Un’isola troppo lontana

27/01/2019

Prologo

 

 

A bridge too far ( in italiano Quell’ultimo ponte) è il titolo di un libro del giornalista e scrittore Cornelius Ryan. È ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale e racconta il tentativo – fallito- degli Alleati di entrare in Germania passando dai Paesi Bassi. Il ponte( bridge) cui si fa riferimento nel titolo è quello di Arnhem, in Olanda, raggiunto ma non conquistato dai paracadutisti alleati. La sua mancata conquista pregiudicò la riuscita dell’intera operazione denominata in codice Market-Garden.
Ma, in inglese, l’espressione A bridge too far ha anche un altro significato. È un’espressione idiomatica traducibile liberamente con “ un passo più lungo della gamba”, “ qualcosa al di fuori della portata di qualcuno”. Stando così le cose, dunque, tentare di raggiungere ” a bridge too far” diventa un azzardo assai pericoloso.
E assomiglia molto a un azzardo quello compiuto, molti secoli prima, nel 415 a.c., dalla marina e dall’esercito di una superpotenza di allora. Se Cornelius Ryan fosse vissuto a quei tempi e avesse scritto di quegli avvenimenti, avrebbe intitolato il suo libro “ An island too far”, un’isola tropo lontana, alludendo, da un lato a un’isola reale e dall’altro all’azzardo di mettersi in gioco a più di mille chilometri da casa.
L’isola è la Sicilia; l’azzardo è quello che vede protagonisti Atene e gli Ateniesi.

Le balle di Segesta

Dopo la cosiddetta pace di Nicia ( 421 a.c.), Atene ha le mani libere e coltiva l’idea di espandersi a occidente, in Sicilia. Aveva già cercato di farlo qualche anno prima( 427 a.c.), ma il suo intervento a favore degli abitanti di Leontini ( oggi Lentini) si era concluso con un fallimento. Leontini è ora nell’orbita della potente Siracusa, la fazione democratica è stata espulsa dalla città e gli esuli bombardano Atene di continue richieste di intervento. Altre due città, Segesta e Selinunte sono ai ferri corti per questioni territoriali.
Selinunte ha l’appoggio dell’onnipresente Siracusa. Da soli, i Segestani non ce la possono fare, rischiano di finire come gli abitanti di Leontini. Sia Cartagine, sia Agrigento, interpellate in merito, non vogliono grane e respingono le richieste di aiuto. I Segestani mandano allora- siamo nel giugno del 416 a.c. – ambasciatori ad Atene- alla quale sono legati da vincoli di amicizia- e vengono subito al sodo. State attenti, dicono, perché se Siracusa afferma la propria egemonia sulla Sicilia, per voi sono dolori. I Siracusani sono di stirpe dorica, proprio come i vostri nemici spartani. Resisteranno un domani, se richiesti, alla tentazione di aiutarli? E che cosa succederebbe se la loro flotta cominciasse a correre i mari, a darvi fastidio, a disturbare le vostre comunicazioni? Dateci ascolto, aiutateci. Ci guadagnereste doppiamente: privereste Sparta di un potenziale alleato e non spendereste una dracma perché – udite, udite- pagheremmo tutto noi.
I soldi aprono porte e spalancano portoni. Sempre. Soprattutto quando a pagare sono gli altri. Figurarsi poi in guerra, dove l’oro conta a volte più del ferro. Proposta intrigante, pensano quei paraculi degli Ateniesi sempre più inebriati dal profumo dei soldi e solleticati dalla prospettiva di mostrare i muscoli a spese altrui. Discutono il caso in assemblea e per il momento si mantengono prudenti. Decidono, come primo passo, di raccogliere informazioni. Vogliono sapere a che punto sia la disputa fra Segesta e Selinunte e, soprattutto, se davvero nei templi segestani ci siano ricchezze a profusione. Inviano allora alcuni loro incaricati in Sicilia e aspettano.
Gli ambasciatori tornano all’inizio della primavera del 415 insieme ad alcuni inviati di Segesta. Che non sono venuti a mani vuote, ma con sessanta talenti in argento. Ecco qui, dicono i siciliani mostrando tutto quel ben di dio agli esterrefatti Ateniesi: sessanta talenti, sessanta navi. Per un mese. Il resto, se necessario, ve lo daremo in corso d’opera.
È una balla colossale. Segesta non può sostenere il costo dell’intera spedizione a lungo. E lo sa. Ma è stata furba. Ha truccato la partita facendo dell’apparenza sostanza. E gli inviati ateniesi ci sono cascati in pieno. Interpellati in proposito, confermano: i templi e le dimore private di Segesta traboccano di oro, di argento, di vasellame, di monete e di pietre preziose. Li abbiamo visti con i nostri occhi. Vero, ma non sanno di aver visto sempre le stesse ricchezze in luoghi diversi o vasellame prezioso avuto in prestito da altri. Un trucco da magliari sta per inguaiare – e inguaiare di brutto- Atene.
La decisione dell’assemblea è scontata. “ Che cosa aspettiamo? Armiamo sessanta navi subito, diamo pieni poteri ai nostri comandanti, sistemiamo la questione in Sicilia e vediamo di trarne vantaggio”. Con grande soddisfazione dei fedifraghi Segestani, sembra fatta.
Sembra, ma non è così. Nicia, uno dei comandanti ( gli altri sono Lamaco e la superstar Alcibiade), se potesse, si terrebbe volentieri alla larga da quell’avventura. Troppi rischi, nessun vantaggio. Rischio di compromettere la pace faticosamente raggiunta e perennemente in bilico; rischio di fare il passo più lungo della gamba; rischio di farsi un ulteriore nemico; rischio, in caso di sconfitta, di finire in ginocchio e di non rialzarsi più; rischio di pagare cara l’ambizione, l’inesperienza e l’impulsività dei giovani.
Lo dice chiaramente in assemblea e si becca la reprimenda di Alcibiade. Che, subito dopo, si pronuncia a favore dell’impresa, elencandone i vantaggi e autoproclamandosi degno del comando. Standing ovation, applausi, grida da stadio. In un clima da “armiamoci e partiamo”, i veterani si sentono invincibili; i più giovani non vedono l’ora di conoscere un mondo nuovo e di partecipare a un’impresa eccitante( come se le guerre, tutte le guerre, lo fossero).
Bene , interviene a questo punto Nicia, volete la guerra? E guerra sia. Ma attenzione. Ci aspetta un’impresa tutt’altro che facile. Siracusa è potente, ha navi, alleati, denaro. E , soprattutto, una cavalleria rispetto alla quale la nostra è poca cosa. Dunque, per stare sul sicuro, ci vogliono più opliti, più frombolieri e arcieri, più navi da trasporto, più triremi da guerra, più soldi. Quanto? A occhio e croce direi non meno di cento navi da combattimento, cinquemila o più opliti, unità di frombolieri, di arcieri e di fanteria leggera. Chi paga?
Sono richieste stratosferiche sparate di proposito. Nicia le spara grosse perché vuole far saltare l’operazione o, perché, per usare un eufemismo, vuole guardarsi le spalle. Il suo ragionamento è il seguente: se l’operazione salta a causa delle spese troppo alte, tanto di guadagnato per tutti: per me, per la pace, per Atene; se l’operazione viene autorizzata nonostante lo sforzo finanziario richiesto, io avrò fra le mani una poderosa macchina da guerra e potrei anche vincere.
Preferirebbe la prima soluzione. E di gran lunga. Ma Alcibiade ha seminato bene, spargendo ottimismo, suscitando entusiasmo. E in assemblea è la sua posizione a prevalere: si va, costi quel che costi. I pochi contrari tacciono: non vogliono fare la figura di chi rema contro. In questo clima drogato e sovraeccitato, il buon senso e la moderazione sembrano peccati mortali. Qualcuno si spinge oltre, molto oltre. La Sicilia? È solo il primo passo, poi toccherà a Cartagine.
A quando lo sbarco sulla luna?
I messaggeri partono alla volta delle città alleate, si levano soldati, si raccolgono soldi, si armano navi. Nonostante gli indovini predichino sciagure( ma non manca anche chi profetizza trionfi), nonostante alcuni intellettuali ( fra cui Socrate) nutrano seri dubbi sulla riuscita dell’impresa, si lavora di buona lena, si procede alacremente. La popolazione è cresciuta, la terribile epidemia di qualche anno prima è ormai alle spalle, c’è disponibilità di danaro. Insomma, indovini menagramo a parte, tutto sembra procedere nel migliore dei modi.
Ma qualcuno ci mette lo zampino.

Accuse e misteri

Una mattina, mentre i preparativi per la spedizione in Sicilia sono ancora in corso, gli Ateniesi si svegliano, scendono in strada e rimangono di stucco: le erme[1], le statuette votive poste , con funzioni beneauguranti , ai crocevia e all’ingresso delle case e dei templi, sono state profanate. Nottetempo qualcuno le ha sfregiate e/o ne ha asportato il pene. L’indignazione monta, si pensa addirittura a un complotto per abbattere la democrazia. Chi sa parli, è l’invito perentorio delle autorità. Ascolteremo tutti, compresi gli schiavi e i meteci.
Qualcuno comincia a parlare, salta fuori il nome di Alcibiade. Ha mutilato lui le erme? No, ni , forse. Però corre voce che abbia partecipato in passato a bravate del genere e che abbia inscenato una parodia dei misteri eleusini, in una casa privata, in presenza di un mucchio di ubriachi e- addirittura- di schiavi.
Tutto falso, ribatte Alcibiade. E incalza: processatemi subito, io sono pronto. Anche ad accettare una condanna, se mi troverete colpevole. Processarlo subito? Troppo popolare fra i soldati, troppo ben visto, troppo influente, troppo pericoloso. Meglio invocare un supplemento di indagine e lasciarlo partire. Al suo ritorno se ne riparlerà.
Si parte, dunque. Prima fermata Corcira ( oggi Corfù), luogo di raccolta di quel mini Overlord dell’antichità.

Come a Berlino secoli dopo, anche a Siracusa c’è chi si aspetta l’invasione. Se la aspetta, ad esempio, Ermocrate, un tipo in gamba con le armi e con le parole. Stanno per arrivare, dice ai propri concittadini. E non vengono certo con intenzioni amichevoli. Diamoci subito una mossa o sarà troppo tardi. Mandiamo in giro messaggeri, stringiamo alleanze qui da noi e in Italia. Se del caso, anche con Cartagine. Anzi, vi dirò di più: facciamo noi la prima mossa. Andiamo loro incontro a vele spiegate, spaventiamoli un po’ e chissà che non ci vada bene. Chi li comanda, infatti, non sembra entusiasta di questa avventura.
Come avrà saputo dei dubbi e dei tentennamenti di Nicia?
La sua esortazione, però, cade nel vuoto. Molti, moltissimi, non gli credono( “ Gli Ateniesi alle porte? Figuriamoci”); alcuni addirittura pensano che voglia approfittarne per ottenere maggior potere. Di muovere per primi, poi, neanche a parlarne.

Raggiunta Reggio( oggi Reggio Calabria), i comandanti ateniesi scoprono il bluff: Segesta non può pagare. Che fare allora? Nicia: facciamo vela verso Selinunte, sistemiamo le cose, mostriamo i muscoli e poi torniamocene a casa. Lamaco: è Siracusa il nostro vero obiettivo. I Siracusani non sono pronti: attacchiamoli subito e chiudiamo la partita. Più aspettiamo, più loro si rafforzano. Alcibiade (pensando a Nicia): Tornare a mani vuote? Non sia mai. Dotiamoci di una base operativa, stipuliamo alleanze in loco e, una volta verificato chi è con noi e chi è contro di noi, diamo addosso a Siracusa.
Nicia sarà anche timido, irresoluto e troppo prudente ma, viste le circostanze, la sua sembrerebbe una proposta improntata al buon senso. Ma non passa, non può passare. Lamaco –la cui proposta è forse la migliore- cambia idea e si schiera con Alcibiade. Catania( Katane), “ convinta” [2]a passare dalla parte degli Ateniesi, viene trasformata in base operativa.
La frittata è fatta.

Il patatrac

Nel frattempo ad Atene ne stanno succedendo di tutti i colori. Le indagini sulla profanazione delle erme e dei Misteri non si sono fermate né si fermano. Anzi. Si grida al complotto, si teme per la tenuta del regime democratico. In un clima da caccia alle streghe, decine di persone innocenti finiscono in galera e chissà quante altre ci finirebbero se a un certo punto, con la promessa dell’impunità, un presunto testimone non fornisse la propria versione dei fatti. Di cui è lecito perlomeno dubitare, chiosa Tucidide.
Salta fuori, fra gli altri, anche il nome di Alcibiade. Va processato, urla la folla. Ma Alcibiade è in Sicilia con la flotta, ha responsabilità di comando, è impegnato in un’operazione quanto mai delicata e complessa. Che fare? Istruiamo subito un processo nei suoi confronti come vuole il “popolo” o ne aspettiamo il ritorno? A riprova che gli dei privano della ragione coloro che vogliono perdere, Atene richiama Alcibiade. La nave di stato Salamina raggiunge Catania con il compito di riportare in patria lui e gli altri soldati accusati di empietà.
Non ci arriveranno mai. Forse approfittando di una tempesta, la nave su cui viaggiano beffa la Salamina e scompare. Alcibiade raggiunge prima Turi( colonia ateniese in Italia) e poi Sparta, dove viene accolto a braccia aperte dagli Efori ( e, stando alle malelingue, anche dalla moglie del re Agide). Abbonderà in carezze ( alla regina) e in consigli ( agli Efori), mettendo le corna al re e causando guai a non finire ai suoi colleghi impegnati in Sicilia.
Proprio una bella decisione.

Un fiume in inverno

In Sicilia, Nicia e Lamaco, orfani di tanto collega, non combinano granché. Faticano a trovare alleati. Le città greche di Sicilia, infatti, nicchiano, si mantengono prudenti e diffidano dei nuovi arrivati. I Siracusani, dal canto loro, riprendono animo e morale. Gli invasori tanto temuti sembrano essere in confusione, pasticciano a Ibla, sembrano restii ad affondare il colpo. Perché, allora, non assumere l’iniziativa, marciare su Catania e impartire loro una lezione?
Gli animi si scaldano. Gruppi di cavalieri armati si spingono fino al campo ateniese, si fanno beffe dei difensori, li deridono per il passo falso di Ibla. Li scherniscono: che cosa siete venuti a fare fin quaggiù? Siete venuti per riportarvi con le armi i Leontini o per abitarvi insieme a noi e diventare nostri vicini?
È ora di agire, pensano Nicia e Lamaco. Hanno un piano. Attiriamoli qui a Catania e, mentre loro lasciano Siracusa, noi nottetempo ci avviciniamo alla città via mare, sbarchiamo, scegliamo dove combattere e li aspettiamo. Esuli siracusani suggeriscono: attestiamoci nei dintorni del tempio di Zeus Olimpico. Lì il terreno è sconnesso: sembra fatto apposta per mettere in difficoltà la loro imprendibile cavalleria.
Già, ma come far scattare la trappola? E qui Nicia- o chi per lui- ha il colpo di genio. Invia una sua spia a Siracusa. L’uomo è conosciuto. Dice di venire a nome dei filo-siracusani di Catania, fornisce le generalità di alcuni di loro e nessuno sospetta che faccia il doppio gioco. E continua: gli Ateniesi non trascorrono la notte al campo, ma in città. Volete sbarazzarvene? Bene, ecco come fare. Fissiamo un giorno preciso. In quel giorno, voi vi presenterete con l’esercito davanti alle mura. Appena vi vedremo, noi chiuderemo le porte impedendo agli Ateniesi di uscire dalla città. Anzi, faremo di più: ne incendieremo le navi. A questo punto, per voi sarà una specie di passeggiata impossessarvi del loro campo.
Di fonte a una storia del genere, un minimo di prudenza non guasterebbe. Ma i comandanti siracusani sono in fibrillazione, smaniano dalla voglia di dare una lezione agli Ateniesi boriosi, supponenti e – secondo loro- anche un tantino cacasotto e si lasciano convincere: fissano il giorno dell’attacco e congedano lo spione.
Il giorno stabilito, le avanguardie siracusane raggiungono Catania, trovano il campo nemico deserto e nessuna nave alla fonda nel porto. Gli Ateniesi si trovano già nei pressi del tempio di Zeus a due passi da Siracusa, occupano un terreno disseminato di alberi, punteggiato di muretti, delimitato da uno stagno e da una scarpata. Il terreno meno adatto alla cavalleria. Non solo: hanno eretto palizzate a protezione delle navi, allestito una postazione fortificata e tagliato il ponte sul fiume Anapo.
E nei pressi dell’ ”invisibile” Anapo, fra lampi e tuoni, va in scena lo scontro fra i due eserciti. I Siracusani, tornati di gran carriera da Catania, hanno coraggio, si battono bene, ma , alla fine, devono cedere alla superiore abilità tattica degli Ateniesi. I vincitori, però, non sfruttano la vittoria(col senno di poi, un errore grave). Anziché affondare il colpo, si fermano, raccolgono i propri caduti( una cinquantina, stando a Tucidide) , consentono ai vinti di recuperare i loro( duecentosessanta), erigono un trofeo, e, essendo ormai sopraggiunto l’inverno, se ne tornano a Catania.
Stagione morta? Non esattamente. Gli Ateniesi, ad esempio, partono in tromba contro Messina convinti di farne un solo boccone e ritornano ai quartieri invernali con le pive nel sacco. Prima di partire per Atene quel serpente di Alcibiade aveva svelato ai Messinesi i piani di Nicia e Lamaco. Contano su una quinta colonna, aveva detto loro: individuatela, sbarazzatevene e, quando gli Ateniesi verranno, non potranno farvi alcunché. E così accade. Nicia e Lamaco se ne stanno tredici giorni a mollo davanti a Messina aspettando, invano, che qualcuno apra loro le porte della città. Ma neppure i Siracusani se ne stanno con le mani in mano: piombano in forze su Catania mentre gli Ateniesi stanno svernando a Nasso( Naxos), devastano il territorio circostante e poi se ne vanno. Insomma, nonostante la cattiva stagione, le spade non restano nei foderi.
Il conflitto si sta pericolosamente allargando. E non solo sul piano militare. Ogni giorno di più, infatti, esso assume i connotati di uno scontro fra imperialismo e autonomia, fra sopraffazione e desiderio di libertà. Nicia ne è consapevole e forse rimpiange di non essersi opposto, a suo tempo, con la necessaria determinazione a quella follia. Ma adesso non può più tirarsi indietro. Chiede rinforzi ( cavalleria, soprattutto) e soldi, progetta di stringere alleanze in funzione antisiracusana, coltiva l’idea di avviare trattative segrete, fa immagazzinare provviste.
Dal canto suo Ermocrate fa autocritica davanti all’assemblea. Perché siamo stati sconfitti all’Anapo? Per mancanza di valore? No, siamo stati sconfitti perché difettiamo di esperienza e di addestramento, perché comandiamo in troppi e questo genera confusione. Ridisegniamo la struttura del comando, approfittiamo dell’inverno per addestrarci, stringiamo alleanze. Detto, fatto. Gli strateghi siracusani passano da quindici a tre, Sparta e Corinto vengono allertate, i punti di possibili sbarchi difesi da robuste palizzate, il territorio intorno alla città viene fortificato, l’esercito riorganizzato,.

La differenza, però, la fa “il fattore A”. Dove “A” sta per Alcibiade. Davanti agli Spartani riuniti in assemblea anzitutto si giustifica: perché sono qui, perché in passato vi ho combattuto e cose di questo genere. Elabora una definizione tutta sua di “patriota” e di patria, si arrampica spesso sugli specchi. Ma quando parla di politica è lucidissimo.
Esagerando un po’, afferma: “State attenti, siete in grave pericolo. Atene vuole– e io lo so per certo- conquistare l’intera Sicilia, mettere piede in Italia, ridimensionare Cartagine e, infine, stringere d’assedio, per terra e per mare, l’intero Peloponneso. Siracusa va sostenuta: se cade lei, cade l’intera isola. E se cade l’intera isola, il Mediterraneo diventa più che mai un mare ateniese. E se diventa un mare ateniese, voi siete perduti o quasi.
Che fare? Se fossi in voi manderei un contingente in Sicilia, gli darei un comandante esperto e fortificherei il villaggio di Decelea, in Attica. Decelea non è molto lontana da Atene, controlla una via di comunicazione vitale per gli Ateniesi. Mandate laggiù una guarnigione permanente, correte la campagna, bloccate gli accessi alle miniere d’argento del Laurio e li avrete in pugno.”
Sarà andata davvero in questo modo? Tucidide giura di sì. Ma, forse, gli Spartani erano già arrivati da soli a conclusioni analoghe. Ad ogni modo, su consiglio di Alcibiade o per decisione autonoma, i Lacedemoni preparano un contingente da inviare in Sicilia. Lo comanderà il generale Gilippo. Un bastardo emerito. In tutti i sensi[3].
E gli invasori non tarderanno ad accorgersene.

L’assedio

Mentre a Sparta si discute, in Sicilia si mettono a punto piani di battaglia. Nicia il Prudente alla fine rompe gli indugi e decide di assediare Siracusa. L’obiettivo è quello di isolare la città chiudendola in una morsa da terra e dal mare, impedirle di essere rifornita e costringerla a capitolare. Avrebbe dovuto farlo un anno prima: adesso potrebbe essere troppo tardi. Ha ricevuto un po’ di soldi e qualche rinforzo, ma non sta bene di salute. La sua nefrite cronica si è riacutizzata e gli causa non pochi problemi.
Come va a finire? Lo sappiamo tutti. Gli Ateniesi sottovalutano Gilippo e le sue quattro navi, incapaci, secondo loro, di costituire una vera e propria minaccia; non bloccano subito il Porto Grande, permettendo ad alcune imbarcazioni corinzie di attraccarvi; occupano le Epipole( la terrazza rocciosa sovrastante Siracusa), ma ne lasciano colpevolmente sguarnita la porta d’ ingresso( il passo dell’Eurialo); subiscono le incursioni di Gilippo- entrato proprio da lì- e delle sue truppe reclutate in loco; non portano a compimento alla svelta il doppio muro per isolare la città; vengono sloggiati dall’importante posizione di Labdalo, subito utilizzata da Gilippo per allestire un contromuro difensivo; perdono Lamaco in combattimento; ammassano viveri e materiale al Plemmirio, restando senza risorse quando la posizione cade in mano al nemico.
Ricevono rinforzi al comando di un pezzo da novanta, l’invitto generale Demostene, ma non riescono a ribaltare la situazione. Al contrario. Gli errori si susseguono agli errori. Nicia rinvia di un mese la ritirata a causa di un’eclissi interpretata come un presagio negativo dagli indovini( i Siracusani ne approfittano e Plutarco, secoli dopo, accuserà Nicia di superstizione); gli Ateniesi si fanno intrappolare la flotta all’interno del Porto Grande, dove le loro triremi a causa dello spazio ridotto e del sovraffollamento non riescono a manovrare agevolmente né a sfruttare la propria superiore velocità ; da assedianti si trasformano in assediati e, alla fine, affrontati da forze superiori preso il fiume Assinaro, vengono annientati.[4] 
Pochi riescono a fuggire e a riparare a Catania; Nicia e Demostene vengono giustiziati ( secondo Plutarco si tolgono la vita); la maggior parte degli Ateniesi prigionieri muore di fame, di sete e di stenti nelle Latomie; altri vengono ridotti in schiavitù. Qualcuno di loro, col tempo, sarà affrancato per meriti insoliti: insegnerà i versi delle tragedie di Euripide ai propri signori e padroni e riceverà come ricompensa la libertà.
O, almeno, così ce la vende Plutarco.

Epilogo

Nel negozio del barbiere entra uno straniero. I due cominciano a parlare e il nuovo venuto, come se stesse esponendo una cosa a tutti nota, accenna, con dovizia di particolari, al disastro ateniese in Sicilia.
Il barbiere non crede alle proprie orecchie. Si precipita dagli Arconti e li mette al corrente di quanto ha udito. In quei tempi orfani di Facebook e di Twitter, le notizie – quelle vere e quelle false- viaggiavano lentamente, a volte per mesi. Gli Arconti e il popolo ateniese ignorano quanto accaduto in Sicilia. E tuttavia, per loro, le parole di quello straniero sono un concentrato di falsità. E del resto, con gli Spartani accampati a meno di venti chilometri da Atene, aspettarsi qualche tiro mancino è lecito. Tipo diffondere ad arte la notizia di una sconfitta ateniese in Sicilia per distruggere il morale della popolazione. Lo straniero viene arrestato, torturato e rilasciato solo quando altri testimoni, arrivati nel frattempo in città, confermano la sua versione.
Atene subì un contraccolpo tremendo. Numerose città sue alleate le voltarono le spalle; la Ionia rientrò nell’orbita persiana; la sua credibilità crollò. In Sicilia perse vite umane, denaro, navi. Dovette rinunciare per sempre a qualsiasi velleità espansionistica nel Mediterraneo, lasciando campo libero a Cartagine. Avrebbe resistito ancora per nove anni, ma le sue speranze di vittoria erano tramontate per sempre sulle spiagge e sulle alture di quell’ “isola troppo lontana”. Anche se ancora non lo sapeva, Atene era finita e non si sarebbe mai più ripresa. Sarebbero rimasti, questo sì, il suo glorioso passato e , in molti dei suoi abitanti, la saudade per un’epoca straordinaria e irripetibile. Ma a che cosa poteva servirle un passato glorioso? Avrebbe fermato Sparta? Avrebbe fermato, secoli più tardi, le legioni romane? Quando , nell’87 a.c., gli Ateniesi si appellarono al loro glorioso passato per evitare di perdere la città, si sentirono rispondere da Lucio Cornelio Silla che lui non era arrivato fin lì in nome del popolo romano per ascoltare lezioni di storia.
E la Sicilia? Trasse vantaggio da quegli avvenimenti? Lecito dubitarne. Già all’indomani di quell’incredibile vittoria, si riaccesero le dispute e le divisioni fra città e città, i Cartaginesi si fecero aggressivi,   a Siracusa si impose l’ ”uomo forte”.
Ne valeva la pena?

Da leggere:

Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, Il Mulino paperbacks, 2009
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton,2014
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La guerra del Peloponneso, Mondadori, 2006
J.F.Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Franco Ferrari, Bur, 2009
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Alcibiade, Vita di Nicia, UTET, 2010
Sergio Valzania, Sparta e Atene. Il Racconto di una guerra, Sellerio, 2017

Altri articoli sulla guerra del Peloponneso in questo sito:

 

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
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La freccia di Sfacteria

Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.).A Sfacteria va in scena qualcosa che ha dell’incredibile agli occhi dell’intera Grecia: più di quattrocento opliti spartani, intrappolati sull’isola, anziché combattere fino alla morte, gettano gli scudi, alzano le mani e si arrendono. Leggi l’articolo.

 

I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
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Le ali della farfalla.

Due città contese, un atto di valore, le avvisaglie di una guerra devastante.
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” Con parole o con forza di lancia”

424 a.c. “La legge comune della Grecia” tradita a Delio dai vincitori tebani.
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[1] Le erme erano statue raffiguranti il dio Hermes( Mercurio, per i Romani). Il dio era considerato il protettore dei viandanti. Quell’atto profanatorio fu interpretato da molti come un aperto tentativo di boicottare la spedizione in Sicilia ( il viaggio, appunto)

[2] Come numerose città greche della Sicilia, anche Katane-Catania diffida dei nuovi arrivati. E, prudentemente, si dichiara neutrale. Ma gli Ateniesi la vogliono a tutti i costi. Perché non è lontana da Siracusa, perché dispone di un ottimo porto, perché ha tutte le caratteristiche per diventare una base operativa ideale. Per raggiungere il loro scopo, ricorrono all’inganno. Gli strateghi ateniesi chiedono e ottengono di entrare da soli in città e di esporre le loro ragioni davanti all’assemblea. Mentre Alcibiade sta parlando, un contingente di opliti ateniesi, approfittando della scarsa sorveglianza, forza un ingresso e irrompe all’interno della città. I filo-siracusani fuggono e l’assemblea è costretta a decretare l’alleanza con Atene.

[3] Gilippo era figlio di uno Spartiate, Cleandrida, cacciato da Sparta per aver accettato denaro ateniese. La madre era probabilmente un’Ilota, il che faceva di Gilippo un mothax (μόθαξ). Mothax in greco antico significa, più o meno, “ fratellastro”. I mothaches (μόθακες ) erano figli di uno Spartiate e di un’Ilota oppure figli di una famiglia spartiate diventata povera( e quindi incapace di sostenere, senza l’aiuto di un’altra famiglia, le spese dell’addestramento completo o della partecipazione ai sissizi del proprio rampollo ) o anche figli di Iloti o bambini orfani “ adottati” da famiglie nobili e cresciuti insieme ai figli naturali . Non facevano parte della schiera degli Homoioi, degli “Uguali”, vale a dire dell’aristocrazia al potere, anche se qualcuno veniva cooptato per meriti particolari. Formalmente erano considerati uomini liberi e prestavano servizio militare. Stando ad alcune fonti antiche, anche il più celebre Lisandro, il vincitore di Egospotami( 405 a.c.), era un mothax.
Gilippo fu l’artefice della vittoria sugli Ateniesi in Sicilia. Spregiudicato, coraggioso, astuto seppe mettere in pratica tattiche e strategie vincenti. Cercò di risparmiare la vita a Nicia e a Demostene, non tanto per magnanimità e nobiltà d’animo, quanto perché voleva portarli a Sparta per rimarcare il proprio trionfo. Quando gli fu affidata, anni dopo, una consistente somma di denaro, Gilippo, alla faccia del proverbiale disprezzo degli Spartani per le ricchezze, non seppe resistere alla tentazione e se ne impossessò. Scoperto, fu condannato a morte in contumacia. Non ritornò più a Sparta.

[4] Quella che segue è la ricostruzione, per sommi capi, dell’assedio di Siracusa. Nella cartina tratta da Wikipedia sono riportati i principali luoghi dello scontro. Per i particolari si rimanda a Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Libri VI-VII, Bur

L’inizio delle operazioni.

Con un colpo di mano tanto audace quanto fortunato, gli Ateniesi si impadroniscono delle Epipole, la terrazza rocciosa sovrastante Siracusa. Vi costruiscono una posizione fortificata (6, sulla cartina)  e cominciano a erigere un doppio muro per isolare la città dalla costa nordorientale fino al Porto Grande(2). La fornitura d’acqua viene interrotta. A Siracusa si diffondono paura e sconforto.
L’arrivo di Gilippo.
Gilippo, intanto, salpato dalla Laconia con quattro navi, giunge a Taranto. Non ha informazioni recenti, ignora se Siracusa sia già caduta o se resista ancora. Partito da Taranto e approdato in Calabria, apprende che la resistenza continua. Ripreso di nuovo il mare, sbarca a Imera ( oggi Termini Imerese), raccoglie truppe in loco e marcia immediatamente verso l’interno. Dal canto loro, i Siracusani, sfiduciati e demoralizzati, pensano di intavolare trattative di pace con gli Ateniesi. E forse finirebbe in questo modo se una nave corinzia, partita insieme ad altre imbarcazioni dopo la flottiglia di Gilippo, non portasse per bocca del proprio comandante, Gongilo, la notizia dell’arrivo dello stratego spartano.
Il contromuro
I Siracusani riprendono animo, radunano l’esercito e vanno incontro a Gilippo. Questi, con le truppe del luogo, risale le alture fino all’Eurialo(12), lo trova sguarnito, ne approfitta e, riunitosi all’esercito siracusano, marcia contro gli Ateniesi attestati sulle Epipole. Offre loro una soluzione: ritiratevi entro cinque giorni e noi sospenderemo le ostilità. Nicia non gli risponde nemmeno.
Gilippo, allora, passa all’offensiva. Con un’audace azione si impadronisce del Labdalo(7) , privando gli Ateniesi di un’importante base logistica e di una posizione strategica favorevole. Quindi mette parte dei suoi uomini a edificare un contromuro(9) perpendicolare al costruendo muro ateniese, in modo da sbarrargli la via verso la costa settentrionale.
La reazione ateniese
Nicia reagisce impadronendosi del promontorio del Plemmirio(11). Vi vengono eretti tre forti. La flotta, arrivata nel frattempo, si schiera lungo il Plemmirio bloccando di fatto l’ingresso al Porto Grande e bloccando la città anche dal mare. Siracusa è quasi isolata.
Ordina, quindi, di attaccare l’esercito nemico al fine di interrompere la costruzione del contromuro( l’unico ostacolo che si oppone all’isolamento completo della città). In un primo scontro combattuto nello spazio fra i due muri – spazio ristretto, all’interno del quale la cavalleria non può agire con efficacia- gli Ateniesi hanno la meglio. Nel corso di un secondo scontro, Gilippo manda la sua cavalleria ad attaccare l’ala sinistra nemica, costringendola a ritirarsi. Lamaco, uno dei due comandanti ateniesi cade in combattimento .
L’inverno dello scontento
Gilippo chiede aiuti a Sparta, raccoglie rinforzi fra le città siciliane ostili ad Atene. Promuovere la spedizione senza un’adeguata conoscenza della Sicilia, dei suoi orientamenti politici, del suo territorio e senza stringere alleanze preventive è stato un errore fatale. E gli Ateniesi cominciano ad accorgersene. Nicia comunica ad Atene: la situazione è grave. L’ambiente è ostile, arrivano truppe e navi da Sparta e da Corinto. Sarebbe opportuno ritirarsi. Atene per tutta risposta invia in Sicilia una seconda forza di spedizione al comando degli strateghi Eurimedonte e Demostene.
La prima battaglia del Porto Grande.
Nella primavera del 413 a.c., Gilippo, nel tentativo di forzare la situazione prima dell’arrivo dei rinforzi da Atene, progetta un attacco via mare alla flotta ateniese e, via terra, alla posizione fortificata dl Plemmirio. Contemporaneamente.
Le triremi siracusane e alleate sono state modificate per sostenere meglio l’urto avversario. La prora, ad esempio, è stata allargata e rinforzata. Le triremi di Gilippo possono così, cercare di speronare le navi nemiche di fronte, anziché di fianco come si era soliti fare. Il braccio di mare ristretto, inoltre, toglie agli Ateniesi il vantaggio della mobilità, ostacolando loro le consuete manovre di speronamento.
La battaglia dura tre giorni. Il primo giorno nessuna delle due parti riesce ad avere la meglio sull’altra. Il secondo giorno non si combatte. Il terzo giorno è quello decisivo. Su indicazione di un comandante corinzio, il mercato viene spostato dall’interno della città direttamente sulla spiaggia. I marinai e i combattenti siracusani, dopo un primo attacco respinto, hanno così il tempo di prendere il rancio e di imbarcarsi subito dopo averlo consumato e di condurre vittoriosamente un secondo attacco nello stesso giorno. Colti di sorpresa, stanchi e affamati, gli Ateniesi si vedono affondare sette navi (contro due dei Siracusani). Altre triremi sono catturate o danneggiate seriamente. Ma , alla fine, le navi siracusane si ritirano.
Riesce invece l’attacco via terra al Plemmirio. I difensori dei forti, distratti dalla battaglia navale, non si accorgono dell’arrivo dei nemici e, colti di sorpresa, vengono sopraffatti. È un brutto colpo per gli Ateniesi. Al Plemmirio, infatti, erano state stivate quasi tutte le provviste e le attrezzature per le navi ( alberature, sartiame, remi). Inoltre la loro flotta non può più contare sugli approdi del Plemmirio ed è come confinata e quasi bloccata all’interno del Porto Grande. Per procurarsi i rifornimenti, le navi devono aprirsi la strada combattendo.
L’attacco notturno.
Demostene sta navigando verso la Sicilia. Dispone di una forza imponente: sessantacinque navi, cinquemila opliti, numerose unità di frombolieri e di soldati armati di giavellotto. Sale il morale degli Ateniesi, precipita quello dei Siracusani. Una volta arrivato, Demostene capisce che la permanenza degli Ateniesi in Sicilia è legata a una rapida vittoria. Cerca di ottenerla con un attacco notturno sulle Epipole. All’inizio ha successo. Il contromuro viene raggiunto e parzialmente demolito. L’immediato contrattacco siracusano getta però lo scompiglio fra gli attaccanti. In mezzo a una confusione indescrivibile, gli Ateniesi si ritirano benché siano molto più numerosi degli avversari. Il morale ne risente.
L’eclissi.
Dopo l’attacco fallito, Demostene valuta la situazione. La forza di spedizione originaria è ridotta malissimo. I soldati sono deboli, molti sono ammalati, il morale è basso. Il suo consiglio è quello di togliersi di lì alla svelta. Nicia è restio a farlo. Non vuole passare per sconfitto. Risponde: sono in contatto con alcuni notabili di Siracusa per negoziare la pace. Demostene non è convinto e ribadisce: lasciamo Siracusa e spostiamoci altrove, se proprio vogliamo continuare la guerra in Sicilia. Alla fine Nicia cede. Ma, alla vigilia della partenza, si verifica un’eclissi di luna. Consultati in proposito, gli indovini consigliano di lasciare passare “tre volte nove giorni” prima di togliere il campo per annullare gli effetti negativi del prodigio. Nicia ne segue il consiglio e sospende la ritirata, facendo, in questo modo il gioco di Gilippo.
La seconda battaglia del Porto Grande.
Gilippo approfittando dell’indugio di Nicia ha tutto il tempo per preparare un nuovo attacco combinato, per terra e per mare, allo scopo di chiudere agli Ateniesi ogni via di fuga. Il primo giorno attacca il muro ateniese, impegnando i difensori in scontri ravvicinati. Poi, il giorno successivo, dà il via all’attacco navale. Gli Ateniesi hanno una decina di triremi in più rispetto ai siracusani( 86 contro 76). All’inizio riescono a sfruttare la loro superiorità numerica e iniziano una manovra di aggiramento dell’ala sinistra nemica. Eurimedonte, il comandante, però, sbaglia manovra e non riesce ad acquistare la velocità necessaria per speronare le navi nemiche sul fianco. Vincitori al centro, i Siracusani non inseguono il nemico sconfitto, ma si dirigono contro le navi di Eurimedonte, rimasto nel frattempo isolato. Le triremi ateniesi non hanno scampo e lo stesso Eurimedonte cade in combattimento. A questo punto, i Siracusani bloccano l’entrata del porto con una fila di imbarcazioni poste le une accanto alle altre, isolando gli Ateniesi all’interno del Porto Grande.
La fuga
Gli Ateniesi tentano di forzare il blocco navale, cercando di abbordare le navi nemiche e trasformando lo scontro in una battaglia di opliti. Il loro primo – e unico- tentativo fallisce. A nulla valgono le esortazioni di Nicia e Demostene perché si faccia un secondo tentativo. I marinai, stanchi e provati, si rifiutano di salire a bordo delle navi. A questo punto, non resta altro che tentare di fuggire via terra. Bisognerebbe partire immediatamente. E, invece, gli Ateniesi indugiano. Motivo? Permettere ai soldati di preparare gli zaini. I Siracusani ne approfittano immediatamente e bloccano i passi montani e i guadi dei fiumi.
Quella ateniese è ancora una forza consistente e temibile: 40.000 uomini. Ma sono uomini in gran parte malati, affamati, demoralizzati . Quando cercano di aprirsi la strada lungo un passo chiave sulla via della loro salvezza vengono respinti.
Ultimo atto
A questo punto Nicia e Demostene cambiano direzione e cercano di raggiungere non più Catania, ma Kamarina o Gela. Durante la marcia notturna, parte dell’esercito- quella al comando di Demostene – perde il contatto con Nicia, si disunisce e il giorno dopo viene intercettata dal nemico. Demostene cerca invano di provocare una battaglia campale. Dopo essere stati sottoposti per un giorno intero al lancio di giavellotti, frecce e proiettili di fionda, Demostene e i suoi uomini si arrendono a condizione.
Adesso tocca a Nicia. Intercettato dal nemico e venuto a conoscenza della sconfitta di Demostene, Nicia si offre di pagare le intere spese sostenute dai Siracusani durante la guerra se questi lasceranno tornare ad Atene lui e i suoi uomini. L’offerta viene respinta. Tormentati dalla sete, i soldati di Nicia arrivano sulle rive del fiume Assinaro( nei pressi dell’odierna Noto) . E qui va in scena l’ultimo atto: i resti di un’armata imponente vengono decimati dalla fanteria e dalla cavalleria di Gilippo. È il settembre del 413. Nel marzo precedente, il re spartano Agide II aveva occupato e fortificato Decelea.
La guerra del Peloponneso è entrata nella sua fase decisiva.

L’immagine sotto il titolo è tratta dal sito “Istituzione Biblioteche Bologna”, consultabile qui:

  http://www.bibliotechebologna.it/eventi/51430/id/94296


“Con parole o con forza di lancia”

10/01/2019

Prologo

La città è Eleusi, il luogo il santuario di Demetra. Ai piedi della madre del re ateniese Teseo, Etra, anziane donne provenienti dalla città di Argo tendono i rami dei supplici. Che cosa chiedono? Chiedono l’intervento di Atene perché le aiuti , “ con parole o con forza di lancia” a recuperare le salme dei loro figli.
Gli spettatori presenti in teatro conoscono l’antefatto. La spedizione del re argivo Adrasto contro la città di Tebe si era conclusa con una sconfitta. Dopo la vittoria, il nuovo re tebano, Creonte, si era rifiutato di consegnare agli Argivi le salme dei caduti perché ad esse fosse data degna sepoltura. I cadaveri degli sconfitti giacevano ancora

nella morte che scioglie le membra
in cibo alle fiere dei monti.

A mano a mano che, sulla scena, il dramma prende vita, gli spettatori ammutoliscono. Nei loro cuori si mescolano indignazione e pietà, rabbia e sdegno. No, quelle non sono vicende lontane, confinate nel mito. Quelle vicende hanno qualcosa di drammaticamente attuale, riguardano tutti. Mai come ora i cadaveri insepolti davanti a Tebe richiamano alla memoria altri cadaveri insepolti.
Cadaveri di opliti ateniesi sul campo di Delio.

Pescare nel torbido.

Gli avvenimenti di Pilo e Sfacteria hanno lasciato il segno. Se Sparta ha il morale a terra, Atene è al settimo cielo; se una tremebonda Sparta forma unità di cavalleria e reparti di arcieri da affiancare ai suoi formidabili opliti, Atene moltiplica i propri raid per mare; se Sparta gioca in difesa guarnendo di presìdi le coste della Laconia e della Messenia, Atene prepara ambiziosi piani di espansione; se Sparta rinuncia a invadere l’Attica per paura di ritorsioni sui prigionieri di Sfacteria, Atene vede la possibilità di creare ribaltoni politici un po’ dovunque; se Sparta ha perso reputazione e certezze, Atene ha visto il proprio prestigio aumentare. È più forte di prima. E intende approfittarne.
Come? Espandendosi a spese della vicina Beozia, ad esempio. Probabilità di successo? Alte, stando agli strateghi ateniesi Demostene e Ippocrate. Il loro ragionamento è questo: la Beozia è in fibrillazione, alcune città-stato sono irrequiete. Tutto questo gioca a nostro favore e bisogna approfittarne. Entriamo in Beozia, attuiamo una manovra a tenaglia, occupiamo contemporaneamente Sife ( a ovest) e Delio (a est), costringiamo l’esercito nemico a combattere su due fronti . Se il piano funziona- continuano- tireremo le città ribelli dalla nostra parte; se ci va male useremo il territorio e le città conquistati come basi per condurre incursioni in lungo e in largo, tenere sulla corda i Tebani e i loro alleati, fornire aiuto alla guerriglia, provocare uno sconquasso politico, eliminare i “ santuari” spartani sul territorio.
Detto, fatto. Demostene lascia Atene con quaranta navi e si porta a Naupatto: destinazione Sife; Ippocrate – parente di Pericle – raduna l’esercito e si prepara a raggiungere Delio. L’operazione, però, è mal coordinata e niente va per il verso giusto. Demostene, con lo scopo di alzare un po’ di polvere e ingannare il nemico, lascia Naupatto e attacca dapprima una città qui, un villaggio là. Ma quando affonda il colpo, trova Sife superdifesa: i Beoti, messi sul chi vive da un certo Nicomaco hanno fatto affluire rinforzi e si apprestano a resistere; Ippocrate o perché ha capito male o perché ancora impegnato a formare l’esercito, non si è mosso da Atene. Demostene capisce che non è aria, abbandona l’idea di prendere Sife e vira verso la vicina Sicione. Ma anche qui niente da fare. Le navi ateniesi prendono allora la via del ritorno e fanno rotta verso Naupatto.
Con il suo esercito raffazzonato- Atene ha arruolato di tutto, persino meteci e stranieri- Ippocrate entra in Beozia e, essendo l’esercito nemico concentrato a Sife, non trova resistenza alcuna. Ma, poiché si è mosso in ritardo, non trova neanche Demostene. È, quindi, privo di appoggio. Il piano originario è saltato.
Giunto a Delio, ordina allora ai suoi di fortificare il locale tempio di Apollo con fossati, torri e terrapieni. Gli ci vogliono tre giorni. Del nemico nemmeno l’ombra. Una volta terminata l’opera, Ippocrate congeda gran parte della sua armata Brancaleone e rimane per impartire le ultime disposizioni alla guarnigione destinata a presiedere il forte. Gli opliti si fermano a circa un miglio di distanza dalle fortificazioni e lo aspettano.
I Beoti hanno lasciato in armi la città di Tanagra e si sono avvicinati a Delio. Quando vengono a sapere che gli Ateniesi stanno levando le tende, tirano un grande sospiro di sollievo. La maggioranza dei loro comandanti militari- i beotarchi- è per lasciar perdere: non sono più sul nostro territorio, se ne stanno andando, lasciamoli andare. Che interesse abbiamo ad attaccarli?
Ma c’è chi la pensa diversamente. Pagonda, ad esempio. È uno dei quattro beotarchi tebani, ha sessant’anni, esperienza da vendere, parlantina sciolta, idee chiare. Lasciarli andare, mi dite? No e poi no. Dobbiamo dare loro addosso. Qui e ora. E sapete perché? Perché sono nostri nemici; perché se non li attacchiamo ora, torneranno; perché sono degli sporchi imperialisti( non usa esattamente questo termine, ma il concetto è quello); perché dobbiamo difendere la nostra terra e vendicare un sacrilegio.
Pagonda argomenta, esemplifica, ricorda le gesta degli avi, infiamma, entusiasma e convince. Più che un comandante militare, sembra un rétore consumato. Con il morale alle stelle, l’esercito si mette allora in marcia e, non visto, si schiera in formazione di combattimento ai piedi di una collina.
Tanto per non smentirsi, Ippocrate è di nuovo in ritardo. Solo all’ultimo momento, infatti, viene a sapere della presenza del nemico. Abbandona allora in fretta e furia Delio, lasciandovi un presidio di trecento cavalieri; richiama le truppe leggere in marcia verso l’Attica; raggiunge i propri opliti già schierati a battaglia e li esorta al combattimento. Dice: noi Ateniesi, l’élite della Grecia, non combattiamo solo per conquistare la Beozia – cosa che già ci è riuscita una volta in passato- ma combattiamo per difendere il nostro territorio e per renderlo più sicuro. Vorrebbe aggiungere altro, ma non fa in tempo: annunciati dal peana, sulla sommità dell’altura sono apparsi, in armi, i Tebani. E i Tespiesi. E gli Acarnani. E i Tanagrei. E i Coronei.

La battaglia

Dove si svolse la battaglia? Su quale terreno? Non ne sappiamo molto. Da quello che si può ricavare, qua e là, dagli storici antichi, il luogo dello scontro era probabilmente un luogo mosso, accidentato, punteggiato di piccole alture e attraversato da brevi corsi d’acqua. Il campo di battaglia non doveva essere molto esteso in ampiezza ed era interrotto su entrambi i lati da profonde scarpate. Per numerosi studiosi moderni lo scontro ebbe luogo nei pressi dell’odierna cittadina di Dilesi.
È il tardo pomeriggio di un giorno di novembre dell’anno 424 a.c. Pagonda ha messo i Tespiesi e i Tanagrei all’ala sinistra, gli altri alleati al centro, i Tebani all’ala destra. E qui, al posto d’onore, i suoi sono schierati su una profondità di venticinque file. Venticinque file di bronzo e di ferro, venticinque file di corazze e di scudi, un muro impenetrabile, un micidiale rullo compressore di uomini duri e decisi. Rozzi e un po’ tontoloni stando agli Ateniesi ( e non solo), ma forti, robusti e vigorosi.
Dal canto suo Ippocrate dispone i suoi su una profondità di otto file, secondo lo schema classico. Colto quasi alla sprovvista, non ha tempo di fare altro. Le forze in campo –opliti, fanteria leggera, cavalleria- sono più o meno pari di numero. Ma le truppe leggere di Pagonda sanno combattere, quelle di Ippocrate no.
Quando gli opliti ateniesi vedono i nemici muovere di corsa verso di loro, fanno altrettanto. Col fiato grosso, perché c’è da correre in leggera salita. E ha il fiato grosso anche Socrate, oplita fra gli opliti, lo scudo saldamente imbracciato, la lancia impugnata con forza. Poi gli scudi cozzano contro gli scudi, le lance si abbassano.
L’ala destra ateniese sfonda nella parte sinistra dello schieramento di Pagonda: i Tespiesi, abbandonati da Tanagrei e Orcomeni, vengono isolati e letteralmente fatti a pezzi. La confusione è indescrivibile, il rumore assordante. Per la prima volta si registrano numerosi casi di “ fuoco amico”: opliti ateniesi cadono sotto i colpi dei loro stessi commilitoni, gli amici trafitti dagli amici, i padri dai figli, i fratelli dai fratelli.
Sul lato opposto, l’ala sinistra ateniese si trova davanti il muro di bronzo della falange tebana e non sfonda. Anzi, poco alla volta viene ricacciata indietro. Prende forma un abbozzo di aggiramento. Che Pagonda abbia sacrificato intenzionalmente i Tespiesi ( fra Tebani e Tespiesi non correva buon sangue) per attirare gli Ateniesi in una trappola? In assenza di una risposta certa da parte degli storici antichi e moderni, il sospetto rimane.
Mentre vanno in scena il sacrificio dei Tespiesi e la lenta avanzata del rullo compressore tebano, Pagonda manda la cavalleria in aiuto alla sua ala sinistra. Gli Ateniesi vedono quei cavalieri galoppare a briglia sciolta alle loro spalle e li credono l’avanguardia di un esercito più numeroso. E, di colpo, tutto cambia. I “quasi vincitori” vanno in panico, voltano la schiena al nemico e se la danno a gambe levate. Seguono urla, confusione, disperazione, eccitazione, sete di sangue. Ippocrate è uno dei primi a cadere. In un clima da “si salvi chi può”, i vinti abbandonano armi e armature e si precipitano verso Delio o verso l’Attica. Con l’adrenalina a mille i vincitori piombano su di loro, dando inizio al massacro.
Cala l’oscurità, le ostilità cessano. Chi è scampato alla carneficina si rifugia a Delio o a Oropo. E da lì, via mare, torna da dove è venuto. A Delio rimane una guarnigione e sui campi insanguinati resta un migliaio di cadaveri ateniesi.
Era usanza antica stipulare una tregua per recuperare le salme dei caduti e dare loro degna sepoltura. Ma questa volta non va così. I Beoti non ne vogliono sapere di concedere tregue. Agli Ateniesi dicono: rifiutandoci di consegnare i caduti, non rispettiamo le consuetudini e le leggi? E le rispettate forse voi che avete violato un tempio sul nostro territorio e commesso sacrilegio usando per scopi privati l’acqua consacrata al dio? E gli Ateniesi di rimando: non abbiano violato alcun tempio. Abbiamo conquistato parte del vostro territorio. Su questa parte c’era un tempio consacrato ad Apollo. Ce lo siamo presi ed è diventato nostro. E nei nostri templi noi facciamo quello che ci pare. Di che violazione parlate, dunque?
Si discute, ci si accusa reciprocamente, ma nulla cambia. Entrambe le parti restano ferme sulle proprie posizioni: gli Ateniesi si rifiutano di lasciare Delio e il suo tempio, i Beoti si rifiutano di concedere loro di seppellire i morti.

L’assedio

Fallite le trattative, l’ esercito di Pagonda- rinforzato da duemila Corinzi- si schiera davanti al forte; la guarnigione ateniese – al sicuro dietro le difese fatte erigere in precedenza da Ippocrate – si appresta a resistere. Nei campi circostanti, i cadaveri insepolti cominciano a decomporsi.
Stando a Tucidide, i Greci suoi contemporanei non sapevano condurre un assedio. E, infatti, tutti i tentativi di Pagonda di prendere il forte con attacchi frontali vanno a vuoto. I genieri di allora- per usare un termine moderno- erano alquanto scarsi. Ma quelli di Pagonda sembrano fare eccezione. Il loro ragionamento è il seguente: non possiamo entrare noi? Facciamo allora in modo che siano loro a uscire. Prendono un tronco d’albero, lo dividono in due per il lungo, ne scavano l’interno poi riuniscono le due parti ” come si fa col flauto”( Tucidide). All’estremità appendono un braciere, lo riempiono di zolfo e di altro materiale infiammabile, gli danno fuoco, lo accostano al muro del forte e, soffiando con grossi mantici nel tronco cavo, lo trasformano in un lanciafiamme ante litteram.
Le palizzate prendono subito fuoco, l’incendio si allarga, i difensori del forte fuggono. Molti riescono a salvarsi raggiungendo le navi alla fonda nelle vicinanze, altri cadono sotto i colpi dei nemici, quasi duecento vengono fatti prigionieri. Solo allora, a vittoria ottenuta, Pagonda autorizza gli Ateniesi a recuperare i resti dei loro caduti perché possano essere sepolti degnamente.

Battaglia decisiva?

Sparta aveva da sempre coltivato l’illusione di porre fine alla guerra del Peloponneso combattendo una battaglia di opliti decisiva. L’aveva cercata e provocata in ogni modo. Aveva periodicamente invaso l’Attica e distrutto i raccolti degli Ateniesi per costringerli a combattere. Di solito chi aveva la campagna invasa usciva in armi contro il nemico. Ma gli Ateniesi non avevano reagito e si erano ben guardati dall’uscire con i propri opliti in campo aperto. La loro formidabile flotta dominava i mari. E via mare arrivavano i viveri, il legname, i metalli, le armi e tutte le altre merci di cui la città aveva bisogno. E sempre via mare si potevano effettuare incursioni nel territorio degli Spartani e dei loro alleati allo scopo di infastidirli e di tenerli in apprensione. Perché, allora, rischiare tutto in un’unica giornata?
Per come si svolse e per come terminò, la battaglia di Delio fu una battaglia sanguinosa, crudele e feroce. Fu anche la battaglia decisiva tanto desiderata dagli Spartani e dai loro alleati? Per niente. Tutto rimase come prima( nell’immediato, almeno): non ci furono ribaltoni politici in Beozia, Atene continuò a dominare i mari, Sparta non ne trasse vantaggio alcuno. Non tutto andò male, in verità. Socrate, ad esempio, scampò al massacro, ritirandosi con ordine, seguendo la via meno battuta, protetto secondo Platone e Plutarco da Alcibiade in persona. Se fosse morto a Delio ( o a Potidea o a Anfipoli, dove aveva combattuto e combatterà con valore), la filosofia occidentale così come la conosciamo forse non sarebbe mai nata.
A Delio combatterono più soldati che a Maratona, ci furono mille morti ateniesi, cinquecento beoti, un numero imprecisato di feriti, numerosi prigionieri. Il bottino fu così ricco da permettere la costruzione nella piazza di Tebe di un grande portico ornato di statue di bronzo( Diodoro Siculo).
Fu una battaglia in grande stile, dunque. Anche nei numeri. Ma di cui abbiamo scarsa memoria. Tutti noi ci ricordiamo di Maratona, delle Termopili o di Salamina. Ma il nome di Delio ci dice poco o niente. Forse perché quella battaglia non portò nell’immediato cambiamenti politici e per questo non compare sui manuali? O forse perché, inconsciamente, non sappiamo rassegnarci all’idea di vedere i cultori e i creatori della bellezza( gli Ateniesi) sconfitti dalla forza bruta e quasi primitiva dei Beoti?[1]

L’altra Delio

Tre anni dopo Delio, il tragediografo Euripide mette in scena un’altra battaglia: la battaglia di Teseo, re di Atene, contro Creonte, re di Tebe. A raccontarcela, nella tragedia Supplici con la quale abbiamo iniziato il nostro racconto, è un messaggero testimone di quegli eventi.
Quella battaglia celebra il trionfo degli Ateniesi sugli empi Tebani. Eppure per bocca del messaggero, Euripide sembra raccontare la battaglia di Delio, non quella fra Creonte e Teseo. Ma a parti invertite, questa volta. Sul piano tattico, Teseo replica gran parte delle mosse vincenti di Pagonda; l’esito della battaglia a lungo resta incerto ( come accadde a Delio). Alla fine i Tebani e i loro alleati si disuniscono, crollano, se la danno a gambe levate e, con i vincitori alle calcagna, si rifugiano dentro le mura di Tebe.
Perché questa versione? Per alleviare negli Ateniesi il senso di frustrazione e di profondo sconforto conseguente alla sconfitta subita a Delio? O piuttosto per affermare anche una superiorità ateniese sul piano etico? Euripide non poteva ignorare quanto accaduto a Delio né poteva, ovviamente, ignorarlo il suo pubblico. E al suo pubblico Euripide sembra dire: a Delio le abbiamo prese, inutile negarlo. Ma abbiamo davvero perso? O non continuiamo e essere, piuttosto, superiori ai Tebani e a Sparta “ crudele e dall’animo volubile”? Noi rispettiamo le leggi- umane e divine- e le consuetudini , altri le disprezzano; noi diamo aiuto a chi ce lo chiede quando la causa è giusta, altri lo fanno per proprio tornaconto o non lo fanno affatto; noi non ci permetteremmo mai- come invece altri fa- di violare “la legge comune della Grecia” rifiutandoci di concedere la sepoltura dei nemici caduti in battaglia. La nostra è una superiorità morale destinata a perpetuarsi, proprio perché è radicata nel senso di giustizia e non è basata sulla sola forza delle armi. Comunque vadano le cose, noi abbiamo già vinto.

Epilogo

Le salme degli eroi riportate da Teseo hanno ricevuto gli onori dovuti ai defunti. Il rito si è compiuto, le supplici sono state ascoltate. Il passato è stato vendicato. Ma ci sarà un futuro?

voi, figli degli Argivi
cresciuti espugnerete la città
dell’Ismeno[2], compiendo la vendetta
dei vostri padri uccisi…..
Appena ombreggerà le vostre guance
il pelo, allora il popolo dei Danai[3]
muoverà con le armi di bronzo
verso le sette porte dei Cadmei[4].
E sarete per loro come amari
cuccioli di leone ormai cresciuti,
distruggerete la città

Parola di Atena

Da leggere:

Giovanni Brizzi, Il guerriero, l’oplita, il legionario, Il Mulino paperbacks, 2009
Euripide, Supplici, traduzione di Guido Paduano, Bur, 2009
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton,2014
Victor Davis Hanson, Il volto brutale della guerra. Okinawa, Shiloh, Delio: tre battaglie             all’ultimo sangue, Garzanti, 2005
Donald Kagan, La guerra del Peloponneso, Mondadori, 2006
Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Franco Ferrari, Bur, 2009

Altri post di questo sito relativi alla Guerra del Peloponneso:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
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La freccia di Sfacteria

Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.).A Sfacteria va in scena qualcosa che ha dell’incredibile agli occhi dell’intera Grecia: più di quattrocento opliti spartani, intrappolati sull’isola, anziché combattere fino alla morte, gettano gli scudi, alzano le mani e si arrendono. Leggi l’articolo.

I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
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Le ali della farfalla.

Due città contese, un atto di valore, le avvisaglie di una guerra devastante.
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Un’isola troppo lontana

Guerra del Peloponneso: la spedizione ateniese in Sicilia: cronaca di un disastro annunciato. Leggi l’articolo

 

[1] Se poco ci dice sul piano emotivo o su quello politico, la battaglia di Delio ha qualcosa da dirci sul piano militare. Viene combattuta su un terreno angusto e accidentato non, come era costume, in spazi ampi e privi di ostacoli; i Beoti si tengono nascosti fin quasi all’ultimo momento, non prendono posizione né si schierano apertamente di fronte agli Ateniesi, non scelgono d’accordo con loro il terreno su cui combattere, non definiscono le regole d’ingaggio( vince chi sfonda e niente inseguimento, ad esempio) come si faceva di solito; all’ala destra, le file della falange tebana sono tre volte più profonde rispetto all’usuale disposizione; la fanteria leggera e soprattutto la cavalleria risultano determinanti; una parte delle forze in campo( la cavalleria di Pagonda) viene tenuta di riserva, pronta a intervenire in caso di bisogno.
Un anno prima, a Sfacteria, lo stratego ateniese Demostene non aveva esitato a tormentare gli opliti spartani con i suoi frombolieri e con i suoi peltasti, rinunciando a qualsiasi scontro frontale; a Delio sono le riserve a decidere la battaglia. La tattica militare, insomma, sembra evolversi. E sono le circostanze a farla evolvere. In quella guerra è il gioco a dettare le regole, non il contrario. Certo, non siamo ancora alla rivoluzione e all’abbandono di tattiche consolidate e sperimentate da secoli, ma già qualcosa s’intravvede anche se ancora in modo casuale o episodico. Si comincia a capire, ad esempio, l’importanza di avere a disposizione truppe mobili da impiegare contro le formazioni chiuse, veri e propri rulli compressori finché i ranghi restano compatti, ma vulnerabili quando si disuniscono. Di qui l’importanza dei tiratori ( arcieri, frombolieri). Colpiscono da lontano, si disperdono e si raccolgono di nuovo, creano fastidio e confusione, sono quasi inafferrabili. Dal canto suo, la fanteria leggera, non gravata dalla panoplia, gode di maggiore libertà operativa.
E la cavalleria? Impiegata nella fase di inseguimento, per compiere incursioni in territorio nemico, per evitare manovre di accerchiamento o per contrastare incursioni in territorio amico non è ancora l’arma in grado di decidere le battaglie. O, almeno, non viene ancora vista come tale. Bisognerà aspettare Filippo II di Macedonia per vederla impiegata in modo coordinato- ed efficace- con la fanteria. Così come bisognerà aspettare Epaminonda per vedere perfezionata l’intuizione avuta da Pagonda a Delio. A Leuttra(371 a.c.), infatti, i formidabili opliti spartani subiranno una sconfitta durissima ad opera di una falange tebana schierata in modo completamente nuovo.
L’episodio di Delio fu, dunque, in gran parte casuale. Ma c’era stato anche un precedente diverso. A Spartolo, nell’estate del 429, un intelligente- e per nulla casuale- impiego della fanteria leggera e, soprattutto, della cavalleria aveva permesso agli abitanti della città di costringere gli Ateniesi a ritirarsi. E ad Anfipoli, un paio d’anni dopo Delio, cavalleria e fanteria leggera svolgeranno un ruolo di primo piano nella battaglia per il possesso della città. Episodi, se vogliamo, ma indicativi di un cambiamento ormai in atto.
[2] Antico nome di un fiume che scorre presso la città di Tebe. Oggi si chiama Hagios Ioannis.
[3] Si tratta dei discendenti del mitico Danao, re di Libia, il quale per  per sfuggire al fratello Egitto, lasciò il proprio Paese e approdò ad Argo, in Grecia. Con il termine Danai si indicano dunque gli Argivi. Tuttavia, il termine diventò, in seguito, sinonimo di “ Greci”.
[4] I Tebani. Così detti da Cadmo, il mitico fondatore della città di Tebe.

Il piano ateniese( La cartina è tratta da Wikipedia, Bataille de Delion)

 

 

 

 

 

L’immagine sotto il titolo raffigura Socrate durante la battaglia di Delio. Non posso però dire da quale sito essa sia stata tratta. Non avendo preso nota della fonte quando la consultai per la prima volta, non sono stato in grado di ritrovarla durante i successivi tentativi. Chiedo scusa al proprietario dell’immagine.

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Le ali della farfalla

24/04/2018

Prologo

Fa freddo e c’è ghiaccio dappertutto. I soldati non si azzardano a uscire dai ripari. Quando devono farlo per necessità di servizio, si coprono con pelli di pecora e calzano comodi calzari. Nonostante le calde vesti, nonostante i calzari ai piedi, più di uno non ce la fa e resta indietro. Ma c’è anche chi tiene duro. Uno, in particolare. Non ha calzari ai piedi, non indossa pelli di pecora, ma il suo solito, ordinario mantello. Sente il freddo, avverte la fatica. Eppure, mentre gli altri arrancano, lui avanza spedito, immerso nei propri pensieri, apparentemente estraneo a tutto ciò che lo circonda.

Due città contese

L’antica Epidamno oggi si chiama Durazzo. Ne conosciamo la storia, ne ammiriamo i monumenti e le bellezze naturali. Ma nel 436 a.c., Epidamno è solo “ una città alla destra di chi entra con la nave nel golfo Ionio” e di cui molti in Grecia ignorano persino l’esistenza.
La città di Potidea si trova nella Penisola Calcidica. È di origine corinzia, non è lontana dal Regno di Macedonia. Paga il tributo a Atene, ma è restata in buoni rapporti anche con l’antica madrepatria. Ogni anno inviati corinzi la raggiungono per controllare e soprintendere, ma anche per mantenere viva l’antica amicizia.
E lì, in quelle città apparentemente prive di importanza , una farfalla batte le sue ali. E quel battito d’ali scatenerà un uragano.

Epidamno non è una città tranquilla. Non lo è mai stata. Disordini interni, vicini bellicosi e aggressivi le hanno fatto perdere, a poco a poco, prosperità e benessere. Quando, nel 436, la fazione diciamo così “ democratica” prende il sopravvento e caccia gli oligarchi la situazione non migliora. Al contrario. Con l’aiuto di bande di tagliagole, i fuorusciti tentano di riprendersi il potere, corrono le campagne in lungo e in largo, distruggono raccolti e rendono precari traffici e commerci.
Gli abitanti di Epidamno non ne possono più: quella guerra di guerriglia implacabile e devastante deve finire. Chiedono allora aiuto a Corcira ( oggi Corfù) di cui Epidamno è una colonia. Come parlare al vento. I Corciresi non vogliono grane, ignorano la richiesta di aiuto e a Epidamno tutto continua come prima. Che fare allora? Se Corcira è sorda, vediamo se Corinto lo è altrettanto, si dicono gli Epidamni. Perché pensano di rivolgersi a Corinto? Perché Corcira era stata fondata, in origine, da coloni corinzi. E anche se, col passare del tempo, si era, a poco a poco, staccata dalla madrepatria , la sua origine restava sempre quella.
Prima di prendere una decisione, gli Epidamni consultano il dio. Si recano a Delfi e chiedono a Apollo se facciano bene o no, dopo il rifiuto di Corcira, a rivolgersi a Corinto. Per il tramite della sua sacerdotessa, Apollo risponde che sì, chiedere aiuto a Corinto è legittimo. Detto, fatto. I Corinzi, già da tempo infuriati per l’atteggiamento dei Corciresi sempre più supponenti nei confronti della madrepatria, non si fanno pregare e inviano a Epidamno- via terra, non via mare, per evitare le triremi nemiche-  un contingente di soldati e un gruppo di coloni.
Mossa pericolosa, visti i tempi. La Grecia, infatti, è un’immensa polveriera e una semplice scintilla potrebbe scatenare il finimondo. Sparta guida la Lega del Peloponneso – di cui Corinto fa parte; Atene guida la Lega Delio-Attica. Le due Leghe vivono una pace precaria e una mossa avventata di una delle due parti potrebbe portare a soluzioni imprevedibili e disastrose. Ecco perché l’intervento di Corinto in favore di Epidamno potrebbe innescare un pericoloso e incontrollabile effetto domino in tutta la Grecia.
Non va così. Nell’immediato, almeno. Sparta e Atene, infatti, si chiamano fuori. Corcira, però, non ci sta. Non vuole interferenze da parte di Corinto e, per fare capire che aria tiri, muove una flotta di una quarantina di navi verso Epidamno. Arrivati in vista della città, gli ammiragli corciresi intimano: “Cacciate i Corinzi e riammettete in città gli esuli.” E aggiungono: “Chi vuole può andarsene sano e salvo; chi resta sarà considerato un nemico.” Nessuno caccia i Corinzi, nessuno esce dalla città. La flotta allora prende posizione intorno all’istmo e, coadiuvata sulla terraferma dai fuoriusciti e dagli Illiri, stringe d’assedio Epidamno.

Anche a Potidea la situazione non è tranquilla. La città è alleata di Atene, ma da quando è stata fondata Anfipoli(437) ha visto i suoi traffici diminuire e la sua posizione chiave verso il Mar Nero farsi meno importante. Il re macedone Perdicca II soffia sul fuoco. È furbo e spregiudicato. Bada ai propri interessi; sfrutta la rivalità fra Sparta e Atene per rafforzare il proprio regno; si allea ora con l’una ora con l’altra stando attento a non concedere troppo sia all’una sia all’altra. Ce l’ha con Atene( con la quale fino a poco tempo prima andava d’amore e d’accordo) perché sostiene la ribellione di suo fratello Filippo, deciso a sostituirlo sul trono. Così non perde occasione per crearle difficoltà. Semina zizzania fra le città vicine- Potidea compresa- incitandole a ribellarsi. Perdicca non è il solo a soffiare sul fuoco. Anche Corinto- sempre lei- ha il dente avvelenato con gli Ateniesi e non lesina, per il tramite dei propri inviati, consigli più o meno interessati agli abitanti di Potidea.

Tuttavia, per il momento almeno, Potidea e le sue tensioni restano sullo sfondo. È sul Mar Ionio che il battito d’ali della farfalla si fa vento di tempesta. I Corinzi, infatti, forzano la mano: armano una flotta; bandiscono, in segno di sfida, una colonia a Epidamno; stringono alleanze. I Corciresi si allarmano e inviano ambasciatori a Corinto. Propongono di risolvere la questione con un arbitrato. O consultando l’oracolo di Delfi. Ma è un dialogo fra sordi. Un arbitrato? L’oracolo di Delfi? Togliete l’assedio e poi se ne riparla, è la risposta dei Corinzi. E allora voi sloggiate sia i coloni sia la guarnigione è la replica dei Corciresi. Non volete mandare via i coloni e i soldati? Benissimo. Neanche noi ce ne andremo: stipuliamo una tregua e discutiamo, qui e ora. Tutto tempo perso.
I Corinzi stanno preparando una sorta di spedizione punitiva e la tirano in lungo al solo scopo di ultimarne i preparativi. Una volta pronti, i Corinzi inviano a vele spiegate una flotta verso Epidamno decisi a farla finita una volta per tutte. Va loro male, molto male. Intercettata presso Capo Leuchimme ( o Leucimme) la flotta da guerra corinzia viene sbaragliata da quella di Corcira. Nello stesso giorno anche Epidamno cede e capitola.
Sembra finita lì. Quello fra Corcira e Corinto, per interposta Epidamno, ha tutta l’aria di essere l’ennesimo conflitto regionale destinato a non lasciare strascichi. Ma non è affatto così. I Corciresi, imbaldanziti, continuano a correre il mare, attaccando gli alleati di Corinto; i Corinzi rispondono costruendo e varando nuove navi da guerra. C’è un momento in cui le due flotte si trovano di nuovo l’una di fronte all’altra. Ma nessuna delle due ha intenzione di attaccare battaglia per prima e, subentrata la cattiva stagione, entrambe ritornano da dove sono partite.
Ma quello scontro mancato ha allarmato i Corciresi. A differenza di Corinto, essi non hanno alleati. Se quella disputa continua, rischiano di trovarsi isolati e a mal partito. Corinto infatti continua ad armarsi, non smette di impiegare capitali e forza lavoro per costruire navi, assolda rematori, ha l’appoggio di Sparta. Urge correre ai ripari, urge trovare alleati. E quale alleato più potente di Atene?I Corciresi inviano allora ambasciatori ad Atene per sondarne la disponibilità. Saputolo, anche i Corinzi fanno altrettanto.
A Atene, i Corciresi parlano per primi. Il loro è un discorso appassionato. Chiediamo aiuto, esordiscono. Datecelo e avremo con voi un debito di riconoscenza. E continuano: saremo sempre fedeli e leali. Prestateci ascolto e ci guadagnerete anche voi. Se stipulerete con noi un’alleanza, altre città della Grecia guarderanno a voi con occhi diversi. Diranno: Atene accoglie chi chiede aiuto. E, allora, in caso di bisogno con chi stringerebbero un’alleanza? Con voi, naturalmente. Accogliendoci come alleati non violerete gli accordi di pace. Il decreto riconosce a chi è neutrale di scegliere, se vuole, uno dei due blocchi. E poi lo sapete anche voi: la guerra ci sarà. E’ solo questione di tempo. E quando quel momento verrà, potrete contare sulla nostra flotta. E non è una flotta qualsiasi, badate bene: è la seconda flotta -i primi siete voi- dell’intera Grecia.
È vero, ribattono i Corinzi, se accetterete l’alleanza con Corcira non violerete la lettera del trattato di pace, ma lo spirito sì. Il trattato è nato per impedire che scoppino guerre, non per provocarle. Questo è lo spirito del trattato. Dobbiamo rispettarlo tutti, nessuno escluso. Siamo sempre stati in buoni rapporti, noi Corinzi e voi Ateniesi: potremmo mai diventare nemici acerrimi? Potremmo mai comportarci dall’oggi al domani come se fossimo nemici da lunga, lunghissima data? Non fummo forse noi, in tempi recentissimi, a dissuadere Sparta dall’attaccarvi?
La guerra è inevitabile? Le guerre sono decise dagli uomini. E le decisioni degli uomini si possono cambiare, modificare, aggiustare. Niente, dunque, è inevitabile. E poi, vi conviene allearvi con Corcira? Non limitatevi al qui e adesso. Guardate avanti. Se accoglierete Corcira nella Lega di Delo rischiate una guerra. E che cosa ci guadagnereste? I Corciresi hanno una flotta di prim’ordine? Vero, ma attenti: gli alleati non portano soltanto flotte, ricchezze o risorse, portano anche obblighi ai quali, una volta presi gli impegni, è difficile sottrarsi. Valutate dunque bene i pro e i contro, i costi e i benefici, prima di decidere.
Gli Ateniesi discutono a lungo. Alla fine scelgono Corcira( e la sua flotta). Ma lo fanno a modo loro. Va bene, dicono ai Corciresi, vi aiuteremo. Ma interverremo al vostro fianco solo nel caso in cui foste attaccati per primi. Si tratta, dunque, di un’alleanza difensiva, la prima di cui si abbia traccia nella storia greca. È Pericle stesso, stando a Plutarco(Vita di Pericle,29,1), a suggerirla. Atene vuole, insomma, procedere con cautela. Vuole avere dalla propria parte- semmai dovesse scoppiare una guerra- la potente flotta corcirese, ma non desidera allarmare troppo i Peloponnesiaci in generale e Sparta in particolare. E così ai comandanti delle dieci triremi inviate da Atene a Corcira viene ordinato di tenersi in disparte e di entrare in battaglia solo nel caso in cui ci sia un’evidente minaccia di uno sbarco corinzio sull’isola. Quegli ordini sono un incubo, commenta Donald Kagan, per qualsiasi comandante. Come capire, nell’infuriare di una battaglia, le vere intenzioni del nemico? Se si è cauti, si rischia di essere ininfluenti; se si è precipitosi, si rischia di venire invischiati in “ uno scontro non necessario”.
Dieci navi sono poche. E anche questo è un segnale. Vedete, sembrano dire gli Ateniesi, non abbiamo alcuna intenzione di fare guerra a Corinto. Se l’avessimo , riempiremmo di navi il mare. Ma ricordatevi: anche noi siamo della partita. Il messaggio è chiaro: piantatela con le vostre liti e finiamola qui.
Ma Corinto non sembra in vena di cogliere messaggi. Centocinquanta navi corinzie, intenzionate a dare battaglia, salpano alla volta di Corcira e nei pressi delle isole Sibota entrano in contatto con le triremi nemiche. È il settembre del 433 a.c. I Corciresi sbaragliano l’ala sinistra nemica, i Corinzi hanno la meglio altrove. Le navi ateniesi sono costrette a intervenire. Fanno bene? Fanno male? Un dato è certo: il loro non è un intervento risolutivo. Risolutiva è invece l’apparizione sulla scena dello scontro di altre venti triremi inviate da Atene in un secondo tempo. I Corinzi le credono l’avanguardia di una flotta ben più numerosa e si ritirano. Chi ha vinto? Chi ha perso? Abbiamo vinto noi, affermano i Corciresi. E i Corinzi di rimando: voi vaneggiate. Abbiamo affondato settanta navi, abbiamo più di mille prigionieri. Siamo noi i vincitori.
E Atene? Intervenendo a favore di Corcira contro Corinto ha violato le disposizioni del trattato di pace, si è fatta un nemico potente, ha messo in allarme Sparta e la Lega del Peloponneso. Ne valeva la pena?

Potidea è sempre più irrequieta. E con lei l’intera regione. Perdicca, infatti, non cessa di pescare nel torbido: invia ambasciatori a Sparta, cerca alleati in Tracia, istituisce una corsia preferenziale con Corinto, persuade gli abitanti della Penisola Calcidica ad abbandonare le città e a rifugiarsi a Olinto, fortificata per l’occasione. Atene si sente minacciata. Se Potidea dovesse staccarsi dalla Lega di Delo, altre città-stato potrebbero seguirne l’esempio. Sarebbe un colpo durissimo per il suo impero. C’è una sola soluzione: Potidea deve essere ricondotta all’obbedienza e Perdicca deve essere ridimensionato.
Mentre navi da guerra cariche di opliti si dirigono verso la Tracia, agli abitanti di Potidea viene ordinato di abbattere le mura, di cacciare gli inviati corinzi, di non accoglierne più in futuro e di consegnare ostaggi. Sono richieste dure, impossibili da accettare. Gli Spartani hanno promesso: se Atene vi attaccherà, noi invaderemo l’Attica. Dal canto suo Atene ha ordinato ai comandanti della flotta diretta in Tracia, di lasciar perdere per il momento Perdicca, di raggiungere Potidea, di abbatterne le mura e di prendere gli ostaggi. Forti dell’appoggio spartano, gli abitanti di Potidea si ribellano. Il battito d’ali della farfalla sta per scatenare un uragano.
Il conflitto, infatti, si allarga. Si combatte in Macedonia, si combatte a Potidea. Arrivano “volontari “ da Corinto; rinforzi consistenti da Atene. Quando i due eserciti vengono a contatto, i “ volontari” corinzi al comando di Aristeo si battono bene, riportano un’effimera vittoria sull’ala sinistra ateniese, ma non possono modificare l’esito dello scontro. Padroni del campo, gli Ateniesi cominciano a stringere il cerchio intorno alla città. Fanno intervenire altre truppe, la stringono d’assedio.
Parte la salva di accuse reciproche. Atene accusa Corinto – e di riflesso la Lega del Peloponneso – di aver indotto alla ribellione una città alleata e soggetta a tributo commettendo un  vero e proprio atto di guerra. Corinto ribatte accusando Atene di assediare una sua colonia e i Corinzi che in essa risiedono. Tuttavia, per ora, non è ancora guerra aperta. Corinto ha agito autonomamente, ma non è affatto intenzionata a lasciar perdere.
Messi corinzi partono alla volta di Sparta.

Epilogo

A Potidea, l’uomo che, imperturbabile, camminava scalzo sul terreno ghiacciato divide, soldato fra soldati, la tenda con Alcibiade, un giovane emergente di cui in Atene si dicono meraviglie e al quale si pronostica un futuro di successi. Durante uno scontro particolarmente duro, entrambi si battono con determinazione e coraggio. A un certo punto, Alcibiade cade a terra ferito. Sotto gli occhi di tutti, l’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato gli si mette davanti, lo protegge dagli assalti nemici e gli permette di mettersi in salvo. È un grande atto di valore. Che merita una ricompensa. Ma essa viene assegnata al giovane ferito non a chi lo ha salvato a rischio della propria vita. E a questo punto succede una cosa apparentemente straordinaria. L’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato è il primo a sostenere questa decisione. Servirà a far crescere in Alcibiade l’ambizione per le cose più belle e più nobili, dice.
Quell’uomo è Socrate.

Da leggere:

Andrea Frediani, La grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F.Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Platone, Simposio, 219-220, Adelphi, 1979
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Alcibiade, Vita di Pericle, UTET, 2010
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

Altri articoli sulla guerra del Peloponneso contenuti in questo sito:

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Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.).A Sfacteria va in scena qualcosa che ha dell’incredibile agli occhi dell’intera Grecia: più di quattrocento opliti spartani, intrappolati sull’isola, anziché combattere fino alla morte, gettano gli scudi, alzano le mani e si arrendono. Leggi l’articolo.

 

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424 a.c. “La legge comune della Grecia” tradita a Delio dai vincitori tebani.
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Sotto il titolo: Antonio Canova (1757-1822), Socrate salva Alcibiade nella battaglia di Potidea, Museo dell’Accademia di San Luca, Roma

 

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La freccia di Sfacteria

25/02/2018

 

Prologo

I delegati inviati da Sparta a Pilo per vedere e capire non impiegano molto tempo per rendersi conto della situazione. La flotta da guerra è stata quasi distrutta, le navi ateniesi controllano le acque e bloccano Sfacteria, il contingente spartano sbarcato sull’isola è tagliato fuori. Bisogna trattare. Viene stipulata una tregua. Gli Spartani si impegnano a consegnare le navi e a sospendere gli attacchi; gli Ateniesi non ostacoleranno i rifornimenti di cibo agli assediati e, a loro volta, non attaccheranno. La tregua resterà in vigore fino al ritorno da Atene degli ambasciatori lacedemoni. Poi si vedrà.

Una pace impossibile

A Atene, ambasciatori spartani poco laconici e insolitamente loquaci parlano chiaro: ridateci i nostri uomini e noi stringeremo con voi un trattato di pace e di alleanza. Di più: avrete anche la nostra amicizia. Se accetterete la pace, la Grecia tutta vi sarà grata. E ammoniscono: attenti a non inorgoglirvi troppo: la ruota della Fortuna oggi gira a vostro favore. Ma domani?
Gli Ateniesi, consapevoli di tenere il coltello dalla parte giusta, ribattono: ci offrite pace e amicizia? Sublime intendimento. Ma noi vogliamo anche qualcosa di più concreto: restituiteci Nisea, Pege, Trezene e l’Acaia [1]. Non è roba vostra, non le avete conquistate, ma ricevute a seguito degli accordi della pace precedente[2]. Ridatecele  e noi  toglieremo l’assedio a Sfacteria.
I delegati spartani non dicono di no. Anticipando i tempi, suggeriscono di istituire una commissione ristretta ( proprio come si farebbe oggi) per trattare la questione con calma, lontano da orecchi indiscreti. E, del resto, vanno capiti. Quattrocento dei loro sono intrappolati a Sfacteria, bisogna tirarli fuori di lì. Ma bisogna farlo senza umiliare pubblicamente gli alleati con concessioni in odore di resa o, peggio, di tradimento. Ecco perché chiedono colloqui riservati.
O, forse, non hanno secondi fini e vogliono davvero la pace. Quella guerra dura ormai da sei anni. Ed è una guerra diversa dalle precedenti, una guerra crudele e brutale. E costosa. Per entrambe le parti in conflitto. La popolazione di Atene è stata decimata da una terribile epidemia ( di tifo?), i campi dell’Attica giacciono in abbandono. In Laconia e in Messenia gli Iloti sono irrequieti; la  battaglia decisiva tanto attesa dagli Spartani non è stata ancora combattuta e chissà se mai lo sarà; si rischia uno stallo infinito. Conviene riflettere con attenzione, soppesare i pro e i contro, valutare i costi materiali e umani. Certo, le differenze (politiche, sociali, economiche) fra le due fazioni in lotta rimangono enormi; da entrambe le parti  ci sono troppe offese da vendicare e troppi torti – veri o presunti- da riparare. Per queste ragioni, sul medio periodo, la pace potrebbe rivelarsi fragile ed effimera. Ma un tentativo va fatto. E gli Spartani ci provano.
Gli Ateniesi, però, non ci stanno. Sale alla ribalta Cleone, populista ante litteram, adorato dalle folle ( un po’ meno dagli aristocratici), parlantina sciolta e ego smisurato. Rivolgendosi all’Assemblea, dice: fidarsi degli Spartani? E quando mai. Questi ci stanno prendendo in giro. Vogliono trattare? Trattare sul serio? E perché, allora, chiedono di fare le cose di nascosto? E, rivolgendosi ai delegati spartani, incalza: volete trattare davvero? E allora fatelo davanti a tutti ( in streaming, direbbe  un suo omologo – o un suo alter ego?-  di oggi).
La politica di Sparta è – ed è stata per secoli- quella di badare prima di tutto ai propri interessi  e poi a quegli degli altri. Ma adesso Sparta non può anteporre la salvezza dei quattrocentoventi uomini intrappolati a Sfacteria all’alleanza con Tebe o Corinto. Non può farlo nel corso di una trattativa pubblica, almeno. Così, visto che Cleone non cede sullo streaming, gli ambasciatori lacedemoni salutano, tolgono il disturbo e se  ne tornano da dove sono venuti.

La parola alle armi

La pace sfuma, la tregua scade ma a Sfacteria la protervia degli Ateniesi non accenna a diminuire .  La tregua è terminata e, stando ai patti,  rivolete indietro le vostre navi? Non se ne parla neanche. Durante la tregua avete compiuto scorrerie e attaccato le nostre posizioni. Non avete rispettato gli accordi. È una menzogna e un’ingiustizia, dite? Provate a smentirci, se siete capaci.
Gli Ateniesi si comportano in questo modo perché convinti di vincere facile. Sia sul campo di battaglia, sia ad Atene si nutrono pochi dubbi in proposito. Un pugno di uomini a corto di viveri, isolato dal grosso dell’esercito non può resistere a lungo. Invece quegli uomini resistono. L’isola è boscosa e accidentata. Per esperienza diretta, Demostene , il comandante ateniese, lo sa: quei boschi avvantaggiano chi si difende, ostacolano chi attacca. Nelle notti ventose, poi, quando il mare è agitato, piccole imbarcazioni si avvicinano al litorale e scaricano viveri per gli assediati. Non tutte ce la fanno. Così come, spesso, non ce la fa chi prova a passare a nuoto, tirandosi dietro otri pieni di semi di papavero e di lino misti a miele. Ma nonostante i fallimenti, c’è sempre qualcuno che ci prova. Per ottenere laute ricompense o, se Ilota, la libertà. Epitada, il comandante spartano, non potendo contare su linee di rifornimento sicure e continue, ha messo a mezza razione i suoi fin dall’inizio della tregua.
Le cose vanno dunque per le lunghe e ad Atene cresce il malcontento. Che storia è questa? Perché non siamo riusciti ancora a occupare l’isola? Qualcuno comincia a pentirsi di non aver accettato le proposte spartane e se la prende con Cleone. Al fronte, per i soldati di Demostene non va meglio. La pressione spartana su Pilo non accenna a diminuire, l’acqua scarseggia, il cibo arriva via mare. Col contagocce, però. Gli approdi , infatti, non sono facili e si rischia di andare a sbattere contro gli scogli. A turno, le triremi fanno la spola per rifornire gli uomini a terra. Si tratta di un’operazione delicata e pericolosa. Fra i soldati lo stress aumenta, la frustrazione cresce, il morale si abbassa. Anche perché, di lì a poco, sarebbe arrivata la cattiva stagione e se per allora l’isola non fosse stata conquistata gli assediati avrebbero potuto farla franca e tutta quella fatica sarebbe stata fatica sprecata.
Cleone, inutile dirlo, è sulle spine. Le notizie in arrivo da Pilo e da Sfacteria sono sempre meno rassicuranti? Tutte balle, afferma perentoriamente. Tutte balle? ribattono i latori delle notizie. Vieni a vedere di persona e ci saprai dire. Giusto, fa loro eco l’Assemblea: Cleone vada, torni e riferisca.
Questa non ci voleva, pensa Cleone. Se vado, torno e confermo quanto detto dai messaggeri mi sarà rinfacciato di aver raccontato frottole. Se vado, torno e, contro ogni evidenza, resto sulle mie posizioni ( “tutte balle”) ci farò la classica figura da peracottaro. Prova allora a metterla su un altro piano. Smettiamola di discutere se le affermazioni degli scout siano vere o false, mandiamo più soldati e facciamola finita. E aggiunge: ne prenderei io il comando se solo potessi farlo. Ma non posso, perché non sono stratego. È una mossa astuta e il bluff potrebbe anche funzionare se qualcuno non chiedesse  di vedere le carte.
Nicia, uno degli strateghi( e politicamente avverso ai populisti ) udita l’affermazione di Cleone risponde: se è per questo rimediamo subito. Ti autorizzo io a comandare quegli uomini. Io sono stratego e ho l’autorità per farlo. Anche i miei colleghi sono d’accordo. Che ne dici? Cleone pensa a una specie di scherzo. Quando mai si è vista una cosa del genere? È una cosa dell’altro mondo, contraria alla legge e alla logica e nessun magistrato ateniese vorrà e potrà darle corso. Sai che precedente creerebbe una situazione come questa? Secondo me, Nicia sta bluffando. Vuole fare il furbo e mettermi in cattiva luce presso l’opinione pubblica. Che cosa penserà di me la gente se adesso mi tiro indietro?
Certo che ci vado, è la risposta. Tanto – pensa- questa storia finirà presto in una bolla di sapone e io avrò salvato la faccia. Passano le ore, passano i giorni. Quand’è che partirai per la tua missione ? insistono gli Ateniesi. Cleone vacilla: dunque Nicia fa sul serio, vuole davvero cedermi il comando. Io? Partirei anche subito, ma lo stratego è Nicia: parta lui, secondo la legge. Ma Nicia insiste e chiama come testimoni tutti i cittadini di Atene. E loro, i cittadini di Atene- “ come fa di solito la folla”( Tucidide, V, 28 3)- non cedono. Anzi:  più Cleone accampa scuse, più gridano che parta.
Messo alle strette, Cleone accetta l’incarico. Si presenta in assemblea e, come costume di ogni buon populista, le spara grosse : entro venti giorni sarò di ritorno con i Lacedemoni prigionieri o non tornerò affatto. Pochi ci credono, più di uno si lascia scappare un sorrisetto beffardo: venti giorni? Non ce la farà mai. Ma gli avversari politici di Cleone gongolano: se cade in battaglia, ce ne liberiamo; se torna con i prigionieri, Sparta dovrà scendere a più miti consigli.[3]
Formato il contingente ( soldati di Lemno e di Imbro, quattrocento arcieri), firmato il decreto   di autorizzazione, Cleone parte per il fronte. In tutta fretta, chiosa Tucidide. Ha chiesto e ottenuto di avere come collega il solo Demostene, di cui gli è noto l’atteggiamento aggressivo.

Fine di un mito?

Cleone ha la fortuna dalla sua. A Sfacteria, infatti, la situazione è cambiata.  Un incendio provocato da un soldato sbadato( o affamato: si stava preparando il rancio) ha ridotto in cenere gran parte della vegetazione dell’isola. Gli assediati – più numerosi di quanto inizialmente ritenuto- non hanno più dove nascondersi e ripararsi. È il momento di portare il colpo decisivo. Demostene e Cleone riuniscono l’esercito, intimano agli Spartani di arrendersi e, ricevuto un netto rifiuto, sbarcano sull’isola ottocento opliti. C’è tensione. I soldati ateniesi temono tanto l’ambiente accidentato e sconnesso, quanto la fama di invincibilità della fanteria lacedemone.
All’estremità meridionale dell’isola gli Spartani hanno una guarnigione di una trentina di soldati e ne hanno una seconda- più numerosa- all’estremità opposta( dove ci sono rudimentali fortificazioni appoggiate a una parete rocciosa). Il grosso delle truppe è dislocato nella zona centrale.
La guarnigione di stanza nella parte meridionale viene colta completamente di sorpresa e sopraffatta facilmente. Poi, sul fare dell’alba, gli ottocento opliti sbarcati per primi vengono raggiunti dal resto dell’esercito. Demostene divide i suoi in reparti di duecento uomini ciascuno e li posiziona sulle alture. Sono reparti di arcieri, di frombolieri, di soldati armati di giavellotto. Completamente indifesi contro gli opliti. Se gli opliti, però, riuscissero a portarli a tiro delle proprie lance.
Ma non ci riescono. Disorientati da quella situazione del tutto nuova per loro, bersagliati da lontano dalle frecce degli arcieri e dai proiettili dei frombolieri, frustrati dalla tattica volutamente attendista degli opliti ateniesi con i quali non riescono a venire a contatto, accecati dalla polvere, assordati dalle grida e dalle urla degli attaccanti, impossibilitati a dare e a ricevere ordini, attaccati ai fianchi- e derisi-  dalla fanteria leggera, più mobile di loro, Epitada e i suoi opliti si ritirano, combattendo, verso l’estremità settentrionale dell’isola trovando riparo all’interno delle fortificazioni predisposte in precedenza.
E a questo punto le cose cambiano di nuovo. L’impetuosa avanzata ateniese si arresta davanti alle difese spartane; la manovra avvolgente non può più essere tentata; l’unica possibilità, ora, è l’attacco frontale. Gli Ateniesi ci provano più e più volte nel corso di un’intera giornata, ma ogni volta vengono respinti. Benché a corto di viveri, benché ridotti di numero a causa delle perdite, benché costretti in quello spazio limitato, non più bersagliati da tutte le parti dalle frecce degli arcieri, non  più tormentati dagli inafferrabili psiloi, Epitada e i suoi uomini schierano la falange e resistono. Sembra di essere tornati  – si parva licet– alle Termopili: un pugno di uomini determinati, addestrati e decisi tiene in scacco forze superiori.
Le Termopili avevano un punto debole: il sentiero dell’Anopaia, mal presidiato dai Focesi. Anche Sfacteria ha il suo punto debole: la parete rocciosa sovrastante il forte.  Alle Termopili era stato  il traditore Efialte( o chi per lui ) a indicare ai Persiani il sentiero; a Sfacteria è il comandante dei Messeni, Comone,  a prendere l’iniziativa. Con un gruppo di arcieri e di psiloi scala la parete rocciosa ( considerata insormontabile) e si presenta alle spalle degli Spartani. Presi fra due fuochi, i difensori cedono. Cleone e Demostene fermano gli attacchi e intimano agli Spartani di consegnare le armi. Come reagiranno i Lacedemoni? Impugneranno più forte la lancia, stringeranno più saldamente lo scudo e ripeteranno con orgoglio le parole di Leonida ai Persiani: se volete le nostre armi, molòn labé, venite a prenderle?
Niente di tutto questo. Gli Spartani gettano a terra gli scudi e agitano le mani: smettono di combattere e accettano una tregua. Epitada è caduto con le armi in pugno; il secondo in comando, Ippagrete, è gravemente ferito. Allora è Stifone a condurre le trattative per gli Spartani. Dice: lasciate che uno di noi raggiunga la terraferma e al ritorno ci riferisca le istruzioni ricevute. Ma Demostene e Cleone non ne vogliono sapere. Che siano araldi spartani a raggiungere l’isola e a dire come dovete comportarvi, ribattono. Sbarcati a Sfacteria, gli araldi riferiscono a Stifone e ai suoi: la decisione è vostra. Fate come credete, ma salvate l’onore. Dopo una breve consultazione, Stifone e i suoi consegnano le armi e si arrendono. Ne erano stati sbarcati quattrocentoventi, duecentonovantadue vengono fatti prigionieri. Fra questi ci sono centoventi Spartiati appartenenti alle famiglie più in vista di Sparta.

Lì, in quell’isoletta devastata dagli incendi si infrange un mito. Lo stupore è grande anche fra i vincitori: gli invincibile Spartani, i valorosi combattenti delle Termopili e di Platea, i leggendari fanti corazzati vincitori di mille battaglie disobbediscono alle leggi di Licurgo, non restano al proprio posto fino alla morte, non antepongono alla propria vita il proprio onore e il proprio valore , non temono l’atimìa, il disprezzo dei concittadini e gettano le armi. Non era mai successo. Non a memoria d’uomo, almeno.
A Sparta il contraccolpo è terribile. Il suolo sacro della patria è stato violato; i Messeni partono dalla testa di ponte di Pilo e devastano il territorio; gli Ateniesi, occupata l’isola di Citera abitata da Perieci, hanno basi navali tutt’intorno al Peloponneso e sono in grado di intercettare le navi mercantili cariche di grano provenienti dall’Egitto e dalla Libia. Qualsiasi reazione è condizionata dal timore di non rivedere più gli uomini catturati a Sfacteria: se si invade l’Attica e si devastano i raccolti, se si tenta di riprendere Citera,  gli Ateniesi per rappresaglia potrebbero giustiziare gli ostaggi.
Lo sconforto sale, la fiducia in se stessi viene meno. Solo allora ci si rende pienamente conto del clamoroso errore commesso occupando Sfacteria. Per impedire agli Ateniesi di usarla come base per compiere raid( ma era davvero questa la loro intenzione?) si era agito d’impulso, senza riflettere sui possibili rischi e sui pericoli di una tale operazione. Compresa l’eventualità di un blocco navale , poi puntualmente verificatasi.
Prima di Sfacteria gli Spartani scendevano in battaglia decisi e determinati, dopo Sfacteria sono titubanti e incerti; prima non avevano cavalleria né arcieri, dopo, “ contrariamente alle loro abitudini” ( IV,55, 2) istituiscono un corpo di cavalleria e formano reparti di tiratori; prima, certi del proprio coraggio, erano sicuri di vincere ogni battaglia , dopo temono di fallire perché scoraggiati e non “ avvezzi alla sventura”.  Cercano in ogni modo  e più volte di venire a patti con gli Ateniesi senza ottenere alcunché. All’indomani dei fatti di Pilo e di Sfacteria, Sparta tocca il suo punto più basso: demoralizzata e sfiduciata, guarda con preoccupazione al futuro. Chi lo avrebbe mai detto?
Ad Atene si respira un’aria diversa. Agli occhi dei più, le tattiche innovative impiegate da Demostene a Sfacteria hanno reso la falange spartana un’arma quasi spuntata. A Sfacteria, la freccia ha avuto ragione della lancia, la mobilità degli uni ha reso quasi nulla la forza d’urto degli altri. Certo, generalizzare trasformando un’eccezione in una regola sarebbe pericoloso. Molto pericoloso.  I più avveduti, i più saggi non lo fanno. Ma tutti, nessuno escluso, si abbandonano all’euforia del momento.
I motivi non mancano. Atene ha una base operativa in territorio nemico, la sua potenza navale è intatta, ha quasi trecento ostaggi cui Sparta sembra tenere molto, ha acquistato prestigio e considerazione presso i propri alleati. Se lo volesse potrebbe trattare la pace da una posizione di forza e cercare di porre fine a quella guerra infinita.
Ma non vuole farlo. E soprattutto non vuole farlo Cleone. Cleone è un arruffapopoli, come abbiamo visto. Ma è anche un “falco” conclamato. O, forse, è “falco” conclamato perché arruffapopoli. Contro ogni previsione ha mantenuto la propria promessa per quanto incredibile e avventata fosse sembrata all’inizio. Adesso, forte della popolarità conquistata, può spingere sull’acceleratore, correggere se non proprio ribaltare la prudente politica voluta  da Pericle, abbandonare l’attendismo e cercare di forzare la mano.

Epilogo

Un uomo si avvicina all’ostaggio spartano. Quell’uomo non è ateniese, viene da un’altra città, una città alleata di Atene. La notizia di quanto accaduto a Sfacteria ha fatto il giro di tutta la Grecia. Tanti tuoi commilitoni – lo apostrofa rivolgendogli la parola- sono morti con le armi in pugno. Non credi che quegli uomini meritino di essere chiamati valorosi?
C’è del sarcasmo nella sua voce. Forse anche disprezzo. Per lui, valoroso è chi cade in battaglia, non chi getta lo scudo e si arrende. È come se, rivolgendogli quella domanda, gli stesse dicendo: a differenza di chi da Sfacteria non è mai tornato, tu hai gettato lo scudo: hai salvato la tua vita a spese del tuo onore.
“Amico mio”, risponde il prigioniero “ Una freccia capace di distinguere un valoroso da chi non lo è sarebbe davvero un’arma da tenere in altissimo conto.”
Con quella risposta volutamente ironica (“ le frecce colpiscono a caso”), l’ostaggio spartano, seppure in modo inconsapevole, porta alla luce una verità incontrovertibile: in quella guerra tutto si sta modificando. Le consuetudini cambiano, le certezze vacillano, le tattiche – politiche e militari- mutano. E se la freccia può avere ragione della lancia, anche il valore delle Termopili  non appartiene più al presente, ma a un passato sempre più lontano.

Da leggere:

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libro  XII, 55-63, BUR,  2016
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
H.L. Havell, Capture of A Hundred and Twenty Spartans at Sphacteria, sito web  
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Plutarco, Vite parallele, Vita di Nicia, Utet, 2010
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C, Osprey, 2013
Studia Humanitatis- παιδεία, La beffa di Sfacteria, sito web 
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, IV,  BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

In questo sito puoi leggere altri articoli relativi alla Guerra del Peloponneso:

 

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
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I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
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Le ali della farfalla.

Due città contese, un atto di valore, le avvisaglie di una guerra devastante.
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” Con parole o con forza di lancia”

424 a.c. “La legge comune della Grecia” tradita a Delio dai vincitori tebani.
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Un’isola troppo lontana

Guerra del Peloponneso: la spedizione ateniese in Sicilia: cronaca di un disastro annunciato. Leggi l’articolo

 
 

[1] Nisea era il porto orientale dell’antica Megara, collegato alle fortificazioni della città mediante “lunghe mura”. Dal 427 a.c., per tre anni, gli Ateniesi assediarono il porto fino alla sua caduta nel 424 grazie a un colpo di mano di una fazione interna filo-ateniese  Pege( o Paghe) era il porto occidentale dell’antica Megara. Entrambe le località erano di fondamentale importanza strategica per una potenza marittima come Atene. Controllando Nisea e Pege, essa, infatti, avrebbe potuto controllare tanto il Golfo di Corinto, quanto il Golfo Saronico.
Trezene era una città del Peloponneso, situata nell’Argolide orientale; l’Acaia era una regione situata nella parte settentrionale del Peloponneso. Controllando sia l’una sia l’altra, Atene avrebbe potuto contare su due importanti teste di ponte in territorio nemico.

[2] La cosiddetta “ Pace dei Trent’anni”, seguita alla prima guerra del Peloponneso(460-445 a.c.). In base agli accordi , Atene rinunciava alle proprie conquiste nel Peloponneso( Nisea, Pege, l’Acaia e Trezene) ; Sparta riconosceva ad Atene il possesso di Naupatto( oggi Lepanto) nella Locride Ozolia. Le eventuali controversie future sarebbero state risolte mediante un arbitrato, qualora una delle due parti  in causa ne avesse fatto richiesta. Se lo avessero voluto, le città – stato neutrali ( vale a dire non facenti parte della Lega Delio-Attica o della Lega del Peloponneso) avrebbero potuto scegliere con chi stare e di quale alleanza far parte. Il trattato, inoltre, riconosceva come legittime entrambe le Leghe.
La Pace dei Trent’anni durò poco. Nel 431 gli Spartani accusarono gli Ateniesi di averne violato le clausole. Ne seguì una guerra lunga e sanguinosa, crudele e brutale, conclusasi nel 404 con la vittoria di Sparta. Questa guerra è comunemente conosciuta come “ Guerra del Peloponneso”.
Nella seguente cartina(tratta da Wikipedia) sono indicati i luoghi della battaglia e i luoghi contesi citati in questo articolo.

 

[3]Questa la versione dei fatti proposta da Tucidide ( IV, 28).
Lazenby avanza un’ ipotesi diversa. Secondo lui è possibile che Cleone non abbia subito gli avvenimenti, ma li abbia intenzionalmente provocati. In altri termini, secondo Lazenby, Cleone  agì  come agì al solo scopo di farsi affidare il comando del contingente in partenza per Sfacteria. Tergiversò e tornò spesso sulle proprie decisioni  unicamente allo scopo di guadagnare tempo in attesa del  momento propizio. Quando Demostene chiese rinforzi e le truppe si raccolsero in Atene, Cleone capì che era giunto il momento di rischiare e di accettare la nomina. Il contingente di rinforzo, infatti, una volta sul posto, avrebbe fatto pendere la bilancia dalla parte degli attaccanti. E, una volta ottenuta la vittoria, Cleone ci avrebbe guadagnato in prestigio e importanza.
Visto il tipo, un’ipotesi del genere potrebbe avere più di un fondamento.

 


Lo scudo di Brasida

12/02/2018

Prologo

Il braccio di mare prospiciente il promontorio di Pilo, in Peloponneso,  è affollato di navi. Sono triremi spartane. Li comanda l’ammiraglio Trasimelida. Devono avvicinarsi alla riva e sbarcare la fanteria affinché impegni gli opliti ateniesi schierati sul litorale.
Lo spazio di manovra è ridotto, gli approdi sono disagevoli e difficoltosi. Visto lo spazio esiguo in cui devono operare, le navi possono cozzare le une contro le altre e venire danneggiate. Per questo i trierarchi – i comandanti delle triremi- e i timonieri ci vanno piano. Manovrano con cautela, si muovono lentamente. Troppo lentamente secondo uno di quei comandanti, l’unico a invocare maggiore coraggio e maggiore determinazione.
“ Vorreste risparmiare le navi mentre il nemico occupa il suolo della nostra patria?” grida da bordo della propria trireme “ Non preoccupatevi delle navi. Portatele a terra. Se necessario anche sulle rocce. Ma fate in modo che la nostra fanteria possa sbarcare e impadronirsi delle posizioni nemiche.” E facendo seguire i fatti alle parole, ordina al proprio timoniere di dirigersi a tutta velocità verso la terraferma.
Quel comandante spartano si chiama Brasida.

Una guerra come nessun’altra

Pilo ( oggi Navarino) si trova in Messenia, nella parte sudoccidentale del Peloponneso e controlla l’accesso alla baia omonima. L’isola di Sfacteria la ripara dai venti. Nella tarda primavera del 425 a.c.- sesto anno di guerra- una flotta ateniese di quaranta triremi, al comando degli strateghi Eurimedonte e Sofocle, sta costeggiando il Peloponneso diretta in Sicilia, dove Siracusa ha conquistato la filo-ateniese Messene ( Messina)  e dove Locri ha attaccato Reggio, alleata di Atene.
Con gli strateghi c’è anche  Demostene, uno dei generali più in vista di Atene. Il governo ateniese lo ha autorizzato a servirsi di quelle navi per condurre, se necessario, scorrerie in territorio nemico come rappresaglia agli attacchi spartani. Mentre la flotta ateniese sta navigando lungo le coste del Peloponneso, infatti, un esercito spartano guidato dal re Agide, figlio di Archidamo, è accampato davanti ad Atene e ne devasta la campagna.
Non si tratta di una novità. Quei primi anni di guerra fra le due superpotenze di allora – Atene e Sparta e i rispettivi alleati[1]– conosciuta come Guerra del Peloponneso, hanno visto i Lacedemoni invadere periodicamente l’Attica e distruggere i raccolti nel tentativo di affamare gli Ateniesi o di costringerli a una battaglia in campo aperto.
Ma gli Ateniesi, protetti dalle “ Lunghe Mura” e da una flotta formidabile, non sono caduti nella provocazione degli Spartani. Dominano il mare, hanno grandi disponibilità finanziarie e difese formidabili. I viveri e le vettovaglie necessari possono essere comprati altrove e fatti arrivare in tutta sicurezza al Pireo. Perché, dunque, giocarsi tutto in una sola giornata accettando lo scontro in campo aperto? E contro gli invincibili Spartani, per giunta? Si è sempre fatto così? Le rivalità e le dispute sono sempre state risolte con una battaglia di opliti combattuta secondo regole condivise? Beh, adesso è il momento di andare controcorrente, di infischiarsene delle regole e delle consuetudini e di vedere chi saprà resistere più a lungo.
Quella guerra mondiale ante litteram si annuncia, dunque, come una guerra di logoramento. Vincerà chi avrà più risorse, chi avrà più uomini e più navi, chi riuscirà a evitare le defezioni e le rivolte interne, chi saprà tenere alto il morale della popolazione, chi saprà meglio proteggersi con un sistema di alleanze stabili. E – perché no?- chi avrà dalla sua il favore degli dei.
Il vecchio re spartano Archidamo l’aveva detto fin dall’inizio: siamo proprio sicuri di volere questa guerra? Per battere Atene ci vuole una flotta più forte della sua. E noi non l’abbiamo e forse non l’avremo mai. Se Atene evita lo scontro in campo aperto, come riusciremo ad averne ragione?

Il volere del Fato

Da tempo Demostene coltiva un’idea: creare una testa di ponte ateniese in territorio spartano. Informatori messeni glielo hanno confermato più di una volta: Pilo potrebbe diventare un’ottima base operativa. Lì , a Pilo, c’è un porto, ci sono  forti difese naturali, c’è abbondanza di legname e di pietre, non ci sono guarnigioni nemiche nelle vicinanze.
Quando la flotta ateniese giunge all’altezza della Laconia, Demostene propone agli strateghi: fermiamoci a Pilo, fortifichiamoci e devastiamo il territorio spartano. E aggiunge: Pilo è in Messenia e i Messeni nutrono ostilità verso i Lacedemoni. Incoraggiati dalla nostra presenza e dai nostri raid, impugneranno le armi e causeranno ai nostri nemici non pochi problemi.
L’idea è buona. E anche rivoluzionaria, se vogliamo: lo scontro in campo aperto sostituito dalla guerra di guerriglia. Accompagnata dalla sollevazione delle popolazioni( o delle classi sociali) sottomesse. Ma Eurimedonte e Sofocle non ne vogliono sapere. La nostra missione è un’altra, sostengono. Dobbiamo dirigerci a Corcira[2]. I Corciresi sono nei guai, è nostro dovere aiutarli. Inoltre triremi nemiche hanno raggiunto l’isola. Dobbiamo intercettarle, impegnarle in combattimento, toglierle di mezzo e poi raggiungere la Sicilia.
Demostene insiste, difende con passione la propria idea, non cede. Ma per quanto insista non riesce a ottenere alcunché. E a questo punto il caso ( il Fato?) gli dà una mano. Il mare, corso da venti impetuosi, si agita. Le fragili ( e costose) triremi corrono il rischio di capovolgersi. Urge trovare un riparo. E quale riparo più sicuro del porto di Pilo? Ma non cercare di convincerci a restare qui, mettono in chiaro Eurimedonte e Sofocle. Appena i venti si saranno calmati, prenderemo di nuovo il mare. Demostene non insiste, anche se in cuor suo fatica a rassegnarsi. Ecco un’occasione perduta, pensa.
Perduta? Mai dire mai. Alla tempesta subentra una bonaccia. Non si può prendere il mare. I soldati, i marinai, i rematori non sopportano quell’ozio forzato. Non fanno niente e non hanno niente da fare. Hanno bisogno, un bisogno quasi vitale, di tenersi occupati. E allora eccoli trasportare pietre e tronchi, caricarsi i contenitori di malta sulle spalle, alzare muri e chiudere brecce. In meno di sei giorni, Pilo diventa una piccola, munita fortezza. Anche Eurimedonte e Sofocle ne devono prendere atto. Una volta tornati i venti salpano, sì, alla volta di Corcira, ma lasciano a Pilo un contingente di mille uomini , un centinaio di opliti e cinque navi. E Demostene, naturalmente.
E gli Spartani? Se la prendono comoda. A Sparta gli Efori, i gheronti, e tutti gli Spartiati sanno del colpo di mano ateniese a Pilo, rabbrividiscono al pensiero della patria violata, ma non interrompono il periodo di feste sacre. Né mobilitano subito un contingente per stroncare sul nascere quel tentativo. Anche perché il grosso dell’esercito è ancora in Attica. E poi – ragionano- che cosa sperano di ottenere gli Ateniesi? Sono lontani dalla loro città, sono pochi, non possono essere riforniti con regolarità. Quando sarà il momento li spazzeremo via in men che non si dica. O, al solo vederci, se la daranno a gambe levate.
Agide, il re, non la pensa così: Pilo è un affronto arrecato a me, a Sparta, ai nostri alleati. Non bisogna indugiare. E facendo seguire i fatti alle parole abbandona l’Attica e torna in Peloponneso. Il re la mette sul piano personale e tira in ballo l’onore ferito. Reazione sacrosanta. Ma l’abbandono dell’Attica ha anche un’altra spiegazione: il grano non era maturo, i viveri cominciavano a scarseggiare e l’operazione si sarebbe dovuta comunque interrompere di lì a poco. Pilo ne ha solo accelerato i tempi.

Per terra e per mare

Adesso per Demostene e i suoi si fa grigia. Le triremi spartane hanno lasciato Corcira eludendo la flotta ateniese e ora sono lì, a Pilo, pronte a sbarcare opliti o a bloccare il porto qualora lo sbarco fallisse. Un esercito nemico è schierato sulla terraferma e si ingrossa ogni giorno di più. L’isola di Sfacteria- boscosa e accidentata- è stata occupata. E’ vero: Eurimedonte e Sofocle sono stati raggiunti presso l’isola di Zacinto da una delle  due navi inviate loro incontro da Demostene e messi al corrente della situazione. Ma riusciranno a ritornare in tempo?
Lo scontro è inevitabile. Bisogna combattere. E, in attesa del ritorno della flotta, bisogna farlo da soli. Demostene ordina allora di tirare a riva le tre navi rimastegli, le protegge con una palizzata , arma i marinai con armature e scudi di vimini tolti a una nave di pirati messeni, schiera gran parte di suoi sulle alture e dietro le fortificazioni con l’ordine di bloccare la fanteria nemica. Poi, con una sessantina di opliti e alcuni arcieri, si lascia alle spalle le fortificazioni e prende posizione nella parte sudoccidentale del promontorio, laddove ritiene più probabile uno sbarco. Ai propri uomini dice: è vero, i nemici sono molto più numerosi di noi. Ma noi possiamo contare sulle fortificazioni e sulle asperità dei luoghi. Inoltre il luogo dello sbarco è accidentato, le navi nemiche non potranno attaccare in massa, ma solo sbarcare piccoli gruppi per volta. E questo ci avvantaggerà.
Gli Spartani attaccano dal mare con le navi, attaccano da terra con la fanteria. Le fortificazioni tengono, gli sbarchi vengono respinti. Demostene ha visto giusto: solo piccoli contingenti prendono di volta in volta terra e gli Spartani non possono far valere la forza del numero. Per uno strano gioco del destino, i ruoli si sono invertiti: Sparta- potenza terrestre- attacca dal mare e Atene – potenza marittima- combatte sulla terraferma.
Si va avanti così per un paio di giorni. Gli Spartani pensano allora di costruire macchine da assedio per prendere d’assalto le fortificazioni. Non fanno in tempo. Tornati da Zacinto, Eurimedonte e Sofocle entrano con la flotta nel porto di Pilo- che il nemico non ha potuto o non ha voluto bloccare-  e lanciano le loro navi contro le triremi spartane, sbaragliandole. Tagliati fuori dalla terraferma, impossibilitati a ricevere rifornimenti, viveri e rinforzi, gli opliti spartani sull’isola di Sfacteria sono ora sotto assedio.
A Sparta le notizie provenienti da Pilo provocano costernazione. Il caso e gli errori  commessi sul luogo della battaglia hanno creato una situazione imprevista e imprevedibile. L’esercito e ciò che resta della flotta sono ancora lì, a Pilo, ma che cosa possono fare? Inutile minimizzare: gli opliti di Sfacteria sono, in tutto e per tutto, degli ostaggi. Se non li si vuole abbandonare al loro destino, l’unica soluzione è trattare.

Epilogo

L’impatto contro la costa è violento. Brasida perde l’equilibrio, ma si rialza subito. Armi in pugno, si dirige verso la passerella della sua trireme per scendere a terra. Non è ancora sceso quando viene attaccato dai nemici. Molti di loro cadono trafitti dalla sua lancia, colpiti dalla sua spada. Raggiunto da numerose frecce, continua a combattere. Poi a un certo punto, a causa delle ferite subite,  perde conoscenza. Lo scudo gli scivola dal braccio e cade in mare. I marinai sollevano il loro comandante- coperto di sangue, ma vivo-  e lo portano al sicuro facendosi strada fra mucchi di cadaveri. Lo scudo di Brasida viene recuperato dagli Ateniesi e conservato come un trofeo.
L’anno dopo, imbracciando di nuovo uno scudo, Brasida si prenderà la propria rivincita in Tracia.

Da leggere

Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War, a Military Study, 2003
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C., Osprey, 2013
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Bur, 2009, traduzione di Franco Ferrari, Libro IV

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QUI puoi trovare altri post relativi alla storia greca( e a quella romana) pubblicati su questo sito.

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Quella riportata nell’ epilogo è la versione proposta da Diodoro Siculo( 90 a.c. – 26 a.c.). Quella di Tucidide (455 a.c. circa-400 a.c. circa ) è meno ricca di particolari. Scrive quest’ultimo: “ Brasida così spingeva gli altri e, costretto il suo timoniere a gettarsi contro la riva, correva alla scala: mentre tentava di scendere fu respinto dagli Ateniesi e, ferito in più parti, perse i sensi e, nel cadere al di là della fila dei remi, il suo scudo scivolò in mare. Gettato a riva, gli Ateniesi poi lo raccattarono e se ne servirono per il trofeo che elevarono in memoria di questo assalto.” (IV, 12.1)

Immagine riportata in apertura:  Gefallenenrede von Perikles ( Orazione di Pericle in onore dei caduti). Il dipinto, opera del  pittore Philipp von Foltz( 1805-1877), è del 1853.

La cartina è tratta dalla fondamentale opera di Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso.

[1] Più che due singole città-stato (Sparta e Atene), nella guerra del Peloponneso si affrontavano due sistemi di alleanze contrapposti: la Lega del Peloponneso e la Lega Delio-Attica. La prima era egemonizzata da Sparta, la seconda da Atene. Tucidide ( II,9) ci dice chi erano i componenti di ciascuna Lega e in che modo contribuivano alla causa comune.
Oltre a Sparta facevano parte della Lega del Peloponneso ” tutti i Peloponnesiaci  dentro l’Istmo, ad eccezione degli Argivi  e degli Achei … Fuori del Peloponneso i Megaresi, i Beoti, i Locresi, i Focesi, gli Ambracioti, i Leucadi, gli Anattori. Di questi fornivano una flotta i Corinti, i Megaresi, i  Sicioni, i Pellenesi, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadi. Fornivano cavalieri i Beoti, i Focesi, i Locresi; le altre città fornivano la fanteria…
Degli Ateniesi erano alleati i Chii, i Lesbi, i Plateesi, i Messeni di Naupatto, la maggioranza degli Acarnani, i Corciresi, gli Zacinti e altre città soggette a tributo delle seguenti nazioni: la Caria marittima, i Dori confinanti coi Carii, la Ionia, l’Ellesponto, le località della Tracia, tutte le isole volte a levante tra il Peloponneso e Creta, ad eccezione di Melo e di Tera. Di questi fornivano la flotta i Chii, i Lesbi e i Corciresi; gli altri fornivano truppe di fanteria e danaro.”
L’impero ateniese( sulla cartina seguente indicato con il colore giallo) era prevalentemente marittimo, quello spartano ( colore rosso) prevalentemente continentale.
La cartina è tratta da Wikipedia

[2]L’attuale Corfù.


I volantini alati

04/03/2017

 

operazione-vago-1988

Prologo

Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque nacque l’11 novembre 1855 nel conselho di Batalha, distretto di Leiria, Portogallo.  Militare di carriera, membro di un’antica famiglia nobiliare, si distinse durante le guerre coloniali, fu nominato governatore del Mozambico, acquistò considerazione  e popolarità in patria, il favore del re dom Carlos e, stando ai si dice, anche il cuore della regina Donna Amelia. Rientrato a Lisbona nel 1898, fatto oggetto di critiche per il suo comportamento in Africa, disgustato dal clima di decadenza e dalla confusione imperante nel Paese, si tolse la vita l’8 gennaio del 1902[1].
Ma a più di un secolo di distanza, il 10 novembre del 1961, Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque ritornò prepotentemente agli onori della cronaca.

In volo per amore

il-comandante-marcelinoIl 10 novembre 1961, il comandante José Siqueira Marcelino, asso dell’aviazione  civile portoghese, avrebbe dovuto volare con un  Lockheed Super Constellation  da Lisbona a Oporto . Nello stesso giorno, un DC6 francese noleggiato dalla TAP,  avrebbe dovuto compiere il tragitto da Casablanca, in Marocco, a Lisbona. Il comandante Marcelino era un  ex pilota militare. Esperto, abilissimo, insignito di numerose onorificenze godeva di considerazione e prestigio nell’ambiente e conosceva persone importanti. Piaceva alle donne e le donne piacevano a lui.

maria-luisa-infanteMaria Luisa( o Luiza) Infante era un’assistente di volo della TAP. Quel 10 novembre avrebbe dovuto volare da  Casablanca a Lisbona. Marcelino – il cui matrimonio era da tempo in crisi- era attratto da Maria Luisa. Doppiamente attratto, perché, a differenza di tante altre donne, sembrava insensibile al suo fascino. Pur di stare insieme a lei e grazie alle entrature e al prestigio maturati nell’ambiente, il comandante riuscì a farsi assegnare il volo di andata e ritorno dal Marocco al Portogallo anziché quello interno. Ma ottenne anche di più: il Super Constellation fu assegnato alla rotta dall’Africa all’Europa e il DC6 a quella  da Lisbona a Oporto. Per ottimizzare l’impiego dei velivoli e risparmiare sul costo del noleggio, fu la motivazione ufficiale.
La TAP assegnava allora (e , credo, assegni ancora) a ogni suo aereo il nome di un portoghese illustre: Bartolomeu Dias, Vasco da Gama, Nun’Alvares Pereira, Fernau de Magalhaes e così via. Quello di Marcelino si chiamava Mouzinho de Albuquerque.

 

Il 10 novembre a bordo del Super Constellation si trovavano diciannove passeggeri- in gran parte americani- e sette membri d’equipaggio. Marcelino e Maria Luisa avevano passato insieme la serata del 9 novembre in un locale notturno , il Gallo d’oro( Le Coque d’Or), cenando e assistendo a uno spettacolo di danza del ventre. Erano poi tornati in  albergo dormendo ciascuno nella propria camera.
Alle 9,15 l’aereo decollò dall’aeroporto di Casablanca con destinazione Lisbona. Il tempo era buono, il cielo limpido. Il volo si preannunciava palma-inaciotranquillo. Ma quarantacinque minuti dopo il decollo, Marcelino sentì la canna di una pistola contro la sua nuca. Uno dei passeggeri era entrato nella cabina di pilotaggio. Ed era armato. Si chiamava Hermìnio da Palma Inàcio.
Con lui, a bordo, c’erano altri cinque antifascisti portoghesi- quattro uomini e una donna[2]– decisi a compiere un’azione clamorosa ai danni del regime di Salazar: sorvolare Lisbona, Barreiro, Beja e Faro, lanciare migliaia di volantini contro l’Estado Novo e le imminenti elezioni politiche- considerate una specie di farsa- ritornare in Marocco e atterrare a Tangeri.
L’esperto comandante non perse la calma. “ Non si può fare.” obiettò quando conobbe le intenzioni dei dirottatori “Non abbiamo carburante a sufficienza. Né è possibile aprire le porte dell’aereo per lanciare i volantini.” Ma Palma Inàcio era stato meccanico di aerei, aveva conseguito il brevetto di pilota durante una sua breve permanenza negli Stati Uniti d’America, sapeva dove mettere le mani. Si fece consegnare il piano di volo: gli bastò un’occhiata per capire quanto inconsistente fosse l’obiezione del comandante. In quanto all’impossibilità di lanciare volantini, bastava tenersi bassi, depressurizzare la cabina e aprire una delle uscite di sicurezza.
Marcelino desistette dal compiere altri tentativi: non poteva mettere a rischio l’incolumità e la sicurezza dei passeggeri Dal canto loro, i dirottatori, su richiesta dell’equipaggio, tennero le armi[3] ben nascoste, pronti tuttavia ad usarle in caso di necessità. Insomma, a bordo tutto sembrava normale. E Maria del Pilar Blanco, assistente di volo, non vedeva l’ora di arrivare. A Lisbona l’aspettavano il matrimonio, un marito da amare, i figli da crescere, una casa cui badare. Detto in altri termini, l’aspettava una vita felice in puro stile Estado Novo. Quando si rese conto di quanto stava succedendo, Maria del Pilar sentì il proprio futuro in pericolo e scoppiò a piangere. Vedendola così afflitta, un membro del commando le si avvicinò sussurrandole: “ Tranquilla. Andrà tutto bene.”
E i passeggeri? Due di essi se ne stavano in disparte e in silenzio, apparentemente concentrati sugli affari loro. Gli altri ridevano e scherzavano, bevevano vino e si scambiavano battute. Le solerti assistenti di volo, infatti, avevano provveduto a distribuire con tempestività bevande alcoliche, champagne compreso. Le signore a bordo furono omaggiate di una rosa. Sembrava più una festicciola fra amici che un’azione militare senza precedenti. Paradossalmente i più nervosi erano i dirottatori. Uno di loro non resse la tensione( o il mal d’aereo) e dovette recarsi in bagno a vomitare. Maria Luisa lo seguì, trovò il bagno in condizioni indecenti e senza preamboli ordinò al dirottatore di pulire dove aveva sporcato. Fu prontamente obbedita.
Al momento di iniziare la manovra di discesa su Portela, il comandante Marcelino contattò la torre di controllo e fu autorizzato ad atterrare . Il Super Constellation scese verso la pista numero cinque fino quasi a sfiorarla, ma all’ultimo momento, riprese quota e, volando a poco più di cento metri dal suolo, passò sopra la Baixa, sfiorò la statua del Marchese di Pombal e i tetti dei palazzi della capitale. Migliaia di “volantini con le ali” piovvero su Lisbona.
Il comandante Marcelino ricontattò la torre. Fece capire di essere stato costretto a eseguire quella manovra, che era in atto un dirottamento e che avrebbe proseguito verso il sud del Paese. L’esterrefatto controllore di volo gli chiese di ripetere quanto aveva appena detto, tanto la cosa sembrava inverosimile. Non fu necessario ripetere. Il generale Costa Macedo, in volo nei paraggi su un monomotore , intercettò la comunicazione, capì immediatamente di che cosa si trattava e diede l’allarme. Dalla base di Monte Real, si alzarono in volo due caccia Sabre F 86: avevano l’ordine di intercettare il super Constellation, di costringerlo ad atterrare in territorio portoghese o , stando alla testimonianza di uno dei due piloti, di abbatterlo in caso di rifiuto da parte del comandante.
Non andò così. Volando bassissimo per evitare i radar e i caccia, il Super Constellation sorvolò le cittadine di Beja e di Barreiro, sulle quali furono lanciati altri volantini. In vista di Faro, nell’Algarve, il comandante Marcelino eseguì una manovra degna della sua fama: volando a non più di dodici -quindici metri di altezza passò in mezzo a due navi militari, impedendo loro di fare fuoco per paura di colpirsi reciprocamente.
Dopo tre ore dal decollo da Casablanca, Mouzinho de Albuquerque atterrò di nuovo in Marocco, a Tangeri.

Epilogo

All’aeroporto, ad aspettare i dirottatori, c’era l’ideatore dell’operazione, il capitano Henrique Galvão in persona. Passeggeri ed equipaggio furono portati negli uffici della polizia marocchina e interrogati. Il comandante Marcelino udì nell’ufficio accanto al suo l’inconfondibile rumore di bottiglie di champagne stappate: i dirottatori brindavano al successo della loro impresa. Il governo portoghese ne chiese l’estradizione, il Marocco non la concesse. I sei antifascisti ripararono in Brasile.
Tornato in Portogallo, il comandante Marcelino fu interrogato dalla PIDE, ma non volle rivelare il motivo per cui si era fatto assegnare una rotta diversa da quella originaria e perché i due aerei – il Super Constellation e il DC6 francese- erano stati scambiati. La TAP lo sospese dal servizio per un mese.
Molti anni e molte ore di volo dopo, in un Portogallo senza più Salazar, avrebbe dichiarato: tacqui per salvaguardare il buon nome e la tranquillità ( oggi diremmo la privacy) della donna per seguire la quale mi ero dato da fare per scambiare i voli e gli aerei.
José Siqueira Marcelino e Maria Luisa Infante si sposarono l’11 aprile del 1967.

 

[1] Secondo alcune fonti, Mouzinho de Albuquerque non si sarebbe suicidato, ma potrebbe essere stato assassinato. È quanto sostiene, ad esempio, il diplomatico portoghese Antònio Mascarenhas Galvao. Analizzando le ore e i momenti precedenti la scomparsa di Mouzinho, l’autore individua comportamenti incompatibili con un aspirante suicida. Pranza con la famiglia reale, si reca dall’oculista a farsi controllare un versamento di sangue in un occhio, sosta in libreria dove acquista un volume che non sarà trovato accanto al suo cadavere, si reca al club dove è iscritto e accompagna il fratello del re in Piazza dos Restauradores. E che dire del tipo di arma usato? Una pistola a tamburo, calibro 45, ben diversa da quelle automatiche solitamente usate da Mouzinho. E della posizione del corpo all’interno dell’auto dove fu trovato? Il corpo è  piegato in avanti, mentre, secondo logica, dovrebbe essere piegato all’indietro. E così via.

È vero: esiste una lettera inviata a Donna Amelia, la regina, in cui Mouzinho le chiede perdono per il gesto che sta per compiere e di pregare per lui. Ma è autentica o è un falso? Secondo l’autore, l’ex governatore del Mozambico dava fastidio a molti , forse a troppi. Il che spiegherebbe anche un eventuale omicidio. Prove concrete circa l’assassinio di Mouzinho, tuttavia, non sono state ancora trovate. La versione più accreditata, dunque, resta quella del suicidio. (Confronta: http://noticias.sapo.pt/lusa/artigo/09630de2b83f75808f6575.html)

[2] Oltre a Herminio da Palma Inacio, facevano parte del commando Amandio Silva, Camilo Mortagua, Fernando Vasconcelos, Joao Martins e la moglie- allora incinta-  di Vasconcelos, Maria Helena Vidal. L’intero piano era stato concepito dal capitano Henrique Galvão, protagonista nel gennaio precedente, insieme al generale Humberto Delgado, dell’assalto al piroscafo Santa Maria. In realtà, il dirottamento del Super Constellation  doveva far parte di un’operazione più vasta per far cadere Salazar. Ma l’operazione fu annullata perché il Partito Comunista Portoghese negò il proprio appoggio. Galvão e Delgado, tuttavia, diedero ugualmente il via libera al dirottamento dell’aereo della Tap, trasformandolo in un clamoroso gesto di protesta a beneficio dell’opinione pubblica portoghese e mondiale.

Originariamente il dirottamento avrebbe dovuto avere luogo un mese prima, il 13 di ottobre, sempre sulla rotta Casablanca-Tangeri-Lisbona. Tuttavia una “ soffiata” mise sul chi vive la PIDE- la potente polizia segreta portoghese: i controlli furono aumentati e a bordo furono fatti salire paracadutisti armati. Galvão annullò l’operazione , attendendo l’occasione propizia per realizzarla di nuovo. E l’ occasione si presentò proprio il 10 novembre. La PIDE questa volta non sospettò alcunché. Seguiva il gruppo da mesi, ma fu tratta in inganno dal loro comportamento. I membri del gruppo, infatti, riuscirono a far credere di stare preparando l’assalto a una nave, sulla falsariga di quanto accaduto in gennaio, quando era stato dirottato  il piroscafo Santa Maria.

[3] Cinque pistole erano state portate a bordo dell’aereo  da  Maria Helena Vidal, infilate in una cintura sotto il vestito. Poiché Maria Helena Vidal era incinta, quel rigonfiamento sembrò del tutto naturale.

La foto sotto il titolo ritrae il comandante Marcelino( a sinistra di chi guarda) e Hermìnio da Palma Inàcio(a destra) nel 1998, durante un incontro dei partecipanti al dirottamento del 1961. Da: especiedemocracia.blogspot

Da leggere:

articolo comparso sul blog Observador firmato da Ricardo Oliveira Duarte e Miguel Soares
Articolo comparso sul giornale Publico, a firma Paulo Moura, 14/7/2009
Operação Vagô , da Wikipedia, a enciclopedia livre
Articolo comparso sul seguente sito


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