingente greco formato da Ateniesi, Spartani e abitanti dell’Acaia. I Macedoni si ritirano.
351. L’oratore greco Demostene, fiero avversario di Filippo in cui vede una minaccia per la libertà della Grecia, compone la sua prima orazione – la prima delle  cosiddette “ Filippiche” –  contro il re macedone.
348. Filippo, tornato in Macedonia, rivolge la propria attenzione alle città della Penisola Calcidica. Conquista Olinto e altre 31 città. Sia Olinto sia le altre città vengono rase al suolo e gli abitanti non macedoni ridotti in schiavitù. L’intera Penisola Calcidica è annessa alla Macedonia.
346. Viene stipulato un trattato di pace fra Filippo e Atene( pace di Filocrate).
345. Spedizioni di Filippo contro Illiri e  Traci , ribellatisi al dominio macedone.
344. Seconda “Filippica” di Demostene.
344. Spedizione contro i Tessali, ribellatisi a Filippo.
341. Terza Filippica.
339. Campagna decisiva contro i Traci. La regione viene conquistata quasi per intero. Solo le città greche di Bisanzio e di  Perinto resistono. Pur di fermare Filippo, i Greci per quanto possa sembrare paradossale, chiedono aiuto ai loro tradizionali nemici, i Persiani.
339. Scontro con gli Sciti  nelle vicinanze del Danubio. Filippo li sconfigge, ma mentre sta tornando in Macedonia, viene attaccato dai Traci Triballi e ferito gravemente a una gamba. Gran parte del bottino di guerra tolto  agli Sciti  cade nelle mani dei Triballi.
338, 2 agosto. A Cheronea, nella Grecia Centrale, l’esercito macedone, inferiore di numero, sconfigge l’esercito della coalizione greca. Nel corso della battaglia, si distingue il giovane figlio  del re,  il diciottenne Alessandro.
337. Sotto l’egida macedone, prende vita la Lega di Corinto . Filippo dichiara di voler essere “ Il comandante dei Greci”. E’ sincero?  Intanto, prepara piani per attaccare l’impero persiano.
337. Filippo sposa Cleopatra, giovane nobile macedone. Il re è al suo settimo matrimonio.
336. Filippo II è assassinato nel teatro di Aigai ( o Ege, oggi Vergìna) da una sua guardia del corpo, Pausania.

La Grecia alla morte di Filippo II di Macedonia(336 a.c.). Fonte: http://www.historyofmacedonia.org/ancientmacedonia/philipofma cedon.html

Qualche nome.

Alessandro I detto Filelleno ( “amico degli Elleni”), re dal 498  al 450 a.c.
Aminta III, re macedone dal 392  al 369 a.c
Archelao, re macedone dal  413 al 399.
Cassandro, re di Macedonia dal 302 al 297 a.c, dopo aver usurpato il trono. Si deve a lui la fondazione dell’odierna Salonicco, Thessaloniki, dal nome della moglie, sorellastra di Alessandro Magno.
Demostene( 384-322 a.c), oratore ateniese, fiero nemico di Filippo.
Filippo II, re di Macedonia dal 359 al 336.
Filippo III Arrideo, re di Macedonia dal 323  al 317 a.c. Proclamato re alla morte di Alessandro Magno,  malato,  affetto da turbe mentali,  inadatto al trono, regnò di nome, ma non di fatto. Fu fatto assassinare dalla madre di Alessandro, Olimpiade.
Isocrate ( 436-338 a.c.), retore ateniese autore del Discorso a Filippo.
Leuttra: cittadina della Beozia dove nel 371 a.c. i Tebani  guidati da Pelopida e Epaminonda sconfissero in battaglia gli Spartani, dando inizio all’egemonia tebana sulla Grecia. In quell’ occasione, la falange tebana assunse uno schieramento non convenzionale disponendosi lungo una linea obliqua,  con l’ala sinistra molto più forte rispetto al centro e all’ala destra.
Perdicca III, re di Macedonia dal 365 al 359 a.c.

Come arrivare a Vergìna in autobus  da Salonicco.

autobusRaggiungere Vergìna( in greco Βεργίνα ) dal centro di Salonicco non è complicato. Se noleggiate un’auto, tuttavia, ricordatevi che il traffico in città è , a tratti, intollerabile. E’ molto meglio, secondo me, raggiungere Vergìna in autobus: nessun problema di traffico, nessun rischio di sbagliare strada, nessuna possibilità di causare un incidente individuale o di esserne vittime. Si sale a bordo, ci si siede e si va. Gli autobus greci sono sempre puntuali.

1. Dal centro di Salonicco alla stazione della KTEL.

Il punto di partenza è la stazione KTEL( vale a dire la stazione degli autobus extraurbani) di via Giannitzòn, situata a circa quattro chilometri dal centro della città. Per arrivarci, raggiungete anzitutto la  via principale di Salonicco, l’Odòs Egnatia ( l’antica Via Egnazia che portava da Brindisi a Bisanzio), salite poi sull’autobus urbano numero 8 , direzione KTEL( la “L” in greco è rappresentata graficamente da una “V” rovesciata, ΚΤΕΛ) e scendete al capolinea, situato davanti  alla stazione degli autobus( la corsa dura circa una ventina di minuti e costa 0,80 centesimi di euro, maggio 2012).

2. Dalla stazione Ktel a Vergìna.

Entrate nella stazione degli autobus extraurbani e recatevi alla biglietteria dell’ Imathia( in greco Ημαθία). Qui acquistate un biglietto andata e ritorno per Veria ( in greco Βέροια). Gli autobus per Veria partono all’incirca ogni mezzora a partire dalle 6 del mattino. Il mio consiglio è quello di prendere l’autobus espresso ( cioè diretto, contrassegnato da una “T” sugli orari greci) delle 10,15. Il viaggio dura circa un’ora e, una volta a Veria, alle 11,15 si prende la coincidenza per Vergìna. I biglietti per quest’ultima località possono essere acquistati tanto in stazione a Veria, quanto sull’autobus. Il biglietto di andata e ritorno per Veria costa circa 13 euro e quello di andata per Vergìna 1,70. Il viaggio da Veria a Vergìna dura circa una ventina di minuti e la fermata è situata nelle immediate vicinanze del museo.

La visita al sito archeologico dura circa un’ora e mezza. Il palazzo e il teatro sono chiusi e in restauro, sicché si visitano solo le tombe macedoni – compresa quella del re Filippo II- attorno alle quali è stato costruito il museo. All’interno ci si muove in un’atmosfera molto suggestiva, dove il buio domina sulla luce, quasi a voler rappresentare il mondo dell’oltretomba.

3. Il ritorno: Da Vergìna a Veria.

Terminata la visita, potete, se volete,  prendere l’autobus delle 14 che da Vergìna porta a Veria( il biglietto si acquista a bordo) oppure mangiare qualcosa e tornare a Veria con la corsa delle 14,52( attenzione, perché la corsa successiva dopo quella delle 14,52,  parte alle 17,45 da Alessandria- in greco Αλεξάνδρεια –  e arriva a Vergina intorno alle 18,30). La fermata dell’autobus si trova esattamente sul lato opposto della strada dove siete stati lasciati all’andata. La fermata non è segnalata da tabelle o altro. La riconoscerete facilmente, tuttavia, non solo perché come ho detto, si trova esattamente sull’altro lato della strada dove siete stati lasciati all’andata, ma anche per la presenza di un’impalcatura metallica di colore amaranto.

4. Il ritorno: da Veria a Salonicco.

Da Veria, gli autobus espresso per Salonicco partono ogni ora: 14,45, 15,45, 16,45 e così via. Se siete già in possesso del biglietto di ritorno, recatevi alla stazione posta di fronte alla stazione dove siete arrivati. Qui presentate il biglietto del ritorno: l’impiegata segnerà sul biglietto l’orario della corsa e vi assegnerà i posti a sedere. Una volta arrivati a Salonicco, potete ritornare in centro, in una ventina di minuti, sia con l’autobus n. 8. sia con l’autobus n. 31 ( fermata Colombou).

Su questo sito potete consultare gli orari degli autobus della Ktel: http://www.ktelmacedonia.gr/en/content/show/tid=124

e qui quelli per Vergìna:http://www.veriorama.com/ktel_route.php?id=343&category=category

Immagini riportate nel post.

Le immagini riportate in questo post sono, nell’ordine: la stella di Vergìna, simbolo della monarchia macedone; Il ratto di Proserpina, che adornava una parete della tomba I a Vergìna; una moneta d’oro con l’effigie di Filippo II( è raffigurato il lato sinistro del volto del re, in quanto il destro era deturpato da una brutta ferita ricevuta in combattimento); la falange macedone; la corona d’oro con foglie di quercia- l’albero sacro a Zeus-  e ghiande trovata nella tomba II( esposta al Museo di Salonicco); il ” larnax” dorato sormontato dalla stella argeade contenente i resti  di Filippo II ( o di Filippo III Arrideo, a seconda delle versioni).

Note.

[1]Nel 356 i componenti della Lega Sacra- o  Anfizionia-  di Delfi, sobillati dai Tebani,  accusarono i Focesi di aver coltivato illegalmente la pianura   di Cirra, posta sotto il santuario di Apollo e, quindi, inviolabile .  Per tutta risposta, i Focesi , sanzionati con una pesante multa, occuparono il  santuario di Delfi e si impadronirono delle ricchezze in esso contenute.  I Tebani colsero la palla al balzo: alleati con i Tessali, i Beoti e gli abitanti della Locride,   dichiararono guerra ai Focesi, accusandoli di sacrilegio. Dal canto loro Sparta e Atene, desiderose di limitare l’ingerenza tebana, si schierarono con i ribelli.  La Macedonia non faceva parte dell’Anfizionia e, quindi,  era fuori dai giochi. Ma quando i Tessali, minacciati dal tiranno di Fere , Licofrone, chiesero aiuto a Filippo(354 a.c), la Macedonia entrò nella partita, dando al sovrano argeade, vincitore dopo alterne vicende fatte di  sconfitte e di vittorie, di interruzioni  e di riprese delle ostilità  , l’occasione per presentarsi ai Greci come il vendicatore del santuario e di Apollo. La guerra, lunga e difficile, terminò nel 346.


Per qualche dàrico in più

16/04/2012

La marcia dei Diecimila. Fonte: thebadandugly.com

English automatic translation.

Prologo.

Prima in piccoli gruppi, poi, sempre più numerosi, uomini in armi si affollano sulla riva  occidentale dell’Eufrate. Ci sono fanti armati di lancia, di spada, di giavellotto, cavalieri imprendibili  e fieri, arcieri dalla mira infallibile. E poi carri e carriaggi, buoi e cammelli, asini  e muli. Le barche necessarie a traghettare tutti quegli uomini e quegli animali sono state incendiate dal nemico.  Come passare sull’altra riva?
Un gruppo di uomini si stacca dal grosso dell’esercito. Quegli uomini indossano  mantelli rossi, reggono  scudi rotondi, impugnano lunghe lance. Parlano greco. Sono  opliti, fanti corazzati al soldo del giovane principe che comanda l’armata. Entrano in acqua e si dirigono verso l’altra riva. A poco a poco, anche gli altri ne imitano l’esempio. Prima titubanti, poi sempre più rinfrancati, attraversano quegli ottocento metri  di acque calme, senza bagnarsi al di sopra del petto. Mai l’Eufrate era stato guadato in quel modo. Come il Mar Rosso davanti a  Mosè, il grande fiume ha ritirato le proprie acque davanti all’esercito di Ciro il Giovane.
Un segno del favore divino?

 Dario e Parasatide avevano due figli.

Generazioni di studenti diversamente giovani non hanno dimenticato l’inizio dell’Anabasi: Δαρείου καὶ Παρυσάτιδος γίγνονται παῖδες δύο: Dario e Parasatide avevano due figli maschi. Dei due, il più giovane si chiamava Ciro e, a sentire Senofonte, era un concentrato di nobiltà d’animo, di magnanimità, di coraggio, di lealtà, di giustizia fatta persona, di regalità e chi più ne ha più ne metta. L’altro si chiamava Artaserse( in realtà il suo vero nome era Arsace) e aveva dalla sua l’età: era il primogenito e, come tale, era destinato a succedere al padre. Il primo era il cocco di mamma sua ( Parasatide stravedeva per lui); il secondo studiava da re ( addirittura da Re dei Re) fra intrallazzi di corte e maldicenze varie, a volte non prive di fondamento. Come questa: attenzione, tuo fratello complotta contro di te. Parola di Tissaferne, amico di Ciro e, dunque, agli occhi di Arsace, consacrato re col nome di Artaserse II, doppiamente credibile. Per fortuna di Ciro, mamma Parasatide ci mette una pezza. Ciro torna incolume  a Sardi e la cosa finisce lì.
O, per meglio dire, comincia lì.

La marcia verso l’interno.

Ricorrendo ad astuti espedienti e guardandosi bene dal rivelare le sue vere intenzioni se non ai più fidati fra i suoi, Ciro  arruola un esercito. Cerca soprattutto opliti greci, la fanteria corazzata di quei tempi. Sul mercato ce ne sono in abbondanza( la guerra del Peloponneso è finita da poco), pronti a vendersi al miglior offerente. Ciro mette mano al portafoglio e in breve se ne procura più di diecimila con la tacita approvazione- pare- di Sparta, il cui generale più in vista, Lisandro, vincitore degli Ateniesi a Egospotami  grazie alle navi fornitegli da Ciro, si sentiva legato da un debito di riconoscenza verso  il giovane principe.
Poi si dà nemici fasulli, ora i Pisidi, ora Mileto, ora il satrapo Abrocoma, ora Tissaferne; manda regolarmente il tributo a suo fratello perché non si insospettisca troppo; lascia Sardi e marcia verso l’interno, entrando in regioni dai nomi esotici e dalle molte meraviglie; riceve una regina( Epiassa, regina della Cilicia) con la quale pare se la intenda all’insaputa( ?) del regale marito; guada fiumi , tocca città grandi e piccole, supera valichi, organizza parate militari, si rallegra quando vede i suoi fuggire a gambe levate davanti alla falange greca durante un’esercitazione perché in essi gli sembra di vedere i soldati di suo fratello; promette un aumento di paga per calmare i mugugni e le proteste dei suoi, magari chiedendosi dove sia finito il proverbiale disprezzo degli Spartani per il denaro,  subisce le prime perdite, seda risse, promette, assolve, punisce, condanna, perdona, premia e castiga.
E, parasanga dopo parasanga[1],  si avvicina sempre di più a  Babilonia.

“Tutto è perduto fuorché le armi e il valore”.

Il re suo fratello per un po’ non ci bada. Marcerebbe contro di lui chi gli paga regolarmente il tributo? Poi si insospettisce, alla fine, con l’aiuto di Tissaferne, capisce:  i Pisidi  sono un falso problema: è me che vuole. Anche i soldati mercenari di Ciro un vago sospetto ce l’hanno e più avanzano verso l’interno  e più il sospetto si fa certezza. Non  erano quelli i patti, si lamentano i Greci. I brontolii aumentano, volano parole grosse e in qualche caso anche pietre, qualcuno prende armi e bagagli e se ne va. Ci vogliono tutto il carisma e l’esperienza di Clearco- il comandante spartano al seguito di Ciro- e i dàrici dell’aspirante re  per sbrogliare quella situazione e per portare i Diecimila a Cunassa e all’appuntamento con il destino.
Destino amaro, come sappiamo. Artaserse ha un esercito sterminato ( Senofonte, sparandole grosse,  parla di più di un milione di uomini; gli storici moderni di quarantamila), carri falcati, arcieri, cavalleria. E’ vero: il suo esercito è stato allestito in fretta e furia, i suoi fanti non sono opliti  greci, non tutti indossano la corazza, non combattono in formazione chiusa, ma fanno massa e sono comunque tanti, troppi.

Opliti greci.

All’ala destra dello schieramento di Ciro, però, il numero sembra contare poco: i  Greci, giocando d’anticipo, si fanno sotto e sfondano. Comincia l’inseguimento, ma, altrove, cominciano anche i guai. Ciro cade trafitto da un giavellotto mentre, al centro dello scontro, incrocia la spada con quella del fratello; la manovra di accerchiamento condotta da Artaserse ha successo e i soldati persiani di Ciro si danno alla fuga. Terminato l’inseguimento, i Greci tornano al campo e lo trovano occupato dal nemico. Non sanno ancora della morte di Ciro. Sanno, però, di essere nei guai fino al collo. E se anche mandano a vuoto un tentativo di Artaserse di spazzarli via, non si fanno illusioni: fino a quando potranno resistere, senza viveri, a migliaia di chilometri da casa, circondati da un esercito e da popolazioni ostili?

Comincia, a questo punto, una complessa partita a scacchi, fatta di promesse e di minacce, di speranze e di  scatti di orgoglio, di giuramenti e di spergiuri, di doppio gioco e di menzogne , di comportamenti subdoli e di tregue precarie, di ingiunzioni di resa e di sdegnose risposte( “le armi ce le teniamo, se le volete venite a prenderle”), di defezioni e di marce notturne. Il re minaccia sfracelli, ma sembra andarci piano, anche se non si sa bene perché ( E’ pago di aver fatto fuori Ciro? Teme i Diecimila? Non li considera un pericolo?); fra i Greci   ci sono diversità di vedute, fazioni contrapposte, poco da mangiare, niente barche per attraversare fiumi larghi e profondi quanto laghi, alleati ( come Arieo) timorosi e incerti. Restano solo le armi,  il valore e l’orgoglio di chi non è stato sconfitto. Non un granché, a dirla tutta. Le tregue, dunque, siano le benvenute e con esse benvenuti siano i mercati aperti , dove ci si può rifornire di viveri, e benvenuta sia l’apparente non-ostilità  del nemico.
Intendiamoci: loro, i Diecimila, anziché tornare in patria,  si venderebbero volentieri. E – c’è da scommetterci- anche per molto meno del dàrico e mezzo con cui li pagava Ciro.  Ma Arieo rifiuta i loro servigi e Artaserse non può lasciare correre. Che figura farebbe se accogliesse al proprio servizio chi ha cercato di togliergli il trono? Come la prenderebbero i suoi numerosi e irrequieti sudditi? Come un segno di debolezza, naturalmente.  E se poi, in futuro, qualcuno ci riprovasse?
In questa fase a menare le danze sono Clearco e Tissaferne. Il primo è un soldato tutto di un pezzo, il secondo un astuto intrallazzatore; il primo ha barattato la propria condanna  a morte comminatagli a Sparta con un’altra condanna  a morte quando ha accettato di guidare quei diecimila ufficialmente inesistenti; il secondo ha cambiato bandiera quando è cambiato il vento, lasciando Ciro per Artaserse; il primo sa imporsi e sa imporre la disciplina con la parola e con il pugno di ferro; il secondo millanta imprese mai compiute , vantandosi, ad esempio, di aver ucciso Ciro sul campo di battaglia e attirandosi per questo l’ira funesta della terribile Parasatide che, qualche anno dopo, lo farà rapire e decapitare ; il primo, voce roca e volto truce, va dritto al sodo; il secondo dice e non dice, allude e dissimula; il primo sa come si combatte e non evita il pericolo, il secondo, a Cunassa, consiglia i suoi di stare alla larga dagli opliti greci; il primo rivela doti militari non comuni, il secondo una luciferina abilità  di far sembrare bianco il nero e viceversa; il primo, soldato fra i soldati guida i suoi sulla strada del ritorno,  il secondo, presenza incombente e sinistra, non li molla seguendoli a distanza.
E’ in vigore un armistizio, il re si è impegnato a lasciarli andare, Tissaferne dovrebbe scortarli.  Ma è una situazione ambigua e perennemente sospesa, pronta a precipitare per un nonnulla. Tissaferne sparisce e ricompare, tace per giorni prima di farsi sentire di nuovo, promette e rassicura, allude e minaccia,  mette in giro voci di attacchi imminenti, tiene sulla graticola i Greci in ritirata, tira dalla sua l’indeciso Arieo. Urge sbloccare la situazione, chiarirsi una volta per tutte e poi sia quello che sia.
Arrivato al fiume Zapata,  Clearco cerca un abboccamento, lo ottiene, espone il proprio punto di vista, difende la propria buona fede, attribuisce l’atteggiamento poco amichevole e diffidente di Tissaferne a calunnie sparse ad arte. Il satrapo ricambia con parole al miele e propone: vieni da me con gli altri strateghi e con i comandanti di reggimento, ti rivelerò i nomi dei calunniatori.  Sta’ in guardia, non fidarti, gli dicono in molti. Ma Clearco accetta di correre il rischio. E finisce decapitato insieme ai suoi colleghi Prosseno,  Menone, Sofeneto e Socrate.
L’epopea dei Diecimila comincia qui.

Ritratto di un comandante.

Senofonte, se anche non ne è il comandante in capo( comanda lo spartano Chirisofo), è comunque l’anima della Katàbasis, della “ marcia verso il mare” dei Diecimila. Suggerisce, incoraggia, responsabilizza, dà l’esempio. Dice: non dobbiamo temere i nemici, hanno violato i patti offendendo gli dei. Né possiamo trattare con loro: hanno tradito una volta, tradiranno ancora. E poi, avete forse dimenticato la nostra storia? Siete o non siete i discendenti di chi ha già battuto i Persiani a  Maratona e a Salamina?  Nominiamo nuovi comandanti, dunque, e togliamoci alla svelta da qui. E liberiamoci di tutto il superfluo in modo da viaggiare più spediti. Via i carri e via le tende: non ci servono, rallentano la marcia. I fiumi? Non c’è fiume che non si possa superare. I cavalieri nemici? Avete mai visto qualcuno, in battaglia, morire per un morso di un cavallo? I cavalieri sono uomini come noi e, per certi aspetti, in combattimento sono anche più vulnerabili di noi. I viveri? Prima li pagavamo ( salati), d’ora in poi ce li prenderemo.  Gli dei? Sosterranno chi li ha disonorati tradendo gli impegni? E quando un sonoro starnuto- ritenuto presagio favorevole-  di uno dei presenti sottolinea quest’ultima affermazione, Senofonte ne approfitta immediatamente: “Che vi dicevo? Gli dei sono con noi.”
Né si limita alle esortazioni, Senofonte. Lui che soldato non è guida un reparto alla conquista della cima di una collina , non esitando a smontare da cavallo se questo gli viene rinfacciato come  un privilegio  da chi suda e arranca sotto il peso dello scudo; lui che soldato non è disegna l’ordine di marcia della spedizione, schierando  gli opliti a quadrato a protezione dei bagagli e del grosso dell’esercito ; lui che soldato non è crea un’unità di frombolieri rodioti per controbattere il micidiale tiro dei frombolieri nemici o organizza piccoli reparti di cavalleria .
Guai, infatti, ad abbassare la guardia. Tissaferne non ha alcuna intenzione di mollare l’osso: punzecchia, molesta, manda avanti i suoi a saggiare il terreno e le reazioni del nemico, mostra i muscoli, colpisce da lontano con i  frombolieri e con gli arcieri , evita come la peste il contatto ravvicinato e  le micidiali lance degli opliti, applica la tattica della terra bruciata, costringe i Diecimila a dirigersi a Nord, verso le montagne. E, quando si accampa, lo fa sempre  a ragguardevole distanza dal nemico per evitare spiacevoli sorprese notturne.
In quel gioco del gatto col topo i Greci imparano dai propri errori. Imparano a rendere più flessibile la struttura del quadrato degli opliti, ad esempio, troppo affollato quando si muove negli spazi stretti e troppo ampio quando si muove negli spazi larghi.  O a creare unità mobili di peltasti ( fanti armati alla leggera) in grado di intervenire  nei momenti di bisogno o di compiere sortite .  Ma, per quanto imparino, non possono fare miracoli. Percorrere la strada dell’andata è impossibile; sulla nuova, le riva orientale del Tigri è presidiata dagli uomini di Tissaferne. Restano i valichi di monti. Ma bisogna fare presto, per evitare che il nemico li occupi  e faccia scattare la trappola. Quei monti, oltre i quali si stende l’ Armenia “ grande e prospera”,  sono il regno incontrastato dei Carduchi. Noi oggi li chiamiamo Curdi.

All’inferno e ritorno.

I Carduchi  detestano il Re dei re, ma detestano ancora di più avere stranieri in giro per casa. Soprattutto se armati. Così, quando  vedono quei tizi coi mantelli rossi inerpicarsi  sui sentieri dello loro montagne, non vogliono neppure sapere chi siano né quali intenzioni abbiano: spariscono in un amen e si preparano a  tendere imboscate. I Diecimila sanno poco di loro, se non che mal sopportano il giogo persiano. Per questo confidano se non proprio in un comportamento amichevole da parte loro, almeno in un atteggiamento di non belligeranza.  Del resto non hanno altra scelta: Tissaferne è maledettamente vicino, questa volta. E intenzionato a fare sul serio.  E così, entrati nel territorio dei Carduchi, sulle prime ci vanno piano: marciano di notte, risparmiano i villaggi, si liberano del superfluo per camminare più veloci, lasciano in pace le donne. E sperano di farla franca.
Speranza vana. I sette giorni trascorsi in territorio curdo sono per Senofonte e C. un vero e proprio incubo. I Carduchi non danno loro tregua. Li tempestano di massi,  trapassano scudi e corazze scagliando frecce della dimensione di un giavellotto, occupano le alture, presidiano i valichi. Ogni piccolo progresso è pagato col sangue, ogni passaggio è duramente conteso,  dietro ogni sommità espugnata si erge un’altra sommità da espugnare. Al confronto, gli scontri con l’esercito di Tissaferne erano insignificanti scaramucce.
Ma il peggio deve ancora arrivare. Usciti  finalmente da quell’inferno e giunti in vista del fiume Centrite, i Diecimila si trovano la strada sbarrata da un imponente esercito, schierato parte sulla riva del fiume e parte sulle alture circostanti, mentre alle loro spalle si affollano sempre più minacciosi i Carduchi usciti dalle montagne. Un colpo di fortuna – la scoperta casuale di un comodo guado- una manovra condotta in modo magistrale da Chirosofo e da Senofonte e-  perché no?-  il favore degli dei consentono loro di arrivare sull’altra sponda,  di mettere in fuga i nemici e di lasciarsi i Carduchi alle spalle. Prima dell’attacco, al solenne e sacro peana si erano mescolate le  meno solenni ma altrettanto efficaci grida di incitamento delle prostitute al seguito.
L’Armenia occidentale è governata dal satrapo Tiribazo.  E’ amico del re, lo aiuta a montare a cavallo- onore, questo concesso solo a pochi- e, come il collega Tissaferne, di cui sembra la fotocopia, predica in un modo e razzola in un altro, offre una tregua e prepara imboscate. Stando a Senofonte, almeno. La stagione, poi, non aiuta: nevica spesso, fa freddo, guai a dormire con i calzari: le corregge stringono, i piedi si gonfiano, si rischia il congelamento. Il riverbero  della neve acceca, la fame si fa sentire, il vento non dà tregua, le insidie si moltiplicano. Numerosi soldati cadono a terra senza un motivo apparente, si rianimano quando si dà loro qualcosa da mangiare. Più che bulimia come sostiene qualcuno, quella sembra fame nera. Altri, arrivati nei pressi di una sorgente di acqua calda , si rifiutano di proseguire; si cerca di proteggere i più deboli  comprese le prostitute al seguito, ma chi non ce la fa viene abbandonato al proprio destino. Alle spalle dei Diecimila in marcia, gruppi di nemici si contendono il bottino, si impadroniscono degli animali da soma attardati, arraffano armi e oggetti abbandonati sul terreno.
Le insidie ordite da Tiribazo , però, vanno a vuoto: i Diecimila lo anticipano quasi sempre occupando le alture e prendendo il controllo dei valichi.  O, se vogliamo vederla con occhi diversi da quelli di Senofonte, diciamo che la tregua tiene. Ma lì intorno ci sono numerose popolazioni ostili- i Calibi, i Taochi,  i Fasiani- ignare della tregua e decise a sbarrare il passo a quegli stranieri. Non ce la faranno, ovviamente,  e potremmo anche non occuparcene a fondo se non fosse per un curioso episodio sul quale vale la pena soffermarsi.

Un male antico?

Dunque: i Taochi presidiano in forze un valico.  Non un valico qualsiasi, ma il valico, quello che ti apre le porte della pianura. Che fare? Facciamo così, propone Senofonte sempre più calato nei panni dello stratego : fingiamo di attaccare da una parte e portiamo il colpo principale da un’altra. Possibilità di successo? Moltissime, a patto di avere uomini in grado di conquistare la vetta, non visti, con un fulmineo colpo di mano mentre il grosso attua la manovra diversiva. E chi è più lesto di mano degli Spartani, abituati come sono, fin da ragazzi, a rubare senza farsi scoprire? A considerare una colpa non il furto, ma l’essere  sorpresi con le mani nel sacco? Sì, conclude Senofonte, da questo punto di vista gli Spartani sono stati educati bene: affidiamo loro la missione e, ne sono sicuro, metteranno in pratica gli insegnamenti ricevuti e non si faranno sorprendere.
Senti da che pulpito arriva la predica, è la replica. Da un Ateniese, vale a dire  da un maestro nel rubare il pubblico danaro . Ad Atene, più uno ruba più  è autorevole, più uno è ladro  e più alte sono le cariche pubbliche che occupa.  Bella roba! La voce è dello spartano  Chirisofo, le parole sono di Senofonte . Che approfitta dell’occasione- lui filo-spartano e col dente avvelenato nei confronti dei propri concittadini-  per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Gli Spartani sono  ladri? Certo, ma ladri di galline se paragonati a chi arraffa il pubblico denaro.
Atene “ ladrona” ?  “Laconia libera”?

Thalatta! Thalatta!

Arcieri persiani. Pergamon Museum, Berlino

Superato il valico e scesi in pianura senza aver risolto la questione se siano più ladri gli Spartani o gli Ateniesi, i Diecimila  sono attesi da altri ostacoli e da altre popolazioni ostili. Per procurarsi da mangiare- il problema è sempre quello-   è necessario prendere d’assalto le “fortezze”, vale a dire i villaggi fortificati posti lungo il cammino. Molti di questi villaggi resistono e in uno di essi Senofonte è testimone di uno spettacolo a suo dire “ tremendo”( deinòn): prima che i Greci entrino nel villaggio conquistato, le donne gettano i propri figli  giù dalle mura e poi li seguono , imitate anche da molti uomini. Perché quel suicidio in massa? Perché quella Masada a due passi dal Mar Nero?
Senofonte scrive: uno spettacolo tremendo, spaventoso. Ma nulla aggiunge in proposito. Perché non lo fa?  Quelle donne e quegli uomini si tolgono la vita e la tolgono ai propri figli perché i Diecimila erano preceduti da una fama sinistra? Perché bruciavano, saccheggiavano e violentavano? Probabile, anche se poco o nulla riguardo alla violenza sulle donne trapela dal racconto di Senofonte. La guerra non è solo coraggio, ardimento, valore, sprezzo del pericolo, eroismo,  come vuole farci credere l’autore dell’Anabasi: la guerra è anche – se non soprattutto- sangue, violenza, massacro,  abiezione. Qualsiasi guerra. Anche quella di Senofonte, nonostante Senofonte. Potevano così tanti uomini, braccati, insidiati, disperati, a corto di cibo, a corto di tutto  mantenersi duri e puri? Potevano astenersi dal considerare le donne bottino di guerra? Potevano astenersi dal commettere violenze di ogni tipo? Difficile, forse impossibile.
Che dire, per esempio,  della guida messa a disposizione dei Greci da un governatore locale perché li accompagni fino al mare? Lo fa per simpatia o perché vuole servirsi di loro? Perché ammira il loro coraggio o perché vuole, tramite essi, incutere terrore ai propri nemici? Guarda caso, appena in territorio nemico, la guida li incita a saccheggiare e  a devastare la regione. Senofonte scrive: capimmo allora le vere intenzioni del governatore: non per simpatia ci stava aiutando, ma per utilizzarci a proprio vantaggio. Non dice esplicitamente, però,  se i resti dei Diecimila seguono le esortazioni della guida o se rifiutano, se devastano o se si astengono dal farlo. Simili precisazioni non danno l’immortalità.
L’immortalità vive di altre sensazioni, si nutre di altri avvenimenti. Sulla sommità del Monte Teche si avverte un insolito movimento, si odono grida eccitate via via più intense. Un ennesimo attacco da parte di coloro ai quali sono state bruciate le case e sottratti i raccolti? Temendo il peggio,  Senofonte sprona il cavallo, chiama a sé i suoi uomini, si dirige verso la cima. Il grido si fa sempre più alto, passa di bocca in bocca, esplode in un’esclamazione che cancella  mesi e mesi di fatiche, di pericoli, di fame, di freddo, di stenti:  Thalatta! Thalatta! Il mare! Il mare!
Ce l’hanno fatta. Chi devono ringraziare? La loro determinazione e il loro coraggio?  Artaserse  che avrebbe potuto spazzarli via in ogni momento e  non l’ha fatto? Gli dei?
Ma quello non è il momento delle domande: quello è il momento della commozione, del ritorno alla vita. Gli uomini piangono e si abbracciano: sulle coste di quel mare ( l’odierno Mar Nero) per ottomila e seicento di loro, la Katabasis è finita.
Quello che successe dopo, da Trebisonda a Bisanzio, appartiene a un’altra storia.

Epilogo.

Nell’Anabasi, Senofonte celebra anzitutto se stesso, ma celebra anche il  coraggio e la determinazione di un pugno di uomini decisi a tutto; tace molte cose, non dice abbastanza  sulle miserie della guerra, fa implicitamente del saccheggio e della violenza una necessità se non proprio un merito, fornisce  preziose notizie geografiche, storiche, militari, politiche sull’immenso impero di Artaserse II. Chi sa leggere fra le righe può trovarvi utili informazioni:  le difficoltà si superano restando uniti, l’impero persiano è una tigre di carta, marciare dritti verso il cuore di quell’impero non è impossibile. Ma per realizzare l’impresa, la conoscenza da sola non basta: ci vuole un sogno. Solo il sogno può rendere realizzabile l’irrealizzabile, solo il sogno,“ infinita ombra del vero”, può smuovere le montagne.
E il sogno prende forma nella mente e nel cuore di un giovane re attento lettore dell ’Anabasi. In compagnia di Senofonte, il sogno di quel giovane re  corre  lungo le valli della Mesopotamia, valica monti, supera deserti, si spinge oltre Babilonia, oltre Susa fino ad attingere i confini del mondo.
Quel sogno è il sogno di un giovane re cresciuto in un paese aspro e difficile, educato nel mito di Achille, istruito  da Aristotele. Quel sogno è il sogno di un giovane re chiamato Alessandro.
Alessandro  figlio di Filippo. Alessandro Magno.

Da leggere:

Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton, 2005
Valerio Massimo Manfredi, L’armata perduta, Mondadori, 2007
Senofonte, Anabasi di Ciro, Libri I-IV, traduzione di  Franco Ferrari,  introduzione di Italo Calvino, Bur, 1989

Su questo sito, se ti va, puoi leggere anche:

I giorni della terra e dell’acqua. Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
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La lepre e la giumenta. Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
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Il muro di legno. La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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La resa dei conti. Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
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Il sole di Vergìna.  Filippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
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Le forze greche a disposizione di Ciro:

4.000 opliti al comando di Senia;
1.500 opliti e 500 fanti leggeri ( peltasti) al comando di Prosseno;
1.000 opliti al comando di Sofeneto di Stinfalo;
500 opliti al comando di Socrate l’Acheo;
300 opliti e 300 peltasti al comando di Pasione da Megara;
1.000 opliti, 800 peltasti traci, 200 arcieri  cretesi e, successivamente, anche  2.000 uomini circa delle truppe di Senia e di Pasione( che meditavano di disertare e che in effetti, una volta in Siria, diserteranno) al comando dello spartano Clearco.
1.000 opliti, 500 peltasti al comando di Menone;
1.000 opliti al comando di Sofeneto d’Arcadia;
300 opliti al comando del siracusano Soside;
700 opliti al comando dello spartano Chirisofo ;
400 disertori greci provenienti dall’esercito del satrapo Abrocoma.

Inoltre, Ciro poteva contare su  una flotta di 35 navi al comando dello spartano Pitagora  e di 25 navi agli ordini di Tamos l’Egizio. Secondo l’Anabasi, i Diecimila avevano anche un appoggio tattico di 100.000 soldati persiani al comando di Arieo (gli storici moderni parlano di ventimila soldati) e di una ventina di carri falcati.

Le forze di Artaserse II secondo Senofonte:

900.000 uomini ( il satrapo Abrocoma con altri 300.000 uomini arriverà a Cunassa cinque giorni dopo la battaglia);
6.000 cavalieri;
150 carri falcati.


[1] La parasanga era una misura lineare corrispondente, grosso modo, a circa 5.300 metri. Secondo Senofonte, Ciro e C. se ne fecero più di cinquecento( 535, per la precisione) per arrivare a Cunassa.


La resa dei conti

13/09/2011
Da: Amantidellastoria.wordpress.com

Da: Amantidellastoria.wordpress.com

Prologo.

Questa volta gli occhi non lacrimavano, la luce non  dava fastidio, ci vedeva bene. Aveva un conto da regolare,  mentre lì, al proprio posto nella falange, aspettava l’ordine di attacco. Un conto da regolare prima di tutto  con se stesso. E, poi,  con Leonida,  il suo re caduto sul campo.  Andò con il pensiero alle Termopili, rivide l’amico  Eurito , quasi cieco, incamminarsi verso la  morte, ripensò a quei  tre giorni di combattimenti continui, al sangue e alle grida di feriti e moribondi. E al disprezzo  con il quale era stato accolto, al ritorno,  nella sua città, Sparta. Ma il  Fato gli offriva ancora un’occasione: quella. La sua ultima occasione.  Aristodemo impugnò con forza  la lancia.
Sì ,  era  di nuovo  alle Termopili.

Verso Platea

La reputazione di Serse era andata a fondo  con le sue navi  a Salamina , ma il carattere non era cambiato. Mentre era ancora la Fàlero con i resti della flotta,  ricevette ambasciatori spartani: esigevano un risarcimento per l’assassinio di Leonida e per la profanazione del suo cadavere. Serse li ascoltò come se fossero marziani. Quando  gli ambasciatori finirono di parlare, indicò, non senza ironia,  Mardonio e disse loro: “ Chiedetelo a lui, il risarcimento”. Mardonio, come sappiamo, sarebbe rimasto in Grecia alla testa , secondo Erodoto, di trecentomila uomini.
Per ottenere la vittoria, si  era dato tre priorità: attaccare, attaccare, attaccare.
Non tutti , però, la vedevano così. I Tebani, ad esempio erano per l’attesa. E per fare circolare bustarelle. Compra qualcuno- ripetevano a Mardonio- e avrai partita vinta. I Greci si sfalderanno, l’alleanza non reggerà, gli antichi dissapori riaffioreranno. Lavorali ai fianchi, riempili di soldi  e torneranno tutti alle loro case, ai loro campi, ai loro affari; attaccali e fornirai loro un pretesto per restare uniti.
Parole sagge. E molto vicine al vero. Ma c’era gloria nell’attesa? C’era gloria nel vincere con gli “sproni e col gesso”?  E allora,  via verso l’Attica con l’imprendibile cavalleria. E poiché le vittorie sono tali solo quando sono accompagnate da un’eco mediatica( anche nell’Antichità, che cosa credete),  ecco pronto un imponente apparato: fuochi di segnalazione, stazioni di posta, cambio di cavalli. Perché Serse sapesse, perché tutti sapessero.
Sulle prime, tuttavia, Mardonio dà retta ai Tebani. Manda il re di Macedonia Alessandro figlio di Aminta( non è Alessandro Magno, è un altro) dagli Ateniesi con una proposta allettante: abbandonate la Lega e avrete il perdono di Serse, l’intera Attica e molto altro ancora, a vostra discrezione. Quando lo vengono a sapere, gli Spartani drizzano le antenne: gli Ateniesi hanno perso due raccolti, sono alla fame: vuoi vedere che accettano e ci piantano in asso? Urge intervenire. Si precipitano a Salamina ( gli Ateniesi si erano di nuovo rifugiati sull’isola) e promettono mari  e monti: opliti, viveri, asilo per le donne  e i bambini.
Se Mardonio nutre qualche speranza di concludere l’affare, resta presto deluso. Di fronte ad Alessandro e agli Spartani, convocati contemporaneamente, gli ateniesi parlano chiaro. Al primo rispondono: niente da fare, noi siamo Greci, ci sentiamo parte di un mondo e di una cultura comuni, non possiamo tradire. E, soprattutto, non possiamo far passare sotto silenzio il sacrilegio dei nostri templi violati. Ai secondi dicono: lasciate perdere le nostre donne  e i nostri bambini, sanno cavarsela da soli. Mandateci soldati, piuttosto: quelli ci servono. E ci servono come  e forse più del pane.
Gli Spartani tirano un grosso sospiro di sollievo, abbondano in promesse e se ne tornano in Laconia. Dal canto suo, Mardonio non aspetta un minuto di più e lancia i suoi contro Atene. Per la seconda volta la città deserta viene data alle fiamme. Completata l’opera, Mardonio se ne torna in Beozia dove, accampato presso il fiume Asopo, l’aspetta il grosso dell’esercito.

Mentre Atene brucia, a Sparta non si muove foglia. Gli Ateniesi si allarmano: questi si sentono protetti dal muro eretto lungo l’Istmo, si sentono garantiti dalla nostra fedeltà e non ci hanno neanche in nota. Del resto non è la prima volta. A Maratona non si fecero vedere perché impegnati- dissero- in cerimonie sacre: se sperano di ripetere di nuovo il giochetto, si sbagliano di grosso. Inviano un’ambasceria a Sparta e minacciano  di accettare le proposte dei Persiani.  Gli Spartani, capita l’antifona, mettono in marcia cinquemila opliti, ciascuno con sette iloti al seguito. E il mattino dopo, altri cinquemila- perieci questa volta- li seguono, in compagnia degli ambasciatori ateniesi.
Dunque, si sarebbe combattuto. E si sarebbe combattuto in Beozia: niente muri, sentimenti filo-persiani dappertutto, terreno adatto alla cavalleria . Per Mardonio  sarebbe stato un po’  come giocare in casa.

Menagramo e indovini.

Mentre l’esercito alleato si riunisce a Eleusi sotto il comando dello spartano Pausania, reggente pro tempore in attesa della maggiore età del figlio di Leonida, Plistarco, in Beozia Persiani e compagnia se la prendono comoda. Si esercitano con le armi, d’accordo, ma banchettano con pari energia, ostentando ottimismo, sicurezza e robusti appetiti.
Ma può mancare il menagramo di turno? Una sera a tavola, mentre tutt’intorno risuonano risa e sghignazzi, un persiano confida, fra le lacrime, al proprio ospite tebano: un dio mi ha visitato in sogno e mi ha fatto rivelazioni da brivido. Per fartela breve: vedi tutta questa gente? Fra poco non ci sarà più nessuno, moriranno tutti in battaglia. Avvisare Mardonio? E perché mai: è tempo perso. Possiamo noi andare contro la volontà degli dei?
Ignari della volontà divina, ma consapevoli della forza della cavalleria persiana, Pausania e soci arrivano nelle vicinanze dell’Asopo, si appoggiano ai contrafforti del monte Citerone e occupano una posizione leggermente elevata: se i cavalieri di Mardonio si fossero fatti sotto, avrebbero perso slancio per via della salita e, soprattutto,  rischiato l’osso del collo e i garretti dei cavalli a causa delle rocce affilatissime sparse ovunque.
Eppure Mardonio attacca. E con la cavalleria, per giunta. Perché lo fa? Per saggiare le forze del nemico? Per sloggiarlo da dove si trova? Per provocarlo e attirarlo in una trappola? Per chiudere la partita alla svelta? Perché così gli dei hanno deciso? Difficile saperlo. Di certo c’è questo: uno dei suoi migliori ufficiali, Masistio, cade sul campo, l’attacco viene respinto e gli Ateniesi si guadagnano la fama di leoni indomabili. Vanno volontariamente in aiuto dei Megaresi sotto pressione quando nessun altro vuole farlo; oppongono le proprie lance ai cavalieri persiani e li ricacciano al punto di partenza. Erodoto va in brodo di giuggiole quando ce lo racconta.
Farebbe meglio , però, a curare la cronaca cercando la chiarezza, perché, da questo punto in poi, non ci si capisce niente. O quasi. Dunque, respinto l’attacco di Masistio, Pausania abbandona la posizione occupata in precedenza e scende nella pianura. In cerca d’acqua? Probabile, visto che si accampa presso una sorgente detta Gargafia. Per portare i propri opliti su un terreno favorevole al dispiegamento della falange? Possibile. Ma allora perché, giunto in pianura, se ne sta con le mani in mano e completamente fermo per una decina di giorni? Perché non forza la situazione? Lo fa perché non è ancora pronto o perché gli indovini gli sfornano un responso negativo dietro l’altro? Perché  gli ripetono un giorno sì e l’altro pure che la vittoria toccherà a chi saprà mantenersi sulla difensiva?  Anche dall’altra parte si fa un ampio uso di indovini e anche dall’altra parte le conclusioni sono le medesime: non è il momento di attaccare, mantenersi sulla difensiva. Insomma, un raro caso di indovini bipartisan. Risultato: per giorni e giorni, fra un vaticinio e l’altro, non si muove una paglia.
Mardonio non ne può più. Chiama Artabazo- un tipo con la testa sulle spalle- e gli chiede consiglio. Che faccio? Attacco? Aspetto? Artabazo ci va giù spiano: “ Aspetta e compra qualcuno” . Toh, questa l’ho già sentita, pensa Mardonio, ma  come non l’ho seguita una volta, non la seguirò adesso. Indovini o non indovini, difensiva o non difensiva, adesso è ora di fare sul serio.
Alessandro di Macedonia lo viene a sapere e, nottetempo, si reca nel campo alleato. Parla con l’ateniese Aristide e gli dice più o meno questo: “ Mardonio attaccherà domani. Ricordatevi di chi vi ha passato l’informazione.” E se ne va. Come si può vedere, gli odierni  “responsabili” vantano illustri antenati.

A Platea.

Avuta l’informazione dal regale “ responsabile”, Pausania ha tutto il tempo per prepararsi. Mette all’ala destra i suoi, all’ala sinistra gli Ateniesi e al centro gli altri. E, a questo punto, nel racconto di Erodoto,  la luce diventa ancora più fioca.
I Greci, infatti, manovrano e contromanovrano, i contingenti si spostano da un’ala all’altra apparentemente senza senso alcuno. Prima gli Ateniesi si spostano all’ala destra, dritti in faccia ai Persiani; gli Spartani vanno all’ala sinistra, di fronte ai Tebani e agli altri Greci felloni; poi ritornano di nuovo sulle posizioni originarie e lo stesso fanno gli Ateniesi. C’è un senso in tutto questo manovrare? Gli storici militari lo trovano nella necessità di Pausania di ricompattare un esercito sfilacciato; Erodoto va giù più spiano e avanza – sacrilegio!- il sospetto che gli Spartani abbiano un po’ di tremarella. Non ci credete? Sentite qui: Pausania agli strateghi ateniesi: “ Voi conoscete i Persiani: vedetevela voi con loro.” E gli Ateniesi di rimando: “ Volevamo chiederlo, ma non osavamo. Adesso ce lo chiedete voi e ubbidiamo volentieri”.
Traduzione: “ Noi non siamo fifoni”.
Sia come sia, si manovra ma non si combatte. Sembra di essere su una piazza d’armi. Mardonio, allora, gioca la carta della provocazione. Manda nel campo greco un paio di araldi senza peli sulla lingua a avanzare sospetti sul coraggio degli invincibili Spartani e a proporre una sfida a singolar tenzone: Spartani contro Persiani e chi vince si prende tutto. I delegati spartani non capiscono se quei  tizi stiano parlando sul serio, se abbiano bevuto o se siano vittime di un colpo di sole. Si guardano l’un l’altro e  non rispondono. Vedendoli muti, gli araldi persiani se ne vanno. Con una convinzione: questi hanno una fifa maledetta.
Mardonio la vede più o meno allo stesso modo. E ci dà dentro. Muove di nuovo la cavalleria, tempesta di giavellotti e di frecce la falange greca, avvelena i pozzi, blocca il passo di Driocefale, la “via sacra” dalla quale transitano viveri e rinforzi. Brutto affare per Pausania: niente acqua, pochi viveri, una pioggia di proiettili. Meglio cambiare aria.

Ci avete capito poco? Aspettate di sentire il resto. A questo punto, secondo Erodoto, Pausania divide l’esercito in due tronconi: il primo lo indirizza verso una non meglio identificata “ isola” fra due torrenti( o fra due rami di uno stesso torrente); l’altro, meno numeroso, lo spedisce verso Driocefale: obiettivo: liberare il passo per dare via libera ai rifornimenti. Succede però questo: forti contingenti del primo troncone  non arrivano affatto all’ “isola” ( ammesso che sia mai esistita) e finiscono col prendere posizione- va a capire perché-  davanti al tempio di Era a Platea.
E non è finita. Quando arriva il loro turno di muoversi, infatti,  gli Spartani si mettono a litigare di brutto. Un loro ufficiale- un certo Amonfàreto- spartiate tutto d’un pezzo, non ne vuole sapere di abbandonare le posizioni. Per lui quella manovra  puzza troppo di ritirata. Non sia mai!
Armato della pazienza di un santo,  Pausania cerca di persuadere quella testa dura, ma invano. Alle prime luci dell’alba, i due discutono ancora. Gli Ateniesi, forzatamente fermi, chiedono lumi: che facciamo? Aspettiamo fino alle calende o ci muoviamo?  Pausania allora molla Amonfàreto al proprio destino, ordina agli Ateniesi di seguirlo verso Platea e si mette in cammino. Senza tirarsi il collo, per altro. E proteggendosi con i contrafforti del Citerone. Gli Ateniesi, invece, la protezione se la sognano: marciano in aperta pianura esposti a tutti i venti e a tutti gli attacchi. Il duro e puro Amonfareto per un po’ cincischia, poi si adegua: tutto sommato quella non è una ritirata, deve essersi detto, ma un  cammino verso posizioni migliori. E si affretta a  raggiungere Pausania.
Mardonio viene informato e conclude: quelli se ne vanno perché non sono ” coesi” e hanno paura. E così ci dà dentro di nuovo a tutta manetta. E con lui i suoi alleati. Mentre l’esercito persiano punta sugli Spartani, Tebani e soci danno addosso agli Ateniesi. Pausania è sui carboni ardenti: il nemico avanza, urge fare qualcosa. Ma quei maledetti indovini sono sempre lì a menare gramo e a cavare un responso negativo dietro l’altro. Pausania forza allora la situazione: si rivolge direttamente a Era- onorata da un tempio in quella zona- e ottiene il miracolo: si può, anzi si deve, attaccare.
A questo punto, stando a Erodoto, quarantamila opliti formano la falange e i Persiani  finiscono nel tritacarne. Tengono duro per un po’, poi quando Mardonio cade colpito da una pietra , si sbandano, ognuno per sé e dio per  tutti. Quella vecchia volpe di Artabazo, vista la mala parata, si guarda bene dall’impegnare i suoi quarantamila uomini in combattimento e se la svigna, destinazione Bisanzio. Dal canto loro, i Tebani si battono come leoni, ma nulla possono: devono cedere il campo agli Ateniesi e, dieci giorni dopo , aprire le porte  della città  ai vincitori.
Quanti erano i soldati di Mardonio? Trecentomila. E quanti sopravvivono al massacro? Tremila. Più i quarantamila di Artabazo. In tutto quarantatremila. Serse avrebbe ricevuto pessime notizie a Sardi e Erodoto un mucchio di informazioni da esagerare  e da scombinare a proprio piacimento.
Dopo la carneficina, viene il momento di tirare il fiato. Rimasto padrone del campo, Pausania si fa preparare un pranzo in puro stile persiano, pieno di leccornie, di condimenti, di piatti elaborati. Poi si fa preparare un “ brodo nero”, la ributtante sbobba a base di sangue di maiale tanto apprezzata dagli Spartani . Alla fine commenta: “ Valli a capire i barbari: hanno un tenore di vita straordinario e vengono fin qui per cercare di portarci via il nostro, tanto inferiore al loro.”
Già, valli a capire.

Epilogo.

Arrivò l’urto con il nemico.  La falange spartana  premette  e le prime linee persiane  si scompaginarono. Allora lui, Aristodemo, l’unico ancora in vita degli eroi delle Termopili, uscì dallo schieramento  e andò in cerca dei nemici. Abbatté  chi gli si fece incontro, uno due, dieci e poi fu circondato. Fuori dalla falange, un oplita era perduto. Aristodemo lo sapeva, ma continuava a combattere.  Finché anch’egli non cadde trafitto.  Aveva raggiunto Eurito, aveva raggiunto Leonida, aveva raggiunto Dienece e tutti gli altri.
Aveva pagato il suo debito.

 Appendice

Per terra e per mare.

Le battaglie decisive, in verità,  furono due : quella di Platea e quella di Micale. Quest’ultima  passa per una battaglia navale, ma , in pratica, fu  una battaglia di terra. I  Persiani, infatti, volendo evitare lo scontro in mare aperto, dove si sentivano inferiori ai Greci, portarono la  flotta sotto la protezione della guarnigione di Micale, traendo le navi in secca e erigendovi  tutt’intorno un muro difensivo. Il presidio persiano  era un vero e proprio esercito: sessantamila uomini, al comando  del satrapo Tigrane. Tuttavia , esso   non seppe evitare la manovra a tenaglia organizzata dal re spartano Leutichida, si sbandò sotto la pressione degli opliti e dovette cedere. Alla fine della battaglia, combattuta, secondo Erodoto, nel pomeriggio dello stesso giorno di Platea,  secondo altri storici almeno quindici giorni dopo, le navi in secca furono incendiate lì dove si trovavano e Serse rimase privo anche di ciò che restava della flotta.

I luoghi e le fasi della battaglia.

Mettere in chiaro lo svolgimento degli  avvenimenti narrati da Erodoto non è del tutto facile. La maggior parte di  chi ci ha provato concorda comunque sul fatto che  le mosse dei Greci furono  calcolate. In altre parole, stando a questa interpretazione,  lo spostamento degli opliti davanti al tempio di Era a Platea, non fu casuale né dovuto al desiderio  dei soldati di mettersi in salvo e di evitare le mortali frecce dei cavalieri e dei soldati  persiani: fu un movimento voluto.  Allo stessa stregua, la manovra  delle truppe spartane e tegeati non fu dovuta all’alterco con  Amonfareto , ma al  disegno preciso di  attirare i nemici in una trappola, su un terreno favorevole agli opliti. E così via.

Per saperne di più, leggete questo libro

Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005

e consultate il sito web  Arsbellica, dal quale sono state tratte le due cartine riportate nell’articolo.

Coraggio e ambiguità.

A Maratona( 490 a.c.) gli Spartani, come è noto, arrivarono a cose fatte . Apposta, si insinuò. Si difesero , affermando di non essere potuti arrivare prima perché impegnati nelle feste Carnee,  sacre per loro. Ma il sospetto rimase.
E anche a Platea, gli Spartani , fino al combattimento finale, non fanno, nelle pagine di Erodoto,  una bella figura. Qualche esempio?  Pausania  cambia lo schieramento di partenza, per non  avere di fronte i Persiani;  Pausania  accampa ragioni  poco credibili  per giustificare il proprio comportamento( “Voi Ateniesi  sapete come combattono  i Persiani, noi no”); gli  Spartani rimangono muti dopo la proposta dell’araldo persiano( che abbiano paura?); gli Spartani si mettono  a litigare proprio nel momento più delicato; gli Spartani  si spostano protetti dalle alture del monte  Citerone, gli Ateniesi, al contrario,  devono muoversi in campo aperto e per la via più lunga; a Micale viene loro risparmiato, a differenza degli ateniesi, il combattimento durante la marcia di avvicinamento al nemico. E così via.
Prendiamo gli Ateniesi: tutto il contrario. Sono leali ( stanno dove li mettono e non fiatano); sono  consapevoli della posta in gioco ( la libertà della Grecia, ad ogni costo); sono coraggiosi( si offrono di affrontare Masistio quando nessuno vuole  farlo); sono  orgogliosi e determinati.
A dire il vero, quando passa in rassegna il comportamento dei Greci sul campo di Platea, Erodoto riconosce il valore dimostrato  in combattimento dagli Spartani. E ci sarebbe mancato altro! Tuttavia, le insinuazioni sistemate qua e là nel racconto, le mezze parole,  fanno pensare a un atteggiamento antispartano, se non proprio in Erodoto, sicuramente nei suoi ascoltatori. E il nostro non può certo ignorarli.

Dopo i Persiani , Tebe.

Dopo la vittoria, si fecero i conti  con Tebe, città filo-persiana.  Dieci giorni dopo Platea , gli opliti della lega erano davanti alle mura della città. Volevano la consegna degli uomini più in vista fra i sostenitori dei Persiani. “Facciamo così: i vincitori vogliono il nostro denaro: diamoglielo, di comune accordo, visto che di comune accordo abbiamo deciso di parteggiare per  Serse. Se non sono i soldi che vogliono, ma noi, ebbene noi ci consegneremo,  pronti a sostenere di fronte  a loro un pubblico dibattimento”. Queste furono le parole dei diretti interessati. Non tutti  alle parole, però,  fecero seguire i fatti. Uno dei più in vista, infatti, se la diede a gambe levate , abbandonando i propri figli.”Vèndicati su di loro” fu il consiglio dato a Pausania. “ E che colpa hanno mai questi ragazzi?”, rispose il reggente  e li mandò liberi. Non fece altrettanto con i notabili tebani, una volta avutili nelle sue mani   : li mise tutti a morte. I tempi , c’è poco da fare, erano quelli.

Un male antico  .

Leutchida re di Sparta , il trionfatore di Micale, fu  coinvolto  in una brutta storia di bustarelle. Mentre era  in missione in Tessaglia, probabilmente nel 476, si lasciò corrompere e intascò una forte somma. Fu colto in flagrante nel suo accampamento, seduto  su una borsa piena di danaro o con i soldi nella manica della veste ( keirìs) . Citato in giudizio, fuggì da Sparta e morì a Tegea, dove aveva trovato rifugio. La sua casa, a Sparta,venne abbattuta.

L’altare e la polvere.

Pausania conobbe, dopo Platea, un momento di vasta popolarità.  Durò poco. Forse per il proprio comportamento altezzoso e autoritario, forse per intrighi politici ,  forse per le rimostranze  degli Ateniesi, cadde presto in disgrazia. Privato del comando nelle fasi finali  della guerra persiana immediatamente  dopo Platea ( nel 478 aveva liberato le città ioniche in Asia Minore dal dominio persiano), lasciò Sparta e si impadronì di Bisanzio. Qui giocò  molto abilmente la carta di alcuni ostaggi appartenenti alla famiglia reale caduti nelle sue mani,  per avvicinarsi a Serse. Riconsegnò incolumi  gli ostaggi , accompagnandoli con una lettera nella quale si metteva a disposizione del re per aiutarlo a battere i Greci, Sparta compresa. Serse apprezzò molto l’offerta  di Pausania, lo riempì di lodi  e gli promise in sposa la propria figlia. Ricevuta la risposta del re ,  Pausania si montò la testa. Si vestiva alla persiana, si faceva accompagnare da lancieri persiani o egizi, mangiava cibi persiani , si comportava come un dignitario orientale , inavvicinabile e  inaccessibile ai più.
Sparta provò, inutilmente,  a richiamarlo in patria. Quando  gli Ateniesi lo sloggiarono con la forza  da Bisanzio,  Pausania si trasferì nella Troade e continuò a flirtare con i Persiani. Era troppo. Un araldo lo raggiunse un seconda volta con un messaggio degli Efori. Pausania, inspiegabilmente,  tornò. Era sicuro di potersela cavare. Dopo tutto era ancora il reggente di Sparta  in attesa della maggiore età di Plistarco, figlio di Leonida; dopo tutto non esistevano prove sicure e concrete delle accuse che  gli venivano mosse; dopo tutto era pur sempre il vincitore di Platea.  Tornato a Sparta, continuò a inviare  lettere a Serse.
Visto il calibro del personaggio, gli Efori  ci andarono con i piedi di piombo. Indagarono sul  suo passato , si occuparono del presente e delle voci che lo davano a capo di complotti di iloti e in combutta con i Persiani, ma volevano la prova decisiva:   la confessione dello stesso Pausania.  La ottennero con uno stratagemma. Il messaggero incaricato di portare  un’ennesima lettera  di Pausania a Serse, la consegnò  agli Efori. Poiché  nessuno dei messi precedenti  aveva fatto ritorno, Argilio ( così si chiamava il messaggero designato , fra l’altro amico intimo e fedelissimo di Pausania) si insospettì,   aprì la lettera e trovò la conferma dei propri sospetti: Pausania invitava i destinatari della lettera a uccidere il latore. Insomma, Argilio era stato condannato  a morte .
Allora , su consiglio degli Efori, Argilio  si recò supplice sul  Tènaro, si costruì una capanna  e, all’interno, eresse un muro divisorio,  ricavandone due ambienti. Pausania andò da lui  e volle sapere il motivo di quella supplica . Per tutta risposta, Argilio lo assalì a  male parole, rinfacciandogli  la sua malafede: che uomo era se ricompensava i fedeli servitori , gli amici addirittura, con la morte?  Pausania cercò di calmarlo, riconobbe i propri torti, gli assicurò l’incolumità e lo pregò di mettersi quanto prima in viaggio verso la corte del Gran Re. E,  intanto, nella stanza attigua, gli Efori ascoltavano.
Questa fu la prova decisiva. Ma il giorno stabilito per il suo arresto, Pausania, forse intuendo quello che stava per succedere, forse avvisato dal gesto di uno degli Efori, si rifugiò nel tempio di Atena  Calcieca ( “vestita di bronzo”), sfuggendo alla cattura. Quel tempio era un luogo sacro e al suo interno,  come all’interno di  tutti i luoghi sacri, non si poteva spargere sangue.  Gli Efori, allora, ordinarono di scoperchiare il tempio e di murarne gli ingressi. Il vincitore di Platea morì di  fame e di  sete.  L’oracolo di Delfi, interpellato, considerò la morte di Pausania un sacrilegio e intimò agli Efori di dedicare alla dea vestita di bronzo due corpi anziché uno. Vennero erette, così,  vicino al tempio, due statue di bronzo.

Da leggere:
Erodoto, Storie, Libro IX,  Bur, 1997-2009
Frediani, Andrea, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005
Hanson, Victor Davis, L’arte occidentale della guerra: descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Mondadori, 1990
Holland, Tom, Fuoco persiano: il primo grande scontro fra Oriente e Occidente, Il Saggiatore, 2003.

In questo sito:

I giorni della terra e dell’acqua
Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
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La lepre e la giumenta.
Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
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Il muro di legno.
La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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Per qualche dàrico in più.
401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
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Il sole di Vergìna Filippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
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Il muro di legno

30/04/2011

Quando sarà preso tutto ciò che racchiudono il monte di Cecrope
E i recessi del Citerone divino,
Zeus dall’ampio sguardo concede alla Tritogenia  che rimanga inviolato
Il muro di legno soltanto, che te salverà e i tuoi figli.
………………………………………………………………………..
Oh divina Salamina, farai perire figli di donne
o quando si semina o quando si raccoglie il frutto di Demetra.

(Erodoto, Storie, Utet, 1996, trad. di Fiorenza Bevilacqua).

«O figli degli Elleni, avanti,
liberate la patria, liberate le figlie e le spose,
gli altari dei patri dei, i sepolcri degli avi:
è istante di lotta suprema!»

Eschilo, Persiani, 400-405, traduzione di Carlo  Carena


Prologo

Passo delle Termopili, 480  a.c., agosto.

I marinai continuavano ad arrivare  e si aggiravano curiosi sul campo di battaglia. Curiosi e, all’inizio, intimiditi e impacciati.  Sulla terraferma si muovevano a disagio. Loro vivevano  sul mare, sapevano affrontare le tempeste, governare  le vele, reggere un timone, scagliare proiettili  da dietro le  fiancate delle  navi. Lì, fra rocce e sentieri da capre,  non si sentivano a casa.  Ma Serse, il Re dei Re in persona,  aveva ordinato  che andassero a visitare i luoghi del suo trionfo. Perché vedessero e capissero  quanto forte e potente fosse la sua armata. E quanto determinato fosse lui a ottenere la sottomissione di tutta le Grecia. Un’ottima iniziativa per tenere alto, come si direbbe oggi, il morale delle truppe.
La  stretta fascia pianeggiante dove si era combattuto per giorni, l’altura del Kolonos, lo spazio retrostante  il muro focese erano disseminati di cadaveri. Erano cadaveri  di soldati greci , tutti senza armatura, molti con  accanto  le armi spezzate  , qualcuno ancora avvinghiato al nemico in un abbraccio mortale.  La  testa del re sconfitto era stata conficcata su una picca e lì, davanti al muro focese,  fissava quei marinai di tutte le razze  di tutti i paesi . E loro indicavano  quel macabro trofeo, osservavano  i caduti, spingevano lo sguardo sulle alture circostanti , sempre più numerosi e sempre più eccitati.  Nessuno dei nemici  era fuggito e lo si vedeva. Ma  quei nemici, i migliori guerrieri  della Grecia, erano  stati battuti. Nessuno poteva resistere  agli Immortali.
Sul campo anche cadaveri di soldati  persiani. Un migliaio a occhio e croce. Neanche tanti, a pensarci bene .  Perdite ridotte o “accettabili”, si direbbe  oggi. Sì, le cose procedevano per il meglio  e presto, molto presto- pensavano quei marinai-  sarebbe venuto di nuovo  il loro turno. Quanto  accaduto  all’Artemisio era stato solo un episodio sfortunato: presto, molto presto, loro, i marinai e gli ufficiali della flotta, sotto gli occhi del Gran Re , avrebbero liberato il mare, con un colpo solo, dalle  navi nemiche.
Tornarono verso il litorale in piccoli gruppi,   chiacchierando  , facendo commenti, lasciandosi sfuggire, di tanto in tanto,  esclamazioni  di meraviglia , rinfrancati e animati  da quello che avevano appena  visto, parlando dell’imminente vittoria.

Non  avevano visto  bene, non avevano visto tutto. Il campo di battaglia, per ordine di Serse, era stato sgomberato alla chetichella  qualche giorno prima e liberato dai caduti. Mille di loro non  erano stati sepolti  per rendere credibile la messinscena.
In quel luogo , sotto un leggero strato  di terra e foglie, invisibili ai vivi,  giacevano ventimila soldati persiani.

Verso Salamina.

Delfi, oracolo di Apollo, 480 a.c., giugno.

Gli Ateniesi avevano mandato una delegazione a consultare l’oracolo di Delfi. Tirava una brutta aria con tutti quei Persiani in movimento  e volevano sapere come sarebbe andata a finire. Cominciò  male. La sacerdotessa di Apollo, ispirata e neanche tanto sibillina, predisse  loro catastrofi in serie. I delegati ateniesi, benché afflitti e demoralizzati, ritentarono il giorno successivo. Si presentarono recando in mano i rami dei supplici e pregarono la Pizia di essere   un po’ più accondiscendente. E la Pizia, forse presa a compassione, li accontentò. Rispose loro:” Un muro di legno salverà  Atene “. E aggiunse .” O divina Salamina, farai perire figli di donne..”.
Un muro di legno? Divina Salamina?

Acropoli di Atene,  480 a.c.,  fine  agosto

Il serpente sacro alla dea Atena anche  quel giorno  non aveva mangiato  la sua  focaccia al miele, segno eloquente che se n’era andato. E se anche le divinità abbandonavano i templi ad esse dedicati, sarebbero dovuti restare  i comuni mortali? E così, gli Ateniesi , seguendo, su invito di Temistocle,  l’esempio del serpente sacro partito per chissà dove, lasciarono la città e si  rifugiarono  chi a  Salamina, chi a Trezene.
Qualcuno  rimase: i  custodi del tesoro del tempio e alcuni cittadini, troppo poveri, scrive  Erodoto, per seguire gli altri sull’isola . O convinti che il “muro di legno” di cui aveva parlato la Pizia  fosse  quella staccionata  da sempre esistita davanti all’acropoli. La rinforzarono e si apprestarono  a resistere.
I Persiani arrivarono, li videro , presero posizione sulla collina dell’Aeropago, ridussero in cenere  la staccionata usando frecce incendiarie e  intimarono  ai difensori  di arrendersi. Per tutta risposta, chi tentò di salire verso la rocca  ricevette una scarica di massi e dovette ripiegare.
La resistenza  andava per le lunghe e si sarebbe prolungata ulteriormente se alcuni Persiani non si fossero arrampicati lungo  un fianco della collina giudicato inaccessibile. I difensori, allora, cedettero. Alcuni si lanciarono nel vuoto, altri si rifugiarono nel tempio. I Persiani raggiunsero la sommità, passarono i superstiti a fil di spada e poi  diedero fuoco a ogni cosa.

Il giorno dopo, Serse, il Re dei Re,  emanò un ordine insolito: fece chiamare i fuorusciti ateniesi al suo  seguito e li spedì sull’acropoli a offrire sacrifici agli dei. Forse, durante la notte, in sogno,  aveva avuto una visione o, forse, assalito  da scrupoli,  voleva rimediare al sacrilegio commesso dai suoi soldati. Ligi al dovere, gli Ateniesi si misero in cammino  per fare quanto era stato loro ordinato. In alto tutto era cenere, qua e là crepitavano ancora le fiamme. Anche l’ulivo di Atena, quello piantato dalla dea a perenne memoria della  sua vittoria su Poseidone quando i due si erano contesi   il possesso dell’Attica, non era stato risparmiato  e ora  si stagliava annerito contro il cielo.
“Guardate!” disse uno dei fuorusciti  indicando  l’ulivo.
Sull’albero c’era qualcosa. Qualcosa che non poteva trovarsi lì. Guardarono meglio, guardarono tutti:  dal  tronco carbonizzato  spuntava un ramoscello, germogliato nella notte.

Pianura Triasia , Attica, Grecia,   480 a.c.  fine agosto.

La pianura era deserta. La gente era fuggita e l’esercito di Serse l’aveva lasciata da poco. Del resto in tutta l’Attica, o quasi, non c’erano  più abitanti.  Improvvisamente, dalla parte della città di  Eleusi, si alzò un enorme polverone. E subito dopo, si udì un grido potente e terrificante: il grido di un dio.
Due uomini, due fuorusciti  greci al servizio del Re dei re- uno di loro era stato re di Sparta-  videro e udirono. E non dubitarono nemmeno per un momento della natura divina del fenomeno.  Chi mai avrebbe potuto mandare quel grido, se tutta la regione era deserta? Chi mai avrebbe potuto sollevare quella polvere, se tutti i soldati erano ormai passati? Sì, dal luogo dove venivano celebrati  i Misteri,  gli dei si stavano muovendo  in aiuto dei Greci. Non c’era altra spiegazione.
La nuvola di polvere si  levò in aria e, lentamente, prese la direzione di Salamina.

Isola di Salamina,  480 a.c., settembre . Quartier generale della flotta greca.

Euribiade, il comandante spartano della flotta, chiese che si facesse silenzio. Guardò il mare e le navi alla fonda. Poi, rivoltosi agli ufficiali  presenti, illustrò la situazione. Roba da far venire i brividi. I Persiani avevano invaso l’Attica e minacciavano Atene. L’ultima speranza  era riposta nella flotta. Dunque, bisognava usarla bene. Quando e dove combattere?
Nei pressi dell’Istmo di Corinto, fu l’opinione dei più. A Salamina, la flotta , se sconfitta- dissero- avrebbe fatto crollare ogni speranza; combattendo vicino all’Istmo, se le cose fossero andate male, una volta abbandonate le navi ci si sarebbe sempre  potuti rifugiare sulla terraferma e imbastire una qualche resistenza.
Piaceva questa proposta. Piaceva a tutti,  ma non a Temistocle. Stava per intervenire, quando entrò un messaggero annunciando, fra la costernazione generale,  che Atene era in fiamme. Questa notizia ebbe  l’effetto di una bomba: molti se ne andarono su due piedi, raggiunsero le proprie navi e si apprestarono a salpare. Chi restò approvò in fretta e furia la proposta di raggiungere  l’Istmo.
Brutto affare. Una volta all’Istmo, a due passi dal Peloponneso, dalle case e dalle famiglie, molti avrebbero abbandonato la partita, sarebbero fuggiti e, allora, addio flotta! Era una decisione  sconsiderata, bisogna rimediare. Questi pensieri agitavano la mente di Temistocle, l’unico a non condividere la scelta appena compiuta. Rimediare, ma come?

Ripensò a qualche giorno prima. Anche all’Artemisio, quando avevano visto le navi nemiche alla fonda  nel porto di Afete ,  i Greci , sulle prime,   si erano spaventati. Quelle navi erano tante, troppe e troppo  affollate  di soldati. E anche allora molti avevano pensato di andarsene, riparando  verso la Grecia centrale. Gli abitanti dell’Eubea, appresa l’intenzione degli ammiragli, avevano scongiurato  Euribiade di rimanere, almeno fino a quando non fossero riusciti a mettere in salvo le famiglie  e i beni. Euribiade non ne aveva voluto sapere e allora essi si erano rivolti  a lui, a Temistocle . Pagandogli il disturbo con trenta talenti. Era un’occasione unica e  Temistocle  l’aveva colta al volo. Aveva distribuito un po’ di quei talenti a destra e a manca, cominciando da Euribiade. E  la minaccia di defezione era rientrata.
Già, ma adesso? Il giochetto non si poteva più tentare: i soldi sarebbero potuti saltare fuori, in un modo o nell’altro, ma era una questione di soldi?   Decise , allora, di giocare un’altra carta

Isola di Salamina, 480 a.c., settembre.Nave ammiraglia della flotta della lega.

Temistocle raggiunse la nave ammiraglia. Euribiade lo accolse amichevolmente e lo fece salire a bordo.
“Se sei venuto da me” disse “Avrai i tuoi  buoni motivi. E posso anche immaginarmi quali.  Ti avverto, però,  che , questa volta, anche mille talenti non basterebbero.”
Temistocle fece finta di non capire  e spiegò come secondo lui stavano le cose. No, non c’erano  soldi in ballo, questa volta: questa volta c’era in ballo il destino della Grecia. Tutto andava male: Leonida era morto combattendo, Atene bruciava e la flotta, l’ultima speranza della Grecia (“ Parole tue,  Euribiade”), si stava andando a cacciare in una maledetta trappola. Proprio così, in  una maledetta trappola. In mare aperto i Persiani avrebbero avuto partita vinta: troppo agili le loro navi,  troppo ben manovrate, troppo numerose  perché i Greci potessero sperare di averne ragione. E, per di più spostandosi verso l’Istmo, la flotta greca avrebbe avuto alle calcagna le navi di Serse e, dietro di loro, lo  sterminato esercito di terra.  Significava consegnare al Re dei Re,  su un piatto d’argento, l’intero Peloponneso. Una doppia trappola, a pensarci bene: nessuna speranza sul mare, nessuna speranza sulla terraferma.
A Salamina era diverso. Spazi stretti, poche possibilità di manovra per chi aveva  numero e velocità dalla sua. Ma ampie possibilità per navi più grosse e robuste, come quelle  greche. “Il  numero, ecco il loro punto debole…”, disse Temistocle.
Euribiade  capì al volo. Esitava, però: era stata presa una decisione, come cambiarla? “ Inventati una scusa” gli suggerì Temistocle “ Che al momento della decisione  mancava il numero legale, che hai ricevuto la visita di un dio, qualsiasi cosa. Ma fa’ presto”. E poi calò l’asso. Se non si fosse combattuto lì, a Salamina, gli Ateniesi avrebbero imbarcato le donne e i bambini e sarebbero andati in Italia, nella loro colonia di Siri. “Guarda che parlo sul serio”, concluse.
La minaccia ebbe effetto  : Euribiade  avrebbe riconvocato l’assemblea.

Baia del Fàlero, Attica, 480 a.c., settembre : flotta persiana alla fonda.

Il Re dei Re si sedette al posto d’onore. Volle vicino a sé i comandanti fenici della sua flotta, i più abili, i più valorosi. Gli altri si sistemarono più in basso. Li aveva convocati perché voleva conoscere la loro opinione . Qualche giorno prima, parlando con Mardonio, il suo generale più fidato, non aveva nascosto la propria soddisfazione. Gli Spartani erano stati sconfitti alle Termopili, Atene era stata data alle fiamme,  le città greche  si sottomettevano a lui sempre più numerose,  insomma la vittoria finale era a portata di mano. Restavano quelle navi, quelle poche navi alla fonda a Salamina. Che fare? Accontentarsi e ignorarle oppure andare fino in fondo e  spazzarle via?
Mardonio riferì. Tutti  gli ammiragli, disse,  erano del parere di dare battaglia. L’unica a non pensarla così era Artemisia, regina di Alicarnasso.  La regina aveva coraggio, si era battuta bene all’Eubea:  era adesso  la paura a farla tentennare? domandò Serse  No, non era la paura, rispose Mardonio: la regina considerava chiusa la partita, tutto qui.  Il Re dei Re aveva vendicato l’onore di  Dario e quello della Persia, incendiando Atene. Bastava saper aspettare, ora,  e i Greci sarebbero caduti come pere mature. Si sarebbero dispersi – a Temistocle saranno  fischiate le orecchie..- sarebbero tornati a casa e loro, i Persiani, avrebbero preso la Grecia con un semplice atto di presenza.
Aspettare: una parola. Come aspettare quando tutti i re e gli ammiragli della sua immensa flotta spingevano perché si combattesse? E  si combattesse subito? Come aspettare quando le prime avvisaglie della cattiva stagione si stavano già facendo sentire sul mare?  No, niente da fare. Artemisia era saggia, era valorosa, meritava grande considerazione, ma non si poteva aspettare. La battaglia e non l’attesa avrebbero tolto di mezzo i Greci. Ci sarebbe stato un secondo Artemisio? Neanche  per idea. All’Artemisio i suoi erano stati fiacchi e poco determinati, è vero. Ma c’era una ragione: avevano combattuto lontano dagli occhi del re. Questa volta, lui, Serse in persona, il Re dei Re avrebbe assistito al combattimento. Sapendolo, ogni marinaio, ogni ufficiale, ogni rematore si sarebbe comportato da valoroso.
La flotta , dunque, salpò, raggiunse Salamina senza incontrare ostacoli e prese posizione davanti all’isola. I Greci si guardarono bene dall’andarle incontro. Serse ordinò allora ai suoi di ritornare ad Afete. Ma quella dimostrazione di forza aveva lasciato il segno.

Isola di Salamina, 480 a.c.,  settembre . Quartier generale della flotta greca.

L’assemblea si sciolse e ciascun comandante raggiunse le proprie navi. Dunque, i Greci sarebbero rimasti lì, a Salamina e lì, a Salamina,  avrebbero affrontato il  barbaro, arrivato nel frattempo.  Temistocle aveva preso subito la parola, senza neppure aspettare l’invito di Euribiade. Uno dei comandanti alleati l’aveva apostrofato in questo modo “ Attento Temistocle  a non essere precipitoso: in gara, chi lascia i blocchi prima del tempo, viene frustato”. La risposta di Temistocle lo aveva gelato “ Sì, ma chi aspetta troppo a partire non vince la gara!”.
E lui, la gara, quella gara l’aveva vinta. Alla grande. Aveva parlato con ardore ed eloquenza, aveva argomentato con dovizia di particolari le sue affermazioni, aveva decritto pericoli e vantaggi, aveva, insomma, ripetuto, con maggiore slancio e convinzione, il discorso tenuto a Euribiade, la sera prima. Euribiade, temendo una defezione degli Ateniesi, lo aveva appoggiato. Chi aveva casa e famiglia nel Peloponneso, però, aveva digerito  male l’idea che si dovesse combattere per Atene e per l’Attica: aveva mugugnato in assemblea, mugugnava ancora.
La mattina seguente  arrivarono  notizie dall’Istmo:  l’esercito di Serse si era mosso e puntava verso il Peloponneso. E lì, ad aspettarlo, si erano attestati opliti  greci al comando del fratello minore  di Leonida( o, forse, il suo gemello), Cleombròto. Avevano alzato fortificazioni, disseminato la zona dell’Istmo di ostacoli di ogni genere, iniziato a erigere un muro, scavato trincee. Erano decisi a resistere, convinti di essere ormai gli ultimi difensori della Grecia: dal mare  non sarebbe venuto niente di buono, pensavano. Come nutrire speranze se la flotta di Serse era sterminata e se neppure tutti gli abitanti  del Peloponneso, ma solo alcuni , Spartani, Corinzi, cittadini  di Epidauro,  Arcadi,  Elei, e pochi altri,  avevano sentito il dovere di impugnare le armi per difendere la terra, le famiglie, gli averi? E  non c’erano giustificazioni, questa volta: le feste Carnee e le Olimpiadi erano finite.

L’arrivo  della flotta nemica e le notizie dal Peloponneso provocarono a   Salamina  un vero e proprio  ribaltone. I mugugni  dei peloponnesiaci  diventarono aperte contestazioni; ciò che prima veniva solo sussurrato, ora era gridato ad alta voce: Euribiade era stato insensato a restare lì, bisognava gettarsi sui remi  e andarsene prima che fosse troppo tardi. Fu convocata una terza  assemblea e il verdetto  precedente fu messo in discussione. Temistocle non si perse d’animo. Chiamò un suo uomo fidato, Sicinno,  e lo mandò dritto da  Serse. “ Digli questo” lo istruì “ Gli Ateniesi sperano in una vittoria dei Persiani. I Greci hanno paura, sono divisi, vogliono fuggire . Impedisci loro di farlo  e li avrai in pugno!”
Ci credereste? Serse la bevve  tutta d’un fiato e, venuta la notte  , fece muovere per la seconda volta la sua flotta.

Isola di Salamina, 480 a.c. , 24 settembre .Sala del consiglio delle forze navali greche.

Fu Aristide a portare la notizia che la flotta era circondata. Chiese di  Temistocle. I due non si potevano vedere; la gravità del momento, però, li mise d’accordo. Temistocle gli rivelò lo stratagemma adottato per indurre Serse a muoversi. “Annuncia tu all’assemblea dove si trova ora la flotta nemica.  Se lo faccio io , disse, nessuno mi crederà.”
Aristide lo fece. Sulle prime i Greci non gli prestarono fede: pensarono  a un depistaggio, l’ennesimo, per costringerli a restare lì e combattere. Ma ogni dubbio fu fugato dall’arrivo di una trireme greca: era al soldo del Gran Re, ma aveva disertato. E l’equipaggio confermò la manovra della flotta nemica.
Dunque, non si poteva scappare: bisognava combattere. Per amore o per forza. Temistocle pronunciò un discorso ispirato,   ricordò a tutti la gravità dell’ora   e si imbarcò. Aveva appena finito di parlare quando una civetta – l’uccello sacro a Atena- si posò sull’albero della sua trireme.
Gli dei avevano scelto con chi stare.

Mare di Salamina, 480 a.c. ,   25 settembre.

Serse, dopo aver fatto occupare  due isole a nord e a sud di Salamina , mosse  l’ala sinistra  e l’ala destra della flotta –  schierate rispettivamente  a ovest e a est del golfo – in un’ampia manovra  a tenaglia e mandò gli Egiziani  dalla parte opposta  a chiudere ogni  eventuale via di fuga.  Impartiti gli ordini,  si diresse verso le  prime alture del monte Egaleo, sovrastante Salamina, si fece portare il trono costruito per l’occasione, si sedette e si  apprestò ad assistere al combattimento.
E lì, seduto sul suo trono,  non ebbe dubbi: vide la sua imponente  flotta avanzare  schierata in ordine di battaglia e si chiese che cosa mai avrebbero potuto opporle i Greci. Già, che cosa avrebbero mai potuto fare i Greci se non ritirarsi?

E, in effetti, i Greci si ritiravano. Combattendo con le prue rivolte  verso  il nemico, ma remando all’indietro, navigavano  verso l’interno del golfo. Serse esultò: stavano fuggendo! Poi, all’improvviso e inaspettatamente  vide una  nave ateniese interrompere la manovra ,  dirigersi in avanti  a tutta velocità  verso una trireme  fenicia e affondarle   lo sperone nel fianco . Si udì il rumore del fasciame distrutto, si alzarono le urla dei marinai  precipitati in mare al momento dell’impatto, si levarono, alte,  esclamazioni  di vittoria. E qualcuno  udì – o credette  di udire – un grido di donna, il grido di una dea, esortare i greci a fermarsi e a combattere.
Quella nave ateniese non fu la sola.  Venti, trenta navi greche effettuarono la medesima manovra: smisero di ritirarsi e  si lanciarono contro le navi nemiche. I Persiani se le  videro arrivare addosso  senza nemmeno rendersene conto. Cercarono , allora, di manovrare per  assumere una posizione favorevole e parare il colpo.
E , intanto, dall’alto, Serse osservava e  i suoi scrivani prendevano nota della nazionalità  delle navi, di chi si distingueva per atti di valore, di chi combatteva bene. E ognuno, pensando di avere addosso gli occhi del Re dei Re, non si risparmiava. I Persiani si battevano con ardore e  non poche imbarcazioni greche vennero affondate.

Manovrare. Una parola. Davanti c’erano le prue nemiche, di fianco c’era la riva scoscesa del golfo, stretta e ripida e dietro c’erano le navi amiche,  un muro di legno impenetrabile. Adesso Serse capiva. I Greci non erano scappati,  ritirandosi verso l’interno del golfo: l’avevano fatto apposta. E ora  il mare era tutto un ribollire di schiuma, un risuonare di urla, uno schianto di legni. La navi persiane erano state attirate   in una trappola mortale  ed  erano finite  nel collo di una bottiglia  dalla quale , essendo troppo numerose  e accalcate,  non potevano più uscire né sfruttare la propria velocità.
Successe di tutto. La flotta persiana  si era lanciata in avanti  senza criterio perché marinai e ufficiali volevano farsi belli agli  occhi del re; ora, altrettanto scriteriatamente, si ritirava. Ognuno, fra le file persiane, pensava per sé; i Greci, invece, manovravano con ordine e mantenevano lo schieramento.  E  inoltre, dice Erodoto, a differenza dei Persiani,  sapevano nuotare. Chi di loro  ebbe la nave affondata, si salvò raggiungendo Salamina a nuoto. Non altrettanto fecero i nemici.
La battaglia infuriava. La regina Artemisia speronò con la sua nave un’imbarcazione degli amici e alleati Calidni. Aveva alle calcagna una nave greca e adottò quello stratagemma  per togliersela di torno e per guadagnare il mare aperto.  Le andò bene: il comandante greco interpretò quel gesto come un atto di diserzione, cambiò rotta  e si diresse altrove.
Anche gli osservatori di Serse videro e segnalarono al re la prodezza di Artemisia. Caddero nell’equivoco opposto: pensavano che avesse affondato una nave nemica, non una delle loro. Il re, già in fibrillazione  per la brutta piega presa dagli avvenimenti, esclamò: “ Oggi gli uomini sono diventati donne e le donne uomini!”.
Le navi persiane imbottigliate nel golfo  cercarono  di uscire dalla trappola   prendendo il largo  e, nel farlo, si scontrarono con le navi  amiche dietro di loro, aggravando il  disastro. Gli Egineti, dal canto loro, a forza di remi, piombarono sulle navi in fuga verso il Fàlero , affondandone moltissime. Aristide, con un colpo di mano, sbarcò sull’isola di Psittalia  occupata dai Persiani, sterminandone la guarnigione.
La vittoria era completa.  Avrebbero reagito i Persiani  ?

Baia del Fàlero, 25 settembre, sera . Flotta persiana alla fonda.

Serse, sceso senza gloria  dal  trono e tornato con la flotta al Falero  impartiva ordini, dettava disposizioni, come se avesse dovuto – o voluto- attaccare di nuovo l’indomani. Ma dentro di sé era sfiduciato ( oggi si direbbe depresso) e non sapeva che pesci pigliare. Tutto quell’attivismo mascherava una profonda  insicurezza.
Mardonio lo conosceva bene e, giocando d’anticipo,  fece la prima mossa. Temeva, infatti,  di incorrere nelle ire del re: era stato lui  a caldeggiare l’invasione della Grecia a un  allora titubante Serse. E , adesso, dopo il disastro, non era più sicuro di salvare  la testa.
Tanto per cominciare, lo tranquillizzò.  La battaglia “ di legni” non era stata un evento decisivo: i cavalli e i soldati avrebbero vinto la guerra. Poi, quasi a bruciapelo, gli disse: “ O Re dei Re, sono segnalate ribellioni a Babilonia:  il tuo posto, ora, è  in Persia. Lascia a me il compito di portare a termine quanto cominciato. Concedimi di scegliere trecentomila soldati e in breve tempo  finirò il lavoro”.
Serse non gli disse subito di sì. Lo congedò e, prima di decidere, volle sentire anche  la regina Artemisia. “Dagli retta” gli rispose Artemisia” Che cosa ci perdi? Se non riuscirà, la colpa sarà sua; se dovesse farcela, tua sarà la vittoria”. Acuta, la regina.  Un vero uomo.
Serse fece come gli era stato suggerito: concesse a Mardonio di scegliersi i soldati, affidò i propri figli ad Artemisia perché li conducesse a Efeso, sulla via di Sardi, e fece muovere la flotta in direzione dell’Ellesponto.

Isola di Salamina, 26 settembre, flotta greca.

Nel  campo greco tutti erano sul chi vive. Si aspettavano di veder tornare i persiani da un momento all’altro e stavano all’erta.  Ma i Persiani non arrivavano. Poi, all’improvviso,  furono impartiti gli ordini  di partenza. Dove si andava? A combattere di nuovo? Probabile , ma non a Salamina, questo era certo. I  barbari avevano lasciato il Fàlero e si stavano dirigendo verso l’Ellesponto.
Cominciava la caccia.

Capo Zostère, a metà strada fra il Pireo e Capo Sunio, 480 a.c.; flotta persiana in navigazione verso l’Ellesponto.

“ Navi nemiche! Navi nemiche!

Il grido si alzò improvviso, suscitando ovunque agitazione e trambusto. Chi poteva, si sporse dalle murate  per guardare. Dal lato destro , ombre lunghe e sottili si protendevano  sull’acqua, minacciose.
L’ordine  corse veloce  di nave in nave: “ Prendere il largo! Prendere il largo!”. I rematori spinsero sui remi e le navi scivolarono veloci  sulla superficie  del mare , allontanandosi . I marinai si voltarono indietro: non erano inseguiti. Trassero un sospiro di sollievo.
Vicino a Capo Zostère, sottili  promontori si protendevano  nel mare. Nell’oscurità, i  Persiani in fuga,  terrorizzati,  avevano scambiato  quelle rocce per navi nemiche!

Isola di Andro, 480 a.c. , settembre. Quartier generale della flotta greca.

I Greci inseguirono la  flotta di Serse, ma non la raggiunsero. Fermatisi all’isola di Andro , valutarono il da farsi.
Il più deciso era Temistocle: bisognava continuare a inseguire i nemici, disse, arrivare all’Ellesponto  e distruggere  i ponti. Euribiade , però, non era della stessa idea. Se i Greci  avessero distrutto  i ponti, il nemico sarebbe stato bloccato in Europa e avrebbe mantenuto  un piede in Grecia. Sarebbe rimasto senza far niente? Neanche a pensarlo. Se fosse rimasto in Grecia, infatti- argomentò Euribiade-   privo di vie di fuga,  avrebbe sofferto la  fame. Di sicuro  avrebbe devastato le campagne; forse avrebbe cercato di sollevare città e popoli contro la lega.  Troppo rischioso: meglio lasciarlo andare. La flotta era stata decimata, aveva subito una brutta sconfitta. Conveniva  ai barbari  restare sul suolo greco?
Euribiade la spuntò. Temistocle, vistosi in minoranza, pensò bene, allora,  di  giocare su due tavoli: fece buon viso a cattivo gioco e accettò il verdetto dell’assemblea, ma mandò di nuovo il fidato Sicinno da Serse. Aveva l’incarico di comunicargli questo: grazie all’intervento dell’ateniese Temistocle,  i ponti sull’Ellesponto non saranno distrutti.  (Serse doveva essere proprio preoccupato di brutto  o in confusione totale  per fidarsi ancora dei Greci che l’avevano già giocato una volta. E proprio per bocca dello stesso capodelegazione !).
Perché Temistocle  fece questo – se mai  lo fece? Per crearsi un credito di riconoscenza presso i Persiani , da riscuotere, pronta cassa,  al momento opportuno, come dice Erodoto? Il fatto è che  a  Erodoto  non piace  Temistocle. Non gli piace al punto  da attribuirgli tutta una  serie di nefandezze, dal taglieggiamento degli abitanti di Andro, alla minaccia di inviare contro le isole la flotta  greca , se queste ultime non avessero pagato la somma  da lui richiesta; dall’avidità smodata e senza requie, al sospetto di tradimento. Una bella ricompensa per il salvatore della  Grecia!

Epilogo

Rifacendo a ritroso il cammino iniziale, le navi si diressero  all’Ellesponto, l’esercito in Tessaglia. Qui Mardonio scelse i suoi  soldati. Gli Immortali, prima di tutto, ma senza Idarne, il loro comandante, deciso a non abbandonare  il proprio re; poi Medi, Saci, Battriani , Indiani. Tutta gente tosta, svelta con la spada e con l’arco, imbattibile  a cavallo. Avrebbero svernato in Tessaglia, poi, con l’inizio della primavera, avrebbero  ripreso la guerra  ai Greci.
Chi non fu scelto proseguì  verso l’Ellesponto. Fu dura.  C’era niente da mettere sotto i denti  e , per saziarsi, quei soldati prima così altezzosi, mangiavano erba, rosicchiavano cortecce al pari dei  loro cavalli( almeno così la raccontano Erodoto ed Eschilo, ma pare che in realtà le cose  siano andate diversamente). Poi arrivò la dissenteria  e se ne portò via tanti  , nonostante Serse avesse obbligato le città ad accogliere gli ammalati e a curarli. Quel che restava di quell’armata poderosa fu traghettato oltre l’Ellesponto e sparì per non tornare più in Grecia.
In Grecia restavano  Mardonio e un esercito imponente. Ma quello  che capitò  loro appartiene a un’altra storia.

Appendice                               

I Persiani schierarono la flotta- 700 navi circa, secondo Erodoto-  ad arco “ piatto” , da Salamina al Pireo, e sigillarono  il golfo mandando gli Egiziani a chiudere il varco fra Salamina e Megara.  Le triremi alleate lasciarono Capo Barbara e la penisola di Cinosura( ” Coda di cane”) protesa verso Atene e, in fila, si diressero verso est, Euribiade in testa, Temistocle  in coda.
I Fenici si fecero subito sotto, ma i Greci ,  anziché affrontarli in mare aperto  a sud di Cinosura,  finsero di ritirarsi e  li attirarono all’interno ,  in uno spazio di mare ristretto. Era un tranello. In quel braccio di mare, il numero delle navi nemiche sarebbe risultato  ininfluente  e  poche navi avrebbero potuto tenere agevolmente  il mare , bloccare l’attacco nemico e contrattaccare.
Le 370 navi greche, più robuste e pesanti  delle imbarcazioni nemiche, occuparono i settori loro assegnati e mantennero sempre lo schieramento, anche nei momenti più critici. Nella parte occidentale  gli Ateniesi e, al centro, gli alleati,  se la videro con i Fenici; a est dello schieramento, gli Spartani ebbero di fronte gli Ioni.
Serse aveva impostato una manovra  a tenaglia. L’ala sinistra – a ovest dell’isola di Psittalia-  e  l’ala destra, a est, avrebbero dovuto bloccare il golfo e chiudere la flotta greca in un abbraccio mortale. Ma  Euribiade e Temistocle   ritirandosi sempre più all’interno del golfo, resero vana questa manovra. La presenza del re sul luogo dello scontro  fece il resto. Desiderosi di ben figurare, i comandanti persiani abbandonarono ogni cautela e  si lanciarono in avanti, affollando il golfo. Le navi persiane furono spinte contro la costa, aggredite di fronte e impossibilitate a tornare indietro  per la presenza, alle loro spalle, delle altre navi che sopraggiungevano.  Secondo gli storici antichi, gli Alleati persero solo quaranta navi, i Persiani più di duecento.
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 Erodoto dà i numeri.

Erodoto le spara sempre grosse. Ventimila morti persiani alle Termopili  sembrano davvero tanti. Come i cinque milioni e passa di uomini e donne   al seguito di Serse in Grecia. Tuttavia, non bisogna prendere alla lettera le affermazioni dello storico-giornalista. Quello che vuole dire, mentre ce lo immaginiamo attento ad avvincere e  a stupire il  suo uditorio snocciolando  numeri da capogiro, è questo: in quella guerra , i Persiani erano molto più numerosi dei Greci e,  in quella guerra,  i Persiani subirono perdite infinitamente superiori a quelle elleniche. Un riprova? Quando, fra poco,  ci occuperemo della  battaglia di Platea, ci imbatteremo  in  numeri altrettanto esagerati. Secondo Erodoto,  dell’immenso esercito messo in campo da Mardonio ( 300.000 combattenti ) sopravvissero soltanto 43.000 uomini.

Il futuro in fumo.

Delfi si trovava – e si trova –   nella Fòcide ed era , forse, il più importante oracolo del mondo greco ( l’altro si trovava  nell’isola di  Delo). Secondo il mito , a Delfi  non ci fu  un unico  santuario: ce ne furono sei. Ogni epoca storica , si può dire, ebbe il suo.  Il primo  santuario  era fatto di cera d’api e di piume; il secondo di steli di felce; il  terzo di rami d’alloro; il quarto di  bronzo, opera di Efesto, il divino fabbro; il quinto di pietra. Quest’ultimo fu distrutto da un incendio  nel 489 a.c., un anno dopo Maratona . Il sesto  è quello le cui rovine sono  arrivate fino a noi.
Le sacerdotesse di Apollo a Delfi,  in origine  dovevano essere  vergini, in quanto spose del dio.  Ma  quando una di loro cedette alle lusinghe   di   un supplice, le regole furono cambiate. Non più la verginità, ma l’età divenne il requisito richiesto. Restavano lo spose di Apollo,  vestivano ancora come giovinette , ma non dovevano indurre in tentazione.  Ecco perché dovevano avere almeno cinquant’anni. Curioso: le sacerdotesse erano venali. Qualcuno provò a comprarle- la potente famiglia ateniese degli Alcmeonidi, per esempio o il re di Sparta Cleomene I-  perché vaticinassero a comando ed ebbe successo.
L’antro della sacerdotessa  era un ambiente pieno di fumo. Di un fumo particolare , prodotto da  erbe aromatiche, se non proprio allucinogene. In preda ai fumi, la Pizia straparlava, quasi sempre  balbettava frasi incoerenti e incomprensibili . Un sacerdote fungeva da intermediario fra la Pizia e il dio, traducendo in esametri il balbettio divino.
Perché Delfi e non , poniamo, Atene o Sparta? Perché , secondo il mito, Delfi era considerato il centro del mondo,  il punto dove  due aquile, liberate da Zeus alle estremità  opposte  della terra, si erano incontrate.

Le parole di Apollo.

Erodoto riporta, in versi,  per bocca  della sacerdotessa di Delfi, le parole di Apollo.  Eccole:

Quando sarà preso tutto ciò che racchiudono il monte di Cecrope
E i recessi del Citerone divino,
Zeus dall’ampio sguardo concede alla Tritogenia  che rimanga inviolato
Il muro di legno soltanto, che te salverà e i tuoi figli.
E tu non aspettare tranquillo la fanteria e la cavalleria che avanza
In massa dal continente, ma ritirati
Volgendo le spalle: giorno verrà in cui sarai con il nemico di fronte.

 Oh divina Salamina, farai perire figli di donne
o quando si semina o quando si raccoglie il frutto di Demetra.

(Erodoto, Storie, Utet, 1996, trad. di Fiorenza Bevilacqua).

Il significato è, più o meno, il seguente:  quando sarà perduta tutta l’Attica ( i cui confini erano appunto, l’acropoli di Atene- il  Cècrope-  e il monte Citerone) , Zeus che tutto vede, concederà alla figlia Atena ( chiamata qui Tritogenia ,  epiteto di incerta interpretazione ) l’inviolabilità del muro di legno destinato a salvare  la città e i suoi abitanti. Lascia avanzare intenzionalmente  il nemico, presto te lo troverai di fronte. O divina Salamina , un giorno  farai morire molti uomini..”

Gli Ateniesi provarono a interpretare le parole della sacerdotessa. Per alcuni, come abbiamo visto, il “ muro di legno”  era la palizzata intorno all’acropoli; per altri, fra cui Temistocle,  erano le navi della flotta da guerra, allestita  per l’occasione  (  Nessuno  immaginò anche  un muro di legno persiano, contro il quale, ritirandosi, si sarebbero scontrate  le navi nemiche… ). L’ultima parte della profezia faceva  inoltre  presagire, secondo alcuni,  immani  catastrofi a Salamina .    Apollo non aveva detto  “ Maledetta Salamina” , nel qual caso ci sarebbe stato da preoccuparsi, fu la replica del solito Temistocle: Apollo aveva definito  Salamina “ divina”. Non potevano esserci dubbi: Salamina avrebbe visto il trionfo dei Greci.
L’intera profezia  ha tutta l’aria di essere stata costruita dopo la battaglia( dallo stesso Temistocle?). Il muro di legno, la ritirata “strategica”,  l’accenno a Salamina,  tutto rimanda a una costruzione posteriore. Perché? Per fare sembrare  una manovra voluta quella che fu, in realtà, dopo l’Artemisio e le Termopili,  una ritirata angosciosa? Per fare sembrare studiato quello che fu deciso dal caso o dalle circostanze e soprattutto, per fare entrare in quegli avvenimenti gli dei in persona? Per glorificare una volta di più Temistocle?

L’ulivo e l’acqua.

I miti antichi raccontano  di una contesa sorta  fra  gli dei per il possesso dell’Attica. Poseidone ( o Posidone) la voleva per sé. Spiccio com’era, per fare capire a tutti che l’Attica , d’ora in avanti, sarebbe stata sua , scagliò il tridente contro l’acropoli di Atene, facendo sgorgare una pozza d’acqua salata.   In seguito, durante il regno di Cecrope, anche Atena  si innamorò   dell’Attica e se la prese. Salì sull’acropoli e , vicino al pozzo,  piantò un ulivo. Poseidone montò su tutte le furie  e la  sfidò a duello.  Zeus intervenne, ordinò  ai due di smetterla  e demandò la questione a una sorta di tribunale divino. Tutte le divinità maschili- Zeus , da buon presidente, si astenne-  si pronunciarono a favore di Poseidone; tutte le divinità femminili scelsero Atena. E la dea, per un solo voto, ebbe partita vinta. Lo sconfitto ci rimase molto male e si arrabbiò di brutto, allagando la pianura triasia dove allora sorgeva Atene. Atena non fece una piega: si spostò qualche chilometro più in là , dove si trova l’Atene di oggi, e ripiantò l’ulivo.

I due nemici.

Temistocle , nato fra il 530-520 a. c. e morto a Magnesia dopo il 471- non si sa bene quando- ebbe grandi meriti e una  sorte amara. Volle una flotta potente per Atene e spese tutti o quasi tutti  i soldi dell’erario,  per vederla in mare. Riscosse  con gli interessi quanto speso , quando, come abbiamo visto, inferse un colpo mortale ai Persiani nelle acque di Salamina. Ebbe onori e gloria, fu cantato dai poeti e ricevette l’applauso di Olimpia. Poi cominciarono i tempi duri. Fu ostracizzato, lasciò Atene, cercò di sollevare il Peloponneso contro gli Spartani, si beccò una denuncia di tradimento , seguita da una condanna  a morte  e dovette emigrare. Dove? In Persia, neanche a farlo apposta. Artaserse, successore di Serse fatto fuori da una congiura di palazzo, lo accolse a braccia aperte. Si stabilì a Magnesia, dove visse nel lusso fino a quando morì. Suicida, pare.  L’anno resta ignoto.

Tutto il contrario  Aristide. Onesto , retto , leale e specchiato, fu  il “ Giusto” per antonomasia. Combatté a Maratona , ebbe l’ostracismo per iniziativa del rivale, fu richiamato ai tempi della seconda guerra persiana, combatté a Salamina e amministrò, in seguito, il tesoro della Lega di Delo. Pose sempre l’interesse generale al di sopra del proprio. Quando morì era talmente povero da non permettersi neppure il funerale. Fu il governo della città  a provvedere. Narra la leggenda che, durante la rappresentazione in Atene della tragedia  “ Sette contro Tebe” di Eschilo, alla battuta: Egli non vuole sembrare giusto, vuole esserlo, tutto il pubblico si voltò verso Aristide, presente in teatro
A Erodoto, l’abbiamo già detto,   Temistocle non piace. Perché? Probabilmente perché quando il nostro scrive, l’orientamento politico, in  Atene, è ostile  a Temistocle. Erodoto si adegua, se vuole avere ascoltatori paganti, se vuole “ vendere”, come si direbbe oggi. Non può ignorare- e non lo fa-i meriti di Temistocle,  ma non perde occasione per evidenziarne  i difetti.   Ha vinto a Salamina, ma ha taglieggiato anche  gli abitanti di Andro; ha usato soldi per convincere Euribiade a restare all’Artemisio, ma molti se li è tenuti per sé; è valoroso, ma avido; inganna i Persiani e poi se li ingrazia : insomma  una personalità ambigua , un  maestro del doppio gioco.   E che dire della doppia ambasceria  di Sicinno? Come mai Serse prende per buone le sue parole?  I casi sono due: o il re è fortemente convinto che l’alleanza- formata com’è da poleis rissose e gelose della propria autonomia sia un’alleanza nata morta o erano in corso trattative segrete fra Persiani e Ateniesi.

 A oriente e a occidente

Lo stesso giorno della battaglia di Salamina, secondo Erodoto, fu combattuta un’altra importante battaglia navale. Questa volta a occidente. Gelone, tiranno di Siracusa, sconfisse, infatti,  i Cartaginesi a Imera, in Sicilia, garantendo ai Greci il  controllo dell’intero Mar Mediterraneo.

Le date della battaglia.

La battaglia di Salamina ebbe luogo il 23 o il 25 settembre? Strauss ( op. cit.) dice il 25; altri il 23. Nel dubbio, non essendo uno storico, ho optato per l’interpretazione di Strauss.

Da leggere:

Erodoto, Storie, Utet, 1996, trad. di Fiorenza Bevilacqua. Libri VII-VIII
Eschilo, Persiani, Mondadori, 2003, a cura di Monica Centanni
Frediani, Andrea, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005
Strauss, Barry, La forza e l’astuzia, Laterza, 2005

In questo sito:

I giorni della terra e dell’acqua
Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
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La lepre e la giumenta.
Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
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La resa dei conti.
Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila Persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
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Per qualche dàrico in più.
401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
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Il sole di VergìnaFilippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
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La cartina della battaglia è tratta da Arsbellica.
Il dipinto di Wilhelm von Kaulbach (1805-1874) riportato all’inizio dell’articolo è tratto da  www.scalaarchives


La lepre e la giumenta

28/04/2011

ὦ ξεῖν’, ἀγγέλλειν Λακεδαιμονίοις ὅτι τῇδε
κείμεθα τοῖς κείνων ῥήμασι πειθόμενοι

O xein’ anghéllein Lakedaimonìois oti tede
Kheìmetha tois keìnon rèmasi peithòmenoi

(“ O straniero riferisci ai Lacedemoni   che
obbedienti alle loro leggi, noi qui  giacciamo”)


Prologo

Dopo aver attraversato l’Ellesponto, il re persiano Serse , in marcia verso Atene, fu raggiunto da alcuni disertori greci. Condotti alla presenza del sovrano per l’interrogatorio, raccontarono che in quel periodo, in Grecia, si stavano celebrando i giochi olimpici. Serse chiese quali fossero i premi per i vincitori. Una corona d’ulivo, una ghirlanda di fiori,  gli fu risposto. Il Re dei Re, abituato a ben altra magnificenza, non poté  fare  a meno di ridere. Ma uno dei comandanti dell’esercito, il generale  Tritantecme, quando udì questa risposta , rivolgendosi a Mardonio,  consigliere di Serse nonché “ falco” conclamato, esclamò:  ” Ahimé, Mardonio, contro quali uomini ci hai portato a combattere! Uomini che si battono non per  denaro, ma  per dimostrare il proprio valore !”
Serse non la prese bene.

Marcia trionfale.

Oggi le Termopili non sono più quelle di una volta. Sono invecchiate. Il mare è distante, mentre un tempo era lì, a due passi. Ogni anno, viaggiatori di tutto il mondo vengono qui a onorare la memoria di Leonida e dei suoi Trecento. Anche nell’agosto del 480 a.c., quando le avanguardie del re spartano le raggiunsero, le Termopili erano affollate di “turisti”: centinaia di uomini e  di donne “passavano le acque” completamente ignari della tempesta che stava per scatenarsi sulla Grecia. Furono tutti allontanati senza rimborso alcuno. Le “porte calde” da amena stazione termale stavano per trasformarsi in porte di fuoco.
Dai ponti di barche dell’Ellesponto progettati dagli ingegneri militari, la primavera del 480 aveva riversato in Ellade- stando a Erodoto-  milioni di uomini in armi. Migliaia di navi da guerra e da trasporto avevano occupato il mare fino all’orizzonte e oltre. Per Serse – il Re dei Re-  non c’era partita, non poteva esserci partita. Davanti a tanta potenza, che cosa mai avrebbero potuto fare i Greci se non piegarsi ai voleri del più forte, offrire la terra e l’acqua e fare atto di sottomissione? Già molte poleis lo stavano facendo; Atene- alla quale, insieme a Sparta,  non erano state chieste volutamente  l’acqua e la terra- l’avrebbe pagata cara e  Dario, il grande Dario, umiliato qualche anno prima a Maratona,  avrebbe avuto  la giusta vendetta.
“Attento”, l’aveva avvisato un fuoruscito spartano cantando fuori dal coro, “I Greci si batteranno e, più di tutti, lo faranno i Lacedemoni”. Serse non lo aveva interrotto, ma non aveva potuto fare a meno di scuotere la testa: scherziamo? Ma li hai visti i miei soldati?hai visto quanti sono? E non aveva saputo trattenere una risata.
Milioni, dunque? Diciamo duecento, duecentocinquantamila uomini, un migliaio scarso di navi. Non sono le cifre sparate da  Erodoto, ma sono pur sempre numeri di tutto rispetto.  Come nutrire tutti quegli uomini? Come spostarli su strade pessime o inesistenti? Una vecchia massima vuole che la guerra nutra la guerra. L’esercito di Serse non fa eccezione:  si impadronisce dei raccolti, esige tributi in natura dalle città greche che fanno atto di sottomissione, si fa allestire magazzini lungo il percorso, costruisce strade dove mancano, taglia gli istmi scavandovi canali, prosciuga i fiumi quando si abbevera.
E, protetto dalla flotta, avanza.

Difesa a zona.

Dall’altra parte, chi non intende cedere al Persiano( in particolare Sparta e Atene, gli obiettivi dichiarati di Serse) ha  bisogno di tempo per allestire un esercito degno di questo nome. Finiamola con le nostre liti di bottega, mettiamo da parte le rivalità e facciamo fronte comune al nemico, è il ritornello di quei giorni.
Belle parole, sublimi intendimenti. Poi, al momento dei fatti,  ecco chi si defila per celebrare gli dei, chi i fondatori della città, chi i gloriosi antenati, chi i Giochi Olimpici, chi non riesce a vincere le antipatie e a dimenticare i rancori. C’è chi, come la città di Argo o il potente tiranno di Siracusa Gelone,  chiede la luna  per non essere della partita senza perdere la faccia e c’è pure chi gode di scarso credito morale. Come gli Spartani, ad esempio, assenti ingiustificati dieci anni prima a Maratona e ancora non completamente redenti agli occhi di chi a Maratona aveva combattuto.
Alla fine un accordo, anche se stiracchiato,  si trova. Che fare? Il tempo stringe  e allora si decide di guadagnarne un po’ trattenendo l’esercito invasore in un luogo strategico. La scelta non è facile. I diecimila opliti mandati , al comando di Temistocle e dello spartano Eveneto, a bloccare il passo di Tempe ai piedi dell’Olimpo,  già sul posto, vengono richiamati in fretta e furia perché la zona  non è sicura.
Un nuovo contingente di opliti viene, allora,  spedito al passo delle Termopili in Tessaglia –  ritenuto, a torto, a prova di aggiramento- e navi da guerra al comando dello spartano Euribiade( con Temistocle  a fargli da ombra) vengono mandate a incrociare intorno a Capo Artemisio, in Eubea, passaggio obbligato per chi voglia aggirare le difese dal mare. Nel frattempo, avanti a tutta forza per mettere insieme un esercito in grado di giocarsela alla pari con i “ barbari”.
Si tratta di un strategia puramente difensiva. I due fronti , quello marittimo e quello terrestre- l’Artemisio e le Termopili- sono collegati non soltanto dalla geografia, ma anche dalla strategia. Leonida deve parare il colpo e resistere qualche giorno in modo da permettere al grosso dell’esercito greco, finito il periodo sacro dei Giochi Olimpici e delle feste Carnee, di formarsi e di raggiungerlo ; Euribiade e Temistocle devono sbarrare il passaggio attorno all’Eubea per evitare sbarchi alle spalle sia di Leonida sia  del costituendo esercito. Un cedimento alle Termopili può rendere inutile l’azione all’Artemisio e viceversa. Insomma, la partita è la stessa, anche se i campi su cui si gioca sono diversi.
Strategia difensiva, dunque. Ma fino a un certo punto. Temistocle, ad esempio, non la pensa così. Ateniese, politico spregiudicato e furbo, stratega esperto,  batte da tempo  lo stesso chiodo: la flotta è la chiave di tutto. Lo è per noi, ma lo è ancora di più per Serse. Privati della flotta, i “barbari” non possono andare da alcuna parte: niente più rifornimenti, niente sbarchi, niente accerchiamenti o colpi di mano. La guerra non può nutrire la guerra all’infinito: senza l’appoggio della flotta, l’esercito persiano diventerà ogni giorno più debole, i soldati avranno poco da mangiare, si demoralizzeranno. Perché allora non approfittare della situazione? Se gli dei ci danno una mano, all’Artemisio possiamo anche farcela , magari non a togliere di mezzo l’intera flotta nemica, ma almeno a sfoltirla  un po’.
Anche Serse è consapevole dell’importanza rivestita dalle flotte in quella partita, soprattutto da quando Atene, sfruttando l’argento del Laurio, aveva messo in mare una trireme dietro l’altra,  ma è quasi accecato da un delirio di onnipotenza. E non vede o non vuole vedere il pericolo rappresentato dalle navi greche.
E sì che gli dei fanno di tutto per aprirgli gli occhi. Prima mandano su tutte le furie l’Ellesponto, costringendo il Re dei Re a domarlo- simbolicamente- a colpi di frusta; poi oscurano il sole, obbligando i magi ad arrampicarsi sugli specchi per dare al prodigio un responso favorevole. Ma quando nel campo persiano una giumenta partorisce  una lepre, Serse e i suoi magi non ci badano più di tanto. E fanno male, chiosa Erodoto. Quel prodigio ha un significato preciso: i Persiani entreranno in Grecia  con il vigore di una giumenta e dovranno andarsene con la velocità di una lepre.
C’è un detto: gli dei accecano coloro che vogliono perdere. Che sia vero?

Destino segnato.

Leonida, invece, ci vede benissimo. Quando lascia Sparta accompagnato dall’intera guardia personale ( l’Hippeys, i Trecento) diretto alle Termopili sa già come andrà a finire: non tornerà. Perché? Perché – intuisce- la sua è soprattutto una missione politica, non militare.  E’ la giustificazione presentata da Sparta per l’assenza di Maratona: là non c’eravamo per motivi religiosi, qui ci siamo benché anche questo sia per noi tempo  di feste sacre. Vedete? Nonostante il periodo sacro distacchiamo alle Termopili un contingente guidato addirittura da uno dei nostri re. Dubitate, dubiterete ancora di noi? Il Peloponneso era sotto tiro, l’alleanza “ panellenica” traballava e servivano fatti, non parole per impedirle di cadere. Leonida partiva anche per questo motivo.
E che dire del responso dell’oracolo di Delfi? Parlando una volta tanto a chiare lettere e non per enigmi, la sacerdotessa di Apollo aveva vaticinato: Sparta- e con essa la Grecia- sarà salva se uno dei suoi re perderà la vita in battaglia. E, al momento della partenza, il sessantunenne Leonida aveva detto agli Efori stupiti dell’esiguità del contingente: “Siamo pochi, dite? Per quello che ci aspetta, siamo anche troppi”.  Consapevole di tutto questo, il re spartano aveva scelto i suoi Trecento tra gli ammogliati con prole. Se fossero caduti in battaglia- cosa alquanto probabile- non sarebbero rimasti senza discendenza.

I pochi e i molti.

Il contingente di Leonida si forma di città in città, di regione in regione, cresce strada facendo. Alla fine, stando a Erodoto, a difesa del passo si contano settemila opliti. Ci sono Focesi, Arcadi, Tespiesi, abitanti della Locride Opunzia e di altre città.  E c’è anche un pugno di Tebani in rotta con la madrepatria, guardati con diffidenza, però,  visto che  Tebe ha offerto acqua e terra al Persiano.
Il passo è stretto e disagevole. Da un lato digrada a strapiombo verso il mare, dall’altro è circondato da alture difficili da superare. Le “porte” sono tre, tutte anguste e ben protette. Nella porta di mezzo c’è un muro eretto in tempi antichi dagli abitanti della Focide per difendersi dalle incursioni di vicini ostili.  Leonida  si piazza qui, fa rafforzare il muro malandato , ordina di  sgombrare la radura da alberi  e ostacoli vari, manda un migliaio di Focesi a presidiare un impervio sentiero alle proprie spalle- quello dell’Anopaia, il tallone d’Achille delle Termopili- sperando che i Persiani non lo scoprano troppo presto,  incarica uno dei suoi, Pantite, di andare a raccogliere rinforzi nei dintorni e aspetta.
Il nemico non tarda a comparire. Migliaia di uomini, migliaia di cavalli, centinaia di cammelli si riversano nella pianura. E’ un flusso continuo di carri e di carriaggi, un fiorire di tende, un risuonare di trombe e di tamburi, un sovrapporsi di grida concitate, uno sfilare di vesti variopinte. In mezzo a quei colori rutilanti, spiccano i cappucci scuri degli Immortali, l’élite dell’élite, la fanteria pesante di Serse, silenziosa e letale.
Lo spettacolo è impressionante. E’ quello che il Re dei Re vuole: esibire tutta la propria potenza per indurre il nemico a cedere. Non per niente, tempo prima, aveva fatto liberare alcune spie catturate dopo aver mostrato loro i suoi accampamenti. Raccontate pure quello che avete visto: Spartani e Ateniesi avranno una ragione in più per preoccuparsi. Guerra psicologica ante litteram, insomma. Di fronte a quello spettacolo, la tremarella aumenta, il desiderio di andarsene pure. Ma Leonida, spalleggiato dai Focesi, riesce a imporsi: si resta e si combatte.
E all’Artemisio? Per il momento, all’Artemisio si prega. Si pregano i venti, si invocano gli dei. Ma anche se la flotta del Re dei Re ancora non si vede- o forse, proprio per questo- i Greci sono tesi. Euribiade  nutre poca fiducia, Temistocle teme un aggiramento, c’è nervosismo. Quando alcune navi fenicie mandate in avanscoperta sorprendono a Sciato(Σκιάθος, Skiatos) tre navi greche e le catturano, la flotta lascia l’Artemisio e si sposta più a sud, a Calcide. Paura? Decisione strategica? Mossa calcolata per parare il colpo di un eventuale aggiramento? Vallo a sapere. Acquattata  a Calcide la flotta aspetta.  Aspetta segnali da Sciato sulle intenzioni e sulla direzione delle navi nemiche, ma aspetta soprattutto che gli dei si sbrighino a scatenare i venti.
Quando, poco tempo dopo, le triremi greche tornano  all’Artemisio richiamate dai fuochi di Sciato, i Persiani sono vicinissimi, ad Afete. Il porto non sembra  in grado di contenere tutte le navi e i loro equipaggi,  tanto sono numerose le une e armati fino ai denti gli altri. Al cospetto di tanta potenza, qualcuno a bordo delle navi greche all’ancora a breve distanza da quel porto maledetto  suda freddo. Ma  Euribiade( aiutato- sembra- anche da sostanziose “bustarelle”) e Temistocle mantengono i nervi saldi, non abbandonano le posizioni occupate e, come Leonida alle Termopili, si preparano a combattere.

Per terra e per mare.

Sulle prime, si fa un po’ di manfrina e si abbonda in pretattica.  Serse manda duecento navi a circumnavigare l’Eubea per piombare alle spalle di Euribiade; alle Termopili il tempo quasi si ferma per quattro giorni, fra esibizione di muscoli, trattative nate morte, frasi famose ( Volete le nostre armi? Molòn labé, venite a prenderle), temporali improvvisi portati da venti infidi,  assenza di combattimenti e, soprattutto, attesa di notizie dall’Artemisio.
Le aspettano i Greci, le aspetta Serse. Se all’Artemisio la manovra di aggiramento riesce e i Persiani prendono terra, per Leonida diventa inutile o quasi difendere le Termopili. Dovrà andarsene. Il Re dei Re ci conta e per questo prende tempo, alternando il bastone alla carota, promettendo satrapie a tutto spiano o facendo la voce grossa. E attendendo che il frutto cada spontaneamente dall’albero.
Ma il Fato –o un dio- ha deciso diversamente. Poseidone scuote il tridente, i venti a lungo implorati finalmente si svegliano e le duecento navi da guerra mandate a circumnavigare l’Eubea  vanno a fondo durante una violenta tempesta.( Altre quattrocento- per lo più navi da trasporto- erano affondate qualche giorno prima intorno al promontorio di Magnesia. Era stato in seguito a questo avvenimento che la flotta greca aveva fatto ritorno da Calcide all’Artemisio).
Per di più, quell’impudente di Temistocle aspetta il tardo pomeriggio e manda  le proprie triremi all’attacco dalla strozzatura dello stretto. Ha saputo delle duecento navi e vuole dare addosso ai Persiani adesso che sono meno numerosi ad Afete? Vuole giocare d’anticipo? Sia come sia, la sua è una mossa abilmente calcolata : se mi va male, ragiona l’ammiraglio, potrò sempre svignarmela con il favore del buio. Ma se mi va bene….
Non gli va male, non gli va bene. Il suo è un ottimo pareggio, per usare un linguaggio sportivo, ma alla fine vale un punto quando ne sarebbero serviti tre. Uscito allo scoperto, schiera le sue triremi in cerchio, le prue rivolte al nemico, le poppe convergenti verso un immaginario centro. Le sue navi sembrano i petali di un gigantesco fiore di legno. Petali? Spine , piuttosto. E quelle spine non tardano a conficcarsi nella mano di chi, superata la sorpresa iniziale, si precipita su quel fiore per sradicarlo.
Si combatte anche alla Porte, all’ombra dei dardi nemici, così fitti – come abbiamo imparato a scuola-  da oscurare il sole. Disposta su più file, infatti, la falange greca avanza serrata sotto un diluvio di frecce. Va incontro al nemico che si è mosso per primo. A ogni lancio,  gli opliti si fermano, si inginocchiano, si coprono con lo scudo, si rialzano e guadagnano metri. Presto sono a ridosso degli attaccanti. Gli arcieri smettono di tirare, le lance si abbassano, le file serrano, la pressione aumenta….
I Persiani sono tanti. Ma su quel terreno il numero conta poco. Lo spazio è ridottissimo; chi attacca è armato alla leggera  e non regge i movimenti coordinati e la pressione esercitata dalla migliore fanteria corazzata di quei tempi. Le file persiane sbandano, i cedimenti aumentano, il sangue rende sdrucciolevole il fondo roccioso. La falange, al contrario, si mantiene saldissima.
Gli uomini di Serse sembrano non finire mai. Le schiere si succedono alla schiere, i popoli ai popoli. Il fronte è sempre sotto pressione, non c’è quasi tempo per rifiatare, ma Leonida gioca bene le proprie carte: alterna i reparti in prima linea, dando ai suoi avvicendamento e( breve) riposo. E tiene duro.
Il tempo passa. Scendono in campo anche gli Immortali. Gli stanchi opliti greci,  lordi di sangue,coperti di polvere, intrisi di sudore, con  le membra indolenzite  e con più di una ferita sul corpo, sembrano cedere all’ennesimo attacco: voltano le spalle ai nemici e arretrano. Ne hanno abbastanza? Neanche per idea: lo fanno apposta. Percorso qualche metro, infatti, si fermano di colpo. Con movimenti mandati a memoria ed eseguiti alla perfezione, invertono la marcia, riformano la falange e, gridando come ossessi, attaccano di nuovo. Gli Immortali  subiscono, vacillano e  vengono ributtati al punto di partenza.
Scende la sera. Un temporale, violento quanto improvviso, ha aperto le cateratte del cielo. Sulla terra e sul mare piove che dio la manda.  Alle Termopili, gli Spartani raccolgono le piastrine di riconoscimento( un braccialetto di vimini o di pelle) dei propri caduti, curano i feriti e aspettano notizie dall’altro campo, dall’Artemisio: per ora Euribiade e Temistocle tengono, i Persiani non hanno passato l’Eubea, addirittura hanno subito danni consistenti; sono arrivate cinquantantré navi di rinforzo. Insomma, sembra buttare bene.
Serse si lecca le ferite- le perdite sono state ingenti- e prepara le mosse per l’indomani.  Anche lui ha saputo dell’Artemisio e delle navi finite sugli scogli. Ha fretta. Manda alcuni dei suoi in ricognizione: chiedete, osservate e, se del caso, comprate. Qualcuno-il traditore Efialte? uno dei suoi esploratori? un abitante del luogo?- gli ha parlato di un sentiero che aggira quel maledetto monte- il Kallidromos-  posto a nord del passo  e sbuca alle spalle di Leonida. Quel sentiero esiste davvero? E, soprattutto, è adatto per operazioni militari?

Partire o restare.

Nell’attesa di saperne di più , Serse replica le mosse del giorno precedente. Forse prova, nello stesso tempo, anche soluzioni alternative( se lo fa, ignoriamo quali) per impegnare il nemico su due fronti, ma lo scontro principale avviene ancora sulla stretta spianata della Porta di mezzo. Questa volta Serse manda subito avanti la fanteria pesante. Come loro costume, gli  Immortali avanzano silenziosi, spalla contro spalla, disciplinati e determinati. Fino a un istante prima dell’impatto, tengono rivolte verso terra le punte delle proprie lance, facendo brillare le mele d’argento incastonate all’estremità opposta dell’asta. Poi attaccano. Ma non sfondano e dopo durissimi combattimenti devono ritirarsi.
Quasi contemporaneamente, all’Artemisio, gli ammiragli persiani rompono gli indugi e , con una manovra a semicerchio, cercano di imbottigliare le triremi di Euribiade e di Temistocle. Al termine di uno scontro durissimo e a lungo incerto – un ennesimo pareggio- i Persiani non passano. Le perdite, da una parte e dall’altra, sono elevate. Quelle subite dalla flotta greca, però, pesano di più. Se ha perso uomini e navi, Temistocle ha però  guadagnato in certezze: nello stretto, negli spazi angusti, la flotta persiana è vulnerabile.
Di lì a poco, se ne ricorderà.

Il sentiero dell’Anopaia esiste davvero. Ma è un sentiero da capre, ci vorrà tempo per risalirlo e per di più, per sorprendere il nemico, si dovrà marciare col buio. E se Leonida se ne accorge? E se il sentiero è presidiato? Troppe incognite, troppi rischi. Ma qualcosa bisogna pur fare per superare uno stallo destinato, vista l’aria che tira, a prolungarsi per chissà quanto tempo. E così Serse taglia la testa al toro e, sul far della sera, manda gli Immortali in direzione del sentiero.
Leonida lo viene a sapere e intuisce subito il pericolo. Del resto, fin dal primo giorno di combattimenti, se lo aspettava. Troppi sapevano dell’esistenza di quel sentiero: gli esploratori del re persiano non avrebbero tardato a scoprirlo o a coprire d’oro qualcuno che glielo rivelasse. Che fare, allora? Convoca un consiglio di guerra e parla chiaro: chi vuole può andarsene, noi Spartani resteremo. Se ne vanno tutti,  meno i Trecento,  un migliaio di Tespiesi e qualche centinaio di Tebani.
Perché Leonida resta? Resta perché in combattimento gli Spartani non si ritiravano mai? Resta perché il durissimo codice di Licurgo  imponeva loro di vincere o morire? Forse. Ma è altrettanto vero che Sparta addestrava soldati, non aspiranti suicidi , insegnava a combattere, non a morire. E allora, perché Leonida non se ne va con gli altri? Qualcuno azzarda: non lo fa perché, consapevole della profezia, vuole dare la propria vita per quella della Grecia. Molto più probabilmente il re spartano resta per proteggere fino all’ultimo la ritirata del grosso del proprio esercito. Il mattino seguente , al momento del rancio, invita i suoi a mangiare- e a bere- più del solito: tanto- dice- questa sera ceneremo tutti nell’Ade.

Ultimo atto.

All’alba del terzo giorno, gli Spartani si preparano al combattimento finale. Secondo costume, preparano il proprio corpo alla morte, pettinando con cura i lunghi capelli e cospargendosi di unguenti. Poi va i scena il solito copione. Gli attacchi si succedono agli attacchi e  finché la falange regge i Persiani non passano. Ma  premuti da forze superiori, minacciati di accerchiamento, gli ultimi difensori delle Termopili a poco a poco sbandano, il combattimento in file serrate si sbriciola in tanti combattimenti individuali, eroici e disperati.
Leonida è fra i primi a cadere. Intorno al suo corpo si accende una mischia furibonda. Alla fine, i superstiti, trascinando la salma del re , si rifugiano nella parte più stretta del passo. Serse non rischia altri uomini: gli ultimi difensori delle Termopili vengono letteralmente sepolti da una valanga di frecce e di sassi. La testa di Leonida, staccata dal corpo, viene conficcata su un palo  davanti al muro focese.

Sopravvissero in due:  Aristodemo e Pantite. Il primo, affetto da una forte infiammazione agli occhi, fu dispensato, per ordine  del re,  dal combattimento finale; il secondo, prima ancora  della  battaglia, fu mandato , come abbiamo visto, a cercare rinforzi nei dintorni. Tornò a cose fatte.
Anche un altro spartiate aveva gli occhi infiammati  e anch’egli  fu dispensato dal combattimento. Si chiamava  Eurito ed era  “il compagno di destra” di Aristodemo nella falange  lacedemone. Eurito  era quasi cieco, ma non volle ritirarsi. Si fece accompagnare dal proprio ilota sul luogo del combattimento e cadde sotto i colpi del nemico.
La morte di Eurito  segnò  anche la sorte di Aristodemo. Se entrambi fossero tornati a Sparta, nessuno avrebbe avuto da ridire. Anzi, sarebbero stati considerati degli eroi.  Si erano battuti  bene,  avevano fatto il proprio dovere e, per di più, il re in persona li aveva dispensati dal combattimento. Ma siccome uno dei due aveva scelto, l’altro avrebbe dovuto condividerne la scelta. A Sparta Aristodemo, incorse nell’atimìa:  fu evitato da tutti, considerato un vigliacco, privato  di alcuni diritti  e guardato con disprezzo.
Pantite, tornato a Sparta, visse quel ritorno come un disonore e si tolse la vita.

Saputo della morte di Leonida, Euribiade e Temistocle levano le ancore, lasciano l’Artemisio e si dirigono verso l’isola di Salamina.

Epilogo.

Le Termopili sono e restano una sconfitta più fulgida di una vittoria, il simbolo stesso del coraggio e del valore.  Ma la battaglia delle Termopili è davvero finita? Se vogliamo dar retta al poeta greco Kavafis( 1863-1933), sembrerebbe di no. Per Kavafis quella battaglia dura tuttora, su altri fronti e con altri protagonisti. Fino a quando durerà? Fino all’arrivo dell’Efialte di turno, probabilmente.


Onore a quanti in vita
Si ergono a difesa di Termopili.
Mai che dal dovere essi recedano,
in ogni circostanza giusti e retti,
agendo con pietà, con tenerezza,
generosi se ricchi, generosi
ugualmente quanto possono se poveri,
conformi ai loro mezzi sempre sovvenendo
e sempre veritieri, ma senz’astio
verso coloro che mentiscono.

E un onore più grande gli è dovuto
Se prevedono ( e molti lo prevedono)
Che spunterà da ultimo un Efialte
E che i Medi finiranno per passare.

(Konstantinos Kavafis, Termopili, traduzione di Nelo Risi)

Continua…

Da leggere

Erodoto, Storie, Bur, 1997-2009
Frediani, Andrea, 300 guerrieri: la battaglia delle Termopili, Newton Compton, 2007
Frediani, Andrea, Le grandi battaglie dell’Antichità, Newton Compton, 2005
Hanson, Victor Davis, L’arte occidentale della guerra: descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Mondadori, 1990
Holland, Tom, Fuoco persiano: il primo grande scontro fra Oriente e Occidente, Il Saggiatore, 2007
Manfredi, Massimo, Lo scudo di Talos, Mondadori, 2010
Murray, Oswyn, La Grecia delle origini, Il Mulino, 1983
Pressfield, Steven, Le porte di fuoco, Rizzoli 1999

In questo sito:

I giorni della terra e dell’acqua
Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora.
Leggi l’articolo.     

Il muro di legno.
La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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La resa dei conti.
Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
Leggi l’articolo.

Per qualche dàrico in più.
401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
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Il sole di Vergìna.  Filippo II di Macedonia unisce la Grecia e guarda alla Persia.
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I luoghi dello scontro: le Termopili e l’Artemisio( clicca sulla cartina per ingrandirla)

Quello  riportato all’inizio del presente articolo è il celebre quadro di Jacques Louis David (1784-1825) raffigurante Leonida alle Termopili (Parigi, Museo del Louvre).


I giorni della terra e dell’acqua

27/02/2011

Prologo.

1960,  Giochi Olimpici di Roma. Un  soldato etiope scalzo  e imprendibile  vola, leggero come una farfalla,  lungo   i quarantadue chilometri e rotti della maratona. Si chiama Abebe Bikila .
Duemila e cinquecento anni prima- anno più, anno meno-   un altro soldato   di nome Filippide, come abbiamo imparato a scuola( o  Fidippide  o Eucle, come  dicono altri), scalzo come Abebe, aveva corso, tutto d’un fiato, la distanza   fra Maratona e Atene per annunciare ai suoi concittadini qualcosa che aveva dell’incredibile: a Maratona  un pugno di opliti greci , scalzi come lui, le aveva suonate- e suonate di brutto-  allo strapotente esercito persiano.  Com’era potuto accadere?

Fidippide annuncia la vittoria. Dipinto di Luc Olivier Merson, 1869

Città di Mileto, Ionia , 494 a.c. , autunno.

La città di Mileto aveva guidato la ribellione:  adesso era ora di finirla. Il giochetto era durato anche troppo. Indipendenza e “isonomia”- l’uguaglianza dei diritti- erano parole  vietate nell’immenso impero di Dario, il Re dei re. Le navi da guerra persiane, appoggiate dall’esercito di terra,  attendevano nelle acque prospicienti la città, attorno all’isola di Lade,  pronte  a scattare. Anche i Greci della Ionia  aspettavano, decisi a battersi sul mare.
Decisi a battersi? I Milesi, forse; forse pochi altri. Molti, però, pensavano di tagliare la corda e di mettersi in salvo. Non per viltà sia chiaro. Coraggio ce n’era in abbondanza a bordo delle navi greche, ma “il male greco”  era  duro da estirpare .  Chi me lo fa fare di rischiare la vita per  gli interessi dei milesi? Pensavano gli abitanti di Samo. E molti, lì, nella flotta, pensavano le stessa cosa: perché devo rovinarmi per difendere  gli interessi degli altri?.  Era, questo,  il peccato originale dei Greci, la loro principale  debolezza. Nei momenti cruciali, affiorava sempre.
Quando fu il momento, molti se la  squagliarono e  non ci fu partita. Le navi persiane, più numerose, ebbero la meglio e la flotta greca dovette cedere.  Poi fu la volta della città: i suoi abitanti, dopo un breve assedio,  furono fatti prigionieri e deportati in Persia. Fine della storia.
Fine della storia?

 Ritratto di una superpotenza.

La Persia era la superpotenza di quei tempi. Ricchissima,  con un esercito e una marina  da far paura a chiunque, si estendeva su un territorio  sterminato . I suoi re avevano più di una capitale, tanto era vasto il loro dominio. Governavano da autocrati: tutto il potere  e tutte le decisioni erano nelle loro mani.
In quegli anni  avevano soltanto due problemi: gli inafferrabili Sciti a nord dell’Istro – il Danubio- difficili da domare e alcune piccole città  sulla costa della  provincia  ionica del loro immenso impero. Città  greche queste ultime,  fondate, in origine, da povera gente costretta a lasciare, per necessità, la madrepatria .Queste città, col tempo, erano cresciute, avevano acquistato ricchezza e importanza, pagavano il tributo al satrapo di Sardi , ma non avevano dimenticato le montagne e le coste del loro Paese di provenienza, la religione , la lingua, le tradizioni. E, soprattutto, invidiavano  l’aria di  libertà respirata  a pieni  polmoni dai loro connazionali  in patria . Finirono così – anche se governate da tiranni o forse proprio per questo-    per agitarsi, reclamando maggiore  autonomia e  maggiore indipendenza. Reclamando uguaglianza di diritti , reclamando “ isonomia”.
La più importante di tutte, Mileto, diede il via alla ribellione, seguita presto da molte altre città. Due greci, un po’ avventurieri e un po’ demagoghi,  Aristagora e  Istieo, forse con l’appoggio di una parte della nobiltà persiana ostile al re di allora, Dario,  chiesero aiuto  ad  Atene e  a Sparta, le due città più potenti della madrepatria  e cavalcarono la protesta delle poleis  della Ionia.
Arrivò poco aiuto:  Atene ed Eretria insieme  inviarono 25 navi, Sparta fece finta di niente e, così,  tutto andò a rotoli . Aristagora e Istieo   fecero una brutta fine, il primo in Tracia, l’altro in Ionia , e la repressione persiana riportò le cose al punto di prima.
Solo in  apparenza, però.  Dario, il Re dei re, non calcò la mano, ma neppure  si accontentò: voleva l’atto di sottomissione da parte delle città greche del continente, per evitare guai analoghi in futuro e per ristabilire la propria autorità e il proprio prestigio compromessi durante quella vicenda.  Se non avesse agito in questo modo, come avrebbe potuto  tenere a freno le eventuali  aspirazioni di autonomia dei suoi innumerevoli popoli? Voleva anche  garantirsi  i confini occidentali del suo impero, mettere piede in Europa  o , con una vittoria  decisiva e prestigiosa,  emulare i suoi illustri avi, Ciro e Cambise.  Ma questo è un altro discorso.

Gli Ateniesi? Chi sono gli Ateniesi?

 Non l’aveva presa bene, Dario, la notizia dell’incendio della capitale di una delle sue satrapie, Sardi. Le fiamme erano partite da una casa incendiata accidentalmente ( ?) da un soldato greco e si erano, ben  presto,  propagate per tutta la città. “Chi è stato?” chiese Dario. “Gli Ioni e gli Ateniesi”,  gli fu risposto. “Gli Ateniesi? Chi sono gli Ateniesi?”. Inviperito, fece scagliare  una freccia contro il cielo, maledisse quegli sconosciuti, chiese al dio Ahura Mazda  di dargli la giusta  vendetta,  chiamò il suo cameriere personale e gli ordinò di ripetergli ogni sera: “ O Re dei re , ricordati degli Ateniesi”.
Repressa la ribellione, se ne ricordò. Scelse due collaboratori fidati, Artafrenes, figlio dell’omonimo  satrapo di Sardi, e Dati, “di stirpe meda”, come dice Erodoto,  consegnò loro un’armata poderosa per quei tempi  e li spedì oltre l’Ellesponto a chiedere, sulla punta delle lance, il segno della sottomissione:  la terra e l’acqua. Disse loro questo: “ Risparmiate chi accetta, fate prigioniero chi  rifiuta”. Per chi fosse stato  fatto prigioniero, si sarebbero aperte , secondo il costume persiano, le strade della deportazione  in luoghi inospitali e  lontani.

Mare Egeo , 490 a.c. agosto, flotta  persiana in navigazione verso l’Eubea.

 La flotta prese la via più lunga: si diresse verso le isole ed evitò di girare intorno all’Athos, dove  un paio di anni prima, le navi  di  un’armata imponente in navigazione  verso Atene  erano state danneggiate,  tutte o quasi,  da una tremenda tempesta.( Per inciso, quelle navi erano comandate dal generale  Mardonio, un tipo abbonato  alla sfortuna , come vedremo più avanti).  Presa  Nasso, nelle Cicladi, la  flotta puntò dritta su Delo.
I luoghi sacri a Apollo e a Artemide, le case, i villaggi erano deserti. I Deli, prudentemente, si erano rifugiati sull’isola di Tino. Quando lo seppero, Dati e Artafrenes inviarono loro un araldo.” Tornate alle vostre case”, disse, “Non vi sarà fatto alcun male. Anche noi adoriamo il sole  e la luna  e renderemo loro onore come si deve”. Sull’altare di Apollo( il sole) e di Artemide( la luna),  i Persiani bruciarono una fortuna in incenso ( trecento talenti, dice Erodoto)   e poi tolsero il disturbo. Appena si furono allontanati, un terremoto violentissimo fece tremare l’isola . Mai si ricordava , a memoria d’uomo, una cosa simile. Che gli dei preannunciassero sciagure senza fine?
I Persiani, lasciata Delo, si diressero  verso  la città di Eretria, intenzionati, questa volta , a non bruciare  incenso. Eretria aveva aiutato la ribellione, aveva fornito cinque navi agli Ioni: doveva pagarla.
Gli abitanti, preoccupati, chiesero aiuto ad Atene, ma  la situazione, a Eretria, era ingarbugliata.  Alcuni erano per resistere, altri per sottomettersi,  cedendo  terra e acqua al Persiano. Gli Ateniesi fiutarono l’aria e, prudentemente, scelsero di non impegnare propri soldati- quattromila cleruchi-   già sul luogo.  I Persiani sbarcarono, fecero scendere dalle navi i cavalli e assalirono gli Eretriesi. Dopo sei giorni di assedio e di attacchi continui, la città  si consegnò – o fu consegnata-  ai Persiani. Aveva opposto resistenza: Dati e Artafrenes, ligi agli  ordini del re, ridussero in schiavitù gli abitanti. Furono spediti in Persia, in una regione dove sgorgava un olio nero e puzzolente, facilmente infiammabile.  Un postaccio, per quei tempi.

Il sogno di Ippia

Al seguito dei Persiani c’era anche Ippia  figlio di Pisistrato,  già  tiranno di Atene. Desiderava  ritornare da trionfatore nella città dalla quale era stato cacciato tempo prima. Faceva strani sogni, Ippia, e una sera  sognò di giacere con la propria madre. Il dottor Freud era di là da venire e così l’ex tiranno interpretò il sogno alla propria maniera.”  Ci sono!”, esclamò, “Ho capito: prenderò possesso di Atene, riavrò il potere e non me ne andrò più “.
Ippia era anziano e soffriva di  piorrea. Aveva i denti ballerini, insomma.  Sbarcò coi Persiani a Maratona e , appena sbarcato, un forte sternuto gli fece cadere un dente.  Lo cercò a lungo: invano. Ahimè, disse, adesso sì che l’ho capito il sogno! Che l’ho capito davvero. Conquisterò un bel niente. La terra che  mi spetta è tutta qui,  intorno al mio dente!”
Parola di Erodoto.

Pianura di Maratona, 490 a.c, settembre.

Presa Eretria, i Persiani  rimasero fermi per qualche giorno. Poi, direttisi verso l’Attica, scelsero come luogo per accamparsi la piana di Maratona,  non lontana da  Atene. Perché? Intanto perché, mostrandosi in tutta la loro potenza, contavano- anzi erano quasi sicuri-  di provocare in Atene una sollevazione interna   e poi perché  cercavano un luogo  dove fosse possibile sfruttare,  in caso di combattimento,  la forza della  propria  cavalleria. Fu  Ippia  figlio di Pisistrato, già tiranno di Atene, sognatore deluso, ma  conoscitore dei luoghi,  a indicare loro la piana.
Gli Ateniesi, messi alle strette e bisognosi di aiuto, bussarono alla porta degli Spartani. “ Arriveremo”, fu la risposta, “Ma solo alla fine del periodo sacro per noi , cioè fra qualche  giorno.” . Aspetta e spera.
Arrivarono, invece, mille cittadini di Platea, armati di tutto punto e decisi  a battersi, subito, a fianco degli Ateniesi. Li legavano a loro  vincoli di amicizia, per via dell’aiuto ricevuto, anni prima, durante una  disputa – ancora e sempre il  “ male greco”!- con i Tebani.

Atene, 490 a.c., settembre.

Milziade era uno degli strateghi ateniesi. Non era uno stinco di santo, meglio metterlo in chiaro subito. Aveva avuto i suoi problemi, i suoi processi ,  le sue disavventure. Ne combinerà di cotte e di crude anche dopo. Ma conosceva i Persiani.
Ad  Atene  Milziade, benché non fosse visitato da sogni più o meno premonitori come Ippia,   sudava  ugualmente freddo. L’attesa si prolungava troppo:  vuoi vedere che rinunciamo a questa occasione e ce ne stiamo qui, buoni buoni, lasciando campo al Persiano? Molti dei  suoi colleghi,  strateghi come lui, infatti, tentennavano. Troppo numerosi i nemici, troppo forti per essere affrontati in campo aperto. Meglio lasciar perdere. E invece no, bisognava attaccare. Lui sapeva come combattevano i Persiani, li aveva visti all’opera in Tracia e altrove e sapeva come batterli. O, almeno, credeva di saperlo.
Gli strateghi, cioè i comandanti sul campo,  erano dieci: ogni stratego, un voto. Su quella questione, attaccare non attaccare,  erano pari: cinque a cinque. Ma qualcuno avrebbe potuto cambiare idea e sposare il partito della prudenza. Bisognava forzare la situazione prima che fosse troppo tardi. Il tempo non giocava  certo a favore di Milziade.
Il tempo no, ma Callimaco, l’undicesimo, forse  sì. Callimaco era l’arconte polemarco aggregato all’esercito- una specie di comandante in capo –    e , naturalmente,  in virtù della sua carica , aveva diritto di  voto. “ Amico mio” gli disse a tu per tu  Milziade, “Il destino della Grecia dipende da te. Se non combattiamo, spariremo come Ateniesi, spariremo  come Greci e saremo assimilati al Persiano;  se combattiamo e vinciamo, non solo conserveremo la nostra libertà, ma  diventeremo i più forti e i più potenti fra i Greci”. Callimaco  si convinse  e  si espresse a favore dell’attacco: sei a cinque. Era fatta. L’esercito uscì da Atene e si schierò  di fronte al nemico.
Gli strateghi, per legge, si alternavano nel comando. Dopo il voto, ognuno di  loro  offrì il proprio turno a Milziade. Ma Milziade pur sentendosi lusingato, aspettò ad attaccare battaglia. Lo fece quando, per legge, sarebbe comunque  toccato  a lui.

Pianura di Maratona, 490 a.c, 21 settembre. Campo di battaglia.

E’ strano: i Persiani  scelsero  Maratona per  giocare  la partita in casa, contando sui propri  cavalieri, ma  la cavalleria, quel giorno,  non si fece neanche vedere. O, se arrivò,  arrivò tardi, che è lo stesso. Probabilmente era stata imbarcata, pronta per essere spedita alla volta di Atene, dove i Persiani contavano  su una quinta colonna.   Quella di Maratona fu,  dunque,  una battaglia di fanti durata “  a lungo” come dice Erodoto e, cioè, un po’ più  del normale. Le battaglie fra opliti, nell’antichità, come avremo modo di accennare  a proposito dei fatti delle Termopili, duravano poco o pochissimo nella fase di sfondamento; duravano molto di più nella fase di inseguimento. Aristofane riassume, sulla scena, nelle parole di un veterano di Maratona, il senso di quella battaglia  in particolare e della battaglia fra opliti in generale: “Inseguivamo”.
Dunque, quando venne il momento di battersi, Milziade schierò il suo esercito in modo non convenzionale. Dovendo coprire l’intera estensione del fronte persiano, fu quasi una scelta obbligata.  Al centro, di fronte al  nemico, dispose i suoi opliti  su un numero ridotto di  file( probabilmente  quattro), mentre raddoppiò le file  alle ali : a destra, al posto d’onore,  gli  Ateniesi;   a sinistra i Plateesi .  Insomma, il centro era debole,  le ali forti.
A un segnale convenuto, i Greci avanzarono correndo verso i nemici. Secondo Erodoto, si fecero la bellezza di  otto stadi – millecinquecento metri circa-  tutti di corsa. Un po’ troppi per un oplita  greco, armato di tutto punto e  appesantito dalla panoplia.  Probabilmente le cose andarono diversamente.
Nel gioco del rugby, quando viene decretata  una  mischia, gli atleti, da una parte e dall’altra, prendono una breve ricorsa per accentuare l’impatto. Una cosa  del genere deve essere accaduta quel giorno  a Maratona, anche se, probabilmente, da un parte sola.  I Greci avanzarono a passo sostenuto e  fecero di corsa  solo gli ultimi metri che li separavano dal  nemico. E, quasi certamente,  i  Persiani, colti di sorpresa, subirono la carica. O, forse,- chi lo sa?- corsero anch’essi  in avanti , per non venire caricati da fermi. Chi subisce una carica da fermo, infatti,  è come se fosse caricato due volte.
Dunque i Greci affrontarono i nemici  correndo. E forse anche  i Persiani fecero lo stesso.  Comunque , superato il primo momento di sbandamento, al centro  dove le linee della falange greca  erano più sottili, i Persiani ebbero la meglio e avanzarono; sulle ali, dove le linee nemiche erano più folte, ebbero vita dura. Anzi, durissima.

Pianura di Canne, Italia, 216 a.c. , 2  agosto. Campo di battaglia.

Annibale ha schierato un centro volutamente debole, rivolto, ad arco convesso, contro il nemico e ha irrobustito le ali. I Romani  ci cascano: attaccano al centro, dove credono i nemici  più deboli e avanzano.  I Galli e gli Ispanici, lì davanti, non reggono la pressione e arretrano. Con ordine, con calma, sotto la guida di Annibale in persona,  ma arretrano. Quel semicerchio, convesso in origine,  si fa sempre più concavo. I  legionari  si infilano in quel varco,  sempre più in profondità. La vittoria sembra loro  a portata di mano e invece si stanno cacciando in una trappola mortale, in un imbuto dal quale non usciranno più.
Già, perché  sulle ali, là dove Annibale ha sistemato i suoi veterani, i Romani stanno vedendo i sorci verdi. Non sfondano, anzi vengono, poco alla volta, ricacciati indietro. Intasando il centro, già terribilmente affollato di suo. Una maledetta trappola,  orchestrata in modo magistrale, non c’è che dire. E a un segnale convenuto, entrambe le ali  convergono verso il  centro e la cavalleria, l’imprendibile cavalleria cartaginese, piomba alle spalle dei Romani e chiude  il cerchio. All’interno, sopraffatti dal loro stesso numero , impossibilitati a manovrare a causa della calca, i migliori soldati di Roma vengono annientati.

Pianura di Maratona, 490 a.c., 21 settembre . Campo di battaglia.

 Anche a Maratona i Persiani ci cascano come pivelli. Premono sul centro e quelle poche file di opliti non reggono. Arretrano. Lentamente, senza scompaginarsi, ma arretrano. E i Persiani , imbaldanziti, premono sempre di più  e finiscono dritti nella trappola.  Sulle ali, dove sono più numerosi,  i Greci hanno la meglio, ma , anziché inseguire subito  i nemici in fuga, come si faceva di solito nelle battaglie dell’antichità , operano una conversione e tentano  di chiudere il  cerchio. Manovra voluta o  manovra  casuale?
I Persiani,  comunque, vista la mala parata , smettono di combattere e se la danno a gambe levate , cercando il mare  e le navi. I Greci piombano su di loro e danno inizio al  massacro. Inseguendo i vinti, i vincitori giungono vicinissimi alle  navi: cercano di impadronirsene o di incendiarle , ma non ce la fanno. Nelle loro mani ne restano solo sette;  il resto della flotta  prende il largo in direzione  di Atene. Uno scudo, levato alto a riflettere i raggi del sole, li chiama verso la città. Un segnale convenuto? Un tradimento? Fu un membro della potente famiglia ateniese  degli Alcmeonidi ad alzare lo scudo? Qualcuno, dopo Maratona,  fece correre questa voce dandole credito: Erodoto, però, lo esclude.

C’è da tornare ad Atene e c’è da farlo in fretta. Gli opliti ateniesi ingaggiano un duello a distanza con le navi nemiche, già oltre il Sunio. Si muovono con “ tutta la velocità consentita dalle loro gambe” e ce la fanno in meno di otto ore. Arrivati per primi ad Atene, prendono posizione, bene in vista, all’inizio  della città e aspettano. I Persiani arrivano , trovano una  città in armi , anziché una città  sguarnita e indifesa, non se la sentono di attaccare, voltano le prore e se ne  tornano a casa. Fine della storia.

Fine della storia?

 

Epilogo.

 Fidia, il divino  scultore, guardò l’ enorme  blocco di marmo; poi si mise la lavoro. Quel  marmo era marmo persiano. Aveva viaggiato al seguito dell’armata nemica , destinato a trasformarsi , secondo  Dati e Artafrenes, dopo la caduta  di Atene,  in un  monumento perenne alla gloria di Dario. Divenne,  sotto lo scalpello di Fidia, la statua di Nemesi: la dea  greca della giusta vendetta.


Continua…. 

Appendice

 

La battaglia.

 In questa cartina, tratta dal sito web arsbellica  è descritto lo svolgimento della battaglia. Le ali dello schieramento ateniese ( colore azzurro)contano quasi il doppio di opliti rispetto al centro. I Persiani ( colore arancione)esercitano la massima pressione sul centro, ma si espongono alla manovra di accerchiamento da parte delle ali dello schieramento greco. Per non finire in trappola, i Persiani si ritirano e cercano di raggiungere le navi.

Attori e spettatori.

 Sul campo, a Maratona, dice Erodoto,  i Persiani schierarono 30.000 uomini ed ebbero 6400 caduti; gli Ateniesi  11.000 e  solo 192 caduti,  fra i quali anche l’arconte polemarco Callìmaco.   Gli Spartani, finito il periodo sacro, arrivarono a cose fatte  in Attica,  vollero vedere i cadaveri dei nemici, si complimentarono con gli Ateniesi e se  ne tornarono in Laconia.

Le dimensioni di un complotto.
Erodoto parla, a un certo punto, di notabili persiani messi a morte. Istieo aveva inviato loro  delle lettere. I servizi segreti di Dario le intercettarono, ma fecero in modo che fossero recapitate ugualmente  ai destinatari. Che, subito dopo averle ricevute , furono arrestati e giustiziati. Dunque, il complotto, in Ionia, era più vasto del previsto e toccava la corte stessa. Istieo se la cavò- anche se giudicò più prudente  lasciare Susa- perché  godeva del favore di Dario. Era stato lui  a consigliare al re  di non tagliare il ponte sull’Istro( il Danubio), al tempo della spedizione contro gli Sciti( 512 a.c.). Ridotto a mal partito, Dario riuscì a cavarsela grazie proprio  a quel ponte. Non se lo dimenticò.

 Caso o intenzione?

La battaglia di Maratona – è stato affermato- andò come andò più per caso che per un piano preparato e studiato in precedenza. Difficile darlo per certo, difficile smentirlo. Quell’attacco di corsa, però, su distanze mai verificatesi prima  e sul quale insiste Erodoto,  non fu certo un evento casuale.  E ha un suo significato. Ci dice, per esempio , proprio perché insolito,  che  qualcosa gli strateghi greci avevano studiato e pensato.   Di correre per  giocare d’anticipo sulla tattica persiana di far piovere migliaia di frecce e di giavellotti sul nemico in avanzata, ad esempio. O di correre per sfondare rapidamente , ritardando o rendendo nullo l’ eventuale intervento della cavalleria. L’accerchiamento dei Persiani ad opera degli opliti ateniesi,  infine, forse fu determinato più dalle circostanze che da un piano vero  e proprio. Ma anche saper interpretare  correttamente le circostanze, come quasi sicuramente  fece Milziade quel giorno, non è da tutti. Innegabili, comunque, le somiglianze con la battaglia di Canne, combattuta circa duecentocinquanta anni dopo.

L’altare  e la polvere.

 Milziade( 550-488 a.c) il vincitore di Maratona, era figlio di Cimone, più volte trionfatore   olimpico( corsa con i cavalli),  fatto uccidere dai figli di  Pisistrato. Aveva governato in odore di tirannia  la regione del Chersoneso tracico,  aveva sposato la  figlia del re dei Traci,   era scampato a stento  ai pirati fenici( suo figlio, catturato da quegli stessi pirati, fu portato al cospetto di Dario ed ottenne da lui, anziché la morte, onori ,  rispetto e averi); era stato accusato, una volta tornato in patria, di avere instaurato la tirannia nel Chersoneso, ma era stato  assolto e nominato stratego per volontà del popolo.
Dopo Maratona, condusse  alcune imprese poco chiare. Sfruttò la popolarità acquisita  per farsi assegnare una flotta con la quale mosse alla volta dell’isola di Paro. Ufficialmente per punire gli abitanti dell’isola, considerati filo-persiani; in realtà, dice Erodoto, per vendicarsi di un’offesa personale. I Parii , per niente intimoriti dalla fama di Milziade,  resistettero. Durante questa campagna  Milziade  cadde malamente procurandosi, in circostanze quasi sacrileghe( stava violando un tempio..),  una ferita – chi dice una frattura  al femore, chi una lesione  alla coscia. Andata  in suppurazione, quella ferita  lo porterà alla morte. Prima di morire, tuttavia, fu messo sotto processo ad Atene  per l’impresa di Paro: fu assolto, ma fu condannato a pagare una multa. Morì prima di pagarla : fu suo figlio Cimone  a estinguere il debito del padre  verso la giustizia.
Un’altra versione vuole Milziade morto in carcere.

La morte di Milziade. Dipinto di Jaen-Francois- Peyron(1744-1814). Parigi Museo del Louvre.

La lancia e l’arco.

Probabilmente , a Maratona, fra le file persiane  c’erano degli opliti. Forse  greci, sicuramente mercenari. I  Persiani, in genere, se si esclude il corpo scelto degli Immortali,  non indossavano  corazza e  combattevano facendo affidamento  su tre fattori: il numero, la cavalleria e gli arcieri.
Rispetto ai Greci, i Persiani , durante l’intero periodo delle guerre che da loro prendono il nome ,  furono sempre in superiorità numerica e sempre le buscarono di brutto. La temuta  cavalleria persiana  a Maratona non si fece vedere . Probabilmente, come si è detto,   era stata imbarcata per essere spedita via mare ad Atene  e non ebbe il tempo di intervenire.
Gli arcieri, infine. Erano abili,  niente da dire. Abili, terribilmente precisi  e protetti da una barriera di scudi. Ma la falange, avanzando disposta a testuggine, era in grado di limitarne gli effetti. Questo successe alle Termopili. A  Maratona, però, le cose andarono diversamente: anziché assumere una formazione chiusa e compatta, gli opliti greci  accelerarono il passo- corsero probabilmente- cercando di battere gli arcieri sul tempo o, comunque, di ridurne la frequenza di lancio.
Erodoto conferma la presenza di opliti fra le file persiane a Maratona. Un  guerriero barbuto e gigantesco  assale gli Ateniesi, uccidendone alcuni e rendendo cieco, senza neppure sfiorarlo, il testimone  della visione. Chi  o che cosa è   quel gigantesco combattente , per  Erodoto? E’ la personificazione  della potenza  di  tutti gli opliti  greci ostili ad Atene presenti sul campo di Maratona quel 21 settembre del 490 a.c. oppure  un Immortale, cioè un componente di quel gruppo scelto destinato alla guardia personale del Re dei re?  Le fonti antiche, tra le quali lo stesso Erodoto,  non parlano, però, esplicitamente  di Immortali presenti a Maratona.  Per quanto riguarda gli Immortali, si rimanda alla descrizione della battaglia delle Termopili.

Ritratto ( in poche  righe ) di un tiranno.

Sigmund  Freud analizzerà, quando parlerà del complesso di Edipo, anche il sogno di Ippia raccontato da Erodoto.  Figlio di Pisistrato , Ippia fu tiranno di Atene dal 528 circa al 510, prima con il fratello Ipparco, poi , alla morte- violenta-   di quest’ultimo, da solo. Di orientamento filo-persiano, fu cacciato per iniziativa degli Alcmeonidi, potente famiglia ateniese, aiutati dagli Spartani. Lasciata Atene, si rifugiò nel Sigeo, in Asia, dove fu tributario del re di Persia.  Seguì , come abbiamo visto, l’esercito persiano nella campagna contro gli Ateniesi e cadde probabilmente a Maratona.

Una regione inquieta.

La Ionia si estendeva lungo le coste occidentali dell’Asia Minore ed era abitata, fin dall’undicesimo secolo a.c.,  da popolazioni greche di origine ionica, arrivate qui, secondo la leggenda, dall’Attica al seguito dei figli del mitico re Codro, Neleo e Androclo, in realtà da più parti.
La ribellione della Ionia ebbe  inizio intorno al 500 a.c.  e fu caratterizzata da  un andamento altalenante. Gli inizi furono  favorevoli ai ribelli, giunti addirittura,  come abbiamo visto, a incendiare l’importante città di Sardi , ma si concluse, nel 494,  con la repressione persiana. Sorte drammatica toccò agli abitanti di Chio, valorosissimi combattenti durante la battaglia di Lade ( la battaglia navale precedente la caduta di Mileto). Dopo aver  affondato  molte imbarcazioni  nemiche, abbandonarono il campo di battaglia e si diressero a Micale, dove  trassero in secco le navi e proseguirono a piedi verso l’interno, nel territorio di Efeso. Gli Efesini li scambiarono per predoni e li massacrarono tutti

 La gloria  delle armi, la gloria della poesia.

A Maratona, fra gli opliti ateniesi  c’era un personaggio d’eccezione: Eschilo(525 o 524- 456 o 455 a.c). Il grande tragediografo, quel giorno, oplita fra gli opliti,  si lanciò, come tutti,  di corsa contro i Persiani  e   si batté  con valore, riportando anche diverse ferite,  per fortuna sua e nostra, non gravi. Combatterà  di nuovo  a Salamina e, forse, anche a Platea. Sulla sua tomba, volle fossero  incise queste parole:

Qui giace Eschilo figlio di Euforione, ateniese;
questo monumento lo copre; morì nella fertile Gela,
ma la gloria del suo valore la radura di Maratona può raccontare
e il Medo dalla lunghe chiome, che ben la conosce. 

Insomma, Eschilo ci teneva di più ad essere ricordato come soldato  che come autore di versi splendidi e immortali.

A Maratona combatté anche un  fratello del poeta, Cinegiro. Quando, inseguendo i nemici  in rotta, Ateniesi e Plateesi raggiunsero le navi persiane, Cinegiro si aggrappò alla murata di una di esse, cercando , insieme ad altri, di trascinarla via. Quando ebbe entrambe le mani recise di netto da un colpo di spada, continuò a farlo con…..i denti. Almeno così racconta Erodoto. Ma anche altre fonti parlano del coraggio di Cinegiro durante la battaglia di Maratona.

Da leggere:

Erodoto, Storie, libro VI
Frediani , Andrea,  Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton, 2005
Holland, Tom, Fuoco persiano: il primo grande scontro fra Oriente e Occidente, Il Saggiatore, 2007
Murray, Oswyn, La Grecia delle origini, Il Mulino, 1983
Plutarco, Vita di Milziade,  Utet.

In questo sito:
 
La lepre e la giumenta.
Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
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Il muro di legno.
La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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La resa dei conti.
Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
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Per qualche dàrico in più.
401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
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I dipinti che compaiono nell’articolo sono tratti dal seguente sito web:http://www.summagallicana.it/…/Milziade%20il%20Giovane.htm

Indirizzo completo del sito dal quale è stata tratta la cartina:  http://www.arsbellica.it/pagine/antica/…/Maratona.html


Storia greca

11/02/2011

 

I giorni della terra e dell’acqua.
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La lepre e la giumenta.
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Il muro di legno.
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