Il prezzo della gloria

29/11/2011

solferino

Prologo

E’ il 24 giugno 1859, venerdì, giorno dedicato alla Natività di San Giovanni Battista. La giornata si preannuncia bella. Bella e terribile.  Le basse colline moreniche ai margini della pianura si stagliano, scure, in lontananza. Vincenzo( nome di fantasia) è veneto. Ha vent’anni, si sente “ italiano”, ma è costretto a indossare l’uniforme dell’esercito austriaco. Non è l’unico. Altri come lui- veneti, lombardi, friulani- indossano la medesima uniforme e, forse, coltivano i medesimi sentimenti.
Al proprio posto nei ranghi, Vincenzo è in marcia verso un villaggio di cui non ha mai sentito parlare prima di allora: San Martino.

Anche l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe è giovane: compirà fra poco ventinove anni. Ha moglie e figli come dirà  alle proprie truppe per animarle in un momento critico, l’eredità militare dell’inarrivabile Radetzky da gestire, la responsabilità di un impero carico di gloria e di storia – ma anche terribilmente irrequieto- sulle proprie spalle, la benevolenza e il favore di gran parte del proprio popolo. Rappresenta un mito, è “il” mito.
Il 24 giugno, anch’ egli è della partita. In prima linea. Insieme a lui ci sono due ufficiali di stato maggiore; poco più indietro si muove un drappello di soldati comandati da un ufficiale sloveno: il luogotenente di fanteria Joseph Trotta. Francesco Giuseppe si fa portare un cannocchiale. E mentre lo punta verso il campo di battaglia di Solferino, un tiratore scelto francese( ironia della sorte, un “ cecchino”[1]) lo inquadra nel mirino del proprio moschetto.

Henry Dunant, trentuno anni, svizzero, si definisce “ turista”. In realtà è in viaggio d’affari. Cerca soldi. Soldi per costruire una rete di canali in Algeria e per trasformare il deserto in un campo coltivato. Napoleone III  potrebbe darglieli. Ma Napoleone III ha lasciato Parigi e si trova adesso in Italia, a Solferino. Ed è lì che  il “ turista” Henry Dunant si sta dirigendo: vuole convincere l’imperatore dei francesi a finanziargli il progetto. Per ingraziarsi il futuro sponsor ha scritto un  libro celebrativo delle glorie d’oltralpe, Napoleone III come Carlo Magno o qualcosa del genere.
Ma non sarà quel libro a farlo conoscere al mondo.

La trappola.

Quella vecchia volpe di Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna, ce l’ha fatta: gli austriaci, spocchiosi e supponenti, hanno ingoiato l’esca con l’amo e tutto. Stufi di provocazioni architettate ad arte, hanno fatto la voce grossa e preteso l’impretendibile( smobilitazione dell’esercito sardo, mobilitato apposta da Cavour) . Hanno varcato il Ticino, dandosi la zappa sui piedi. Varcando il fiume, infatti, hanno obbligato Napoleone III, imperatore dei francesi, a rispettare la parola data a Plombières[2]: se gli austriaci vi aggrediranno, interverremo. E, così,come promesso, migliaia di soldati in giubba blu e pantaloni rossi scendono dalla Francia  in Italia agli ordini dell’imperatore in persona.
Per gli austriaci si fa subito grigia: sconfitti a Magenta[3] e persa Milano, si ritirano verso Mantova con i franco-piemontesi alle calcagna. Napoleone III ha fretta. Ha ricevuto un messaggio da sua moglie, l’imperatrice Eugenia: sbrigati, gli ha scritto l’augusta consorte, i prussiani si stanno muovendo ai confini.  L’esercito alleato, allora, forza i tempi, attraversa  il fiume Chiese e si dirige verso le fortezze del  Quadrilatero.

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E a questo punto va in scena la sagra degli errori. Gli esploratori di entrambe le parti, infatti, non ne azzeccano una neanche a pagarla. Secondo quelli franco-piemontesi, una consistente retroguardia austriaca si trova al di qua del Mincio; secondo gli esploratori austriaci, una grossa avanguardia nemica ha varcato il Chiese. E così gli alleati accelerano verso il Mincio sicuri di fare un solo boccone della retroguardia nemica, mentre gli austriaci, guidati da Francesco Giuseppe in persona stufo della tattica attendista di Gyulai e preoccupato per un presunto sbarco francese in Ancona, si dirigono verso il Chiese, convinti di spazzare via l’avanguardia franco-piemontese e di bloccare il grosso sull’altra riva.  Risultato: i due eserciti praticamente al completo vengono in contatto a metà strada, nella zona dell’Alto Mantovano compresa fra Solferino, San Martino( oggi in provincia di Brescia), Cavriana , Médole, Pozzolengo e Castiglion delle Stiviere. I franco-piemontesi non si aspettano di incontrare gli austriaci in forze e viceversa. Entrambi si trovano, per dirla tutta, impreparati: non ci sono piani specifici, le truppe non marciano in ordine di battaglia e , quando, intorno alle 6 del mattino del 24 giugno, il combattimento inizia, è fatto  di scontri individuali, non di manovre pianificate. Lungo un fronte di una ventina di chilometri si accendono tre battaglie distinte: a nord si combatte a San Martino, al centro a Solferino  e a sud a Médole.

 Lo scontro.

Sul campo ci sono, uomo più uomo meno, circa duecentocinquantamila soldati. Fanteria, cavalleria, artiglieria, genio. Solo a Lipsia, nel 1813, se n’erano visti di più. E solo durante la prima guerra mondiale in Italia  se ne vedranno altrettanti. Fa caldo, gli austriaci occupano alcune posizioni forti ( le alture di San Martino e di Solferino), sono messi meglio in quanto a numero di cannoni, ma peggio in fatto di qualità: i cannoni francesi  hanno l’anima rigata, tirano più lontano e sono più precisi.
A San Martino quattro brigate piemontesi, in blu Savoia, muovono all’attacco delle posizioni austriache del generale Benedek. E tanto è il loro impeto da sembrare all’esterrefatto comandante austriaco non quattro, ma dieci. Vittorio Emanuele, il re, è con loro; Vincenzo, il giovane veneto arruolato contro la propria volontà e i propri sentimenti nelle file austriache, imbraccia il fucile, ma non lo carica. Vincenzo ha deciso: non posso sparare su chi considero mio fratello, per chi si batte per l’Italia: se non posso cadere al suo fianco, cadrò almeno per mano sua. Lo ha scritto su un biglietto, custodito con cura in una tasca della sua candida uniforme.
Al centro,  intorno al villaggio di Solferino, quattro attacchi francesi condotti uno dopo l’altro alla baionetta si infrangono contro la resistenza asburgica. L’anziano feldmaresciallo conte Nugent percepisce il pericolo. Se si va avanti di questo passo, non potremo durare  a lungo, avverte: bisogna urgentemente convogliare truppe  a Solferino per creare una forza di riserva. L’entourage di Francesco Giuseppe, probabilmente, è un covo di  “ rottamatori” ante litteram: conta l’età, non contano le idee. Nugent è vecchio, Gyulai  è vecchio. Ascoltarli? E perché. Esperienza? Intelligenza? Buon senso? Preistoria: oggi contano la foga, l’ardore, il cuore oltre l’ostacolo e fesserie consimili. A Solferino ci aiuterà Bededek, dopo che si sarà sbarazzato dei piemontesi, è la risposta data a Nugent.  Risultato: le riserve non vengono formate, Benedek ha le sue belle gatte da pelare e non può muoversi e  a Solferino il bagno di sangue non si arresta.
A sud, nei dintorni di  Médole, presa dai francesi all’alba del 24 giugno, le truppe del generale Adolphe Niel sono sottoposte, nell’arco dell’intera mattinata, a violenti contrattacchi austriaci sostenuti dal fuoco di artiglieria. I francesi tengono duro, ma patiscono perdite elevate. Come gli austriaci del resto.

L’eroe di Solferino.

Il luogotenente di fanteria Joseph Trotta vede il suo amato imperatore puntare il cannocchiale. Capire e agire sono tutt’uno. Puntare un cannocchiale verso il campo di battaglia è come dire ai cecchini nemici: sono un ufficiale importante, forse un generale. E’ come diventare un bersaglio obbligato, in altre parole. E così, senza neppure rendersene conto, Francesco Giuseppe , afferrato dalle robuste mani del luogotenente Trotta, si trova  sbattuto  a terra, mentre la pallottola destinata al suo augusto cuore fracassa la spalla dell’ufficiale sloveno. Dopo la guerra, guarito dalla ferita, il luogotenente Trotta sarà promosso capitano, nominato barone ( di Sipolije, suo luogo natale), insignito dell’Ordine di Maria Teresa e celebrato in tutto l’Impero come l’ “eroe di Solferino”.
Lui avrà qualcosa da ridire[4].

O la va o la spacca.

Napoleone III sul campo di battaglia di Solferino.

A Solferino la situazione non si sblocca: i francesi attaccano, gli austriaci resistono. Forse con il pensiero ai prussiani minacciosi ai confini dell’Alsazia e della Lorena, Napoleone III, determinato a chiudere la partita alla svelta, decide di giocarsi l’asso. Più previdente del collega avversario, ha tenuto di riserva le brigate della Guardia, le “teste di cuoio” di quei tempi. Il generale d’Hilliers storce il naso: ci giochiamo tutto in un’unica mossa: e se va male? Certo, può andare male, risponde l’imperatore. Ma è  lì, su quella collina, attorno al cimitero, nei pressi della torre, è lì  che si trova la chiave di tutto. Napoleone III ha ragione. Sopraffatti dalla  Guardia, impossibilitati a ricevere rinforzi perché non esistono riserve, i difensori di Solferino abbandonano le posizioni e iniziano il ripiegamento verso il Mincio. Sono le due del pomeriggio.

A San Martino si combatte duramente, a Médole la battaglia non è finita. Niel, però, ha ricevuto rinforzi e può cominciare a premere sul nemico in direzione di Guidizzolo. Intorno alle cinque del pomeriggio si scatena un violento temporale, le ostilità si interrompono per un’ora circa e i soldati possono rifiatare. Quando i combattimenti riprendono, Vittorio Emanuele autorizza i propri soldati a liberarsi dello zaino prima dell’attacco finale e, a scanso di equivoci,  tuona in dialetto piemontese:“ O prendiamo San Martino o facciamo san martino[5]”. I piemontesi prendono San Martino, ma solo perché Benedek ha ricevuto l’ordine di abbandonare la posizione per proteggere la ritirata del grosso verso Mantova.  Quando i granatieri di Sardegna raggiungono le posizioni prima occupate dal nemico, trovano  il corpo esanime di Vincenzo. Sul suo volto un leggero sorriso. Quando gli frugano nelle tasche, trovano il biglietto: Vincenzo viene spogliato dell’odiata uniforme austriaca e sepolto insieme agli altri caduti “italiani”[6].
Qualche giorno più tardi, Napoleone III, scosso alla vista di tanta carneficina, ma più verosimilmente preoccupato per i movimenti prussiani ai confini di casa propria, firmerà in tutta fretta un armistizio con gli austriaci, riceverà la Lombardia( meno Mantova) e la girerà a Vittorio Emanuele. Cavour presenterà le dimissioni.

Epilogo.

Il “ turista” Henry Dunant arriva sui luoghi dello scontro il 24 giugno, sul far della sera. Una battaglia è finita, un’altra sta per cominciare. Migliaia di feriti giacciono sui campi di Solferino, di Médole, di San Martino, di Madonna della Scoperta; numerosi altri in grado di camminare vagano senza una meta nei dintorni. I servizi sanitari militari – quando esistono- sono organizzati malissimo e vanno subito in tilt.  La popolazione del luogo si mobilita. Le donne sono le prime  a farlo. Non guardano al colore delle uniformi, guardano al dolore e alla sofferenza di chi le indossa. Assistono tanto i francesi, quanto gli austriaci. La loro parola d’ordine è : “ Siamo tutti fratelli”.
A Castiglion delle Stiviere si istituisce un primo punto di raccolta, si preparano bende, filacce, ricoveri. Dunant si prodiga, organizza, consiglia. Nei giorni successivi, altri punti di raccolta vengono istituiti a Cavriana, a Médole, a San Martino. A poco a poco la rete si allarga. Brescia ne diventa il centro principale. I feriti vengono curati, rifocillati, assistiti. Non tutti, però, ce la fanno. Tropo tempo è passato, troppe ferite sono andate prima  in suppurazione e poi in cancrena, troppi arti devono essere amputati.
Perché, si chiede Dunant, perché? E in nome di che cosa? In nome della gloria?  “ La gloria? Visitate qualche ospedale lombardo  e vedrete che prezzo si paga per ottenerla “, scrive nel suo libro più famoso, Un ricordo di Solferino, pubblicato nel 1862.
Due  anni dopo, a Ginevra,  anche per merito e per iniziativa del ” turista” Henry  Dunant , nasce la Croce Rossa Internazionale.

Da leggere:

Elizabeth Barret Browning, The forced recruit *
Costantino Cipolla, Il crinale dei crinali. La battaglia di Solferino e San Martino, F.Angeli, 2009
Massimo Marocchi Il racconto della seconda guerra di indipendenza attraverso le memorie e le lettere, 2007
Stelio Martelli, La battaglia di Solferino e San Martino,  Varesina 1971
Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962
Joseph Roth, La Marcia di Radetzky, Longanesi, 1975

Su questo sito, chi vuole può leggere anche:

Draghi e salamandre ( Lissa, 1866).
Dove gli austriaci parlano il dialetto veneto e gli italiani non si capiscono fra di loro.
Leggi l’articolo

L’ombrello rosso, l’ombrello nero.
Adua 1896: “sciupìo di eroismo senza successo”?
Clicca qui per leggere l’articolo

Una descrizione particolareggiata della battaglia si trova sul sito curato da Nicola Zotti al seguente indirizzo: http://www.warfare.itcampi di battaglia d’Italia

Per chi mastica l’inglese meglio di quanto non lo mastichi io, ecco il testo della poesia di Elizabeth Barrett Browning. Di questa poesia non sono riuscito a trovare alcuna traduzione e non sarò certo io ad azzardarne una. Ma se qualcuno lo facesse, il suo contributo sarebbe bene accetto.

* The Forced Recruit

In the ranks of the Austrian you found him,
He died with his face to you all;
Yet bury him here where around him
You honour your bravest that fall.

Venetian, fair-featured and slender,
He lies shot to death in his youth,
With a smile on his lips, over-tender
For any mere soldier’s dead mouth.

No stranger, and yet not a traitor,
Though alien the cloth on his breast;
Underneath it how seldom a greater
Young heart has a shot sent to rest!

By your enemy tortured and goaded
To march with them, stand in their file,
His musket, see, never was loaded,
He facing your guns with that smile!

As orphans yearn on to their mothers,
He yearned to your patriot bands;—
“Let me die for our Italy, brothers,
If not in your ranks, by your hands!”

“Aim straightly, fire steady, spare me
A ball in the body which may
Deliver my heart here, and tear me
This badge of the Austrian away!”

So thought he, so died he this morning.
What then? many others have died.
Ay, but easy for men to die scorning
The death-stroke, who fought side by side—

One tricolor floating above them;
Struck down ‘mid triumphant acclaims
Of an Italy rescued to love them
And blazon the brass with their names.

But he, without witness or honour,
There, shamed in his country’s regard,
With the tyrants who march in upon her,
Died faithful and passive—’twas hard.

‘Twas sublime. In a cruel restriction
Cut off from the guerdon of sons,
With most filial obedience, conviction,
His soul kissed the lips of her guns.

That moves you? Nay, grudge not to show it,
While digging a grave for him here:
The others who died, says your poet,
Have glory,—let him have a tear.


[1] Da “ Cecco Beppe”, nomignolo con il quale in Italia era chiamato l’imperatore Francesco Giuseppe.

[2] Località termale nei Vosgi francesi dove nel 1858 furono stipulati gli accordi  fra Napoleone III e Cavour. In base al tali accordi, Napoleone III si impegnava a intervenire a fianco del regno sabaudo nel caso in cui quest’ultimo fosse attaccato dagli austriaci.

[3] Il colore omonimo, creato nel 1859, si chiama così proprio per ricordare la vittoria riportata dal maresciallo Mac Mahon a Magenta il 4 giugno di quell’anno.

[4] Naturalmente non ci fu alcun “eroe di Solferino”, quel giorno. O , per meglio dire, ce ne furono  migliaia. Francesco Giuseppe seguì la battaglia dalle retrovie,  a Volta Mantovana all’inizio e, più tardi, a Cavriana. Nessun luogotenente sloveno gli salvò, dunque, la vita. L’episodio è frutto di fantasia. Ma di una fantasia “ d’autore”. Lo scrittore Joseph Roth(1894-1939) apre  infatti il suo romanzo più noto,  La Marcia di Radetzky( 1932), con la battaglia di Solferino e con l’atto di coraggio e di abnegazione del luogotenente Trotta, futuro testimone, insieme ai propri discendenti, della fine di un mondo, di un impero e, soprattutto, di  una concezione di vita.

[5] Fioeui, o i piuma San Martin o i auti an fa fé San Martin a nui!Fare san martino significava allora – e in alcuni luoghi significa anche oggi- fare trasloco, fare fagotto. Fino a qualche tempo fa, infatti ( e, forse, ancora oggi)l’11 novembre di ogni anno, giorno di San Martino, venivano a scadenza i contratti agricoli. Coloro ai quali il contratto non veniva rinnovato dovevano abbandonare casa e campi e cercarsi un’altra sistemazione. Di qui l’espressione “ fare san martino”.

[6] Vincenzo è vero a metà. Dopo la battaglia di Magenta( 4 giugno 1959) un giornale dell’epoca riportò la notizia di soldati  arruolati nei domini “italiani” dell’Impero asburgico caduti sul campo senza aver sparato un solo colpo. In tasca ad alcuni di essi furono trovati , sempre secondo il giornale, bigliettini o lettere in cui venivano spiegati i motivi  di un tale gesto. Questa notizia ispirò probabilmente la poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning(1806-1861) quando compose(1860), spostando la scena da Magenta a Solferino, la  poesia “ The forced recruit “ ( La recluta arruolata a  forza, la recluta arruolata contro la propria volontà). Il Vincenzo della nostra storia non è , dunque, un personaggio reale, ma scende in battaglia direttamente dai versi  della poetessa inglese.

uafirenze.wordpress.com
Le immagini di Francesco Giuseppe, di Henry Dunant e di Napoleone III sono tratte da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

In apertura: primi soccorsi ai feriti di Solferino, autore ignoto. Sito web:http://www.swissinfo.chswissinfo.chmultimediaalbum

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Zona Cesarini

04/09/2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prologo.


Napoleone si rigira fra le mani la lettera  del generale Desaix: ho  lasciato l’Egitto in barba agli inglesi e conto di raggiungerti presto, gli scrive.  Il Primo Console accoglie con gioia quella notizia:  Desaix è un buon soldato, svelto, deciso, determinato. Forse anche fortunato, il che non guasta.   Chiama uno dei suoi  segretari  e detta la risposta: ti aspetto, affrèttati a raggiungermi. Gli dà appuntamento a Ivrea, in Italia.
E’ il  13 maggio . Mancano un mese e un giorno alla battaglia di  Marengo.

 

L’entrata in scena.

Nella chiesa di  Sant’Andrea della Valle, a  Roma, il pittore Mario  Cavaradossi è all’opera. Lavora a un quadro di argomento sacro. La donna del ritratto – Maria Maddalena- non ha gli occhi neri della sua innamorata, la  cantante Floria Tosca –  la Tosca di Puccini-  ma quelli, chiari e intensi, di una bella signora, assidua frequentatrice  della chiesa. L’intensità di quello sguardo lo ha colpito ed egli, da artista consumato, non se lo è lasciato sfuggire. Ma lo hanno colpito anche gli orari insoliti  e  il fare  circospetto della donna . Dovuti a che cosa?
E’ un giorno qualunque, Sant’Andrea della Valle  è deserta. A un certo punto, un’ombra si  avvicina  alla statua della Madonna, fruga  alla base del piedestallo, ne estrae una chiave, apre la porta della cappella e scompare. Più tardi, dopo un colloquio con Tosca e uno con il sagrestano, Cavaradossi, rimasto solo in chiesa, si trova a tu per tu con quell’ombra. Sulle prime non lo riconosce, poi capisce di avere davanti Cesare Angelotti, il console della  Repubblica Romana, annichilita, anzi spenta,  dalle forze reazionarie impersonate dal perfido capo della polizia, il  barone Scarpia. Angelotti è evaso di prigione, la sorella gli ha procurato dei vestiti- vestiti da donna- e glieli ha nascosti nella cappella di quella chiesa,  perché, indossandoli, riesca a uscire indisturbato  da Roma e a far perdere le proprie tracce. Ecco spiegati il fare  circospetto e gli orari insoliti della misteriosa signora  dagli occhi azzurri.
Tuona  un colpo di cannone: la fuga di Angelotti è stata scoperta. Cavaradossi si offre di aiutare l’evaso e gli indica  come raggiungere la propria  villa fuori Roma, dove, semmai ce ne fosse bisogno, un pozzo profondo può fungere da ottimo nascondiglio. La villa è fuori mano: per raggiungerla non serve indossare abiti femminili. 

Il cannone tuona anche più  a nord,  nei dintorni di Marengo. E Napoleone Bonaparte, Primo Console dei francesi, è nei guai. Anche lui ha bisogno di aiuto. Chi sarà il suo Cavaradossi?

Un passo indietro.

Appena nominato Primo Console, Napoleone  si adopera per  ottenere  una pace  duratura con Austria e Gran Bretagna. Ne ha bisogno. C’è un esercito da ricostruire, la Vandea da pacificare, l’opinione pubblica, stanca di guerra, da tenere a bada.  Non è un’impresa  facile, però. L’Austria si è ripresa quasi tutta  l’Italia del Nord  e non ha alcuna intenzione di ritornare alle condizioni di Campoformio; la Gran Bretagna non si fida delle promesse francesi, soprattutto  se la Repubblica  si ostina a restare  armi e bagagli in Belgio e in Olanda. Si discute, si discute e non si conclude niente.
Napoleone  non ci mette molto a capire: si perde tempo.  Una volta fallite le trattative, dichiara in pubblico e fa scrivere sui giornali francesi, più o meno questo: è colpa mia?  è colpa nostra? Noi ci abbiamo provato, abbiamo fatto il possibile, ma non siamo stati ascoltati.  No, non è colpa mia, non è colpa nostra se, ancora una volta, dovremo combattere. Perché combatteremo, non c’è altra  scelta. Combatteremo e vinceremo. Bombardata da dichiarazioni e proclami, l’opinione pubblica francese, anche se  stanca di guerre, si convince: ancora uno sforzo, ancora  un ultimo sforzo e, finalmente, avremo la  tanto  desiderata pace.
Mentre tratta, Napoleone  non se ne sta  con le mani in mano. Manda  uno dei suoi generali più fidati, Brune, a metter fine al movimento realista in  Vandea; riunisce  le Armate del Reno e del Danubio, originariamente  separate, in un’unica forza di quasi centoventimila uomini; porta  a quarantamila gli effettivi  dell’Armata d’Italia  di stanza in Liguria al comando del generale Massena; dà  vita a un’Armata di Riserva, acquartierata nelle vicinanze di Digione e in grado di dirigersi alla svelta, in caso di necessità,  sia verso Nord , sia verso Sud.  Riorganizza le forze a sua disposizione sulla base del Corpo d’Armata, un’unità in grado di muoversi e di agire autonomamente, dotata di artiglieria, fanteria, cavalleria, genio  sussistenza e di uno stato maggiore propri . Una  sorta di armata in miniatura, insomma. Terribilmente efficace.
Per gli austriaci l’Armata di Riserva è un’accozzaglia di reclute inesperte, avanzi di galera, vandeani amnistiati; per il generale Berthier, chiamato a comandarla, una  specie di seccatura. Per i primi quell’armata è poca roba; per il secondo , abituato alle comodità dello Stato Maggiore, una rogna  di cui farebbe volentieri a meno. E Napoleone? Napoleone, sotto sotto,  se la ride:  sottovalutatemi, sottovalutatemi pure, presto ne vedrete delle belle.

Italia o Germania?

Mentre si dedica a riorganizzare l’esercito, Napoleone  non trascura di preparare piani di guerra. Il problema è: attaccare in Germania o scendere in Italia?  Un’opzione  vale l’altra. Con questa differenza: se si sceglie la Germania, la via verso Vienna è più breve e, tutto sommato, più agevole. I francesi controllano la Svizzera: sarà quello il perno attorno al quale ruotare, sia che si voglia  dare addosso al generale Kray nella zona della Foresta Nera e dell’Alto Danubio, sia che si voglia  dare addosso al generale barone Michael  von Melas nell’Italia settentrionale.
La prima scelta di Napoleone  è naturalmente  la Germania, ma il generale Moreau , comandante del fronte del  Reno, non ci sta. La manovra ideata dal Primo Console  gli sembra troppo ambiziosa  e troppo rischiosa: meglio, molto meglio,  volare basso. Napoleone prova a convincerlo, ma non c’è verso di fargli cambiare idea. Moreau è una specie di mostro sacro, troppo potente per sperare di averne ragione. Per il momento, almeno.  E, così, non resta che cedere. Con lui,  Napoleone usa il turibolo, esagerando con l’incenso: “ Scambierei volentieri la mia porpora consolare con una spallina  da brigadiere sotto il vostro comando”, gli scrive. Nello stesso tempo, però, senza dirglielo, prepara  la rivincita. Non ti vuoi muovere sul  Reno? Mi muoverò io in Italia.

Il  piano è semplice:  Massena, a Genova, avrebbe fatto da esca; l’Armata di Riserva , valicate le Alpi, si sarebbe portata alle spalle degli austriaci. Il vecchio von Melas , una volta  tagliato fuori dalla proprie vie di comunicazione,  sarebbe stato costretto ad accettare il combattimento.  E Moreau? Moreau avrebbe dovuto tenere Kray alla larga dall’Italia e, raggiunto lo scopo,  rilasciare una divisione- gli esperti soldati del generale Lecourbe-  a sostegno di Berthier  in Pianura Padana. Ma Moreau è fatto a modo suo: rispetterà i  piani o non cercherà di trattenere presso di sé Lecourbe e i suoi? Meglio stare sul sicuro, non si sa mai. E così, Napoleone porta le forze a disposizione di un sempre più teso e nervoso Berthier a sessantamila uomini. E fa bene, perché , una volta iniziate le ostilità, Moreau respinto Kray verso Ulm, dapprima tergiverserà , poi si terrà  Lecourbe e manderà a Napoleone una forza raccogliticcia, al comando del generale Moncey.

Lo si diceva vecchio e lento, il generale von Melas. Vecchio forse sì, lento proprio no. Infatti, mentre Napoleone prepara l’invasione, l’anziano  barone gioca d’anticipo e punta dritto su  Genova.  Una volta presa la città ligure, conta  di raggiungere e di assediare Tolone con l’appoggio della flotta inglese. Il tempo gioca a sfavore di Napoleone, ancora alle prese con la mobilitazione: Genova deve resistere ad ogni costo. E Genova, assediata  con forze ingenti dal generale Ott , resiste. Napoleone scrive a Massena, i cui capelli si stanno precocemente ingrigendo per la tensione  e i cui uomini  hanno poco da mangiare,  di tenere duro almeno fino al 4  giugno.

Sulle Alpi

Il tempo incalza. Bisogna sbrigarsi, dunque. Per scendere in Italia, per prima cosa, ci sono da valicare le Alpi. Come aveva fatto Annibale, parecchi secoli  prima. Usando l’aceto per frantumare le rocce messe di traverso sui sentieri, ricordate? E di aceto c’è ancora bisogno, secondo il generale Marescot : non per  frantumare le rocce, questa volta ( per quelle bastano le cariche esplosive, ignote ad Annibale), ma per  rimettere in sesto gli stomaci dei soldati sconquassati dall’ingestione di neve fresca. L’aceto come medicina, insomma.
E le valanghe? Marciate di notte, alla luce della luna o nelle prime ore del mattino, è il consiglio.  Se proprio non vi potete fermare, sparate qualche colpo di fucile in prossimità dei punti pericolosi, in modo da procurare la caduta di neve fresca prima di finirci sotto. E come far passare i cannoni?  Semplice, secondo l’ingegnoso  e abile  generale Marmont  responsabile dell’artiglieria. Prendete tronchi  d’albero, scavateli , metteteci dentro un cannone e trascinate quella slitta improvvisata su per i sentieri alpini: ogni cannone, cento uomini. Oppure, smontate i pezzi e fateli rotolare   su  delle specie di rulli. 

Ottimi consigli, ottimi accorgimenti. Ma dove passare? Dappertutto, decide Napoleone. Il grosso dell’Armata di Riserva valicherà il   Gran San Bernardo;  contingenti ridotti si inerpicheranno lungo il   Sempione, il  Monceniso, il   Piccolo San Bernardo . Il concetto è questo:  disperdi le tue forze e il nemico non saprà dove vuoi portare il colpo principale.  Napoleone? No, Gengis Khan.
Se disperdi le tue forze, però, corri  un grosso rischio: se il nemico mangia la foglia e ti aspetta all’uscita  del passo  scelto dal gruppo principale, puoi perdere la partita prima ancora di cominciare a giocare. Ma Melas non mangia la foglia o non vuole farlo  e continua  a premere  su Genova. Napoleone, invece, una volta varcate le Alpi,  ha in mente di puntare su Stradella  – situata a metà strada fra Piacenza e Alessandria –  occuparla  e interrompere così le comunicazione di  Melas con Mantova  e l’Austria. Poi si vedrà. 

A dire il vero, lui un’idea per il dopo ce l’ha già.  Tempo prima, consultando le carte insieme al cartografo  dell’Armata, aveva preso uno spillo e , piantatolo sul nome del villaggio di San Giuliano, aveva esclamato: “ Ecco dove  sconfiggerò il nemico”.
San Giuliano si trova a un tiro di schioppo da Marengo.

Il 15 maggio il grosso  dell’Armata di Riserva  comincia  a inerpicarsi lungo i sentieri del Gran San Bernardo, preceduto dall’avanguardia del  giovane e brillante generale Lannes, partito il giorno prima.  Si fa fatica,  ma si sale senza grossi intoppi. Lannes prende Aosta , prosegue, si congiunge con il collega  Chabran sceso dal Piccolo san Bernardo e sconfigge gli austriaci a Chatillon. Ma quando raggiunge la fortezza di Bard cominciano i guai.  Il forte resiste e Lannes, per non perdere tempo, deve lasciarselo alle spalle. Gli uomini possono farlo, sfilando, col favore del  buio,  lungo le  mulattiere ai lati del forte, i cannoni no. Berthier si ferma a dieci chilometri dalla fortezza per decidere il da farsi. E’ un momento critico: l ’ Amata di Riserva  è imballata e vulnerabile, ma Melas non sa o non vuole approfittarne.

Bisogna  tentare di far passare i cannoni con il favore delle tenebre. Dopo due tentativi andati a vuoto, quattro cannoni e due mortai passano oltre Bard. Sei bocche da fuoco  non sono molte, ma sono sempre meglio di niente. Mentre le divisioni dell’Armata di Riserva aggirano il forte e proseguono, il generale Chabran si ferma per assediare Bard. Lannes , nel frattempo, ha occupato Ivrea.

Il 25 maggio l’Armata di Riserva è in Italia, alle soglie della Pianura Padana . A nord,  Moreau  ci ha messo un po’ a cominciare, ma poi ha ricacciato Kray  oltre Ulm; Moncey è in arrivo dalla Svizzera;  Genova resiste ancora. Bisogna battere il ferro fin che è caldo. Napoleone decide dunque  di mantenere l’iniziativa . Ha ancora pochi cannoni  e teme di dover pagare dazio a Melas: così non si dirige né verso  Torino né  verso   Genova assediata  , ma  punta dritto  su Milano per portarsi alle spalle del vecchio barone. Per confondere le acque, tuttavia, manda Lannes a occupare Chivasso, come se la sua vera intenzione fosse quella di dirigersi verso Torino. Scrive alla moglie Giuseppina: “ Il nemico è in confusione totale  e non ci capisce niente.” Il 2 giugno Napoleone entra in Milano, accolto come un  trionfatore, ma anche da strani volantini, diffusi dagli austriaci,  dove i suoi  soldati vengono ridicolizzati e ridotti ad Armata Brancaleone.  La fanteria? Vecchietti stampellati e giovani imberbi. La cavalleria? Uomini in sella a focosi asinelli. L’artiglieria? Due spingarde. Napoleone, di solito permalosissimo, questa volta  ci ride su .

Due giorni dopo, però, Genova cade. Massena ha tenuto duro fino al 4  giugno, come gli era stato ordinato, ma, alla fine, ha dovuto cedere e negoziare la propria ritirata oltre il fiume Varo.  Napoleone lo viene a sapere l’8, quando i suoi intercettano un messaggio di  Melas a Vienna  e ci resta di stucco. “ Non capite il tedesco”, sibila al suo segretario  Bourrienne , poi si convince. La notizia ha il potere di fargli andare di traverso i successi dei giorni precedenti: la resa della fortezza di Bard ( il 5)  e la presa di Piacenza( il 7)  da parte di Murat. La resa di  Bard  gli ha messo a disposizione l’intera artiglieria; la presa di Piacenza lo ha portato  a un passo da Stradella,  la chiave delle comunicazioni di Melas.  Ingrato nei confronti del  valoroso  Massena,  Napoleone  scriverà nelle proprie memorie: “ La perdita di Genova fu prematura.”  

La trappola

La caduta di Genova scombussola  i piani di Napoleone. Le carte buone adesso le ha Melas:  può   congiungersi con le forze assedianti del generale  Ott ,  puntare su Tolone , occupare la riva sinistra del Po,   fare di Genova il perno per riprendersi  Stradella. O arroccarsi in città aspettando le mosse del nemico.
Napoleone , allora, decide di anticiparlo, puntando su Alessandria dove si trova Melas. Ma è un pasticcio cambiare treno in corsa. Si fa confusione. I rifornimenti giungono in ritardo o non giungono affatto; si individuano luoghi inadatti alla costruzione di ponti; gli ordini vengono inutilmente ripetuti o  annullati subito dopo essere stati impartiti.  Nel giro di ventiquattrore  Lannes riceve almeno quattro ordini, tutti diversi: dirigiti verso Piacenza; no, resta dove sei; spostati un po’ più a ovest di Stradella, no raggiungi Casteggio. L’impetuoso generale non ne può più di girare a vuoto e, così, quando, il 9 giugno,  nei pressi di Montebello  si imbatte negli austriaci di Ott, non ci pensa due volte e attacca  a testa bassa. Potrebbe andargli male, molto male ( Ott ha il doppio delle sue forze) e, invece, gli va bene. Due volte. La prima perché, con la sua azione vittoriosa,  si guadagnerà, anni dopo,  il titolo di Duca di Montebello; la seconda perché induce Melas a fermarsi per raggruppare  le forze, concedendo così cinque giorni di respiro a Napoleone.
Giorni preziosi. Da Pavia, dove Berthier ha sistemato il proprio Quartier Generale,  arrivano finalmente i tanto sospirati cannoni e, con  i cannoni, anche il generale Desaix. Baci e abbracci e subito, per il neo arrivato, il comando di un Corpo d’Armata e l’ordine di dirigersi verso Rivalta e Novi, sulla strada di Alessandria. Perché, secondo Napoleone,  il nemico si sta ritirando .

Si sbaglia. Il vecchio   Melas , infatti,  non ha alcune intenzione di ritirarsi; anzi, è più che mai deciso ad attaccare. E così, quando il 14 mattina se lo trova davanti, Napoleone  è colto di sorpresa. Melas è stato furbo e accorto: ha smantellato  un ponte sulla Bormida, dando l’impressione di voler fare fagotto, ma , non visto,   ne ha fatto gettare uno galleggiante  più lontano. E su quel nuovo  ponte tirato su in fretta e furia  ha fatto  passare i suoi in direzione della testa di ponte austriaca- quella del generale O’Realy- posizionata  sulla riva destra del fiume. Ci ha messo  un po’ per raggiungerla e, solo dopo le nove, il suo attacco, articolato su tre colonne,  ha cominciato  a prendere consistenza.
Le divisioni  francesi dei generali  Gardanne e Chambarlac , investite in pieno ,  tengono duro . La divisione di Watrin, invece, non regge e comincia a ritirarsi; Ott punta deciso verso la località di Castelceriolo, a destra dello schieramento francese, dove Watrin è in difficoltà : se la prende, i francesi corrono il rischio di essere circondati.  Proprio un bel guaio, niente da dire.
A questo punto- ma sono già le undici del mattino-  Napoleone capisce o  , almeno, intuisce il pericolo in cui si trova  e l’errore da lui commesso:  bisogna subito richiamare Desaix. La domanda  è : arriverà in tempo? Napoleone sembra non farsi illusioni:  Desaix è partito da troppo tempo e   prima di sera  non potrà essere di ritorno. E, intanto, verso le due del pomeriggio , gli austriaci hanno respinto i francesi per qualche chilometro e , intorno alle tre, preso Marengo. Sembra ormai che niente possa fermarli. Il  barone Melas, ferito leggermente, lascia il comando delle operazioni al suo capo di stato maggiore, il generale Zach. Il più è stato fatto;  ora  si tratta di incalzare  i francesi in fuga:  può farlo benissimo chiunque.

La notizia si sparge.

Torniamo adesso  nella chiesa di  Sant’Andrea, a Roma.  Il sagrestano, trafelato e quasi fuori dalla grazia di dio, si precipita in chiesa dove poco prima ha lasciato Cavaradossi. Il pittore, dopo l’incontro con Angelotti,  se n’è  andato , ma il sagrestano si procura un altro auditorio per comunicare la notizia appresa.

Tutta qui la cantoria!
Presto !…

Che cosa è accaduto? chiede qualcuno, sorpreso da tanta fretta.   

Nol sapete?

…………

Bonaparte… scellerato…

Bonaparte? Chiedono gli allievi cantori.

Fu spennato, sfracellato,
è piombato a Belzebù!

E’ una balla! Un sogno! rispondono in coro gli allievi. Neanche per idea: è tutto vero. E’ veridica parola. Si faccia festa, dunque;  si ringrazi Dio con solenni Te Deum ; si organizzi una fiaccolata: Tosca canterà  per l’occasione.
Viva Melas!Viva il Re!  

Festìna lente.

Quando parte alla volta di Novi, Desaix non  sembra molto convinto.  Non lo dice a Napoleone, lo tiene per sé, ma sente puzza di bruciato e teme  un tiro mancino  da parte di Melas . Così, sulla via di Novi,  deliberatamente e di propria iniziativa, va piano. Una volta  si ferma per  aspettare un cannone attardato, un’altra per concedere un po’ di riposo agli uomini e ai cavalli, un’altra ancora per cercare di guadare un torrentello: insomma , ogni pretesto è buono per non allontanarsi troppo. Quando, dalle parti di Marengo, sente tuonare il cannone, la sua preoccupazione e i suoi sospetti aumentano. Rallenta ancora di più  la marcia, indeciso sul da farsi. Certo, quei cannoni ne fanno di fracasso! Troppo  per una semplice manovra diversiva. No, qualcosa non va. Si gira sulla sella in direzione dei colpi, sempre più spesso, sempre più  teso. Ha senso continuare ad  andare avanti? Melas è ad Alessandria o si trova nei dintorni di  Marengo? Bisogna scegliere.  Convoca  i suoi ufficiali e impartisce l’ordine: si torna indietro alla maggiore velocità possibile, non importa se l’artiglieria  non terrà il passo.
Detto, fatto: i  suoi uomini  invertono l’ordine di marcia e si precipitano- questa volta è il caso di dirlo- verso Marengo. A un certo punto li raggiunge  un cavaliere coperto di polvere : chiede di Desaix. E’ un aiutante di campo di Napoleone e reca il messaggio del Primo Console: Melas mi  ha attaccato in forze, non c’è tempo da perdere, torna indietro.
Quando Desaix arriva sul campo di battaglia sono le tre del pomeriggio. Se non avesse deliberatamente tirato per le lunghe, non sarebbe mai ritornato così presto. Una riprova? La divisione del generale Lapoype , partita alla stessa ora di  Desaix e   anch’essa avvisata di tornare, si farà viva solo verso sera, a cose fatte.

Gli eventi precipitano.

Torniamo a Roma. Scarpia ha arrestato Cavaradossi. Nell’ufficio di polizia  irrompe il suo tirapiedi   Scarrone,  esclamando, tutto sottosopra:

Eccellenza! Quali nuove!
E Scarpia, accorgendosi che qualcosa non va , chiede :

Che vuol dire quell’aria afflitta?
Replica Scarrone:

Un messaggio di sconfitta…
E  il perfido Scarpia  impaziente:

Che sconfitta? Come ? Dove?

 A Marengo...
è la risposta di  Scarrone.
E Scarpia, sollecitandolo a non perdere tempo:
Tartaruga!
Ed eccola , la ferale notizia:

Bonaparte è vincitor!  

Scarpia lo corregge.

Melàs , vorrai dire

 
E  Scarrone :

No! Melàs è in fuga!

Il povero Cavaradossi non sa trattenersi ed esulta,

Vittoria! Vittoria!
L’alba vindice appar
 Che fa gli empi tremar!
ecc ecc.


Non è finita finché non è finita.

Napoleone non si nasconde dietro un dito. Dice a Desaix : va male, molto male,  Melas mi ha incastrato. Ha preso Marengo e si è incuneato all’interno del mio schieramento. E’ colpa mia:  l’ho sottovalutato o, forse,  sono stato affrettato.  Desaix, al suo fianco, non si scompone: questa battaglia -la prima-  è perduta, dice,  ma  non è tardi per vincerne un’altra. E, voltato il cavallo, si dirige verso i propri soldati.

Marmont, frattanto , ha messo in batteria una ventina di cannoni e ha aperto il fuoco contro la fanteria austriaca.  Desaix , in prima fila, guida i suoi all’attacco e per Zach, certo della vittoria, si fa grigia. Colti di sorpresa, i granatieri in giubba bianca non reggono l’urto: si scompaginano e subiscono il contrattacco francese. Con perfetto tempismo, il giovane Kellerman, figlio del vincitore di Valmy, irrompe alla testa di  quattrocento cavalleggeri sul fianco di Zach e completa l’opera. Un minuto prima o un minuto dopo non sarebbe stato lo stesso. Zach perde la tramontana, è in confusione  e i suoi uomini con lui. Ma come? Non erano vinti i francesi? Risultato: gli austriaci  abbandonano il campo di battaglia e si dirigono in tutta fretta verso Alessandria. Nel giro di un’ora , tutto è cambiato: la seconda battaglia di Marengo è vinta.

E Desaix? E’ stato fra i primi a cadere, colpito in  pieno petto da un colpo di fucile. Napoleone scriverà ai suoi colleghi consoli: “ Sono piombato nel più profondo dolore per l’uomo che più amavo e stimavo”. E  lo storico Thiers, da parte sua: “ La sua morte privò l’esercito di un eccellente generale  e la Francia del suo cittadino più fedele”.

 Epilogo

Dopo la battaglia nacque il mito. L’aver combattuto a Marengo divenne un  motivo d’onore ; Napoleone  si prese un mucchio di meriti, non tutti suoi ; coniò il celebre marengo d’oro;  alimentò persino la leggenda di aver consumato, alla vigilia dello scontro, un improbabile “ pollo alla marengo”; nelle scuderie scalpitava Marengo, il suo cavallo preferito, veloce come il vento, saldo come una roccia. La fama, il potere, la gloria  di Napoleone scaturirono da  una vittoria colta all’ultimo minuto fra San Giuliano e Castelceriolo, in Italia, in una domenica di giugno del 1800. Per merito di altri.  

La successione  degli avvenimenti.

6  aprile 1800, Melas prende Savona. I generali  Massena-  bloccato a Genova con 18.000 uomini- e Soult vengono isolati  dal generale  Suchet, spinto dalla pressione austriaca  verso il fiume Varo.

9 aprile: Napoleone , ignaro della piega presa dagli avvenimenti, scrive a Massena illustrandogli il piano  generale e impartendogli alcune disposizioni al momento in cui l’Armata di  Riserva sarebbe entrata in Italia: coordinare le forze con Berthier, attirare su di sé il nemico per dividerlo, fingere di avere più uomini, annunciare l’arrivo di grandi quantità di rifornimenti ecc.

Terza settimana di aprile: il generale austriaco Ott assedia Genova: ha  24.000 uomini e l’appoggio della flotta inglese; il generale austriaco Elsnitz si prepara a un attacco oltre il Varo. La chiave è Genova: fin che resta in mano francese , la manovra austriaca non può prendere vigore. Genova resiste, anche se i soldati francesi  sono da un pezzo a  mezza razione . Melas concentrato su Genova, non può pensare contemporaneamente alle Alpi.

25 aprile: Moreau comincia  con successo le operazioni sul fronte nord. Tre giorni dopo, il generale austriaco  Kray si ritira verso Ulm, lontano dalla Svizzera, ma Moreau non intende privarsi di Lecourbe e dei suoi uomini, richiesti da Napoleone.

26 aprile: Napoleone porta a  60.000 uomini le forze di Berthier: si aspetta uno sgambetto da parte di Moreau.

Primi di maggio: Napoleone scrive a Massena di resistere a Genova dove, secondo lui, un solo uomo ne vale 20.000-  almeno fino al 4 giugno, comunicandogli nello stesso tempo di essere in marcia con l’Armata di Riserva.

Notte fra il 4  e il 5  maggio: Napoleone parte da Parigi;

8  maggio: Napoleone arriva a Ginevra, si ferma tre giorni e impartisce  disposizioni per il passaggio della Alpi. Moreau non vuole privarsi degli esperti soldati di Lecourbe  e progetta di mandare a Napoleone gli scarti della sua armata sotto il comando di Moncey.

13 maggio:  Napoleone  Riceve una lettera del generale  Desaix: sono tornato dall’Egitto. Risposta: raggiungimi  alla svelta, mi dirigo verso Ivrea.

14 maggio: Lannes, con l’avanguardia, si dirige verso Aosta.

15 maggio: l’Armata di Riserva inizia a valicare le Alpi, lungo il Gran San  Bernardo.  Ci sono da portare oltre i monti 50.000 uomini.

16 maggio: Lannes occupa Aosta; aggira la fortezza di Bard e prosegue.

17 maggio: Berthier si ferma a dieci chilometri da Bard

20 maggio: Napoleone  parte a dorso di mulo per il Gran San Bernardo. Sosta dai monaci; in serata raggiunge Berthier.

22 maggio: Lannes occupa Ivrea

24 maggio:   col favore del buio, due cannoni  vengono fatti passare   davanti alla fortezza di Bard  e raggiungono  le fanterie francesi . Il grosso delle fanterie  di Berthier raggiunge Ivrea.

25 maggio: altri due cannoni  e due mortai eludono  Bard. Napoleone scriverà: se la fortezza fosse riuscita a fermare i cannoni, l’intera campagna sarebbe  stata compromessa.

24-25 maggio: l’Armata è in Italia, Moncey si sta avvicinando dalla Svizzera. Napoleone si dirige su Milano, città  non  lontana da Stradella, località  di primaria importanza lungo le linee di rifornimento di Melas verso Mantova.

28 maggio: Lannes occupa Chivasso, dando l’impressione al nemico che l’esercito francese si stia dirigendo verso Torino.

27 –29 maggio: Napoleone forza l’andatura verso Milano. Scrive alla moglie ( Giuseppina Beauharnais) : “Il nemico è in confusione e non  capisce quello che facciamo”. Le linee di comunicazione francesi  vengono spostate dal Gran San Bernardo al Sempione e al San Gottardo, più sicuri.

29 maggio: Moncey attraversa il San Gottardo.

2 giugno: Napoleone entra in Milano, accolto trionfalmente. Gli austriaci se ne sono  andati prima del suo arrivo, lasciando una piccola guarnigione nel castello, subito assediato da Murat. Ha ancora pochi cannoni.  Si fermerà  una settimana.

2 giugno: Massena inizia le trattative con gli austriaci per l’abbandono della città di Genova: manca il pane e sono scoppiati disordini.

4 giugno: Murat e Boudet partono per Piacenza, al fine di stabilirvi una testa di ponte in vista della marcia su Stradella.

5 giugno: l’avanguardia di Moncey arriva a Milano.

5 giugno: cessa la resistenza della fortezza di Bard: tutti  i cannoni sono ora disponibili.

5 giugno: Massena lascia Genova e si ritira oltre il Varo.

6 giugno: Lannes attraversa il Po a Belgioioso.

7 giugno:  Berthier sposta il QG da Milano ( dove lascia solo una divisione) a Pavia.

7 giugno: Murat attraversa il Po e prende Piacenza. Viene gettato un ponte di barche per consentire alle truppe un secondo passaggio verso Stradella.

8 giugno: Murat intercetta una lettera di Melas al Consiglio Aulico di Vienna : Genova è caduta.

9 giugno: Lannes sconfigge Ott a Montebello

10 giugno: Desaix raggiunge Napoleone.

14 giugno, domenica: Melas passala Bormidae attacca Napoleone. Quest’ultimo è  convinto che il nemico si stia ritirando  verso Alessandria. E’ iniziata la battaglia di Marengo.

14 giugno,  tre del pomeriggio, il ritorno del generale Desaix, cambia le sorti della battaglia, fino  a quel momento decisamente sfavorevoli a Napoleone.

15 giugno: Melas chiede un armistizio.

Da leggere:

David G. Chandler, Le campagne di Napoleone, Rizzoli, Bur, 1994

Giacomo Puccini, Tosca, melodramma eroicomico  in tre atti su libretto di V. Sardou, L. Illica , G. Giacosa.
In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

Parte Seconda
Napoleone abbandona Mosca e Kutusov lo lascia fare.

La spianata della zarina.
Austerlitz 1805: Napoleone fra “lezioni di geografia”, inganni, tranelli  e gioco sporco.
Clicca qui per leggere l’articolo

La legna bagnata
Fabrizio del Dongo, in confusione totale, gioca a  fare il soldato a Waterloo.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

Napoleone valica le Alpi è del pittore Jacques-Louis David. Da pbstoria.it

La cartina della battaglia. Da: http://www.warfare.it

 


L’ombrello rosso, l’ombrello nero

30/08/2011

 

Prologo

Il 1° marzo 1896 cade di domenica. Menelik II, negus neghesti, re dei re, sta assistendo alla messa assieme  ai suoi dignitari, all’imperatrice e alle personalità più importanti. Fuori dalla chiesa, disperso in mille attendamenti, il suo esercito soffre la fame. Parte della cavalleria galla – imprendibile, veloce, micidiale- è stata mandata in giro a razziare viveri e foraggio.
Gli italiani si sono messi sulla sua strada e lui, il re dei re, è incerto.Che cosa deve fare? Attaccare? Ritirarsi in attesa di tempi migliori? Lasciare al nemico la prima mossa? Non è una scelta facile. Guarda l’imperatrice, sa come la pensa: lei vorrebbe attaccare, non dare respiro agli invasori italiani.
Menelik avverte in pieno la gravità del momento: i suoi re, i suoi principi, i suoi feudatari, sua moglie stessa  aspettano un segnale, una decisione e lui sa che da quel segnale, da quella decisione, può dipendere  il proprio destino. E quello dell’Etiopia.
Il re dei re si chiude in raccoglimento, forse prega la Vergine di ispirarlo. China il capo. E in quel momento due colpi di fucile esplodono all’esterno. Baratieri gli ha tolto il peso della decisione. Menelik, impassibile, continua a seguire la messa; i suoi ras, frementi,  si precipitano fuori, impartiscono ordini, urlano disposizioni.
La battaglia di Adua è cominciata.

Equivoci e malintesi.

Equivoci e scelte politiche incerte o approssimative hanno messo Italia e Etiopia l’una di fronte all’altra. Gli equivoci, anzitutto. Ne basta uno, il più clamoroso: il trattato di Uccialli. Firmato nel 1889 grazie ai buoni uffici del conte Pietro Antonelli – mezzo avventuriero, mezzo diplomatico- dovrebbe regolare i rapporti fra i due Paesi. Di fatto  riduce l’Etiopia a una sorta di protettorato italiano. L’articolo 17, infatti, recita più o meno così: nelle questioni internazionali, l’Etiopia deve affidarsi all’Italia( il termine esatto è acconsente che..). Ma nella traduzione in amarico  quel deve diventa   può.
Il premier di allora- l’ex garibaldino Francesco Crispi-  non bada a simili sottigliezze e rende noto quell’articolo a tutte le potenze firmatarie del trattato di Berlino. Il negus sente puzza di bruciato, comincia a pensare di essere stato preso in giro , di aver firmato una porcheria; la regina Taitù sbraita contro i frengi italiani; ras Makonnen, in Italia in missione ufficiale, quando se ne va si lascia dietro un’altra mina vagante: una Convenzione aggiuntiva sulla questione dei confini della colonia.
I confini, secondo equivoco. Noi li vogliamo più avanti  di quanto non stabilisca il trattato: per noi devono arrivare fino al Mareb, in pieno territorio etiopico, nella bellicosa regione del Tigré ( o Tigrai). I tempi del congresso di Berlino( 1878) in cui avevamo orgogliosamente esibito la nostra politica delle “ mani nette” sono solo un ricordo.
E, in effetti, quella politica non era durata  a lungo. Le mani ce le eravamo sporcate alla svelta, prima acquistando la baia di Assab di proprietà della società Rubattino, poi conquistando Massaua e istituendo, infine, la “colonia Eritrea”, chiamata così dal nome latino del Mar Rosso(Mare Erytraeum). Era un territorio infame, ma situato in una buona posizione  per i traffici da e per  Suez, nonché  una finestra aperta sull’immensa Etiopia.
L’Etiopia e gli etiopi, terzo equivoco. Noi la vediamo così: il primo è un Paese irrequieto, feudale, lacerato da lotte intestine; i secondi – gli abissini, come li chiamiamo noi-  nella migliore delle ipotesi, sono selvaggi  e incivili; nella peggiore, cannibali. Dunque, per dirla con  Deng Xiao Ping, la situazione è eccellente: da un lato, possiamo approfittare dei disordini e delle lotte fratricide per imporci; dall’altro, non dobbiamo aver paura di una banda di straccioni.
Ci sfugge una cosa importante:  gli “straccioni” hanno a cuore la propria indipendenza e la propria libertà. E, in più, quegli antipatici dei francesi e quei rompiscatole dei russi sono lì a seminare zizzania, a “consigliare”, a fornire dritte politiche e militari. E casse di Remington nuovi di zecca. E cannoni a tiro rapido Hotchkiss. Senza che il negus si senta zavorrato da alcun trattato.

La politica, adesso. Passato il periodo “storico” dell’approccio all’Africa orientale ( spedizioni scientifiche, geografiche, etnografiche), aiutato  Menelik a salire al potere , istituita la colonia Eritrea,  firmato il famigerato trattato di Uccialli, il problema è : come comportarsi? come consolidare la nostra presenza in quella zona d’Africa? Le soluzioni sono due: dialogare o far parlare i cannoni.
Dialogare significa puntare tutto su Menelik e cercare di ottenere il più possibile con le buone; far parlare i cannoni significa aizzare contro Menelik i ras dissidenti o ribelli o scontenti, gettare un bel po’ di benzina sul fuoco e intervenire al momento giusto con la scusa di spegnere l’incendio. Dialogare significa puntare tutto sui trattati, magari rivedendo quello di Uccialli; dare la parola ai cannoni significa armare i ras tigrini, in particolare ras Mangascià – che si ritiene defraudato del trono-  in funzione anti-Menelik.
Nei palazzi romani si scontrano così una politica scioana, a favore di Menelik, sovrano dello Scioà prima di diventare imperatore e una politica tigrina, pro Mangascià e a favore del tanto peggio, tanto meglio, versione moderna del divide et impera latino. Favorevole alla prima è il conte Pietro Antonelli, favorevole alla seconda è il generale Antonio Baldissera e, sotto sotto, lo stesso Crispi, sebbene non lo dia a vedere. Anche chi verrà dopo di lui, volendo ottenere il massimo  con il minimo sforzo ( e con la minima spesa…),  concederà il proprio favore ora  all’una, ora all’altra fazione a seconda delle circostanze. Terrà un piede in due scarpe, insomma.
Ma a tenere un piede in due scarpe  di solito si fa poca strada. Quella politica non porta infatti da alcuna parte. Anzi, si ritorce contro di noi. Menelik rigetta ( 1893) il trattato di Uccialli( non prima di aver ricevuto due milioni di cartucce dall’Italia) e Mangascià, deluso dalle promesse non mantenute passa armi  e bagagli dall’altra parte.

Domanda in carta semplice.

La colonia Eritrea dunque vive vita grama, circondata da potenziali nemici esterni e minacciata da scandali interni. Nel ’91 cominciano a circolare voci di assassinii commessi da squadroni della morte, di ruberie, di malversazioni, di nobili eritree tenute prigioniere e stuprate dietro presentazione di “ domanda in carta semplice”. Un civile, l’avvocato Eteocle Cagnassi e un ufficiale dei carabinieri, il tenente Dario Livraghi, vengono arrestati; viene sollevato il coperchio di una pentola in cui bolle e ribolle ogni genere di schifezza; i due reprobi vengono processati e naturalmente assolti dalle accuse più infamanti. Perché? Per salvare gli alti papaveri ( il generale Antonio Baldissera, soprattutto, comandante a Massaua in quel periodo) sicuramente al corrente dei fatti? O per altri motivi?
Tuttavia, nonostante gli scandali, i tentennamenti, i giri di walzer ora con Menelik, ora con Mangascià, in Italia e in Parlamento la questione coloniale sembra restare al palo. Sì, se ne parla, qualcuno sogna una sorta di comune agricola aperta agli immigrati, qualcun altro si improvvisa ragioniere e inorridisce di fronte alle spese, c’è chi cambia opinione e da critico si fa paladino della conquista, circolano idee razziste,  ma non c’è quasi nessuno  che  impugni la questione pro o contro il governo, nessuno che, nelle piazze, manifesti a favore o contro. Nessuno che si scaldi davvero, insomma.
Si succedono i governi (Di Rudinì,  Giolitti), i problemi interni si acuiscono, falliscono le banche, le plebi rumoreggiano. L’Eritrea rimane sullo sfondo.
Poi torna Crispi.

A colpi di   Fucile.

Il tenente generale Oreste Baratieri(1841-1901). Da: http://www.zam.it/biografia

Anche in Eritrea, i governatori si succedono ai governatori. Prima  il generale  Antonio Gandolfi( governatore civile e militare), soldato tutto d’un pezzo, forse anche troppo; poi il  generale Oreste Baratieri ( governatore civile). In Africa,  Baratieri  è stato agli ordini di Gandolfi e – stando ai si dice- gli ha fatto bellamente le scarpe.
E’ un uomo colto, più volte deputato, trentino di nascita, bersagliere, ottimo giornalista- con lo pseudonimo di Fucile– e scrittore di cose militari. Vanta amicizie influenti, conta- in apparenza- pochi nemici. E’ anche un buon soldato? Probabilmente sì, ma di sicuro è un politico con le stellette, avvezzo ai maneggi e agli intrighi romani.
Ricevuto l’incarico, rivolta la colonia da cima a fondo, trasformandola in una sorta di vicereame. Si fa dare dell’Eccellenza, fa piazza pulita dell’operato di Gandolfi e concentra nelle proprie mani – lui governatore civile- anche i poteri militari, togliendoli al tenente colonnello Giuseppe Arimondi, un piemontese dai folti baffoni e dai modi spicci.
E che cosa combina Arimondi, durante un’ assenza temporanea di Baratieri? Affronta i dervisci ad Agordat ( dicembre 1894) e li sbaraglia. Apriti cielo. Perché è toccato  a lui e non a me? Tornato in colonia, il governatore non vuole quindi essere da meno e, sfruttando la vittoria di Arimondi – promosso nel frattempo generale per meriti di guerra e in Italia celebrato come un eroe omerico- occupa la località di Cassala, nell’attuale Sudan. Non c’è molta logica in quell’occupazione: Cassala è più un peso che un vantaggio, è lontana dalle linee di comunicazione, deve essere presidiata, ma il conto con Arimondi è saldato.
E’ solo l’inizio. Dopo Cassala tocca al Tigré. E, a questo punto, dopo un paio di vittorie  molto celebrate ( Coatit e Senafé) contro ras Mangascià,  cominciano i guai.

L’ombrello rosso.

Menelik II (1844-1913). Da Wikipedia

Quando  il tamburo di guerra rulla, migliaia di guerrieri prendono le armi, lasciano i villaggi e si presentano alla chiamata. Ci sono i tigrini , gli amahra, gli scioani  con i loro fucili, le loro zagaglie, i loro scudi di pelle, i loro cannoni. E ci sono soprattutto i galla, cavalieri imprendibili e implacabili montati su cavallini resistenti e veloci. I soldati di quell’esercito senza uniformi sono combattenti indomiti e instancabili, determinati e duri, astuti e feroci. Si muovono in massa dietro le insegne dei loro ras vestiti di rosso( il colore del comando), camminano scalzi, sollevano nuvole di polvere quando marciano, pregano la Vergine come noi, razziano bestiame e  farina, conoscono ogni sentiero, ogni anfratto, ogni cespuglio, fanno del numero e del coraggio la propria forza.
Le donne li seguono e li curano se feriti, offrono loro acqua se assetati, preparano loro il cibo  se affamati, li spronano in battaglia quando li vedono lenti o indecisi. Quando il chetit rulla, dietro ai ras e all’ombrello rosso dell’imperatore circondato dagli abuna ( i vescovi) non si raccolgono singole tribù o singole etnie: si raccoglie un popolo intero.
O quasi. Qualche ras magari fa il furbo e sta a guardare , qualcun altro vuole vedere come si mettono gli avvenimenti  e prende tempo; le popolazioni cui vengono razziate farina  e bestiame non fanno certo salti di gioia; le frizioni fra una tribù e l’altra  a volte riaffiorano. Tutto il mondo è paese, insomma, soprattutto in Etiopia. Ma al momento di difendere la propria terra, la propria libertà, la propria indipendenza, la propria religione e i propri campi, nessuno si tira indietro. Ne siamo consapevoli? Sì  e no; anzi:  più no che sì, come abbiamo visto.

Multiplo.

E noi? Noi le uniformi le indossiamo , sappiamo marciare , sparare di fila, ma è dura adattarsi a quella geografia e a quei climi. Assab è un inferno, le rocce squarciano le scarpe, le uniformi si sfilacciano, i rifornimenti tardano ad arrivare, siamo perennemente a corto di soldi, di cammelli, di muli. Di giorno moriamo di caldo, di notte battiamo i denti dal freddo.
Abbiamo un ottimo fucile a retrocarica( il modello ’91) , sei colpi a ripetizione, calibro 6,5, sicuro e affidabile [1], ma lo lasciamo a casa , preferendogli il vecchio Vetterli (o Wetterli)- Valenti , quattro colpi, calibro 10,5, a colpo singolo per le truppe indigene. E lo facciamo perché quello- si argomenta- è il modello usato in colonia e le truppe non saprebbero adattarsi velocemente al nuovo. Può sembrare una sciocchezza, ma trasportare le cassette di cartucce per il Vetterli costa il doppio di fatica. E, naturalmente, richiede più muli  e più cammelli. E , quindi, più soldi.

Il fucile modello 91. Da: http://www.vodice.it/armi.html

I soldi: il nerbo della guerra. Da questo punto di vista, l’esercito italiano, quell’esercito italiano, è un esercito povero. Ma non è un povero esercito, attenzione. E’ lo specchio della nuova Italia eretta a Regno e ancora alla ricerca di una propria identità e di una propria dimensione. C’è- ancorché agli inizi-  una scuola di guerra per i futuri ufficiali di Stato Maggiore; ci si sforza di curare – anche se in modo burocratico e astratto- ordine e disciplina; si migliorano l’armamento e l’equipaggiamento si impartiscono i comandi in italiano e non già in dialetto piemontese. In colonia prestano servizio ottimi ufficiali.
Ma ci sono anche approssimazione e cattiva preparazione, servizi da perfezionare, modalità di arruolamento discutibili ( il sorteggio) e spirito di corpo tutto da inventare. Per chi parla il dialetto della propria terra, l’italiano è un ostacolo insormontabile, la parola “ multiplo” sanscrito puro. Meglio molto meglio pronunciare mul-mi e quando l’ufficiale, spazientito, ti ordina di sillabare mul-ti, rispondere, in dialetto: “Signore, non mi permetterei mai di dare del mulo a lei”.
Quei difetti e i cordoni della borsa rigorosamente tirati dai feroci amministratori del tempo dovrebbero farci riflettere e tenerci lontano dalle ambe etiopiche. E, allora, perché ci andiamo? Sottovalutiamo i “selvaggi” abissini ai quali ci sentiamo superiori? Contiamo di averne ragione in quattro e quattr’otto, un paio di granate e via? Di sicuro, la facciamo facile. Come si sono comportati fino ad allora i popoli “arretrati” di Africa e d’Asia? In un solo modo: al primo comparire di tre o quattro navi e di qualche compagnia di soldati bene armati, hanno abbassato la cresta senza opporre alcuna resistenza. Perché l’Etiopia dovrebbe comportarsi diversamente?

I bimbi d’Italia si chiaman Toselli…

Con il ritorno di Crispi sulla scena politica, anche l’Eritrea ha il suo ritorno di fiamma. Si tratta, si negozia, si minaccia e alla fine, visti vani tutti i tentativi, si dà la parola alle armi.
Sulle prime, Baratieri non sembra incontrare ostacoli: occupa Adigrat, Adua , Axum, Macallé e quasi tutta la regione dell’Agamé. E, a questo punto, Menelik fa rullare il chetit. Perché il Tigré- sostiene- è etiopico: lo dice il trattato di Uccialli. E passa all’offensiva.
L’esercito abissino, tuttavia, si muove lentamente, sembra non avere fretta. Diviso in due tronconi, si dirige verso il Tigré. Che il negus, sotto sotto, non abbia perso del tutto la speranza di risolvere in modo pacifico quella questione? Spera in una sorte di rinsavimento di Crispi e soci? Spera nella cancellazione del trattato?
Tutto quel movimento sembra non preoccupare Baratieri. Perché? E’ stanco?  Beve troppo? Dedica troppe attenzioni alla sua amante indigena e troppo poche alla guerra? Si fida delle sue spie, maestre del doppiogioco? Forse non beve vino né teg ( l’idromele etiopico) ma certamente  tracanna  le panzane dei propri informatori.
E’ cambiato. La sua intelligenza si è intorpidita, il suo carisma indebolito, la sua incertezza è aumentata. Non sta bene di salute. Un febbricola insistente non gli dà requie, sembra soffrire clima e situazioni. La sua azione ne risente, sembra un altro. Non va d’accordo con Arimondi. E questo è il guaio peggiore.
Quell’ incomprensione, infatti, non tarda a costarci cara.  Baratieri  ha saputo che ras Makonnen è in movimento. Ordina allora a Arimondi di mandare un drappello a dare un’occhiata. Una missione come tante altre, di routine. Ma dietro agli esploratori, Arimondi manda un intero battaglione al comando del maggiore Pietro Toselli. In questo modo, quella missione non diventa più una missione di routine. Arimondi agisce di propria iniziativa o ha ricevuto ordini in tale senso?
Toselli è un ottimo ufficiale, intelligente, deciso,  coraggioso, esperto. Quando stabilisce il contatto con il nemico, informa Arimondi. E Arimondi risponde: attestarsi, se del caso, sull’Amba Alagi in attesa dei rinforzi.  Toselli lo fa, dispone i suoi come da manuale e aspetta. Baratieri, però, intima a Arimondi di non muoversi e di comunicare a Toselli  di ritirarsi dall’Amba Alagi combattendo. Ma è tardi e l’ordine non arriverà mai. Aspettando invano i rinforzi promessigli, Toselli  e i suoi restano sull’Amba Alagi, sono attaccati, compiono prodigi di valore, ma, alla fine, vengono spazzati via dalle preponderanti forze di Makonnen. La catena di comando ha funzionato male: colpa di Arimondi o colpa di Baratieri? O colpa della sorda rivalità fra i due?
In Italia la notizia del massacro dell’Amba Alagi scuote l’opinione pubblica. Madri commosse impongono il nome di Tosello al proprio figlio appena nato, per ricordare il maggiore caduto da eroe in Africa.  In Parlamento, i socialisti picchiano duro ( a parole), Crispi vacilla, ma tiene botta. I guai, però, non sono finiti. Quindici giorni dopo l’Amba Alagi, Makonnen arriva in vista del forte di Macallé.
Qui il generale Arimondi ha lasciato un piccolo presidio a protezione del ripiegamento del grosso dell’esercito italiano verso  Adigrat. Lo comanda un altro ufficiale di provata esperienza, valoroso, determinato: il maggiore Giuseppe Galliano.
Macallè è un posto infame, l’acqua scarseggia. Ma non scarseggia il coraggio: tutti gli attacchi nemici vengono respinti. Insistere? Trovare una soluzione di compromesso? Menelik non ha rinunciato all’idea di cancellare l’odioso ( per lui) trattato di Uccialli con le buone ; Baratieri sa che Galliano non può resistere ancora per molto. E allora si tratta. Tolgo l’assedio se sarà abolito il trattato di Uccialli, prova  a dire Menelik;  neanche per idea, rispondono da Roma. Alla fine il buon senso, le difficoltà di approvvigionamento, l’intenzione di Menelik di non chiudere le porte a una soluzione pacifica della questione,  prevalgono: Galliano può lasciare il forte con l’onore delle armi e raggiungere incolume le linee italiane.
In Italia, Macallé diventa una vittoria; Galliano un eroe. Crispi si accoda, ma non ci sta. E’ ora di dare una scossa alla situazione, serve una vittoria vera. E mentre Baratieri  manovra per parare le mosse di Menelik e pensa addirittura di ritirarsi su posizioni più sicure, Crispi invia il commendator Palamidessi in Eritrea, in compagnia di qualche migliaio di soldati armati del nuovo fucile ’91. Palamidessi altri non è che il “duro” Baldissera, tigrino convinto, già comandante militare di Massaua al tempo delle livraghizzazioni e delle domande “ in carta semplice”. Il tasca ha la nomina  a governatore generale in sostituzione di Baratieri.
Poi parte il fuoco di fila contro il Fucile di un tempo. “Codesta”, gli scrive Crispi , “ E’ una tisi militare, non una guerra”. E , dopo essersi rammaricato per “ lo sciupìo di eroismo senza successo”, conclude: “Siamo pronti a qualunque sacrificio per salvare l’onore dell’esercito e il prestigio della monarchia”. In Italia, si sa, i segreti hanno vita breve: per questo  mandare Baldissera in Eritrea all’insaputa di Baratieri è quanto meno inopportuno; parlare di tisi militare lo è ancora di più. Baratieri legge fra le righe, suda freddo, vede già profilarsi all’orizzonte il proprio sostituto. E pensa: c’è una sola cosa da fare: lasciare l’Africa con onore.
La battaglia di Adua comincia qui.

Mappa bisestile.

Per guarire la tisi, la cura è pronta: andare incontro al nemico. Un’avanzata risolutiva sarebbe l’ideale: avanti tutta, quattro granate e via. Ma, in alternativa, andrebbe bene anche un’avanzata dimostrativa: ti vengo incontro, esibisco tutta la mia potenza, mi copro, manovro per parare le tue mosse e sto a vedere. Accetti lo scontro? Sono pronto a riceverti. Non lo accetti? E’ come se ti dichiarassi sconfitto.
Baratieri, abbandonata purtroppo la saggia idea di ritirarsi su posizioni più sicure, acconsentirebbe forse  a un’azione dimostrativa: se Menelik si ritirasse, il prestigio della monarchia,  l’onore dell’esercito e il suo personale sarebbero salvi; i suoi generali vogliono invece chiudere tutto e subito. Interpellati in merito,  glielo fanno capire a chiare lettere. Arimondi: ” E’ ora di prenderli a pedate nel sedere”;  Dabormida:” Quattro bombe e tutto è finito”; Albertone: ” Ritirarsi nuocerebbe al morale”; Ellena: ” Sono l’ultimo arrivato: mi adeguo alla maggioranza”. Baratieri li ascolta e si riserva di decidere l’indomani, dopo aver sentito le spie ( doppiogiochiste, come sappiamo).
Quando, finalmente, rompe gli indugi, ci va coi piedi di piombo. Il suo piano è semplice: tre colonne sarebbero dovute avanzare verso il nemico senza distanziarsi troppo, in modo da potersi portare reciproco aiuto in caso di pericolo. A sinistra, la colonna del generale Matteo Albertone-  ottimo soldato anche se, a volte, impulsivo  e irruento- avrebbe dovuto raggiungere il Chidane Meret  e ivi attestarsi; al centro quella del generale Giuseppe Arimondi- l’eroe di Adigrat- avrebbe dovuto prendere posizione fra il Monte Raio e parte del Rebbi Arienni; a destra la colonna del generale Vittorio Emanuele Dabormida  avrebbe dovuto completare l’occupazione del Rebbi Arienni. In coda,  a un’ora di distanza, sarebbe avanzato il generale Giuseppe  Ellena con le riserve.
L’idea , insomma, è quella di formare un fronte compatto in grado di reggere un eventuale urto e, all’occasione, di  contrattaccare da posizione solide. Se tutto fila liscio,  la cosa può funzionare ragiona Baratieri: gli abissini sono si è no trentamila ( erano il quadruplo), sono a corto di viveri ( vero), hanno poche armi da fuoco ( falso). Ma se anche fossero di più, noi siamo meglio armati e più disciplinati, abbiamo cannoni e buoni fucili: sì, forse possiamo farcela.
Ma non per niente il 1896 è un anno bisestile e qualcosa va subito storto. La sera del 29 febbraio, le brigate cominciano a muoversi verso gli obiettivi assegnati. Per orientarsi hanno una mappa  approssimativa e zeppa di errori. E in più devono marciare di notte. Localizzare sentieri e curve di livello su quello schizzo tracciato  a mano sarebbe difficilissimo anche alla luce del sole; al chiaro di luna è come vincere la lotteria.
Ci si mettono anche gli errori di ortografia. Il maggiore Giovanni Ameglio viene spedito  con i suoi 1.500 uomini a presidiare l’inesistente valle dello Hieò-  che cercherà a lungo- anziché, come sarebbe stato corretto scrivere, quella dello Iehà.
Di bene in meglio.

La corsa di Albertone.

I soldati indigeni di Albertone, antenati degli straordinari mezzofondisti e maratoneti etiopi di ieri ( Bikila) e di  oggi( Gebrasilasie), si mettono in cammino, filano come schegge e scompaiono nell’oscurità. Al centro e sulla destra Arimondi e Dabormida avanzano più lentamente. A un certo punto, per via di quella disgraziata mappa, Albertone piega a destra e va a pestare i piedi ai colleghi.  Arimondi e Ellena  devono  fermarsi per far passare gli indigeni di Albertone. Che, continuando ad avanzare veloci, distanziano  presto le altre brigate costrette a segnare il passo.
Verso le tre del mattino del 1° marzo, Albertone raggiunge l’obiettivo assegnatogli: il Chidane Meret.  E subito i suoi esploratori lo gelano: questo non è il Chidane Meret, questo è l’Erarà. E, in effetti, è proprio così: il Chidane Meret si trova qualche chilometro più avanti, direzione sud-ovest. Si tratta però, del vero Chidane Meret, non di quello indicato sulla mappa. Il Chidane Meret indicato sulla mappa è in realtà l’Erarà. Dunque, Albertone ha raggiunto la sua posizione: dovrebbe fermarsi lì e aspettare il dispiegamento delle altre brigate.
E invece non lo fa. Lascia l’Erarà e si dirige a rotta di collo verso il vero Chidane Meret, senza preoccuparsi di portare con sé gli strumenti per la segnalazione ottica. Perché lo fa? Vuole forzare la mano a Baratieri ingaggiando battaglia e impedendogli così di condurre un’azione dimostrativa? E’ convinto davvero di aver sbagliato obiettivo? Eppure dovrebbe vedere chiaramente, sulla sua destra, l’inconfondibile sagoma del Monte Raio, punto di riferimento dell’intera operazione.
Sia come sia, Albertone manda in avanguardia il battaglione del maggiore Domenico Turitto e prosegue. E, a questo punto, la distanza fra la sua e le altre brigate diventa abissale. Brutto, bruttissimo affare: la brigata Albertone, troppo avanzata, è isolata; la brigata Arimondi, più arretrata,  è priva di copertura sul fianco sinistro.
La sconfitta di Adua comincia qui.

L’ombrello nero.

Eppure c’è  un momento in cui arriviamo a un passo dalla vittoria. Il battaglione del maggiore Turitto – il primo ad aprire il fuoco intorno alle sei del mattino- viene subito investito da preponderanti forze nemiche e deve ritirarsi. Si ritira anche Albertone. Abbandona il Chidane Meret e si attesta intorno al monte Semaiata. Gli abissini attaccano frontalmente le nostre posizioni e vengono falciati dal micidiale fuoco di fila dei difensori. Albertone mette quindi in campo l’artiglieria. I proiettili esplodono prima di toccare terra, scagliando tutt’intorno, con effetti devastanti, migliaia di shrapnel.
E’ una strage. Cadono soldati e capi , le certezze del negus cominciano a vacillare. A questo punto, se ci fosse  a portata di mano una brigata o anche un solo battaglione di rinforzo, le cose potrebbero cambiare[2]. Ma Arimondi è lontano e Dabormida, inviato in soccorso ad Albertone, ha smarrito la strada.  E allora, l’imperatrice in persona , con il volto velato e protetta da un ombrello nero in segno di lutto, incita i suoi a riprendere la lotta, a vendicare i caduti, a credere nella vittoria. La musica cambia. Albertone sta finendo le munizioni, i rinforzi richiesti non arrivano, le perdite aumentano. Gli abissini abbandonano la tattica dell’attacco frontale e cominciano l’aggiramento. Aggredite da più parti, le nostre file ondeggiano, il fuoco si fa meno serrato, cominciano i cedimenti.
Alle 11, tutto è finito.

La rotta.

Baratieri, intanto, raggiunto intorno alle 9 da un messaggio di Albertone ( “rinforzi bene accetti”) , ordina a Dabormida di scendere dal Rebbi Arienni e di portarsi verso le posizioni del collega. Nello stesso tempo, nel tentativo di ripristinare il fronte sulle posizioni precedenti, manda Arimondi a occupare la montagna sguarnita da Dabormida e fa avanzare Ellena. E a questo punto, accade l’irreparabile. Per aiutare Albertone, Dabormida dovrebbe dirigersi a sinistra e invece, inspiegabilmente, piega verso destra, ficcandosi in un maledetto vallone, quello di Mariam Sciaiutù, infestato di nemici.
Perché lo fa? Perché tiene fra le mani una mappa senza capo né coda? Perché si è perso in mezzo a tutte quelle ambe? Perché Baratieri gli ha ordinato davvero di infilarsi in quel vallone? Difficile saperlo: il generale non  rende noto ai propri ufficiali l’ordine di Baratieri, cade in combattimento  e si porta nella tomba la verità.
Riassumendo: la brigata di Albertone è stata distrutta; Arimondi non ha più Dabormida sulla propria destra né Albertone sulla propria sinistra e si trova entrambi i fianchi scoperti; Dabormida è isolato nel  vallone di Mariam Sciaiutù. Gli abissini, a questo punto, molto superiori di numero, hanno gioco facile: prima accerchiano e distruggono la brigata di Arimondi, uccidendo lo stesso generale e, dopo averlo catturato,  il tenente colonnello Galliano, l’eroe di Macallé; poi spazzano via la brigata di Dabormida.
La ritirata  ordinata da Baratieri diventa una fuga scomposta, una vera e propria rotta. Niente è stato predisposto, niente funziona. Senza alcuna protezione i superstiti si precipitano verso le posizioni di partenza, cercando la salvezza. La cavalleria galla piomba su di loro, facendoli a pezzi. E’ in questa fase che cade la maggior parte dei soldati e degli ufficiali.
“La battaglia dei leoni”, a Adua,  finisce qui. Sul campo restano circa seimila morti italiani, e ottomila abissini.
Dirà Menelik al maggiore Tommaso Salsa, mandato a trattare la pace : “ Se parte della mia cavalleria non fosse stata in giro a cercare viveri, nessuno di voi, nemmeno lei,  si sarebbe salvato”.

Epilogo.

Menelik trattò relativamente bene i prigionieri italiani, non quelli indigeni. A essi fece amputare la mano destra e il piede sinistro condannandoli alla cancrena, all’accattonaggio o alla morte per fame. Dopo Adua, non spinse sull’acceleratore. Forse non poteva farlo. Il suo esercito era ancora affamato, aveva subito perdite rilevanti. Fu pago dell’abrogazione del trattato di Uccialli e della ritirata italiana oltre il Mareb.
La battaglia di Adua non rimase isolata alle ambe etiopiche: diede speranza ai popoli colonizzati, aumentò le preoccupazioni dei  Paesi colonizzatori. Un paio di navi e qualche compagnia di soldati bene armati non sarebbero più bastate per ottenere , con un semplice atto di presenza, materie prime, manodopera e mercati. Dopo Adua, per ottenerli o per conservarli, ci sarebbe stato da combattere.
E in Italia? Come andò in Italia? All’ italiana, inutile dirlo. Anche chi solo un anno prima aveva chiamato il proprio bambino Tosello, anziché Pietro o Marco, andò su tutte le furie e pretese il ritiro dei nostri soldati dall’Africa. Il Parlamento fece fuoco e fiamme ( soprattutto a sinistra della Sinistra), i giornali spararono ad alzo zero, Baratieri fu processato e assolto dalle accuse di negligenza e di imperizia, il trattato di Uccialli fu abrogato… e alla fine tutto restò come prima. Anzi: non solo non lasciammo l’Eritrea, ma aumentammo addirittura le spese per restarci.
Crispi presentò le dimissioni: furono immediatamente accolte.
E queste ultime, a ben vedere, furono le uniche decisioni poco “ italiane” prese nel dopo Adua.


[1] Nel novembre del 1963, a Dallas ( Texas), Jerry Lee Oswald sparò al presidente John Fitzgerald Kennedy usando un fucile 91 italiano, per la precisione il modello 91/38.

[2] Se anche tutto fosse filato liscio, avremmo potuto vincere a Adua? Uno  studio dello stato maggiore dell’esercito parla chiaro: neanche per idea. Al di là degli errori commessi dai nostri comandanti, al di là delle colpevoli leggerezze e delle macroscopiche improvvisazioni, eravamo troppo pochi noi- ancorché bene armati- mentre erano troppo numerosi – e  altrettanto bene armati- gli uomini del negus.

La cartina della battaglia.

In questa cartina  sono indicati i luoghi della battaglia. Sulla  mappa fatta distribuire da Baratieri ai propri generali, il colle Erarà era indicato come Chidane Meret. Il vero Chidane Meret, come si può vedere, si trovava , invece, più lontano, in direzione sud-ovest.
Questa e altre cartine relative alla battaglia sono consultabili  al seguente indirizzo :http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=1&sqi=2&ved=0CBkQFjAA&url=http%3A%2F%2Fwww.warfare.it%2Fstorie%2Fadua.html&ei=3kRaTs3bIYeCOrri3aoM&usg=AFQjCNF4DIDnywqCohYMTgtuF9fevLNk5Q

Da leggere:

Alessandro Aruffo, Storia del colonialismo italiano: da Crispi a Mussolini, Na, 2003
Angelo Del Boca, Gli  italiani in Africa Orientale, Laterza, 1985
Nicola Labanca, In marcia verso Adua, Einaudi, 1993
Domenico Quirico, Adua, Mondadori, 2004
Giorgio Rochat, Le guerre italiane in Libia e in Etiopia dal 1896 al 1939, Gaspari, 2009
Carlo Zaghi, Menelik e la battaglia di Adua, Datanews, 1972

Al seguente indirizzo, infine, si può  leggere un articolo relativo  al cosidetto “Affare Cagnassi – Livraghi”

http://archiviostorico.corriere.it/1997/giugno/13/Domanda_carta_semplice_per_avere_co_0_97061315635.shtml

L’Etiopia e l’Eritrea oggi. Si possono individuare i luoghi contesi nel 1896 ( Il Mareb, Adua, il Tigrè, ecc). Clicca sulla cartina per ingrandirla.


Draghi e salamandre

04/08/2011


Prologo.

20 luglio 1866. La nave ammiraglia fila dritta verso il bersaglio, guidata dalla mano esperta di Vincenzo “Nane” Vianello, timoniere. La velocità aumenta, la distanza diminuisce. Muscoli e nervi sono tesi, ci si prepara allo scontro. Vianello bada a  tenere in linea la nave. E’ il suo mestiere di marinaio, è il suo dovere di soldato. Ci riesce. Poco prima dell’impatto, sente, forte e chiara, l’esortazione del comandante: “Daghe dentro, Nane, che i butemo a fondi!” O qualcosa del genere.
Chi ha gridato è un ufficiale dalle folte basette fulve:  a dispetto del dialetto veneto usato in quella circostanza, non è italiano, è austriaco. Si chiama Wilhelm Tegetthoff.

Per  terra e per  mare.

In quel pasticcio, il neonato Regno d’Italia c’è entrato a fianco della Prussia di Guglielmo I e di Otto von Bismark. Noi vogliamo, vorremmo, accaparrarci i territori che ancora mancano al compimento dell’unità nazionale; i prussiani vogliono abbassare la cresta all’Austria  e sostituirla alla guida della Confederazione Tedesca. L’inizio, per noi, è pessimo. Qualche giorno dopo la dichiarazione di guerra, infatti, le buschiamo senza rimedio a Custoza( 24 giugno). Ci salvano i prussiani: in quattro e quattr’otto, fanno fuori gli austriaci a Sadowa( 3 luglio), nei pressi di Praga e rimettono le cose a posto.
Con sempre maggiore insistenza, si parla di armistizio. Rinunciare al Veneto? Si può fare risponde una  Vienna piena di guai, ma non chiedeteci di cederlo direttamente agli italiani. Napoleone III, allora, si fa avanti e si propone come mediatore: datelo a me e vediamo di mettere in piedi  una bella partita di giro e di salvare le apparenze. Del Veneto( e forse dell’Italia) non gli importa un tubo, ma della Prussia sì. E vuole liquidare alla svelta quella faccenda prima che s’allarghi troppo e coinvolga se stesso e la Francia.
Quando le voci di un armistizio cominciano a circolare, a Firenze- da poco Capitale- si materializza  l’incubo dell’ennesima figuraccia. Il barone Bettino Ricasoli – il premier di allora- vede già , in Italia e fuori d’Italia, la stampa darci dentro a tutta manetta. Gli italiani? Bamboccioni inaffidabili, eterni sconfitti, ecc, ecc. Urge un colpo di reni che riscatti l’infamia di Custoza,  qualcosa di veramente sensazionale da far restare tutti quanti- prussiani compresi- a bocca aperta.  E da rendere credibile l’annessione ( anche se per interposta Nazione)del Veneto.
Perché, allora, non dare addosso agli austriaci sul mare? In Ancona abbiamo una flotta di tutto rispetto, navi solide, rivestite di ferro. E non possiamo, forse, contare sull’Affondatorenomen omen- nave all’avanguardia, corazzatissima, irta di cannoni? Usiamola, dunque, quella benedetta flotta e facciamo vedere a tutti di che pasta siamo fatti.
Ministro della Marina è Agostino Depretis, il trasformista di futura memoria. Spronato da Ricasoli, prima ordina al comandante della flotta, l’ammiraglio Persano di “ sbarazzare l’Adriatico dalle forze nemiche”, senza dirgli bene come e dove; poi, visto che, da una parte e dall’altra, si fa manfrina, tuona: muoversi! Tutti a Lissa!
Attaccare  Lissa ( oggi Vis, in Croazia) non è una grande pensata. L’isola non ha approdi agevoli, è difesa da ottime fortificazioni. Sparando dall’alto verso il basso, i suoi cannoni costieri possono fare male. E poi, domanda non secondaria, la flotta austriaca starà  a guardare o ci darà dentro? Perché se sta a guardare, tutto ok; ma se ci dà dentro e ci cucca proprio mentre siamo impegnati a conquistare l’isola, potremmo passare guai seri. Anzi serissimi. Ma nessuno sembra sfiorato dal pensiero.

La due Marine.

La Marina austriaca, più che imperial-regia nasce“ austro-veneta” ( Oesterreich-Venezianiche ). I suoi quadri e i suoi ufficiali studiano e si formano a Venezia, i suoi marinai vengono dalla Laguna e dalle coste friulane e dalmate. Si tratta di gente tosta, fedele a Vienna, sorda o quasi alle sirene dell’irredentismo. A bordo, nelle aule, sulle navi-scuola non si parla il tedesco, ma il dialetto veneto. Anche Tegetthoff ha dovuto impararlo e, come lui, hanno dovuto impararlo tanti altri comandanti di lingua tedesca.
Non ha molte navi di “ ferro”, la flotta austro-veneta: meno di una decina e neanche troppo bene in arnese, nonostante ci siano draghi ( Drache) e salamandre( Salamander), principi ( Prinz Eugen) e imperatori( Kaiser) e , naturalmente, mostri sacri ( Radetzky, Don Juan de Austria).  A differenza di quelli italiani, i  cannoni della flotta di Tegetthoff non hanno l’anima rigata. Scoppiata la guerra, poi, la Krupp di Essen si rifiuta di fornire quelli ordinati in precedenza.  Insomma,  a prima vista la flotta austriaca non è messa benissimo.
Quella italiana sta meglio. Ha un paio di ottime navi ( la Re d’Italia e la Palestro), un buon numero di corazzate( in tutto 11), i suoi prìncipi ( Di Carignano) e i suoi sovrani( Re del Portogallo, Re d’Italia, Regina Maria Pia) e, soprattutto, può contare sull’Affondatore, un mostro di ferro irto di torrette girevoli e di bocche da fuoco. Quando arriverà, beninteso. Perché, per il momento, il terrore dei mari, l’arma decisiva, costruita in Inghilterra, non  è ancora comparsa all’orizzonte. E’ in navigazione, fra poco arriverà, state tranquilli si dice e si ripete.  Sì, ma quando?
La flotta italiana- con o  senza l’Affondatore–  è una specie di torre di Babele. I marinai parlano il sardo, il napoletano, il siciliano, il marchigiano, il genovese, non ancora il fiorentino. Dura farsi capire, dura far eseguire gli ordini. E ci sono anche problemi con le macchine, con i cannoni, con gli incendi a bordo, con l’addestramento, con la qualità dei materiali. Qualcuno maligna: e che cosa vi aspettavate? Blindature spesse? Cannoni efficienti? Macchine ben oliate? Con tutte le mazzette che sono circolate è già un miracolo se le navi galleggiano. Flotta italiana, allora? Diciamo flotta all’italiana, è meglio.

Si va…

Dal canto suo, l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano- il comandante in capo-  non stravede per l’incarico ricevuto; abbozza più che darci dentro, accampa scuse, predica prudenza, non va d’accordo con i colleghi Albini e Vacca né i colleghi vanno d’accordo con lui. Quando, il 27 giugno, Tegetthoff compare davanti ad Ancona con un pugno di navi , Persano manda le proprie corazzate in direzione opposta, convoca un consiglio di guerra invece di mettersi subito in caccia e  far parlare i cannoni e si fa vedere in porto quando il nemico ha già tolto il disturbo. In seguito dirà: io volevo attaccare. Attaccare? Mah!
L’8 luglio esce finalmente in mare, ma si guarda bene dal puntare su Pola – dove Tegetthoff arma le proprie navi e addestra senza sosta i propri equipaggi. Gira di qui e di là senza una meta apparente e torna ancora una volta in Ancona. I suoi uomini imprecano e masticano amaro. Perché sono tornato? mi chiedete. Che razza di domanda! Per aspettare l’Affondatore, per quale altro motivo se no? Poi da Firenze, anche su pressione dell’opinione pubblica, arriva la scossa: Affondatore o non Affondatore, è ora di finirla con questo tira e molla.
Rotta su Lissa, dunque. E vietato sbagliare.
Persano non  ha neppure una mappa dell’isola e delle sue difese. Fa issare una bandiera britannica sul Messaggero e lo spedisce in ricognizione. Chi crede di ingannare? A Pola arriva un messaggio : nave battente bandiera inglese avvistata al largo di Lissa. Bandiera inglese? Tegetthoff sente puzza di bruciato. La conferma dell’incendio gli arriva quando gli vengono segnalati prima vascelli senza insegne e poi navi battenti bandiera italiana nei dintorni di Lissa. Lì  a Porto San Giorgio, a Porto Manego e a Comisa,  Persano e soci stanno dando di cozzo- senza grande successo, per altro- contro le difese dell’isola. Tegetthoff la vede come una manovra diversiva, ma quando si accorge che non è così, ricevuta l’autorizzazione da Vienna,ordina alla propria flotta di prendere il mare. E a Lissa di resistere.
E i forti dell’isola resistono , aiutati dai propri cannoni, ma anche dalle decisioni degli ammiragli italiani. Giovanni Vacca molla la presa  su Comisa perché sottoposto a un fuoco dannatamente preciso ; Giovan Battista Albini con le navi di legno, abbandona, di propria iniziativa, la posizione davanti a Porto Manego: contro quei cannoni con le mie navi piene di truppe da sbarco non ce la posso fare, dice a Persano. Risultato: la flotta italiana è sparpagliata: un gruppo qui, un altro là, un terzo chissà dove; le località  prescelte  per lo sbarco non sono state occupate, i forti tengono. E Tegetthoff può arrivare da un momento all’altro. Unico motivo di consolazione: l’Affondatore ha finalmente raggiunto la flotta( 19 luglio).

..e si torna

Ma all’alba del 20 luglio arriva anche il nemico.  E proprio mentre sono in corso le operazioni di sbarco da parte nostra. La sorpresa è grande, la situazione, visto come siamo dislocati in mare,  delicata. E anche molto, molto complicata.
Persano ordina ad Albini di interrompere le operazioni di sbarco e cerca  in fretta e furia di mettere la sfilacciata flotta italiana in formazione di combattimento. Ma le nostre navi sono troppo distanti fra di loro perché possano essere riunite in fretta; la linea allestita- alla bell’e meglio- in tre gruppi ( Vacca, Persano, Riboty)  è giocoforza allungata; Albini non si muove( dichiarerà di non aver mai ricevuto l’ordine di sospendere le operazioni).
Tegetthoff, invece, avanza a tutta birra con le sue navi dipinte di nero disposte a cuneo su tre file: davanti le corazzate( 7), in mezzo le navi di legno, in coda le altre. Sa di essere inferiore di numero, sa di non poter competere con i cannoni rigati italiani e allora gioca le carte della velocità , dell’anticipo e della sorpresa. Tutte le navi austriache  hanno larghe strisce bianche dipinte sui fumaioli. Le nostre imbarcazioni, anziché nere, sono grigie. Prima dell’attacco, l’ammiraglio non la fa tanto lunga: “Attaccate  tutto quello che è grigio”, ordina ai suoi.
Tegetthoff supera Vacca( l’avanguardia della linea allestita da Persano) e guadagna il centro del nostro schieramento. Dispone i suoi vascelli in linea, vira di 180 gradi e dà addosso alle navi italiane. Ne nasce un furioso parapiglia in mezzo al fumo, alle esplosioni e alle grida.  La Re d’Italia ferma per un colpo al timone e in difficoltà, viene speronata( neanche fossimo a Lepanto: Daghe dentro, Nane… ) e va a fondo; la Palestro, raggiunta da un proiettile austriaco,  prende  fuoco, ma l’equipaggio resta a bordo per cercare di spegnere l’incendio. Più indietro, la Kaiser( una fregata a vapore  in legno) viene danneggiata nello scontro con la Re del Portogallo di Riboty.
E Persano? Fin dalle prime battute ha abbandonato la Re d’Italia per il più sicuro Affondatore, non dicendo niente a nessuno e lasciando la sua bandiera a garrire sulla vecchia ammiraglia. Risultato: in quei momenti concitati e confusi,  tutti guardano alla Re d’Italia, aspettano ordini, segnali, disposizioni. Che non arrivano, che non possono arrivare. Caos allo stato puro.
E il giustiziere dei mari, il leggendario Affondatore? Un altro fiasco. Quando la Kaiser gli sfila davanti in evidente difficoltà, i suoi cannoni tacciono. Farli funzionare non è semplice e l’equipaggio non ha ancora acquisito la necessaria esperienza. La Kaiser ringrazia e si allontana.
L’incendio divampato sulla Palestro raggiunge la santabarbara e la nave esplode. L’esplosione della Palestro segna la fine delle ostilità: Teghettoff fa rotta su Pola, Persano verso Ancona e il processo che lo attende. Gli equipaggi  salutano la vittoria al grido di “ Viva San Marco!” mentre il mare di Dalmazia si chiude su 648 marinai e soldati italiani e su  121 marinai austriaci. Noi abbiamo perduto due navi, gli austriaci nemmeno una. Velenoso come un serpente, Napoleone III commenta: “Un’altra sconfitta e mi chiederanno Parigi.”
Scriverà il vincitore, in tedesco questa volta:”Navi di legno con uomini di ferro hanno sconfitto navi di ferro con uomini di legno”.
Daghe dentro, Nane..

Epilogo

Fra i 648 caduti italiani a Lissa c’è il deputato della Destra Pier Carlo Boggio. E’ un politico di primo piano e uomo di valore. Si è arruolato volontario anche se non sa neppure nuotare. Perché l’ha fatto? Per dimostrare che ci sono momenti  in cui Destra  e Sinistra non contano, conta solo l’Italia.
Fra quei morti c’è anche Luca Toscano. Non è volontario. Prima di prestare l’obbligatorio servizio militare nella Regia Marina Italiana, viveva ad Acitrezza, in Sicilia, nella Casa del nespolo, conosciuta in paese  come la casa dei Malavoglia.

Da leggere:

Ferrante, Ezio, La sconfitta navale di Lissa, Roma 1985
Jachino, Angelo, La campagna navale di Lissa, Il Saggiatore, 1966
Sacchi, Martino, Navi e cannoni: la Marina italiana da Lissa a oggi, Giunti, 2000
Venosta, Felice, Custoza e Lissa, Mi, 1967
Verga, Giovanni, I Malavoglia,

Su questo sito, chi vuole può leggere anche:

L’ombrello rosso, l’ombrello nero.

Adua 1896: “sciupìo di eroismo senza successo”?
Clicca qui per leggere l’articolo

Il prezzo della gloria.
Solferino 1859:  una spaventosa carneficina, una recluta che non carica il proprio moschetto, un ” turista” svizzero, un luogotenente sloveno.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Le forze in campo

Carlo Pellion di PersanoFlotta italiana( ammiraglio Carlo Pellion di Persano):

11 corazzate( Re d’Italia,  Palestro, Castelfidardo, Ancona, Principe di Carignano, San Martino, Re di Portogallo, Regina Maria Pia, Terribile, Formidabile, Varese) più l’Affondatore( nave ammiraglia durante lo scontro);

10 navi di legno( fregate e fregate a vapore), ammiraglio Giovan Battista Albini :Maria Adelaide, Duca di Genova, Governolo, Garibaldi, Gaeta, Principe Umberto, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele, San Giovanni, Guiscardo ;

11 navi minori: avvisi( cioè ricognitori), cannoniere e mercantili;

 totale 33

Tegetthoff-lithographie.jpgFlotta austriaca( ammiraglio Wilhelm Tegetthoff):

7 corazzate( Ferdinand Max, ammiraglia; Haubsburg, Drache, Salamander, Kaiser Max, Don Juan de Austria , Prinz Eugen);

7 navi a vapore in legno( Kaiser, Schwarzenburg; Donau, Radetzky, Novara, Adria, Erzherzog Friedrich) agli ordini del capitano di vascello Petz

13 navi minori( per lo più cannoniere) , comandate dal capitano di fregata Eberle.

totale: 27

Le immagini degli amiragli Persano e Teghettoff sono tratte da Wikipedia.

it.wikipedia.org/…/File:Constantine_Volanakis_Naval_ba…


La spianata della zarina

03/06/2011

François Gerard (1770-1837): Napoleone ad Austerlitz . Da Wikipedia

Per terra e per mare.

La leggenda di Austerlitz  comincia in Francia, a Boulogne, dove la Grande Armata  si sta raccogliendo per  invadere l’Inghilterra. Tutto è stato predisposto nei minimi particolari, ma qualcosa va storto. L’ammiraglio Pierre Villeneuve, incaricato di tenere alla larga la flotta inglese, si impappina e pasticcia nelle Antille dove, stando ai piani,  avrebbe dovuto richiamare le navi nemiche per allontanarle dal Vecchio Continente. Vista fallita la sua missione, l’ammiraglio  fa ritorno in Europa con i vascelli  di Nelson alle calcagna.   Nel frattempo, alle spalle dell’Armata un esercito austriaco si  muove  verso l’Italia  e un esercito austro-russo  verso le regioni tedesche.
Per Napoleone piove sul bagnato.

L’imperatore  sente più di un brivido corrergli lungo la schiena: non può invadere l’Inghilterra , le cui navi non sono affatto nelle Antille, ma maledettamente vicine alla Manica e, in più, è sotto minaccia in Europa. C’è una sola cosa da fare: accettare il rischio, giocare il tutto per tutto,  cambiare temporaneamente  programma, sbarazzarsi  alla svelta dei coalizzati  e poi , semmai, riprendere il progetto di invasione dell’Inghilterra.
Ordina allora a Villeneuve di raggiungere il porto di El Ferrol in Galizia allo scopo di tenere sotto controllo  il Mediterraneo, mentre lui, con l’Armata, si muove verso gli austro-russi  per mettere in scena il  solito copione:  battere i nemici separatamente.

Il bel Danubio blu.

Gli austriaci gli danno una mano. Preoccupati del fronte sud o convinti dell’intenzione di Napoleone di attaccare da quella parte, essi hanno mandato  verso l’Italia più di ottantamila uomini, al comando di uno dei loro migliori generali, l’arciduca Carlo; sull’altro fronte, quello tedesco, molti di meno. Perché? Perché  da quella parte sono in arrivo i russi di Kutùsov e di Buxhoevden. Non sanno una cosa, però: Kutùsov ha meno di quarantamila uomini invece degli annunciati cinquantamila e Buxhoevden è  molto lontano e attardato ( arriverà in zona di operazioni solo a novembre). Né sanno dell’intenzione di Napoleone di portare il colpo principale in  Austria o in  Germania, non in Italia , dove il maresciallo Massena, con  forze ridotte, ha l’ordine di mantenersi  sulla difensiva. Dunque, scarsità  di informazioni,   malintesi , conti senza l’oste , persino equivoci sul calendario,  caratterizzano, da parte alleata,  le prime fasi di questa campagna.
Il generale austriaco Karl  Mack, agli ordini dell’arciduca Ferdinando, convinto di poter contare sulle forze  di Kutùsov in arrivo dalla Russia,  occupa la Baviera e si attesta intorno alla cittadina di Ulm.  Kutùsov, invece,  per via del calendario russo sfasato di tredici  giorni rispetto a quello gregoriano, sbaglia data  facendo così  mancare il proprio aiuto all’alleato.
Il povero  Mack, raggiunto dai francesi  e non dai russi, prima si sgancia, poi, credendoli in ritirata, si dirige di nuovo verso Ulm per sbarrare loro  la strada. Un  terribile errore. Convinto di avere davanti l’intero esercito nemico e non il solo Murat con la cavalleria,  Mack non si cura del proprio fianco destro. E proprio lì si infilano le divisioni di Ney  dopo aver attraversato  il Danubio. Mack viene accerchiato, la sua armata battuta  ed egli stesso- “ lo sfortunato Mack”, come si presenterà a Napoleone- fatto prigioniero.
Per un’intera giornata, i vinti sfilano davanti al vincitore, consegnando le armi e le bandiere.

Alexanderplatz.

Ora tocca ai russi. L’imperatore ha fretta. Ha imbottigliato gli austriaci  a Ulm , ma ora teme, se non si sbriga,  di restare a sua  volta imbottigliato. Gli arciduchi Carlo e Ferdinando potrebbero unire i rispettivi  eserciti; la  Prussia, complice la regina Luisa decisamente antifrancese,  potrebbe smetterla di tenere un piede in due scarpe e scegliere i russi. Se tutto  questo accadesse, l’Armata  si troverebbe  ad affrontare troppi nemici in una volta sola.
Lo zar Alessandro fiuta l’aria e  si precipita  a Berlino. Viene accolto con tutti gli onori, stipula un accordo con il re, gli viene  persino dedicata una piazza,  la celebre Alexanderplatz. L’accordo non impegna la Prussia se non sul piano diplomatico, ma, se il tentativo di far ragionare Napoleone dovesse fallire, ecco pronti ventimila soldati prussiani. Fatica sprecata da parte di Alessandro e speranze deluse per i russi. Quell’accordo-  l’accordo di Potsdam- resterà infatti  lettera morta: la Prussia , tanto per cambiare,  sbollita  la rabbia e superata  la paura,  riprenderà a   muoversi  con i piedi di piombo.
Napoleone non sa ancora  dell’accordo, ma, presagendo  il pericolo,  vuole  chiudere la partita alla svelta. Occupa Vienna e parte alla caccia dei russi. Dopo il disastro di Ulm, per Kutùsov è vitale congiungersi con Buxhoevden in arrivo dalla Russia e così, in buon ordine , l’esercito dello zar  si ritira oltre il Danubio, verso la Moravia. Dove , a Bruenn, l’attuale Brno, si è recata anche la corte imperiale austriaca. Il ponte sul Danubio a Vienna è presidiato da un forte contingente austriaco, pronto a distruggerlo in caso di necessità. Kutùsov è convinto, insomma,   di avere le spalle coperte.

Brutte notizie.

Non sa che  cosa l’aspetta.  Per scoprirlo, seguiamo uno dei protagonisti di Guerra e pace di Tolstoj, il principe  Andreij ( Andrea)  Bolkonskij,  in viaggio verso Bruenn con  la notizia della vittoria ottenuta a Duerstein . Non una grande vittoria, sia chiaro, ma pur sempre vittoria. L’11 novembre, il maresciallo  Mortier, autorizzato da  Murat, aveva attraversato il Danubio e aveva cercato di sorprendere  i russi in ritirata. Gli era andata male. Una sua intera divisione, quella del generale Gazan, era stata isolata e ridotta  a malpartito. I francesi si erano dovuti aprire la strada con attacchi alla baionetta, prima di riuscire a tornare  al di là del Danubio, cioè da dove erano venuti
Giunto a Bruenn, il  principe Andrea, prima di recarsi a corte, si imbatte in  un diplomatico russo, lo spiritoso e arguto  Bilìbin, uomo  di mondo , distaccato e cinico,  innamorato delle frasi ad effetto. Bilìbin, come al solito, fa dello spirito. “ Una vittoria? E, ditemi, è merito di   qualche arciduca austriaco? Nessun arciduca? Una vittoria russa? Ahimè,  a Sua Maestà , l’imperatore Francesco, questo  non piacerà”.
Al principe Andrea, l’imperatore del Sacro Romano Impero appare  come  un personaggio   scialbo e  impacciato. Sembra interessato a cose prive di importanza. Che ore erano quando fu data la battaglia? Non chiede, però, quali fossero le condizioni del tempo: se lo avesse fatto, al principe Andrea sarebbero cadute  le braccia. Ad ogni modo, contrariamente a quanto previsto da Bilìbin, nonostante sia stata ottenuta né da Ferdinando né da Carlo, ma da un generale russo,  la vittoria di Duerstein  viene apprezzata  e  celebrata con solenni Te Deum. E, fin qui, niente di nuovo o di diverso dal solito.
Ma la sorpresa è in agguato. E non è una sorpresa da poco. Lasciato l’imperatore e tornato da Bilìbin, il principe Andrea apprende, infatti,  che i francesi sono ora, in forze,  al di qua del Danubio. Possibile? Possibilissimo, gli risponde Bilìbin. Ma il ponte non è stato distrutto? No, il ponte non è stato distrutto. Ma come è potuto accadere? chiede il principe Andrea.
Spostiamoci   a Vienna, allora,  sul ponte  Tabor e seguiamo il racconto di Bilìbin.  Tre marescialli francesi, Murat, Lannes e Mortier,  piume al vento e facce di bronzo, avanzano verso la posizione austriaca. A  gesti e a parole  fanno capire che tutto è finito: è stato stipulato un armistizio, la pace è prossima. Recitano bene, i tre. Il principe  Auersperg , comandante della testa di ponte, ci casca. E mentre gli occhi di tutti sono puntati sui tre marescialli,  soldati francesi si avvicinano di soppiatto alle cariche esplosive . Un sergente austriaco li vede,  intuisce l’inganno e richiama l’attenzione del proprio comandante.
Murat sente la terra mancargli sotto i piedi: se il principe Auersperg  presta fede a quel sergente, tutta la messinscena va  a farsi benedire. E , allora, voilà, il colpo di genio :” Dove è andata a finire la tanto celebrata disciplina  austriaca se si permette a un subordinato di rivolgersi in questo modo a un superiore?”, esclama Murat.  Ci credereste? Punto sul vivo,  il principe  Auersperg fa mettere agli arresti quel sergente  indisciplinato e i francesi, gettate in acqua le cariche, si impadroniscono del ponte. [1]
Nel raccontare l’episodio, Bilìbin trova la forza per  riderci sopra e conia , per questo  e per gli  avvenimenti precedenti,  un  participio- “ macké”,  beffati alla maniera di Mack”-   di cui va molto fiero, ma il principe Andrea  non apprezza e suda freddo: se i francesi hanno oltrepassato il Danubio, Kutùsov  è nei guai. E in guai grossi: rischia  di essere accerchiato e di  fare  la fine di Mack.
Il generalissimo russo è in Austria, a Krems e, saputo quanto successo al ponte di Vienna,  vàluta il da farsi. Restare lì? Sarebbe come  dire ai francesi prego accomodatevi, accerchiateci pure. Filarsela attraverso le colline  della Boemia? Rischiosissimo:  nessuno – o quasi nessuno- dei suoi, infatti,   conosce quelle zone, le strade, i sentieri, sempre ammesso che esistano strade  e sentieri. Andare a Olmuetz( l’attuale Olomouc, in Repubblica Ceca), incontro alle truppe di Buxhoevden? Sarebbe l’ideale,  ma come riuscire a seminare i francesi, in evidente vantaggio ? C’è poco da scegliere, però : l’unica cosa da fare è di cercare di  raggiungere Olmuetz.  Kutùsov fa chiamare  uno dei suoi generali più coraggiosi, il principe Bagratiòn,  e gli  affida il  compito di   compiere una sorta di miracolo. O di portare  a termine  una missione  suicida, se si preferisce.

La corsa di Bagratiòn.

Il principe Bagratiòn , congedatosi da  Kutùsov,  raggiunge  le proprie truppe. Sa di avere per le mani un brutta gatta da pelare.  I suoi  quattromila uomini,  non tutti bene in arnese, dovranno  compiere una marcia notturna di parecchie  miglia,  anticipare i francesi sulla strada diretta a Znaim e trattenerli il tempo sufficiente per permettere al grosso dell’esercito russo di sfuggire all’accerchiamento.
Bagratiòn si butta a capofitto  attraverso  le colline della Moravia verso la strada per  Znaim( l’attuale Znojmo), perde, durante la marcia,  un uomo su tre per stanchezza o affaticamento  e arriva all’appuntamento con qualche ora di anticipo su Murat e soci. Adesso viene il difficile:  ce la farà a resistere  a un esercito ben più numeroso del suo?
Bagratiòn non manca certo di coraggio, i suoi uomini  sanno battersi , ma lì, la proporzione è , più o meno, di  quattro a uno  a favore dei francesi. Secondo Tolstoj, addirittura  di otto  a uno. E’ un’impresa del tutto impossibile e anche Bagratiòn lo sa. E , quando vede schierarsi i francesi, si prepara al peggio.

Lavata di capo.

Quello che non sa è che Murat ha preso un abbaglio. Il cognato di Napoleone è convinto di avere  davanti qualcosa di più del piccolo contingente di Bagratiòn, forse l’intero esercito russo e vuole andare  sul sicuro.  Decide , così, di non attaccare subito, ma   di  aspettare  quelle truppe ancora in marcia da Vienna e attardate.
Per prendere tempo,  ripropone  il giochetto così ben riuscito al ponte  Tabor.  Anziché far parlare il cannone, fa parlare un suo aiutante di campo. “ Perché  morire per niente ? C’è già  chi parla di pace,  stipuliamo un armistizio di tre giorni , restiamo dove siamo e   stiamo a vedere.”  Bagratiòn  fa sapere che  informerà il generalissimo e ne aspetterà la risposta.
Kutùsov  quasi non crede alle proprie orecchie: quella proposta  è un colpo di fortuna insperato. Si spinge oltre. Intanto che ci siamo, dice, fingiamo  anche  di trattare la capitolazione, chissà che i francesi non la bevano. Manda un suo uomo di fiducia, Winzingerode,  al campo francese e, intanto, ordina ai suoi di accelerare il passo e ai carriaggi di andare più svelti.
I francesi la bevono. Murat, imbaldanzito dal colpo così ben riuscito qualche giorno prima, crede di poter imbrogliare  anche i russi  e intavola subito le trattative. Quando lo viene a sapere, Napoleone gliene scrive di cotte e di crude. Come vi permettete di prendervi queste libertà? Non vi rendete conto di essere stato ingannato?  Io accetterò l’armistizio solo se lo zar lo accetterà , ma non ad altre condizioni. Attaccate, attaccate subito o i russi ci sfuggiranno! Murat , mortificato  dalla terribile  lavata di testa , mette da parte i giochetti   e si prepara a fare sul serio, ma intanto Kutùsov ha guadagnato tempo. Gliene serve ancora, però. Saprà darglielo Bagratiòn?[2]

Il miracolo di Bagratiòn.

I francesi  sono schierati nei dintorni di  Hollabruen, nei pressi del villaggio di  Schoengraben. I  meno di quattromila russi davanti a loro occupano alcune piccole alture e su una di esse hanno sistemato una  batteria di  quattro cannoni. Ai primi colpi di fucile,  il principe Bagratiòn , a cavallo, compare sulla linea del fuoco. Stando a Tolstoj, non dà ordini secchi e imperiosi, non ha carte da consultare né frasi da consegnare alla storia. Il suo sguardo apparentemente inespressivo, si posa ora sui propri soldati, ora sul nemico schierato, ora sulla batteria sistemata sulla  sommità della collinetta. Parla  a monosillabi, si limita a rispondere “Va bene!” quando gli viene suggerita questa o quella mossa, questo o quello spostamento, questa o quella iniziativa.  Secondo Tolstoj, sembra dire: “Ecco, vedete, tutto accade come io ho previsto, tutto si accorda  con le mie intenzioni”.   Questa sua imperturbabilità e  questo suo atteggiamento distaccato hanno il potere di infondere calma e fiducia tanto nei soldati, quanto negli ufficiali.
E, tuttavia, sul campo, nonostante i tanti “ va bene” di Bagratiòn, poco va per il verso giusto.  I soldati  russi si sbandano, si raccolgono di nuovo, caricano e sono caricati , sono cacciati dalle posizioni occupate , le rioccupano e, subito dopo,  ne vengono  ricacciati non perché eseguano un piano, ma perché subiscono l’avversario e i capricci del  caso. Attaccato da uno squadrone di cavalleria, un colonnello si spaventa e, non sapendo  che fare,  si ritira di propria iniziativa; due ufficiali , mentre tutt’intorno fischiano  le pallottole, litigano  per stupide questioni di puntiglio; l’artiglieria sulla collinetta, senza aver ricevuto ordini in tal senso, tira  sul  villaggio di Schoengraben, mandandolo, senza volerlo,  a fuoco e  causando non poche difficoltà ai francesi. Questi ultimi, infatti, preoccupati dall’incendio e occupati a spegnerlo, non inseguono subito i nemici, permettendo loro di arroccarsi meglio. Insomma, una gran confusione.
A un certo punto,  Bagratiòn vede i nemici tentare una manovra aggirante.  Fa subito  avanzare  due battaglioni di rinforzo.  E’ un altro uomo, il principe georgiano. Non ha  più lo sguardo appannato e quasi assonnato di prima , ma uno sguardo penetrante e acceso; non  parla  più  con la voce lenta e strascicata dei primi momenti, ma, modulati   col medesimo accento orientale di sempre, impartisce ordini, questa volta sì  secchi e precisi.  Smonta  da cavallo, fa allargare i varchi  perché i due battaglioni possano passare. Poi, con l’andatura ondeggiante tipica  dell’ufficiale di cavalleria appiedato,  muove,   alla testa dei propri soldati, alla volta del nemico. L’attacco di Bagratiòn  ha successo e i francesi vengono respinti. Adolphe Thiers, storico di Napoleone e l’imperatore stesso riconosceranno  il coraggio dei russi in quel frangente.
La batteria sulla collina, quasi dimenticata da tutti, continua a fare il proprio lavoro. E, prima di essere ritirata, contribuisce a rallentare  l’attacco di Murat diretto al centro dello schieramento di Bagratiòn . Contro ogni aspettativa, la missione ha  successo : i russi, è vero, non hanno retto fino in fondo, ma neppure  i francesi hanno avuto un  sopravvento netto.  Anzi, per qualche tempo sono stati trattenuti. Non attaccheranno più. Bagratiòn può completare il ripiegamento e ricongiungersi con l’esercito di Kutùsov, sfuggito, nel frattempo,  alla morsa.

L’imbroglio.

La partita è soltanto rinviata, però. Lo sanno i russi,  lo sa, soprattutto,  Napoleone. Al quale, ormai, resta soltanto quella carta da giocare. Villeneuve, infatti, l’ha combinata grossa. Sentendo la propria poltrona traballare, l’ammiraglio ha forzato i tempi e gli avvenimenti:  è uscito da Cadice- dove si era rifugiato a causa di un ennesimo errore- finendo dritto dritto in bocca a Horatio Nelson nei pressi di Capo Trafalgar, rimettendoci la flotta, la libertà e, più tardi, la vita( strapazzato da Napoleone, si suiciderà). Addio invasione dell’Inghilterra, dunque. La battaglia con gli austro-russi diventa, ora, questione di vita o di morte: Napoleone, il cui successo politico si regge in gran parte, se non del tutto, sulle vittorie militari,  non può permettersi di  sbagliare  mossa.
I  russi sono convinti di essere in vantaggio. Ne è convinto lo zar, ne è convinto il principe Dolgorùkov, molto ascoltato da Alessandro e fresco vincitore dei francesi   a Wischau ,  ne sono convinti molti ufficiali  dello stato maggiore. Secondo loro, Napoleone ha paura. Accade qualcosa di strano  o almeno, di  poco usuale, osservano : i  soldati  francesi,  se attaccati,  non reagiscono e  si ritirano quasi senza sparare; quando cercano di resistere, come a Wischau, le buscano.  C’è un’unica spiegazione: Napoleone non vuole la battaglia perché sa di essere nei guai. E’ il momento di dargli addosso. Attaccare per primi, non aspettare di essere attaccati, non amava dire così una delle leggende  dell’esercito russo, il generale Suvòrov?
Kutùsov, invece, sente puzza di bruciato e non condivide tutto quell’ottimismo. Teme un inganno da parte di Napoleone e, se fosse per lui, tenterebbe altre strade. Confessa  al conte Tolstoj, maresciallo di palazzo dello zar:  “Se diamo battaglia, saremo sconfitti: ditelo ad Alessandro.” E il conte Tolstoj di rimando: “ Mio caro generale, io mi occupo dei rifornimenti , voi occupatevi della guerra..”. Come dire: pensateci voi, se proprio ve la sentite,  a informare lo zar.
Kutùsov, però non si sbaglia. Napoleone alimenta ad arte  voci sulla  presunta debolezza del proprio esercito, finge di ritirarsi e, per essere più credibile, invia un proprio rappresentante, Savary, al  quartier generale  russo a parlare di pace. Alessandro rifiuta le proposte di Savary e manda a sua volta  il principe Dolgorùkov da Napoleone a saggiare il terreno. In presenza dell’imperatore,  il principe è  volutamente  provocatorio: non gli si rivolge mai  con l’appellativo di  “ Maestà” o  di “ Sire” e durante l’intera conversazione,  mantiene un atteggiamento quasi sprezzante. Napoleone, facile agli accessi di collera,  si controlla e, vista la posta in gioco,  ingoia il rospo. Ma non riesce a trattenersi   quando gli viene chiesto di rinunciare, fra le altre cose, anche al Belgio. “ Mi chiedete Bruxelles” sbotta” Mentre sono padrone di Vienna!”
La  messinscena , comunque,  ha successo. Il principe Dolgorùkov è  un pessimo osservatore: non sa  o non vuole capire quando un uomo finge o quando fa sul serio e non si chiede neppure perché Napoleone lo incontri  a due passi dalla prima linea: perché è così spaventato da avere una fretta dannata di parlamentare, come crede il principe   o perché vuole nascondergli lo schieramento delle sue truppe, come è intenzione dell’imperatore? Dolgorùkov presta attenzione soltanto a ciò che lo interessa; vuole convincersi e si convince: Napoleone è in difficoltà e sta cercando, disperatamente, una via d’uscita. Ed è pure nervoso. Torna da Alessandro e glielo riferisce.

Un piano perfetto.

Un fiumiciattolo, il Goldbach, divide i due eserciti. Sulla riva orientale sono schierati i russi, su quella occidentale i francesi.  Il piano di battaglia  alleato, messo a punto dal conte austriaco  Weirother, ha un  obiettivo  ambizioso: distruggere l’esercito di Napoleone  tagliandogli  le vie di comunicazione e di rifornimento e  avvolgendolo in una grande sacca.

Gli schieramenti iniziali. Clicca sulla cartina per ingrandirla.

Quattro colonne austro- russe più  l’avanguardia del generale  austriaco Kienmayer  dovranno  forzare  il fianco destro francese a sud del Goldbach, nei pressi dei villaggi di Telnitz , di Sokolnitz e di Kobelnitz,  operare una conversione verso nord  e  congiungersi con   l’ala destra  di  Bagratiòn .
Come aprire una grande porta, insomma : impugni la maniglia, fai forza    e la porta , girando sui cardini, si muove verso destra, travolgendo  e spingendo contro il muro tutto quello che le sta dietro. Il piano , dettagliatissimo e molto complicato, si basa sulla convinzione  che i francesi siano in confusione, siano inferiori di numero e abbiano poca voglia di battersi; per riuscire  richiede, inoltre,  movimenti  perfettamente sincronizzati da parte delle colonne avanzanti: il minimo contrattempo , il minimo intoppo, un ritardo anche breve,  rischia di far andare tutto a carte quarantotto.
Il piano  di Weirother, molto criticato a cose fatte,  non è  del tutto privo di logica. Esso si basa sul seguente presupposto: gli scontri frontali sono sempre  dispendiosi  e mai veramente decisivi  perché, anche se vittoriosi, non impediscono allo sconfitto di ritirarsi  per la strada da dove è venuto, sfruttando  i  depositi e le  fortificazioni disseminati lungo il percorso.  Perché sia decisivo, uno scontro  deve, invece,  provocare la  distruzione dell’esercito  nemico, non limitarsi a sloggiarlo dal campo di battaglia e costringerlo alla ritirata.
Quello di Weirother è, dunque, un progetto ineccepibile  in teoria, ma, in pratica,  è molto rischioso, in quanto si basa  su presupposti non verificati e su informazioni incomplete. Troppe cose, ad esempio, in quel piano, sono date per scontate: i francesi non vogliono battersi, Napoleone ha forze inferiori a quelle russe , la  posizione  occupata dal suo esercito  è nota, il suo fianco destro è debole e via di questo passo.
Anche Napoleone  persegue l’ obiettivo  di distruggere l’esercito nemico e  non lascia niente al caso. Ha  studiato attentamente il terreno, ha un’idea precisa di dove si stiano concentrando i russi   e perché , può contare su truppe motivate ed esperte, sa rischiare. Si sente  un po’ più tranquillo: durante la notte precedente lo scontro, dopo una marcia di cinquanta miglia, è arrivato il maresciallo Davout, partito da Vienna   alla testa di due divisioni. Una, la divisione Friant, ha retto i ritmi folli della marcia ed è lì, anche se non a pieno organico,  pronta  a battersi; l’altra, la divisione Guvin, più lenta,  è in avvicinamento. Ma, per il momento,  basta anche una sola divisione per rinforzare il suo  fianco destro, quel fianco destro ritenuto debolissimo dai russi.

 Una lezione di geografia.

La sera precedente la battaglia, nel campo russo ha luogo un Consiglio di guerra. Weirother illustra, per l’ultima volta,  i dettagli del suo  piano: qualcuno segue distrattamente , altri bisbigliano, il solo generale Doctùrov si china sulle carte  e prende appunti. Il generale Langeron, un francese al servizio dei russi e  comandante della seconda colonna, spazientito e irritato perché Weyrother non gli permette di esprimere obiezioni, liquida il piano come “ una lezione di geografia”.
E Kutùsov? Kutùsov dorme per tutta la durata dell’incontro. Bisogno naturale di sonno come scrive  Tolstoj , disinteresse per quel piano secondo lui condannato all’insuccesso, indigestione di vodka  o inguaribile  fatalismo?
Mentre  i russi ascoltano la lezione di Weyrother  e Kutùsov dorme,  si  avverte  del movimento nel campo francese. Il principe Dolgorùkov  lo trova inspiegabile: il nemico non dovrebbe trovarsi  lì, ma più indietro. Eppure, i fuochi brillano sempre più numerosi e le grida si fanno più intense. Migliaia  di soldati salutano, alla voce,  Napoleone. Hanno da poco ascoltato il suo proclama e sono certi della vittoria. “ E mentre essi saliranno per avvolgere la nostra destra, mi presenteranno il fianco”, aveva scritto Napoleone, passando, forse inconsciamente o forse volutamente ,  dal plurale al singolare. Langeron aveva messo il dito nella piaga  quando aveva affermato : “ Noi ci muoviamo come se le posizioni dei francesi fossero note. E se invece non lo fossero? E se i francesi non  si stessero ritirando? E se non fossero dietro la porta? Se invece di scappare ci stessero aspettando da qualche parte pronti ad attaccarci?”
Gli alleati , in effetti , hanno sbagliato i calcoli o le previsioni : Napoleone è un po’ più a est di dove essi lo credono e lì,  dietro l’altura dello Zurlan  e invisibile ai  nemici, ha ammassato il grosso del suo esercito e  aspetta il momento buono  per attaccare.  Non ha un piano dettagliato, solo un’idea : mentre la porta russa ruota in un senso, la sua si muove in senso contrario. Un po’ come le porte girevoli di certi alberghi, attraverso le quali un ospite  entra e l’altro esce o come una doppia elica che gira attorno a un perno.  Saranno gli avvenimenti a dare un senso a quest’idea.  E, intanto, facendo un po’ andare in bestia i propri marescialli, è avaro di particolari con tutti.

La doppia porta.

All’alba del 2 dicembre, le colonne di fanteria  austro-russe,  con poca cavalleria al seguito e senza essere precedute dagli esploratori-tiratori, si mettono in marcia verso gli obiettivi assegnati. In basso, la nebbia la fa da padrona, nascondendo ogni movimento e attutendo ogni rumore. In alto, sulle colline,  si stende una leggera foschia, attraverso la quale brilla  un sole velato, non ancora il celebre  sole di Austerlitz, pieno e splendente, di qualche ora dopo.
Ancora una volta è Tolstoj a darci, meglio di altri, il quadro della situazione e a descriverci quello strano momento, fatto di euforia , di esaltazione e di confusione  che sempre  precede uno scontro a fuoco. Sentiamolo. I soldati russi, riscaldati dalla vodka, marciano scherzando fra di loro, scambiandosi battute in allegria. Poi, all’improvviso, viene impartito l’ordine di fermarsi e l’allegria cede il posto ai mugugni e all’insofferenza. I soldati si fermano, senza capire le ragioni di quell’ordine. Per loro  la colpa è solo dei “tedeschi”, dei “ mangiasalsicce” dello stato maggiore, ignoranti , spocchiosi e pasticcioni.
Che cosa è successo? Semplice: fra il centro   e l’ala destra di Bagratiòn c’è un  varco  troppo esteso  e , proprio per colmarlo in qualche modo,  la cavalleria del principe  Lichtenstein e di Uvàrov  viene inviata in direzione del fianco destro russo. E così, migliaia di cavalleggeri  si spostano da destra verso sinistra  dello schieramento o da est verso ovest se si preferisce,  tagliando perpendicolarmente il campo e  scompaginando le file delle colonne in marcia o costringendole ad arrestarsi. E pensarci prima, no? Davvero un bell’inizio per il piano perfetto di Weirother.
Passati i cavalleggeri di Lichtenstein , la fanteria riprende la marcia . Ma, intanto, si è perso tempo prezioso.  Il generale Kienmayer con l’avanguardia  raggiunge il villaggio di Telnitz, mentre le altre colonne, quella di Doctùrov , all’estrema sinistra, quella  di Langeron  sul  fianco destro di Doktùrov  e , oltre Langeron,  quella di Prezebysky , tutte al comando di Buxhoevden ,  lo seguono da vicino. Si odono i primi colpi di fucile: è cominciato , per usare le parole di Tolstoj,   “ lo scontro sul fiumicello Goldbach ”.
Telnitz si trova  sulla riva orientale del Goldbach, quindi nella zona controllata dai russi e lì, secondo  le previsioni,  non dovrebbero esserci francesi. Invece, i francesi ci sono, eccome. Pronti a resistere il più  a lungo possibile, come ha ordinato Napoleone. Davout ha schierato i suoi , compresa la divisione Friant,  a difesa del villaggio e Kienmayer si trova davanti un ostacolo imprevisto e un osso maledettamente  duro. Non passa e patisce perdite elevate. Poi, vedendo  avvicinarsi la colonna di Doktùrov, i francesi cominciano a ritirarsi,  combattendo, però, casa per casa. Insomma, è passato già un bel po’ di  tempo  e le colonne russe  non hanno ancora attraversato il Goldbach. La porta  di Weirother gira su cardini poco oliati.  Butta male.
Al centro dello schieramento  si eleva una piccola altura. Riveste un’importanza strategica notevole e si trova in mano russa. Per la verità,  quell’altura, l’altura del Pratzen ,  era stata occupata dai francesi nei giorni precedenti la battaglia  e poi ceduta quasi subito  ai russi nell’ambito della  messinscena architettata da Napoleone per ingannare i  nemici. Se abbandono  una posizione forte come il Pratzen , potranno dubitare i russi della mia volontà di ritirarmi e di non combattere? questo,  più  o meno,  era stato il ragionamento di Napoleone. Nessuno aveva capito quella mossa  e molti, il maresciallo Soult in particolare, avevano mugugnato. Invano, come al solito.
Ma adesso, lì, lungo i fianchi del Pratzen, invisibili ai russi, stanno salendo due delle migliori divisioni dell’Armata, quella del generale Vandamme  e quella del generale Saint Hilaire. E, mentre  i francesi salgono, i russi… scendono. Proprio così: per eseguire il piano di Weirother, la quarta colonna, agli ordini dei generali Miloràdovic, russo  e Kollowrath, austriaco ,  lascia il Pratzen dal fianco opposto a quello dei francesi ,   per raccogliersi nella bassura e , poi,  dirigersi  a ovest, verso il villaggio di Kobelnitz.
Siccome lì, con la colonna , c’è anche Kutùsov,  le cose procedono a rilento. Il generalissimo vede trappole dappertutto e, prudentemente, preferisce prendere tempo, rinunciando a muoversi. Non è dello stesso avviso lo zar, arrivato a cavallo  sul campo di battaglia . Alessandro, nell’ uniforme nera  dell’esercito russo, si rivolge a  Kutùsov con tono deciso: “ Ebbene, Michaìl Ilariònovic, perché non cominciate?”. Il generalissimo risponde che non comincia perché  mancano ancora alcuni reparti. “ Credete forse, di essere sulla spianata della zarina a Pietroburgo, quando, per cominciare la sfilata,  tutti i reparti devono essere presenti?”  si spazientisce  Alessandro. “ Proprio perché qui non siamo sulla spianata della zarina  e proprio perché questa non è una sfilata preferisco aspettare” replica Kutùsov” Tuttavia se questa è la Vostra volontà, eseguirò”, conclude  accompagnando le parole con un leggero inchino.  Fa chiamare il generale  Miloràdovic e impartisce l’ordine di avanzare.
E mentre la colonna  russa si muove, sulle alture del Pratzen compaiono, perfettamente allineati , i reparti di testa delle divisioni Vandamme e Saint Hilaire.

La disfatta.

Torniamo a Guerra e pace  e seguiamo un  giovane ufficiale degli ussari al galoppo  lungo il campo di battaglia. Nicola ( Nicolaj) Rostòv ha ricevuto l’incarico  dal suo comandante, il principe Bagratiòn,  di recarsi dal generalissimo per ricevere conferma dell’ordine di entrare in azione. Sono, più o meno, le nove del mattino. Il fianco destro dello schieramento russo, quello affidato a Bagratiòn e opposto al maresciallo  Lannes,  non è stato ancora impegnato e il principe ,  forse presagendo  il peggio, non ha alcuna intenzione di dare retta a Dolgorùkov  che, a più riprese, gli “ consiglia” di avanzare . Mandando Rostòv da Kutùsov, Bagratiòn  ragiona, più o meno, così: se andrà male, cioè se il messaggero sarà ferito, ucciso o fatto prigioniero, l’ordine  del generalissimo non tornerà mai ; se andrà bene, cioè se il messaggero riuscirà a incontrare  Kutùsov, l’ordine  , nella migliore delle ipotesi, arriverà  dopo parecchie ore. In altre parole, troppo tardi per  essere eseguito. Nel frattempo  si vedrà.
Il campo di battaglia è avvolto  dal fumo degli spari  e dalla nebbia e Rostòv, in sella al suo Beduino,  non ha facili punti di riferimento. Vaga di qua e di là, senza sapere bene dove; vede soldati correre da tutte le parti; sente i cannoni tuonare; vede i reparti di elite della Guardia russa  a cavallo lanciarsi contro i corazzieri nemici;  gli sembra di vedere, classico esempio di “ fuoco amico”,  soldati austriaci sparare contro i russi e viceversa: vive, in altre parole, episodi slegati , senza riuscire a cogliere  il senso complessivo degli avvenimenti .  Poi, dopo qualche ora trascorsa nella vana ricerca del generalissimo, quando il sole di Austerlitz si è alzato nel cielo, distingue chiaramente i francesi :  non sono davanti ai russi , sono  alle spalle dei russi . Non è vero , dice a se stesso, non può essere vero.
E invece è  vero, drammaticamente vero. Nelle pagine di Guerra e pace , Tolstoj   ci fa vedere con gli occhi di Rostòv il  momento in cui i soldati austro- russi della quarta colonna,  quella di Kollowrath e di Miloràdovic, sono definitivamente  in fuga davanti al nemico. Che cosa è accaduto?  Mentre Rostòv, partito dall’ala destra dello schieramento,  galoppa alla ricerca di Kutùsov, al centro   la quarta  colonna alleata inizia  il movimento verso Kobelnitz. Si è mossa da poco,  quando, come abbiamo visto,  sul crinale del Pratzen  compaiono , del tutto inaspettati, i francesi. Il panico si diffonde  in un baleno, e  i soldati russi, benché molto più numerosi dei nemici, abbandonano i ranghi  e fuggono. Invano Kutùsov in persona , benché ferito , cerca di trattenerli. ” La ferita è là”   esclamerà indicando  a chi gli presta soccorso i suoi  soldati in fuga e i nemici padroni delle alture. L’”altra” porta, quella  spinta  da Napoleone ha cominciato a girare.
Tuttavia, passato il primo momento di panico, si tenta una reazione. Improvvisata, per altro, e quindi destinata a fallire. Langeron manda rinforzi verso la coda della colonna, attaccata con decisione dai francesi   e  Vandamme, premuto contemporaneamente  da due parti è in difficoltà. Ma è questione di poco. I  russi ,  sorpresi di brutto,  non ce la fanno a cambiare  ordine di battaglia,  cedono,  si sbandano e fuggono.
Al centro dello schieramento, un po’ più arretrato rispetto alla colonna di Miloradovic e di Kollowrath,  il fratello dello zar, l’arciduca Costantino, è di riserva con le proprie truppe.  Del tutto ignaro della piega presa dalla battaglia sia sul Goldbach, sia  nei dintorni del Pratzen,  si trova davanti  inaspettatamente  i francesi e viene coinvolto in uno scontro durissimo, nel quale, dopo brevi  e, ad onor del vero, brillanti successi iniziali, ha la peggio. Dopo la sconfitta di Costantino, i russi non hanno più riserve.  Anche la Guardia Nobile, l’elite dell’elite,  battutasi con grande valore,  è stata decimata. “Questa sera , molte signorine di Pietroburgo verseranno le loro lacrime” è il commento  di Napoleone. Perfidia  o compassione?
Sul fianco destro russo va  anche peggio. La cavalleria austro-russa  di Lichtenstein e di Uvàrov,  chiamata a chiudere il “ buco” fra il centro e Bagratiòn, viene  praticamente distrutta. I fanti del maresciallo Lannes, quasi tutti veterani,  la affrontano  non chiusi in quadrato, come era prassi comune,  ma schierati in linea , bersagliandola con scariche di fucileria e di mitraglia,  impedendole di trovare l’usuale  via di fuga lungo i fianchi di un  quadrato e,  privandola, quindi, della possibilità di raccogliersi e di  ritornare alla carica. Bagratiòn, vista la brutta piega presa dagli avvenimenti, non ci pensa due volte, agisce di testa propria e ordina la ritirata.
E’ premuto dalla fanteria di Lannes e  minacciato da Murat. Lo salvano gli zaini dei propri uomini, abbandonati  sul campo e l’eccessiva prudenza del re di Napoli. I  russi, per potersi muovere meglio durante  il  combattimento, si sono liberati di tutto il peso superfluo, zaini compresi. Ce ne sono circa diecimila, a pochi passi dai francesi.   I fanti di Lannes , quando vedono tutti quegli zaini senza proprietario ,  vogliono impadronirsene,  si fermano e regalano tempo prezioso al principe russo. Cercano oggetti di valore.  Resteranno delusi  : in  ognuno di  quegli zaini  ci sono  solo un’immagine di San  Cristoforo e una pagnotta di pane nero.
Murat, dal canto suo,  potrebbe intervenire, ma non lo fa: vuole risparmiare la propria cavalleria per l’inseguimento del nemico. Fra poco Napoleone gli chiederà di incalzare i fuggitivi e, allora, meglio andarci piano e conservare freschi cavalli e uomini per quel momento. Bagratiòn , graziato dalla cupidigia dei soldati di Lannes  e dal desiderio di Murat di non sfiancare i cavalli, si muove con ordine , spregiudicatezza e coraggio,  raccoglie i superstiti della Guardia e riesce a togliersi dai guai.
Anche il  resto dell’esercito alleato , dopo la prima  spallata  ricevuta dalle divisioni Vandamme e Saint Hilaire, potrebbe ancora   salvare il salvabile, riorganizzarsi e ritirarsi senza sbandare, ma  la fuga disordinata e scomposta  ha mandato in tilt l’intera catena di comando. Non solo Kutùsov viene isolato da tutti, impossibilitato a farsi un’idea della situazione e tentare di porvi rimedio; non solo Buxhoevden è partito di testa o è ubriaco e non prende decisioni, ma anche lo zar viene separato dal  generalissimo e da gran parte del  proprio seguito. Risultato: nessuno dà ordini e nessuno ne riceve. E’ il caos.
Rostòv , il cui unico desiderio è quello di  incontrare  Alessandro e di parlargli , se lo trova a un certo punto davanti, solo, nelle retrovie.  Viene  preso da scrupoli, si sente  in soggezione di fronte al proprio sovrano, considera inopportuno avvicinarlo e rinuncia a rivolgergli la parola. “ Chissà quali pensieri, quali preoccupazioni  avrà, in questo momento” , si dice. E fa cambiare direzione al  suo  Beduino, spingendolo  altrove. Solo letteratura? Certamente , ma, di sicuro, in quel giorno di sangue e di confusione, lo zar se la vide davvero brutta. Al punto da restare, alla fine,  non solo quasi senza guardia del corpo  ma anche senza  bagaglio, caduto in mano nemica. E così, Alessandro, se vorrà cambiarsi la camicia, se ne dovrà fare prestare una dal fratello…
A questo punto, a  Napoleone non resta che aprire del tutto la porta: fa  girare il suo centro intorno ai cardini del Pratzen e travolge le colonne  dell’ala sinistra austro- russa in ritirata da Telnitz e da  Sokolnitz . Il generale Kienmayer è il solo a cavarsela bene:  si difende con ordine e riesce a sfilare oltre gli stagni ghiacciati  del Satchan , posti a sud del campo di battaglia.  Buxoevden , invece, punta  dritto verso  gli stagni  e riesce nell’impresa di  mettere fuori uso l’unico passaggio percorribile: una passerella troppo debole per reggere il peso dei cannoni. E’ famosa la frase pronunciata dal generale russo  una volta arrivato, solo o quasi, sulla sponda opposta : “ Sono stato abbandonato da tutti!”.
Per   gli altri  è dura. I  francesi hanno bloccato il passaggio utilizzato da Kienmayer.  L’unica via percorribile sono, ora,  le paludi ghiacciate. Reggeranno?
I soldati si avventurano sulla superficie gelata e i francesi aprono il fuoco con i cannoni. Il ghiaccio si spezza e molti fuggitivi  muoiono affogati. Il bollettino ufficiale della Grande Armata  parlò di ventimila morti. Decisamente molti, decisamente troppi. Gli stagni del Satchan non  sono propriamente  la Fossa delle Marianne: c’è si e no un metro e mezzo d’acqua fra la superficie e il fondo. Se il ghiaccio si spezza, un uomo anche se cade in maniera scomposta, fa in tempo a rialzarsi e proseguire, a meno che non sia ferito o gravato  dal bagaglio. Lo zaino pesante, infatti,  può tirarlo a fondo e  trattenervelo. Nel giugno del  1944, durante lo sbarco in Normandia, alcuni soldati alleati morirono affogati in pochi centimetri d’acqua perché trascinati e immobilizzati   sul fondo troppo  a lungo dal pesante equipaggiamento. Ma  sulle rive degli stagni del Satchan ,  quasi tutti i soldati  non hanno più equipaggiamento: va bene se riescono a stringere ancora un fucile.
E c’è di più. Qualche tempo dopo la battaglia, gli austriaci fecero dragare gli stagni  per recuperare i corpi dei caduti: ne trovarono pochissimi, qualcuno dice soltanto due. Gli abitanti del luogo videro benissimo i cannoni francesi prendere di mira le file di soldati  sulle rive, ma non parlarono di migliaia di morti per annegamento. Tolstoj stesso  tratta questo episodio quasi di sfuggita.
Ma, allora, perché quelle cifre?  La spiegazione potrebbe  essere questa: Austerlitz  doveva essere consegnata al mito. E il mito si costruisce anche  sparandole grosse  e presentando all’opinione pubblica, alla Storia , a chi volete, cifre da capogiro ed eventi quasi soprannaturali.  Già  Erodoto, lo storico greco vissuto duemila e cinquecento anni fa,  lo aveva capito alla perfezione. Non si contano le frasi celebri pronunciate da Napoleone e dai suoi ufficiali prima , durante e immediatamente dopo Austerlitz; una volta smesso di combattere,  il testo del proclama alle truppe  fu ritoccato in alcuni punti per renderlo più solenne ; non ci si stancò di insistere sulla coincidenza della data della battaglia con quella dell’incoronazione di Napoleone  a imperatore;   persino il sole fu  tirato in ballo. Insomma, allo scopo di creare la leggenda di Austerlitz, la “sua” leggenda,  Napoleone non si accontentò di far fondere i cannoni strappati  ai nemici e di offrirli alla pubblica ammirazione, sotto forma di colonna in Place Vendome  a Parigi:  fece di più. Quella austro-russa doveva sembrare una disfatta totale e terribile. Ed  esemplare. E quale immagine migliore di migliaia di uomini morti affogati? I bollettini ufficiali , i memorialisti e i marescialli si adeguarono e il mito prese corpo
Ma la disfatta alleata fu davvero una disfatta di enormi proporzioni? Fu una brutta batosta certamente ,  ma qualcosa si salvò.  Kutùsov,  superati i primi  momenti di sbandamento,  recupera  la calma e studia la situazione. Invia aiutanti di campo a Bagratiòn, a Doctùrov, a Kienmayer e agli altri comandanti , ordina di raggrupparsi, di abbandonare  i carriaggi e il bagaglio  e di dirigersi verso sud-est,  verso l’Ungheria, dove  sta arrivando anche l’arciduca Carlo alla testa del suo esercito tenuto troppo a lungo e inutilmente in Pianura Padana.  La manovra riesce. Murat con la cavalleria, risparmiata  per questo momento, parte in direzione opposta, verso Olmuetz, convinto che lì si dirigeranno gli sconfitti.   Gli scampati alla carneficina ( mezzo esercito? Qualcosa in meno?) riparano in Ungheria, evitando Murat tornato precipitosamente sui propri passi, ma non sono più un esercito. Ci sarebbero voluti mesi, forse anni, per ricostruirlo, armarlo, addestrarlo.

Da leggere:

Chandler, David, Le campagne di Napoleone, Bur, 2006
Gallo, Max, Il sole di Austerlitz, Milano, 2003
Sebald, Winifried, Austerlitz, Adelphi, 2002
Valzania, Sergio, Austerlitz, la più bella vittoria di Napoleone, Mondadori, 2005

In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

Parte Seconda
Napoleone abbandona Mosca e Kutusov lo lascia fare.

La legna bagnata
Fabrizio del Dongo, in confusione totale, gioca a  fare il soldato a Waterloo.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Zona Cesarini.
Marengo: una battaglia già persa vinta all’ultimo minuto.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Cartina della battaglia: la “lezione di geografia”

Geography                         and         History.
http://www.roebuckclasses.com/101/…/maps/mapausterlitz.htm


[1] Questa è la versione di Tolstoj. Quella di molti storici è  diversa. Insieme a Murat e a Lannes non c’è Mortier, ma il generale Bertrand; non è il principe Auesperg a comandare la testa di ponte sul Tabor, ma un colonnello, e chi individua la manovra francese non è un sergente, ma un capitano dell’esercito austriaco. Anche  il “ colpo di genio” di Murat non è accertato. Ad ogni modo, al di là della presenza di questo o di quel generale, di questo o di quel maresciallo, i francesi,  senza sparare un colpo,  si impossessano del ponte.

[2] C’è anche un’altra versione, secondo la quale  non è Murat a proporre l’armistizio, ma Kutùsov, nell’intento di guadagnare tempo per il proprio esercito; a parlamentare non viene inviato Winzingerode, ma il principe Dolgorùkov. Del tutto vera e non frutto di fantasia,  la lavata di testa di Napoleone a Murat.


Napoleone in Russia

06/04/2011

Il “Piano degli Sciti”
                    (Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

 


Parte seconda.           (Leggi la prima parte)                                                  

Il silenzio e l’attesa.

 E lui, Napoleone, l’uomo del destino, il genio della guerra? Psicologicamente  è male in arnese e presagisce il peggio.  Alessandro non risponde alle sue lettere: allora  si sente offeso e progetta  di marciare su Pietroburgo  per fargliela pagare. I suoi  marescialli, Davout, in testa , lo riportano con i piedi per  terra: riflettete , sire; l’inverno si  avvicina ; i nostri soldati già adesso  hanno poco da mangiare; non possiamo reggere una seconda campagna; lungo la strada per Pietroburgo non ci sono magazzini o ripari e così via. Tutte cose, del resto, ben note all’imperatore.
Il tempo passa, la situazione peggiora,  ma  Napoleone, inspiegabilmente,  non si muove da  Mosca.  Spera in un miracolo o vuole negare  a se  stesso l’evidenza del fallimento e della sconfitta?

Cambia abitudini. Prima così frugale, ora  mangia troppo; prima così attivo, ora  passa in ozio molto del suo tempo, leggendo romanzi. Con tutti i problemi di quella situazione apparentemente senza via d’uscita, dedica  tre sere a stilare e a rivedere il regolamento dell’Opera di Parigi. Passa e ripassa  in rassegna le truppe: i  soldati, con le uniformi  in disordine  e  con le scarpe sfondate , si sforzano  di apparire marziali  ai suoi occhi.  Fa smontare  la  croce dalla torre di Ivàn il  Grande : progetta di portarla  in Francia, a Les Invalìdes,  una volta lasciata, da vincitore,  la Russia.  E’ un gesto sacrilego agli occhi del popolo russo: la croce  di Ivàn , infatti, è, per tradizione,  una specie di talismano, al possesso del quale è legata la salvezza dell’intera  nazione . E, quasi a ricordarlo a Napoleone, uno stormo di corvi , gracchiando, continua a volare  intorno alla croce  mentre i genieri francesi portano a termine l’operazione. “ Strano”, commenta l’imperatore, “Sembra quasi che quei corvi  vogliano difenderla”. Se anche gli animali si mettono  a combattere , figurarsi gli uomini.
Qualche volta, però, si ricorda di essere  Napoleone. Il 16 ottobre, ad esempio, impartisce  una disposizione ai suoi collaboratori: chiedere rinforzi ai sovrani alleati. E, da maestro della propaganda qual è, aggiunge: pubblicare con ampio risalto su tutti i giornali la notizia e raddoppiare le cifre delle truppe richieste. Sa benissimo questo: Mosca non ha importanza strategica, ma ha un’enorme importanza politica. Ma come farla fruttare se, dall’altra parte, lo zar, Kutùsov e compagnia bella tacciono e fanno i pesci in barile? Proviamo un po’ a smuoverli, dando l’impressione di una mobilitazione e di un impegno ancora più vasti. Tempo perso.
Dà, allora,  l’ordine di fermare a Smolènsk  l’artiglieria diretta  verso Mosca, e , a Vjazma Gyatz e Mozàjsk,  le truppe in marcia verso l’antica capitale. Lo fa, afferma, a scopo prudenziale, ma pochi ci cascano: in giro c’è aria di smobilitazione. Eppure, pochi  si adoperano per dotare i soldati di scarpe e di abiti adatti; pochi pensano a forgiare ramponi da applicare ai ferri dei cavalli in previsione di una marcia su terreni ghiacciati. Tanta leggerezza, tanta superficialità  sembrano inspiegabili.

Se Napoleone piange,  Kutùsov non ride. Anch’egli ha i suoi guai, un esercito ancora  male in arnese – anche se rinvigorito da nuove reclute  e da nuovi cavalli – l’ostilità palese dello zar e quella, altrettanto palese, di buona parte  degli ufficiali del proprio stato maggiore. Il primo non gli perdona l’abbandono di Mosca, gesto “ di cui porterete la responsabilità” gli scrive; i secondi non approvano la sua  tattica attendista .
E non l’approva, soprattutto, sir Robert Wilson, generale, mandato lì a ficcare il naso per conto dell’Inghilterra, ma molto ascoltato, tramite l’ambasciatore Catchard,  anche  dallo zar. Secondo Wilson,  Kutùsov non sa fare il proprio mestiere. Quando gli si parla di attaccare inventa mille scuse e mette in campo mille pretesti: una volta è la posizione sfavorevole, una volta è l’incompletezza delle informazioni, un’altra le necessità di non rischiare troppo l’esercito. E così via. E’, secondo lui,   debole, inetto e incapace.
Ma perché il feldmaresciallo aspetta e  prende tempo? Teme Napoleone? Certo che lo teme, ma  teme di più,  come abbiamo visto,  di compiere un passo falso. Dopo Borodinò, ha capito questo: la salvezza della Russia può essere compromessa  se si punta tutto su un’altra Borodinò.   Del resto, che cosa può fare Napoleone?  O rimane  a Mosca o se ne va. E, se se ne va, inutile attaccare, rischiando di perdere uomini e cavalli e  versando altro sangue russo. E’ sufficiente   seguirlo , fargli sentire la presenza di un esercito che cresce ogni giorno di più, mentre il suo  si assottiglia, colpirlo con azioni di disturbo, impedirgli l’accesso ai rifornimenti. Per questo gli si è messo di fianco. Ma se Napoleone  resta a Mosca… Se resta a Mosca è un guaio. Prima  o poi bisognerebbe  muoversi, assumere l’iniziativa, andare  a stanarlo e  allora potrebbe succedere di tutto. E questa eventualità  lo preoccupa, molto, molto di più degli intrighi del suo stato maggiore e del tono gelido delle   lettere dello zar.

La fine dell’inizio: da Tarùtino a Malo-Iaròslavietz.

 Murat, ormai  incollato ai  russi, scrive a Napoleone: il nemico si rafforza  e  qui dove  mi  trovo  non mi sento tranquillo: ho il fianco sinistro scoperto e, davanti a me, un burrone scosceso , difficile da superare. Per ora i russi non sembrano avere intenzione di attaccarmi, ma sarebbe meglio che mi ritirassi  su posizioni più sicure. Ritirarsi? Non sia mai. Napoleone invia allora Lauriston, di ritorno dall’ambasciata presso Kutùsov,  a dare un’occhiata. E’ il 13 ottobre.
Cinque giorni più tardi, i timori di Murat si avverano. Inseguendo  una lepre ferita, un soldato sbuca su un pianoro e, sotto di sé, vede i reparti  del re di Napoli  accampati  alla bell’e meglio  e con il fianco sinistro pericolosamente scoperto. Attaccare? Lasciar perdere?

Peter von Hess (1792-1871), la battaglia di Tarùtino. Pietroburgo, Museo dell'Ermitage.

Contrariamente alle previsioni, i russi questa volta attaccano. Kutùsov, come da copione,  è restio a dare battaglia , ma non può sempre dire di no, soprattutto ora che  il suo esercito è , seppur di poco,  in superiorità numerica . Senza contare, poi, le pressioni che arrivano da Pietroburgo. E così il generale Bagovùt investe i francesi di fronte, Orlov- Denìssov   di fianco. L’attacco riesce, i  francesi hanno la peggio, ma, paradossalmente, vengono salvati dagli stessi attaccanti. I cosacchi di Denìssov , infatti, sbaragliati i nemici, si disperdono  in cerca di bottino, perdono tempo, la tenaglia non si chiude e Murat  sfugge all’accerchiamento. Lo si può ancora intercettare, però, a patto che arrivino rinforzi. Bennigsén, quel giorno comandante sul campo, li chiede  a Kutùsov: il feldmaresciallo, come già Napoleone a Borodinò,  li nega. Apriti cielo!  La codardia del comandante in capo supera di gran lunga  i limiti concessi ai codardi, scriverà Bennigsén   allo zar.
Ma lì, a Tarùtino, nonostante l’impegno profuso, secondo Tolstoj,  da molti ufficiali  russi per far fallire l’attacco e per mettere nei guai il feldmaresciallo,  è successo un fatto nuovo: i russi, per la prima volta, sono passati all’offensiva  e hanno avuto, anche se non fino in fondo,  la meglio. E con poche perdite, per giunta. Questo fatto ha il  potere  di risollevare il morale delle truppe,  compromesso  da tante, troppe  batoste e da tante troppe rinunce.  E non è una cosa da poco.

Vittoria della strategia, dunque?  Non si direbbe.  Il piano perfetto- questa volta preparato da Toll-  viene attuato, stando a Tolstoj, con un giorno di ritardo, perché, il giorno stabilito,  nessun reparto va   dove dovrebbe  andare; il giorno successivo, poi,  quasi  nessuno arriva a destinazione all’orario  previsto. Solo Denìssov e i suoi cosacchi lo fanno:  sono loro a sostenere – e a vincere- la battaglia di Tarùtino. Il generale  Bagovùt ci mette del suo , ma più per una ripicca  personale che per   un piano preciso. Dunque, se niente funziona per il verso giusto, se le colonne marciano tardi o non marciano affatto verso le destinazioni assegnate, se, nonostante tutto questo,  un pugno di cosacchi spaventa a morte un esercito forse più forte, supportato dall’artiglieria e comandato da uno come Murat, allora la belva è  alla fine. Basta saper aspettare ed essa , prima o poi,  stramazzerà da sola. Kutùsov lo ha capito. Ma lo zar e lo stato maggiore, loro capiranno?

Napoleone viene informato di quanto successo  a Tarùtino.E’ livido di rabbia.  No , non si è trattato di una scaramuccia come tante altre: quella di Tarùtino è stata una battaglia vera e propria. E’ ora di finirla,  è ora di andare a cercare il nemico, ridurre lo zar  a più miti consigli e  chiudere la questione una volta per tutte. Esce da Mosca- forse non aspettava altro per decidersi ad abbandonarla- al grido  di “ Andiamo a Kaluga e guai a chi si metterà sul mio cammino !” E’ il 19 ottobre. Scrive alla moglie, l’imperatrice Maria Luigia: lascio Mosca per raggiungere una posizione migliore. In altre parole , alza i tacchi.
Sfilano i reggimenti, sfilano i cannoni, sfilano i carriaggi, una fila interminabile di carri, di carrozze, di carretti, sui quali   i francesi hanno ammassato il bottino strappato alle case e ai palazzi  di Mosca durante sei settimane di occupazione e di saccheggi. A quei carri, migliaia di civili, donne e bambini, francesi e russi, polacchi e “tedeschi,  affidano  la propria vita e l’ ultima speranza di salvezza. Napoleone è contrariato, ma tollera quel disordine: rallenta la marcia dell’Armata, ma come deludere i  soldati? Come privarli della ricompensa per  tutte le fatiche e  i  disagi sopportati  durante la campagna? Fra l’altro, anch’egli, su qualcuno di  quei carri, ha sistemato- corre voce-  il proprio bottino personale. Pochi di quei carri arriveranno  sulle sponde della Beresina.
Due giorni dopo lo raggiunge il maresciallo  Mortier, ex governatore della ville asiatique: ha con sé ottomila uomini e, dietro di sé, le rovine del Cremlino, fatto saltare in aria secondo gli ordini dell’imperatore. Commenta Tolstoj: il bambino ha voluto distruggere la mattonella nella quale è inciampato. (E non sarà la sola.  Quando raggiungerà  di nuovo Smolènsk, Napoleone ordinerà a Ney di fare saltare in aria le mura della città. Un  ordine  privo di qualsiasi logica e non solo  militare. E, benché colpite, le mura, incrollabili come la Russia,  si ostineranno  a restare in piedi. Come gran parte di quelle del Cremlino, del resto).

Uscito da Mosca, Napoleone si dirige a sud, lungo la vecchia strada di Kaluga, la stessa  nei pressi della quale Murat, il giorno prima,  è stato sconfitto dai russi. Con lui ci sono, stando a Sègur, centomila uomini. Piove.
Percorse alcune verste, Napoleone devìa verso est e  raggiunge, non senza fatica, la strada nuova di Kaluga, lasciando Ney e Murat a proseguire sulla vecchia, per  trarre in inganno  i russi. Manovrando in questo modo, spera di sopravanzare Kutùsov  e di tagliargli la strada.  Sembra dirgli bene: i russi, stando alle prime informazioni, non si sono accorti di niente. Inoltre, il generale Delzons ha raggiunto  il villaggio di Malo-Iaròslavietz, l’ultima posizione da cui Kutùsov  può  sbarrare il cammino all’Armata.
Napoleone è abbastanza soddisfatto. Lo sarebbe meno se sapesse dell’errore commesso da Delzons. Arrivato, come abbiamo visto,  sul far della sera a Malo-Iaròslavietz, il generale  non se l’è sentita o non ha avuto il tempo di occupare le alture intorno al villaggio e si è posizionato in basso, sulle rive del fiume Louja(o Lutza). Il giorno seguente,  i francesi pagheranno col sangue  questa leggerezza.

Mentre Napoleone si dirige  verso Malo-Iaròslavietz, il campo di Kutùsov è in agitazione : corre voce che   diecimila francesi  si trovino nei pressi del  vicino villaggio di Fomìnskoie. Bisogna  andare a vedere. Il feldmaresciallo sceglie per la missione  il generale Doctùrov,  soldato esperto, prudente  e  avvezzo a condurre  operazioni pericolose. Un fior di generale, questo Doctùrov,  anche se poco considerato rispetto ai vari  Bagratiòn, Barclay, Raièwski , Miloràdovic, ecc. E ignorato, o quasi, dai cantori –  Puskin in primo luogo- di quella irripetibile pagina della storia russa. L’unico a rendere il dovuto  omaggio a lui e a un altro come lui, il generale Konovìtzin,  è Tolstoj. D’altronde è naturale: per il grande romanziere russo,  Doctùrov e Konovìtzin, gente di poche parole e di molti fatti, uomini d’azione e non uomini da tavolino, sono, come Kutùsov e come Bagratiòn  l’espressione vera e profonda dell’anima e del temperamento del popolo russo. E, per questo,  hanno tutta la sua simpatia.
Dunque Doctùrov si mette in marcia  con i propri uomini e si avvicina alla località di  Fomìnskoie. Si aspetta di trovare una divisione o tutt’al più un corpo d’armata ;  prima di arrivarci , si trova , invece, davanti l’intero esercito francese, Napoleone compreso. C’è un’unica cosa da fare: dirigersi  verso Malo-Iaròslavietz e tagliare la strada all’imperatore.  Doctùrov lo capisce subito, ma capisce anche l’eccezionalità di quella situazione:  prima di agire bisogna informare Kutùsov.
Il feldmaresciallo   dorme  o, meglio, cerca di farlo fra mille pensieri   quando  un ufficiale inviato da Doctùrov arriva al quartier generale.  Konovìtzin,  il generale di servizio,   ha la febbre e sta cercando di riposare, ma quando sente la notizia, si alza di scatto  e nonostante la forte indisposizione  si dirige insieme al messaggero  verso l’alloggio di Sua Altezza Serenissima. Strada facendo, molti ufficiali dello stato maggiore, appresa la notizia e in preda all’entusiasmo, immaginano, chi  mentalmente, chi   a voce alta,  piani di battaglia   i cui esiti  si concludono – può essere altrimenti?- con l’aggiramento e la sconfitta inevitabile di Napoleone. E’ arrivato il momento di menare le mani, finalmente.
Kutùsov ascolta  in silenzio l’inviato di Doctùrov, si fa confermare la notizia, poi, senza immaginare né esporre alcun piano, senza consultare alcuna carta,  voltatosi verso il lato della stanza dove sono  esposte le  icone,  alzati gli occhi al cielo,  esclama: “ Le mie preghiere sono state esaudite: Napoleone ha lasciato Mosca. La Russia è salva!”
Non gli importa altro. E  scoppia  a piangere.

L’inizio della fine:  da Malo- Iaròslavietz a Smolènsk.

Che fare?Abbandonare la posizione  e tenersi a debita distanza dai francesi, lasciando loro l’iniziativa? Per Kutùsov sarebbe l’ideale, ma non è possibile. Troppo vicino Napoleone, troppo caldo il ricordo  di  Tarùtino.  Darà battaglia, allora, ma a modo suo. Non  sono più i tempi di Poltava, quando Pietro I  poteva permettersi il lusso ( il lusso?) di sacrificare dieci russi per uno svedese, vantandosi di averci guadagnato nel cambio. Il feldmaresciallo non darebbe la vita di uno dei suoi nemmeno in cambio di quella di dieci francesi. Perché Napoleone ha lasciato Mosca? si chiede. Lo ha fatto, forse,  perché  cerca la battaglia decisiva per costringere lo zar alla pace? Nemmeno per sogno. Napoleone ha abbandonato Mosca ,  perché sta scappando a gambe più o meno levate. E se scappa, ha senso versare altro sangue russo? Non gli  interessa la cattura di Napoleone;  non gli interessa la vittoria in battaglia; non gli interessano le sorti dell’Europa così care a Wilson e agli inglesi: gli interessano  soltanto la sorte della  Russia e quella  dei propri soldati. “ Pazienza e tempo: ecco i miei alleati!” Non ne ha altri, del resto,  né lì né a Pietroburgo.
Lo zar e Wilson, infatti,  neanche  a farlo apposta, la pensano in modo diverso. Per loro, è Napoleone l’obiettivo. Tolto di mezzo lui, l’Europa potrà tornare a girare sui vecchi cardini. E così si uniscono al coro di quasi tutti i generali  dello stato maggiore e  non risparmiano critiche feroci alla condotta del  feldmaresciallo. Ma che diavolo sta facendo Kutùsov? Perché va così piano? Perché non affonda il colpo? Perché si lascia scappare tutte le occasioni?

Peter von Hess, la battaglia di Malo-Iaroslawietz.

Se lo chiede anche Doctùrov  inattivo  nei dintorni di Malo-Iaròslavietz.  Attende ordini, il tempo passa e gli ordini non arrivano. Ma che cosa aspetta  Michail Ilariònovic? Poi, finalmente, l’ordine arriva: Doctùrov occupa le alture e su di esse piazza i propri cannoni,  ma gran parte della sorpresa è andata a farsi benedire. Dal canto suo Kutùsov non si smentisce e,  quando  si muove con il grosso dell’esercito verso la pianura sovrastante  Malo-Iaròslavietz, non sembra avere molta fretta. E appena può, dopo una mattinata di scontri violenti, abbandona  il villaggio  a Napoleone e si riposiziona  a cavallo della strada di Kaluga, sbarrandola. Lo zar lo rimprovera aspramente . Gli scrive: avevate  l’esercito nemico alla vostra mercé e ve lo siete lasciato scappare.
Non ha capito niente.

Dal canto suo, Napoleone vede  i suoi compiere atti di valore e battersi con coraggio. Vede i soldati di   Delzons cacciare con una carica furibonda i russi posizionati  nelle scarpate attorno a Malo-Iaròslavietz;  vede  cadere Delzons e , dopo di lui, il  fratello; vede  il principe Eugenio tenere testa a Doctùrov ;  vede  i suoi risalire le alture, esserne cacciati,  riprendersi, ritornare su e mettere in fuga i russi. Ma vede  anche- copione già noto- il villaggio andare a fuoco e i russi battersi con accanimento prima di  ritirarsi su posizioni più sicure; vede  i propri soldati cadere,  ode   gli strazianti  lamenti dei feriti. Verso sera si  sistema  in una “ casupola”, come  scrive  Sègur e convoca   Bessières : ha bisogno di sapere che cosa stiano facendo i russi, dove siano posizionati, se, l’indomani, si possa dare battaglia. Il rapporto del suo maresciallo  lo gela: Kutùsov occupa una posizione formidabile, impossibile pensare di averne ragione.
Anche Napoleone ha conosciuto la sua Borodinò.

Il mattino seguente, un’altra sorpresa:  con il favore dell’oscurità , l’ataman Plàtov ha  portato  i propri cosacchi alle spalle dei francesi e si è  gettato  sui carriaggi e sulla retroguardia , dividendo in due l’Armèe. Alcuni dei suoi uomini arrivano a un tiro di schioppo da Napoleone, circondano lui e il suo seguito, sbalzano di sella il generale Rapp  abbattendogli  il cavallo e incalzano gli altri. Solo il  movimento casuale  di alcuni  reparti di cavalleria francese nella sua direzione e il desiderio di bottino degli attaccanti salvano Napoleone. Alla fine,  i cosacchi in sella ai loro arruffati cavallini lasciano  il campo,  cavalcando  al passo fra gli intervalli degli squadroni francesi e caricando, con calma, le armi. Si dirigono,  indisturbati e quasi irridenti,  verso la cittadina di  Medy’n.
Quella  sera l’imperatore ordina di bruciare tutta la corrispondenza con i propri ministri e si fa consegnare una fiala di veleno:  d’ora in poi non correrà più il rischio di essere fatto prigioniero.  Prima di allora,  un pensiero del genere  non l’aveva neppure sfiorato.

Napoleone è messo male: Kutùsov gli sbarra la strada per Kaluga, Plàtov con i suoi cosacchi, quella per Medyn. Ma bisogna pure decidersi a fare qualcosa, non si può stare lì all’infinito. Nella “ casupola” di cui parla Sègur adesso, convocati dall’imperatore,  ci sono anche Murat, Berthier, Davout, Bessières e  il principe Eugenio.  E un mucchio di opinioni contrastanti. C’è chi è per sbloccare la strada di Kaluga( Murat), chi, invece,  quella per Medyn.  Davout sostiene la necessità di puntare verso le intatte  e ricche province russe  del sud.  Interessante quest’ultima proposta , ma è  praticabile? L’esercito ha il tempo contato, non può perderlo andando in cerca di viveri e di foraggio, ribatte Napoleone. Lungo il cammino servono guarnigioni, depositi di viveri, una “ strada preparata”, insomma. La direzione è Smolènsk, non si scappa. Resta da vedere da dove raggiungerla. Napoleone  riflette, scarta Kaluga e Medyn e sceglie, invece, la strada per Mozàjsk. Andrà a nord.
Kutùsov , intanto, posizionato all’estremità meridionale della pianura  di Malo-Iaròslavietz( Napoleone tiene la parte nord) ordina la ritirata in direzione del  fiume Okà. Va sud. Dunque, quasi nello stesso momento, lì sul campo di battaglia  ancora insanguinato, le due armate, quella russa e quella francese, si voltano le spalle e prendono  due  direzioni  opposte.

La mossa dell’imperatore di puntare su Smolènsk, via Mozàjsk, ha dato luogo a molte interpretazioni, alla luce, naturalmente, degli avvenimenti successivi. Von Clàusewitz non ha dubbi: era l’unica mossa da fare. La necessità di poter disporre  di una “ strada preparata” era  prioritaria  rispetto a tutte le altre opzioni. Tolstoj la considera invece una sciocchezza, un errore madornale: il ritorno della belva ferita a morte  sulla pesta conosciuta.  Come si fa, scrive, a essere così sciocchi da dirigersi, con la cattiva stagione alle porte, verso luoghi devastati e inospitali. Ma se anche Napoleone   si fosse  diretto altrove, come suggerito da Davout, sarebbe stato lo stesso: il fuoco aveva  il medesimo  potere distruttivo sia a nord , sia  a sud ;  la rabbia del popolo russo  era   la medesima , sia a nord , sia a sud, commenta lo scrittore.

Quando Napoleone raggiunge Smolènsk, succede il finimondo. I viveri non  vengono distribuiti, ma saccheggiati dagli uomini affamati e le scorte di quindici giorni se ne vanno in tre. Bisogna ripartire in fretta verso Kràsnoie e la  Beresina. Ma dove sono i russi? Sono vicini? Sono lontani? Napoleone non ha quasi più cavalleria e non può ordinare  frequenti ricognizioni; quando gli arriva un’informazione e gli viene  segnalata la presenza del nemico in una determinata località, l’informazione ricevuta è già vecchia, perché nel frattempo il nemico si è spostato altrove. Kutùsov,  pur stando relativamente meglio rispetto a Napoleone e potendo contare sui cosacchi, è , più o  meno nella stessa situazione.  Insomma, i due eserciti si spostano sapendo poco l’uno dell’altro, delle reciproche posizioni, delle distanze che li separano o che li riavvicinano. Quando, ad esempio, Napoleone abbandona Smolènsk,  Kutùsov, nel seguirlo, lo sopravanza ,  forse senza volerlo o forse no, e  nei pressi di Kràsnoie,  se  lo ritrova davanti.  La distanza fra i due eserciti  è troppo breve perché si possa evitare lo scontro. Ancora una volta  Kutùsov sembra non volerlo, ma  ancora una volta deve giocoforza accettarlo.

Da Kràsnoie alla Beresina.

La battaglia di Kràsnoie dura quattro giorni, dal 15 al 18 novembre ed è caratterizzata , per tutta la sua durata,  dall’indecisione dei russi, sempre a un passo dalla vittoria , ma incapaci di affondare- o non interessati  a farlo- e  segnata, all’epilogo,  dalla coraggiosa  e temeraria  ritirata di Ney, accolto, fra le sue braccia, da Napoleone, quando tutto sembrava perduto.
Scrive Sègur: i russi, in evidente e schiacciante superiorità numerica, durante quei giorni, tennero in pugno  l’imperatore, ma ne ebbero paura. Si fermarono davanti all’aura quasi magica  che lo avvolgeva. E commenta:  ci si poteva spettare altro da un popolo fondamentalmente  superstizioso? ( Per un francese di allora , figlio della Rivoluzione,  fede e superstizione coincidevano). In realtà Napoleone e la sua aura magica c’entrano poco:  i russi ci vanno piano, perché Kutùsov, come al solito,  non vuole rischiare più del dovuto i propri uomini e perché anche l’esercito russo ha  i suoi guai.

Durante la battaglia di  Kràsnoie  succede di tutto.  Bennigsén ( sarà  silurato di lì a poco da Kutùsov), forte di una superiorità schiacciante,  infierisce,  di propria iniziativa  e contro il parere del feldmaresciallo, su quindicimila italiani affamati e ridotti allo stremo; il principe Eugenio, figlio adottivo dell’imperatore, si disimpegna  sfilando  di notte,  con le proprie truppe,  a pochi metri da  Miloràdovic, riuscendo a farla franca solo perché un suo soldato polacco che parla russo inganna una sentinella nemica  spacciando quella marcia per la marcia della divisione di Uvàrov in missione  segreta(!) ; il generale  francese  Roquet, il 15, conduce un attacco alla baionetta contro posizioni ben più forti ottenendo un insperato successo.
Infine, Ney e la sua leggenda. Circondato da tre parti,  ormai allo stremo e tagliato fuori  dall’esercito in ritirata,  il maresciallo conduce i suoi verso il Dnepr. “Muoversi! “ ordina” Si va verso il fiume. Il Dnepr non è gelato ? Gelerà”. Ha  tremila uomini con sé.  Sull’altra riva , insieme a Ney, transitato per primo  sul ghiaccio ancora sottile,  ne arriveranno ottocento. Il Dnepr inghiottirà gli altri.  Con Ney ci sono anche  numerosi civili: resteranno sull’altra sponda, alla mercé dei cosacchi. Qualche carro cerca di passare, ma il  ghiaccio non tiene. Stando alla testimonianza di chi racconta quegli avvenimenti, le urla di disperazione e di terrore di chi affonda nelle acque gelide del Dnepr, sono meno drammatiche rispetto al successivo,  terribile,  silenzio.

Se quella di Kràsnoie fu una battaglia confusa   negli episodi, fu chiarissima, fin dall’inizio, nella sua impostazione: Kutùsov non aveva alcuna voglia di rischiare i suoi e, alla prima occasione, abbandonò il campo; Napoleone  aveva  una voglia dannata di togliersi di lì per raggiungere la  Beresina e andarsene, salvando quanti più soldati possibile. Da Mosca a Kràsnoie, infatti,  la sua armata si era ridotta  ulteriormente di numero: centomila uomini, secondo Ségur,  lasciarono la capitale, trentaseimila fronteggiarono i russi a Kràsnoie. La cavalleria francese  non  esisteva  quasi più: millecinquecento uomini in grado di stare in sella all’uscita da Smolènsk, quasi la metà  a Kràsnoie( riunita, fra l’altro, in uno “squadrone sacro” a difesa dell’imperatore) . Si capisce , allora, l’atteggiamento di Kutùsov: perché rischiare anche un solo uomo, quando l’intera armata nemica, ormai, si è disgregata?
Scrive Tolstoj:  quando entrarono  a Mosca, i francesi erano ancora  un esercito. Arrivati a Mosca, si introdussero  nelle case e, sparpagliandosi in mille direzioni,  in cerca  di bottino, cessarono di essere soldati e diventarono saccheggiatori. Che l’esercito francese non esista più è anche la ferma  convinzione dell’anziano  feldmaresciallo russo, l’unico a capire appieno gli effetti e le conseguenze del conto salato pagato dai francesi a Borodinò.  Ma commette un errore: non lo rivela apertamente. E così, la sua condotta  è sempre più criticata   e lui passa per un rimbambito e per un incapace. Quando va bene, s’intende. Perché c’è  anche chi lo sospetta di intelligenza con il nemico.

Napoleone lascia Kràsnoie in fretta e si dirige verso la località di  Borizòv. Il tempo è peggiorato , nevica spesso, di notte il freddo si fa sentire. I soldati, stanchi morti   e sfiduciati, marciano come automi; i congelamenti non si contano; chi è esausto e sfinito  cade a terra e non si rialza più:  la neve, lentamente, lo ricopre. Chi ancora si regge in piedi non  fa neppure  caso a quelle montagnole bianche, sempre più numerose, sempre più sinistre: si limita, semplicemente, a scavalcarle. Qualche volta, a sorpresa, è ..il nemico a soccorrere l’invasore. L’episodio del capitano Ramballe e del suo attendente, accolti, nutriti e riscaldati in quanto “ essere umani” dai russi, raccontato da Tolstoj in “Guerra e Pace  è la trasposizione letteraria di fatti effettivamente verificatisi  e documentati.
“Mangeranno carne di cavallo, come i turchi!” aveva esclamato  una volta Kutùsov. E’ stato facile profeta. Affamati e ridotti allo stremo, i soldati di Napoleone arrivano in vista di un fiume  impetuoso e gonfio le cui acque, in alcuni punti, trasportano grossi  lastroni di ghiaccio: la Beresina.

Forse ai bambini russi   si racconta ancora  la favola del luccio al quale i topi mangiarono la coda: il  luccio è l’ammiraglio russo Cìciagov, i topi i francesi di Napoleone. Che si fecero beffe di lui, a Studiànska( o Studienka) , sulla Beresina.  Ai russi, quel  giorno,  andò tutto storto, a Napoleone tutto bene; i russi non si capirono, non poterono  o non vollero capirsi.  Napoleone giocò il tutto per tutto, riscattando, come scrive von  Clàusevitz, con quell’azione tutti gli errori commessi in precedenza durante la campagna di Russia. Anzi, sempre secondo Clàusewitz, alla Beresina l’imperatore aumentò il proprio onore e la propria gloria. Questione di punti di vista, naturalmente.
Quello di Tolstoj, neanche a farlo apposta,  è diverso. Inutile accusare questo o quell’altro, questa o quella manovra, questa o quell’indecisione, questo o quell’errore; inutile tirare in ballo il genio di Napoleone:  le cose alla  Beresina andarono come andarono perché così dovevano andare.  I russi volevano  tagliare la ritirata all’esercito francese e catturare Napoleone? Falso e  per due ragioni: far prigioniero Napoleone e tagliare la ritirata all’esercito francese   non aveva alcun  senso(  prima ragione ) e, soprattutto, era impossibile(  seconda ragione).
Non aveva senso,  perché il desiderio  dei soldati  russi e di chi li comandava sul campo, era  che i francesi, come stavano facendo,  lasciassero la Russia alla maggiore velocità possibile. Non aveva senso, in quelle condizioni, pestare la coda al serpente. E se si fosse rivoltato? Se avesse cercato di mordere con tutta l’energia  e la forza di chi si sente senza via d’uscita? Non aveva senso fare pressione su un esercito già di per sé in dissoluzione; non aveva senso catturare altri nemici quando, per sorvegliarli si sarebbe dovuto indebolire un esercito già indebolito di suo dai combattimenti di Malo-Iaròslavietz, di Smolensk,  di  Kràsnoie  e tormentato  dalla fame.  Da Tarùtino alla Beresina , infatti, i russi avevano perduto, fra caduti, feriti e sbandati,  migliaia di  uomini;  molti soldati  erano privi di  scarpe da neve, pellicce, colbacchi; qualcuno, addirittura, non indossava  neppure l’uniforme invernale.
Ed era impossibile, perché , secondo  Tolstoj, i piani non  riescono  mai come stabilito a tavolino; era impossibile  perché riunire le colonne di Cìciagov, di Wittgenstein, di Kutùsov  in un punto preciso, in un momento  preciso  equivaleva  a ignorare le condizioni oggettive dell’esercito russo sul campo  e  a credere alla favole; era impossibile  perché ci sarebbero voluti molti più uomini   per opporsi al movimento sempre più veloce e compatto – non più sparpagliato e, quindi, più pericoloso- dei francesi verso la salvezza; era impossibile  perché “tagliar fuori” un esercito è solo una  frase vuota. Tagliarlo fuori da che cosa? si chiede Tolstoj. Se gli sbarri la strada lungo una direzione, può prenderne un’altra e se  anche questa è sbarrata, un’altra ancora e così via. E conclude: “ I russi, che la morte aveva scemati della metà, fecero..[ alla Beresina.].. tutto quanto si poteva fare e doveva essere fatto per conseguire uno scopo degno del loro popolo e  non hanno colpa se altri russi , stando in camere ben riscaldate , immaginarono   che si potesse fare ciò che era impossibile”.

Il piano russo preparato “in camere ben riscaldate “ anche con lo zampino di una nostra vecchia conoscenza, Pfull ( o Phull),  prevede   l’accerchiamento dell’esercito francese e la  cattura di Napoleone. E, come tutti i piani preparati  a tavolino, come tutti i piani preparati da Pfull,  è, sulla carta,  perfetto e infallibile. Il trionfo della teoria.
Kutùsov lo aveva ricevuto subito dopo  la battaglia di Tarùtino: gli aveva dato  un’occhiata , aveva assicurato, come faceva sempre in questi casi, di metterlo in pratica . Per non creare, standosene zitto, ulteriori sospetti , si  era limitato  a fare presente una certa difficoltà nell’organizzare spostamenti di truppe su vasta scala e , convinto della  completa inutilità del piano, lo aveva messo  da parte.  Per esperienza,  fin dai tempi di Austerlitz , sapeva anche troppo bene come andavano a finire, alla prova dei fatti,  i piani preparati  nei minimi dettagli!

Alla base del piano di Pfull  e soci c’è, più o meno, il seguente ragionamento: Napoleone, prima  o poi,  dovrà lasciare Mosca. Quale direzione prenderà? La direzione Mosca- Smolènsk-Vitébsk o la direzione Smolénsk- Orsha- Borìsov- Minsk? Se fosse andato verso Vitébsk, l’esercito russo lo avrebbe dovuto bloccare sul fiume Ula; se, invece, come era più probabile, avesse scelto  quella verso Borìsov-Minsk, l’appuntamento era fissato sulla Beresina. Insomma, a San Pietroburgo si voleva la battaglia a tutti i costi.
Sul fiume Ula o sulla Beresina si sarebbero dovute incontrare, a seconda delle circostanze,  le colonne di  Wittgenstein, provenienti da nord, quelle dell’ammiraglio Cìciagov- un raccomandato dello zar- da sud e quelle di Kutùsov, dal centro. Preso in mezzo fra queste tre armate,  Napoleone non avrebbe avuto scampo. Secondo Pfull, naturalmente.

Sulle prime, il piano sembra funzionare. Cìciagov entra a  Minsk, abbandonata dal  governatore francese, occupa  Borisòv,  ma, quando subisce il contrattacco di Oudinot,  è costretto ad andarsene. Prima di ritirarsi, tuttavia,  fa mettere fuori uso l’unico ponte sulla Beresina.
Napoleone con il grosso dell’esercito, è a tre ore di marcia da Borisòv e non fa in tempo a intervenire per impedire la distruzione del ponte. “E’ destino” esclama “ che in questa guerra non si facciano che errori!” Poi si calma e studia la situazione per cercare una via  d’uscita. Chino sulle carte, indica col dito un punto: qui? No, niente da fare, gli viene risposto, lì il fiume è troppo profondo. E qui? Chiede Napoleone. No si può passare neppure lì. Una brutta situazione. E qui?  Quelle sono le terre dei cosacchi.  “ Ah sì, Poltava!”, mormora Napoleone.
Intanto, sulla Beresina, il generale Corbineau  si sta riposizionando per sfuggire a  Cìciagov. Detto in altri termini , si ritira. A un certo punto, nota un lituano a cavallo  provenire dalla direzione del fiume. Lo interroga: sì ha attraversato la Beresina, c’è un guado poco distante abbastanza accessibile. E’ lì vicino, a Studiànska. E’ una buona notizia. Se le  cose dovessero mettersi male, quel guado assicurerà almeno a Napoleone e alla sua guardia un passaggio sicuro. Murat anticipando i tempi, prega l’imperatore di mettersi subito in salvo. Neanche per idea, risponde  un  Napoleone accigliato . Poi si calma: la prenderei come un’offesa se non conoscessi la vostra   devozione per me, aggiunge.
Dunque Napoleone resta e  mette a punto la sua celebre  mossa: non cercherà di attraversare  il fiume a Borisòv,  cercherà di farlo  a Studiànska.   Ma come riuscirci  se i  russi sono sull’altra sponda e lo aspettano con l’artiglieria?  Creando una diversione, in altre parole ingannandoli.  Viene fatta circolare ad arte  la notizia che l’Armèe attraverserà   il fiume all’altezza di  Borisòv ; in quella direzione vengono mandati , fra rullar di tamburi e squilli di tromba,  interi reparti  con, bene in vista,  il materiale per mettere in funzione un ponte . Intanto il grosso dell’esercito  si raccoglie nei dintorni  di Studiànska, occupata nel frattempo. Per  non compromettere l’onore- non si  sa mai-  Napoleone ordina di riunire le insegne dei reggimenti( le aquile imperiali) e di dare loro fuoco.

Cìciagov, il luccio, abbocca. Wittgenstein, trattenuto dalle truppe  fresche del maresciallo Victor,  è in ritardo; Kutùsov è  ancora molto lontano e, come il suo solito, va  a caccia della lepre con il carro, cioè   è  di una lentezza esasperante. Per tutte queste ragioni,  i francesi possono svignarsela , passare il fiume nei dintorni di  Borisòv,  raggiungere la strada per  Minsk  e farla franca, pensa l’ammiraglio.  Sarebbe una specie di disastro, per lui e per la Russia:  bisogna fare qualcosa. E, così, Cìciagov  ordina alle sue truppe, anche a quelle sulle alture davanti a Studiànska, di dirigersi verso Borisòv per impedire ai francesi di attraversare la Beresina.
Napoleone non sa ancora della decisione  dell’ammiraglio.  A sera , sul fiume, a Studiànska , sono arrivati i genieri del generale Jean-Baptiste  Eblé, con  mezzi scarsi  e pochi pontoni.  Servendosi di materiale di fortuna, cominciano a costruire il ponte sul quale dovrà passare l’esercito. La corrente è impetuosa;  in alcuni punti,  i cavalletti  non tengono e il lavoro deve ricominciare da capo.  Si va a rilento, il ponte non viene finito: dovrà esserlo l’indomani, in piena luce e, si pensa, sotto il fuoco nemico.
E, in effetti, il mattino seguente, alle prime luci dell’alba ,  i russi della divisione  Ciapliz sono ancora lì, sulla sponda opposta ,  con i loro cannoni e  con la loro cavalleria. Eblé riprende il lavoro, ma i russi, inspiegabilmente,  non fanno fuoco: anzi, a un certo punto, i francesi, meravigliati,  vedono i reggimenti di Ciapliz  abbandonare le posizioni.  Che cosa sta succedendo? Perché i russi se ne vanno? Semplice:  Cìciagov, informato di quanto sta avvenendo a Studiànska, ritiene si tratti di una diversione e vuole tutti  nei dintorni di  Borisòv. “ Ho ingannato  l’ammiraglio!” esclama Napoleone.

La partenza di Ciapliz è tanta manna per i genieri francesi. Il ponte non è ancora ultimato , quando Napoleone ordina alle sue  avanguardie di avanzare verso l’altra sponda. Attraversata la Beresina,  i francesi non faticano molto ad avere ragione dei pochi cosacchi rimasti e, poco alla volta, quel che resta  dell’esercito si mette al sicuro.   C’è il problema dei civili, però. Eblé  comincia  a  costruire un secondo ponte, più grande, in grado di reggere il passaggio dei carri e delle carrozze. Bisogna fare in fretta: Cìciagov prima o poi si renderà conto di essere stato menato per il naso  e tornerà sui propri passi. Cosa che puntualmente si verifica. Ma ormai è tardi : Napoleone è  sull’altra sponda e con lui l’intero  l’esercito e molti civili, passati sul secondo ponte, tirato su  a tempo di record dai genieri francesi.

Non tutti i civili ce la fanno, però. Chi è ancora sull’altra sponda , in attesa del proprio turno, vede avvicinarsi i russi  e  si ammassa sul  ponte, aumentando la confusione. Poi Eblé, su ordine dell’imperatore, fa  appiccare   il fuoco ai ponti, consegnando civili e feriti, ancora in gran numero al di là della Beresina, nelle mani dell’ammiraglio russo.
Qualcuno ha fortuna . Un bambino , scivolato dalle braccia della madre trascinata via dalla corrente  viene   salvato da un soldato francese a rischio della propria vita. Lo  porta a riva, al sicuro: terrà con sé quel bambino e gli farà da padre, giura. La guerra, a volte, nella tenebra  del  suo indicibile orrore  rivela questi momenti di luce.

Vi ricordate Pfull? Quando un piano andava male, di chi era la colpa? Non di chi lo aveva pensato e preparato, ma di chi non aveva saputo metterlo in pratica. E, così, i  comandanti russi sul campo  furono duramente criticati: Wittgenstein  per non essere arrivato in tempo, Cìcagov per essersi lasciato ingannare da Napoleone  e per essersi fatto sfuggire gran parte dell’ esercito francese  , Kutùsov per essersi mosso con lentezza esasperante. Napoleone, al contrario, fu celebrato e il suo genio glorificato una volta di più.

 Epilogo.

Tutto finito, dunque? Nemmeno per sogno. Oltre la Beresina, fino a Vilna, la ritirata , per i soldati francesi, si trasformò in un inferno : soffrirono il freddo, un freddo da trenta gradi sottozero; patirono  la fame, caddero a migliaia. Napoleone, allarmato dalla notizia di un fallito putsch in Francia,  lasciò l’esercito il 9 di dicembre, diretto, via Varsavia , a Parigi.Vi arriverà il 18, accompagnato dal fedele Cauliancourt. Prima di salire negli appartamenti dell’imperatrice, lo congedò dicendogli : Arrivederci Cauliancourt, anche voi avete bisogno di riposo”.
Ultimo dei francesi, il maresciallo  Ney,  principe della Moscova, “ prode fra i prodi”   ripassò il  Niemen il 14 dicembre. Prima di lui lo avevano fatto diecimila soldati, unici superstiti dei 420.000 uomini che avevano attraversato il fiume all’inizio dell’estate.  La campagna di Russia era terminata.

Ne cominciava un’altra, anch’essa sanguinosa e terribile. Alcuni dei protagonisti della campagna di Russia, vi presero parte: per poco tempo alcuni, per l’intera durata della campagna,  altri. Michaìl Ilariònovic Kutùsov, il vecchio feldmaresciallo vincitore di  Napoleone, fu colmato di onori,  insignito della croce di san Giorgio di prima classe e messo , praticamente , in disparte. Continuò a comandare l’esercito, ma il suo stato maggiore fu rimaneggiato e “ orientato”  secondo il volere dello zar. La nuova guerra non era più  la guerra per la salvezza della Russia, era una guerra diversa: occorrevano altre persone, altri comandanti, altre strategie.  Il vecchio principe aveva fatto il suo tempo: non serviva. E del resto, egli si sentiva stanco, ogni giorno di più. Morì il 28 aprile del 1813.
Fu sostituito dal generale Wittgenstein.

 Guerra e Pace.

Questi i personaggi, questi  gli avvenimenti. Vediamo ora come Tolstoj giudica i primi e interpreta i secondi.
Anzitutto:  perché scoppiò quella guerra? Tolstoj  risponde:  perché doveva scoppiare, punto e basta. Inutile cercare i responsabili. Fu responsabile Alessandro, perché si sentì offeso  a seguito della questione dell’Oldenburg o perché ritoccò le tariffe? Fu responsabile Napoleone perché,  inebriato dall’accoglienza ricevuta in Prussia, omaggiato da re e prìncipi ,  non  vedeva limite alcuno alla propria volontà e al proprio  desiderio di potenza? Fu responsabile  il principe Kuràkin perché chiese il ritiro dei passaporti? Se Alessandro non si fosse offeso a seguito della questione dell’Oldenburg, se Napoleone non si fosse sentito onnipotente, se il principe Kuràkin fosse stato più prudente,  in altri termini se non si fossero verificate quelle circostanze,  la guerra  non sarebbe scoppiata ?  Sarebbe scoppiata ugualmente. Magari  per altri motivi,  magari  per il concorso di circostanze diverse, ma sarebbe scoppiata.
Guerra doveva essere e guerra fu.

In secondo luogo: ci fu davvero un “ piano degli Sciti”? In altre parole, i russi si ritirarono intenzionalmente, facendo terra bruciata e  attirando i francesi sempre più in profondità e sempre più lontano dalle proprie linee di rifornimento? Barclay de Tolly , come abbiamo visto,  sostiene di sì. Fin dall’inizio, dice, fu  quella la mia scelta strategica. Facile dirlo dopo. Il generale  Liprandi, al contrario, sottolinea la totale mancanza di una qualsiasi idea  negli alti comandi russi nelle prime fasi della campagna; Ségur sembra invece  credere all’intenzionalità delle mosse russe e con lui, molti storici di scuole , di epoche  e di Paesi diversi.
Ma , per Tolstoj, ci fu  un piano degli Sciti? Ci fu nei fatti, non nelle intenzioni. I russi si ritirarono e i francesi li inseguirono,   questo è un fatto. E- altro fatto-  inseguendoli, i francesi firmarono la propria condanna a morte. Barclay si ritira ed evita lo scontro  perché  vuole  imitare gli antichi  Sciti e attirare  Napoleone nella trappola?
Non è questa la sua intenzione.
Barclay si ritira prima da Vilna, poi da  Drissa, poi da Vitèbsk, poi da Smolènsk  perché cerca la battaglia . Se non la dà né a Vilna  né a Drissa né a Vitèbsk  né a Smolènsk è perché non se la sente di attaccare un nemico al momento più forte di lui. Se si ritira è perché è premuto da forze superiori, se si ritira è perché cerca la posizione e  le  condizioni migliori  per sferrare il colpo. Quando crede di averle trovate a Zarèvo Saimìsce, giudicata da molti critici posizione migliore rispetto a Borodinò, viene sostituito.  La sua ritirata non è dunque intenzionale, è  dettata dalle circostanze . Una volta bisogna aspettare Bagratiòn, un’altra volta si occupa una posizione indifendibile, un’altra ancora  c’è il pericolo di un accerchiamento, un’altra volta ancora c’è troppa pressione da parte degli “ occhi dello zar”( l’arciduca Costantino e Bennigsén)   e così via. Barclay si ritira perché vuole la battaglia:  le circostanze glielo impediscono.

Anche Kutùsov si ritira  e abbandona Mosca al nemico. Per continuare  e per portare alle estreme conseguenze il piano degli Sciti? Neanche per idea. Kutùsov  si ritira perché  è necessario preservare  l’esercito, l’unica   possibilità di salvezza per la Russia. E quando le parti s’invertono, quando è Napoleone a ritirarsi? Lo segue  “marciando di fianco”, senza intervenire se non quando vi è costretto. E sempre per lo stesso motivo: perché  l’esercito deve essere  preservato.
Dunque , nell’uno come nell’altro caso, fu necessario e  non voluto prima ritirarsi e poi non attaccare il nemico in fuga. Il risultato finale di questo comportamento  fu la dissoluzione  dell’esercito invasore e la sua fuga dalla Russia; ciò che  rese possibili l’una  e l’altra   furono le circostanze  e non  le volontà dei singoli.

E lo stesso vale per Napoleone. Forse voleva la battaglia decisiva o forse no ;  forse non voleva avanzare oltre un certo punto o forse, fin dal primo momento, aveva in testa solo Mosca: furono  le circostanze( il nemico in  continua ritirata,  Mosca ogni giorno più vicina,  la ferma decisione di non cedere dello zar)  a spingerlo  ben oltre i limiti che si era dato, causa prima della sua rovina.  Questo per Tolstoj, naturalmente.
E la battaglia di Borodinò? Anch’essa , per il grande scrittore russo, fu una circostanza  inevitabile, scaturita   dall’impossibilità, morale e militare, di lasciare Mosca al nemico senza colpo ferire.  Sempre secondo l’autore di Guerra e Pace,  Borodinò fu una delle  circostanze decisive, se non la circostanza decisiva. Lo fu per  i russi , costretti ad  abbandonare la città  pur  di preservare quei cinquantamila uomini  in uniforme sopravvissuti al massacro e  senza i quali tutto sarebbe stato perduto; lo fu  per i francesi,  costretti ad avanzare , benché  colpiti a morte e dissanguati dalla loro stessa vittoria. Eppure, quella circostanza si manifestò indipendentemente dalla volontà dei singoli.  Kutùsov, nella condizione in cui era,  non poteva più indietreggiare;  Napoleone , al punto in cui era giunto,  non poteva non andare avanti. La battaglia fu combattuta perché non poteva non essere combattuta.

E la celebre “ marcia parallela” di Kutùsov? Un’altra circostanza, resa possibile da una serie di circostanze  concomitanti  , vale a dire  l’assenza -ancorché momentanea-  del nemico, l’urgenza di raggiungere i depositi di viveri e di munizioni,  il rifiuto del feldmaresciallo  di dare di nuovo battaglia  come  chiedevano Barclay e Bennigsén, ecc . Furono le circostanze più   che la volontà del comandante in capo o quella degli ufficiali del suo Stato Maggiore  a determinare gli avvenimenti. Si chiede Tolstoj: e se  Napoleone si fosse diretto verso Pietroburgo? E se non si fosse trattenuto a Mosca per tanto tempo?  E  se Murat  sulla strada di Riazàn non  avesse abboccato all’amo di Kutùsov? Probabilmente, se queste circostanze non  si fossero verificate o se altre circostanze si fossero verificate,  “la marcia di fianco”  non  ci sarebbe stata  oppure  si sarebbe trasformata in una trappola mortale per i russi.

Kutùsov, infine. Come capo militare fu duramente criticato.  Durante e dopo la campagna. Molti ufficiali del suo stato maggiore lo considerarono inetto e incapace. Qualcuno si spinse oltre e non solo parlò di codardia, ma addirittura avanzò, come abbiamo visto,  l’ipotesi di intelligenza  con il nemico. Le sue mosse sul campo  furono aspramente criticate .  Se fosse stato più deciso, se avesse avuto più coraggio o più forza o più iniziativa, Napoleone sarebbe stato sconfitto in battaglia sul territorio russo  e , forse , fatto prigioniero. Il che avrebbe risparmiato  all’Europa la guerra  del 1813  e , con essa, molte vite. Opinione , questa, condivisa anche da molti storici, non solo dallo zar, da Bennigsèn e da Wilson.
Ma chi è Kutùsov per Tolstoj? Che cosa ha a cuore il feldmaresciallo Kutùsov, per Tolstoj? Le sorti dell’Europa? La fine di Napoleone? Niente di tutto questo. Come comandante militare ,  Kutùsov ha a cuore una cosa sola: la salvezza della Russia e dei russi. Quando capisce di aver vinto, quando cioè vede Napoleone lasciare Mosca, non cerca la battaglia: si limita a inseguirlo e lo “ accompagna” , quasi,  verso la sua  inevitabile rovina. Non è un codardo, è un russo e, come tutti i russi  , ha un unico desiderio: che l’invasore se ne vada. E’ questo il suo scopo, è questo il suo compito.  Tutto il resto-  la politica, le alleanze, l’assetto futuro dell’Europa –  non gli interessa  ed è meno importante della vita di uno solo dei propri soldati .

Come uomo, poi, è l’esatto opposto di  Napoleone. L’imperatore  dei francesi agisce  in Guerra e Pace come un essere disumano , vale a dire in apparenza al di sopra di  qualsiasi debolezza umana. Non sembrano interessargli le sofferenze dei propri soldati, le fatiche e i disagi di ciascuno di essi; sembra insensibile ai lutti e alle  rovine causati ai suoi e  alla Russia ; ogni sua azione sembra essere calcolata in vista di futuri benefici, non dettata dal cuore; in ogni momento  sembra muoversi  su un piano diverso, su un piano dove contano soltanto i proclami, le frasi altisonanti,  gli zar , i principi e i re e le uniche relazioni umane in grado di interessarlo sono quelle con Alessandro, purché egli si pieghi ai propri  voleri.
Al contrario, Kutùsov  è un personaggio profondamente umano. E lo è  non solo verso i propri soldati, la propria terra, le proprie tradizioni, ma , addirittura, verso i nemici. Che lezione, per Napoleone,  le parole rivolte dal vecchio principe  alle truppe il primo giorno della battaglia di Kràsnoie! Si ferma davanti al glorioso reggimento Preobrajénski, lo stesso di cui era colonnello onorario lo zar, e dopo aver ringraziato tutti dal primo all’ultimo , fa abbassare davanti alla bandiera del reggimento un’insegna strappata ai francesi. E, quando le grida di Urrà! si sono calmate, quando la parte “ ufficiale” della cerimonia è conclusa, riprende il proprio discorso. Non è più il generalissimo  a parlare : è l’uomo , adesso, a comunicare ai propri soldati  “ una cosa che ( reputa)più importante di tutte”. Prima di raggiungere le truppe schierate, si è imbattuto in due soldati francesi prigionieri, il volto tumefatto dal gelo,  intenti a lacerare con le mani un pezzo di carne cruda; più in là  ha  visto un soldato dei suoi battere amichevolmente la mano  sulle spalle di un nemico prigioniero. Ne è stato colpito.  Dice ai suoi soldati: “ Faticosa è  per voi questa guerra; e tuttavia, voi siete in casa vostra. Ma costoro” e indica i prigionieri “ Vedete a qual punto si sono ridotti. Peggio dei più miserabili mendicanti. Finché erano forti, noi non ci siamo risparmiati, ma ora, anche di loro possiamo avere pietà. Anch’essi sono uomini. E’ così , ragazzi?” Qualche tempo dopo queste parole, il capitano Ramballe   e il  suo attendente vengono, come abbiamo visto,  accolti , rifocillati e riscaldati dal soldati  russi, i cui sentimenti il generalissimo aveva saputo così bene interpretare.

Comprendere ora,  a tanti anni di distanza,  il significato di quegli avvenimenti, scrive Tolstoj, è facile impresa; capirlo allora era molto più difficile. Ebbene, Kutùsov lo capì. Al contrario di Napoleone,  non pronunciò mai frasi  da consegnare alla storia, non parlò mai di sé, ma, contro l’opinione di tutti o quasi, fece la propria scelta. Perché la fece? Perché lui sì e altri no? Perché, dice Tolstoj, la sua  straordinaria capacità di intuire ciò che poi si sarebbe puntualmente verificato, gli derivava  da “ quel sentimento popolare  che egli aveva in sé in tutta la sua purezza e la sua forza…E soltanto questo sentimento lo innalzò a quella suprema altezza umana , dalla quale egli, il generalissimo, rivolgeva e dirigeva tutte le sue facoltà non allo scopo di uccidere e di sterminare gli uomini, ma a quello di salvarli e di risparmiarli”.
Poteva dire altrettanto Napoleone?

Appendice 

Le  cifre dell’invasione.

C’è chi sostiene che Napoleone avesse ai suoi ordini  più di seicentomila uomini. Passato il Niemen, questo imponente corpo di spedizione procedette lungo tre direttrici: al centro, direzione Mosca,  Napoleone in persona  con più di duecentomila uomini, “ protetto”, a sinistra dall’armata del principe Eugenio e, a  destra, da quella del fratello Girolamo. Più lontani,  sul fianco sinistro, direzione Riga, i marescialli Macdonald e Oudinout e,  sul fianco destro , a sud delle paludi del Pripiot,  il generale Reynier e l’austriaco Schwarzenberg , a contatto con l’armata russa del generale Tormàssov( poi unificata con quella dell’ammiraglio Cìciagov).
Ben presto, per Napoleone,  si rivelarono, in tutta la loro ampiezza, due problemi molto gravi: quello dei rifornimenti e quello dei cavalli. I carriaggi con le salmerie procedevano molto lentamente e non reggevano il passo delle truppe. Risultato: ancora in Prussia, vale  a dire all’inizio della campagna, i soldati francesi, per  mangiare, dovettero  procurarsi il cibo sottraendolo ai contadini del posto. Dapprima  lo comprarono , poi se lo presero  senza tante storie. Una volta in territorio russo, fecero, naturalmente, meno complimenti. Quello di Napoleone era un esercito formidabile,  pensato e organizzato, però,  per la vittoria immediata. Per questo , di solito, si  badava poco ai rifornimenti: la guerra – cioè i saccheggi e le requisizioni- avrebbe nutrito la guerra. In vista della campagna di Russia, tuttavia, i servizi di approvvigionamento furono curati con maggiore attenzione. Furono organizzati convogli  con carri trainati da cavalli o da buoi; formate mandrie di manzi per fornire carne fresca alla truppe  e così via.  I soldati del maresciallo Davout- ma si trattava di un caso più unico che raro-  avevano anche mulini  a mano per macinare il grano.  Se il nemico, tuttavia, si fosse disposto sulla difensiva o si fosse ritirato o avesse , resistendo, fatto terra bruciata intorno a sé, l’esercito di Napoleone  si sarebbe trovato a mal partito. E fu proprio quello che accadde in Russia.
I cavalli soffrivano la carenza di foraggio e di avena, si indebolivano e cadevano per la fatica. Molto spesso non potevano essere  ferrati di nuovo, sempre per via del ritardo dei convogli delle salmerie, si azzoppavano e dovevano essere abbattuti. L’Armèe perse circa un terzo dei cavalli ancora prima di entrare in contatto con i russi.
Se i cavalli mancavano, i soldi abbondavano. Napoleone aveva fatto stampare milioni di rubli falsi e li aveva distribuiti alle proprie truppe . Sarebbero dovuti servire a comprare cibo e foraggio dai contadini russi. Lo stratagemma ebbe scarso successo e, così, i francesi dovettero , una volta di più, ricorrere al saccheggio.

I protagonisti

Bagratiòn, Piotr Ivànovic ( 1765-  1812), principe e generale dell’esercito russo.

Rampollo di un’antica famiglia diretta discendente   della  dinastia reale  georgiana dei Bagrationi, nel 1782 entra nell’esercito. Nel 1778 partecipa alla guerra russo-turca e , agli ordini di Potiomkin, si distingue nell’assedio di Ociarov; nel 1794,  nel corso della guerra contro la Polonia, è promosso generale. Nel 1799 combatte contro Napoleone in Italia agli ordini del leggendario Suvòrov, comportandosi da valoroso. Suvòrov gli farà dono della propria spada, definendolo  “ il mio braccio destro”.
Nel 1805,  alla vigilia di Austerlitz, a capo di una missione  praticamente suicida, riesce a fermare a Hollabruen,  i francesi consentendo  a Kutùsov di sfuggire all’accerchiamento . Nel 1807 partecipa alle battaglie di Eylau e di Friedland  agli ordini di Bennigsén. Dai tratti vagamente orientali,  di  limitata cultura,  coraggioso , buon soldato, ottimo comandante troverà la morte in combattimento   sul campo di   Borodinò ( 1812).

Barclay de Tolly, Michaìl Bogdànovic ( 1761- 1818), Ministro della guerra  e Feldmaresciallo  dell’esercito russo.

Nasce in Lituania , da una famiglia dalle lontane origini scozzesi, nel 1761 ed entra nell’esercito russo in giovane età. Si distingue per il coraggio e la freddezza durante la guerra russo-turca del 1787-89. Nel  1790 combatte contro gli svedesi e , nove anni più tardi, nel 1799, ottiene la nomina  a maggior generale. Nel 1806 è ferito a Eylau. Dopo la convalescenza, riprende servizio partecipando alla guerra contro la Svezia per il possesso della Finlandia. E’ autore di un’impresa clamorosa: attraversa il Golfo di Botnia, ghiacciato, e conquista la città di Umea in Svezia. La fama acquisita con quell’impresa ,  gli fa ottenere la nomina a governatore della Finlandia.
Nel 1809 è nominato Ministro della guerra. Si adopera per riorganizzare l’esercito sull’esempio di quello francese. Nel 1812,  qualche tempo dopo la nomina di Kutùsov a comandante in capo, lascia l’esercito per “ motivi di salute”. Nel 1813 è di nuovo sulla scena: combatte a Bautzen, Dresda e Lipsia. Raggiungerà  Parigi con gli eserciti vincitori di Napoleone. Nel 1814 è nominato feldmaresciallo. Muore nel 1818.

Bennigsén, Levin  August Theophil Leòntevic,( 1745-1826). Generale  dell’esercito russo.

Nasce a Braunschweig, in Prussia, e , giovanissimo, entra nell’esercito del suo Paese. A diciassette anni è già capitano. Alla morte del padre,  ne riceve  in eredità le sostanze. Lascia allora l’esercito e si dedica alla cura dei  propri affari, rivelandosi, tuttavia,  un pessimo amministratore. Ridotto in rovina, si arruola nell’esercito russo di Caterina II , dove viene inquadrato con il  grado di maggiore. Partecipa alle guerre contro i turchi; nel 1778 è tenente colonnello, colonnello due anni dopo e generale nel 1794. La zarina in persona, per compensarne i servigi, gli fa dono di  una grande tenuta presso Minsk, in Bielorussia. Nel 1801,  partecipa all’assassinio dello zar Paolo I, ritenuto folle; nel 1807 ha il comando supremo  delle truppe russe opposte a Napoleone durante la campagna di Prussia, ma incorre nella terribile sconfitta di Friedland ( 14 giugno), preludio alla pace di Tilsit.  Fa parte dello  stato maggiore russo  durante la campagna  del 1812 contro Napoleone; combatte a Borodinò e ha il comando sul campo a Tarùtino. Allontanato da Kutùsov, rientra nell’esercito russo durante la campagna del 1813  e partecipa alla “Battaglia delle Nazioni” di Lipsia.   Dopo aver prestato servizio per  quattro anni in Bessarabia, da poco aggregata all’impero russo,  si ritira nelle sue proprietà. Muore, ottantunenne, a Banteln.
Ebbe quattro mogli: solo l’ultima gli diede un figlio, Alessandro. Personaggio controverso e sfuggente, al tempo dell’invasione della Russia da parte di Napoleone , fu il principale avversario interno  di   Kutùsov e  della sua  strategia.

 Berthier, Louis-Alexandre ( 1753- 1815), Maresciallo di Francia.

Giovanissimo, seguendo le  orme del padre si arruola  nel corpo degli ingegneri-topografi. Nel 1780  partecipa  come ufficiale di fanteria alla spedizione francese in America . Sale presto di grado, ma viene  destituito , nel 1792, dalle autorità rivoluzionarie; reintegrato nel 1795 con il grado di generale di brigata viene nominato capo di stato maggiore dell’Armata d’Italia. Durante la campagna  si innamora, ricambiato,  della nobildonna milanese  Giuseppina Visconti ; esercita, dopo la partenza di Napoleone, il comando  dell’Armata d’Italia.  Eccellente organizzatore, buon combattente, occupa , in seguito, diversi incarichi, fra i quali quello di capo di stato maggiore dell’imperatore.  E’ nominato maresciallo nel 1804, principe di Neuchatel e Valangin  due anni più tardi. Nel 1808 si sposa, su pressioni di Napoleone, con la principessa Maria Elisabeth Pfalz-Zweibruecken- Birkenfeld. Nel 1809 riceve il titolo di principe di Wagram; organizza la spedizione in Russia. Nel 1814 si riavvicina al re dal quale viene nominato pari di Francia. Non si schiera con  Napoleone durante i Cento Giorni ; segue  Luigi XVIII a Gand, ma non ne ottiene  la completa fiducia. Si ritira, allora,  nelle tenute della moglie dove, il 1° giugno del 1815, mentre sta osservando la cavalleria russa  muovere in direzione della Francia, cade da una finestra e muore. E’ a causa dell’ingratitudine dimostratagli durante i Cento Giorni che Napoleone lo definirà  “ un papero “  diventato  “ un’aquila” solo grazie a lui.

 Bonaparte, Napoleone  ( 1769- 1821), imperatore dei francesi.

Nasce ad Ajaccio, in Corsica e , fin da giovane, abbraccia la carriera militare. Ufficiale di artiglieria , reprime , nel 1795, un’insurrezione monarchica . Dopo essere stato nominato  generale,  ottiene dal Direttorio, il comando della campagna d’Italia( 1796), nel corso della quale  rivela le proprie doti strategiche , tattiche e organizzative.  Nel 1798, con un colpo di stato, rovescia il Direttorio,  assume la carica di primo console, promulga una nuova Costituzione, quindi, nel 1804, il Codice Civile , ispirato alle idee della Rivoluzione Francese.  Sempre nello stesso anno assume la carica di imperatore  e, l’anno seguente, quella di re d’Italia. Progetta di invadere l’Inghilterra, ma gli errori  dell’ ammiraglio Villeneuve non gli  garantiscono la protezione necessaria  per fare  passare oltre Manica l’Armée . Affronta, allora, gli eserciti della terza coalizione ( Austria, Russia) e li sconfigge  , il 2 dicembre del 1805, ad Austerltiz in Moravia ( oggi Repubblica Ceca).  Ad Austerlitz seguono la guerra contro la Prussia ( 1806 –1807)  e la riorganizzazione dell’Europa. Divorzia da Giuseppina Beauharnais  e sposa Maria Luisa ( o Luigia) d’Austria nel 1810, incorrendo  nella scomunica papale. Nel 1812 invade la Russia , ma, dopo essere entrato a Mosca, deve ritirarsi subendo gravi perdite . Nel 1813 è sconfitto a Lipsia da una nuova coalizione  europea  e confinato all’Isola d’Elba. Ritornato  a sorpresa in Francia , 1° marzo del 1815,  riorganizza l’Armée, ma viene sconfitto a Waterloo il 18 giugno dello stesso anno e confinato definitivamente all’isola di Sant’Elena. Muore il 5 maggio del 1821.

Clàusewitz, Carl von  ( 1780-1831), generale prussiano.

Teorico e studioso  militare, ci ha lasciato un’opera, Vom Kriege( Della guerra), divenuta un classico. La sua affermazione più celebre :” La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” è conosciuta anche dai non specialisti.
Entra nell’esercito prussiano giovanissimo, nel 1792 e, due anni dopo,  nel 1794  viene  nominato ufficiale. Servendo sotto le armi conosce   il conte  Scharnhost, da cui è introdotto a corte. Nel 1812, non sopportando l’atteggiamento e la politica filo-francese della Prussia, si arruola nell’esercito dello zar . Insieme a molti altri “ tedeschi” entra  a far parte dello stato maggiore russo.
Nel 1813 ritorna in patria, serve nell’esercito prussiano durante  la campagna  contro Napoleone del 1813-14; nel 1815 è  sul campo di  Waterloo, dove assiste alla sconfitta dei francesi.  Nominato generale nel 1818, non  ricoprirà  incarichi di rilievo.

 I cosacchi.

Cavalieri  abili e temibilissimi, costituirono, in sella ai loro arruffati cavallini discendenti degli antichi cavalli mongoli, una spina nel fianco dell’esercito di Napoleone in Russia. Nel 1812,  non erano inquadrati nell’esercito regolare  russo ed  erano comandati dal loro  ataman, una sorta di capo militare tribale.  Furono impiegati in operazioni di perlustrazione e di guerriglia, ma anche in combattimenti  campali ( celebre quello sostenuto a Tarùtino) .

 Davout, Luois Nicolas (1770-1823),  Maresciallo di Francia

Rampollo di una nobile famiglia borgognona con  antiche tradizioni militari ( il suo cognome originale si scriveva  D’Avout), generale di brigata  a ventitré  anni, generale di divisione a  trenta, maresciallo a trentaquattro,  uomo  dal carattere difficile, ma  scrupoloso e attento, Davout fu uno dei più abili, capaci  e temuti comandanti militari di Napoleone. Combatté in Egitto,  ad Austerlitz e durante la campagna del 1806-1807 contro la Prussia, distinguendosi ad Auerstaedt ( ottobre 1806) . Due anni più tardi  combatte  a Eckmuehl e a Wagram. Nominato principe di Eckmuel nell’agosto del 1809 e comandante dell’armata di Germania, nel 1812 segue Napoleone in Russia. Viene ferito a Borodinò e combatte a Krasnoie. Ricopre l’incarico di ministro della guerra nel governo istituito da Napoleone al suo ritorno in Francia ( 1° marzo 1815). Alla caduta di Napoleone ,  si ritira nei propri possedimenti dopo aver fatto atto di sottomissione a Luigi XVIII.  Nell’agosto del 1817 viene reintegrato nel grado di Maresciallo e riammesso fra  i Pari di Francia dove l’aveva collocato Napoleone il 2 giugno del 1815. Muore nel 1823, di tubercolosi.

 Kutùsov, Michaìl Ilariònovic Golènishev.( 1745- 1813), principe e Feldmaresciallo dell’esercito russo.

Nasce il 16 settembre 1745. Nel 1759 ( o l’anno dopo) entra nell’esercito. Presta dapprima servizio in Polonia ( 1764-69), poi in Turchia dove viene  ferito gravemente alla testa  e perde l’uso dell’occhio destro. Nel 1784 è nominato maggior generale; nel 1787, governatore in Crimea. E’ agli ordini di Suvòrov durante la guerra  russo-turca del 1789-92 e si distingue  a  Odessa, a Ociarov e  nell’assedio di  Ismail. Nel 1791, ottenuta la nomina a tenente generale, viene prima  inviato quale ambasciatore a Costantinopoli, poi in Finlandia quale governatore generale e, infine, a Berlino ancora come  ambasciatore. Lo zar Paolo I lo stima e ripone in lui  molta  fiducia. Quando, dopo l’assassinio dei quest’ultimo, sale al trono Alessandro ,   Kutùsov esce per un certo periodo di scena.
Vi rientra nel 1805, in occasione della battaglia di Austerlitz. Non vuole lo scontro , subodora la trappola architettata da Napoleone, ma vi è quasi costretto dallo zar. Durante la battaglia viene ferito per la terza volta. Dal 1806 fino ai primi mesi del 1812 è impegnato contro i turchi, ai quali, con la pace di Bucarest, strappa la Bessarabia che viene annessa all’impero russo. In seguito a questo successo , viene elevato al rango di principe
Assume il comando supremo dell’esercito russo durante l’invasione francese del 1812. Dopo Borodinò viene nominato feldmaresciallo. Muore  il 28 aprile del 1813.

Murat, Joachim ( Gioacchino) ( 1767-1815) Maresciallo di Francia.

Il più pittoresco( amava sfoggiare variopinte uniformi), il più temerario,  il più ardimentoso e il più sfrontato  dei marescialli di Napoleone, Giocchino Murat , nasce da una famiglia abbastanza agiata a La Bastide Quercy ( oggi , La  Bastide Murat) nel 1767.  Entra nell’esercito a vent’anni, ottiene la nomina a ufficiale nel 1792. Nel 1795 incontra Napoleone e , nel 1796, dopo essersi distinto al comando della  sua prima carica di cavalleria , viene promosso generale di brigata e, tre anni dopo, a trentadue  anni, generale di divisione. La svolta della sua vita è il matrimonio con una  sorella di Napoleone, Carolina,  celebrato nel gennaio del 1800. Dal matrimonio nasceranno quattro figli, due maschi e due femmine.  Nel 1804, dopo la campagna d’Italia, è nominato Maresciallo dell’impero; l’anno dopo è luogotenente di Napoleone  in Spagna. Il 15 luglio del 1808 viene nominato re di Napoli e, negli ultimi giorni della campagna di Russia, capo di stato maggiore dell’Armata( di un’Armata, per altro, quasi inesistente).
Dopo l’abdicazione di Napoleone( 1814), raggiunge Napoli che abbandona, però, di lì   a poco   per seguire il cognato durante i Cento Giorni. Dopo la definitiva caduta di Napoleone, passa in Corsica, quindi in Italia. Arrestato e processato da una corte marziale,  viene fucilato il 13 ottobre del 1815.

Ney, Michel (1769- 1815) Maresciallo di Francia.Di famiglia modesta ( suo padre era un bottaio), si arruola nell’esercito nel 1787. Presta servizio in cavalleria , agli ordini del generale Klebèr.  E’  ufficiale nel 1794, generale di brigata due anni dopo,  generale di divisione nel 1799, maresciallo dell’impero nel 1804. Partecipa alle battaglie di Elchingen ( 1805) e all’intera campagna del 1806-1807 contro la Prussia,  combattendo a Eylau e a Friedland. Nel 1808 viene creato duca  e spedito nella Penisola Iberica dove resterà quasi tre anni, distinguendosi, sia in Spagna sia in Portogallo,  in vari combattimenti, prima di essere destituito, per insubordinazione, dal maresciallo Massena. Segue Napoleone in Russia,  combatte  a Smolénsk e a Borodinò; compie la leggendaria ritirata da Kràsnoie, attraversando il  Dniepr gelato. Nel 1813 viene creato principe della Moscova , combatte a Luetzen e a Bautzen ( 1813) e viene gravemente ferito a Lipsia. Nel 1814, dopo l’abdicazione di Napoleone- abdicazione da lui stesso sostenuta a nome di altri Marescialli dell’impero- ottiene da Luigi XVIII il comando della cavalleria. Si riavvicina a Napoleone e, durante i Cento Giorni,  combatte a Quatre Bras e a Waterloo.  Processato da una  corte marziale, viene fucilato il 7 dicembre  1815.

Romanòv, Alexandar Pàvlovic  ( Alessandro I, zar di tutte le Russie)- 1777-1825

Uomo dalle molte facce , lo zar Alessandro fu uno dei protagonisti dell’era cosiddetta napoleonica. Di lui  Bonaparte  parlava come di “ uno scaltro bizantino”; Metternich lo riteneva  “ un pazzo “, al quale bisognava sempre dare ragione. Cercò di armonizzare le idee di Rousseau sulla quali si era formato, con  la realtà della Russia di allora ( un po’ come mettere d’accordo il diavolo e l’acqua santa…), assumendo, per forza di cose,  un atteggiamento contradditorio. Attuò una serie di riforme di carattere amministrativo, fiscale, educativo, avviò l’esplorazione di  vasti territori , migliorò le condizioni dei contadini, ma non  se la sentì di toccare l’istituto della servitù della gleba( del resto, va detto ad onor del vero, che, forse,  gli stessi servi della gleba non avrebbero capito). Ammirò Napoleone  e poi lo avversò, chiamandolo “ il più grande tiranno d’Europa”; subì le umiliazioni di Austerlitz( 1805), di Friedland(1807) e della  conseguente  pace di Tilsit( 1807), nel corso della quale un Napoleone decisamente  su di giri gli aveva fatto balenare la spartizione del  mondo e l’espansione russa in Asia. Aiutò, ma molto tiepidamente,  l’imperatore dei francesi nella  successiva guerra contro l’Austria; si irrigidì, però , per  una questione di lealtà,  quando Napoleone se la prese con i prussiani ; rifiutò di approvare lo smembramento dei principati danubiani a scapito della Prussia ; tenne duro sulla questione del ducato di Oldenburg ( e non solo per questioni di parentela con il duca..); nel 1812  respinse sempre qualsiasi idea di giungere a una pace con l’invasore.
Salì al trono  nel 1801, dopo la morte  del padre, Paolo I,  assassinato da una congiura di Palazzo alla quale egli stesso  non fu del tutto estraneo;  il matrimonio con Luisa di Baden non funzionò e fu caratterizzato, da una parte e dall’altra, da numerose  relazioni  extra-coniugali ; fu provato dalla morte di due sue figlie avvenuta in tenerissima età, si circondò di collaboratori non sempre  all’altezza.
Fu uno degli artefici, dopo l’uscita di scena di Napoleone, della  Restaurazione europea, dotata, su sua iniziativa, di uno strumento, la Santa Alleanza, teoricamente  in grado di reprimere ogni tentativo di mutamento dello status quo , ma si oppose con energia allo smembramento della Francia. Muore nel 1825.
Secondo una leggenda, molto diffusa in Russia,  rinunciò  al  trono per  vivere da   eremita.

 Tolstoj, Lev Nicolàievic ( 1828-1900) conte e  romanziere russo.

Nasce a Jasnàia Poliàna, nei pressi di Mosca, da genitori  appartenenti alla nobiltà russa. Un avo  paterno  aveva occupato un ruolo di rilievo a corte ai tempi di Pietro il Grande; la madre apparteneva a una famiglia molto in vista, quella dei Volkonskij.  Resta orfano di madre a due anni; perde il padre a nove. Viene cresciuto da due zie ed educato  da due precettori, uno  francese  e l’altro tedesco. Echi di questo periodo  si ritrovano in una delle sue opere più belle, Infanzia del  1852.

Nel 1844 si iscrive all’Università di Kazan. Segue , in un primo momento, la facoltà di Studi Orientali e, successivamente, quella di Giurisprudenza, senza, per altro arrivare alla laurea. Trascorre il suo tempo fra feste  e letture. Fra i suoi autori preferiti ci sono Rousseau, Sterne, Puskin e Gogol.  Negli anni compresi fra il 1851 e il 1853  presta servizio  nell’esercito, prima come volontario, poi come ufficiale di artiglieria, durante la guerra nel Caucaso. Nel 1854 partecipa alla guerra russo-turca. Questa esperienza troverà espressione in opere famose: i Racconti di Sebastopoli, Figlio del Bosco, Tempesta di neve,  Due  ussari. Agli inizi degli anni ’60 , lo troviamo in giro per l’Europa. Conosce lo scrittore inglese Dickens  ed è profondamente turbato , per non dire sconvolto, da quanto vede durante i suoi viaggi: povertà, miseria, disprezzo per la vita umana. Torna in Russia e si ritira in campagna, dove  rivolge la propria attenzione alle condizioni di vita dei contadini e cerca di migliorarle. E’ di questo periodo, l’esperimento di una  scuola a Jasnaia Poliana.
Nel 1862 sposa  la figlia di un farmacista, Sofia Bers che sarà la compagna della sua vita.  Dal matrimonio nasceranno tredici  figli, cinque dei quali moriranno prematuramente. Risalgono ai primi tempi del matrimonio le sue opere più famose, Guerra e pace e Anna Karènina. Presto , tuttavia, si manifesta un dissidio con la moglie e con i figli ( se si esclude la sola Tatiana, alla quale lo scrittore fu sempre molto affezionato). Tolstoj vive quasi in povertà, segue una dieta vegetariana, non vuole diritti d’autore sulle proprie opere né trarre guadagni immediati da esse, legge i Vangeli e si lascia  trascinare  da una visione quasi mistica della vita che lo porterà ad accostarsi al cattolicesimo e che gli costerà la scomunica da parte della chiesa ortodossa. La moglie non condivide questo suo atteggiamento e gli rimprovera spesso di trascurare il suo futuro e quello dei figli.   A questo periodo risalgono i bellissimi racconti Sonata a Kreutzer, Padre Sergio e , soprattutto,  La morte di Ivàn Ilic.  A ottantadue anni suonati se ne va di casa . Viene ritrovato qualche giorno dopo in una piccola stazione ferroviaria, non lontano da Jasnaia Poliana.  Morirà di lì a poco, di polmonite.

Da leggere.

David G. Chandler, Le campagne di Napoleone, Rizzoli, Bur, 1994
Philippe de Sègur, La campagna di Russia, Sonzogno, 1954
Anka Muhlstein, Napoleone a Mosca, B. Mondadori, 2008
Evgénij Tarle,  1812, Sonzogno, 1950
Lev Tolstoj, Guerra  e Pace, Mondadori, Milano, 1957, traduzione di Erme Cadei
Victor Hugo, I Miserabili, Mondadori

In questo sito:

Il piano degli Sciti ( Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima
I russi evitano il combattimento e si ritirano: lo fanno apposta?

La spianata della zarina.
Austerlitz 1805: Napoleone fra “lezioni di geografia”, inganni, tranelli  e gioco sporco.
Clicca qui per leggere l’articolo

La legna bagnata
Fabrizio del Dongo, in confusione totale, gioca a  fare il soldato a Waterloo.
Clicca qui per leggere l’articolo.

Zona Cesarini.
Marengo: una battaglia già persa vinta all’ultimo minuto.
Clicca qui per leggere l’articolo.


Napoleone in Russia

05/04/2011

Il “piano degli Sciti”
            (Napoleone in Russia fra storia e letteratura)

Parte Prima.

 

 

 

 

 

 

 

 
 
Prologo.

In tempi remoti ,  gli antichi abitanti dell’odierna  Russia, gli Sciti,  quando venivano aggrediti si ritiravano intenzionalmente  verso l’interno dei loro immensi territori.  Se l’aggressore li seguiva, era spacciato. Lontano da casa, sempre più distante dalle proprie linee di rifornimento, per usare un termine moderno, egli, chiunque fosse, veniva inghiottito dagli spazi sterminati , attaccato di continuo  da quei  cavalieri inafferrabili e velocissimi, conoscitori dei luoghi e abituati a sopportare il   freddo, il caldo, la fatica   e le privazioni.  Chi inseguiva gli Sciti non poteva arrivare da alcuna parte, perché raggiunta una meta ,  se ne apriva    un’altra   e, dopo questa, un’altra ancora  e così via, quasi all’infinito. Cadere in battaglia, morire di fame o ritirarsi: non esisteva altra alternativa  per chi, non sapendo fermarsi in tempo,  cadeva nella trappola degli Sciti.
In tempi antichi , con loro aveva avuto  i suoi guai anche uno che ci sapeva fare:  Alessandro , figlio di Filippo. Alessandro Magno.

Il presente

A ovest.

 Il Niemen , fiume che segna il  confine fra la  Prussia e i  territori polacchi  governati dai russi, scorre tranquillo. E’ il pomeriggio inoltrato di un giorno  d’inizio estate. Un uomo piccolo di statura, il ventre leggermente  prominente, l’uniforme polacca non proprio impeccabile, scende  da una carrozza  e  si fa portare il cavallo. Accompagnato dal suo sèguito, passa sull’altra  riva, avanza al trotto, si guarda intorno. A un  tratto il cavallo scivola  e il cavaliere viene sbalzato di sella. Una voce, improvvisamente,   esclama:” E’ un brutto presagio! Un Romano non andrebbe avanti!”  Quell’uomo è Napoleone Bonaparte; la voce, forse, la sua.
Dietro di lui , accampati sulla riva prussiana ci sono più di seicentomila uomini in armi. All’alba del 24 giugno, a dispetto del  presagio,   quegli uomini, in lunghe file, cominciano  a passare il Niemen.
E’ il 1812.

A est.

Pietroburgo ha un nuovo comandante della milizia  cittadina. Si chiama Michaìl Ilariònovic Kutùsov. Da poco è stato elevato al rango di principe. Ha  sessantasette anni,  pochi soldi, il grado di generale e, sulle guance , indelebile,  il  sigillo del coraggio: il bacio, davanti alle truppe schierate,  da parte del  leggendario Suvòrov, suo maestro.  E’ sovrappeso, per non dire grasso, ha un occhio solo- l’altro, il destro,  l’ha perso a causa di una brutta ferita ricevuta  in combattimento-   e  sotto l’uniforme stazzonata nasconde  la cicatrice  di  una seconda  ferita, vicina all’essergli fatale.
E’  intelligente e furbo, avvezzo ai maneggi di corte, buon  oratore, discreto  stratega,  amatissimo dai soldati ai quali sa parlare in modo semplice e  diretto. Ma è anche indolente e pigro; tira  tardi  la notte e  a volte, di giorno,  si addormenta nel bel mezzo di riunioni importanti. E’  permaloso. Non sopporta, ad esempio, di avere rivali : quando scopre di averli,  se li lavora ai fianchi a lungo, con pazienza,  fino ad averne ragione. E’ stato sconfitto ad Austerlitz, ma ha anche  vinto la successiva  guerra contro i turchi. Ha un debole per le donne.  Di lui  scrisse Langeron  : “ Che Iddio gli dia  il bastone di feldmaresciallo, la tranquillità, trenta donne, ma non gli dia armate”.

Il passato prossimo.

Francia e Russia erano, da qualche anno,  formalmente  alleate, ma secondo Napoleone, lo zar  si era messo a fare   il furbo e, col passar del tempo,  si era dimenticato o fingeva  di essersi dimenticato della lezione di Friedland . E dei giorni  successivi, trascorsi su una chiatta nei dintorni di  Tilsit (1).
Giorni amari, quelli,  per la Russia . Giorni  durante i quali   Alessandro aveva giurato di  rispettare il blocco  commerciale contro l’Inghilterra e aveva stretto un’alleanza con la Francia. Napoleone, in un impeto di generosità,  gli aveva promesso la Finlandia,   la Valacchia, la Moldavia, forse  persino Costantinopoli. Mezzo mondo, insomma. Alessandro lo aveva ascoltato e si era chiesto se Napoleone fosse sincero o se non stesse bluffando per l’ennesima volta. Ma, poi, importava qualcosa? Battuto e umiliato, poteva forse controbattere?
Tornato in patria, lo zar  capì presto una cosa: la cosiddetta “ pace” di Tilsit non era stata digerita. Non l’aveva digerita l’esercito,  non l’aveva digerita  la  nobiltà, insofferente alle limitazioni del commercio,  minacciata nei propri interessi , umiliata da un’alleanza con  il diavolo in persona, il “ rivoluzionario”  Napoleone. E le  finanze statali? A causa degli accordi  contenuti in quella  pace, erano a terra, come  lo era il morale della nobiltà russa.  Senza la nobiltà e l’esercito dalla sua parte, Alessandro rischiava grosso. Magari una congiura di palazzo , magari la vita. Non era successo qualcosa del genere a suo padre Paolo?
Così  fingeva rispetto  a Napoleone, ma nello stesso tempo cercava di smarcarsi. Cominciò a farlo quando i due si ritrovarono, l’anno dopo,  a Erfurt per fare il punto della situazione. E continuò negli anni successivi. Napoleone non aveva, forse, sposato la principessa Maria Luigia per avvicinarsi  all’Austria a scapito della Russia?   Napoleone non era  forse, a più riprese, venuto meno agli accordi riempiendo la Prussia di soldati, quando avrebbe dovuto fare il contrario? Non manovrava per annettersi  gran parte  dell’Olanda, le città anseatiche tedesche e altro ancora? Non aveva forse venduto addirittura  grano all’Inghilterra? Perché Napoleone  sì e Alessandro  no?
Lo zar, poco alla volta,  uscì allo scoperto e, nel 1810, ritoccò  le tariffe doganali a svantaggio della Francia, aprì qualche  porto alle navi inglesi e, quando Napoleone, l’ anno seguente,  manovrò per annettersi anche il ducato di   Oldenburg,  alzò la voce  e inviò  a Parigi una protesta formale.  Era una reazione naturale, logica e prevedibile: dopotutto, il duca era lo zio di Alessandro;  dopotutto,  la sorella dello zar, Caterina,  aveva sposato l’erede al trono di quel  ducato. Napoleone,  in altre circostanze,  forse  ci sarebbe passato sopra; ma si era impegnato  troppo  per rafforzare il blocco anti-inglese , annettendo i Paesi Bassi, le città di Amburgo,  di Brema e  di Lubecca e invadendo( ahi lui !)  la Spagna e il Portogallo.  Non poteva fare sconti.
Temeva l’apertura dei porti  russi alle navi inglesi, ecco che cosa temeva. Non era un timore, era una certezza e, in certi momenti, una specie di ossessione. Secondo lui era solo questione di tempo: lo zar si stava smarcando e la manovra  russa sulle tariffe ne era un’ esplicita conferma. E  quel fare la voce grossa  sull’annessione del ducato di Oldenburg, il pretesto per rinnegare Tilsit.
Stando così le cose, la Russia come alleata non gli serviva più: non  gli dava garanzie certe  del  mantenimento del blocco anti-inglese. Doveva essere ridotta  a più miti consigli   con la forza delle  armi e, una volta vinta, messa nelle condizioni di non nuocere, magari   mediante la creazione di uno stato-cuscinetto  indipendente( la Polonia?) che ne limitasse, in futuro, la potenza e la libertà di movimento.
Colse al volo l’occasione. Si irrigidì  sulla questione dell’Oldenburg;   si rifiutò di leggere la nota di protesta di Alessandro e trattò  malissimo l’ambasciatore russo a Parigi, il principe Kuràkin.  Emanava apertamente disposizioni finalizzate alla preparazione di una forza  d’invasione, arruolava  soldati, riuniva e spostava truppe.  Pessimi segnali per la Russia.
Il povero Kuràkin se ne fece una ragione: la guerra con la Francia  sarebbe scoppiata.  Continuò a svolgere  il proprio lavoro, inviò  a Pietroburgo informazioni, dati, commenti, valutazioni, ma , temendo, in caso di  conflitto,  di essere trattenuto a Parigi, chiese a Napoleone  la restituzione dei passaporti.
“ Avete visto? Il principe Kuràkin ha chiesto la restituzione dei passaporti per sé e per la propria legazione. Perché l’ha fatto? C’è bisogno di chiederlo? La Russia ha volutamente rinnegato  Tilsit,   da tempo ci è ostile e ora  sta preparando la guerra contro di noi”. Questa riedizione moderna della favola del lupo e dell’agnello raccontata a beneficio dell’opinione pubblica, servì da  pretesto a Napoleone per passare il Niemen.

Vilna.

Di là dal Niemen, un ufficiale cosacco si avvicina ai primi soldati francesi –  alcuni genieri-    arrivati sulla sponda polacca  controllata dai russi. “E voi chi siete?” chiede loro. “ Francesi” . “E perché siete qui?” continua. “Per farvi la guerra” è la risposta. E, imbracciati i fucili, aprono il  fuoco. L’invasione della Russia è cominciata.
Lo zar Alessandro è a Vilna ( oggi Vilnius in Lituania) con l’esercito  e non sa ancora  niente. Quando, durante un ballo in suo onore nella villa di uno dei suoi generali, il conte Bennigsén,  gli viene comunicata la notizia,  sulle prime  resta di stucco:  che modo di fare è questo? Attaccare così, di punto in bianco, senza   una dichiarazione formale di guerra? Si riprende subito, però,  e sussurra,  a mezza voce,  la famosa frase : “ Niente pace finché un solo francese  occuperà il suolo russo” o qualcosa del genere. Dopo le reazioni suscitate in Russia  dalla disgraziata  pace di Tilsit, pensare e comportarsi diversamente sarebbe stato  un suicidio politico.

Ministro della guerra è  un generale dalle lontane origini scozzesi: si chiama Michaìl Bogdànovic  Barclay de Tolly. Lì, a Vilna, ha anche il  comando della prima armata. Un’altra armata, la seconda, è agli ordini del principe  Piòtr Ivànovic Bagratiòn;  la terza, affidata al generale   Tormàssov, è lontana da Vilna, in un altro  settore del fronte, dove, per i francesi, operano  i generali  Reynier  e Schwarzenberg. Più  lontano ancora, dalle parti di Riga, il generale russo Wittgenstein  deve vedersela  con il maresciallo Macdonald e con il generale  Oudinot.
Quella di Barclay è un’armata di più di centomila uomini; quella di Bagratiòn sì e no di quarantamila. I due non si possono soffrire da quando lo zar ha conferito a Barclay  la carica di ministro della guerra  e il comando della prima armata e a Bagratiòn- allievo come Kutùsov del generale Suvòrov e anch’egli  molto popolare fra i soldati-  il contentino della seconda armata, vale a dire un comando  in teoria equivalente a quello del rivale, ma , nei fatti,  a lui subordinato.
Ai vertici, l’esercito dello zar parla tedesco. Prussiano  è Pfull( o Phull), il teorico, un omino magro e rude  autore di piani secondo lui infallibili( quando andavano male, la colpa non  era sua, ma  di chi non aveva saputo metterli in pratica..); prussiano è Bennigsén, intrigante, arrivista, senza scrupoli e anche corrotto, visto che , stando ai si dice,  pretende un “ pizzo” del  dieci per cento sulle forniture militari; prussiano è Wittgenstein, prussiani Winzingerode, Wolzogen- una specie di portavoce di Pfull- e anche  Toll, a giudicare dal cognome. Nello stato maggiore,  fra tutti quei “ tedeschi”  c’è anche un ufficiale destinato a far parlare di sé: non ha grandi responsabilità di comando, ma osserva, scrive, annota.   Si chiama Carl von Claùsewitz.
Il generale  Iermòlov , russo doc, scrisse  una volta allo zar: “Se Vostra Maestà vuole premiarmi, mi promuova a tedesco.” Circolava come battuta fra le truppe,  ma rendeva bene l’idea.

Da Vilna a Smolènsk.

La prima mossa di Barclay è quella di abbandonare Vilna; la prima mossa dello zar è quella di inviare da Napoleone un proprio uomo di fiducia,  il generale   Balasciòv,  con una lettera scritta di suo pugno. Barclay  si ritira per raggiungere  Drissa, nelle cui vicinanze  Pfull ha predisposto un campo fortificato; lo zar affida al proprio inviato un messaggio conciliante, ma gli raccomanda: “Niente pace finché un solo francese resterà sul suolo russo! Che l’imperatore dei francesi lo sappia.”
Il campo di Drissa è, per i russi,  una trappola micidiale; Napoleone, per Balasciòv , un torrente in piena. In teoria  il campo di Drissa controlla sia la strada per Mosca, sia quella per Pietroburgo e, quindi, i movimenti eventuali di Napoleone; in pratica non vale niente. Von Clàusewitz scriverà: “ Se fossero rimasti lì, i russi sarebbero stati accerchiati e distrutti”. Il genio militare di Pfull ha diviso le forze russe: al riparo delle fortificazioni- per altro approssimative- la prima armata; fuori  e distante dal campo, la seconda , con il compito di attaccare il fianco del nemico una volta arrivato davanti a Drissa. Si poteva fare un regalo migliore a Napoleone, maestro nel battere gli avversari separatamente?
Balasciòv arriva al cospetto dell’imperatore  dopo quattro giorni di attesa e dopo un incontro  con  il leggendario    e coraggioso   Murat, re di Napoli e un altro con  l’arcigno, scostante e abilissimo  maresciallo Davout,   principe  di Eckmhuel.
E’ un monologo. Quando Balasciòv prova a spiegare che il principe Kuràkin, chiedendo la restituzione dei passaporti,  ha agito di propria iniziativa,  Napoleone, senza una ragione apparente,   alza la voce dando addosso allo zar , ai “ traditori”  prussiani al servizio di Alessandro, ai generali russi,  salvando soltanto la capacità militare del principe Bagratiòn   e recitando la parte di chi ha ragione.
Di fronte  a tanto impeto, Balasciòv   è intimidito e  non ha il coraggio di riferire integralmente   le parole dello zar non riportate nella lettera (  “ niente pace finché un solo francese in armi resterà sul suolo russo”)  e si limita a porre, come condizione per cominciare le trattative , il ritiro dell’Armèe  oltre il Niemen.  Il Niemen? , ribatte Napoleone, ma  se solo ieri  chiedevate  una mia ritirata oltre l’Oder, oltre la Vistola, oltre l’Elba! Come fidarsi di voi?  E  conclude, quasi parlando a se stesso: “ Ah, che bel regno avrebbe potuto essere quello di Alessandro!”
Balasciòv  esce dall’incontro a mani vuote e  completamente disorientato. Qualche sassolino dalle scarpe, stando a Tolstoj,  riesce comunque  a toglierselo. Quando, quello stesso giorno, durante il pranzo al quale viene invitato, rivela  su domanda dell’imperatore, l’esistenza  a Mosca  di più di duecento chiese, segno inequivocabile della devozione del popolo russo, Napoleone non sa farsene una ragione. Nessun Paese europeo conosce qualcosa di simile, esclama. Non è esatto, risponde Balasciòv: la Spagna ( e in Spagna, Napoleone era da tempo sulla graticola) in fatto di chiese e  di  devozione religiosa  non è da meno della Russia.  Touché.
E non è finita. “Quali strade conducono da qui a Mosca?”, chiede l’imperatore cambiando  discorso. Tante, risponde Balasciòv, come tante sono le strade che portano a Roma. Una di queste strade per Mosca, Sire, passa per Poltàva.. L’allusione alla  batosta subita dal re di Svezia Carlo XII da parte dei russi  a Poltàva il 26 giugno del 1709 fa arrossire Balasciòv, per il piacere di quell’involontaria risposta, dice Tolstoj ,  ma lascia indifferenti gli ospiti . In apparenza, almeno.

Pfull  è l’unico – o quasi-  a difendere l’utilità della posizione di Drissa. Gli altri la vedono diversamente. C’è lo zar al seguito dell’esercito e così tutti si danno da fare per esprimere la propria opinione e per  mettersi in mostra. E per replicare le basse manovre, gli sgambetti, gli intrallazzi  di solito prerogativa della vita di corte.  C’è chi odia  “ i tedeschi” e chi li appoggia; c’è chi difende Barclay e chi sostiene  Bagratiòn; c’è chi vuole attaccare e chi vuole  ritirarsi; c’è chi vuole lo zar a capo dell’esercito e chi, al contrario, lo vorrebbe a corte; c’è chi pensa solo al proprio tornaconto e chi alla salvezza della patria; c’è chi è per attaccare “senza se e senza ma”  e chi, invece, è per l’elaborazione di un piano ragionato. Uno dei protagonisti di Guerra e pace,  il principe  Andrea (Andrej) Bolkonskij, quando arriva  al campo, conta nove fazioni diverse.  Insomma, una gran confusione.
Il colonnello Michaud, francese al servizio dello zar ( lo ritroveremo più avanti), il generale italiano    Paolucci( o Palucci), venuto dal lontano Regno di Sardegna in cerca di gloria e di prebende,   Bennigsén e quasi tutti i “tedeschi” premono perché Alessandro intervenga su Barclay e si  abbandoni Drissa. Lo zar, persuaso da  tutte quelle critiche, è talmente adirato con Pfull da non degnarlo, da un giorno all’altro,  neppure di uno sguardo.
Ma non è tanto quel campo fortificato il problema: il problema è Alessandro. Non è il comandante in capo, ma è pur sempre lo zar; non vuole  dare ordini, ma condiziona indirettamente  chi li dovrebbe dare; non ispira  tranquillità, ma  fa aumentare la confusione. Se togliesse il disturbo, sarebbe meglio. Persino sua sorella Caterina  se ne accorge. E glielo scrive.
Il ministro degli esteri fa un tentativo: Maestà, recatevi a Mosca, il popolo deve essere rianimato e ha bisogno della vostra presenza, gli dice. Lo zar, stranamente, non si fa pregare, accetta il suggerimento e il 18 luglio lascia l’esercito. Che, a sua volta, il 15, ha  lasciato l’indifendibile posizione di  Drissa e si è diretto   verso Vitèbsk.
E due.  Sono due, infatti, le ritirate da quando Napoleone ha passato il Niemen. Lo fanno apposta, i russi? Come  un tempo gli Sciti,  si ritirano  intenzionalmente allo scopo di attirare i francesi sempre più in profondità, lontano dalle loro linee di comunicazione per indebolirli  e poi attaccarli? A guerra finita, Barclay  sosterrà che quello era il suo scopo; il futuro  generale  Liprandi, russo a dispetto del nome e giovane ufficiale nel 1812, scriverà: “ Nessuno sapeva che cosa fare, in quei giorni”. E Tolstoj:  “Un piano generale di campagna mancava”. Vero? Falso?

Intanto  Napoleone è sempre più agitato: perché Barclay  ha abbandonato  Vilna ? Perché non  ha  accettato  battaglia? E’ quello il modo di fare? Jomini, storico e analista militare,  scriverà: inutile  dare la colpa a  Barclay. Se Napoleone non si fosse fermato a Vilna per più di dieci giorni, i russi  non avrebbero  avuto scampo e l’armata di Bagratiòn, isolata e distante da Drissa,  sarebbe stata  distrutta. Già, perché si ferma  così a lungo l’imperatore? Che sbraiti e s’indigni per essere stato defraudato della “ sua”  battaglia, così, tanto per darsi un tono, il “ suo” tono,  ma  che in realtà  non la voglia? E, se è così, perché non la vuole? Spera in un cedimento anticipato di Alessandro? Ma a Vitèbsk, il 25 luglio ( Barclay vi è arrivato due giorni prima), Napoleone  scrive al  proprio  ministro degli esteri,  Maret, conte di Bassano: la battaglia decisiva è questione di ore.
Per i russi, il problema, in quei momenti così concitati e confusi, è quello di ricongiungere la I e la II armata, separate dalla geografia( terreno irregolare, fiumi da attraversare) e dal piano scellerato di Pfull. Bagratiòn sta muovendo in direzione di  Vitèbsk. E’ braccato. Ottiene  un po’ di respiro dai valorosi interventi, nei dintorni di  Ostròvo, dei reggimenti del conte Osterman-Tolstoj  e del generale  Konovìtzin  mandati da Barclay a  impegnare i francesi, ma è ugualmente in una brutta situazione. Sulle sue tracce ci sono Davout, Grouchy, Poniatowski, spediti in tutta fretta da Napoleone a tagliargli la strada. Se la II armata fosse accerchiata  e distrutta, anche l’armata di Barclay si troverebbe a mal partito. Per fortuna di Bagratiòn, fra gli inseguitori  c’è anche Girolamo, fratello di Napoleone e re di Westfalia. Girolamo è un pasticcione, commette una sciocchezza dietro l’altra e il principe russo riesce una prima volta  a svignarsela.

Ma non è finita. Davout, di tutt’altra pasta  rispetto al re di Westfalia , occupa  la città di Minsk e fa salire  da sud  altre truppe per chiudere la tenaglia. Bagratiòn, però, è bravo:  anticipa Davout, passa la Beresina e si dirige verso il Dnepr. Ha bisogno di tempo per attraversarlo. E allora, per concederglielo, il generale Raièwski  impegna Davout a Saltanòvka .
Si combatte duramente. In un momento critico della battaglia, il generale russo prende i propri figli per mano e si lancia contro il nemico, subito seguìto  da tutti i  suoi soldati. Il Dnepr lo passano entrambi: Bagratiòn , grazie al coraggio di Raièwski e Raièwski, grazie alla mossa di Bagratiòn che, una volta al di là del fiume,  attira Davout su una falsa pista.  Il ricongiungimento delle due armate, però, non avviene. Barclay allora non se la sente di attaccare battaglia  con le forze di cui dispone  e ordina il ripiegamento da  Vitèbsk a Smolènsk.
E tre.  E’ il 27 luglio.

Al suo arrivo a  Mosca( 23 luglio), lo zar è accolto da manifestazioni di entusiasmo; a Vitèbsk , Napoleone, deluso per non aver avuto la battaglia decisiva, entra in una città semideserta. L’antica capitale russa  è infiammata di ardore patriottico; a Vitèbsk, di arroventato ci sono solo la sabbia  e la temperatura. A Mosca  vengono raccolti fondi, formati reggimenti e battaglioni( armati di lance, perché non ci sono fucili per tutti..) a spese di singoli esponenti della nobiltà; a Vitèbsk , il problema sono i rifornimenti, i cavalli  senza avena e senza  ferri, i soldati senza rancio, la calura  soffocante. A Mosca è tutto un via vai di carrozze e di carriaggi; a Vitèbsk , i carri delle salmerie non sono ancora arrivati: fin dall’inizio dell’invasione, vanno pianissimo e sono sempre in ritardo rispetto al passo delle truppe. A Mosca, i cittadini si mobilitano; a Vitèbsk  e dintorni , i soldati francesi  si danno al saccheggio; a Mosca c’è un relativo entusiasmo; a Vitèbsk una profonda stanchezza. A Mosca c’è un’eccitazione quasi insolita; a Vitèbsk un’attesa mascherata da normalità: Napoleone fa abbattere alcuni edifici  nella piazza principale, la  trasforma in una piazza d’armi   e   passa  e ripassa in rassegna le truppe. Aspettando che cosa? Il nervosismo serpeggia, soprattutto nelle alte sfere: lo zar non ha digerito la perdita di Minsk e scrive a Bagratiòn, rimproverandolo; Napoleone, indispettito perché  Bagratiòn  se l’è  cavata,  silura  Girolamo  e lo rispedisce  a casa. 

 Il 28 luglio, un  Napoleone insolitamente nervoso confida a Murat e ribadisce davanti al Consiglio di Guerra:  la campagna del 1812 finisce qui. Non andremo oltre Vitèbsk per quest’anno. Ci sono tante cose da fare, a cominciare dalla riorganizzazione della Lituania e della Russia Bianca. Questa campagna è una campagna di tre anni. E conclude : “Il 1813 metterà le cose a posto!”
Detto, fatto. Il  3  agosto ci ripensa e, il 10, ordina di muovere verso Smolènsk, in pieno territorio russo. A chi gli  presenta obiezioni,  risponde: interromperemo la campagna  a Smolènsk. Durante una  riunione del Consiglio, viene fatto  per la prima volta, da parte del generale  Duroc, un accenno al “ Piano degli Sciti”. Il ministro Daru , abituato a parlar chiaro,  insiste  sull’inconsistenza  delle ragioni politiche di quella guerra   di cui “ le vostre truppe, noi stessi, non concepiamo lo scopo.” E, intanto, sul piano diplomatico, Bernadotte- il fedifrago Bernadotte- in Svezia e la Sublime Porta a Istanbul si  sono avvicinati ai russi; sul piano militare,  Tormàssov le ha suonate  a Reynier,  impedendo a  Schwarzenberg, accorso in suo aiuto, di riunirsi con l’Armata.  Le cose si complicano.
Napoleone , però, non cambia idea. A Vitèbsk, quando tutti si erano complimentati con lui per la presa della città, aveva detto” Credete che sia giunto fin qui per conquistare questa casupola?”. Vuole Mosca e, novello Alessandro Magno, forse sogna la Mesopotamia e l’India. Decidendo di lasciare Vitèbsk, sembra dire: “Aspettare? Il tempo è un lusso , amici miei. E  se, col tempo, la Russia si trasformasse per noi  in un’altra  Spagna? No, la partita va chiusa subito. Mostriamo i muscoli e  Alessandro, vedrete,  cederà e verrà a Canossa”.
E’ dunque  il cedimento di Alessandro, più della  vittoria in battaglia,  la speranza segreta di  Napoleone?
A  Smolènsk, finalmente, le armate di Barclay e di Bagratiòn  si congiungono. E, subito, i  due  litigano. Dopo pochi giorni dal ricongiungimento,  Bagratiòn scrive al potente Arakcèiev- perché lo zar legga- e chiede  di essere dispensato  dal comando: non sopporta l’atmosfera del quartier generale e  la spocchia di tutti quegli ufficiali  tedeschi.  Minaccia di andarsene o di farsi soldato semplice.
Napoleone arriva davanti a  Smolènsk, vede i russi affollarsi sui ponti e  raccogliersi  nella città , e esclama :  “ Li tengo in pugno!”.

Peter Van Hess (1792-1871), la battaglia di Smolènsk, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

Si sbaglia di grosso. I russi, attaccati sul fianco sinistro e minacciati di accerchiamento,  impegnano i francesi in scontri di tamponamento davanti alla città, sempre  sanguinosi e duri, ma mai definitivi;  quando hanno la peggio,  si ritirano combattendo come leoni, per usare le parole di Sègur;  la difesa di Smolènsk  viene affidata a Raièwski, un tipo tosto e maledettamente in gamba, come abbiamo visto,  coadiuvato  dall’ottimo  generale Doctùrov.
Entra in campo  l’artiglieria. Il  17 agosto, i cannoni di Napoleone  fanno fuoco per quindici ore consecutive, ma la città resiste e i francesi  non  hanno la battaglia decisiva tanto desiderata.  Il 18, infatti,  alle due del mattino, i russi  fanno saltare in aria i depositi di munizioni e abbandonano la città, portando con   sé la sacra icona della Vergine di Smolènsk.
E quattro.
La città  brucia. Bruciano i magazzini, bruciano gli edifici, bruciano  persino le chiese. Gli abitanti stessi hanno dato l’esempio. Molti di loro hanno portato il fuoco nelle proprie case e  nelle proprie botteghe. Nessuno glielo ha chiesto, nessuno glielo ha ordinato: perché nulla cada in mano al nemico, hanno mandato in fumo, spontaneamente, in pochi minuti il lavoro e le fatiche di tutta  una  vita.

Sentiamo Tolstoj. Il bombardamento ordinato da Napoleone sta per finire. Nella bottega di Ferapòntov , un mercante del luogo, entrano alcuni soldati russi e riempiono gli  zaini di farina, di frumento e di semi di girasole. La prima reazione di Ferapòntov  è quella di  salvare la propria “ roba”. Poi, ad un tratto, ci ripensa : “ Portate via tutto, ragazzi! Che non resti niente a quei diavoli” grida e, facendo seguire alle parole i fatti, getta egli stesso i sacchi sulla strada a disposizione dei soldati. Vede Alpàtic, il vecchio servitore dei Bolkonskij, con il quale aveva conversato amichevolmente poche ore prima e gli grida: “ E’ perduta la Russia  Alpàtic! E’ perduta! Io stesso appiccherò il fuoco. E’ perduta….” Ecco che cosa  succedeva in città  mentre Barclay si apprestava ad andarsene e  Napoleone ad entrarvi.

Napoleone entra  a Smolènsk da vincitore. Ma è vera gloria? Tutto intorno a lui è cenere. Cenere  le case e cenere  i ricoveri adibiti a ospedali, dove migliaia di feriti  hanno trovato  una morte  orribile fra le fiamme. C’è chi non si rassegna e combatte ancora: per avere ragione di un cecchino russo- uno solo- bisogna impiegare l’artiglieria. Napoleone non lo sa ancora, ma, il giorno dell’evacuazione della città,  gli ufficiali russi di alcuni reparti  avevano  dovuto impedire, armi in pugno, ai propri soldati di lanciarsi contro il nemico anziché ritirarsi.
E che dire di Valùtina Gora? Lì, a poche verste da Smolénsk, qualche giorno più tardi,  i reparti  del maresciallo Ney, all’inseguimento dei russi, incontrano  una feroce resistenza da parte della loro retroguardia  e subiscono gravi perdite senza venire a capo di alcunché. Lì, a Valùtina Gora, i soldati russi smettono  di sparare solo quando lo fanno  i francesi. E poi  si ritirano. No, inutile farsi illusioni: i russi non cederanno, non si arrenderanno. Quella campagna sarà lunga e dura. A meno che… A meno che un giorno o l’altro non ci sia la tanto desiderata battaglia decisiva oppure- e forse sarebbe meglio-  non si presenti Balasciòv con proposte di pace. Oh, come sarebbe ricevuto diversamente da Vilna!
C’è un  generale  russo ferito, prigioniero dei francesi, a Smolènsk. Napoleone lo convince a scrivere al fratello  una lettera dai toni concilianti  perché sia recapitata allo zar. E aspetta. Passano i giorni: di Balasciòv neanche l’ombra e da Alessandro neppure una parola.

L’inseguimento, allora, alla ricerca della battaglia decisiva,  riprende. Fra Smolènsk e Vjazma- la meta successiva-  la marcia  dei francesi è un calvario. Non c’è cibo per gli uomini né foraggio per i cavalli; tutt’intorno, nelle immediate vicinanze, cenere, fiamme e desolazione. E un fetore insopportabile. Solo lontano dalla direttrice di marcia  si può trovare qualcosa da mangiare  per uomini e bestie. Ma è poco, molto poco. L’acqua scarseggia. Si è costretti a bere una specie di fanghiglia. Qualche volta deve farlo anche Napoleone. Le malattie- la febbre tifoide, in particolare-  aumentano e si diffondono; moltissimi  cavalli e molti uomini  crollano per la fatica. Diretto a Vjazma con il  proprio reparto, un  ufficiale di artiglieria, tale Pion, annota sul suo diario tutta quella desolazione  e commenta: “Ci stanno attirando sempre più  verso l’interno: lo fanno apposta”.
Di nuovo  il piano degli Sciti.

Barclay, lasciata Smolènsk, si dirige verso la località di Zarèvo- Saimìsce, dove, assicura, si combatterà . Bagratiòn , inviperito,  scrive di nuovo ad Arakcèiev. E va giù durissimo. Che cosa sta succedendo? Che comandante è questo? Ritirarsi , sempre ritirarsi. Che figura ci facciamo? Come potremo difendere la Santa Russia  ritirandoci? Che ne è dell’onore? E che dire dell’occasione perduta a Smolénsk?
Il principe Sciuvalòv inviato dallo zar  adare un’occhiata,   rincara la dose. Scrive ad Alessandro: tira una brutta aria: Barclay è  sempre più impopolare presso i soldati; lui e Bagratiòn non si possono vedere; Iermòlov, il capo di stato maggiore, è bravo, ma ha scarsa autorità;  la disorganizzazione è massima; mancano i rifornimenti.   E conclude:  ci vuole un comandante unico, altrimenti la Russia è perduta.
Lo zar ci pensa da un pezzo, ma solo il 5 agosto riunisce i suoi collaboratori  per avere indicazioni in merito. Quando gli viene fatto  il nome del prescelto, Alessandro a momenti ci resta secco: Michaìl Ilariònovic Kutùsov, il capo della milizia di Pietroburgo, il vecchio principe monocolo? Perché proprio lui? Perché non Bennigsèn? Amareggiato, scriverà, in settembre, alla sorella Caterina spargendo veleno su tutti i propri  generali. Su tutti ma non su Bennigsèn, non a caso  mai menzionato nella lettera. Perché un tale risentimento verso Kutùsov?
Fra lo zar  e l’allievo prediletto di Suvòrov c’era, fin dai tempi di Austerlitz,  una ruggine antica. Lo sapevano tutti: ad Austerlitz,  l’unico ad averci visto  chiaro, anche se con un occhio solo, era stato Kutùsov. Non lo zar, non l’austriaco  Weirother, una fotocopia ( o l’originale..) di Pfull, con la sua mania di ordine e di precisione,  con il suo piano sulla carta  perfetto  e dettagliatissimo: die ertse Kolonne marschiert; die zweite Kolonne marschiert …  Kutùsov non aveva abboccato alla finta di Napoleone: stiamo sopravvalutando  la sconfitta di Mortier a Duerstein e l’episodio di Wischau (2) e  tutta quella  fifa ostentata fin troppo platealmente dall’imperatore ha il solo scopo di infinocchiarci, aveva avvertito. Lo zar era stato di parere contrario; Kutùsov, la cui volontà in presenza dello zar si indeboliva, non aveva saputo opporsi e così la battaglia era stata data. E perduta, con grande disonore. Alessandro non ci stava a passare per babbeo(anche se poi, riguardo alle faccende  militari, un po’ lo era e Napoleone non perdeva occasione per insinuarlo) né  voleva ammettere di aver sbagliato ad Austerlitz: nominare Kutùsov , ora, significava riconoscere  tutto questo.
E’ viola di rabbia, ma ingoia il rospo. La patria è in  serio pericolo, l’operato di Barclay è indifendibile,  il nemico è ben oltre le porte ecc. ecc. Il principe Kutùsov riceve, così,  la nomina a comandante in capo, pieni poteri e una responsabilità da far tremare  chiunque. Secondo l’auspicio di Langeron,  Dio, per mano dello zar, ha dato a  Sua Altezza Serenissima qualcosa di simile   al bastone di feldmaresciallo, ma,  contrariamente a quanto auspicato da  Langeron, gli   ha dato  anche  un esercito.  Perché Dio glielo ha dato? Perché salvi la Russia o perché la  perda?

Barclay  arriva  a Zarèvo-Saimìsce  il 29 agosto. Il giorno prima , Kutùsov, ha ricevuto la nomina  a comandante in capo e  duemila rubli  per affrontare il viaggio. Il 30  è al fronte, accolto  con tutti gli onori  da soldati e  ufficiali. L’arrivo di Kutùsov suscita  grande entusiasmo e riaccende la speranza. I soldati e gli ufficiali di grado inferiore, alcuni generali (Doctùrov ,  Konovìtzin , Raièwski)  guardano  con fiducia  e con orgoglio al vecchio principe,  venuto, soldato fra i soldati , in sella a un cavallino grigio, a risollevare, con la sua esperienza e con il suo carisma,  l’onore della Madre Russia . I “tedeschi”, neanche a dirlo,  storcono il naso.
Gli inizi non sono incoraggianti, però: il comandante in capo sembra  un po’ in confusione. Dichiara   “ Meglio perdere Mosca che l’Armata e la Russia. “ E , nello stesso tempo, scrive al governatore  Rostòpcin: “ Il mio scopo è di salvare Mosca”. Strano comportamento: è calcolato o hanno  ragione il generale  Liprandi  e Tolstoj quando sostengono  la totale assenza, in quei giorni,  di piani e di strategie nei  vertici miliari russi, Kutùsov compreso?

Sia come sia, fra la sorpresa generale, i russi , per ordine di Kutùsov, si ritirano un’altra volta ( la quinta): lasciano Zarèvo-Saimìsce e si dirigono verso Mosca. Napoleone, determinato,  non li molla, gli occhi aperti  e le orecchie dritte,  semmai arrivassero proposte  di pace o almeno un gesto  distensivo   da parte dello zar. Lo disturba un’unica cosa: un forte e noioso raffreddore.
Alessandro è tornato  a Pietroburgo e non pensa alla pace: non può. Nessuno glielo perdonerebbe. Dal canto suo Kutùsov, in ripiegamento verso Mosca, non ha alcuna voglia di farsi invischiare in una battaglia. Ma è consapevole di non poterla evitare: non si può  lasciare Mosca al nemico senza combattere. Sarebbe inconcepibile.
Del resto, tutti o quasi , da una parte  e dall’altra,  si aspettano lo scontro. Se lo aspetta Bagratiòn, se lo aspetta Barclay, confermato nel comando della I armata, se lo aspettano tutti gli alti gradi “ tedeschi” dell’esercito russo. Lo vuole fortemente  lo zar. Lo desidera, in mancanza di proposte di pace,  Napoleone. L’anziano  principe la pensa diversamente, ma  sa anche   di essere solo o quasi, circondato com’è  non da collaboratori, ma da potenziali  rivali, pronti a sfruttare la situazione a proprio favore. Ha le spalle larghe, però, il vecchio.  Se la battaglia sarà vinta,  tanto meglio; se sarà perduta, da allora in poi  farà di testa sua. E che gli altri, zar compreso, brontolino pure.

Borodinò.

I russi dunque, vista l’inevitabilità della battaglia per Mosca, prendono posizione   nei dintorni di un villaggio il cui nome diventerà famoso: Borodinò. Si attestano sulla riva destra del fiume Kolòcia, schierandosi parallelamente ad esso, fronte ai francesi.
Napoleone si trova nei pressi, nella cittadina di Gyatz e, il 4 settembre, a sorpresa, fa passare alle sue truppe la Kolòcia e attacca  il fianco sinistro dell’esercito russo. E’ la battaglia di Scevardinò, dal nome del ridotto perduto,  ripreso e , infine, riperduto definitivamente dai russi.
Al termine di quella breve ma sanguinosissima  battaglia, i russi sono costretti a riposizionarsi. Il  fianco sinistro, investito violentemente dai francesi, è  arretrato. Di  conseguenza, per riallineare lo schieramento sulla nuova posizione del proprio fianco sinistro, i russi  sono costretti a far ruotare  in senso antiorario  anche il centro e l’ala destra. Se prima, come abbiamo visto, i russi  erano disposti in linea parallelamente alla Kolòcia, ora, dopo questa manovra,  sono perpendicolari ad essa , con i francesi di fronte e il fiume , inutile, sul fianco destro. Così, almeno, la racconta Tolstoj.


Il fianco sinistro viene fortificato, ma  quando il 7 settembre, all’alba, scatta l’attacco francese, le fortificazioni, le cosiddette “ Frecce”,  non sono ancora ultimate. Il piano iniziale russo, dunque, se mai  piano ci fu , è andato a gambe all’aria: non c’è più il fiume a ostacolare i francesi, la posizione originaria  è  cambiata , il ridotto di Scevardinò perduto e le “Frecce” incomplete.

Anche Napoleone ha un piano. Ma ha anche  il raffreddore e, come scrive  Tolstoj , secondo i suoi storici e secondo gli storici  propensi a legare  all’inettitudine o al genio di un solo individuo l’esito degli avvenimenti e il corso della storia, questa indisposizione gli impedisce di essere efficace come al solito. Sentite Sègur : “ La sorte della Russia dipese da un giorno di salute in più, che mancò sul campo della Moscova”. Dunque, stando  a  Sègur e compagnia, quello di Napoleone  non è un grande piano e non lo è perché l’imperatore, quando lo prepara, quando opta per l’attacco frontale scartando  la soluzione  molto più sensata proposta da   Davout ,  è intontito dal raffreddore. Ma è davvero così, per Tolstoj?
Ascoltiamolo. Quel piano, scrive, non è né buono né cattivo:  sulla carta è un piano come tanti altri, forse migliore di tanti altri. Ma è la prova dei fatti il  giudice naturale di qualsiasi piano e, alla prova dei fatti,  niente  o poco di quanto predisposto da un piano  si realizza. E’ così per tutti, è così per Napoleone .
Una prova? Il giorno della battaglia di Borodinò, ad esempio, le batterie francesi  tirano  corto e i serventi ai pezzi, di propria iniziativa non per ordine di Napoleone, spostano in avanti  i cannoni per ottenere efficacia di tiro; chi, stando agli ordini,  deve aggirare le posizioni nemiche attraversando  un paio di boschetti, non può  farlo perché si trova davanti i russi e non passa; solo il principe Eugenio rispetta  le consegne: occupa il villaggio di Borodinò, ma solo perché il centro dello scontro è altrove. Infine, le “ Frecce” vengono    espugnate  dalla cavalleria, cosa del tutto estranea alla logica militare, agli ordini e al piano di Napoleone. Il  piano iniziale, insomma, viene   clamorosamente sconfessato dagli eventi.
Il fatto è che i piani hanno bisogno di uomini per essere messi in pratica e dal comportamento di questi uomini, non dal piano, dipende l’esito di una battaglia. Un reggimento, dice il principe Andrej  Bolkonskji- Tolstoj  nel romanzo Guerra e pace, vale a volte meno di una compagnia e un’armata meno di un reggimento. Dipende da come interpretano il loro ruolo gli uomini di quel reggimento, di quella compagnia, di quell’armata. Possono sbandarsi al primo urto o per  nonnulla e rendere inefficace  la forza del numero; possono tenere duro benché sotto pressione e, in pochi, avere ragione di molti.  Per Tolstoj, insomma, a risultare decisivi sono i soldati,  non i generali .

La sera precedente la battaglia, Napoleone è nervoso. Sarà colpa del raffreddore, sarà perché teme una nuova ritirata da parte dei russi, sarà per l’eccitazione dell’imminente combattimento, fatto sta che non riesce a prendere sonno. Si  corica, poi si rialza. Chiede se i  russi siano sempre al loro posto, lo richiede poco dopo, va a vedere con i propri occhi. Si ricorica, si rialza. Si ferma ad ammirare il ritratto del figlioletto, il re di Roma, inviatogli dalla moglie, l’imperatrice  Maria Luigia. Esce dal proprio alloggiamento. Scambia qualche parola con i soldati della Guardia. “ Avete mangiato? Vi è stato distribuito  il riso?”. E  continua a fissare i fuochi dell’accampamento di Kutùsov.
Verso sera, da quell’accampamento tutti avevano udito alzarsi un mormorio sommesso, salmodiante e continuo, sovrastato, a volte,  da grandi  grida di “Urrà!”: i russi , in ginocchio,  si erano raccolti in preghiera davanti alla sacra icona della Vergine di Smolènsk portata in processione attraverso il campo.

Peter von Hess(1792-1871): la battaglia di Borodinò, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage. Da: http://www.museum.ru/museum/1812/…/index.html

E’ l’alba. Il piano di Napoleone prevede un attacco frontale e  una  forte pressione sul fianco sinistro russo, là dove si trovano  le “ Frecce”, difese da Bagratiòn con la sua II armata. Come già  il ridotto di Scevardinò qualche giorno prima,  le “Frecce”, nel corso della giornata,  passano ora nelle mani degli uni ora in quelle degli altri; come a Scevardinò , l’attacco francese è violentissimo e la difesa russa tenacissima; come a Scevardinò , ma su scala più vasta, il rumore, il fumo,  le grida dei feriti e dei moribondi, il nitrito  dei cavalli colpiti avvolgono il campo di battaglia. A più riprese, i marescialli di Napoleone chiedono rinforzi, ma  lui  rifiuta: non vuole rischiare la Guardia. “ Bastano i cannoni” risponde. Gliene sarà fatta una colpa.
Dopo essere passate di mano per ben otto volte, le “Frecce” vengono espugnate e il valoroso  principe Bagratiòn cade con le armi in pugno. L’ intensità dell’attacco francese si sposta  allora verso il centro,  e , in particolare, verso una piccola altura sulla quale  il generale  Raièwski ha interrato alcuni cannoni e causa non pochi grattacapi ai francesi. I proiettili russi arrivano, rotolando  lentamente,  persino nella posizione in cui si trova Napoleone. L’imperatore, indisposto, non è a cavallo come al solito: appiedato,  misura  a grandi passi  il terreno intorno a sé, guarda verso il campo di battaglia. Quasi infastidito,  scosta con il piede le palle di cannone  che rimbalzano, lente e prive di forza, vicino a lui.
E’ il primo pomeriggio. L’artiglieria francese viene schierata  sulle  “ Frecce”  appena conquistate  e inizia a martellare i russi. Intorno al  “cocuzzolo” dove si trova  Raièwski, si scatena una battaglia durissima,  risolta solo  all’imbrunire  dai francesi, ma  a prezzo di  molti, troppi caduti.
Scende la sera, le armi tacciono, è tempo di bilanci. Bilanci terribili, da una parte e dall’altra. Napoleone è preoccupato e di umor nero. E non solo  a causa del raffreddore: lo scontro  è durato un’intera giornata, non poche ore, come al solito. Sa che cosa significa: quella battaglia non può dirsi vinta. Fatto del tutto inusuale per lui, viene assalito  da  cupi pensieri, persino dalla paura di una futura, imminente,  disfatta. Insomma, davanti a sé vede materializzarsi lo spettro di Poltava.
Ha perso 30.000 uomini e quarantasette generali. A Sant’Elena,  poco prima di morire, confiderà al dottor O’Meara: di tutte le mie battaglie, quella della Moscova ( i francesi chiamarono con questo nome  la battaglia di Borodinò) è stata la più sanguinosa.
Kutùsov  ha tenuto il campo. Comunica  ai propri ufficiali: “ Fate sapere alle truppe che domani  contrattaccheremo”. Gli uomini, demoralizzati, si rianimano: dunque, non siamo stato sconfitti, dunque non ci siamo battuti invano,  dunque ce la possiamo fare.
Ha perso circa sessantamila uomini,  mezzo esercito.

Mosca.

A Pietroburgo e  a Mosca  si sparge la voce: Napoleone è stato battuto. L’entusiasmo è grande, le chiese si riempiono, si ringrazia Dio con solenni Te Deum. Kutùsov riceve il bastone di feldmaresciallo.  In quello stesso  momento, mentre a Pietroburgo e altrove  le campane suonano a festa, l’esercito russo  si sta ritirando da Borodinò in direzione  di Mosca, con alle calcagna  Murat e  il principe Eugenio, impegnati a tagliargli la strada.
Kutùsov non ha mantenuto la promessa di attaccare l’indomani. Aveva detto la sera stessa di Borodinò: “ Perdendo Mosca perderemo la Russia” e dato del pazzo a Iermòlov perché non vedeva altra soluzione al di fuori di quella di  abbandonare la città  al nemico. Poi ha contato i morti e i vivi e ha capito: se si dà di nuovo battaglia, si rischia di perdere  quel che resta dell’esercito. E se si perde l’esercito, non Mosca, ma la Russia intera è spacciata. Non c’è alternativa: o si sacrificano l’esercito e la Russia o si sacrifica la  seconda capitale dell’impero. Kutùsov sceglie di salvare l’esercito e di abbandonare Mosca al proprio destino. La sera della decisione, presa dal feldmaresciallo contro il parere di quasi  tutti i suoi generali convocati appositamente nel villaggio di Fili, nell’isba del contadino Sebastiànov,  qualcuno  giurerà di averlo sentito piangere.
A Mosca, una volta conosciuta la decisione di Kutùsov, l’entusiasmo cede il posto alla disperazione, alla confusione e al panico.  Si  sistemano  su carretti, carrozze e  carri  le donne e i bambini , i vecchi e gli infermi, le icone e i vestiti, il pane e l’acqua, qualche mobile e gli attrezzi da lavoro, i quadri  e i tappeti e, mestamente, ci si allontana dalla città nella direzione opposta a quella dei francesi.
L’esercito, stanco e demoralizzato, arriva  nella capitale il 13, diretto al ponte di Iaùski, sulla strada per Riazàn. Prima di entrare in città,  il feldmaresciallo si rivolge agli ufficiali del suo seguito e chiede chi di loro conosca Mosca. Si fa avanti il  giovane principe Galìtzin . “ Bene, giovanotto” gli dice Kutùsov” Portami fuori di qui e fa in modo  che  incontri   nessuno.”
Sul ponte di Iaùski, però, il feldmaresciallo  si imbatte nel  governatore di Mosca, Rostòpcin. E’ un  mezzo esaltato, Rostòpcin. Un fanatico. Ha annunciato alla popolazione la  messa in cantiere di un’improbabile  arma segreta, una specie di  aerostato, con il  quale si sarebbero potuti colpire i francesi ovunque si fossero trovati; ha inondato  Mosca di migliaia di manifesti patriottici; non ha esitato a sacrificare la vita di un uomo per salvare la propria e per sfuggire alla folla inferocita; ha emanato- si dice- l’ordine di incendiare la città..
Riconosce il feldmaresciallo e  cerca di avvicinarlo per gridargli in faccia tutto il proprio disprezzo. Kutùsov, impassibile, non lo degna di uno sguardo. La sua attenzione è rivolta  all’esercito. Osserva i suoi amati soldati, stanchi e con le uniformi a brandelli, sporchi e affamati, depressi e demoralizzati, trascinarsi quasi per forza d’inerzia, oppressi dal peso della ritirata.  Anche i soldati lo riconoscono,  ma nessuno di loro, passandogli accanto,  grida “Urrà!”.
L’esercito e la popolazione, per lasciare Mosca, hanno bisogno di tempo. Deve darglielo  Miloràdovic,  generale russo esuberante ,  molto simile  nella passione  per le uniformi sgargianti , nel carattere  e nel coraggio  al re di Napoli, il leggendario Murat. Il suo compito, stando alle disposizioni di Kutùsov, è quello di impegnare  un finto combattimento  sotto Mosca. E lui esegue ben oltre la lettera gli ordini ricevuti, facendo ricorso a un’arma  ancora più insolita, in quella guerra,  dell’aerostato  promesso da  Rostòpcin : le  …chiacchiere. Alle porte di Mosca, mentre il grosso dell’esercito russo si ritira verso est,  in direzione della strada di Riazàn , mentre i civili, con mezzi di fortuna, vanno dove possono, Miloràdovic  discute per  quattro ore buone , nel silenzio più totale della armi, con il  generale Sebastiani. Alla fine si arriva a un accordo. La proposta  è francese:  noi  non vi daremo fastidio se  voi farete altrettanto e  ci lascerete  entrare in città.
Detto, fatto: il 14 settembre, senza incontrare alcuna resistenza, la cavalleria di Murat entra a Mosca. Ma intanto, Kutùsov  con l’esercito  e  gran parte della popolazione si sono dileguati.

Dal colle di Poclòni ( “Il colle dei Passeri”), lo stesso  da dove, qualche ora prima, se n’era andato  l’esercito russo,  Napoleone  vede splendere sotto i raggi del sole i tetti delle case e  le cupole delle chiese della città  – cètte ville asiatique-   tanto desiderata e alla fine raggiunta. Gli sfugge un grido di gioia:” Era tempo!”
Alla vista di Mosca, tutti, non solo l’imperatore, si  sentono al settimo cielo. In quel momento, i  soldati dimenticano i sacrifici, la stanchezza, la fame,  i disagi  affrontati fino ad allora; i marescialli e i generali  non ricordano  più le critiche mosse al loro imperatore per il comportamento tenuto a Vitèbsk, a Smolènsk e, soprattutto, a Borodinò dove non  aveva voluto impegnare la Guardia, lasciando il campo ai russi. Napoleone ce l’ha fatta ancora una volta, questo conta: la ville sainte tanto agognata   è  lì, ai loro piedi.
Completamente deserta o quasi. In apparenza viva, ma in realtà morta  come lo è  un alveare privo dell’ape  regina ( la  celebre similitudine è di Tolstoj). Quando lo apprende, Napoleone resta di sasso. Non ci crede, non vuole crederci. ” Mandatemi i boiardi, mandatemi il senato di Mosca!” strepita . Non ci sono boiardi, non ci sono senatori. Un  ufficiale, vedendo Napoleone così alterato,  pensa allora  di inventarseli: raccoglie per la strada  sei o sette malcapitati   e glieli spinge davanti. Due domande  e Napoleone capisce subito con chi ha  a  che fare. Dopo Vilna,  dopo Vitèbsk, dopo Smolènsk, un’altra delusione.
E il peggio deve ancora venire: Mosca sta per andare a  fuoco.

L’incendio di Mosca. Da :Wikipedia.

Chi  provocò l’incendio della città? Un ordine di Rostòpcin? La popolazione di propria spontanea volontà prima di andarsene?  Un incidente fortuito?  Probabilmente tutte queste cose insieme. Dopo l’occupazione, ci misero del loro anche i francesi. Forse ha  ragione Tolstoj: Mosca bruciò- scrive-   perché era stata abbandonata. Una città fatta in gran parte di legno non poteva restare intatta quando, fra le sue case, dentro le sue chiese, migliaia di occupanti  si accendevano la pipa e  si  cuocevano il rancio due volte al giorno. Non era successo qualcosa del genere  a Vitébsk e a Smolénsk, dove le stufe accese dai francesi erano esplose  provocando non pochi incendi? Prive di chi se ne prendeva cura, le case e le chiese erano come indifese: non potevano sopravvivere all’occupazione della città e al saccheggio che ne seguì.
Una cosa è certa, comunque: Mosca andò a fuoco per cinque giorni  e cinque notti e l’incendio, alimentato da una violenta  tempesta di vento, distrusse due abitazioni su tre. Non il Cremlino,   però, conquistato facilmente  da Murat e nel quale si era sistemato- e come poteva essere altrimenti?- Napoleone. A dire il vero, una volta   mancò poco. Un’ala del palazzo prese fuoco e , stando agli storici russi- la versione di quelli francesi è più soft- l’imperatore fu costretto   ad andarsene in fretta e furia,  lungo uno strettissimo passaggio  e fu  tratto in salvo, semisoffocato dal fumo, da un gruppo di…saccheggiatori. Alla fine l’incendio era stato domato e, nei giorni successivi,  Napoleone, insieme alla sua Guardia, era potuto rientrare  al Cremlino.
Vedendo Mosca in preda alle fiamme, Napoleone  aveva  esclamato: “ Sono dei barbari! Sono degli Sciti!” Ancora questo nome sinistro e ,  come quello di  Poltàva, annunciatore  di sventure.

La decisione di Alessandro.

A Pietroburgo, un inviato di Kutùsov, il colonnello Michaud, francese di nascita, ma, per sua stessa ammissione, “russo di cuore”, è ricevuto dallo zar. All’inizio del colloquio, Alessandro  chiede quali notizie egli rechi dal  fronte. Il colonnello  risponde in francese  di aver lasciato l’esercito con i soldati sull’orlo della disperazione e Mosca in fiamme. Lo zar  attribuisce lo stato d’animo dei suoi soldati alla sconfitta subita a Borodinò e all’umiliazione di aver dovuto abbandonare la capitale,  ma il colonnello lo sorprende:  “ Sono disperati, perché temono che Vostra Maestà voglia concludere la pace”. “ Riferite ai soldati, riferite a chiunque queste mie parole ” risponde Alessandro nel suo francese perfetto, migliore addirittura di quello di Napoleone ” Quando non avrò più un soldato, io stesso mi metterò a capo della mia fedele nobiltà e del mio popolo e continuerò a combattere.  E, con uno scatto di orgoglio,  continua: “Se è volontà divina che la mia dinastia cessi di regnare sulla Russia, piuttosto di chiedere la pace, mi farò crescere la barba fino a qui”, e si tocca  il petto “ E mangerò patate come l’ultimo dei miei  contadini”. Confidenza un po’ audace, visto l’interlocutore, non proprio un frequentatore assiduo della corte. Neanche la sua  intelligentissima sorella Caterina, alla quale lo zar aveva scritto poco prima dell’incontro con Michaud  manifestandole  l’intenzione di non concludere alcuna pace,  aveva mai sentito o letto  qualcosa del genere nelle lettere del fratello. Certamente  un incontro, con Michaud o con qualcun altro, ebbe luogo;  la  risposta di Alessandro, però, fu  con ogni probabilità, trasformata in  bel gesto   ad uso e consumo dei posteri.

L’ inutile attesa.


Frattanto, dalla  residenza degli zar, Napoleone emana  provvedimenti,  prende decisioni , si occupa di un mucchio di cose. Nomina il maresciallo Mortier governatore della città; istituisce una commissione militare  per giudicare gli incendiari ; manda Murat a inseguire Kutùsov , in ritirata  lungo  la strada di Riazàn; cura la corrispondenza con Parigi; requisisce un paio di  palazzi rimasti in piedi e li trasforma in teatri. Fa arrivare  persino un tenore italiano.
E aspetta le mosse di Alessandro e di Kutùsov.  Lo zar, secondo lui, è con le spalle al muro.  Che altro può fare se non chiedere la pace? Si  farà vivo sicuramente, magari manderà di nuovo quel simpatico  Balasciòv. E’ solo questione di tempo. E Kutùsov?  Anch’egli è alle strette e, prima  o poi, spunterà un aiutante di campo  con una bandiera bianca.
Ma il tempo passa e Alessandro e Kutùsov  tacciono. E  più il tempo passa, più la situazione si complica. I russi hanno ancora un esercito,  l’inverno si avvicina,  Parigi è lontana e la disciplina  si sta allentando, soprattutto nei reggimenti italiani, tedeschi, polacchi. Insomma, se non interviene qualche fatto nuovo, potrebbero sorgere  guai seri.
Bisogna  forzare la situazione. Se la montagna non va a Maometto, allora sarà Maometto ad andare alla montagna, non si dice così? Napoleone fa chiamare il direttore della casa di educazione di Mosca, generale  Tutòlmin. Qualche giorno prima gli aveva  fatto un favore: aveva  mandato guardie armate davanti all’edificio per tutelare l’incolumità dei bambini in esso ospitati. Favore per  favore, può il generale Tutòlmin  informare la zarina, Maria Feòdorovna, la madre di Alessandro e direttrice di tutte le case di educazione di Russia, di quanto lui, Napoleone,  ha fatto a favore dei bambini di Mosca? E può inserire nella lettera un suo cenno di amicizia e di stima nei confronti dello zar? Tutòlmin acconsente e scrive la lettera.
C’è solo da aspettare, dunque. Ma Napoleone sembra avere  fretta, una fretta dannata. Due giorni dopo il colloquio con Tutòlmin, trova un altro antidoto alla  sua fretta in Ivàn Alekseièvic  Iàcovlev,  un  russo  ricchissimo rimasto attardato in città e sorpreso dall’arrivo dei francesi. Napoleone, su indicazione di Mortier che lo conosce, lo convoca e gli chiede se può fare avere ad Alessandro una sua lettera personale.  Iàcovlev, naturalmente,  non può assicurarglielo. “ Datemi  la vostra  parola d’onore che farete tutto il possibile”,  gli chiede   Napoleone e, avutala, lo lascia partire alla volta di Pietroburgo, munito di un  salvacondotto  scritto di proprio pugno.
Il testo della lettera  è tutto un programma.  Napoleone si chiede: chi potrà mai giustificare un gesto così barbaro, incivile e per di più inutile come l’incendio di Mosca? Chi potrà mai giustificare l’operato di Rostòpcin? E’ normale che si portino via  le pompe antincendio e si abbandonino i fucili? E continua: certo, Alessandro è animato da  altre idee, sorretto da  altri principi e lui, Napoleone, lo sa bene. Tanto bene da non nutrire sentimenti ostili ( sic!) nei suoi confronti. Addirittura – scrive –   avrebbe rinunciato a  entrare a Mosca se  solo avesse avuto da  lui  un cenno, un segno, due righe.
La parola “ pace” non compare mai, eppure l’intera lettera suona come una continua offerta di pace.  Lo zar  la legge,  ma non risponde.

Il principe Michail Ilariònovic Kutùsov ( al centro) attorniato dal proprio stato maggiore durante la battaglia di Borodinò. Da Wikipedia.

Risponde  invece Kutùsov. Il cinque ottobre, al generale Lauriston, inviato da Napoleone a parlamentare  ( ma non doveva avvenire  il contrario?) dice   più o meno questo: “ Vi lamentate della ferocia dei contadini nei confronti dei vostri foraggiatori? E voi, che cosa siete, delle educande? I russi si battono contro di voi  come  se voi foste   i mongoli di Gengis Khan, egregio generale. Come? Lei mi dice che c’è differenza fra  voi  e i mongoli? Per voi francesi, forse; ma  per il popolo russo non c’è differenza  alcuna fra un invasore  e l’altro. Mi chiedete di porre fine a tutto questo? E come posso farlo? Io conduco la guerra, non mi occupo di educare il popolo. Per quanto riguarda la vostra  proposta, infine, io non ho i poteri per poterla accettare né  posso fornirvi un lasciapassare per Pietroburgo, come mi chiedete. Manderò il principe Volkònski: porterà lui la lettera di  Napoleone allo zar”. Capita l’antifona, Lauriston  ritorna, con le pive nel sacco,  da dove è venuto. Prima di partire alla volta del campo russo, Lauriston aveva chiesto al proprio imperatore: “ Una volta a Pietroburgo, a quali condizioni devo trattare?” Napoleone aveva risposto “ Salvate l’onore”. In altri termini era disposto a cedere tutto quanto, pur di togliersi da quel vespaio.
Aveva molti motivi per desiderarlo, non ultimo la nuova posizione assunta dall’esercito russo. 

La marcia di Kutùsov.

 Quando Lauriston lo raggiunge, infatti, Kutùsov    non è più sulla strada di Riazàn. E non c’è più da un pezzo. Dopo averne percorso alcune verste, ha piegato bruscamente a sud spostandosi su un’altra strada: quella per Kaluga.
E’ stato furbo. Furbo e fortunato. Ha spedito l’ataman  Plàtov e i suoi cosacchi a  fare le lepri in direzione di Riazàn e, mentre Murat andava loro dietro credendo di  inseguire l’intero esercito, ha piegato  verso Kaluga, dileguandosi. Una volta, un nipote aveva chiesto a Sua Altezza Serenissima lo zio se davvero pensasse di poter battere Napoleone. “Batterlo?” aveva risposto Kutùsov “ Batterlo, forse no, ma imbrogliarlo , sì”. C’è riuscito.
Sul  valore di questa mossa, infatti,  quasi tutti gli storici  sono concordi: fu la mossa vincente. Meglio conosciuta come “ marcia di fianco” o “ marcia parallela”,  essa, portando l’esercito non più a est, ma a sud di Mosca, mise Napoleone con le spalle al muro: restare bloccato  nell’antica  capitale senza possibilità di ricevere rifornimenti  o andarsene fra mille difficoltà e col fiato dei russi sul collo. Una mossa geniale, dunque?
Non per Tolstoj . Come abbiamo visto, egli non crede nella storia creata dal genio- o dagli errori- di un solo individuo. E se la cosa è vera per Napoleone, lo è anche per Kutùsov. La mossa del feldmaresciallo russo non è, per Tolstoj,  il “prodotto” del suo genio strategico, semplicemente è dettata dalla necessità. Dalla necessità e, soprattutto,  dalle circostanze.
Lo sa anche un bambino, afferma l’autore di Guerra e pace,  quanto siano importanti i rifornimenti per un esercito in movimento, a maggiore ragione se l’esercito si ritira. E l’esercito russo in ritirata da Mosca dove  può trovare  le armi, le munizioni, i viveri, le uniformi di ricambio, i cavalli? Sulla strada per  Riazàn? No,  su quella per  Kaluga. Dunque, “ la marcia di fianco”, la famosa “ marcia di fianco”,  avviene, per così dire, quasi per inerzia : più che dal genio di Kutùsov, essa è  determinata, secondo Tolstoj,  da un  unico , lento ,  continuo, inarrestabile,  naturale  movimento dell’esercito, cioè  di migliaia di persone e di animali,  verso il pane,  il riparo, le uniformi pulite,  l’avena, l’acqua e la vodka. E, più che dalla volontà  o dal desiderio di vendetta di un singolo uomo ( Kutùsov), di più uomini ( lo stato maggiore russo) o dell’intero esercito,  essa è determinata  da tutta una serie di circostanze: la relativa tranquillità dovuta l’assenza momentanea  del nemico; il bisogno di riposo dopo il durissimo scontro di Borodinò;  il rifiuto di attaccare battaglia subito fuori Mosca, come chiesto da Barclay e da Bennigsén, ecc. Che poi  essa si trasformi  anche in una  brutta gatta da pelare per Napoleone, questo, per Tolstoj,  è un altro paio di maniche.
Sègur la pensa diversamente. Secondo lui, i soldati russi in ritirata da Mosca sulla strada di  Kaluga  marciano in un cupo silenzio( il silenzio di chi, prima o poi,  te la farà pagare è sempre “ cupo”…),  animati unicamente  dal desiderio di vendetta. E la  “ marcia di fianco” è tutta di Kutùsov: ma  Sègur non dice se  essa  sia  un prodotto dell’ indecisione del feldmaresciallo  e quindi casuale  o un prodotto  della sua astuzia  e, quindi, voluta.
Il vecchio comandante  in capo, però, è consapevole dei vantaggi di questa nuova mossa, casuale o voluta che sia. Scrive allo zar: ho abbandonato Mosca, è vero, ma Mosca  è vuota del suo popolo, di quel popolo “ che ne è la vita”( l’ape regina, direbbe Tolstoj). Mosca è solo una parte dell’impero: sacrificandola ho salvato il resto. E, poi, ora sono sul fianco del nemico e ne posso controllare i movimenti… Quella lettera per Alessandro è come un colpo al cuore: controllare i movimenti del nemico, per lui,  è ben poca cosa di fronte all’inconcepibile: la caduta di Mosca! Nessuno avrebbe  voluto essere, in quei giorni, nei panni di Kutùsov. Tanto più che Bennigsén e Barclay rincarano la dose: “ Mosca poteva essere difesa” scrive il primo “ solo la pusillanimità del Maresciallo lo ha impedito! E il secondo: ” Gli ho consegnato l’armata intatta e lui si è ritirato!”.
E Kutùsov? Tace. Tace con i suoi e tace con lo zar: dopo quella prima lettera non ne scriverà altre per un bel pezzo. Facendo, per questo motivo,  imbestialire  Alessandro.

Murat ci mette tre giorni a capire di essere stato menato per il naso. Quando se ne rende conto, molla Plàtov,  torna sui propri passi per  riagganciare la retroguardia russa:  Kutùsov si guarda  bene dal fermarsi. Continua a spingersi  più a sud. Nessuno capisce. Persino la fiducia e le certezze di gente come Doctùrov, Konovìtzin Raièwski, i fedelissimi, insomma,  sono messe a durissima prova. Perché  scappiamo? Perché andiamo a sud ? Perché non combattiamo?
Il quartier generale di Kutùsov, tolti i summenzionati fedelissimi e qualcun altro, in quei giorni è un vero e proprio  nido di serpenti. Il più velenoso è Bennigsén . Coetaneo di Kutùsov, non  è del tutto incapace; anzi ha qualità, colpo d’occhio e determinazione, forse poca fortuna ( comandava lui l’esercito dello zar  a Friedland, cinque anni prima), ma è anche ambizioso, non ha scrupoli morali;  cova rancore, soprattutto nei confronti di chi lo sopravanza in qualche incarico o in qualche comando; ha le mani “ sporche di sangue”, del sangue dello zar Paolo, assassinato in un golpe di palazzo. Napoleone non lo stima, lo zar  forse lo teme e Kutùsov , in ogni momento,  deve guardarsi da lui e dalle sue lettere piene di odio e di disprezzo scritte ad uso e consumo di Alessandro, i cui sentimenti verso il comandante in capo  Bennigsén conosce fin troppo bene.
A corte, dopo l’abbandono di Mosca, la popolarità del feldmaresciallo  precipita  ai minimi storici. Ricordate il principe Basilio( Vassilij) Kuraghin  di Guerra e pace? Ecco, quello del  principe Basilio che quando le cose sembrano andare bene esalta Kutùsov  e  quando vanno male  lo disprezza, è lo stato d’animo dell’intera nobiltà russa, sotto shock per l’occupazione e per l’incendio di Mosca, ma, soprattutto,  terrorizzata dall’idea  di un rivolgimento sociale apocalittico : la  liberazione dei servi della gleba. Napoleone non ci pensa proprio, non gli interessa, ma vallo a far capire al principe Basilio e a quelli come lui. Con i francesi a  Mosca per Basilio e compagnia  la liberazione dei servi della gleba è inevitabile  E di chi è la colpa? Dell’agire scriteriato, anzi del non-agire del principe Kutùsov , non più ora, salvatore della patria o arcangelo vendicatore, ma vecchio satiro, smidollato e guercio.
Perché Alessandro non lo sostituisce? Perché Kutusov  ha il rispetto e la stima  dei propri soldati o  perché  ha bisogno di lui, se non altro come eventuale capro espiatorio ? Perché,  se nell’opinione dei più è Kutùsov l’incapace, Alessandro non può esserlo e  ne esce pulito? Tutti questi motivi insieme, probabilmente.

Frattanto, lui , “il vecchio satiro”,  sempre più saldamente  comandante in capo anche a causa  della debolezza dello zar,  percepisce tutto questo, ma  fa  orecchi  da mercante e, imperterrito, continua a  dirigersi verso sud. Raggiunge la località di  Vòronov. Qui Rostòpcin ha diverse  proprietà e una  casa. O, meglio, aveva  una casa. Sul portone di ferro della  chiesa del villaggio, è affisso  un manifesto vergato di proprio pugno dall’ex  governatore di Mosca : “ Ho abbellito per otto anni questa campagna e ho vissuto felice in seno alla mia famiglia. Gli abitanti di questa terra…. la lasciano al vostro avvicinarsi e io sacrifico al fuoco la mia casa perché non sia insozzata dalla vostra presenza! Francesi! Io vi ho già abbandonato le mie due case di Mosca, con un mobilio del valore di mezzo milione di rubli: qui, voi non troverete che cenere!”
Terra bruciata, dunque. E non si tratta di una novità. Rostòpcin dà alle fiamme  la propria casa di Vòronov , ma  un po’ dappertutto e da un po’ di tempo, fin dai giorni di Smolénsk , sull’esempio di Ferapòntov  i contadini bruciano  le messi,  le sementi, i villaggi .
A Verèja, un grosso villaggio  vicino  a Mosca,  gli abitanti , armati alla bell’e meglio e sostenuti da alcuni soldati regolari, si scagliano contro  gli occupanti  francesi. Si dividono in due gruppi: il primo simula un attacco frontale e attira su di sé il grosso della guarnigione; l’ altro, quasi indisturbato, si dirige verso le staccionate , le supera sullo slancio, uccide i difensori e resta padrone del campo. Un piano degno di Napoleone. L’autore? Il prete del villaggio.
I foraggiatori francesi, mandati in giro a cercare  viveri per gli uomini  e fieno  per gli animali , hanno vita dura: se sono pochi, vengono aggrediti dalla popolazione; se sono molti, devono vedersela con  unità regolari di cavalleria o con i cosacchi.  Operando in gruppi  poco  numerosi, queste unità colpiscono e spariscono. Due importanti convogli di rifornimenti vengono attaccati in questo modo e strappati  ai francesi. E’ cominciata la guerriglia, o la guerra partigiana, se si preferisce. I francesi hanno un problema  in più  con il quale fare i conti.  E  Kutùsov  ha trovato alleati preziosi: mai come adesso i francesi sono sotto pressione. Il vento è cambiato e le circostanze, ora, sembrano giocare a favore dei russi. “Aspettiamo e vediamo” sono le parole  d’ordine del feldmaresciallo  “ Aspettiamo e vediamo”.
Eppure c’è chi  morde il freno e vuole a tutti i costi  “la” battaglia. Bennigsén, ad esempio. “ Adesso basta!” urla  a un certo punto al comandante in capo “ Fermiamoci e combattiamo!” Il feldmaresciallo  non si scompone e, fatto del tutto insolito, gli cede il comando. “Ecco, ora siete voi il comandante in capo. Guardatevi intorno e se ci sono le condizioni  per combattere, date l’ordine di attaccare.” Bennigsén controlla, ispeziona, osserva, valuta e, sul far della sera, torna dal feldmaresciallo scuotendo la testa. “ Non si combatte? Allora riassumo il comando. E si fa modo mio: si va a sud”.
Bennigsén ha avuto- in teoria, sia ben chiaro-  la sua grande occasione e l’ha sprecata. Per indecisione? Per mancanza di coraggio? O, forse, più semplicemente,  perché non c’è un’alternativa valida alla strategia di Kutùsov? Continuerà a fare quello in cui riesce meglio: scrivere lettere  velenose allo zar.
L’esercito russo, marciando verso mezzogiorno, raggiunge il villaggio di Tarùtino, i suoi magazzini e i suoi depositi. Murat è ormai  a un passo dai fuggitivi.

Parte seconda

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(1) . Il 14 giugno 1807, a Friedland, in Prussia- per aiutare la quale lo zar era sceso in campo-  l’esercito russo, comandato dal generale  Bennigsén,  era stato sonoramente battuto da Napoleone.  Dopo l’umiliazione di Friedland, lo zar si incontrò con Napoleone  a Tilsit per discutere le condizioni di  pace.

(2). La battaglia di Duernstein( o Duerrenstein) fu combattuta l’11 novembre del 1805, tre settimane prima di Austerlitz. Kutùsov , dopo la disfatta subita dal generale austriaco  Mack  a Ulm,  si ritirava  su posizioni più sicure lungo il Danubio, verso Krems. Per tagliargli la strada i francesi di Murat attraversarono il fiume , si impadronirono della cittadina e cercarono di bloccare  il generalissimo russo.  Lo sforzo maggiore toccò al  maresciallo Mortier, il quale, inseguendo Kutùsov,   dovette sostenere il contrattacco di Doctùrov  e la pressione  di Miloràdovic. A un certo punto, un’intera divisione francese,  la divisione Gazan,  fu circondata e tagliata fuori dal Danubio e Mortier dovette aprirsi la strada con attacchi alla baionetta.  Il maresciallo francese ,  incalzato dai russi,  riuscì a ripassare il fiume.  Lo riattraversò due giorni dopo, il 13 novembre, riprese Duernstein , ma Kutùsov , sfruttando quei due giorni di vantaggio,  si era ormai  dileguato.
La battaglia di Wischau fu combattuta alla fine di novembre qualche giorno prima di Austerlitz. Il principe Dolgorùkov si scontrò con un reparto di cavalleria nemica  restando padrone del campo e della cittadina.
Di entrambe le battaglie parla anche Tolstoj, in Guerra e pace.