Una storia di migranti

19/06/2016

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

 

Prologo

È l’autunno del 376 dopo Cristo. Le rive dell’Ister, il Danubio, sono affollate. Si vedono uomini biondi di alta statura. Hanno i capelli lunghi, sono armati. Dietro di loro si muovono donne e bambini e decine di carri trainati da buoi o da cavalli. I Romani li chiamano “ barbari”, loro si definiscono Goti. Tervingi, per la precisione.  Fuggono dalla guerra come i migranti dei nostri giorni e cercano protezione.

L’accoglienza.

L’impero romano accoglieva volentieri i migranti provenienti dalle regioni poste oltre il limes. C’era bisogno di manodopera e c’era bisogno di soldati. I migranti trovavano lavoro nei campi dei latifondisti (non come schiavi, ma come salariati) o entravano a far parte dei ranghi delle legioni. Accogliendo i migranti, lo stato si trovava a disposizione  una considerevole forza lavoro e un serbatoio dal quale attingere soldati per sorvegliare i confini e condurre le guerre.
Il processo era cominciato, grosso modo, ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio( 121-180 d.c.). Col tempo, i migranti si erano integrati ed erano stati accettati; alcuni avevano fatto carriera, altri si erano arricchiti. Pagavano le tasse, partecipavano alla vita pubblica, prestavano servizio militare. I più eminenti anteponevano al proprio nome barbarico il “prenomen” Flavius.  Insomma, non erano un corpo estraneo né una potenziale causa di disordini e di discriminazioni. Erano entrati nell’impero poco alla volta nel corso dei secoli e ora ne facevano parte a tutti gli effetti, anche se non ne erano cittadini. Ci si era abituati  a loro e la loro presenza era considerata perfettamente normale.

 L’attesa.

La comparsa dei Goti Tervingi [1]lungo il limes danubiano, però, non era “normale”. Questa volta non  si erano spostati gruppi relativamente ridotti di uomini: questa volta si era spostato un popolo intero con  i guerrieri, i carri, le donne, i vecchi e i bambini. Premuti dagli Unni, i Goti avevano lasciato le loro terre e raggiunto il  Danubio. Una volta arrivati, avevano chiesto di essere accolti entro i confini dell’impero.
Non si era mai vista tanta gente in una volta sola. Era una situazione eccezionale e richiedeva una decisione eccezionale. I funzionari locali non potevano – e forse neppure volevano- prenderla. Toccava all’imperatore d’Oriente decidere. Ma l’imperatore Valente si trovava altrove. A duemila chilometri di distanza, ai confini dell’odierno Iran, stava preparando la guerra contro i Parti Sasanidi. Ci sarebbe voluto tempo, molto tempo, per raggiungerlo e per riportare la sua decisione. Così in attesa del responso imperiale, i Goti si accamparono sulla riva orientale del grande fiume con il terrore di vedersi arrivare alle spalle, da un momento all’altro, i ferocissimi Unni.  Erano, comprensibilmente, tesi e nervosi. E tesi e nervosi erano anche i funzionari e gli ufficiali romani  a causa dell’eccezionalità di quella situazione.

Una decisione controversa.

Stando ai cronisti antichi, Valente non era un fulmine di guerra e neppure un genio.  Grasso, mezzo orbo da un occhio, irresoluto, forse anche ignorante, doveva la sua posizione e il suo incarico al fratello Valentiniano, lui sì deciso, energico e determinato( anche se altrettanto ignorante)[2]. A Costantinopoli Valente non godeva di molta popolarità ed era inoltre malvisto dai cristiani cattolici perché cristiano ariano.[3]
Valente dunque viene informato dell’arrivo dei Goti, riunisce il concistoro ( una specie di Consiglio dei Ministri), ne ascolta i pareri e comunica la propria decisione: i Goti potranno entrare nei confini dell’impero a patto di consegnare le armi, un certo numero di ostaggi e di rispettare la legge romana. Niente di nuovo, dunque: si fa come si è sempre fatto. I nuovi migranti saranno accolti nei confini dell’impero, saranno distribuiti nelle zone dove c’è bisogno di manodopera, l’esercito avrà presto nuove reclute, l’erario incamererà i proventi di nuove tasse. I migranti come risorsa, in altre parole. O come“ affare”.
Ma questo non è un affare come gli altri. La novità, in questo caso, è rappresentata dalle dimensioni dei richiedenti asilo. Quella massa enorme di persone deve essere rifocillata, nutrita,  assistita, censita, avviata verso le zone di insediamento. E sorvegliata. A molti quella decisione non piace affatto: tutti quegli uomini possono trasformarsi in un grave pericolo per l’impero. Ammiano Marcellino scrive: ci siamo dati la zappa sui piedi. Prima eravamo protetti dal Danubio, dopo la decisione di Valente non più. Ma c’è anche chi sottolinea l’aspetto “ umanitario” della decisione dell’imperatore. Temistio – intellettuale e alto funzionario imperiale-  scrive: ci preoccupiamo di salvare dall’estinzione leoni, elefanti e ippopotami. “Rallegriamoci, dunque, che per decisione di Valente sia stato salvato dallo sterminio un intero popolo di uomini,  magari  barbari, come dirà qualcuno, ma sempre uomini.”

Nei centri di accoglienza.

Per quel “ popolo di uomini”, attraversare il Danubio – impetuoso e gonfio per le piogge- è impresa ardua. Il ponte fatto erigere dall’imperatore Costantino cinquant’anni prima è crollato e non è stato mai più ricostruito. I Goti attraversano il fiume sulle imbarcazioni messe a disposizione dai Romani, ma anche su zattere, persino su tronchi d’albero.  È una traversata caotica e i morti affogati non si contano. Eppure il peggio deve ancora venire.
Una volta raggiunta la sponda occidentale, i superstiti vengono sistemati alla bell’e meglio in campi improvvisati. Radunare e smistare tutte quelle persone verso le zone meno popolate della Mesia perché si trasformino in agricoltori richiede tempo. Quasi nessuno, poi, consegna le armi. Lontano dagli occhi di Valente, i funzionari romani preferiscono, infatti, intascare bustarelle anziché requisire spade o lance.
C’è poco da mangiare, il malcontento aumenta. E il flusso dei migranti non si arresta. Si è sparsa la voce circa l’apertura delle frontiere e sulla sponda orientale del Danubio sempre più guerrieri Alani o Goti Greutungi[4] , donne e bambini si affollano in attesa di passare sulla sponda opposta.
Secondo gli accordi, in attesa di raggiungere le zone loro assegnate, i Goti avrebbero dovuto essere nutriti con razioni militari. I corrotti funzionari locali- in particolare il comes ( conte) Lupicino e il dux (duca) Massimo- si fanno pagare le razioni o vendono ai Goti carne di cane o carne avariata.  Ben presto i soldi finiscono, ma la fame non diminuisce. Per sopravvivere, i Goti sono costretti a vendere i propri figli e a prostituire le proprie donne. Al campo arrivano, sempre più numerosi, i mercanti di schiavi: hanno fiutato l’affare e non vogliono lasciarselo sfuggire.
Il malcontento sale, gli uomini rumoreggiano e minacciano una rivolta. Lupicino e Massimo si rendono conto di aver tirato troppo la corda e di aver contribuito a creare una situazione esplosiva. Decidono allora di far muovere i Goti verso l’interno. Avrebbero dovuto farlo subito, ma, come si dice, meglio tardi che mai. Una lunga colonna di uomini, donne, bambini, carri e carriaggi prende la direzione della città murata di Marcianopoli ( l’odierna Devnja, in Bulgaria). L’intera guarnigione di confine è impegnata a scortarli. Sulla riva romana del Danubio sono rimasti solo pochi soldati. Chi si trova dall’altra parte – bande di Alani, persino gruppi di Unni- ne approfitta immediatamente e attraversa il fiume.
Raggiunta Marcianopoli, Lupicino invita i capi Goti a banchetto. Perché lo fa? Per assicurarsi la loro collaborazione nella gestione di quell’affare complicato o piuttosto per eliminarli? I capi entrano in città, ma tutti gli altri restano fuori. La popolazione locale non vuole quella massa di migranti e le porte della città rimangono chiuse. La rabbia esplode, scoppiano tafferugli e disordini, numerosi soldati romani vengono uccisi. Lupicino, informato di quanto sta succedendo all’esterno,  forza allora la mano e cerca di togliere di mezzo i capi goti presenti al banchetto. Confida che gli altri, là fuori, senza nessuno a guidarli, si sbanderanno e potranno essere controllati più facilmente. La scorta di Fritigerno e di Alavivo ( i due più prestigiosi capi goti) viene eliminata, ma Fritigerno riesce a convincere Lupicino a lasciarlo andare. Una volta tornato dai suoi farà cessare i disordini, assicura.
Lupicino gli crede e lo lascia andare. È un errore colossale. Una volta fuori dalle mura di Marcianopoli, infatti, Fritigerno dichiara rotto il patto stipulato con i Romani. La zona intorno alla città viene corsa in lungo e in largo. I Goti bruciano fattorie, razziano il bestiame, catturano giovani e giovinette da vendere come schiavi, si impossessano di depositi di viveri, spargono il terrore ovunque. È la guerra.

“Con le mura conviene stare in pace.”

Lupicino ha due alternative: chiedere aiuto a Valente ( pericoloso ai fini della carriera) o sbrigarsela da solo[5]. Sceglie di fare da solo. Mette insieme un piccolo esercito ( circa seimila uomini) e muove contro i Goti. Le sue sono truppe scelte. Appartengono alle legiones comitatenses, gruppi mobili pronti a intervenire nei punti di maggior pericolo. Lupicino però può fare affidamento solo sulle unità di stanza a Marcianopoli: le altre legioni sono dislocate in zone troppo distanti dalla città e non ce la farebbero ad arrivare in tempi brevi.
Rispetto al passato le legioni sono cambiate. Ognuna di esse conta millecinquecento, milleseicento uomini anziché cinquemila come ai tempi di Giulio Cesare. Sono aumentati i sagittarii, gli arcieri: a loro è affidato il compito di colpire da lontano, una volta prerogativa dei velites armati di giavellotto. Unità di cavalleria corazzata e di cavalleria leggera accompagnano la fanteria.  Anche l’armamento individuale è cambiato. Lo scudo di legionari è diventato più piccolo, il gladius è stato sostituito dalla più lunga spatha, il pilum dalla lancia. La disciplina e l’addestramento, però, sono sempre gli stessi e, in campo aperto, le formazioni militari romane restano formazioni temibili.
Non in questa occasione. In questa occasione le truppe di Lupicino si disuniscono sotto l’impeto e l’incalzare dei Goti – più numerosi- e vengono massacrate. Vista la mala parata, Lupicino abbandona il campo di battaglia e si rifugia nella più sicura Marcianopoli.
Sulle ali dell’entusiasmo per la vittoria ottenuta, i Goti, armatisi con le armi tolte ai Romani caduti, si spingono fin sotto le mura di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia). Sono aumentati di numero, giacché grazie all’insipienza e alla stupidità dei funzionari romani, alcune unità di mercenari goti hanno disertato e si sono unite a Fritigerno.
Le città murate, tuttavia, sono un ostacolo insormontabile per i Goti. Non hanno macchine da assedio né sanno costruirle. Fritigerno ci mette poco a capirlo, rinuncia ad assediare Adrianopoli asserendo che “ con le mura conviene stare in pace”o qualcosa del genere e riprende a razziare le campagne.

Verso Nord.

Informato di quanto sta accadendo lungo il Danubio, Valente si preoccupa. Avvia in fretta e furia colloqui di pace con i Persiani e manda alcune unità di truppe scelte, magnis itineribus, a marce forzate, verso la Tracia. Sono comandate da due generali “ cortigiani”, cioè più adatti agli intrallazzi di corte che ai fragori di una battaglia: Traiano e Profuturo.I due ripetono l’errore di Lupicino: anziché adottare tattiche di controguerriglia, cercano lo scontro  in campo aperto; anziché effettuare rastrellamenti, isolare un gruppo di razziatori alla volta ed eliminarlo, si dirigono verso l’accampamento dove è raccolto il grosso del nemico.
Questa volta, però, i Goti non aspettano i Romani per dare battaglia. Affrontare Lupicino e il suo esiguo contingente è un conto; combattere contro truppe esperte e numerose , un altro. Fritigerno e i suoi tolgono allora il campo e lentamente si dirigono verso le montagne della Tracia, ne attraversano i valichi e puntano a nord, verso il delta del Danubio. Sembra una ritirata in piena regola. E forse lo è. Forse i Goti ne hanno abbastanza e vogliono rientrare nei territori d’origine portandosi dietro il bottino e i prigionieri.
Nella loro lenta marcia verso nord, i Goti si accampano non lontano da una località denominata ad Salices ( “verso i salici”, “in direzione dei salici”). I Romani non hanno smesso di tallonarli. La battaglia è inevitabile ed entrambi i contendenti ne sono consapevoli. I Goti hanno disposto i loro carri in cerchio come fanno di solito quando pongono il campo e hanno fatto rientrare le bande mandate a razziare nei dintorni. Traiano e Profuturo sono stati raggiunti da Ricomere, un alto ufficiale dell’imperatore d’Occidente – e nipote di Valente- Graziano, alla testa di un contingente di soldati. I legionari di Ricomere non sono molto numerosi, tuttavia la loro presenza ha un forte connotato simbolico: Graziano è  della partita, si è reso conto del pericolo ed è pronto ad aiutare lo zio. Ora e in futuro.
Nelle battaglie raccontate nei film storici i soldati corrono come centometristi e, armati di tutto punto, si scagliano gli uni contro gli altri. In realtà non andava affatto così. E infatti lì, ad Salices, nessuno corre. All’inizio, almeno. I Romani si muovono in assetto di battaglia; i Goti lasciano il cerchio dei carri  e avanzano a loro volta. Poi le due masse di soldati si fermano, l’una di fronte all’altra. I Romani intonano il barritus, il loro grido  di guerra. È una specie di muggito, modulato su un’unica nota all’inizio bassa, poi sempre più alta  e da ultimo assordante; i guerrieri goti , a turno, escono dalle file e occupano lo spazio intermedio ricordando le glorie dei propri antenati e giurando fedeltà ai capi.
L’attesa dura a lungo. A un certo punto volano le prime frecce; le due masse avanzano e cozzano l’una contro l’altra. Entrambi i contendenti spingono con gli scudi, colpiscono con le lance nel tentativo di rompere la compattezza dello schieramento avversario.
Si combatte per gran parte della giornata. Sul far della sera il contatto viene rotto. Lentamente, i Goti ritornano all’interno del cerchio di carri e i Romani si dirigono verso il proprio accampamento. Non ci sono né vinti né vincitori né perdite elevate. Per i Romani, tuttavia, c’è più di un motivo per preoccuparsi. I “ barbari” non se la sono data a gambe davanti alle legioni, anzi. Hanno combattuto con vigore e coraggio, hanno tenuto testa ai veterani d’Oriente, hanno anche sfondato in alcuni punti dello schieramento prima di essere stoppati dalle riserve immediatamente impiegate da Ricomere. Insomma, prenderli sottogamba è stato un clamoroso errore, continuare a farlo sarebbe gravissimo.

Si alzano i muri.

Dopo la battaglia dei Salici, i Romani cambiano tattica. La zona viene evacuata, i viveri vengono ammassati in appositi depositi nelle città presidiate dalle legioni. C’è poco o niente da razziare. I Goti allora cercano di scendere di nuovo verso sud, ma per farlo devono riattraversare le montagne. I Romani bloccano i valichi erigendo terrapieni,  costruendo sbarramenti in muratura , scavando trincee. I Goti provano a forzare i passaggi, ma, per quanto impeto ci mettano, non ce la fanno.
Sembrano in trappola. Il cibo scarseggia o manca del tutto, l’inverno si sta avvicinando, i valichi verso sud e la pianura sono bloccati. Ma verso nord la strada è aperta. E allora i Goti ne approfittano per mettersi in contatto con bande di Alani e di Unni passate al di qua del Danubio. Sono predoni, si muovono a cavallo, sono attirati dalla prospettiva di fare bottino. È un bel guaio per i Romani. Perché  un conto è bloccare il lento convoglio dei Goti di Fritigerno, un altro conto è tenere a bada gruppi mobilissimi di cavalieri in grado di spostarsi con estrema rapidità da una zona all’altra. Il comandante romano, Saturnino, preoccupato della nuova minaccia e spaventato( forse non del tutto a torto) dall’idea di vedersi spuntare alle spalle gli Unni e gli Alani , toglie il blocco e scende in pianura. Tanto, pensa, l’inverno è ormai alle porte e i Goti si muovono molto lentamente. Ci penseranno la neve e il gelo a bloccarli. E invece i Goti, informati da spie e da disertori, non perdono tempo, superano i valichi sguarniti, scendono di nuovo in pianura e di nuovo riprendono a correre il paese in lungo e in largo. Sorprendono un’unità romana ancora fuori dalle mura della città verso la quale si sta dirigendo e la distruggono. Ma quando tentano il colpo con un’altra unità comandata da Frigerido –romano nonostante il nome “barbarico”- hanno la peggio. I Goti superstiti  di quello scontro vengono inviati verso l’interno dove c’è bisogno di manodopera. Alcuni di essi arriveranno fino a Parma e  a Modena, in Pianura Padana.

Una questione di sicurezza,

Per quanto sanguinosi siano, quegli scontri non sono decisivi . Valente allora decide di metterci la faccia e di occuparsi personalmente della questione. Lascia Antiochia e raggiunge Costantinopoli, dove non si fa vedere da anni. In città tira una brutta aria. Quando si presenta ad assistere ai giochi nel circo , Valente si becca un uragano di fischi. Eppure, grazie a lui, Costantinopoli è una città-cantiere, si stanno realizzando opere pubbliche, un grande acquedotto. La popolazione dovrebbe essergli grata. Ma la popolazione  non bada a tutto questo: le interessa la sicurezza, la pretende: è ora che i barbari la smettano di spargere il terrore in lungo e in largo.
I fischi di Costantinopoli svegliano l’imperatore. Dalla sua villa suburbana a Melanthias dove prudentemente e sdegnosamente si è ritirato, Valente prepara il suo piano di guerra. Richiama dalla pensione un generale tutto d’un pezzo, incorruttibile, valoroso, popolare fra i soldati e gli affida il comando di un reparto – duemila uomini- con il quale condurre azioni di controguerriglia. Sebastiano- questo è il nome del generale- ci sa fare e ottiene rapidamente successi significativi. Non cerca lo scontro frontale. Dà la caccia ai razziatori, un gruppo alla volta, attaccandoli quando meno se lo aspettano. Anche di notte.
Fritigerno si rende conto appieno il pericolo. Sospende momentaneamente il saccheggio e riunisce tutte le bande in una località chiamata Cabyle. Si tratta di una località assai importante dal punto di vista strategico, a cavallo di importanti vie di comunicazione. In questa zona il terreno è aperto e i Goti non corrono il rischio di essere circondati. Fritigerno lo sa: presto Graziano e Valente riuniranno le proprie forze e marceranno contro di lui. Per questo ha bisogno di avere tutti i suoi uomini uniti.
Graziano, in effetti, sta scendendo con le sue truppe lungo il Danubio. Bande di Alani non gli danno tregua, tendono imboscate e causano perdite. La marcia tuttavia non si arresta. Nonostante i guai incontrati lungo il cammino, nonostante il giovane imperatore non stia bene di salute, le truppe d’Occidente raggiungono presto “Campo di Marte”, una fortezza di frontiera vicino all’odierna Kula , al confine serbo-bulgaro.

Anche Valente ha radunato il proprio esercito. Quindici -ventimila uomini, con una consistente presenza di veterani. La sua idea è di muovere lungo la valle del fiume Maritza ( che i Romani chiamano Hebrus), dirigersi a ovest, lasciarsi alle spalle Adrianopoli e intercettare i Goti nella zona fra Beroea e Cabyle. Graziano nel frattempo avrebbe dovuto superare il passo di Succi, raggiungere Filippopoli( l’odierna Plodviv in Bulgaria) e percorre in senso inverso la valle del Maritza per congiungersi con le forze dello zio e stringere i Goti in una morsa.

 

Antica Tracia

 

Fritigerno però gioca d’anticipo. Con una mossa a sorpresa scende a sud lungo la valle del fiume Tundza e si dirige verso Adrianopoli, intenzionato a portarsi alle spalle di Valente e a tagliargli la via dei rifornimenti. Sulle prime l’imperatore crede si tratti di una diversione. Manda alcune unità a cavallo e a piedi a controllare i passi montani lungo il tragitto seguito dai Goti e aspetta. Ma ben presto deve ricredersi. Le informazioni raccolte dai suoi esploratori non lasciano dubbi: non si tratta di una diversione, ma della manovra principale.
Valente allora ritorna con i suoi verso Adrianopoli, fa allestire come consuetudine il campo fortificato e convoca il proprio consiglio di guerra. La questione è: attaccare subito o aspettare Graziano e attaccare insieme? Valente non nutre simpatia per il nipote, dal quale ha appena ricevuto alcune lettere personali. Gliele ha portate Ricomere, il comandante sfortunato della battaglia dei Salici. Graziano scrive: non lanciarti in azioni temerarie, aspettami e uniti avremo la vittoria. Ma come aspettare se gli esploratori parlano di non più di diecimila guerrieri goti? Se Sebastiano, l’invitto Sebastiano, preme perché si attacchi subito? E poi, perché dividere la gloria della vittoria con quello sbarbatello di Graziano, sempre pronto a vantare le proprie imprese? E che ne sarà della popolazione abbandonata a se stessa in attesa dell’arrivo delle truppe d’Occidente? A nulla vale la prudenza invocata dal comandante della cavalleria , il sarmata Vittore: Valente ha deciso: non aspetterà Graziano, attaccherà subito e avrà la gloria della vittoria tutta per sé.

La trattativa.

Appena presa la decisione, nel campo risuonano gli ordini, i reparti si raggruppano, raggiungono la posizione loro assegnata e si preparano a uscire contro il nemico. Ma Fritigerno ha in serbo un’altra mossa. Manda al campo romano un suo uomo fidato – un prete cristiano- con due lettere per Valente. Scrive: mantieni quanto hai promesso due anni fa e noi non combatteremo. Dacci la terra da coltivare, un territorio dove risiedere e noi deporremo le armi. E aggiunge: io personalmente desidero la pace. Sono i miei guerrieri a essere irruenti. Esci con il tuo esercito, schierati davanti a loro, mostra i muscoli e anche i più riottosi cederanno. Valente non si lascia convincere. Forse non si fida dei “barbari”, forse teme un tranello, forse è sicuro di spazzarli via in quattro e quattr’otto e non è disposto a fare concessioni.
Ma perché quella mossa da parte di Fritigerno? È dettata dalla sincerità o è solo un espediente per prendere tempo? Di certo c’è questo: I Goti si muovono lentamente. Secondo Ammiano Marcellino impiegano più di tre giorni per portarsi nelle vicinanze di Adrianopoli. Sono i carri a rallentarli o aspettano qualcosa o qualcuno?
Si è dibattuto a lungo su quanti fossero. Come abbiamo visto, secondo gli esploratori di Valente non arrivavano a diecimila. Secondo Ammiano Marcellino erano molti di più. Certamente non i duecentomila di cui parlano alcuni storici moderni, ma più di diecimila. Un dato è comunque certo: gran parte della cavalleria era stata mandata in giro a procurarsi viveri e foraggio e non era stata individuata dagli scout. Fritigerno procede lentamente perché ne aspetta il ritorno?

La battaglia.

Adesso i due schieramenti si trovano l’uno di fronte all’altro. I Romani si sono sorbiti una marcia di tredici, quattordici chilometri sotto un sole cocente e su un terreno sconnesso e irregolare. Valente ha lasciato il tesoro imperiale , il bagaglio personale e i consiglieri civili a Adrianopoli e adesso è lì, alla testa dei propri uomini e ne condivide aspettative e disagi. Sono circa le due del pomeriggio del 9 agosto 378 d.c.
I Goti hanno allestito il carrago– il loro cerchio di carri- in una zona leggermente sopraelevata nei pressi dell’odierno villaggio di Muratçali. I Goti non combattevano stando all’interno del carrago, ma vi si schieravano davanti e vi ritornavano per trovarvi riparo nel caso in cui gli avvenimenti avessero preso una brutta piega. Dunque in quella torrida giornata di agosto, i Goti sono schierati davanti ai propri carri e i Romani li fronteggiano intonando il barritus, la fanteria al centro, la cavalleria  alle ali. All’ala destra, i Romani si avvicinano ai nemici. Li provocano spingendo avanti i cavalli e poi rinculando. È un gioco pericoloso al quale i Goti rispondono urlando, agitando le armi e provocando a loro volta.
Tuttavia un contatto vero e proprio ancora non c’è. Fritigerno rigioca la carta della trattativa. Ammiano Marcellino non ha dubbi: è un colossale imbroglio per prendere tempo. Se è così, i Romani gli danno una mano. Respingono la prima ambasceria perché composta da uomini di basso rango e si dichiarano disposti a intavolare trattative con persone più altolocate . E intanto il tempo passa, i soldati romani soffrono terribilmente la sete. Ma non smettono di battere sugli scudi e di intonare il barritus.
Fritigerno accetta: verrò io stesso a trattare, ma voglio garanzie. Mandatemi uno dei vostri uomini più in vista. Lo terrò in ostaggio durante le trattative  e poi lo rilascerò. Valente sceglie uno del proprio entourage, il tribuno Equizio, ma il prescelto non ne vuole neanche sentir parlare. E intanto il tempo corre via inesorabile e i Greutungi e gli Alani, altrettanto inesorabilmente, si stanno avvicinando. Alla fine è Ricomere a offrirsi come ostaggio. Tutto a posto? Nemmeno per sogno. Si perde altro tempo per dotare Ricomere delle credenziali comprovanti il proprio rango. Perché Valente accetta la trattativa? Spera di chiudere la questione senza spargimento di sangue? Vuole guadagnare tempo in  attesa dell’arrivo di Graziano? Crede nella buona fede di Fritigerno? Sia come sia, quei colloqui non si svolgeranno mai.
Ricomere, infatti, è appena partito alla volta del campo dei Goti quando all’ala destra dello schieramento la situazione precipita. I cavalieri romani si avvicinano sempre di più ai Goti, li provocano, li urtano coi cavalli. Parte qualche freccia. A questo punto i Romani non si trattengono più e  caricano il nemico. I comandanti – Bacurio e Cassio- agiscono di propria iniziativa, non su ordine diretto di Valente. La loro è una mossa fatale. I Goti resistono e costringono la cavalleria a ripiegare in disordine. Si tratta ancora di un fatto circoscritto, le fanterie non sono ancora entrate in azione, forse ci sarebbe ancora spazio per la mediazione. Ma questo spazio si chiude immediatamente quando sui Romani in fuga piombano, improvvisi, gli Alani e i Greutungi tornati a rotta di collo dalla loro razzie per sostenere Fritigerno.
Mentre tutto questo succede all’ala destra, nel settore opposto, la cavalleria romana, ricompattatasi dopo il primo attacco nemico, riesce ad avanzare e a spingersi fin quasi all’interno del carrago. Ma nessuno ne sostiene l’azione e così anch’essa viene sopraffatta dai cavalieri Alani e Greutungi. A questo punto, la fanteria romana, priva di qualsiasi protezione sui fianchi, viene circondata e fatta a pezzi. Ammiano Marcellino ricorre a toni drammatici e ci racconta di alte e dense nuvole di polvere attraverso le quali volano, invisibili ai Romani, le mortali frecce nemiche; di un terreno reso viscido dal sangue dei caduti e dei feriti; dell’impossibilità da parte dei Romani di effettuare una ritirata ordinata; di lance spezzate e di scudi resi inservibili; di uomini esausti per la sete, per il caldo e per il  peso dell’armatura. A un certo punto la resistenza cessa e i Romani fuggono in disordine.
Alcuni reparti , tuttavia, fanno eccezione. I Matiarii e i Lanciarii –due reggimenti di èlite- combattono bene e cercano di ritirarsi con ordine in mezzo a quell’enorme confusione. Valente, quasi senza più guardia del corpo, cerca di raggiungerne i ranghi per trovare protezione. Ma la situazione ormai è compromessa: i Batavi si rifiutano di entrare in battaglia a fianco dei Romani;  non ci sono più riserve da impiegare; la cavalleria nemica è inarrestabile. Vista la mala parata, Ricomere e Saturnino tagliano prudentemente la corda, seguiti a ruota da Vittore. Cadono Sebastiano ed Equizio, cadono Traiano e Valeriano; cadono decine di ufficiali superiori. E Valente? Cade anch’egli, ma il suo cadavere non verrà mai trovato. Secondo alcuni, l’imperatore d’Oriente fu colpito da una freccia e morì nel corso della battaglia; secondo altri bruciò vivo all’interno di un casolare dato alle fiamme da un gruppo di Goti del tutto ignari della sua presenza all’interno.

Adrianopoli fu un colpo terribile per l’impero. E non solo per la morte di Valente e neppure per il numero dei caduti( a Canne, a Carre e a Teutoburgo, in passato, ne erano morti di più). Le disciplinate, addestrate e una volta invincibili legioni romane erano state battute in campo aperto da un esercito di “barbari”. Di chi la colpa? Dell’impazienza sconsiderata di Valente? Del volere degli dei? O perché erano stati ignorati gli infausti presagi precedenti la battaglia? Domanda meno oziosa di quanto possa sembrare, quest’ultima, perché se la religione cristiana –ormai religione di stato- relegava nella superstizione le pratiche pagane, in pratica non era così. La maggioranza della popolazione ci credeva, eccome.
Ad ogni modo, per errore umano o per volontà divina i Goti restarono padroni del campo. Provarono anche ad assediare Costantinopoli, dove la popolazione si rifiutò di aprire le porte della città ai soldati romani temendo chissà che cosa. L’assedio non poteva avere successo e in effetti fallì. I Goti ripresero a correre le campagne fino a che un energico generale di origine spagnola, Teodosio, nominato imperatore d’Oriente da Graziano, pose fine al conflitto, giungendo a un accordo con i Goti e accogliendoli come foederati all’interno dell’impero.

Col tempo, Adrianopoli è diventata un simbolo, una specie di spartiacque della storia. Nella sconfitta di Valente, infatti, c’è chi vede l’inizio della fine per l’impero romano d’Occidente. I “barbari” infatti si spingeranno sempre più a ovest ( in questo assecondati dagli imperatori orientali, ben felici di toglierseli dai piedi) fino ad arrivare a Ravenna e a Roma. Per alcuni addirittura il Medioevo comincia lì, nel tardo pomeriggio di quella torrida giornata estiva, in cui la cavalleria dei Goti ebbe la meglio sulla fanteria romana. Le cose non stanno esattamente così. Ci vorrà ancora molto tempo prima di un cambiamento effettivo, ma sicuramente Adrianopoli contribuì ad accelerare il processo.

Epilogo.

Negli anni successivi al riconoscimento da parte di Teodosio, i Goti accolti nell’impero si diressero a occidente in cerca di soldi, a caccia di prebende e di incarichi. Quando erano pagati stavano buoni, combattevano per Roma anche contro altri Goti. Ma quando erano a corto di soldi si agitavano, rumoreggiavano e minacciavano. Gli imperatori d’Occidente dovevano fare i salti mortali per accontentarli. E non sempre ci riuscivano. A volte non volevano, altre volte proprio non c’erano soldi. O terre da distribuire. O cariche da assegnare ai capi. La situazione era perennemente tesa: i Goti minacciavano di fare sfracelli, si quietavano, poi minacciavano di nuovo. Alcuni dei loro capi sedevano in Senato: si toglievano la pelliccia per indossare la toga e , una volta finita la seduta, si rimettevano la pelliccia  e ritornavano quelli di prima. O, almeno, così è stato scritto. La convivenza, insomma, a poco a poco si era fatta meno facile; i “ barbari”- sempre più numerosi nell’esercito- erano in grado di condizionare la politica imperiale.
Nel 410, uno di loro, stanco di dilazioni e di promesse non mantenute mise a sacco Roma. Non veniva da lontano, dalla Germania, dalla Scandinavia o da qualche altra remota parte oltre il limes. Non invase alcunché, perché, con i suoi, si trovava già da un pezzo dentro i confini dell’impero. Parlava latino, si professava cristiano, era un generale dell’esercito. I Romani lo conoscevano come Flavius Alaricus; noi lo conosciamo come Alarico, capo dei Goti.

Da leggere

Alessandro Barbero, 9 agosto 378. Il giorno dei barbari, Laterza, 2012
Guido Cervo, Le mura di Adrianopoli, Piemme, 2009
Alessandro Defilippi, Danubio rosso. L’alba dei barbari, Mondadori, 2012
Simon Macdowall, Howard Gerrard Adrianople AD 378. The Goths crush Rome’s Legions, Osprey, 2011
Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri, liber XXXI, UTET, 2014

Nel web.

http://www.mondostoria.it/battaglia-di-adrianopoli–378-d.c.-.html

In questo filmato Youtube, Alessandro Barbero illustra la battaglia di Adrianopoli.

Sotto il titolo: Sarcofago Ludovisi, 260 d.c., Museo Altemps, Roma

In questo sito:

 

Il sangue e la polvere
Morte di Lucio Emilio Paolo a CanneCanne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
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Il sangue e la nebbia
Trasimeno Annibale ordina l'attacco217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.
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Supermarius.
Giugurta davanti al console romanoIl crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
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L’equivoco.
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Un “ordinario generale romano”

Cavalieri PartiCarre, 53 a.c.: la mobilità e l’arco, il cavallo e la lancia contro il gladio e lo scudo nel deserto della Mesopotamia.
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Sangue nella foresta

Il massacro di Teutoburgo, la disperazione di Augusto, la fine dell’espansione romana oltre il Reno.
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NB: Non riesco a trovare l’indirizzo del sito dal quale ho tratto la cartina dell’antica Tracia e quindi sono impossibilitato- per una mia negligenza- a citare la fonte. Se il proprietario dell’immagine lo vorrà, la rimuoverò dal post.

[1] Noti anche col nome di Visigoti.
[2] Nel 364, una volta nominato imperatore, Valentiniano aveva tenuto per sé la parte occidentale dell’impero e aveva affidato a Valente la parte orientale. Valentiniano era morto nel 375 ( cioè un anno prima dell’arrivo dei Goti sul Danubio) e il suo posto era stato preso dal figlio diciassettenne Graziano.
[3] Detto in parole poverissime, secondo l’arianesimo in Cristo prevale la natura umana e non la natura divina. La natura divina è prerogativa solo di Dio, in quanto eterno e non generato. Cristo è stato generato da Dio, è la più eccellente delle sue creature , ma , proprio perché “generato”, proprio perché ha avuto un inizio nel tempo, non può avere la medesima sostanza di Dio. Diffusa a partire dal 320 d.c. da un prete di Alessandria d’Egitto di nome Ario, l’arianesimo fu condannato nel Concilio di Nicea ( 325 d.c.) come eresia. I Goti- ma anche numerose altre popolazioni “barbariche”- quando si convertivano al cristianesimo, sceglievano a stragrande maggioranza, la dottrina ariana.
[4] Goti orientali, conosciuti anche come Ostrogoti.
[5] Alessandro Barbero, 9 agosto 378. Il giorno dei barbari, Laterza


Sangue nella foresta

22/05/2016
Arminius Ambush, L'imboscata di Arminio, 1873. Peter Jansen(1844-1908)

Arminius Ambush, L’imboscata di Arminio, 1873. Peter Jansen(1844-1908)

Prologo

L’esercito vittorioso di Germanico Giulio Cesare si è spinto fino ai confini estremi del territorio dei Bructeri. È la Germania posta fra il Reno e l’Elba, territorio di tribù indomite, regione di boschi, di acquitrini, di fiumi e di paludi. Germanico sa dove si sta dirigendo. Il legato Aulo Cecina ha aperto la strada, mandando pattuglie in avanscoperta, facendo costruire ponti e alzare terrapieni per agevolare il passaggio dei legionari.
Seguito dai propri soldati, Germanico si inoltra in una fitta foresta. In quel luogo vengono trovati i resti di due accampamenti romani. Uno è un campo in grado di contenere tre legioni; l’altro – nulla più di un fossato poco profondo- un pugno di uomini.  E lì, nell’accampamento più piccolo,  biancheggiano ancora, sparse o a mucchi, le ossa di uomini e di cavalli; si vedono teschi inchiodati ai tronchi degli alberi; nei dintorni si ergono lugubri altari  destinati ai sacrifici umani. Un legionario indica a Germanico il luogo dove il comandante di quegli sfortunati uomini fu dapprima ferito e poi si tolse la vita; un altro la piccola altura usata dal capo vittorioso dei Germani per schernire Roma e  le sue insegne.
I legionari raccolgono quelle ossa senza sapere se siano di un amico, di un parente, di un conoscente o di un nemico e le interrano in piccole buche. Alzano un tumulo commemorativo. Profondamente turbato, Germanico depone la prima zolla di terra.
Quel luogo “tetro alla vista e cupo alla memoria”[1] è la Selva di Teutoburgo. Lì, sei anni prima, nel settembre del 9 dopo Cristo, tre splendide legioni al comando di Quintilio Varo erano state massacrate dai Germani.

Il capro espiatorio.

Durante la campagna di Gallia, Caio Giulio Cesare aveva portato le aquile delle legioni fino al fiume Reno. Il suo erede politico, l’imperatore Ottaviano Augusto, accarezzava il sogno di portarle fino all’Elba e di fare della Germania Magna una provincia romana. Fortunate campagne militari oltre il Reno lo avevano illuso di avercela fatta: la Germania era stata conquistata ed era pronta per essere romanizzata. Così quando uno dei suoi più abili generali – e suo successore in pectore-,  Tiberio, aveva dovuto rinunciare a una campagna contro i Marcomanni per precipitarsi a sedare una rivolta in Dalmazia e in Pannonia, Augusto aveva inviato in Germania, in qualità di legatus ( oggi diremmo governatore), un uomo del proprio entourage, appartenente a un’antica famiglia nobiliare ormai decaduta: Publio Quintilio Varo.

Ma chi era Quintilio Varo? Varo non era un novellino. Si era fatto le ossa prima in Africa settentrionale come proconsole, poi in Siria come legatus Augusti. L’imperatore lo apprezzava e lo aveva accolto nel suo entourage non solo perché era stato il marito di Vipsania,  figlia del suo amico di tante battaglie( nonché genero)  Vipsanio Agrippa e neppure perché aveva sposato in seconde nozze Claudia Pulchra figlia di una sua nipote.  Romanizzare la Germania Magna – la grande scommessa di Augusto- non era un compito semplice. Ci volevano mano ferma e occhi aperti, capacità di dialogo e rigore amministrativo, tatto e decisione, bastone e carota, magnanimità e spietatezza.  Agli occhi di Augusto, Varo era l’uomo giusto per dare forma a quel progetto ambizioso. Ma era davvero l’uomo giusto?
Gli storici antichi non sono certo teneri nei suoi confronti. Per Velleio Patercolo[2], Varo è  una sorta di smidollato e di pasticcione, la caricatura di un comandante. In Siria si è comportato bene, mi dite? Può darsi. Ma spiegatemi come mai “entrò povero in una Siria ricca [e] uscì ricco da una Siria povera”( pauper divitem [Syriam] ingressus, dives pauperem reliquit.) Cassio Dione[3] non è da meno. Scrive: come generale valeva niente, come amministratore accelerò l’imposizione di tasse, interrompendo un processo di integrazione( ancorché limitato e largamente incompleto) già in atto e inimicandosi tutti quanti i Germani.  Per Floro[4], Varo è arrogante, spocchioso e crudele. Acquista dignità solo dandosi la morte come “Paolo nella fatale giornata di Canne.” Tacito[5], il più autorevole di tutti, non lo giudica, limitandosi a indicare nei disegni del Fato e nell’imboscata di Arminio le cause della sua sconfitta( “ Varus fato et vi Armini cecidit).
È difficile, tuttavia, credere a un errore di valutazione di Augusto. Scegliendo Varo, Augusto sapeva quello che faceva. La romanizzazione dei territori oltre il Reno era il “suo” progetto, la Germania la “sua” Gallia. Non poteva, non doveva fallire. Stando così le cose avrebbe mandato sulle tracce di Druso e di Tiberio, un rammollito e un incompetente solo perché legato al proprio entourage? C’è più di una ragione per credere che Varo non fosse la persona descritta da Velleio e soci. I fatti parlavano per lui: aveva esperienza, era determinato, sapeva agire con rapidità e decisione. Anche con il pugno di ferro, se necessario. Quando era legatus in Siria, ad esempio, era intervenuto negli affari interni del vicino regno di Giudea e non aveva esitato a far crocifiggere duemila Giudei per interrompere sul nascere una ribellione in quella zona satellite dell’impero. Ma una volta sedata la ribellione, non aveva calcato la mano, aveva lasciato ampia autonomia alle comunità mantenutesi fedeli o neutrali, impedito i saccheggi e le spoliazioni. Dal punto di vista militare aveva fatto tesoro della lezione di Carre, potenziando i reparti di cavalleria al seguito delle legioni. Era, insomma, un ottimo amministratore e un buon comandante. Ma la Germania non era la Siria.

La Germania oltre il Reno aveva conosciuto le campagne trionfali di Druso prima e di Tiberio poi. Diverse tribù erano state assoggettate, altre vincolate con trattati. Lungo il Reno e lungo il fiume Lippe erano state edificati presìdi fortificati permanenti. E non solo a scopo difensivo. Mogontiacum, Bonna, Colonia Claudia Ara, Aliso e Castra Vetera [6]avrebbero dovuto fungere da trampolini  di lancio per completare la penetrazione in profondità fino all’Elba.
Gelosi delle proprie tradizioni e della propria indipendenza, i Germani avevano subìto e subivano la presenza romana, ma, piano piano, avevano imparato e stavano imparando anche a tenere mercati, a discutere in assemblea, a risolvere le questioni davanti a un giudice, a relazionarsi con i nuovi arrivati. Stavano, insomma, assimilando, seppur lentamente e per ora in alcune zone soltanto, lo stile di vita romano.
Nei luoghi dove arrivavano, i Romani portavano il Latino, il diritto, le strade, gli acquedotti. E le tasse. Varo ne portò troppe e troppo in fretta. Si comportò come se la Germania fosse già una provincia e non un territorio in gran parte da stabilizzare; considerò i Germani dei barbari ( di umano , secondo lui, avevano soltanto le membra e la voce) e li trattò alla stregua dei popoli soggetti. Non si sforzò di capire i loro costumi e la loro mentalità. Invece di andarci piano e di favorire il processo di integrazione in atto, volle accelerare i tempi rovinando tutto. I Germani cominciarono a nutrire odio e rancore verso di lui, ma seppero dissimularli molto bene. Finsero  di stare al gioco, adottando un atteggiamento pacifico e in apparenza collaborativo. E Varo, credendoli leali e addirittura desiderosi di far parte dell’Impero,  continuò a sbagliare.

Si fidava in modo particolare di un giovane principe della tribù dei Cherusci, intelligente e fiero, svelto di mente e di mano: Arminio[7].  Cresciuto a Roma – dove a sette anni d’età era stato portato in qualità di ostaggio- Arminio  aveva imparato molto e combattuto bene sotto le insegne imperiali in Dalmazia e in Pannonia. Gli erano stati conferiti la cittadinanza romana e il rango equestre. Parlava latino, conosceva gente potente. Militava nella cavalleria ausiliaria e ci sapeva fare. Ma dentro di sé  restava  un Germano.
In Germania- dove era tornato più o meno nel periodo in cui Varo ne era stato nominato governatore (intorno al 7 d.c.) – Arminio aveva trovato tribù in subbuglio, malcontento diffuso e crescente, tanti amici ma anche qualche nemico. Segeste, ad esempio, non gli aveva perdonato il rapimento della figlia Thusnelda e le successive nozze. E Segeste, oltre ad essere filo-romano, era anche molto potente fra i Cherusci.
Aveva allora cominciato a tramare nell’ombra. Mentre professava fedeltà a Roma, istigava i Catti, gli Usipeti, i Marsi, i Cherusci, i Bructeri e le altre tribù a ribellarsi; mentre si dichiarava leale a Varo, preparava piani per distruggerne le legioni. Perché questo comportamento? Perché Arminio tradì? Per ambizione personale? per una sorta di “ patriottismo” ante litteram? per difendere la libertà del suo popolo? Impossibile avere una risposta dagli storici antichi. Di certo c’è questo: Arminio conosceva, per esperienza diretta, le tattiche di combattimento dei Romani, ne aveva individuato i punti deboli, era sicuro di poterli battere. Doveva solo scegliere il luogo e i tempi.

La trappola.

La trappola scattò alla fine dell’estate del 9 d.c. Varo si era spinto fino al fiume Visurgis ( l’attuale Weser). Aveva riscosso imposte, mostrato i muscoli, represso qualche tentativo di ribellione, accolto le richieste di chi aveva chiesto aiuto, lasciato guarnigioni in diverse località. Ora le sue tre legioni (la XVII, XVIII, XIX), le unità di cavalleria, sei coorti di fanteria e le truppe ausiliarie ( queste ultime reclutate fra le tribù locali) per un totale di diciotto- ventimila uomini si stavano dirigendo, con il loro seguito di carri, carriaggi, bestie da soma, donne e bambini, verso gli accampamenti invernali di Castra Vetera.

A un certo punto della marcia, Varo decise di modificare il proprio percorso per andare a sedare una fantomatica ribellione scoppiata – stando alle informazioni diffuse ad arte da Arminio- non molto lontano dalla sua direttrice di marcia. Era quella l’esca della trappola preparata da tempo. Arminio si offrì di indicare ai Romani la strada. Varo si fidò e acconsentì. “Le più disciplinate, le più valorose, le più esperte” legioni dell’esercito romano ( Velleio Patercolo) si incamminarono verso il massiccio del Kalkriese, la selva di Teutoburgo e verso il loro tragico destino.
Eppure le cose sarebbero potute andare diversamente se Varo avesse creduto a Segeste. Il potente capo cherusco, suocero di Arminio, gli disse apertamente: attenzione, Arminio sta per tradirti. Anzi, ti ha già tradito. Ha riunito diverse tribù e prepara un’imboscata. Arrestalo in via precauzionale e sarai al sicuro. Non mi credi? Arresta anche me se vuoi. Anzi, mi offro come ostaggio per dimostrare la mia buona fede.
Ma per Varo a essere inaffidabile era Segeste, non Arminio. Per lui, Segeste era il padre in cerca di vendetta, non il leale alleato dei Romani; era l’uomo accecato dall’odio, non il principe amante della pace. Odiava Arminio perché gli aveva rapito- e sposato- la figlia Thusnelda e cercava l’ occasione per fargliela pagare. Uno come lui non poteva essere credibile, aveva pensato Varo.  E la sera prima dell’imboscata fatale, aveva cenato in compagnia di Arminio, discutendo di diritto e di politica.
Un imperscrutabile disegno del Fato? Senza scomodare gli dei, un errore colossale.

Morte nella foresta.

Le legioni procedevano attraverso una fitta foresta, su un sentiero sconnesso e circondato da paludi e acquitrini. Quel sentiero, usato dagli abitanti del luogo per i loro traffici e per i loro scambi commerciali, era quanto di più inadatto si potesse immaginare per una formazione militare. Il sentiero era stretto; in alcuni punti gli alberi dovevano essere abbattuti per consentire il passaggio dei soldati. Il lavoro dei genieri rallentava la marcia. Come la rallentavano i carri e i carriaggi delle salmerie. Era impossibile procedere in formazione di combattimento; l’intera colonna era sgranata lungo parecchi chilometri. Abituati a muoversi – e a combattere- in spazi aperti, i legionari si sentivano a disagio in quell’ambiente angusto e buio, adatto alle imboscate e popolato, secondo molti di loro, da spiriti maligni.
Arminio aveva lasciato la colonna, ufficialmente per raccogliere rinforzi nei dintorni, in realtà per coordinare l’imboscata. I suoi, infatti, erano già appostati dietro gli alberi e i terrapieni eretti in alcuni punti ai lati del sentiero e aspettavano solo l’ordine di attaccare. Altrove, altri Germani si erano sbarazzati – o si stavano sbarazzando- delle guarnigioni romane lasciate da Varo in numerose località nel territorio circostante.
Su quel terreno sconnesso e disagevole, i legionari avanzavano affiancati, spalla contro spalla, in file ridotte, sempre più tesi e sempre più turbati da cattivi presentimenti. Varo non aveva neppure mandato in avanscoperta gli esploratori. [8]
L’attacco arrivò improvviso e micidiale. In un clima da tregenda – si era scatenata una violenta tempesta- i Germani uscirono dagli alberi e scagliarono sulle file romane migliaia di lance. Colti di sorpresa, numerosi legionari caddero trafitti, altri ricevettero gravi ferite. Causa lo spazio ridotto, i giavellotti non potevano essere utilizzati, le file non potevano essere formate né serrate, il terreno sdrucciolevole rendeva precario l’equilibrio. A cominciare dalla retroguardia – la prima ad essere assalita- la colonna cominciò a spezzettarsi in tanti tronconi.
Arminio aveva visto giusto. In formazione di battaglia, su un terreno aperto, le legioni romane erano imbattibili. Imbottigliate in uno spazio ridotto erano vulnerabili. Il superiore addestramento dei legionari, la loro disciplina, la loro forza d’urto, i ranghi compatti, i meccanismi mandati a memoria, il combattimento ravvicinato , tutto questo perdeva di efficacia fino ad annullarsi, lì, in mezzo ai faggi e agli ontani del Saltus Teutoburgensis[9], sotto la pioggia battente, fra le urla degli attaccanti e i gemiti dei feriti.
Al centro della colonna – lunga, come si è detto, parecchi chilometri- Varo fu informato in ritardo di quanto stava succedendo. Forse sottovalutando la portata dell’attacco, ordinò di serrare i ranghi e di stringere le file con il risultato di aumentare la confusione e il disordine. I carri delle salmerie, i muli e i cavalli imbizzarriti o feriti ostacolavano i movimenti. I Germani si fecero allora più vicini. Smisero di scagliare le lance da lontano e affrontarono i legionari in uno scontro ravvicinato. Le loro lunghe lance li avvantaggiavano nel combattimento, la loro superiore mobilità li rendeva micidiali. Sopportando perdite rilevanti, i Romani riuscirono comunque a compattarsi e, raggiunta una radura relativamente ampia, a formare un campo per la notte.
Fu una notte fredda e terribile, resa ancora più terribile dalla paura di attacchi notturni e dal senso di sgomento diffusosi dopo gli avvenimenti della giornata. Gli uomini, stanchi e demoralizzati, si ripararono alla bell’e meglio in attesa dell’alba. Nessuno dormì.
La mattina seguente, bruciati i carri e liberatisi di ogni cosa superflua, i Romani ripresero la marcia, dirigendosi a ovest. Uscirono dai boschi e si trovarono finalmente su un terreno aperto. Ma i Germani, lungi dall’accettare un combattimento ravvicinato, si tenevano alla larga, scagliavano le loro lance e poi si ritiravano. Quando le legioni – o, meglio, i loro resti- entrarono di nuovo nella foresta, i Germani si fecero sotto, colpendo senza pietà. I Romani subirono altre perdite e alla sera i superstiti posero un secondo campo di fortuna, molto più piccolo rispetto al primo.
Il giorno successivo, rimessisi in marcia, si trovarono la strada sbarrata ai piedi del massiccio del Kalkriese, poco distante dall’odierna Osnabrueck. I Germani- nel frattempo aumentati di numero- avevano bloccato il sentiero con un ampio muro di legno e di terra battuta, dall’alto del quale cominciarono a bersagliare i legionari. Gli scudi , intrisi di pioggia, non proteggevano; gli archi non si tendevano.  Stretti fra la foresta e le paludi, impossibilitati a forzare il blocco( alcuni riuscirono a passare, ma furono pochissimi), circondati e assaliti da ogni parte, i legionari caddero, uno dopo l’altro, uno sull’altro. Stando a Floro( II, 30), fu un massacro spaventoso e brutale. I Germani cavarono occhi, squartarono, decapitarono, compirono atti di una ferocia  inaudita. A un soldato fu strappata la lingua e cucita la bocca, fra gli scherni dei torturatori. Varo- ferito in precedenza- e molti ufficiali si tolsero la vita; due aquile delle legioni caddero- sommo affronto- in mano nemica.[10]; quasi tutti gli ufficiali romani di rango elevato furono arsi vivi o sgozzati e offerti in sacrificio alle divinità dei vincitori.

Epilogo.

Appresa la notizia del massacro, Augusto rimase sconvolto. Si vestì a lutto, si fece crescere barba e capelli, fece allontanare da Roma e dai ranghi della propria guardia chiunque fosse di stirpe celtica. In lui presero corpo le ataviche paure di un popolo intero. Vide torme di “barbari”assetati di sangue sciamare da nord in direzione dell’Italia e della Gallia; pensò con terrore alle passate invasioni dei Galli di Brenno e a quelle dei Cimbri e dei Teutoni; si aspettò di ricevere, da un momento all’altro, ferali notizie dai confini settentrionali dell’impero; ricorse ad arruolamenti forzati.
Ma lì, ai confini settentrionali dell’impero, il legato Giulio Asprenas aveva mosso le sue due legioni di stanza a Castra Vetera e , per il momento, aveva fermato Arminio. Poi sarebbero venute le  campagne (rappresaglie, niente di più) di Germanico e di Tiberio, Varo sarebbe stato vendicato, Arminio  ucciso a tradimento dai suoi stessi connazionali . Ma ogni velleità di conquista fu abbandonata per sempre: Augusto vietò espressamente al suo successore designato, Tiberio,  di intraprendere una politica espansionistica oltre il Reno. Le tre legioni perdute a Teutoburgo non furono mai più ricostituite.
Si dice che Augusto, la barba incolta, i capelli lunghi, si aggirasse ancora mesi dopo il disastro per le stanze del proprio palazzo come in trance. A volte batteva la testa contro i muri esclamando : “ Quintili Vare, legiones redde!”, Quintilio Varo, rendimi le legioni!

Teutoburgo fu un disastro per Roma. Eppure, in qualche modo, cambiò la storia. Se dopo Canne (216 ac) e Carre (53 ac) – sconfitte ben più sanguinose di quella di Teutoburgo- Roma aveva cercato la rivincita e continuato con maggiore determinazione la propria politica di espansione nel Mediterraneo e in Oriente, dopo Teutoburgo diede il via a una serie di rappresaglie, ma rinunciò a qualsiasi velleità di conquistare la Germania Magna. Il limes fu fissato al Reno e lì rimase per secoli.
Ha scritto Stefano Malatesta:Ci sono delle sconfitte che risultano più utili delle vittorie. Se Varo avesse sconfitto i germani, Roma si poteva illudere di continuare in eterno i suoi sogni di conquista, finendo di logorarsi in guerre costosissime per non occupare realmente territori che non davano che scarsi tributi, perché non esistevano coltivazioni estese, né bestiame da tassare o requisire, come in Gallia, ma solo boschi e paludi. Con la caduta verticale di Teutoburgo l’ imperialismo romano aveva ricevuto un alt che faceva bene più a lui che ai suoi avversari, destinati nei prossimi secoli a scannarsi tra loro o a servire come cavalleria quei romani che non li volevano più combattere. Era il trionfo della politica di Augusto che molti anni prima, comprendendo che un imperialismo, per quanto potente, non può essere il poliziotto del mondo, e aveva cercato di ridurre le pretese di un espansionismo inutile, oltre che dannoso. Ma questa non è la lettura abituale che di quell’ avvenimento danno gli storici conformisti.” [11]

Da leggere:

Massimo Bocchiola, Marco Sartori, Teutoburgo. La grande disfatta delle legioni di Augusto, Rizzoli, 2005

Andrea Frediani – Le grandi battaglie di Roma antica – Newton Compton, 2007
Michael McNally, La battaglia di Teutoburgo. La disfatta di Varo 9 D.C., Goriziana, 2012
Harry Turtledove, La battaglia di Teutoburgo, Fanucci, 2009
Peter Wells, La battaglia che fermò l’impero romano. La disfatta di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo, Il Saggiatore, 2004

Da vedere:

Il massacro della Foresta Nera, film di Ferdinando Baldi, 1966

Qui è possibile consultare una cartina con la descrizione della battaglia

Su questo sito:

Il sangue e la polvere

Morte di Lucio Emilio Paolo a CanneCanne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.

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Una storia di migranti

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

I Goti ai confini dell’impero romano d’Oriente, la corruzione dei funzionari romani, l’inettitudine dei comandanti, la disfatta di Adrianopoli.
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[1] Maestos locos vusuque ac memoria deformis, Tacito, Annales, I, 61

[2] Marco Velleio Patercolo (19 ac. -31 d.c) fu uno storico romano autore di un’opera, in due libri,  intitolata Historiae romanae. Ex ufficiale di alto rango( fu tribunus militum sotto Tiberio e legatus Augusti durante la rivolta pannonica del 6-9 D.C.), occupò importanti cariche pubbliche e fu elevato al rango senatoriale. Conobbe personalmente Varo e probabilmente anche Arminio. Velleio Patercolo è  la fonte più vicina ai tragici avvenimenti di Teutoburgo.

[3] Lucio Cassio Dione Cocceiano( 155 d.c- 235) occupò importanti cariche pubbliche e scrisse, in lingua greca,  una monumentale storia romana dalle origini al 229 dopo Cristo. La sua opera è giunta  a noi incompleta. È l’unico ad averci lasciato  una descrizione dettagliata della battaglia di Teutoburgo.

[4] Lucio Anneo Floro ( 70/75 dc- 145 circa) è autore di un’opera storica conosciuta come Epitomae de Tito Livio, vale a dire un compendio( epitome, in Latino; ἐπίτομή in Greco) della monumentale opera liviana. Il titolo non è probabilmente quello originale. A lungo considerato uno storico “ minore”, fornisce una versione diversa da quella di Dione, descrivendo la battaglia come un unico, violento e sanguinoso attacco al campo fortificato ( castra) di Varo ([Germani].. ..castra rapiunt, tres legiones opprimunt, II,30)

[5] Publio Cornelio Tacito ( 55/58 d.c.- 117/120) è uno dei più grandi storici dell’Antichità. Non si occupa specificamente del disastro di Teutoburgo, in quanto gli avvenimenti narrati nelle sue opere prendono avvio dalla morte di Augusto ( 14 D.C.). Tuttavia, seppure di sfuggita, fornisce informazioni sulla battaglia( quando, ad esempio, racconta dell’arrivo di Germanico sul luogo del disastro nel 15 D.C.) e sui protagonisti dello scontro. Ad Arminio, ad esempio, attribuisce l’appellativo di “ liberator Germaniae”, anche se non passa sotto silenzio il suo tradimento.

[6] Rispettivamente le attuali Magonza( Mainz), Bonn, Colonia, Haltern e Xanten.

[7]..iuvenis genere nobili, manu fortis, sensu celer, ultra barbarum promptus ingenio ( giovane di nobile stirpe, valoroso, rapido nelle decisioni, pronto d’ingegno più di quanto si possa ravvisare in un barbaro), Velleio Patercolo, Historiae Romanae, Liber Posterior,  118. Il nome latino Arminius  fu trasformato in Hermann. Il primo a farlo fu probabilmente Martin Lutero nel Cinquecento.
In Germania Arminio fu trasformato in un mito. Gli furono eretti monumenti e dedicate opere letterarie e musicali. Diventò l’eroe nazionale della Germania di Bismark e, naturalmente, della Germania nazista. Si dice abbia ispirato la figura di Sigfrido, l’eroe della Saga dei Nibelunghi. Ancora oggi in Germania, Hermann e la sua variante Armin sono nomi propri molto diffusi.

[8] Probabilmente Varo fece uscire gli esploratori. Nessun comandante, per quanto inesperto fosse, avrebbe tralasciato di farlo. E, per di più, in territorio ostile. Tuttavia gli esploratori di Varo appartenevano alle truppe ausiliarie e le truppe ausiliarie erano formate da Germani. Gli esploratori dunque uscirono in avanscoperta, videro – o forse sapevano già- quanto si stava preparando, tornarono e tacquero il pericolo, preferendo non tradire i connazionali in agguato. Questa versione, avanzata da molti storici moderni, è forse più attendibile di quella avanzata dagli storici antichi.

[9] ..procul Teutoburgensi saltu, in quo reliquiae Vari  legionumque insepultae dicebantur. (Tacito, Annales, I, 60. ..non lontano dalla Selva di Teutoburgo , nella quale si diceva giacessero insepolti i resti delle legioni di Varo). Tacito, tuttavia, non fornisce indicazioni ulteriori su dove esattamente si trovi il saltus teutoburgensis. Lo stesso termine saltus è ambiguo in quanto può essere tradotto con “ foresta, selva”, ma anche con “ passo”. Il massacro fu compiuto, allora, in una “ foresta” oppure in prossimità di un “ passo”? Anche a seguito degli scavi archeologici e dei reperti rinvenuti, gli storici moderni lo collocano nella Bassa Sassonia, nella zona del Massiccio di Kalkriese.

[10] La terza insegna fu tolta dall’asta dal vessillifero e nascosta da qualche parte nella palude. Due insegne delle legioni trucidate a Teutoburgo furono recuperate dal generale Lucio Stertinio ( Tacito, Annali, I, 60) e da Germanico durante le campagne oltre il Reno seguite al disastro di Varo; la terza aquila fu recuperata presso la tribù dei Marsi, nel 42 d.c.

[11] Stefano Malatesta, La Repubblica, 6 gennaio 2006.

 


Il colle delle proteste

20/01/2016
Pieter Paul Rubens ( 1577-1640): Ritrovamento di Romolo e Remo( 1615-1616), Roma, Musei Capitolini.

Pieter Paul Rubens ( 1577-1640): Ritrovamento di Romolo e Remo( 1615-1616), Roma, Musei Capitolini.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A volte, quando la discussione in Parlamento si fa accesa, le opposizioni minacciano di “ salire sull’Aventino”. Il significato di questa espressione è, credo, noto a tutti. Ma a seguito di quali avvenimenti l’espressione “Salire sull’Aventino” ha assunto il significato che oggi le viene comunemente attribuito?
L’Aventino è uno dei sette colli di Roma. È il colle dal quale, stando alla leggenda, Remo, in gara col fratello Romolo per il dominio della futura Città Eterna, avvistò sei avvoltoi; è il colle sul quale, sempre secondo la leggenda, Romolo seppellì il fratello dopo averlo ucciso. Non si sa perché si chiami in questo modo. C’è chi dice che il suo nome derivi da ab avibus ( Plutarco), cioè dagli uccelli ( aves) avvistati da Remo e chi da adventus ( venuta, arrivo), vista la presenza nella zona di popolazione proveniente dalla campagna nei dintorni di Roma.

Ma l’Aventino è noto anche per altri motivi. Fu il colle in cui la plebe cittadina si rifugiò più di una volta durante il corso degli anni per protestare contro lo strapotere dei patrizi, i discendenti delle antiche famiglie gentilizie romane detentori del potere economico e politico. I plebei – piccoli proprietari terrieri, bottegai, artigiani, braccianti- spesso si indebitavano coi patrizi e se non onoravano i debiti alla scadenza correvano il rischio di essere ridotti in schiavitù insieme alla propria famiglia. Benché non avessero diritti politici, i plebei dovevano prestare servizio militare. Lasciavano i campi e le botteghe per lo scudo e la lancia e, quando tornavano, erano più poveri e più indebitati di prima. Alle cicatrici delle ferite ricevute in battaglia si aggiungevano i segni delle frustate ricevute dai creditori di cui erano diventati schiavi( Livio, II,24).
Le promesse di rimettere i debiti ai plebei si sprecavano, naturalmente. Soprattutto nell’imminenza di una guerra. Ma, terminate le ostilità, non venivano mantenute. Una situazione del genere non poteva durare e non durò. Nel 259 ab Urbe Condita (per noi, 494 a.c.) soldati di alcuni reparti si rifiutarono di eseguire gli ordini, occuparono l’Aventino ( secondo Tito Livio, il Monte Sacro) e si trasformarono in una seria minaccia per Roma. Fu Menenio Agrippa con il suo famoso apologo a far rientrare la rivolta. Ma soprattutto fu l’istituzione del tribuno della plebe, un magistrato sacro, inviolabile e dotato del diritto di veto, a calmare temporaneamente le acque.
Poi, qualche anno dopo(449 a.c, 304 ab Urbe Condita), fu il comportamento del decemviro Appio Claudio  a scatenare la ribellione. Invaghitosi di una fanciulla plebea, Virginia, ricorse a maneggi di ogni sorta per averla. La vicenda ebbe un epilogo drammatico: il padre di Virginia, pur di non cederla a Claudio, la uccise( Livio, III,44).
Questa volta la reazione fu immediata e violenta. Artigiani, bottegai, commercianti, legionari in armi si trasferirono in massa sull’Aventino, mettendo in atto una serrata generale e minacciando di abbandonare Roma. La storia di Virginia odora di leggenda, ma la serrata ci fu, eccome. Alla fine si trovò una soluzione di compromesso e i diritti della plebe, temporaneamente sospesi, furono ripristinati.
Sull’Aventino si rifugiarono, secoli dopo, anche Caio( o Gaio) Gracco e i suoi seguaci, incalzati dai legionari inviati contro di loro dal Senato. Caio Gracco occupava la carica di tribuno della plebe e voleva moralizzare la vita pubblica eliminando – o per lo meno attenuando- la corruzione ormai dilagante. Più che le leggi sulla cittadinanza, fu la sua proposta di una legge sulla giustizia a scatenare la reazione degli ambienti conservatori- plebei compresi- i cui esponenti avevano le mani in pasta in centinaia di affari leciti e meno leciti[1]. Non potendo sfuggire ai propri inseguitori, Caio Gracco si suicidò (121 a.c, 632 dalla fondazione della città).

Sull’Aventino salirono anche gli oppositori del fascismo nel Parlamento italiano. Quando nel giugno del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti scomparve, i deputati ostili a Mussolini chiesero spiegazioni. Non avendole ottenute, abbandonarono il Parlamento e si ritirarono in una sala della Camera con l’intenzione di astenersi dai lavori parlamentari fino a quando il governo non avesse fornito chiarimenti sulla vicenda.

Una fotografia del deputato socialista Giacomo Matteotti ( 1885-1924). Da www.treccani.it

Il deputato socialista Giacomo Matteotti ( 1885-1924). Da http://www.treccani.it

Salire sull’Aventino, indica, quindi, una forma di protesta politica contro qualcosa percepito come ingiusto o illegale. A determinare il suo significato attuale concorrono sia gli avvenimenti relativi alla secessio plebis di antica memoria, sia quelli relativi alla più recente e celebre protesta del 1924. Ma attenzione a prendere cantonate: nel 1924 nessuno degli aventiniani si recò fisicamente se non per una passeggiata domenicale ( Montanelli) sul Colle di Menenio Agrippa: i dissidenti rimasero in una sala di Montecitorio.  Fu quella sala il loro simbolico Aventino.

 
 
 
 

Jean Baptiste Topino-Lebrun ( 1764-1801), La morte di Caio Gracco(1792), Marsiglia, Musée des Beaux-Arts.

Jean Baptiste Topino-Lebrun ( 1764-1801), La morte di Caio Gracco(1792), Marsiglia, Musée des Beaux-Arts.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

[1] Nella sua veste di tribuno della plebe, Caio Gracco(154-121 a.c.) propose diverse importanti leggi.La legge agraria – adeguamento della legge agraria voluta in precedenza dal fratello Tiberio Gracco- regolamentava l’assegnazione delle terre demaniali ai poveri; la legge frumentaria fissava il prezzo del grano e ne regolava le distribuzioni pubbliche ai bisognosi; la legge militare regolamentava l’accesso e la permanenza dei cittadini sotto le armi; la legge sulla cittadinanza mirava a estendere la cittadinanza romana ai Latini e quella latina agli Italici e, infine, la legge giudiziaria si proponeva di porre un freno alla corruzione dilagante affidando ai componenti della nuova classe dei cavalieri – e non a quella dei senatori- la carica di giudice nei tribunali incaricati di controllare l’operato dei governatori delle province.

 


Un “ordinario generale romano”

20/12/2015

Cavalieri Parti

Prologo

Dall’alto di una duna, un uomo scruta l’ampia distesa di sabbia davanti a sé. È riccamente vestito, ha il volto imbellettato, i lunghi capelli divisi da una scriminatura. Ha l’aspetto di un cortigiano d’alto rango, ma è un comandante militare: ha il compito di opporsi alle legioni romane in avvicinamento lungo la bassura.
Dietro di lui si stendono lunghe file di cavalieri armati di lancia. Le scaglie della loro corazza hanno la forma di “ piume d’uccello”. Le corazze e le lance sono avvolte in pelli e coperte. Poco più indietro, migliaia di arcieri aspettano sotto il sole  l’ordine di muoversi. Sono Parti Arsacidi, signori della Mesopotamia.
Non lontano dalla linea delle armi, centinaia di cammelli sostano immobili sotto il peso delle some. Non trasportano profumi o vivande, vesti preziose o vasellame d’oro: trasportano migliaia  e migliaia di micidiali frecce dalle punte uncinate.

Due uomini speciali.

Il comandante dei Parti appartiene a un’antica e nobile famiglia, quella dei Surena (Suren). Il suo nome è Rostam Surena-Pahlavi. Stando a Plutarco, è un uomo fuori dal comune . È giovane,  è bello, è ricco, è potente, gode di enormi privilegi alla corte del re Orode.  Ha terre ovunque, migliaia di servi, oro, donne. Dispone di un esercito personale di diecimila uomini a cavallo. Quando si sposta, duecento carri trasportano le sue concubine e mille cammelli i rifornimenti per le sue truppe e il suo seguito.
Anche il comandante romano appartiene a un’antica famiglia. Si chiama Marco Licinio Crasso. Come Surena, è ricco sfondato. Si è fatto i soldi con la speculazione edilizia, con le miniere di argento, con le proprietà terriere, con le confische seguite alle proscrizioni sillane. A Roma è una vera e propria potenza: tutti gli chiedono qualcosa, tutti gli devono qualcosa. Quando il suo nome spunta nell’ “affaire” Catilina , nessuno vuole rogne e la cosa muore lì. Persino gli avversari politici gli girano alla larga: quello- dicono -è un bue col fieno sulle corna.[1]
È popolare, adulato, eloquente, fortunato. È avaro, ma, paradossalmente, odia gli avari; rischiando grosso, non esita a entrare in confidenza con una vergine vestale  proprietaria di una splendida villa su cui ha messo gli occhi. Ha centinaia di maestranze alla proprie dipendenze: muratori, architetti, carpentieri. Hanno il compito di dirgli quali abitazioni acquistare – per un tozzo di pane- nei quartieri di Roma colpiti dagli incendi. Non è spocchioso e quasi irritante come Pompeo, non agisce come se disdegnasse i comuni mortali, ma, al contrario, si fa vedere in giro, ha una parola per tutti, non ostenta il lusso, è temperato.  Offre sacrifici agli dei e grano alla plebe.  Ha folle di clienti; agli amici presta soldi  a interessi zero, ma non transige sulle scadenze. Ama ripetere. “ Non è abbastanza ricco chi non può permettersi di mantenere un esercito con la rendita di un anno.” E lui, ovviamente, può permetterselo.

Sir Laurence Olivier ( qui con l'attore Kirk Douglas) interpreta Crasso nel film Spartacus di Stanley Kubrick, 1960

Sir Laurence Olivier ( qui con l’attore Kirk Douglas) interpreta Crasso nel film Spartacus di Stanley Kubrick, 1960

Ha tutto. Eppure, sotto sotto, gli manca qualcosa: la gloria in battaglia. E’ vero: anni addietro è stato l’artefice della vittoria di Silla a Porta Collina, ribaltando le sorti dello scontro[2], ma pochi ormai lo ricordano. Ha domato la rivolta di Spartaco( uno schiavo-gladiatore, pericoloso come un serpente, ma non propriamente un re o un principe) ma tutto il merito – con annesso trionfo- se l’è preso Pompeo. E che dire di Giulio Cesare? In Gallia non fa che mietere successi; a Roma il suo prestigio e la sua popolarità sono alle stelle. Quello squattrinato cronico, quel giovanotto rampante al quale lui, Crasso in persona, tempo prima aveva garantito per i suoi debiti consentendogli di partire come propretore per la Spagna è l’uomo del momento. Né  serve ironizzare su quanto sia “ grande” Pompeo[3]: solo una vittoria clamorosa in battaglia può dargli fama e prestigio e colmare la distanza  che lo separa dai suoi due colleghi. Saprà cogliere l’occasione quando e se  si  presenterà?
Se l’occasione non si presenta, va creata. E creare un’occasione non è poi così difficile. In fondo sono loro tre – lui, Cesare e Pompeo – a comandare. In barba alle leggi, alle consuetudini repubblicane, al Senato, a Cicerone e a Catone. Con un accordo privato( passato alla storia come “ Primo Triumvirato”) si sono spartiti il potere: fanno e disfano, occupano cariche, muovono soldi, si scambiano favori. E in questo giro del dare e dell’avere, a Crasso tocca, nel 55, il governo della Siria, la sua occasione.
Ha sessant’anni suonati e, stando all’annotazione maligna di Plutarco, ne dimostra anche qualcuno in più. Vista l’età, non può né deve lasciarsela sfuggire.

Questa spedizione non s’ha da fare.

La provincia romana della Siria confina con il regno dei Parti. Padroni della Mesopotamia, cavalieri abilissimi e arcieri formidabili, i Parti guardano a oriente, controllano la “ via della seta”, commerciano con la Cina e, almeno per il momento, non sono in guerra con Roma. Anzi, con i buoni uffici dell’onnipresente Pompeo Magno hanno da poco sottoscritto un trattato circa la controversa questione dei confini.  Così, quando le intenzioni di Crasso di portare la guerra ai Parti diventano chiare, a Roma c’è chi vuole impedirglielo. Caio Ateio Capitone, uno dei sacri e inviolabili tribuni della plebe, alza la voce, insiste sull’inopportunità di un’operazione militare a oriente. Dice:  i Parti non hanno fatto alcun torto a Roma, il mandato conferito a Crasso non parla di portare loro guerra: perché attaccarli, allora? [4]
La protesta sale; c’è folla nelle strade; Crasso se la vede brutta, teme di dover rinunciare al suo sogno di raggiungere, dopo aver sconfitto i Parti,  la Battriana[5] , l’India e “l’oceano che cinge la terra”. Ma il giorno stabilito per la partenza, basta la sola presenza del “Magno” Pompeo al suo fianco per fare sbollire i furori della plebe. Crasso può così lasciare Roma e  raggiungere Brindisi. Incalzato, però, dalle potenti maledizioni di Ateio.
I cui primi effetti non tardano a manifestarsi. A Brindisi c’è mare grosso e tempo infame. Crasso salpa ugualmente e, prima di raggiungere Durazzo in Illiria, perde numerose navi con i relativi uomini imbarcati . Poi le cose vanno meglio. Raggiunta la Siria, l’esercito attraversa in armi l’Eufrate e, dopo aver sconfitto il satrapo Silace a Ichne, ottiene il controllo di numerose città. Quasi sempre senza colpo ferire. Le città mesopotamiche, infatti, aprono spontaneamente le loro porte ai conquistatori romani.
Qualcuna di esse, a dire il vero, cerca di resistere. A Zenodotia, per esempio, vengono uccisi, in un’imboscata un centinaio di soldati romani. Crasso reagisce immediatamente: conquista la città, ne incamera le ricchezze e ne fa vendere gli abitanti come schiavi. Dopo Zenodotia, Crasso viene acclamato imperator dai suoi soldati, viene cioè celebrato come il comandante artefice di una vittoria decisiva.  Per mettere il vincitore di Zenodotia sullo stesso piano di quello di Zama ci vuole un bel coraggio[6]. O un’overdose di fiducia.

Legioni e “dragoni”.

A dire il vero, la fiducia non è del tutto ingiustificata. Crasso può contare su sette legioni, quattromila ausiliari e altrettanti cavalieri, più di quarantamila uomini. Non saranno tutti fulmini di guerra( il numero delle reclute è molto alto), ma sono bene armati, bene equipaggiati, ottimamente comandati. Gli ufficiali di Crasso, ad esempio, hanno esperienza, determinazione, coraggio. Dalla Gallia con un migliaio di cavalieri al seguito sta per arrivare Publio Licinio Crasso, figlio del comandante, giovane di belle speranze e dalle molte qualità, caro tanto a Cicerone quanto a Cesare. E che dire del questore Cassio Longino? Sa quando bisogna essere prudenti e quando bisogna osare. Conosce bene il mestiere. Come lo conoscono Ottavio, Vargunteio e decine di ufficiali subalterni. Il difetto è semmai nella poca cavalleria al seguito. Ma da sempre le legioni basano la propria forza sulla fanteria, sulla manovra a ranghi compatti, sullo scontro ravvicinato. Ma anche Surena lo sa. E si è preparato di conseguenza.

Statua di un alto dignitario arsacide, forse lo stesso Surena.

Statua di un alto dignitario arsacide, forse lo stesso Surena.

Ha diecimila uomini ai suoi ordini, inquadrati in dieci reggimenti chiamati “ dragoni.”[7] I suoi nobili formano il “dragone” dei catafratti. Sono cavalieri corazzati armati di lancia e montati su possenti cavalli da battaglia. Poi ci sono gli arcieri. Cavalcano i veloci e resistenti pony della steppa, maneggiano un arco ricurvo , scagliano frecce in grado di trapassare le corazze e gli scudi dei legionari. Sono veloci come il vento, instancabili, micidiali. Ma hanno un limite: una volta esaurite le frecce a loro disposizione diventano se non proprio inutili, sicuramente vulnerabili. E proprio per ovviare a questo limite, perché  gli arcieri non restino a secco,  Surena ha fatto caricare migliaia di frecce sui suoi cammelli.

Troppi errori.

Acclamato imperator, Crasso sospende la campagna e torna in Siria per far svernare l’esercito e per aspettare suo figlio in arrivo dalla Gallia.  Errore colossale, stando a Plutarco. Secondo soltanto all’aver voluto a tutti i costi imbarcarsi in quell’impresa. In Siria, nei quartieri d’inverno, i legionari non si addestrano, non svolgono manovre, si infiacchiscono. Il nemico, al contrario, ne approfitta per riorganizzarsi. Crasso sembra solo preoccupato di arraffare soldi. Si fa consegnare il tesoro dei templi; impone arruolamenti forzati a città e tiranni, ma esenta dall’obbligo chi gli dà denaro in cambio. O almeno così ce la racconta Plutarco.
Andò davvero in questo modo? Davvero Crasso tenne i legionari inattivi? Davvero non si preoccupò di curarne l’addestramento? Difficile crederlo. E, infatti, fra gli storici moderni c’è chi non lo crede. Sia come sia, per Plutarco una cosa comunque è certa: Crasso godeva di scarso favore in alto loco. Un esempio? Esce dal tempio dedicato a non so quale divinità e scivola malamente, rovinando sul figlio, caduto davanti a lui e prima di lui.
Brutto , bruttissimo presagio. Colpa delle maledizioni di Ateio?

Passato l’inverno, si ricomincia. Arrivano ambasciatori di Orode. Sono bene informati. Dicono: siete qui a combattere in nome del popolo romano? Se è così, ci batteremo con tutte le nostre forze. Ma se siete qui a combattere una guerra privata, non autorizzata dal senato, le cose cambiano. Per riguardo all’età del vostro comandante, non infieriremo. Di più: vi lasceremo andare sani e salvi. Che ve ne pare? Crasso, allora, gioca a fare il Pompeo: “Vi risponderò, ma non adesso. Avrete la mia risposta a Seleucia.”
“Proconsole” , ironizza allora il capo delegazione mostrando a Crasso il palmo della mano, “tu arriverai a Seleucia quando su questo palmo spunteranno i peli.” Crasso incassa senza battere ciglio.
Intanto alcuni dei suoi lasciati a presidiare le città conquistate l’anno precedente gli riferiscono di massicci movimenti di cavalleria, di scontri sanguinosi, di nemici velocissimi e imprendibili, di frecce in grado di trapassare corazze e scudi. I Parti sono passati all’offensiva, attaccano le guarnigioni romane e si stanno riprendendo gran parte delle città e dei territori perduti nel 54.
Fra i legionari sale l’apprensione. Solo l’arrivo del re d’Armenia Artavasde (Artawazd) contribuisce a rialzare un po’ il morale: promette soldati ( diecimila catafratti e trentamila fanti) e non lesina consigli a Crasso. Uno su tutti: séguimi in Armenia e attacca da nord. Su un terreno sconnesso e accidentato, i Parti si muovono a fatica, la loro cavalleria perde impeto. E inoltre avrai a disposizione viveri, acqua potabile, luoghi sicuri dove accamparti. Ma Crasso è deciso: grazie, ma niente da fare. Accetto i soldati, non il consiglio.
È il suo secondo errore da quando ha messo piede in Siria. Un errore gravissimo.

Cattivi presagi.

Marco Licinio Crasso. Parigi, Louvre.

Marco Licinio Crasso. Parigi, Louvre.

Anche gli dei cercano di farglielo capire. Quando l’esercito attraversa l’Eufrate a Zeugma, infatti, ne succedono di tutti i colori. Scoppiano violenti temporali, soffiano venti impetuosi, cadono fulmini sul luogo scelto per porre l’accampamento. Un cavallo da battaglia di Crasso, sontuosamente bardato, sparisce nei flutti insieme al suo palafreniere; la prima aquila d’argento sollevata dai legionari , come se fosse spinta da una mano invisibile, si gira al contrario; al momento del rancio vengono distribuite razioni a base di lenticchie e focacce d’orzo, considerate cibo per i defunti.
Come se non bastasse, Crasso rincara la dose. Dice: farò abbattere il ponte: nessuno tornerà da qui. Brivido lungo la schiena e scongiuri a tutto spiano fra i legionari. Intendeva dire: torneremo attraverso l’Armenia, ma si dimentica di precisarlo. Quando poi compie il sacrificio rituale, si lascia sfuggire di mano le viscere della vittima. Colpa della vecchiaia, ci scherza su. Ma i suoi non sono tranquilli. Per niente.

La marcia verso l’interno.

Non è tranquillo Cassio Longino, questore, ma, in pratica, il secondo in comando. Aspettiamo, dice. Fermiamoci e stiamo a vedere quali intenzioni abbiano i Parti, quanti siano, chi li comandi. Non vuoi aspettare? Hai fretta di iniziare la campagna? Hai fretta di raggiungere Seleucia? E va bene, avanziamo, anche se gli indovini ce lo sconsigliano. Ma non allontaniamoci dall’Eufrate. Seguiamone il corso: avremo acqua in abbondanza e potremo essere riforniti con le barche.
Anche questo è un ottimo consiglio, ma anch’esso non viene ascoltato.
Colpa di un certo Abgaro (Abgar Ariamnes) e, indirettamente, anche del re Artavasde. Abgaro è un capo arabo dalla parlantina sciolta e dal doppiogioco facile. È re dell’Osroene, gode di un certo credito, certificato dallo stesso Pompeo; passa per filoromano. Arriva all’accampamento, incensa Crasso, ne magnifica l’esercito e gli rimprovera l’eccessiva esitazione. Gli dice: con uomini come questi, indugiare è una colpa. I Parti sono in confusione, il re non si sa dove sia: attaccali e tua sarà la vittoria.
Per Plutarco è tutto un colossale imbroglio. Orode non è per niente confuso o chissà dove. È in Armenia con il grosso dell’esercito. Intende punire Artavasde per l’aiuto offerto ai Romani. Ma per farlo ha bisogno di tenere impegnato l’esercito di Crasso. Così ha mandato Surena e Silace a sud , perché stoppino Crasso e gli impediscano di congiungersi con il re armeno.
Appena può, Artavasde informa Crasso: Orode ha invaso l’Armenia. Tutti i miei uomini servono qui. Non posso mandarti i rinforzi promessi. E aggiunge: vieni a soccorrermi. Ma se non puoi o non vuoi, ricordati sempre di evitare i luoghi piani e aperti. Crasso la prende male, considera il re armeno una specie di fellone e di spergiuro, minaccia di fargliela pagare e , spinto forse dall’impulsività o dalla fretta, cade nel tranello di Abgaro: ordina di abbandonare l’Eufrate e di tagliare verso l’interno.
Un altro errore. Il terzo. Il più grave.
I legionari romani avanzano in luoghi piatti, sabbiosi, aridi, desolati. Soffrono la sete e gli scherni di Abgaro, hanno notizie confuse sul nemico. Crasso è impaziente, Cassio è preoccupato. Abgaro, al contrario, è più che soddisfatto: ha portato a termine la propria missione. Ora può andarsene ( fingendo di muovere contro il nemico) e lasciare il posto a Surena.

Nei piani di Orode, la partita principale si gioca in Armenia. Quella di Surena dovrebbe essere, come diremmo oggi, un’azione diversiva, di “ contenimento”. Ma il giovane e ambizioso comandante non ha alcuna voglia di fare da comprimario. Ha trascorso l’inverno raccogliendo informazioni; ha scambiato opinioni e pareri con chi ha affrontato i Romani sul campo di battaglia; sa come combattono; è convinto di conoscere i loro punti forti e i loro punti deboli.
Non ha fanteria con sé , ma solo soldati a cavallo. Il perché è facilmente intuibile: impegnare i Romani in uno scontro ravvicinato equivale a suicidarsi. Ma la mobilità, gli attacchi improvvisi e continui, la freccia e la lancia, possono metterli in grave difficoltà. E per tenere celato fino all’ultimo il proprio piano ha fatto coprire- come abbiamo visto- le armi e le corazze dei suoi catafratti con pelli e coperte perché non riflettano i raggi del sole. Visti da lontano, quei cavalieri corazzati possono essere scambiati facilmente per normali cavalieri.
Dal canto loro, i Romani procedono a un’andatura sostenuta, sembra abbiano fretta di giungere a contatto con i Parti. Ma sono anche affaticati, assetati e preoccupati. Non hanno informazioni circa il numero e la forza ( solo cavalleria? cavalleria e fanteria?)  del nemico. Il morale è basso. Anche gli dei sembrano guardare altrove. Una mattina, Crasso per sbaglio ha indossato-anche se per poco- un mantello nero in luogo della porpora; al momento di partire, un paio di insegne sono state divelte a fatica. Per i legionari si tratta di cattivi presagi, ma Crasso sembra non badarci.
Non può ignorare, però, i rapporti dei suoi esploratori. Ci hanno attaccato in forze, gli riferiscono alcuni di essi, molti di noi sono stati uccisi; i Parti in armi ci stanno venendo incontro. E sono tanti. Nell’udire queste notizie, prima ancora di aver visto il nemico, i legionari si perdono d’animo e Crasso va in confusione. Su indicazione di Cassio e per evitare possibili accerchiamenti, ordina ai suoi di schierarsi su un’unica, estesa linea e colloca la cavalleria alle ali. Ma poi cambia idea e dispone le legioni a quadrato, con dodici coorti[8] per ogni lato inframmezzate da reparti montati. Cassio e suo figlio Publio comandano le ali, egli stesso il centro. È il 6 giugno del 53 a.c.
Così schierati, raggiungono il fiume Balisso ( oggi Belik). Fa caldo, non c’è molta acqua, ma anche quella poca basta a dare refrigerio ai soldati assetati. Cassio consiglia di fermarsi e di passare lì la notte, ma Crasso ignora il consiglio: ai legionari viene ordinato di procedere a marce forzate e di consumare il rancio durante il cammino.

L’arco ricurvo.

Quando, la mattina del 9 giugno, avvistano i Parti nei pressi di Carre ( oggi Haran, in Turchia), i legionari si rianimano: il nemico sembra essere poco numeroso, non c’è fanteria. Poi un cupo, insistente, minaccioso, assordante rullare di tamburi riempie la pianura. Le armature e le armi “ di ferro margiano” [9]dei catafratti, non più celate da pelli e coperte, riflettono i raggi del sole e mandano bagliori sinistri.  Anche Surena, maestoso e regale, ha fatto la sua apparizione sul campo di battaglia. È uno spettacolo magnifico e terribile, reso ancor più terribile dall’ossessivo rullare dei tamburi.
La prima mossa è di Surena: i catafratti abbassano le lance e caricano frontalmente. I legionari serrano le file e erigono un muro di scudi. I cavalieri corazzati, allora, interrompono la carica, si ritirano e lasciano il posto agli arcieri a cavallo. Arrivano al galoppo da tutte le parti, tendono i loro potenti archi ricurvi, scagliano le loro micidiali frecce e non cessano di farlo neppure quando si allontanano. Tirano nel mucchio, non possono sbagliare. Schierati a quadrato, i Romani sono troppo fitti, troppo ammassati e costituiscono un bersaglio perfetto. Le perdite aumentano. Ma i legionari, stoicamente e valorosamente, resistono. Pensano: prima o poi le frecce finiranno. E quando saranno finite, potremo contrattaccare.
Ma le frecce sembrano non finire mai. Vuotata la faretra, gli arcieri cavalcano fino alle retrovie, situate a pochissima distanza dal fronte. Lì li aspettano i cammelli con il loro carico di frecce. Gli arcieri riempiono di nuovo la faretra e ritornano immediatamente a combattere.
È la mossa che cambia il volto alla battaglia. Crasso se ne rende conto. Per interrompere quel carosello micidiale, per evitare di finire accerchiato e per avere il tempo di riorganizzarsi, ordina al proprio figlio Publio di compiere una sortita in forze contro la cavalleria nemica. Il giovane raduna milletrecento cavalieri ( compresi i Galli inviati da Giulio Cesare), cinquecento arcieri e circa quattromila fanti e muove verso il nemico.

È un massacro. Attirati intenzionalmente dai Parti sempre più lontano dal grosso delle legioni, accecati dalle nuvole di polvere sollevate ad arte dai cavalieri nemici, circondati, isolati e ridotti in uno spazio sempre più ristretto, colpiti dalle frecce degli arcieri e dalle lance dei catafratti, i Romani cadono uno dopo l’altro fra atroci tormenti. I dardi uncinati dei Parti penetrano in profondità e non possono essere estratti senza lacerare la carne. I Galli si battono da leoni, prima di essere sopraffatti; Publio rifiuta di mettersi in salvo e si fa dare la morte da un proprio scudiero, imitato da altri ufficiali.
Crasso, frattanto, ha fatto avanzare le legioni nel tentativo di soccorrere il figlio. La vista della testa mozzata del giovane Publio conficcata su una lancia e gli scherni dei Parti all’indirizzo del padre abbattono il morale di legionari. Vincendo il suo indicibile dolore personale, Crasso cerca di risollevarne gli animi, con parole nobili ed elevate. “ Questo è un mio lutto personale, o Romani. Ma la grande gloria e il grande destino di Roma stanno in voi… Se avete un poco di pietà per me, privato del figlio più valoroso di tutti, dimostratemelo con la vostra ira contro i nemici. Cancellate la loro gioia, punite la loro crudeltà , non vi spaventate per l’accaduto se è vero che qualcosa si deve soffrire quando si aspira a grandi risultati” E conclude: “ Roma è arrivata a tale potere non in grazia della fortuna, ma perché i Romani hanno affrontato i pericoli con coraggio e ostinazione.” (26, 6,7,8)
Pochi lo ascoltano, quasi nessuno lo segue. Il grido di guerra dei legionari è una specie di vagito se confrontato con quello, alto e squillante, dei Parti; le frecce del nemico non danno scampo; il mortale carosello non si interrompe un momento; le sortite diventano missioni suicide. Al calar della notte, i Parti si ritirano: lasciano a Crasso il tempo di riflettere e di piangere la morte di Publio. Crasso è distrutto, non ha voglia di vedere nessuno; soffre per la morte del figlio e, forse, anche per aver sprecato l’occasione di eguagliare le imprese di Cesare e Pompeo.
È Cassio Longino, allora, a prendere in mano la situazione. Convoca i comandanti di reparto e ordina di lasciare il campo alla chetichella. I feriti più gravi vengono abbandonati. Non è una ritirata tranquilla. I legionari sono tesi, sempre sul chi vive, terrorizzati dall’idea di essere assaliti dal nemico. Procedono lentamente. Solo trecento cavalieri comandati da un certo Ignazio arrivano poco prima di mezzanotte in vista di Carre,  riferiscono a Caio Coponio, comandante della guarnigione, di una battaglia fra Crasso e i Parti e, senza aggiungere altri particolari, si allontanano.
Coponio intuisce che qualcosa non va, fa uscire i suoi in ordine di battaglia, raggiunge Crasso e i fuggitivi e li scorta all’interno della città. I Parti riprendono l’inseguimento all’alba. Massacrano i feriti abbandonati dai Romani la notte precedente; annientano quattro coorti al comando di Bergantino, concedendo però salva la vita a venti uomini, in segno di rispetto per il loro valore e si presentano davanti alle mura di Carre. Si dicono pronti a discutere una tregua o una armistizio, ma in realtà non hanno alcuna intenzione di farsi sfuggire la preda. Sanno di non essere in grado di condurre un assedio e cercano così di guadagnare tempo nella speranza di costringere Crasso a commettere un errore.
Che puntualmente si verifica. Quando decidono di abbandonare Carre, i Romani si affidano a un certo Andromaco e alle sue parole rassicuranti: i Parti non combattono di notte: seguitemi, filiamocela e ve la caverete. Ma Andromaco è fatto della stessa stoffa di Abgaro: porta i Romani lungo strade tortuose e  in luoghi inospitali, facendo loro perdere tempo prezioso. Cassio subodora l’inganno, ritorna a Carre e con cinquecento cavalieri ripara in Siria. Cinquemila uomini al comando di Ottavio raggiungono i monti prima di giorno e si mettono al sicuro. Crasso, invece, non ce la fa ed è costretto a fermarsi su una modesta altura ai piedi delle montagne a un paio di chilometri da Ottavio. Con lui , stando a Plutarco, ci sono quattro coorti di fanti, un manipolo di cavalieri e “ cinque littori”.
All’arrivo dei Parti, Ottavio agisce rapidamente: raduna attorno a sé alcuni uomini e scende in soccorso del proprio comandante, presto imitato da molti altri legionari. Obiettivo: resistere almeno fino al calare della notte e poi filarsela.
Ma gli inganni non sono finiti. Surena non vuole lasciarsi sfuggire la preda. Teme una resistenza più accanita del previsto; vuole evitare di prolungare lo scontro fino al calare delle tenebre; sa che con il favore dell’oscurità i Romani potrebbero svignarsela e sa anche che fra le montagne la sua cavalleria è come azzoppata. Tentando il tutto per tutto, si presenta, allora, davanti alla posizione occupata da Crasso, allenta la corda del proprio arco in segno di pace e si dichiara disposto a discutere un armistizio.
Per i legionari quelle parole sono musica pura. Rumoreggiano, urlano a Crasso di accettare la proposta di Surena, lo provocano sfidandolo a porsi alla loro testa se intenderà dare battaglia. Crasso invano cerca di convincerli: se scende la notte, per noi è fatta. Potremo raggiungere le montagne, dove la cavalleria nemica non potrà raggiungerci. Si tratta di resistere ancora per poco tempo e poi, finalmente, saremo salvi.
Tutto inutile. Crasso, allora, si rassegna ad accettare l’invito di Surena. Non prima di aver rivolto a Ottavio e a un altro ufficiale, il tribuno Petronio, nobili parole: se vi salverete, riferite a tutti che Crasso cadde perché ingannato dal nemico, non perché tradito dai propri concittadini.
Quando incontra Crasso, Surena è bravo a dissimulare: il re vuole la pace, dice. E continua: raggiungiamo il fiume e mettiamo gli accordi nero su bianco. Perché nero su bianco, mi chiedete? Semplice: perché voi Romani  avete l’abitudine di non ricordare molto i patti.
E a questo punto la situazione precipita. Crasso chiede il proprio cavallo per recarsi al luogo dell’incontro; Surena gliene offre uno riccamente bardato. Crasso viene posto in arcione, gli scudieri pungolano l’animale per accelerarne la corsa. Ottavio, Petronio e gli altri Romani, al contrario, fiutando o immaginando un pericolo, cercano di fermarlo, afferrandone le briglie. Si accende una zuffa. Ottavio sfila la spada a uno scudiero e lo uccide prima di essere a sua volta colpito a morte; Petronio cade a terra; stando a Plutarco, Crasso viene ucciso da un Parto di nome Exarte. La sua testa e la sua mano destra, staccate dal corpo, vengono inviate come trofei a Orode, nel frattempo rappacificatosi con Artavasde.

Epilogo.

In questo modo, vittima dei propri errori e della propria ambizione[10], morì Crasso, il “bue con il fieno sulle corna” , il ricco patrizio possessore di settemila talenti ( a tanto era stimato il suo patrimonio, più o meno 150 milioni di euro attuali), l’ ”ordinario generale romano” [11]desideroso di gloria, il padre straziato dal dolore, il comandante esposto al ludibrio del nemico in abiti femminili durante un macabro “trionfo” allestito da Surena a Seleucia  [12], l’uomo nella cui bocca fu versato oro fuso e la cui testa mozzata fu esibita come trofeo durante il banchetto di riconciliazione fra Artavasde e Orode.
La sua morte non cambiò le cose in Siria, dalla quale prima Cassio Longino e poi Ventidio Basso tennero lontani i Parti, sconfiggendoli ripetutamente[13]. Ma le cambiò a Roma. Crasso agiva da “cuscinetto” fra le opposte fazioni che si disputavano il potere. Venuto a mancare lui, i dissidi si  acuirono, lo scontro si trasformò in guerra civile: la Repubblica aveva ormai i giorni contati.
E Surena? Non fece in tempo a godersi fama e gloria. Invidioso dei suoi successi, Orode lo fece assassinare prima di cadere assassinato, a sua volta, dal proprio figlio Fraate.
Il cerchio si chiudeva. Nel sangue come era cominciato.

Da leggere:

Andrea Frediani, I grandi condottieri di Roma antica, Newton Compton, 2011

Piero Pastoretto, La battaglia di Carre, http://www.queendido.org/Carre.pdf.

Plutarco, Vita di Crasso, Collana “ Classici greci” a cura di Italo Lana, Volume secondo, curato da Domenico Magnino, UTET, 1992

Giusto Traina, La resa di Roma. 9 giugno 53, a.c. battaglia di Carre, Laterza, 2010

images[6]Giusto Traina, Note in margine alla battaglia di Carre

Sangue nella foresta

Il massacro di Teutoburgo, la disperazione di Augusto, la fine dell’espansione romana oltre il Reno.
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Supermarius.
Giugurta davanti al console romanoIl crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
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Una storia di migranti

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

I Goti ai confini dell’impero romano d’Oriente, la corruzione dei funzionari romani, l’inettitudine dei comandanti, la disfatta di Adrianopoli.
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L’immagine sotto il titolo è tratta dal seguente sito: http://www.iranchamber.com/history/parthians/parthian_army.php

Al seguente indirizzo web è possibile prendere visione di una cartina dell’impero partico arsacide.

Note.

[1] Riferimento all’usanza romana di coprire col fieno le corna dei buoi bizzosi per  indicarne la pericolosità.

[2] La battaglia fu combattuta  alle porte di Roma ( 1-2 novembre 82 a.c) fra i soldati di Silla e quelli della fazione filo-mariana a lui avversa. Fu uno scontro durissimo e a lungo incerto. Più di una volta Silla fu sul punto di essere battuto. Fu Crasso a decidere le sorti dello scontro, riportando una brillante vittoria all’ala destra dello schieramento.

[3] L’appellativo di Gneo Pompeo era “ Magnus”, Grande. Se l’era guadagnato con brillanti campagne militari coronate da successo. Ma, come è noto, in latino l’aggettivo “ magnus, a, um” riferito a persona si usa anche per indicare qualità fisiche, quali la statura, l’imponenza, la prestanza. Una volta Crasso – lo racconta Plutarco- udendo fra la folla qualcuno esclamare: “ Sta arrivando Pompeo “il Grande!” scoppiò a ridere e, con intento palesemente ironico, chiese :”E quanto è “grande” Pompeo?”, giocando appunto sul doppio significato dell’aggettivo magnus, “ eccellente “( per qualità), “ alto” ( di statura) , ma anche “ grosso”.

[4] Quella della legittimità della spedizione di Crasso contro i Parti è una questione dibattuta: alcuni la considerano legittima, altri no. Di certo c’è questo: già prima di Crasso, il Senato aveva pensato a una spedizione contro di loro.
Nel 58 a.c. il re Fraate III era stato assassinato e i due figli del re, implicati nella congiura, Mitridate e Orode si erano disputati il potere e l’accesso al trono. Mitridate aveva chiesto – e ottenuto- l’appoggio di Roma e il proconsole in Siria, Aulo Gabinio, era stato incaricato di intervenire con le armi in suo favore. Ma la spedizione di Gabinio era stata momentaneamente sospesa perché si doveva sistemare un’urgente questione in Egitto. Mentre le armi romane rimettevano sul trono d’Egitto Tolomeo XIII, Mitridate veniva sconfitto e ucciso da Orode . Roma subiva in questo modo uno smacco e un contraccolpo alla propria credibilità internazionale. È quindi plausibile che l’idea di muovere contro i Parti – originariamente dettata da motivi di ordine economico ( controllo della “Via della seta”, commerci con l’Estremo Oriente) non solo non fosse stata accantonata, ma resa ancor più attuale dalla necessità di recuperare il prestigio perduto.

[5] L’antica Battriana, compresa fra la catena montuosa dell’Hindu Kush e il fiume Amu Darja corrisponde, grosso modo, alla parte settentrionale dell’odierno Afganistan.

[6] Scrive Plutarco, Vita di Crasso , 17,6:“Ne guadagnò disonore, perché apparve un meschino senza speranze di imprese di maggior rilievo, dato che si era inorgoglito per un successo così modesto.”

[7] Secondo la testimonianza di Luciano,  nell’esercito dei Parti l’unità base ( mille uomini) era chiamata “ dragone”.

[8] La coorte era un’unità militare romana  e contava, a seconda dei periodi storici, dai 400 ai  600 uomini. Ogni legione era, in genere, formata da dieci coorti.

[9] La Margiana era un’antica regione dell’Asia, corrispondente , grosso modo, a parte dell’attuale Turkmenistan. Era famosa per la lavorazione del ferro.

[10] È un luogo comune diffuso quello di attribuire interamente a Crasso e alle sue scelte la responsabilità della sconfitta di Carre. Si aspettava una battaglia non dissimile da quelle combattute- e vinte- da Lucullo e da Pompeo in oriente, si trovò ad affrontarne una totalmente diversa( e, per di più, con poca cavalleria e con truppe in gran parte inesperte); fu attirato su un terreno sfavorevole; non si preoccupò di raccogliere informazioni attendibili; commise errori nello schierare i suoi; fu completamente sorpreso dalla tattica messa in atto da Surena; non seppe agire in modo da togliere forza ed efficacia alla cavalleria dei Parti; tenne in scarsa considerazione i consigli dei propri collaboratori; si fidò troppo di informatori legati a filo doppio con il nemico.
Ma c’è anche chi ne difende le scelte. Nell’articolo “Note in margine alla battaglia di Carre”, il professor Giusto Traina riporta la valutazione dello storico Albino Garzetti( 1944) “ E’  un problema oscurissimo della storia militare antica la tragica impotenza dell’esercito romano contro le frecce partiche nella giornata di Carre. Ogni tentativo di spiegazione sfugge il nucleo della questione e si risolve per lo più nel ricostruire come avvenne, non nel determinare perché avvenne… Ma la ragione per cui l’armamento stesso delle legioni fu assolutamente impotente di fronte agli arcieri ,ch’erano ancora e sempre i medesimi delle precedenti battaglie dei Greci e dei Romani in Oriente, rimane misteriosa.”

[11] Fu Karl Marx in una lettera a Friedrich Engels a definirlo in questo modo.

[12] ScrivePlutarco: “ Surena mandò ad Orode in Armenia la testa e la mano destra di Crasso; fatta poi diffondere dai suoi messi a Seleucia la voce che egli portava con sé Crasso vivo, preparò un corteo scherzoso, chiamandolo per derisione “ trionfo”. Uno dei prigionieri, il più assomigliante a Crasso, Gaio Pacciano, vestito con un abito regale da donna e ammaestrato a rispondere quando lo chiamavano Crasso e Imperator, stava su un cavallo: lo precedevano trombettieri e littori a dorso di cammello; pendevano dai fasci delle borse e , presso le scuri stavano teste di Romani tagliate di recente. Seguivano cortigiane e musici di Seleucia i cui canti sconci e buffoneschi prendevano di mira l’effeminatezza e la viltà di Crasso.”(32, 1-3)

[13] Subito dopo Carre, i Parti provarono a invadere la Siria, ma furono ripetutamente sconfitti da Cassio Longino, prima e da Publio Ventidio Basso, poi. Anche Giulio Cesare pensò a una spedizione contro i Parti, ma fu assassinato prima di realizzarla; la spedizione condotta da Marco Antonio si risolse, nel 37 a.c.,  in un mezzo disastro. Solo nel 20 a.c. trentatré anni dopo la battaglia di Carre,  Augusto riebbe le insegne perdute da Crasso e ottenne la liberazione dei prigionieri ancora in vita.

 


L’equivoco

02/10/2012

Roma, casa del senatore Lentulo.

“ Che cosa ti avevo detto?” Lentulo misura le parole. E’ scosso e lo si vede “Quella trappola  si poteva evitare. Come, mi chiedi? Semplice: non entrandoci.  Ma Flaminio ha seguito la propria natura o ha valutato male la situazione. Chi lo sa? Una cosa è certa:  è stato sconsiderato e noi.. noi non pagheremo  mai abbastanza per quel suo terribile errore.”
“E ora, che cosa succederà?”, chiede  Fabricino, altrettanto scosso.
“Non lo so, non lo so proprio, mio nobile amico.  Al Trasimeno abbiamo perso quindicimila dei nostri migliori soldati; altri diecimila  hanno raggiunto l’Urbe in condizioni pietose; molti sono stati fatti prigionieri. E che dire dei quattromila cavalieri distaccati  da Servilio in soccorso a Flaminio e arrivati a cose fatte sul campo di battaglia? Accerchiati e fatti  a pezzi  da Annibale. Eh sì, mio nobile amico, piove sul bagnato e  la Repubblica corre un  grave pericolo…. “
“Hai ragione: la Repubblica corre un  grave  pericolo. E tutto per aver sottovalutato Annibale ” Si interrompe un momento, poi riprende, con uno scatto di orgoglio” Ce la siamo vista brutta parecchie altre volte , ma ce l’abbiamo sempre  fatta. Ce la faremo anche questa volta. Il pericolo è grave, certo. Per questo è  stato nominato un dittatore… “
“Già, Quinto  Fabio Massimo. Nominato , ne converrai, con procedura insolita: direttamente dal popolo e non dai consoli.”
“Sicuro, nominato  dal popolo . Ma solo perché il console Servilio , in questo momento, non è qui. Se, per  rispettare le procedure,  avessimo aspettato ancora, avremmo fatto il gioco di Annibale. Roma ha bisogno di una guida. E ne ha bisogno subito”.
“ E anche Minucio Rufo, il magister equitum, il secondo in comando, è stato scelto con la medesima procedura…”
“ Come si dice. A estremi mali…”
“ …estremi rimedi, lo so. D’altronde, forse, non si poteva agire  altrimenti. Siamo sulla difensiva, nessuno più parla di attaccare. Rafforzate le mura, tagliate i ponti sui fiumi, presidiate i punti strategici, questi i primi  ordini ricevuti da Quinto Fabio e da Minucio . Davvero una brutta situazione. Annibale, intanto, non si ferma e devasta a tutto spiano  il territorio piceno. Brutto, bruttissimo affare ”.
“ Gli dei sono stati placati, Fabio è  uomo prudente  e accorto. Ce la faremo ancora una  volta.”
“Auguriamocelo, mio nobile amico. Auguriamocelo.”

Italia Centrale, campo di Annibale.

 “Le cose sono cambiate …”  Annibale scuote la testa. “Ho  cercato in mille modi di provocarlo: tutto inutile. ”Questo ci sa fare.  Non abbandona le  alture, si tiene  a distanza di sicurezza, non abbocca . E, intanto, ci dà terribilmente fastidio. I suoi legionari disturbano i rifornimenti, attaccano le nostre  pattuglie poco numerose, colpiscono  e spariscono. La gente lascia i villaggi, brucia tutto e si rifugia all’interno di  luoghi fortificati. Non mi piace.”
“ Prima o poi commetteranno un errore. Me lo sento. E, quando accadrà- perché accadrà-  chi potrà impedirci di arrivare a Roma?” è il commento di Maarbale.
“Roma..” Si alza. “Roma è, qui,  a un passo, ma  è anche  più  lontana di Cartagine” . Tace, quasi seguendo i propri pensieri, poi riprende “ C’è ancora tanta, troppa strada  da fare , prima di arrivarci. Se mai ci arriveremo..”

Campo di Quinto Fabio Massimo.

“ E’ guerra, questa?” Minucio  Rufo, magister equitum  , non ricorre a giri di parole. “ Che cosa stiamo facendo?” dice rivolto a un gruppo di ufficiali  “ Niente , ecco che cosa  stiamo facendo. Guardate il nostro esercito. Chi può vantarne  uno uguale? E i nostri legionari? Sono addestrati e preparati. E, soprattutto,  desiderosi di menare le mani. Eppure ,  ci teniamo alla larga. Non appena Annibale ci offre il combattimento, noi ce la svigniamo. Rispondetemi: è guerra questa? Valeva la pena di nominare un dittatore per stare a guardare e per .. scappare?”.
Gli ufficiali presenti ascoltano in silenzio. La tattica della guerriglia e dell’attesa non va giù   a molti. Ma c’è anche chi la pensa diversamente.
“ E’ dura da digerire, lo so”, interviene uno di loro. “Dimentichi  una cosa, però: Annibale ci ha battuto tre volte. Se dovesse batterci ancora, che ne sarà di Roma? Che ne sarà di noi? Fabio , secondo me, ha ragione  : Annibale è lontano da Cartagine, non può ricevere rifornimenti regolari.  Punzecchiamolo,  teniamolo sul chi vive, facciamogli terra bruciata intorno. Come potrà nutrire i suoi uomini? Come potrà pagarli? Come farà, ditemi, a tenere unito il suo esercito?”
“ Un politico parla in questo modo, non un soldato”. Insiste Minucio.  “ Voi siete soldati, io sono un soldato e da soldato dico: diamogli addosso e liberiamoci di lui una volta  per tutte!  Disturbarlo? Tenerlo sveglio? Quello se ne infischia. Dobbiamo batterlo. De-fi- ni- ti-va-mente.” Scandisce le parole.  “E per farlo….” Minucio  si interrompe e fissa un punto lontano, davanti a sé..
“ E per farlo?  Sentiamo…”
“ E, per farlo…” Minucio non termina  subito la frase. “Per farlo, ci vuole un combattimento in campo aperto. Fabio dice : aspettiamo?Ditemi,  si comportò come lui Furio Camillo? Aspettò, con le mani in mano, la resa dei Galli o  scese in pianura e ne fece strage? E Lucio Papirio Cursore? Se ne andò in giro sulle alture  aspettando di prendere i Sanniti per stanchezza o non diede tregua al nemico fino a quando non fu vendicato l’affronto delle Forche?  Basta tenersi alla larga! Alla prima occasione, diamogli addosso.” Io “ aggiunge  “ Io sono pronto.”

Da qualche parte nell’Italia centrale : campo di Annibale.

“Hai trovato la guida?” chiede Annibale al fratello Magone
“L’ho trovata. Ci condurrà   dove vuoi tu,  a Casinum”[1]
Casinum controlla la strada per Roma e, se la blocchiamo , voglio proprio vedere come  faranno i Romani ad aiutare gli  alleati. Come faranno a mandare loro soldati, vettovaglie, soldi. E voglio proprio vedere se Quinto Fabio potrà continuare ancora a farci ombra dalle alture o  a evitare lo scontro”.

Pianura di Stellate, Campania. Esercito cartaginese in marcia.

“ Voglio parlare con la guida”. Annibale è inquieto. La zona, tutta la zona dove i Cartaginesi si stanno inoltrando è  chiusa da montagne e corsi d’acqua. Il suo sesto senso lo tiene sul chi vive, sente puzza di bruciato e teme  una trappola. La guida arriva.
“Allora, dove ci hai portato?”  chiede Annibale.
“Dove volevi tu, generale: a Casilinum”[2]
Casilinum! Completamente fuori zona. La guida ha afferrato  male la pronuncia cartaginese e ha capito Casilinum invece di Casinum!
“Siamo nel Falerno , non alle porte di Roma! E tutto per colpa di  un maledetto equivoco. Fa’ crocifiggere quell’uomo ” ordina al fratello Magone “ E mandami Maarbale”.
Maarbale, per ordine di Annibale, devasta l’intera zona , sotto gli occhi dei Romani. I legionari vorrebbero  menare le mani , ma gli ordini di Quinto Fabio Massimo sono perentori: stare fermi, non muoversi. Figurarsi Minucio Rufo! Rincara la dose all’indirizzo del dittatore e molti, tra ufficiali e  semplici legionari , questa volta, lo stanno a sentire con maggiore attenzione. Se, in quel momento,  si fosse chiesto ai soldati  di scegliere con chi stare, avrebbero scelto, senza  pensarci due volte  , il magister equitum.
Come se  le devastazioni- non contrastate-  e le richieste di aiuto- inascoltate-  degli alleati non fossero sufficienti, ci si mette anche Annibale. Vecchia volpe qual è, non appena viene a sapere che lì, a tiro dei suoi cavalieri, c’è anche un podere di proprietà di Quinto Fabio, ordina di  non toccarlo. A Roma, dove cresce l’insofferenza verso la tattica attendista del dittatore, nascono nuovi  sospetti e corrono  voci incontrollate: che Fabio Massimo sia  giunto  a patti con Annibale? Insensibile ai rumores,  Quinto Fabio tiene duro. Inutile brontolare, inutile strepitare: si continua come al solito.

Territorio di Casilino.

Busto di Annibale. Fonte: Wikipedia

L’estate sta per finire e Annibale è nei guai. Niente è andato come voleva. Fabio non ha accettato battaglia  né ha intenzione di accettarla;  fra poco sarà autunno e in quei posti  non ci si  può fermare. Quel territorio è ricco, ci sono vigne e alberi da frutto, ma è il pane a mancare. Se restano lì,  i suoi soldati corrono il rischio di passare l’inverno a stomaco vuoto. Deve andarsene altrove.
Andarsene altrove: una parola. Fabio lo ha anticipato,   bloccando  il monte Calicula  , occupando la città di Casilino  e presidiando   il passo  sopra Terracina, passaggio obbligato per l’accesso, da sud, alla Via Appia. Insomma, Annibale, per colpa del Latino pronunciato male dai suoi e peggio inteso, ha ficcato la testa in un laccio che rischia di soffocarlo: se resta dov’è, muore di fame; se cerca di andarsene, ha la strada bloccata.
Decide di muoversi. Non può fare altro.  E  Quinto Fabio, subito, gli si incolla alle calcagna. I due nemici possono vedersi in faccia, tanto vicini sono i rispettivi accampamenti. Annibale compie  un primo  tentativo- dalla parte di Casilino- e gli va male: i Romani, attestati su posizioni sicure e fortificate, respingono i suoi assalti e, anziché contrattaccare,  si mantengono al riparo . Provateci ancora , se volete: vi aspettiamo.   Stanno imparando.
Da Casilino non si passa, bisogna provare altrove.  L’esercito cartaginese toglie il campo e,  sul fare della notte, si sposta in direzione del valico sopra il monte  Calicula. Come oltrepassarlo? Figurarsi la faccia di Asdrubale[3], quando Annibale gli ordina di riunire duemila buoi, fra quelli razziati nel Falerno. E figurarsi come ci resta, quando gli viene detto di legare delle fascine alle loro corna.
I buoi vengono mandati avanti, l’esercito segue in silenzio. Arrivati ai piedi del monte, Annibale ordina di accendere le fascine legate alle corna dei buoi e di spingere gli animali verso le alture. Le povere bestie, tormentate dalle fiamme, si lanciano, in tutte le direzioni,  in una corsa pazza e disordinata, lungo le pendici dei monti. I soldati di guardia, quando avvistano tutti quei fuochi intorno a loro, si spaventano  e , temendo  di essere accerchiati, abbandonano le posizioni. Nella  fuga,  c’è chi si imbatte in qualcuno di quei buoi, ma anziché riconoscere il trucco, si spaventa ancora di più, ritenendolo un prodigio .
Fabio si accorge del trambusto, ma teme un’insidia e, in più,  è contrario a combattere di notte. Non si muove e aspetta l’alba. Per rendersi conto che , questa volta, Annibale lo ha giocato: l’esercito cartaginese  si è infilato  lungo il valico lasciato libero, lo ha  superato con facilità  ed è  sbucato nel territorio di Alife.

Roma, casa del senatore Lentulo.

 “ Dunque” dice Lentulo, “Fabio è stato richiamato a Roma : deve presenziare alla celebrazione dei riti sacri. Secondo me è perché molti  di noi non hanno  digerito  quella storia dei buoi dalle corna infuocate…”
“Un bello scherzetto, niente da dire. Degno di Annibale. E  Minucio Rufo comanderà l’esercito in sua assenza ” .
“ Già, Minucio Rufo. Quando si dice la fortuna! Di punto in bianco si ritrova  – fatto del tutto insolito-  gli stessi poteri del dittatore. E’ furbo, quel Minucio: ha fatto arrivare  a Roma  una lettera in cui afferma  di aver battuto Annibale e in molti l’ hanno  bevuta. Secondo me , ha  raccontato alcune verità e molte frottole. Magari avrà impegnato Annibale,  infastidendone le  avanguardie o sorprendendone i foraggiatori,  ma , con ogni probabilità,  ha preso lucciole per lanterne, scambiando  la  ritirata strategica di Annibale per una rotta . Anzi, penso proprio che  sia andata in questo modo. ”
“Dunque,  al ritorno di Fabio  in zona di operazioni,    l’esercito avrà  due comandanti ”
“Proprio così,  e l’uno pari all’altro. Il tribuno della plebe  Marco Metilio- l’hai sentito anche tu-  non si è risparmiato perché fosse dato  a Minucio  lo stesso potere di Fabio  . Proposta ardita, ne converrai. Tanto ardita da rendere indecisi molti. Ma quando è intervenuto  Terenzio   Varrone….”
“Anche gli indecisi hanno ceduto….”
“Pensa un po’:  prima  del successo politico, Varrone  serviva nella bottega di macellaio del padre !  Metilio,  per la verità, voleva far fuori Fabio, ma non se l’è sentita. L’ha accusato, misurando bene le parole ,  di essere  un vile e un imboscato, gliene ha dette, senza mai pronunciare il suo nome,  di tutti i colori, esaltando, al contrario, Minucio.  Fabio, però,  non c’è cascato e , in apparenza, ha fatto finta di niente. Ha sostenuto le proprie convinzioni . Le battaglie si vincono usando il cervello, ha detto, non andando all’attacco senza criterio. E, alla fine del suo intervento, ha chiesto (  domanda retorica, naturalmente) : “Vi risulta che Annibale abbia vinto qualche  battaglia, da quando comando io ? “ Fabio è in gamba e  ha ragione;  Minucio è diverso, ma comanderà insieme a lui. Questo è quanto”.
E, dimmi,  tu che cosa ne pensi?”
“Mah, non saprei .  Sai che cosa ti dico?  Per me, il più contento di tutti  è Annibale. Aveva di fronte un comandante in grado di metterlo in difficoltà: d’ora in poi lo avrà ancora  di fronte, ma ..dimezzato. E che dire di Minucio? E’ della stessa stoffa di Flaminio.  Credi che Annibale non l’abbia capito?  Si starà fregando le mani, adesso.  Minucio finirà col combinare  un  grosso guaio, ne sono certo”.

Minucio, dunque,  ce l’ha fatta: ha ottenuto il comando  ed è al settimo cielo. Sensazione pericolosa, in una testa calda.  Per prima cosa  si presenta a  Fabio,  tornato nel frattempo in zona di operazioni   e gli dice: visto che siamo pari,  comandiamo un giorno per uno, oppure , se un giorno è un tempo troppo breve, concordiamo il periodo dell’alternanza. Ricevuta risposta negativa, Minucio ottiene  per sé  la metà dell’esercito( due legioni), si separa dal collega e allestisce un accampamento tutto suo. Freme all’idea di attaccare battaglia.  Un bel regalo davvero a quel marpione di Annibale, arrivato, nel frattempo, a Gereonio, in Apulia. Minucio è vicinissimo, a Larino.
Fra l’accampamento cartaginese   e  quello  romano  , si stende  una piccola pianura, abbastanza sgombra, dalle quale  spunta  una collinetta: chi l’avesse occupata , avrebbe goduto di notevoli vantaggi.  Anche Annibale mette gli occhi su quell’altura, ma per tutt’altro scopo. E’ vero : la piccola pianura, in apparenza,  non offre ripari  né alberi  né cespugli  dietro ai quali nascondere uomini armati. Ma Annibale, seppure privo di un occhio, vede  dove la vista di Minucio non arriva. Ci sono delle caverne , tutt’intorno,  abbastanza spaziose, ancorché non immediatamente appariscenti . Annibale sceglie le caverne per preparare la sua insidia ( atteggiamento, questo, sul quale Livio insiste ad ogni piè sospinto): vi nasconde cinquemila dei suoi  e , nello stesso tempo , per gettare fumo negli occhi a Minucio,  fa occupare  la piccola altura.
Minucio, ovviamente, non si aspetta un inganno. Presuntuoso e superficiale  com’è, non ci pensa nemmeno: come può  aver luogo un’imboscata , su quello spiazzo  libero, pianeggiante e del tutto privo di ostacoli? E così,  intento a preparare la contromossa per cacciare gli Africani dall’altura, non  si accorge  della manovra principale.  Proprio quello che vuole Annibale.
Fra i legionari,  alla vista del nemico, l’adrenalina sale;  lo stesso Minucio non si risparmia, a parole, nell’offendere e nello schernire Annibale. Quindi fa avanzare verso la collina  la fanteria leggera e, dietro di essa, la cavalleria in formazione compatta. Ma il nemico , per rendere il gioco credibile, non sta a guardare e, a sua volta, invia riserve fresche a sostegno degli occupanti. Minucio, allora, muove, in ordine di battaglia, le sue due  legioni.  Lo scontro per il possesso di quella collina, sta  diventando una faccenda terribilmente seria.
I veliti romani  non ce la fanno  a  salire fino  in cima all’altura; a un certo punto, anzi,  si ritirano, irrompono  attraverso le schiere dei cavalieri- scompaginandole-  e  si rifugiano nei ranghi  delle legioni. Queste ultime  hanno, ora di fronte  i veterani  di Annibale.  Se fosse stato un combattimento regolare, dice Livio , cioè uno scontro secondo le consuete regole d’ingaggio, tutti schierati in campo aperto e  vinca il migliore,  i Romani, forse, ce l’avrebbero fatta. Ma Annibale, si sa, se ne infischia delle regole e della fides e, così, fa uscire al momento opportuno i suoi dalle caverne dove li  ha  nascosti e li lancia contro i Romani. Assaliti da tutte le parti, i legionari si sentono perduti. E, insieme alla  voglia di combattere,  se ne va anche  la speranza di  portare a casa la pelle.
Un bel guaio davvero. Dopo tanti mesi senza una vittoria, Annibale ne ha adesso una  a portata di mano. Tutto il lavoro di Quinto Fabio rischia di andare in fumo.
La battaglia è in pieno svolgimento. Minucio è quasi circondato , le perdite sono gravi. Solo gli dei possono salvare la situazione. Gli dei  e Quinto Fabio Massimo. E, infatti, quando le legioni del dittatore- messo in allarme dal rumore e dalle informazioni  degli esploratori-   compaiono sul campo di battaglia, ai legionari di Minucio, stanchi e sfiduciati, quella sembra un’apparizione divina. Rianimati,   acquistano coraggio e si battono con maggiore accanimento. Annibale decide, a quel punto, che può bastare  e , per evitare di battersi con truppe fresche, ordina ai suoi di  mollare tutto e di ritirarsi. Commento di Livio: scappando, Annibale  dimostra di aver vinto Minucio, sì, ma anche di averle prese da Fabio ( palam ferente Hannibale  ab se Minucium, se ab Fabio victum”). Ognuno, è chiaro, la vede a modo suo.
Seguono pentimento e autocritica. Prima davanti ai  suoi soldati, Minucio riconosce il proprio errore, poi va da Fabio, ne loda la prudenza,  gli consegna le insegne , chiama patrones i suoi soldati e lui “padre” e gli rimette il comando. “ E’ in tuo potere  sollevarmi dall’incarico, ma, se puoi,  mantienimi al mio posto e mantieni nel grado  i miei ufficiali.” Stretta di mano ( alla romana) e fine della storia.
Dopo questi avvenimenti, a Roma  Fabio viene in parte  rivalutato. Anche perché , poco tempo prima , egli  aveva venduto quel podere  oggetto di tante voci e illazioni maligne.  Perché l’aveva venduto? In guerra,  un  tacito accordo  stabiliva questo: io restituisco a te i prigionieri e tu li restituisci a me. Se uno dei due ne riceve  di più di quanti ne restituisce , deve pagare una somma stabilita. Fabio, durante uno scambio,  aveva ricevuto quasi duecentocinquanta prigionieri in più rispetto a quelli restituiti ad Annibale. Bisognava pagare. Il Senato fece orecchie da mercante. Allora Fabio, per rispettare la parola data e i patti stabiliti, vendette il  podere  e pagò, di tasca propria e  sull’unghia Annibale.  E lo stesso Annibale non poté  fare a meno di ammirarlo.
Ma Fabio è alla fine del mandato. Gli subentrano i consoli  Attilio Regolo ( figlio dell’eroe della prima guerra punica ) e Servilio Gemino( il collega di Flaminio al Trasimeno). Entrambi,  prorogati, alla scadenza per un altro anno, continuano a praticare la guerriglia e a evitare gli scontri in campo aperto. Annibale è messo male : poco cibo, pochi soldi, speranze zero.  Pensa  addirittura , secondo Livio, di abbandonare quei luoghi e di tornarsene in Gallia. Sarebbe bastato, dice il Nostro,  continuare a stargli alla larga  e le cose si sarebbero risolte da sole. Avrebbero fatto questo i consoli dell’anno successivo?
A Roma, il clima politico è cambiato. Come accade durante ogni campagna elettorale, non vengono risparmiati i colpi bassi. Gli aristocratici romani (la nobilitas),  ai  quali Fabio appartiene, sono  sotto tiro.  Hanno voluto fortemente quella guerra per interessi loro e , sempre per interesse di classe, vogliono la continuazione delle ostilità, si afferma.  Le prove?  Spiegatemi un po’ come mai  Fabio Massimo l’ha tirata tanto per lunghe? dice qualcuno.  Come mai Minucio ha attaccato e , guarda caso, ha vinto ? dice un altro( L’allusione era alla prima lettera inviata al Senato con la notizia- per metà falsa-  di Annibale piegato dalle spade romane).  Lo stesso Terenzio  Varrone, eletto console per la parte plebea, batte e ribatte su questi argomenti.  Morale della favola: la tattica di  Fabio ha fatto il suo tempo ed è ora di voltare pagina .
E si volta pagina sul serio. Gli effettivi dell’esercito vengono aumentati e di molto. Nessuno lo dice, ma tutti lo pensano: si va verso   la battaglia decisiva.
La nobilitas  , più per contrastare Varrone che per collaborare con lui, mette in campo  un candidato a sorpresa: Lucio Paolo Emilio. Livio lo incensa apertamente:  appartiene a un’antica e nobile famiglia romana, è prudente, leale, rispettoso delle istituzioni. Un vero romano. C’è, però una macchia nel suo curriculum. Una brutta storia di bustarelle , dalla quale è uscito mezzo bruciacchiato. Lui forse non c’entrava, ma il suo collega Marco Livio Salinatore  aveva dovuto difendersi da un’accusa pesante: peculato. Era stato riconosciuto colpevole e la sua condanna era stata  un po’ anche la condanna di Paolo.
I due consoli non sono fatti l’uno per l’altro. Varrone – uomo  “ nuovo”, in tutti i sensi-   un giorno sì e l’altro pure, batte   il chiodo della responsabilità della nobilitas in quella guerra. Si ritiene una specie di predestinato, in grado di risolvere il giorno stesso del contatto con il nemico quel conflitto  prolungato ad arte da altri. Lo afferma   ripetutamente , in pubblico e lo ribadisce  prima della partenza dell’esercito. Paolo non parla molto, non si avventura in  analisi politiche,   solo si chiede  come mai  il collega sia così sicuro di vincere- al punto da indicare persino il giorno della vittoria – prima di aver visto i luoghi e valutato le forze del nemico. Non si vanta, non promette alcunché , fa capire di preferire le decisioni prudenti a quelle avventate.
C’è  lo zampino di Fabio Massimo, pensano i più. E, in effetti, Fabio è prodigo di consigli con il suo pupillo.   “ Guardati da  Varrone.” gli suggerisce  “Non attaccare, non attaccare mai in campo aperto. Faresti il gioco di Annibale. Disturbalo, punzecchialo, colpiscilo quando sei sicuro, snervalo, non farlo dormire , non farlo ragionare, tienilo sempre sotto pressione. Abbi cura degli alleati italici, sostienili, fa’ sentire che sei con loro. Non ti abbandoneranno. Annibale è a corto di soldi, ha pochi uomini, si muove in un territorio ostile. Non essere precipitoso,   abbi pazienza e, vedrai, finirà per commettere qualche errore. E, forse, messo alle strette, finirà per andarsene dall’Italia”. I soliti argomenti, insomma.  Paolo ringrazia, apprezza l’atteggiamento di Fabio, cercherà di seguirne i consigli , ma se le cose dovessero andare diversamente, non esiterà a cercare la morte sul campo, piuttosto che affrontare , per la seconda volta,  le accuse  e i sospetti  dei propri concittadini.

Roma, giorno della partenza dei consoli.

“Roma è la patria dei bei gesti ..” Lentulo scuote la testa” Da Napoli  hanno mandato oggetti preziosi per finanziare la nostra  guerra . Il senato ha ringraziato e ha restituito i doni, tenendosi solo una piccola coppa, quella di minor valore. Gerone ha mandato da Siracusa uomini, rifornimenti e una magnifica statua alata della Vittoria , tutta d’oro. Ci siamo tenuti solo questa…”
“Gli  alleati sono con noi,  per fortuna non ci abbandonano”  lo interrompe   Fabricino.
“ E questo mi conforta. Se per caso Annibale dovesse sconfiggerci  un’altra volta ….”
Dal foro si alzano strepiti e grida. Varrone avanza, accompagnato  da un lungo codazzo di persone: la plebe romana  rende omaggio al proprio eletto , al predestinato.
Anche Paolo si muove per raggiungere l’esercito.  Intorno a lui c’è meno gente, ma in quel corteo ci sono   le persone più in vista  di Roma.
“Vieni” , dice Lentulo, “ E’ ora di andare: raggiungiamo anche noi   Paolo. E che la sorte gli sia benigna.”

Il seguito della storia puoi leggerlo QUI; quello che accadde prima, puoi leggerlo QUI

[1] L’attuale Cassino.

[2] Nell’antichità porto fluviale di Capua.

[3] Non è il fratello di Annibale che cadrà al Metauro(207 a.c.), è il comandante della cavalleria pesante cartaginese.

La bibliografia la puoi trovare nel seguente post.


Supermarius

02/07/2012

 

Giugurta davanti al console romano

 

Prologo.

Attorniato dalle proprie guardie del corpo, un uomo, un re, cavalca in silenzio lungo la strada deserta. Si ferma, guarda una prima volta verso la città dalla quale è stato allontanato, riprende il cammino, si ferma una seconda volta. Osserva a lungo, sempre in silenzio e da lontano, le vie, i fori, i palazzi, i templi, le case , quasi volesse cercare in quell’ordito di muri e di storia un particolare nuovo, l’illuminazione  in grado di metterlo di colpo in mezzo a una verità diversa. Ma niente smuove la sua convinzione. No, in quella città tutto – potere compreso-  si compra e si vende.
“Città venale, se troverai un compratore non durerai a lungo” esclama a un tratto a voce alta. Tocca coi talloni i  fianchi del cavallo e riprende il cammino senza più voltarsi e senza più parlare.

Quella città è Roma, quell’uomo è Giugurta, re di Numidia.

 Un tipo pericoloso.

Giugurta nasce figlio di un principe  e di una concubina. Crescendo, disprezza l’ozio e le mollezze, ama cavalcare, andare a caccia ed esercitarsi con le armi. Quando rimane orfano di padre, il re Micipsa, suo zio, lo adotta, per pentirsi quasi subito: quel giovanotto  è troppo ambizioso, troppo intelligente, troppo irruento, troppo popolare, può creare disordini. Lo manda allora a combattere  a fianco dei Romani nella guerra contro Numanzia con la segreta speranza di non vederlo più tornare. Giugurta, invece,  torna, sano, salvo, ricco di nuove conoscenze militari e di importanti amicizie, carico di onori. Il leggendario conquistatore di Cartagine, il console Publio Scipione Emiliano in persona, ne tesse l’elogio. Tutto da rifare, dunque, per Micipsa. Che ora cerca di ammorbidire il focoso nipote con le buone, conferendogli responsabilità e  nominandolo suo erede al pari dei figli Jempsale e Aderbale.
Non l’avesse mai fatto. Alla morte del re,  Giugurta dissimula, sembra stare al gioco , ma aspira a ben altro. Comincia col chiedere l’abolizione di tutte le leggi emanate da Micipsa negli ultimi cinque anni, perché, secondo lui,  si tratta di leggi emanate da un re semirimbambito. E’ un clamoroso autogol. Fra quelle leggi ce n’è anche una “ ad personam”, quella con la quale il re lo inserisce fra i suoi eredi. Messo alle strette, Giugurta getta la maschera: fa assassinare a tradimento Jempsale( Livio fornirà una versione diversa) e sconfigge Aderbale in battaglia, costringendolo ad abbandonare la Numidia e a cercare rifugio a Roma.

Auri  sacra fames..

La reazione di Roma è in sintonia con l’andazzo di quei tempi: all’inizio è indignata, poi, a mano a mano che l’oro di Giugurta dalla Numidia prende la via dell’Urbe e finisce nelle tasche giuste, si fa meno accesa. I senatori, “ lavorati” a puntino da chi è stato beneficiato da tutto quel ben di dio, convocano in Senato Aderbale e gli ambasciatori di Numidia per ascoltarne le rispettive ragioni.
Aderbale parla con il cuore in mano: mio padre è morto, mio fratello è stato assassinato, i miei amici sono stati crocifissi  o gettati in carcere, non ho più alleati. Forse neppure dignità. Tutti mi voltano le spalle. Lo farà anche Roma? Quella Roma alla quale fin dai tempi di mio nonno Massinissa noi Numidi abbiamo giurato fedeltà,  a fianco della quale abbiamo combattuto il comune nemico cartaginese e alla quale siamo ancora fedeli?
Balle, replicano gli ambasciatori di Giugurta: Jempsale è stato ucciso dai Numidi a causa della sua crudeltà e Aderbale è un aggressore , gli è andata male ed è stato cacciato per questo. La fedeltà a Roma ? Dimenticate che il nostro re si è distinto in combattimento a fianco dei legionari romani? Potrebbe mai tradire?
Viene il tempo di decidere e i senatori, complice anche l’oro del re, non la vedono tutti allo stesso modo: c’è chi è a favore di Aderbale e chi, invece sostiene le ragioni di Giugurta. Alla fine i Padri Coscritti  anziché allestire un esercito, formano una delegazione e la spediscono( 116 a.c.) in Numidia per sistemare le cose. E che cosa fa Giugurta? Fa valere le proprie entrature presso famiglie romane potenti, ma soprattutto, conoscendo i suoi polli, fa  girare sostanziose bustarelle, compra i membri della delegazione e, nella spartizione del regno seguita agli accordi di pace, si fa assegnare i territori migliori. Aderbale ingoia il rospo: ha ottenuto poco, molto poco,  ma anche il poco è pur sempre meglio di niente. E così preferisce tacere e adeguarsi.
Tutto sistemato? Neanche per idea. Un paio di anni dopo, Giugurta ci riprova. Incalzato da vicino, Aderbale si rifugia nella propria capitale, Cirta( l’odierna Costantina in Algeria), questa volta deciso a resistere. Da Roma, per la seconda volta, invece di un esercito, arriva una delegazione. Di incorruttibili? Sì, aspetta e spera. Con le tasche belle gonfie di monete sonanti, i delegati romani in Numidia chiudono più di un occhio. Giugurta ne approfitta, espugna Cirta e uccide Aderbale . Ma – errore fatale- fa passare a fil di spada  anche  molti Italici e qualche cittadino romano. A questo punto il Senato prima ci pensa un po’ su( tanto per non smentirsi) , poi rompe gli indugi e dichiara guerra all’empio fedifrago( 113 a.c.).

Suk mundi?

Il console incaricato di mettere le cose a posto si chiama Lucio Calpurnio Bestia. E’ bravo, esperto, coraggioso, intelligente, ma anche aeger avaritiae,  avido di denaro e di ricchezze. Scrive Sallustio: un concentrato di ottime qualità rese inutili da quel vizio esecrando. Da militare esperto, Bestia capisce subito una cosa: il suo esercito, così com’è messo, non può competere con l’imprendibile cavalleria di Giugurta, favorita dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi; da uomo schiavo dell’ avaritia, Bestia non sa resistere al richiamo dell’ auri sacra fames, dell’esecranda fame di denaro. Uno dei suoi luogotenenti, Emilio Scauro, non è da meno. Però è più furbo( o più cauto, fate voi): ha un mucchio di ambizioni, ma sa mascherarle molto bene. Stando così le cose,  i due, invece di combattere, preferiscono trattare. E intascare bustarelle.  Risultato: viene stipulata la pace,  Giugurta se la cava anche in questo frangente e a Roma, per la seconda volta, monta l’indignazione.
Lucio Memmio, tribuno della plebe, cavalca il malcontento. A Roma come al fronte, la Repubblica è stata messa in vendita, tuona( domi militiaeque  res publica venalis fuit). E incalza: Giugurta venga qui, protetto da un salvacondotto, e vuoti il sacco. Bestia e Scauro tremano; la nobiltà, temendo un pericoloso precedente in grado di mettere a rischio i propri privilegi, fa quadrato intorno ai due. Tutto inutile: Memmio la spunta  e il pretore Lucio Cassio viene spedito in Numidia con l’incarico di condurre il re a Roma. Giugurta sa di avere la coscienza sporca, non si fida, teme tranelli. Cassio insiste, ricorre alla solite menate ( Roma sa esercitare tanto la forza quanto la clemenza, ti do la mia parola, ecc. ecc.)  e lo convince.
Ma intanto, in Numidia, la corruzione non si ferma. C’è chi rivende a Giugurta gli elefanti da guerra requisiti a seguito degli accordi di pace, chi gli riconsegna dietro compenso i disertori, chi compie scorrerie nei paesi vicini, chi si macchia di chissà quali altre nefandezze. Eventi eccezionali? Mica tanto. Almeno secondo Memmio. Che una volta, in Senato,  aveva amaramente constatato: il peculato? l’estorsione nei confronti degli alleati? Cose gravi, gravissime, ma ormai di nessuna importanza tanto sono comuni(tamen consuetudine iam pro nihilo habentur. E se fossimo al giorno d’oggi, caro Memmio, verrebbero tranquillamente depenalizzati. O no?).
Poi aveva portato l’affondo. Guardatevi intorno, aveva continuato. Non vedete forse, dovunque andiate, nobili imbelli, avidi, arricchitisi in modo illecito e dimentichi delle antiche virtù ostentare cariche prestigiose, esercitare il consolato, celebrare immeritati trionfi? Non vi rendete conto, o Quiriti, di essere stati privati della vostra autorità e del vostro prestigio?
Che abbia ragione Giugurta quando pensa che Roma assomigli a un suk più che al centro del mondo?

Quello che accade dopo sembra dargli ragione. Il popolo rumoreggia quando il re si presenta in Senato, la veste ordinaria, l’atteggiamento dimesso. Mossa studiata, per non urtare la suscettibilità di chi lo dovrà ascoltare. Del popolino vociante Giugurta se ne infischia alla grande. Sa di avere le spalle coperte. E non solo dal salvacondotto del Senato. Per via dei suoi trascorsi militari, a Roma conta amicizie altolocate e soprattutto a Roma non è arrivato  a mani vuote. E appena messo piede nell’Urbe, ha cominciato a distribuire regali a destra e a manca, guadagnando  alla sua causa un pezzo da novanta, il collega di Memmio, il tribuno Gaio Bebio. E così, quando viene invitato a vuotare il sacco, Giugurta,  su consiglio di Bebio, si avvale della facoltà di non rispondere.
La mossa spiazza tutti; Bestia e Scauro tirano un grosso sospiro di sollievo, la nobiltà   si rianima e il re diventa ancora più impudente e sfrontato. Tanto impudente e sfrontato da fare assassinare un suo possibile rivale da tempo in esilio volontario a Roma, Massiva, al quale, pescando nel torbido, il console Spurio Albino, destinato in  Numidia, aveva consigliato di reclamare per sé il trono. Quando la notizia dell’assassinio di Massiva diventa di dominio pubblico, come diremmo oggi, Giugurta viene invitato a lasciare Roma . In tempo per consegnare alla storia, tramite Sallustio,  la profezia della città in attesa di un compratore.
La guerra riprende fra alti e bassi,  fra operazioni militari e  giochi di potere. Quella, infatti,  non è una guerra come le altre. Sui campi di battaglia di Numidia si allungano le ombre delle contraddizioni politiche e sociali della Roma di quei tempi. Tempi in cui la lotta fra i nobili e la plebe, dopo la tragica  fine dei Gracchi, si era fatta più acuta. Scrive Sallustio: in tempi antichi, i problemi erano comuni e il timore dei nemici favoriva la concordia; con la scomparsa dei nemici, con l’aumentare della ricchezza e dell’estensione della Repubblica, chi aveva meno ( la plebe) voleva avere di più e chi aveva di più( la nobilitas) non voleva  avere di meno. Di qui i contrasti, le lotte, i momentanei periodi di calma apparente, le rivendicazioni, i tumulti, gli abusi , l’ascesa degli “uomini nuovi” , optimates vs populares e viceversa.
Con questa instabilità sullo sfondo, il console Spurio Albino parte alla volta della Numidia deciso a fare un solo boccone di Giugurta, ma una volta in Africa sembra più desideroso di accumulare vantaggi personali che di salvaguardare gli interessi della Repubblica. Più che alla Numidia, insomma, guarda a Roma; più che al potere del Senato, guarda al proprio. E, appena può, ritorna nell’Urbe per presiedere i Comizi elettorali. Quell’ “inetto presuntuoso” ( la definizione è di Sallustio) di suo fratello Aulo Albino rimasto in Numidia come propretore, spinto dalla fretta, dall’ambizione o dalla voglia di impadronirsi del tesoro di Giugurta, si caccia in un brutto pasticcio e a Suthul subisce una sconfitta clamorosa. Come al tempo delle guerre sannitiche, i legionari romani devono passare sotto il giogo.
Apriti cielo! A Roma, l’indignazione, soprattutto fra la plebe,  monta. Com’è questa storia? Non siamo neppure capaci di avere ragione di un piccolo re di un piccolo regno? E che cosa ci sta a fare il Senato se passiamo da una sconfitta all’altra? E, poi,  perché i comandanti ritornano dall’Africa sconfitti, ma ricchi sfondati?  Viene istituita allora una commissione con l’incarico di esaminare le posizioni dei presunti corrotti. E  chi ne viene chiamato a far parte? Emilio Scauro. Sì, proprio lui, il luogotenente di Bestia in odore di bustarelle.
E’ una brutta situazione, urge rimediare. Il Senato questa volta va sul sicuro e affida(109 a.c.) al console Quinto Cecilio Metello l’incarico di togliere le castagne dal fuoco. Metello , uomo tutto d’un pezzo, onesto, incorruttibile, gradito a tutti,  è un ottimo generale. Trova l’esercito in condizioni pietose e lo riorganizza; cerca di combattere Giugurta con le sue stesse armi, facendo girare soldi e promesse nel tentativo di guadagnare alla propria causa i dignitari numidi;  coglie qualche sporadico successo( a Methul, ad esempio), subito trasformato a Roma in una vittoria decisiva; arriva più volte a un passo dalla vittoria, senza mai essere capace, tuttavia, complice la guerra di guerriglia in cui Giugurta è maestro, di portare il colpo definitivo.   E, in più, deve tenere a bada  un  soldato esperto, coraggioso e determinato: il suo luogotenente Gaio Mario.
Mario è  un homo novus con ambizioni neppure troppo segrete. Ha esercitato diverse magistrature,  aspira al consolato e, sulla carta, ne ha tutti i titoli: fa della virtus– un misto di valore militare e di eccellenza  individuale- il proprio credo; aspira alla gloria ; è onesto, si è fatto le ossa in più di una battaglia, è frugale , è insensibile ai vizi del tempo. Gli manca il requisito principale: il sangue blu. Ma dalla sua ha la profezia di un indovino, consultato a Utica: niente ti è precluso, gli dei ti sono favorevoli, ce la farai. E allora, perché non provarci?
Metello non la pensa così: il consolato? Non è roba per te. Quella è una magistratura per chi  può vantare antenati illustri e se vai a Roma ti sarà  negata. Come è giusto che sia. Quindi rassegnati: io non ti darò il permesso di partire. Perché quel rifiuto? Perché quell’atteggiamento così intransigente? C’è forse ruggine fra i due? Può darsi, ma l’atteggiamento di Metello è in un qualche modo specchio dei tempi. In quell’atteggiamento è contenuto, infatti, un  confronto più vasto: status quo contro cambiamento, vecchio contro nuovo.  Resta da capire come sarà il nuovo.
Mario è un tipo tosto e non molla. Alla fine Metello cede e lo autorizza a partire. Tornato a Roma Mario cavalca la tigre dell’antipolitica( e ti pareva..) e ne ha per tutti: per la nobilitas corrotta e pusillanime , avida di privilegi e di prebende, indegna dei suoi antenati; per lo stesso Metello, accusato di   tirare in lungo la guerra contro Giugurta per ricavarne vantaggi personali. Musica pura agli orecchi della plebe e non solo. Mario stravince e  Metello se non cade in depressione poco ci manca. Di sicuro deve cedere il comando delle operazioni e se anche in patria viene accolto come un vincitore e viene gratificato dell’appellativo di “ Numidicus”, non può non  masticare amaro.
Prima di partire per l’Africa per decisione del popolo( e anche questa è una bella novità), Mario mette le cose in chiaro con il Senato: mi serve un altro esercito, un esercito diverso. Basta coi cittadini-soldato: è ora di mettere al servizio della Repubblica soldati professionisti, non importa se nullatenenti, disoccupati o sottoproletari . Non vi va bene? Toglietemi l’incarico e mettete al mio posto uno di quei nobili discendenti da antiche famiglie,  sempre pronti a riempirsi la bocca delle glorie degli antenati, ma incapaci di combinare  alcunché. Io, per parte mia,  non ho gesta di antenati da far valere, ma posso mostrarvi le cicatrici delle mie ferite ricevute in battaglia. Come dire: è il valore personale il vero discrimine, non il sangue.
Valore personale Mario può vantarne  in abbondanza, ma Giugurta è un osso duro, maestro del mordi e fuggi , conoscitore dei luoghi e delle tecniche di combattimento romane. E per di più, adesso ha un alleato: Bocco, re di Mauritania.  Come già Metello,  Mario deve sudare non poco per cogliere una vittoria qui, uno striminzito successo là. Poi un legionario ligure in cerca di lumache gli apre, casualmente, le porte della stanza del tesoro del re e il suo questore Lucio Cornelio Silla( lui sì di antica famiglia) tira dalla parte di Roma il re Bocco. Senza più soldi per pagare le proprie truppe, senza più alleati, Giugurta si batte con la forza della disperazione, ma ha il destino segnato. Sarà consegnato da Bocco a Silla e  morirà ( 104 a.c.)  nella città che, forse, si era illuso di comprare. Sul trono di Mauritania sale un suo fratellastro, Gauda, debole di mente.

Epilogo

Quella guerra in apparenza “ minore” fu decisiva per il destino della Repubblica. Come andò a finire? Male, inutile dirlo. Mario ebbe il suo trionfo, Silla si sentì defraudato; il conflitto fra i due si inasprì; il confronto fra optimates e populares , cioè fra sostenitori dell’autorità del Senato da una parte e del diritto sovrano del popolo di prendere decisioni dall’altra, diventò guerra aperta e  la Repubblica conobbe le liste di proscrizione, le sollevazioni interne, gli attacchi esterni, la guerra civile,  un bagno di sangue senza precedenti.
Le fu risparmiato il tracollo del sesterzio, questo sì, ma non  l’”uomo della provvidenza”.
Meditate gente, meditate.

Da leggere:

Gaio Sallustio Crispo, La guerra contro Giugurta, Bur

Plutarco, Vite parallele, Vita di Silla, Vita di Mario, UTET,

Su questo sito, se ti va puoi leggere anche:

Il sangue e la polvere
Canne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
Leggi l’articolo

Il sangue e la nebbia
217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.
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L’equivoco. Si va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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Sotto il titolo: Giambattista Tiepolo (1696-1770), Giugurta davanti al console romano( 1716 circa)


Il sangue e la nebbia

31/07/2011

Dintorni di Piacenza,  218 – 217 a.c. Quartieri d’inverno dell’esercito cartaginese.

Ci ha provato due volte, Annibale a valicare l’Appennino. Troppa neve, però, troppo freddo, troppo ghiaccio. E un vento impetuoso , affilato come una lama. Adesso è di nuovo qui, fermo nei luoghi del suo secondo trionfo ( la vittoria lungo il fiume Trebbia) e le cose non vanno bene. I Galli brontolano.  Hanno cominciato sottovoce, in pochi; poi  hanno continuato ,  sempre più forte, in molti.  E anche questa sera, nella casa  dove  alcuni di loro  sono riuniti, c’è chi si lamenta:  “Eravamo convinti  di ricevere vantaggi da questa alleanza; eravamo sicuri di arricchirci con il bottino tolto ai nemici. E che cosa abbiamo avuto? Poco o niente. E per soprammercato , adesso,  dobbiamo dar da mangiare  allo straniero e al suo esercito durante l’inverno. Speravamo  di tenere la guerra lontana dalle nostre case e invece la guerra  , finora, si è combattuta qui. Brutto affare. Forse, a pensarci bene,  sarebbe stato meglio scegliere  i Romani…..”
“Ma che dici?  Dimentichi  Brenno? Vuoi forse rinnegare il nostro  passato?” ribatte un altro.
“Già,  Brenno… Giocato dalle  oche del Campidoglio, se non ricordo male. Non fraintendetemi:   non rinnego alcunché .. Odio ancora i Romani, ma , adesso, in me , cresce  anche il risentimento verso  questo straniero. E’ bravo a promettere; ma quanto a mantenere… Ha battuto i Romani, mi dite? Certo , ma  ora sverna a nostre spese. Può piacermi tutto questo? Guardatevi intorno:  poco lontano da qui ,  i Romani , in armi, aspettano.  Che cosa aspettano? Che lo straniero commetta un errore . E allora, chi ci salverà? Chi salverà le nostre case? Le nostre famiglie? Quando Annibale se ne sarà andato, che ne sarà di noi?”

Due dei presenti si scambiano uno sguardo, le mani  stringono la spada. Un breve cenno del capo , più eloquente di mille parole, e sono fuori. Il freddo è pungente e soffia un vento fastidioso. L’accampamento sembra deserto. Guardano verso gli alloggiamenti di Annibale. Ci pensano da tempo: colpiranno presto.

Dintorni di Piacenza, inverno del 218-217 a.c., quartier generale di  Annibale.

“Ascolta , generale”.  I tre uomini  tengono il capo abbassato, uno di essi parla lentamente. ” Si prepara un attentato contro di te:  lo sappiamo con certezza. Qui, al campo, le  voci corrono, lo avresti saputo comunque…”  Rialzano il capo, con uno scatto di orgoglio. “Avremmo potuto far finta di niente, lasciare a te il compito di scoprire tutto, ma siamo venuti lo stesso. Molti di noi sono insoddisfatti, l’inverno è duro e se   i tuoi soldati mangiano , le nostre donne e i nostri figli fanno la fame.  Per questo,  alcuni  di noi  sono esasperati. Ma i più continuano  ad avere fiducia in te . Adesso  lo sai. Ricordatene, quando sarà il momento”.

Dintorni di Piacenza,  218-217 a.c. Quartieri d’inverno dell’esercito cartaginese.

Un uomo- più che un uomo,  un’ombra – si muove  fra i fuochi del  campo cartaginese.  E’ coperto da un mantello, i lunghi capelli gli scendono fin quasi sulle spalle. Avanza senza fretta, ma  con passo deciso. Di tanto in tanto, quando sfiora il fuoco di un bivacco, la luce , per un istante, gli illumina il viso. L’uomo si copre il volto con il mantello  : non vuole che qualcuno la veda, ma soprattutto non vuole che qualcuno riconosca il suo sguardo.
Non è solo. C’è un  altro  uomo con lui, anch’egli vestito in modo dimesso, senza insegne o gradi. E’ avvolto in un ampio mantello , la destra  stringe l’elsa della spada. Si guarda intorno continuamente, attento ai rumori e alle voci.
La tenda del comandante in capo è deserta. Quando gli attentatori  vi fanno  irruzione  trovano  nessuno. Lui, il comandante in capo, è al sicuro, in un’altra parte del campo,  sotto la tenda di un  ufficiale fidato. Dormirà lì, questa notte.  Si sfila  con movimenti lenti il mantello;  la mano del suo compagno  non impugna più la spada. E’ andata. Per quanto potrà continuare?
“La primavera sistemerà ogni cosa”, dice Annibale,  togliendosi la parrucca usata per mimetizzarsi” La primavera sistemerà ogni cosa”.

Roma, primavera del 217 a.c.

La sera è disturbata  dal vento. Nuvole nere si addensano, sempre più minacciose, sul cielo dell’Urbe. Il Foro è quasi deserto. I senatori più in vista se ne sono andati da poco e, con essi, la folla dei clientes  e dei postulanti.  Due uomini, due senatori, Gaio Lentulo e  Publio Fabricino  si attardano nei pressi del Foro. I due sono amici. Hanno licenziato i clienti , ma non hanno fretta di tornare a casa.  Gaio  Lentulo, il più anziano, si sistema la toga .  “ Queste  sedute  dedicate a  tributi e bilanci sono noiosissime. Ma quando ci sono soldi in ballo, non si può mancare. “ Alza lo sguardo verso le nubi. “ Fra poco pioverà”, dice, cambiando discorso. “ Il console Flaminio ha scelto un brutto giorno per  raggiungere  le legioni ”.
“ Pioggia o sole, un giorno vale l’altro”, ribatte  Fabricino  .  “Flaminio è un osso duro,  sa il fatto suo .”
“Auguriamocelo,  mio nobile amico,  ma  ho un brutto presentimento. Flaminio è partito quasi da privato  cittadino, senza insegne e senza littori,  senza fare i prescritti sacrifici, senza ricevere   l’investitura formale  da parte del Senato…”
“Non avrà voluto perdere tempo . O, forse,  avrà fiutato l’aria. A volte, lo sai anche tu,  i responsi degli àuspici sono manovrati. Se fossero stati sfavorevoli, avrebbe dovuto rinunciare a questa impresa”, lo interrompe Fabricino.
Lentulo sembra non  cogliere la provocazione e continua “ E, in più, è uomo impulsivo..”
“E’ impulsivo,  ne convengo. Ma la sua impulsività, come tu la chiami, ci ha già dato, qualche anno fa,  la vittoria sui Galli Insubri. Una grande vittoria.”
“Un colpo di fortuna, mio caro. E del tutto casuale. Annibale è fatto di un’altra pasta . La fortuna, lui, se la va a cercare: non l’aspetta, la provoca. E c’è anche dell’altro”.
“Dell’altro?”
“Sì,  dell’altro. Forse  gli dei ci  hanno  abbandonato…” Tace, pensieroso.
“Ah,  i prodigi di cui parla tutta Roma…..” Fabricino scuote la testa.
“Già, proprio   quelli. Da quando Annibale  ha lasciato la Gallia Cisalpina e valicato l’Appennino,  ne accadono  di tutti i colori. Le punte delle lance dei nostri legionari  prendono fuoco, gli scudi  sudano sangue, dal cielo cadono proiettili roventi, mieti una spiga di grano e quella sprizza sangue, la luna e il sole- me l’ha riferito un mio liberto, tornato dall’Apulia-   hanno cercato di oscurarsi a vicenda  , ogni giorno sfulmina a tutto spiano.  E, poi,  quelle parole! Le parole scritte su uno scudo  caduto dal piedestallo : “ Marte brandisce la sua lancia”. Perché quello scudo e non un altro? No , non sono tranquillo.”.
“Fossi in te non mi preoccuperei. Ragioniamo: o i prodigi sono fantasie  per creduloni o sono segni del volere divino . Se sono fantasie  per creduloni, hanno forse importanza? Se sono segni divini, basta  ingraziarsi gli dei . E non  sono stati fatti, forse,  i sacrifici per espiare? Non sono state celebrate le cerimonie  che i Decemviri, dopo aver consultato i Libri, ci hanno detto celebrare? Flaminio o qualcun altro ha offeso  gli dei? Abbiamo sacrificato, le nostre colpe sono state emendate.”
“Forse hai ragione tu, chi lo sa? O, forse, le colpe di Flaminio, le colpe di tutti noi sono molto  gravi  e  nessun sacrificio potrà  mai emendarle . Sarà per questo  che  gli dei  ci mandano Annibale,  accompagnato  da   segni premonitori?”
Dopo aver pronunciato queste parole Lentulo alza gli occhi  ancora una volta a guardare   il cielo e poi, quasi parlando a se stesso , sussurra: “Fra poco pioverà. Gli dei , di certo, hanno già deciso. Ma Annibale? Che cosa starà facendo in questo momento Annibale?

Primavera del   217 a.c. Campo cartaginese.

 “ Sceglieremo la  via più breve. “ . Annibale  sa dove è diretto  Flaminio: ad Arezzo. E vuole andargli incontro.  E’ piovuto molto nei giorni precedenti. L’Arno e  i torrenti dell’Etruria , in piena, sono straripati, inondando i campi. “ Passeremo attraverso  le zone allagate.  I nostri veterani e gli Ispanici si muoveranno per primi, i Galli li seguiranno  e formeranno il centro del nostro esercito in marcia ; e tu, Magone” e così dicendo indica il fratello” Tu e la cavalleria verrete per ultimi”.
Annibale è in piedi, davanti ai suoi ufficiali. Da qualche giorno non ci vede bene. L’occhio destro, in  particolare, gli fa male e lacrima. Colpa di quel clima infame , umido e  freddo; colpa delle veglie e delle notti insonni; colpa  della  stanchezza. Ma non lo dà a vedere. “ Sarà dura, ma ce la faremo. Dobbiamo farcela. ”, conclude.

Arezzo, accampamento del console Flaminio.

“Le campagne  bruciano, mi dici? Lo vedo da me, non sono cieco. Quei diavoli sono arrivati alla svelta. Come avranno fatto?  Con un tempo  simile poi …” Il console Flaminio, attorniato dai suoi ufficiali,  non  sembra  preoccupato: ostenta solo un atteggiamento di   distaccata meraviglia.
“Hanno attraversato le zone allagate, Annibale in testa   a tutti. Lui era all’asciutto, al sicuro sul suo elefante. Ma  gli altri  se la sono vista brutta. Non è piacevole marciare  per giornate intere con l’acqua alle ginocchia e , a volte, fino alla cintola, nel fango quando va bene, senza ripari e senza luoghi dove riposarsi.”
Chi parla è uno degli ufficiali di Flaminio: ha interrogato gli informatori, ha ascoltato i rapporti degli esploratori, conosce  i  disagi affrontati dall’esercito nemico. “ Durante la marcia”, continua, “  I Cartaginesi, per dormire qualche ora  all’asciutto , si sono  coricati  sui bagagli o sulle carcasse degli animali da soma stramazzati  per la  fatica. I  Galli, a un certo punto, hanno    ceduto  , ma , collocati com’erano al centro dello schieramento ,  non si sono  potuti fermare”.  Flaminio ascolta. Dice:  “Saranno stanchi, spossati, hanno avuto perdite. Siamo in vantaggio. E’ il momento di togliere il campo e di  non dar loro respiro”.
“Console”, posso esprimere il mio parere?” interviene  un altro ufficiale.  “E se  tutto questo fosse una trappola? Se Annibale avesse fatto saccheggiare  la campagna intorno a noi   non per sfamare i suoi , ma proprio per  farci muovere e  attirarci dove vuole lui? Limitiamoci a contrastarlo con la nostra cavalleria e con le nostre truppe leggere, mandiamo messaggeri al  console Servilio, aspettiamolo,  uniamo le forze e, solo allora,  diamo battaglia ”.
“Amico mio, trappola o no, dobbiamo muoverci. E dobbiamo farlo adesso. Aspettare ancora? Guardati intorno:  le proprietà e i territori degli alleati sono messi a ferro e a fuoco ,  le stesse  mura  di Roma sono minacciate. Posso permetterlo  ? Può permetterlo  il popolo romano?   No, non lasceremo Annibale libero di muoversi a proprio piacimento né di sfiggirci;  Servilio è già stato avvertito: è in marcia , sa  dove dirigersi. Ma se  fosse necessario , saremo noi a fare la prima mossa.  Aspettare? Non se ne parla: Annibale non deve godere di  questo vantaggio. Ne ha avuti anche troppi, finora”
Si alza . “ Levate le insegne”, ordina.

Fra Cortona e il lago Trasimeno, testa dell’esercito cartaginese.


Annibale è giunto in un punto dove il Trasimeno  è molto vicino alle alture sovrastanti Cortona.  Fra il lago e le alture  si stende una strada- più che una strada, un sentiero-  breve e molto stretta. Al termine della strada ,  si apre una pianura adagiata  a ridosso delle colline.  E’ un posto ideale per un’imboscata: c’è il lago da una parte, le alture tutt’intorno. Basta presidiare le  colline e mandare  la cavalleria   all’inizio della strada che immette nelle breve pianura, ordinare ai  cavalieri  di restare nascosti e di tenersi pronti.  Una volta entrati nella strada e sbucati nella  pianura, per  i Romani sarà difficile  uscirne . Si troveranno  i nemici da tutte le parti: di fronte ,  sul fianco , alle spalle .
Il problema è come attirarli nella trappola.
“Ci fermeremo qui” , ordina Annibale “ Preparate il campo”.

Arezzo ,  campo romano.

L’esercito è schierato in ordine di marcia, Flaminio si fa portare il cavallo. Monta in sella, ma l’animale è nervoso,  scalcia e s’impenna. Il console viene sbalzato di sella a cade rovinosamente . In silenzio,  vengono prestati i primi soccorsi.  Nessuno ha voglia di fare commenti.  Già, perché quella caduta  non è un buon  segno. Proprio per niente. Ha tutta  l’aria di essere un avvertimento divino e puzza di sorte infausta lontano un miglio.
“ Console!”, un centurione trafelato si avvicina a Flaminio, nel frattempo  rialzatosi senza gravi danni” Abbiamo un problema..”
“ Quale problema? Avanti, non stare lì come un cretino. Parla!”
“Ecco, balbetta l’ufficiale”  Ecco …”
“Vuoi sbrigarti, maledetto idiota? Dobbiamo aspettare ancora molto?”
“Un’insegna, console. E’ piantata al suolo e non riusciamo a  svellerla”.
Di nuovo  silenzio . Flaminio  se ne accorge.  Deve dire qualcosa. E non può sbagliare.
“Un’insegna , eh? E, dimmi,  non hai , per caso,  anche una lettera del Senato? Una lettera che mi vieta di combattere?  Ritorna da quella maledetta insegna , usa le pale  se le mani  dei tuoi soldati, contratte dalla paura,  non dovessero bastare  e toglila  da dove si trova!”.
I legionari approvano  le parole del console. Più  in là, alcuni ufficiali  si scambiano un’occhiata e scuotono la testa. Due prodigi infausti in una volta: butta male.

Colle di Montigeto, campo cartaginese.

 “ Abbiamo devastato  la campagna  intorno a Cortona secondo i tuoi ordini .  I Romani ci sono stati  alle costole  e non ci  hanno mollato”.
Annibale ascolta in silenzio le parole del fratello Magone. “ E’ un trucco semplice, ma dovrebbe funzionare.  “dice.
“Io,  però” ribatte Magone, scuotendo il capo “ non capisco una cosa:  Servilio sta scendendo in aiuto al collega e noi che cosa facciamo? Invece di sganciarci e di filarcela, andiamo a metterci dritti dritti  in mezzo fra lui e Flaminio”
Annibale sorride “Perché lo faccio, mi chiedi? Semplice:  Flaminio deve credere di essere in vantaggio, di averci messo con le spalle al muro,  di averci preso fra due fuochi, ecco perché lo faccio”
“E  pensi che Flaminio abboccherà?” , chiede Magone.
“ Non ne sono sicuro, ma che cosa potremmo fare? Abbiamo subito perdite lungo la marcia di avvicinamento, anche il mio elefante, l’ultimo , non ce l’ha fatta . Siamo in territorio nemico, a corto di viveri , qualcuno  dei nostri alleati brontola. Ci serve una vittoria. E ci serve subito. Perché, in caso contrario, gli alleati potrebbero abbandonarci.  Se poi  Servilio riuscisse  a  chiudere la tenaglia , dovremmo combattere su due fronti. Dobbiamo rischiare. Rischiare e sperare. Sperare nell’ambizione di Flaminio, nel suo orgoglio, nella sua voglia di combattere, nel suo essere refrattario ai consigli e alla prudenza. Sperare nel desiderio  di rivincita di tutto il popolo romano.  E rischiare , puntando tutto sul luogo, su questo luogo. A Flaminio prudono le mani. Vedrai , non aspetterà Servilio, puoi scommetterci  e , pur di non lasciarci scappare, pur di mantenere il vantaggio che crede di avere, si farà prendere dalla fretta. E commetterà un errore.” Si interrompe per un momento, seguendo il filo dei propri pensieri . “ Va’ ora“, dice poi, rivolto al fratello “ E portami notizie dei Romani, quando le avrai ”.

Passo di Borghetto, accampamento  romano.

“Console,  sarebbe opportuno ordinare  agli esploratori  di    dare un’occhiata ai dintorni ”
“Gli esploratori? Un’occhiata ai dintorni? Per il momento non è necessario . Vedremo domani.  Sistemate il campo e aspettate ordini”.
Per il console Flaminio, quella è  una notte agitata,  fatta di  sogni e di  risvegli improvvisi, di valutazioni e di ripensamenti.  “ A Roma c’è chi non vuole  lo scontro in campo aperto con Annibale:  pazientare, aspettare di essere in vantaggio,  queste sono  le parole d’ordine. Parole ripetute fino alla noia da Quinto Fabio Massimo, uomo in vista nell’Urbe, uomo  prudente e scaltro. Prudenza, sempre prudenza. E pazienza, per giunta.  Ma Roma non vuole questo. Roma vuole una vittoria, una vittoria decisiva. Certo che  Quinto Fabio Massimo ha ragione. Non sono stupido.  Dove volete che vada Annibale? Il tempo gioca a suo sfavore. Basterebbe aspettare. Ma c’è gloria nell’attesa? No, non per me, Gaio Flaminio, console romano. Ho già battuto gli Insubri( e il Senato non voleva quella campagna!), batterò anche Annibale e sarò ricordato come il salvatore della Patria. Un console romano comanda un esercito,    ha delle responsabilità: non deve nasconderle dietro tattiche attendiste.  Non aspetterò un minuto di più:  Annibale si è messo in trappola , è proprio in mezzo fra me e Servilio.  Non lo mollerò. Se, nel frattempo, Servilio sarà arrivato, tanto meglio; se non sarà arrivato, vedrò di guadagnare tempo anche per lui.  Un trucco? Non può essere. Annibale vuole gettarci fumo negli occhi per nascondere così la sua debolezza. Ecco spiegato il suo comportamento.  Non c’è altra spiegazione”.

Lago Trasimeno, campo cartaginese.

“ Ci siamo!”. Magone irrompe  nella tenda del fratello. Annibale è seduto e sta parlando con  alcuni ufficiali. Tutt’intorno brillano i fuochi del suo accampamento.
“Sei sicuro?” Chiede Annibale, alzandosi di scatto.
“Sicurissimo. C’è la conferma dei nostri esploratori  : i Romani sono qui, a poca distanza da noi. Procedono in ordine di marcia , sembra abbiano fretta.”
“ Bene, il trucco ha funzionato” dice quasi parlando fra sé e sé . Poi, rivolto ai presenti: “ Ora muoviamoci. Conoscete gli ordini. “
Gli ufficiali  escono dalla tenda e raggiungono i propri reparti.

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

E’ l’alba.  Sul lago ristagna   una leggera foschia.
“Il console a volte non lo capisco: ricognizioni? E perché mai? Per  l’intera notte abbiamo visto, davanti a noi, i fuochi lontani di un accampamento. Anche adesso  vediamo, davanti a noi .  Ma vediamo  intorno a noi?” Chi parla è un centurione della coorte di testa.
“ E che cosa  dovrebbe esserci  intorno a noi  ?” gli  chiede  un altro.
“Non lo so,  ma questa faccenda non mi piace” E così dicendo, rivolge uno sguardo, preoccupato, alle alture. “ Se soltanto avessimo  mandato un paio di pattuglie  a esplorare quelle  maledette colline. E poi, questa strada, questo sentiero così stretto, così incassato….Se avessimo qualcuno alle spalle e dovessimo tornare indietro..Non voglio pensarci. E se Annibale avesse fatto occupare dai suoi quelle alture? E se avesse pensato di chiuderci  la strada ? Un bel guaio, non credi? E tutto per non aver voluto esplorare i luoghi. Il console è un valoroso,  non ha esitazioni,   ma  a volte non lo capisco. Non lo capisco proprio.  Si fa accompagnare da servi carichi di  catene per imprigionare i nemici e non manda esploratori per sapere  se su quelle maledette colline si nasconda qualcuno.” E scuote la testa.
Sbucano nella breve pianura al termine del sentiero.
“ Ci mancava anche la nebbia, adesso”. E, in effetti, la foschia  si è trasformata in  una  nebbia fitta  e bassa.  “ Seguire le insegne! Mantenere l’ordine di marcia!”

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

“Ora!” Il segnale di Annibale viene trasmesso a tutti i reparti. Dalle colline , non ancora raggiunte  dalla nebbia ferma sulla pianura , scendono urlando migliaia  di soldati cartaginesi. Dalla parte opposta, la cavalleria di Maarbale e di Adrubale  esce dai nascondigli,  chiude il sentiero e piomba alle spalle delle legioni.

Periferia di Perugia, locanda del  grifone  : qualche tempo dopo.

Seduto  all’ombra di un grande albero, all’aperto, un uomo  sta parlando. Racconta del Trasimeno. E , intorno a lui, altri uomini ascoltano, attenti.
“Ci si vedeva poco o niente . Dov’erano i nemici? E  chi si  muoveva  vicino a te era davvero  un tuo commilitone? Sono scesi dalle colline come diavoli, urlando. Loro erano fuori dalla nebbia e sapevano dove andare ; noi, dentro la nebbia,  non vedevamo a un passo. Non ci si capiva niente.  O, meglio, una cosa la capivamo:  ci stavano venendo addosso da tutte le parti”.
Una breve pausa, un sorso di vino.
“Proprio così: fummo colti di sorpresa e andammo subito in confusione. Chi tentava di scappare, finiva dritto nel mezzo di una mischia furibonda; chi  voleva combattere , veniva ricacciato indietro da chi fuggiva terrorizzato . Un disastro!”
“ Ma tu l’hai scampata. Sei qui, bevi il tuo  vino  . Come è potuto accadere?
“ Annibale mi ha risparmiato. Finito di combattere,  ha detto a noi Italici superstiti: andate, tornate alle vostre case. Non vi sarà fatto alcun male. Siete liberi.
“ E  con i Romani ha fatto lo stesso?”
“ No. Li ha tenuti in catene. Chiederà un riscatto o li userà  come ostaggi”.
“ Ma perché ha lasciato libero te e tutti gli Italici e ha trattenuto i Romani?”
“Mah, vallo a sapere! Ho sentito qualcuno dire: Annibale è  lontano dall’Africa , ha bisogno di alleati.   L’unico modo per sperare di farcela è quello di sollevare gli Italici contro Roma. Liberando me e tutti gli altri è come se ci avesse detto: vedete, io  vi tratto e vi tratterò sempre meglio dei Romani. Insomma, spera di portarci  dalla sua parte. Ma tiro a indovinare.  Questa è politica, e di politica io mi intendo poco.”
“ Ma torniamo alla battaglia.  Come reagì  Flaminio?
“ Il console si è battuto da valoroso: ha mantenuto la calma, ha impartito  ordini, accorreva dovunque vedesse qualcuno in difficoltà.  Ma in quella confusione..” Una pausa, un altro sorso di vino. “ In quella confusione , urlare  ordini era una perdita di tempo. Il clamore dei nemici  spegneva tutte le nostre  grida , anche quelle del console.  Non scorgevamo  né insegne  né ufficiali, sembrava che  le legioni si fossero liquefatte. Poi, a un certo punto capimmo:  era inutile prendersela con gli dei,  la nostra sorte   dipendeva dalle nostre spade e allora ciascuno di noi divenne comandante di se stesso. Combattemmo  ognuno per sé,  con  grande accanimento. Ma i nemici ci avevano sorpreso, inutile negarlo. Il valore dei singoli legionari  non poteva avere la meglio su chi aveva saputo costruirsi il vantaggio fin dall’inizio.” Una breve pausa “ Annibale è un nemico  e non un nemico qualsiasi. Una grave minaccia per Roma, per l’ Italia,  per tutti noi. La personificazione stessa , sul campo di battaglia, dell’inganno e della frode, come dicono in molti.   Eppure….”
“Eppure?”
“Eppure, ci credereste?  non posso fare a meno di ammirarlo.  E non perché mi ha salvato la vita, no.   Ci vuole fegato per fare quello che ha fatto finora. E, tornando a quella giornata, una grande abilità : ci ha giocati come pivelli”.
“Combatteste  a lungo?”
“ La battaglia andò avanti, violentissima, più o meno per tre ore. Un’eternità, per noi.  A un certo punto,  il console  cadde , trafitto dalla lancia  di un  Gallo , desideroso di vendicare la sconfitta subita dalla propria gente, per mano di Flaminio,  qualche anno prima. Fu l’inizio della fine. La maggior parte di noi perse la testa e  non pensò più a  combattere. Ci fu chi , cercando di salvare la pelle , si inerpicò  sulle colline , lungo  sentieri da capre. Invano. Altri , per mettersi in salvo, si gettarono  nelle acque del lago: molti di loro  furono inghiottiti  dai gorghi o, ritornati verso riva, stanchi e spossati,  furono finiti dai nemici.  Qualcuno, sul momento ,  ce la fece. Seimila dei nostri attaccarono il nemico, riuscirono a passare   e  uscirono dalla gola. Erano davanti a  noi, all’avanguardia,  e ignoravano  ciò che stava succedendo dietro di loro. Quando furono sulle alture e la nebbia si diradò, videro tutto:  i morti, i feriti e il nemico vincitore. Si tolsero da quell’inferno alla svelta. Ma non corsero abbastanza veloci: Maarbale li raggiunse e   li fece tutti prigionieri. Ecco come andò  quel giorno al Trasimeno. “

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

Un ufficiale cavalca verso Annibale, immobile su una piccola altura.
“ Il corpo del console non si trova, generale” gli dice appena lo ha raggiunto” Lo abbiamo cercato dappertutto, ma non si trova”.
“ Cercate ancora. Il console si è battuto da valoroso, merita di essere sepolto con tutti gli onori. Trovatelo”.

Roma,  il giorno  dopo la battaglia.

Uomini e donne scendono per le strade dell’Urbe. Sembra che tutta Roma  si sia data convegno nel Foro. Una matrona irrompe nel mezzo della folla . Chiede “ Che accade ? E’ successo qualcosa di grave? Perché tanta gente ? Perché tanta eccitazione?”
“Non si sa molto”  qualcuno le risponde “Si parla di una grave sconfitta….”
“Una grave sconfitta? E dove? E che ne è dei nostri soldati?”
L’uomo non aggiunge  altro, non sa aggiungere altro   e, con espressione sempre più  preoccupata, si affretta verso la parte  nord-occidentale del Foro, dove si  è già radunata una folla enorme.
Le grida si sommano alle grida, le esclamazioni alle esclamazioni. Si formano capannelli.  C’è chi parla di una sconfitta di Flaminio; c’è chi,  al contrario,  si dice sicuro di una ritirata del console  su posizioni più favorevoli . Nel tentativo di alleviare  l’angoscia  resa più grave dall’incertezza,  le donne in ansia  per i padri,  per i  figli, per i  mariti in armi chiedono notizie a chiunque capiti loro a tiro . Tutti –  e non solo le donne -vogliono sapere.

Sono passate molte ore, il  tramonto è vicino, l’attesa si è fatta insopportabile.  Il  pretore  Marzio  Pomponio  compare davanti alla folla :  con fare grave e con voce rotta  annuncia  “ Siamo stati battuti. Una sconfitta  terribile” . Dopo aver pronunciato queste parole, il pretore  , a capo chino, si ritira.
La gente rumoreggia.  Flaminio è stato ucciso? Che ne è dei nostri figli, dei nostri padri, dei nostri mariti? Pretore, fermati, ti preghiamo. Ci devi una spiegazione. Non puoi andartene così. Che cosa dobbiamo sperare? Che cosa dobbiamo temere? ”
Tutto inutile. Pomponio è sparito. L’unica cosa certa, fonte di altre più terribili incertezze, è la sconfitta.

Roma, qualche giorno dopo la battaglia.

Da giorni, davanti alle porte della città, staziona una folla numerosa. E silenziosa. Ci sono molte donne. Con l’animo oppresso scrutano  l’orizzonte  , fin dove può arrivare il loro sguardo. Aspettano. Aggrappate alla speranza,  aspettano il ritorno dei propri uomini. Si avvicina  un gruppo di legionari.  Sulle corazze e sulle tuniche  dei soldati ,  si vedono, qua e là,   macchie di sangue raggrumato . Sono coperti di polvere e di fango e recano sui volti  l’umiliazione della sconfitta. Non hanno voglia di parlare.
Una donna esce dalla folla e  si  dirige verso di loro. Presto anche le altre donne la seguiranno. “ Avete notizie di mio figlio?  Militava nella prima coorte della seconda legione. “
Un soldato la guarda e senza fermarsi, trascinando il suo passo stanco  verso le porte dell’Urbe, le   risponde  mestamente : “ Quello che resta della prima coorte  è tutto  qui”. E  indica i compagni.
“Tutto qui? Siete dunque voi gli unici superstiti? Chiede  la donna, portandosi le mani al volto, allora mio figlio è… è   ..” e non riesce a terminare la  frase. Si sente mancare  e, priva di forze,  si accascia  su un sasso , lì, ai bordi della strada. Passa un altro gruppo di soldati , un altro ancora. Le ore se ne vanno , una dopo l’altra,  ma la donna non si alza. Non bada più a chi passa, il suo volto è terreo, gli occhi sbarrati.
“Madre!”
Il grido improvviso la scuote. Quella voce, quella voce.. Non è possibile! Non è possibile! Eppure, quella è la voce di mio  figlio. Sto sognando?
Si volta lentamente.
“Madre! Madre!”
Davanti a lei c’è un giovano soldato,  coperto di fango e di sudore , come tutti i reduci dalla battaglia . Una fasciatura, sulla coscia sinistra, è macchiata di  sangue. E’  sangue scuro, color ruggine, sangue rappreso.
“Non può essere, non può essere”. Si alza, corre, spalancando le braccia,  verso il figlio ritrovato. E ad un tratto, sente le forze venirle meno, il respiro farsi affannoso. Rallenta, si ferma, barcolla e, infine,  cade ,  senza vita  e senza un grido,  nelle braccia del figlio.

Appendice.

Un ritratto  al curaro.

Quando parla di  Flaminio, Livio va giù di brutto. Lo definisce arrogante ( ferox) per il precedente consolato, durante il quale, contro il parere del Senato, aveva portato guerra agli Insubri(223,a.c.), stanziati , grosso modo, nell’odierna Lombardia; poco timorato ( metuens) sia delle leggi , sia degli dei; temerario per indole ( ingenio) e sfrontato per la fortuna toccatagli  sia sul piano militare ( la citata guerra  vittoriosa contro gli Insubri), sia sul piano  civile( presentazione , nel 232 a.c.,  in veste di tribuno ,   della legge  sulla divisione dell’agro piceno e gallico, accolta con grande favore dalla plebe ; costruzione della via Flaminia , importante arteria di collegamento fa l’Adriatico a Roma). Insomma, secondo Livio, il console  si era montato la testa. E come si sarebbe comportato , sul campo di battaglia, uno del genere? C’è da chiederselo?  Con arroganza e con eccessiva precipitazione , senza consultare né gli uomini né gli dei.

Un’alleanza a rischio.

Che Annibale temesse inganni e  tiri mancini  da parte dei Galli , al punto da doversene andare in giro travestito,  è testimoniato da Livio (XXII, I) , il quale scrive  che “ pur essendo stato più volte insidiato dai loro capi, era stato salvato proprio dai reciproci tradimenti di questi, che svelavano le cospirazioni con la stessa leggerezza con cui avevano cospirato e si era protetto dalle insidie anche con l’inganno, cambiando ora la veste , ora le parrucche”. Vero o falso?

Soltanto  precipitazione?

Flaminio si cacciò  in una maledetta trappola , tralasciando  ogni cautela . Perché? Perché non prese le dovute precauzioni? Perché avanzò come se avesse il fuoco sotto il sedere?  Perché non fece esplorare le colline e le zone circostanti la strada che avrebbe dovuto imboccare? Perché non si accorse di quanto pericolosa fosse la sua posizione?
Perché era presuntuoso, vanaglorioso, superficiale , impulsivo e per niente timorato degli dei.  Gli storici antichi- Livio, in particolare, come abbiamo appena visto-  insistono su questo aspetto  , fornendoci  un quadro , nel complesso,  negativo dell’uomo e attribuendogli l’intera responsabilità della disfatta. Ma il carattere, per quanto importante, non spiega tutto. In fondo, a  Flaminio era affidata la  vita di migliaia di uomini oltre che, naturalmente, la  sicurezza di Roma; era un console, non un legionario  qualsiasi, insomma  aveva dei doveri. Da vivere  sul serio e non a cuor  leggero. A meno che- cosa da escludere- non fosse psicopatico.
Dunque, perché Flaminio entrò sconsideratamente  in quel malpasso? Gli storici antichi non lo dicono, dicono solo che entrò. Possiamo soltanto azzardare delle ipotesi.  Forse aveva fretta di raggiungere Servilio- in arrivo da  est- e di prendere in mezzo Annibale , prima che potesse sganciarsi; forse si aspettava da Annibale il rispetto  delle  regole d’ingaggio sacre per un romano  ( combattimento in campo aperto, alla luce del sole, senza inganni o trucchi)  e il ripudio di ogni insidia, a cominciare dalle imboscate  ( si spiegherebbe, in questo modo, il mancato invio di esploratori); forse riteneva Servilio più vicino  o  Annibale più lontano di quanto non fosse; forse sottovalutò le forze cartaginesi e sopravvalutò le proprie  o, forse, fu accecato davvero  dal desiderio di gloria  e non vide i pericoli ai quali andava incontro.

Dove e quando?

Fra le tante interpretazioni circa i luoghi della battaglia- non nominati da Livio- la più accreditata è quella di Gaetano De Sanctis, secondo la  quale il combattimento ebbe luogo nella pianura di Tuoro, a nord del Trasimeno, fra i passi di Borghetto e le alture di Montigeto, poste a nord-ovest della cittadina di Passignano. Secondo altri, il luogo della battaglia va posto tra Montigeto e Montecolognola, a nord-est del lago.
La battaglia fu combattuta, molto probabilmente , il 24 giugno del 217, secondo il calendario giuliano( in aprile, secondo il calendario non riformato).

La  mossa di Annibale.

Il console Servilio Gemino era a Rimini e il console Flaminio ad Arezzo.  Perché? Non sarebbe stato meglio , per i Romani, tenere unito l’esercito? Per cercare di dare  una risposta a questo interrogativo, bisogna fare un passo indietro. Annibale era reduce da due vittorie ( Ticino e Trebbia), ottenute entrambe  lontano da Roma, nella Gallia Cisalpina.  Non erano bastate, non sarebbero bastate. Se voleva, come voleva, sollevare  mezza Italia contro il potere  di Roma,  doveva portare la guerra nel cuore stesso della Penisola.
Quando, all’inizio della primavera del 217,  si mosse da Piacenza , gli si offrivano due possibilità: scendere da ovest, dopo aver varcato l’Appennino  in Liguria ( dove, arrivato in pianura, avrebbe potuto contare sull’appoggio della flotta) o altrove oppure lasciarsi l’Appennino alla sua destra e scendere verso il centro dell’Italia  lungo l’Adriatico. Ecco perché Servilio era a Rimini: per sbarrare la strada ad  Annibale, semmai avesse  scelto la seconda opzione. Come è noto, Annibale scelse, invece,  la via più difficile , valicò l’Appennino  e  puntò al  cuore di una delle regioni più ricche e fertili dell’Italia  di allora : l’ Etruria.  Da dove sia passato è ancora oggi oggetto di discussione. Probabilmente- ed è questa l’ipotesi più avvalorata- dal passo della Porretta, in direzione di Pistoia. Ad ogni modo,  con Annibale  in Etruria,  presidiare l’altro fronte, quello adriatico,   era inutile. Servilio, allora, lasciò Rimini,  si mosse  lungo la Via Flaminia  e andò incontro al collega  di stanza ad Arezzo. Il piano era semplice: i due eserciti consolari , l’uno provenendo da est ( Servilio), l’altro da ovest ( Flaminio) avrebbero dovuto prendere  Annibale fra due fuochi. Annibale,  allora, giocò il tutto per tutto:  lasciò perdere  ogni diversione,  puntò  dritto  su Cortona e il Trasimeno ,  andandosi  a mettere- e lo fece apposta-  proprio in mezzo ai due eserciti consolari. Almeno in apparenza, quello era un vantaggio per i Romani.  Fu il timore  di perdere  quel vantaggio   a tradire Flaminio, sceso subito da Arezzo  verso sud sulle tracce del nemico? Messa da parte ogni  cautela,  incalzò Annibale  perché non gli sfuggisse  e perché restasse inchiodato    lì, in mezzo a quella morsa che si stava delineando? Con buona pace di Livio ( per lui tutta la colpa, inutile ripeterlo, è di quel miscredente di Flaminio), questa è l’ipotesi più   probabile.

Cattivi presagi.

 Quando un console partiva per la guerra, si seguiva una procedura prestabilita – fatta di sacrifici agli dei, di pronuncia solenne di voti  e di investitura  ufficiale –  culminante con la consegna del mantello e delle insegne di generale , simboli  del  potere militare, l’imperium.
Questa procedura prevedeva anche l’interpretazione degli auspìci- richiesti dal console-  e l’indizione di feste particolari in onore di Giove, le cosiddette  Feriae Latinae. I consoli non potevano lasciare Roma e raggiungere la destinazione assegnata prima  di averle indette. Flaminio non si attiene alla  procedura prevista. Perché?  Per due motivi: teme di dare troppo vantaggio ad Annibale indugiando a Roma durante  le Feriae e  teme soprattutto un tiro mancino da parte del  Senato. Come dice Fabricino nel nostro racconto, gli auspìci venivano, spesso, interpretati in chiave politica: se chi li chiedeva era inviso ai potenti di turno( classi o individui)  , era facile che dagli auspìci uscissero responsi sfavorevoli. In questo caso, tutto da rifare: chi li aveva chiesti veniva rimosso dall’incarico.
Flaminio, dunque,  temendo-  forse a ragione, visti i suoi precedenti rapporti con il Senato-   una trappola, lascia Roma quasi da privato cittadino( Livio, meno tenero, dice che lo fa  di nascosto, senza insegne, senza littori, come un servo). Veste la toga pretesta, simbolo del suo potere, in un albergo di Rimini, non solennemente  davanti ai Numi Tutelari (i Penati) dell’Urbe. L’indignazione è grande , gli si intima di tornare. Niente da fare. Entrato in carica, celebra un sacrificio: salvata la poltrona, come si direbbe oggi, può farlo senza rischi.  Senza rischi? Il povero vitello sacrificale, colpito dagli officianti, si divincola e se la dà a gambe levate, lordando di sangue quasi tutti i presenti. C’è chi insegue la povera bestia ferita , chi  abbandona il proprio posto in fretta e furia:  insomma un  gran parapiglia . Che, come un’onda, si propaga alle persone vicine e  si fa generale. Brutto segno, si commenta: si preannunciano giorni infausti e terribili.
Flaminio non si scompone: si fa consegnare quattro legioni ( due dal console precedente, Sempronio; due dal pretore G.Atilio)  e parte alla volta dell’Etruria, per intercettare  Annibale.
La marcia di Flaminio inizia, dunque, all’insegna del sacrilegio( e … della iella) Livio, ad arte, unisce in poche righe ,  a conclusione del libro XXI,  i due avvenimenti, il sacrificio mal riuscito e la partenza, per  dirci che,  con un comandante così poco rispettoso degli dei  , il destino è segnato.

Cartine: consulta http://www.archeoguida.itEventiBattaglie

Da leggere:

Brizzi, Giovanni, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, il Mulino, 1997
Brizzi, Giovanni, Annibale. Come un’autobiografia, Milano, Bompiani, 2003,
Brizzi, Giovanni,  Scipione e Annibale, la guerra per salvare Roma, Roma-Bari 2007
Granzotto, Gianni,  Annibale, Oscar Mondadori 1980
Haefs, Gisbert,  Annibale. Il romanzo di Cartagine, Marco Tropea Editore 1997
Tito Livio, Storia di Roma , Mondadori, 2007
Polibio, Le Storie, Mondadori, 1955
Proserpio, Paolo,  Le battaglie di Annibale: da Sagunto a Zama, Varesina Grafica Editrice 1971
Rumiz, Paolo, Annibale. Un viaggio, Feltrinelli Editore 2008

Su questo sito, se ti va, puoi leggere anche:

Il sangue e la polvere Canne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
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Supermarius. Il crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
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L’equivoco. Si va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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La cartina è tratta da :http://www.warfare.itcampi di battaglia d’Italia

La battaglia in due parole.

Dopo aver battuto i Romani sul fiume Trebbia(218 a.c), Annibale trascorre l’inverno nei dintorni di Piacenza. La stagione è inclemente, i Galli brontolano. Due tentativi di valicare l’Appennino vanno a vuoto; gli elefanti da guerra superstiti non reggono il freddo della Pianura Padana e muoiono tutti meno uno, il leggendario Surus.
Spesso rischiando grosso, Annibale riesce a tenere la situazione sotto controllo e, in primavera, passa finalmente l’Appennino. A Roma sinistri presagi  annunciano l’arrivo del Cartaginese. Le lance prendono fuoco, le spighe del grano sprizzano sangue, la luna oscura il sole. Butta male.
Ma i Romani sono decisi a battersi. Quando la direzione di Annibale è chiara, il console Flaminio parte con le proprie legioni per intercettarlo, mentre il console Servilio, di stanza a Rimini, si mette in marcia per congiungersi al collega.
La manovra a tenaglia impostata dai Romani, tuttavia, viene vanificata . Annibale – uscito non senza fatica dagli acquitrini provocati da incessanti piogge- mette a ferro e fuoco la campagna, provoca Flaminio in tutti i modi  e scende verso il  Lago Trasimeno. Lungo il lago, corre uno stretto passaggio circondato da alture. Annibale si sposta dal colle di  Montigeto  all’estremità orientale del passaggio, pone il campo e ordina di ravvivare i fuochi. Deciso a non farsi sfuggire la preda, Flaminio lo segue e  entra nel passaggio. E a questo punto scatta la trappola.
Dalle alture dove era stata appostata , la fanteria cartaginese  si avventa  sui Romani, mentre Maarbale, con la sua imprendibile cavalleria numida, blocca ogni via di fuga. Due legioni vengono distrutte e lo stesso console Flaminio cade sul campo.