I volantini alati

04/03/2017

 

operazione-vago-1988

Prologo

Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque nacque l’11 novembre 1855 nel conselho di Batalha, distretto di Leiria, Portogallo.  Militare di carriera, membro di un’antica famiglia nobiliare, si distinse durante le guerre coloniali, fu nominato governatore del Mozambico, acquistò considerazione  e popolarità in patria, il favore del re dom Carlos e, stando ai si dice, anche il cuore della regina Donna Amelia. Rientrato a Lisbona nel 1898, fatto oggetto di critiche per il suo comportamento in Africa, disgustato dal clima di decadenza e dalla confusione imperante nel Paese, si tolse la vita l’8 gennaio del 1902[1].
Ma a più di un secolo di distanza, il 10 novembre del 1961, Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque ritornò prepotentemente agli onori della cronaca.

In volo per amore

il-comandante-marcelinoIl 10 novembre 1961, il comandante José Siqueira Marcelino, asso dell’aviazione  civile portoghese, avrebbe dovuto volare con un  Lockheed Super Constellation  da Lisbona a Oporto . Nello stesso giorno, un DC6 francese noleggiato dalla TAP,  avrebbe dovuto compiere il tragitto da Casablanca, in Marocco, a Lisbona. Il comandante Marcelino era un  ex pilota militare. Esperto, abilissimo, insignito di numerose onorificenze godeva di considerazione e prestigio nell’ambiente e conosceva persone importanti. Piaceva alle donne e le donne piacevano a lui.

maria-luisa-infanteMaria Luisa( o Luiza) Infante era un’assistente di volo della TAP. Quel 10 novembre avrebbe dovuto volare da  Casablanca a Lisbona. Marcelino – il cui matrimonio era da tempo in crisi- era attratto da Maria Luisa. Doppiamente attratto, perché, a differenza di tante altre donne, sembrava insensibile al suo fascino. Pur di stare insieme a lei e grazie alle entrature e al prestigio maturati nell’ambiente, il comandante riuscì a farsi assegnare il volo di andata e ritorno dal Marocco al Portogallo anziché quello interno. Ma ottenne anche di più: il Super Constellation fu assegnato alla rotta dall’Africa all’Europa e il DC6 a quella  da Lisbona a Oporto. Per ottimizzare l’impiego dei velivoli e risparmiare sul costo del noleggio, fu la motivazione ufficiale.
La TAP assegnava allora (e , credo, assegni ancora) a ogni suo aereo il nome di un portoghese illustre: Bartolomeu Dias, Vasco da Gama, Nun’Alvares Pereira, Fernau de Magalhaes e così via. Quello di Marcelino si chiamava Mouzinho de Albuquerque.

 

Il 10 novembre a bordo del Super Constellation si trovavano diciannove passeggeri- in gran parte americani- e sette membri d’equipaggio. Marcelino e Maria Luisa avevano passato insieme la serata del 9 novembre in un locale notturno , il Gallo d’oro( Le Coque d’Or), cenando e assistendo a uno spettacolo di danza del ventre. Erano poi tornati in  albergo dormendo ciascuno nella propria camera.
Alle 9,15 l’aereo decollò dall’aeroporto di Casablanca con destinazione Lisbona. Il tempo era buono, il cielo limpido. Il volo si preannunciava palma-inaciotranquillo. Ma quarantacinque minuti dopo il decollo, Marcelino sentì la canna di una pistola contro la sua nuca. Uno dei passeggeri era entrato nella cabina di pilotaggio. Ed era armato. Si chiamava Hermìnio da Palma Inàcio.
Con lui, a bordo, c’erano altri cinque antifascisti portoghesi- quattro uomini e una donna[2]– decisi a compiere un’azione clamorosa ai danni del regime di Salazar: sorvolare Lisbona, Barreiro, Beja e Faro, lanciare migliaia di volantini contro l’Estado Novo e le imminenti elezioni politiche- considerate una specie di farsa- ritornare in Marocco e atterrare a Tangeri.
L’esperto comandante non perse la calma. “ Non si può fare.” obiettò quando conobbe le intenzioni dei dirottatori “Non abbiamo carburante a sufficienza. Né è possibile aprire le porte dell’aereo per lanciare i volantini.” Ma Palma Inàcio era stato meccanico di aerei, aveva conseguito il brevetto di pilota durante una sua breve permanenza negli Stati Uniti d’America, sapeva dove mettere le mani. Si fece consegnare il piano di volo: gli bastò un’occhiata per capire quanto inconsistente fosse l’obiezione del comandante. In quanto all’impossibilità di lanciare volantini, bastava tenersi bassi, depressurizzare la cabina e aprire una delle uscite di sicurezza.
Marcelino desistette dal compiere altri tentativi: non poteva mettere a rischio l’incolumità e la sicurezza dei passeggeri Dal canto loro, i dirottatori, su richiesta dell’equipaggio, tennero le armi[3] ben nascoste, pronti tuttavia ad usarle in caso di necessità. Insomma, a bordo tutto sembrava normale. E Maria del Pilar Blanco, assistente di volo, non vedeva l’ora di arrivare. A Lisbona l’aspettavano il matrimonio, un marito da amare, i figli da crescere, una casa cui badare. Detto in altri termini, l’aspettava una vita felice in puro stile Estado Novo. Quando si rese conto di quanto stava succedendo, Maria del Pilar sentì il proprio futuro in pericolo e scoppiò a piangere. Vedendola così afflitta, un membro del commando le si avvicinò sussurrandole: “ Tranquilla. Andrà tutto bene.”
E i passeggeri? Due di essi se ne stavano in disparte e in silenzio, apparentemente concentrati sugli affari loro. Gli altri ridevano e scherzavano, bevevano vino e si scambiavano battute. Le solerti assistenti di volo, infatti, avevano provveduto a distribuire con tempestività bevande alcoliche, champagne compreso. Le signore a bordo furono omaggiate di una rosa. Sembrava più una festicciola fra amici che un’azione militare senza precedenti. Paradossalmente i più nervosi erano i dirottatori. Uno di loro non resse la tensione( o il mal d’aereo) e dovette recarsi in bagno a vomitare. Maria Luisa lo seguì, trovò il bagno in condizioni indecenti e senza preamboli ordinò al dirottatore di pulire dove aveva sporcato. Fu prontamente obbedita.
Al momento di iniziare la manovra di discesa su Portela, il comandante Marcelino contattò la torre di controllo e fu autorizzato ad atterrare . Il Super Constellation scese verso la pista numero cinque fino quasi a sfiorarla, ma all’ultimo momento, riprese quota e, volando a poco più di cento metri dal suolo, passò sopra la Baixa, sfiorò la statua del Marchese di Pombal e i tetti dei palazzi della capitale. Migliaia di “volantini con le ali” piovvero su Lisbona.
Il comandante Marcelino ricontattò la torre. Fece capire di essere stato costretto a eseguire quella manovra, che era in atto un dirottamento e che avrebbe proseguito verso il sud del Paese. L’esterrefatto controllore di volo gli chiese di ripetere quanto aveva appena detto, tanto la cosa sembrava inverosimile. Non fu necessario ripetere. Il generale Costa Macedo, in volo nei paraggi su un monomotore , intercettò la comunicazione, capì immediatamente di che cosa si trattava e diede l’allarme. Dalla base di Monte Real, si alzarono in volo due caccia Sabre F 86: avevano l’ordine di intercettare il super Constellation, di costringerlo ad atterrare in territorio portoghese o , stando alla testimonianza di uno dei due piloti, di abbatterlo in caso di rifiuto da parte del comandante.
Non andò così. Volando bassissimo per evitare i radar e i caccia, il Super Constellation sorvolò le cittadine di Beja e di Barreiro, sulle quali furono lanciati altri volantini. In vista di Faro, nell’Algarve, il comandante Marcelino eseguì una manovra degna della sua fama: volando a non più di dodici -quindici metri di altezza passò in mezzo a due navi militari, impedendo loro di fare fuoco per paura di colpirsi reciprocamente.
Dopo tre ore dal decollo da Casablanca, Mouzinho de Albuquerque atterrò di nuovo in Marocco, a Tangeri.

Epilogo

All’aeroporto, ad aspettare i dirottatori, c’era l’ideatore dell’operazione, il capitano Henrique Galvão in persona. Passeggeri ed equipaggio furono portati negli uffici della polizia marocchina e interrogati. Il comandante Marcelino udì nell’ufficio accanto al suo l’inconfondibile rumore di bottiglie di champagne stappate: i dirottatori brindavano al successo della loro impresa. Il governo portoghese ne chiese l’estradizione, il Marocco non la concesse. I sei antifascisti ripararono in Brasile.
Tornato in Portogallo, il comandante Marcelino fu interrogato dalla PIDE, ma non volle rivelare il motivo per cui si era fatto assegnare una rotta diversa da quella originaria e perché i due aerei – il Super Constellation e il DC6 francese- erano stati scambiati. La TAP lo sospese dal servizio per un mese.
Molti anni e molte ore di volo dopo, in un Portogallo senza più Salazar, avrebbe dichiarato: tacqui per salvaguardare il buon nome e la tranquillità ( oggi diremmo la privacy) della donna per seguire la quale mi ero dato da fare per scambiare i voli e gli aerei.
José Siqueira Marcelino e Maria Luisa Infante si sposarono l’11 aprile del 1967.

 

[1] Secondo alcune fonti, Mouzinho de Albuquerque non si sarebbe suicidato, ma potrebbe essere stato assassinato. È quanto sostiene, ad esempio, il diplomatico portoghese Antònio Mascarenhas Galvao. Analizzando le ore e i momenti precedenti la scomparsa di Mouzinho, l’autore individua comportamenti incompatibili con un aspirante suicida. Pranza con la famiglia reale, si reca dall’oculista a farsi controllare un versamento di sangue in un occhio, sosta in libreria dove acquista un volume che non sarà trovato accanto al suo cadavere, si reca al club dove è iscritto e accompagna il fratello del re in Piazza dos Restauradores. E che dire del tipo di arma usato? Una pistola a tamburo, calibro 45, ben diversa da quelle automatiche solitamente usate da Mouzinho. E della posizione del corpo all’interno dell’auto dove fu trovato? Il corpo è  piegato in avanti, mentre, secondo logica, dovrebbe essere piegato all’indietro. E così via.

È vero: esiste una lettera inviata a Donna Amelia, la regina, in cui Mouzinho le chiede perdono per il gesto che sta per compiere e di pregare per lui. Ma è autentica o è un falso? Secondo l’autore, l’ex governatore del Mozambico dava fastidio a molti , forse a troppi. Il che spiegherebbe anche un eventuale omicidio. Prove concrete circa l’assassinio di Mouzinho, tuttavia, non sono state ancora trovate. La versione più accreditata, dunque, resta quella del suicidio. (Confronta: http://noticias.sapo.pt/lusa/artigo/09630de2b83f75808f6575.html)

[2] Oltre a Herminio da Palma Inacio, facevano parte del commando Amandio Silva, Camilo Mortagua, Fernando Vasconcelos, Joao Martins e la moglie- allora incinta-  di Vasconcelos, Maria Helena Vidal. L’intero piano era stato concepito dal capitano Henrique Galvão, protagonista nel gennaio precedente, insieme al generale Humberto Delgado, dell’assalto al piroscafo Santa Maria. In realtà, il dirottamento del Super Constellation  doveva far parte di un’operazione più vasta per far cadere Salazar. Ma l’operazione fu annullata perché il Partito Comunista Portoghese negò il proprio appoggio. Galvão e Delgado, tuttavia, diedero ugualmente il via libera al dirottamento dell’aereo della Tap, trasformandolo in un clamoroso gesto di protesta a beneficio dell’opinione pubblica portoghese e mondiale.

Originariamente il dirottamento avrebbe dovuto avere luogo un mese prima, il 13 di ottobre, sempre sulla rotta Casablanca-Tangeri-Lisbona. Tuttavia una “ soffiata” mise sul chi vive la PIDE- la potente polizia segreta portoghese: i controlli furono aumentati e a bordo furono fatti salire paracadutisti armati. Galvão annullò l’operazione , attendendo l’occasione propizia per realizzarla di nuovo. E l’ occasione si presentò proprio il 10 novembre. La PIDE questa volta non sospettò alcunché. Seguiva il gruppo da mesi, ma fu tratta in inganno dal loro comportamento. I membri del gruppo, infatti, riuscirono a far credere di stare preparando l’assalto a una nave, sulla falsariga di quanto accaduto in gennaio, quando era stato dirottato  il piroscafo Santa Maria.

[3] Cinque pistole erano state portate a bordo dell’aereo  da  Maria Helena Vidal, infilate in una cintura sotto il vestito. Poiché Maria Helena Vidal era incinta, quel rigonfiamento sembrò del tutto naturale.

La foto sotto il titolo ritrae il comandante Marcelino( a sinistra di chi guarda) e Hermìnio da Palma Inàcio(a destra) nel 1998, durante un incontro dei partecipanti al dirottamento del 1961. Da: especiedemocracia.blogspot

Da leggere:

articolo comparso sul blog Observador firmato da Ricardo Oliveira Duarte e Miguel Soares
Articolo comparso sul giornale Publico, a firma Paulo Moura, 14/7/2009
Operação Vagô , da Wikipedia, a enciclopedia livre
Articolo comparso sul seguente sito


Clicca sull’immagine del PDF per accedere alla traduzione(con traduttore automatico) inglese


A spasso con Matilda

24/12/2016

gallipoli

Prologo

Nelle aree rurali dell’Australia, alla fine dell’Ottocento, non era raro incontrare gli swagmen. Si muovevano a piedi da una fattoria all’altra, soli o, talvolta, in compagnia di un cane. Dormivano dove capitava, si offrivano come tosatori di pecore o per altri lavori occasionali. A tracolla portavano una coperta arrotolata( swag, da cui il nome swagman) nella quale erano raccolti tutti i loro averi ( attrezzi, provviste, utensili). Conducevano una vita libera anche se grama, erano ben visti e bene accolti. Se non c’era lavoro, ricevevano comunque un pasto e caldo e un posto per la notte.
Col tempo, lo swagman si trasformò in una specie di eroe romantico, fu celebrato da romanzieri e poeti, fu ritratto dai pittori.  La sua coperta arrotolata prese il curioso nome di Matilda e “ Girovagando con Matilda”, “ A spasso con Matilda” ( Waltzing Matilda),  diventò una ballata di conosciuta e cantata da tutti, una sorta  di inno nazionale non ufficiale, l’espressione del carattere indipendente e fiero degli australiani.

Quando, nel 1915, le prime truppe australiane lasciarono i porti della madrepatria dirette in Europa e in Medio Oriente, la folla sui moli agitava bandiere, lanciava baci, fremeva di orgoglio, piangeva di commozione. Le bande militari suonavano Waltzing Matilda. A bordo di quelle navi c’erano numerosi swagmen:  avevano rinunciato alla vita libera e alla loro coperta arrotolata per indossare l’uniforme e servire la patria.
Nessuno di loro aveva mai sentito nominare un posto chiamato Gallipoli.

Un nuovo fronte

Impararono presto a conoscerlo. Sotto il fuoco nemico, presero d’assalto le alture sovrastanti la baia; videro le acque e le spiagge arrossarsi di sangue; conobbero la paura degli attacchi notturni, soffrirono la sete, vissero in mezzo a centinaia di cadaveri insepolti; scavarono trincee e sopportarono stoicamente quella vita da talpe, tormentati dalle mosche, debilitati dalle malattie, bersagliati dall’artiglieria e dal tiro dei cecchini; si batterono, sempre, con coraggio e valore. Ma che cosa ci facevano lì, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro pianure? Che cos’era accaduto?

In Europa l’illusione di una guerra di breve durata è ormai svanita. Sul fronte occidentale le Potenze dell’Intesa pagano costi altissimi per guadagnare pochi metri di terreno. Quando ci riescono. Sul fronte orientale i russi sono in difficoltà. Hanno subìto una sconfitta umiliante e perso migliaia di uomini a Tannenberg e ai Laghi Masuri, sono sotto pressione nel Caucaso, temono di non poter resistere a un’offensiva in grande stile. Hanno milioni di potenziali soldati, ma non possono armarli ed equipaggiarli come si deve. Chiedono armi, chiedono munizioni, chiedono aiuto.
Per aiutare la Russia (e, contemporaneamente, per permettere al grano russo di arrivare in Europa) occorre mantenere aperti gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ma gli Stretti sono controllati dalla Turchia. La Turchia è ancora formalmente un impero, anche se, in pratica, il sultano conta meno di niente: a Costantinopoli, infatti, comandano i “ Giovani Turchi”, spregiudicati e filotedeschi.
Per mantenere aperti gli Stretti, dunque, occorre costringere la Turchia- una sorta di malato terminale, secondo gli Alleati- a ritirarsi dal conflitto. Con la Turchia fuori dal conflitto, le Potenze ancora indecise ( Romania, Bulgaria, Grecia, la stessa Italia) potrebbero sposare la causa dell’Intesa; il Kaiser avrebbe un alleato in meno e un problema in più;  la vitale rotta da e per Suez non correrebbe il rischio di essere minacciata; la Russia potrebbe essere rifornita e aiutata.
L’idea di un’azione militare contro l’impero ottomano è di Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato – in altri termini, ministro della Marina- nel governo Asquith. Lord Horatio Kitchener, ministro della Guerra e figura quasi leggendaria in patria, non è entusiasta di imbarcarsi in una nuova avventura( come non lo è il Primo Lord del Mare, Jackie Fisher), ma alla fine, viste anche le pressanti richieste russe, autorizza l’operazione. I francesi, in un primo momento scettici e critici sull’apertura di un altro fronte, cambiano idea e si accodano.

Rule Britannia, Britannia rule the waves!

Il piano prevede un’azione navale in grande stile nella zona dei Dardanelli, la neutralizzazione delle fortificazioni costiere, l’ingresso delle navi nel Mare di Marmara e il bombardamento di Costantinopoli. Non è previsto, almeno in un primo momento, l’impiego massiccio di truppe di terra, anche se, naturalmente, è stato messo a punto un piano di massima. Se tutto va bene- si ragiona a Londra e a Parigi, soprattutto a Londra – basteranno le corazzate( anzi , basterà la loro sola presenza) a ridurre i Turchi a più miti consigli.
Tanto ottimismo non è giustificato. Dopo l’azione dimostrativa del 19 febbraio( bombardamento dei forti costieri), i turchi sono sul chi vive e si aspettano un attacco. Hanno rafforzato le fortificazioni e posato mine. Dal canto loro, gli Alleati, sempre più sicuri di avere a che fare con uno stato moribondo e con un esercito da operetta, non ritengono opportuno rischiare le navi di ultima generazione e assegnano alla missione unità antiquate. Tanto- ragionano- anche se dovessimo perderne qualcuna non sarebbe un gran danno.

L’attacco navale vero e proprio comincia il 18 marzo 1915 e, inizialmente, ha successo. I forti all’imboccatura dei Dardanelli vengono neutralizzati, le navi alleate entrano nello Stretto. E a questo punto cominciano i guai. I dragamine hanno equipaggi civili,  privi dell’esperienza necessaria a operare sotto il fuoco; per avere ragione della seconda cintura di forti bisogna avvicinarsi a riva, perché i tiri da lunga distanza risultano inefficaci. E durante la manovra di avvicinamento, tre corazzate saltano sulle mine posate parallele alla costa una decina di giorni prima e non identificate e vanno a fondo. Una quarta viene seriamente danneggiata.
Il comandante della flotta, il vice ammiraglio John de Robbeck, comunica a Londra l’accaduto e aggiunge di essere pronto a riprendere le operazione nel giro di tre o quattro giorni. Poi ci ripensa e propone: meglio farlo con l’appoggio dell’esercito. La sua proposta viene approvata dal Gabinetto di Guerra. È un grave errore. Le fortificazioni costiere, infatti, sono a corto di munizioni;  Costantinopoli è pressoché indifesa; i  turchi si stanno preparando ad abbandonare i forti e  a ritirarsi vero l’interno. Grazie a un messaggio cifrato opportunamente decrittato dai Servizi, Churchill sa tutto questo.  Prova a mettersi di traverso, prima minacciando e poi blandendo, ma inutilmente.
Radunare la forza da sbarco è operazione complessa. Né si può fare in completa segretezza. E i turchi, quasi miracolati da de Robbeck e dalla decisione del Gabinetto di Guerra, ne approfittano immediatamente. Spostano truppe nel settore dei Dardanelli, formano una divisione di riserva pronta a intervenire in caso di necessità nei settori minacciati, portano in posizione batterie mobili di artiglieria. Il loro comandante – il generale tedesco Otto Liman von Sanders – conosce il mestiere, sa sfruttare il terreno a proprio vantaggio, fa occupare i punti strategici ( le alture, soprattutto), dispone i suoi uomini e i suoi cannoni in modo da tenere sotto controllo le spiagge.

Lo sbarco ha luogo il 25 aprile. Gli inglesi e i francesi prendono terra a Capo Helles nell’estremità meridionale della penisola; gli australiani e i neozelandesi dell’ANZAC ( Australian and New Zealand Army Corps) un po’ più a nord, sul lato occidentale, a Gaba Tepe, in quella che presto sarà conosciuta come ANZAC cove, la baia ANZAC. Il loro obiettivo è quello di prendere i forti costieri e le postazioni sulle alture, in modo da consentire alle navi di avvicinarsi, in sicurezza, a Costantinopoli.

Dig, dig, dig”

La penisola di Gallipoli è il posto meno adatto per uno sbarco. Spiagge strette sovrastate da alture, pendii accidentati, forre, burroni roccia dura. E per di più gli Alleati dispongono di scarse informazioni, hanno mappe risalenti alla guerra di Crimea ( 1853-55), comandanti inesperti e  indecisi( unica eccezione il maggior generale William Birdwood, inglese, comandante dell’ ANZAC), piani confusi e velleitari; una bassa considerazione della capacità di resistenza e di  tenuta del soldato turco, “Johnny Turk” come sarà  in seguito soprannominato dai soldati alleati.
Australiani e neozelandesi sbarcano nel posto sbagliato quando ancora è buio; perdono tempo nel cercare di raccapezzarsi e di individuare gli obiettivi; hanno di fronte un pugno di difensori, ma, anche a causa del ritardato sbarco dell’artiglieria, non riescono ad approfittarne. Von Sanders fa affluire immediatamente rinforzi. Li comanda un colonnello turco di trentaquattro anni. Prima di ogni attacco, è solito rivolgersi ai suoi soldati con questa frase: “ Io non mi aspetto che voi attacchiate. Io vi ordino di morire.” Si chiama Mustafà Kemal. Dopo la fine della guerra diventerà Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.
A Capo Helles, le truppe da sbarco si accaniscono contro i punti più forti delle difese turche( le spiagge designate in codice come V e W). Inutilmente. Sulle spiagge X e S incontrano scarsa resistenza, sulla spiaggia Y nessuna. Ma non avanzano: si fermano in attesa di un ricongiungimento con i commilitoni provenienti da V e da W, perché così recitano gli ordini. E perdono un’occasione forse unica per forzare le difese turche. Già dal primo giorno, il blitzkrieg , sia  a Capo Helles, sia a ANZAC Cove, rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento. Abbandonare l’operazione? Spalleggiato da Kitchener,  il comandante in capo del corpo di spedizione alleato( MEF, Mediterranean Expeditionary Force) , il generale Ian Hamilton, è perentorio: si resta a Gallipoli e si va avanti.

Da lì in poi, per i soldati a terra, la parola d’ordine diventa “dig”, scavare. Scavare e ancora scavare. I fianchi delle alture si trasformano in una successione di trincee sulle quali i turchi fanno piovere migliaia di bombe; il fronte riproduce gli stessi orrori e ripropone gli stessi attacchi insensati del fronte occidentale; le malattie colpiscono duro e mietono più vittime dei colpi di mortaio; a Suvla Bay una manovra di aggiramento condotta ai primi di agosto, ha inizialmente successo, poi, a causa delle indecisioni del generale sir Frederick Stopford  e dalla pronta reazione turca si trasforma nell’ennesimo massacro.
Saltano le teste: quella di Churchill prima ancora di Suvla Bay, quella di Hamilton dopo il fallito attacco alla baia. Il suo sostituto, il generale Charles Monro, ha un’unica alternativa: evacuare Gallipoli. E così avviene. Fra il novembre 1915 e il gennaio 1916, l’intero corpo di spedizione abbandona i Dardanelli senza perdite. È l’unico vero successo dell’intera campagna. Con non poca perfidia, Churchill liquiderà Monro con queste parole: “Venne, vide, capitolò.”(“ He came, he saw, he capitulated”), ma oggettivamente a Gallipoli non si poteva più continuare.

Epilogo

Quando le navi ritornarono nei porti australiani e neozelandesi recavano a bordo uomini segnati nel fisico e provati nel morale. Quegli uomini furono accolti , come un tempo, con le note di Waltzing Matilda, ma la folla non agitava bandiere né mandava baci. Uno swagman cui erano state amputate entrambe le gambe fu felice di non trovare nessuno ad attenderlo e ringraziò Dio per questo.
Tutto era cambiato e niente era più come prima. Sulle spiagge insanguinate di Gallipoli e pagando un prezzo elevatissimo( 11.000 morti, migliaia di feriti), Australia e Nuova Zelanda avevano formato la propria identità nazionale. Ma per molti swagmen reduci da Gallipoli non ci sarebbero mai più stati “giri di walzer” con Matilda nella pianure australiane.

Da leggere:

Alberto Caminiti, Gallipoli 1915. La campagna dei Dardanelli, Genova, 2008

Philip Haythornthwaite, Gallipoli 1915, Goriziana, 2015

In inglese:

https://nzhistory.govt.nz/war/the-gallipoli-campaign/gallipoli-in-brief

Da vedere:

Gli anni spezzati (Gallipoli), di Peter Weir, 1981

The water diviner, di Russell Crowe, 2014

Da ascoltare:

Waltzing Matilda ( qui nella versione dei Seekers)

And the band played Waltzing Matilda, versione di Eric Bogle.

QUI è consultabile una mappa delle spiagge degli sbarchi e delle forze coinvolte.

L’immagine sotto il titolo è tratta dal sito: https://rivegauche-filmcritica.com

 

I post relativi alla Prima Guerra Mondiale pubblicati su questo sito:

 

Il punto decisivo.

Otto dix . Il trittico della GuerraVerdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
Clicca qui per leggere l’articolo

 

 

L’esercito degli innocenti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
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La terza volta

Otto Dix Guerra di trincea 1932

La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

La battaglia di Guglielmo

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von SchreuerKaiserschlacht ( la battaglia per il Kaiser) : i tedeschi all’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del 1918 fra santi, arcangeli, dei e cannoni a lunghissima gittata.
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“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.

Battaglia della MarnaFrancia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen fra angeli, panico, decisioni arbitrarie e ..miracoli.
Clicca qui per leggere l’articolo.
 

 

Finestre chiuse, porte aperte.

Otto dix stosstruppenUn giovane tenente , un brillante generale e quattrocento cannoni che non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
Clicca qui per leggere l’articolo.
 

 

Heia Safari!
Tanga la battagliaAfrica Orientale Tedesca 1914-18: si combatte nel bush, nella boscaglia, fra api inferocite, penuria di cibo, malattie, la guerriglia di Paul Emil von Lettow-Vorbeck, unico ufficiale tedesco a non conoscere la sconfitta.
Clicca qui per leggere l’articolo


La vittoria più bella

24/08/2016
Da: steamcommunity.com-

Da: steamcommunity.com

 

Prologo

Daniel Paul Coulombe è nato a Saint Louis, Missouri, ventisei ani fa. Gioca a baseball fra i professionisti. È un buon lanciatore. Ha fatto parte del roster dei Los Angeles Dodgers e attualmente (2016) veste i colori verde-oro degli Oakland Athletics.
Se Daniel Paul Coulombe è un giocatore professionista lo deve alle sue doti naturali, al suo braccio mancino potente, alla varietà dei suoi lanci, all’allenamento costante, alla sua intelligenza tattica, al suo desiderio di imporsi, alla costanza e alla determinazione con le quali ha affrontato il  percorso che lo ha portato dalla Little League alla Major League.
Ma se Daniel Paul Coulombe è un giocatore di baseball professionista lo deve anche, seppure indirettamente, a un pilota tedesco della Seconda Guerra Mondiale.

La prima volta

Il 20 dicembre 1943 un bombardiere B17 americano decollò dall’aeroporto di Kimbolton in Gran Bretagna per effettuare una missione sulla città di Brema, in Germania. Ai comandi della fortezza volante- battezzata dall’equipaggio “Ye Olde Pub”-  c’era il secondo tenente Charles “ Charlie” Brown, un ragazzo di ventuno anni originario del West Virginia. Charlie Brown era alla sua prima missione. Nella formazione diretta a Brema, il suo aereo occupava una posizione pericolosa, comunemente conosciuta dagli equipaggi come “ Purple Heart corner”, l’angolo della Purple Heart,  la medaglia che si assegnava a chi veniva ferito o – alla memoria- a chi cadeva in combattimento.

I bombardamenti strategici alleati miravano a fiaccare la resistenza dei tedeschi nel tentativo di abbreviare la guerra. I bombardieri americani di giorno e quelli britannici di notte non davano tregua. Passavano e ripassavano sulle città tedesche sganciando tonnellate di bombe, causando migliaia di vittime fra la popolazione civile, distruggendo infrastrutture, abitazioni, caserme, ponti. Ma anche ospedali e scuole. A quei tempi le bombe “ intelligenti”( ammesso che esistano) non erano ancora state inventate. Le bombe di allora cadevano tanto sugli obiettivi militari, quanto sui quartieri residenziali. Nel luglio del 1943, durante i terribili giorni dell’operazione Gomorrah,  la città di Amburgo era stata praticamente ridotta in cenere.
Ma, nonostante i bombardamenti, la Germania non cedeva. E più la Germania resisteva, più le missioni alleate aumentavano. E più le missioni aumentavano, maggiori si facevano le perdite. Da una parte e dall’altra. Sotto i colpi dei cannoni contraerei da 88 e delle mitragliatrici degli ME 109, gli Alleati perdevano sempre più aerei e sempre più equipaggi; complice una serrata propaganda interna, per la martoriata e affamata popolazione civile gli aviatori alleati erano l’incarnazione del diavolo, i cavalieri dell’Apocalisse portatori di morte e di distruzione; per i piloti da caccia erano nemici da odiare e verso i quali non si doveva né si poteva provare pietà o compassione. Non abbattere un bombardiere alleato avendone l’occasione era considerato  alto tradimento.

Nel posto sbagliato

Nell’angolo della Purple Heart, Ye Olde Pub si avvicinava a Brema. Charlie Brown era nervoso, sentiva la responsabilità della missione ed era preoccupato per i suoi nove uomini di equipaggio. Il mitragliere nella torretta posta sulla parte superiore della fusoliera aveva il grado di  sergente maggiore : si chiamava Bertrand “ Frenchy” Coulombe.
La contraerea colpì quasi subito: il muso di plexiglass del B17 di Brown fu squarciato; uno dei quattro motori perse potenza, un altro prese a funzionare a intermittenza, la fusoliera fu danneggiata. Ma il B17 era un aereo molto resistente. E bene armato. Anche se a fatica, Ye Olde Pub riuscì a portarsi sull’obiettivo, le bombe furono sganciate e, subito dopo, Charlie Brown cominciò la manovra per il rientro.
Allontanarsi non fu facile. Danneggiato com’era, Ye Olde Pub non riuscì a rimanere agganciato alla formazione e ben presto si trovò isolato, in condizioni di estrema vulnerabilità. I caccia tedeschi lo attaccarono quasi subito, danneggiando il terzo motore, l’impianto idraulico e quello elettrico, mettendo fuori uso l’impianto dell’ossigeno, squarciando il timone, ferendo sei uomini e uccidendone uno, il mitragliere di coda, il sergente Hugh “Ecky” Eckenrode.
L’attacco durò una decina minuti, un tempo interminabile durante il quale Brown cercò, per quanto poteva, di rispondere al fuoco nemico ( due caccia furono danneggiati) e di manovrare il suo B17 per metterlo al sicuro. Ma come manovrare in quelle condizioni? L’aereo cominciò a perdere quota, scendendo in cerchi concentrici verso il suolo. A causa della mancanza di ossigeno, Brown perse quasi conoscenza. Poi Ye Olde Pub uscì dall’avvitamento,  abbassò il muso e, privo di controllo, scese in picchiata verso terra.  I caccia nemici se n’erano andati.

La croce di cavaliere

Il tenente pilota Franz Stigler- un asso della Luftwaffe–  atterrò all’aeroporto di Jever per riarmare e per rifornire il suo ME 109. Più a sud, nei cieli sopra Brema, la battaglia aerea infuriava ancora. Stigler era un bavarese ventottenne, cattolico e appassionato di volo fin da ragazzo. Ottenuto il brevetto, aveva prestato dapprima servizio alla Lufthansa come pilota civile, poi come istruttore di volo militare. Suo fratello August, pilota anch’egli, era caduto in missione durante la cosiddetta “ Battaglia d’Inghilterra”. Franz aveva allora deciso di lasciare l’incarico di istruttore e di servire in aviazione come pilota da caccia. Non era iscritto al partito nazista.
Il suo sogno era la croce di cavaliere. Gli mancava una vittoria per ottenerla. Una sola. Guadagnare quella medaglia era per lui un modo di onorare la memoria del fratello. Come pilota da caccia, Stigler si era formato in Africa nel JG-27 ( Jagdgeshwader 27), a contatto con veri e propri assi e assimilando il loro codice d’onore: rispetta le regole, rispetta te stesso, rispetta il nemico, conserva la tua umanità, risparmia chi è indifeso o chi si é lanciato col paracadute. “Se gli spari o se sento dire che lo hai fatto, io sparo a te”, gli aveva detto senza mezzi termini il suo comandante di stormo, il tenente Gustav Roedel.

Una situazione disperata

A tremila metri di altitudine, l’ossigeno dell’atmosfera entrò nella carlinga del B17. Charlie Brown ritornò padrone di sé. La situazione era drammatica. Ye Olde Pub era in caduta libera: il timone di coda non rispondeva, lo stabilizzatore non funzionava, di quattro motori solo uno era in piena efficienza. Gli stantuffi delle siringhe di morfina erano bloccati a causa del freddo ed era difficile prestare assistenza al ferito più grave, il sergente Alex Yelesanko, detto “ Russian”, il Russo.
La massa scura degli alberi si avvicinava sempre di più, lo schianto sembrava inevitabile. Ma a seicento metri di altitudine, Ye Olde Pub, quasi per miracolo, rispose ai comandi e recuperò l’assetto. Charlie Brown disse ai suoi: “ Chi vuole può lanciarsi con il paracadute. Io cercherò di riportare il bombardiere in Inghilterra.” Per raggiungere l’Inghilterra, il B17 avrebbe dovuto superare lo sbarramento antiaereo costiero e volare per più di due ore sulle fredde acque del Mare del Nord. Era un’impresa disperata. Tutti a bordo lo sapevano, ma nessuno si lanciò.

Un uomo d’onore.

Stigler, i meccanici, gli armieri e tutto il personale dell’aeroporto di Jever osservarono, increduli, il bombardiere avvicinarsi, rasentare la cima degli alberi e allontanarsi riprendendo lentamente quota. Stigler gettò a terra la sigaretta che stava fumando e si precipitò verso il suo 109. Salì a bordo e premette il pulsante dell’accensione. Il radiatore dell’aereo era stato colpito da un proiettile, il motore correva il rischio di surriscaldarsi. Stigler  decollò ugualmente. Davanti a lui, l’agognata croce di cavaliere  si stava dirigendo , come un’aquila ferita, verso la costa.
Nella torretta posta sulla parte superiore della fusoliera, Bertrand “ Frenchy” Coulombe lo avvistò per primo. Arrivava alto, un puntino sempre più grande nel cielo. Tentò di avvisare Charlie Brown, ma la radio era fuori uso e non ci riuscì. Stigler si portò in coda alla sua preda, il dito sul grilletto, pronto a far fuoco.
Stranamente il B17 non reagiva. Stigler si avvicinò e capì perché la mitragliatrice di coda non sparava: il mitragliere era stato colpito. Si fece più vicino e vide “Ecky” Eckenrode coperto di sangue giacere senza vita accanto alle sue armi. Attraverso i fori della fusoliera gli apparvero altri uomini intenti a prestare soccorso ai feriti. Si chiese come mai quel bombardiere, conciato com’era, riuscisse ancora a volare. Gli uomini a bordo erano nemici: forse nel corso della missione le loro bombe avevano ucciso civili, distrutto abitazioni. Ma erano anche uomini in evidente difficoltà. Inermi e  rannicchiati contro le pareti della fusoliera lottavano per sopravvivere. Gli vennero in mente le parole del suo comandante in Africa: “ Se spari a uno che si è lanciato col paracadute, io sparo a te.”
La costa era vicina e il mare appariva, scuro e minaccioso, in lontananza.
Stigler affiancò Je Olde Pub e tolse il dito dal grilletto.

Il comandante della batteria contraerea costiera vide il B17 avvicinarsi. Al suo fianco un ME 109 con le insegne della Luftwaffe sembrava quasi scortarlo verso il mare aperto. Era una situazione strana e per molti versi inspiegabile( una missione segreta? Un’esercitazione?), ma una cosa era certa: non si poteva aprire il fuoco e correre il rischio di abbattere il 109. Il comandante della batteria ordinò ai suoi di non sparare. La manovra di Stigler aveva ottenuto l’effetto sperato.

La vittoria più bella.

Quando l’ME 109 comparve, vicinissimo, alla loro destra, Charlie Brown e il suo copilota, Spencer “ Pinky” Luke, pensarono di stare vivendo un incubo. Non si erano accorti, frastornati e terrorizzati com’erano, di aver superato indenni- e proprio grazie a quel caccia- lo sbarramento contraereo costiero. Stigler mosse la testa e gesticolò nel tentativo di richiamare la loro attenzione. Tornate indietro- sembrava dire- e atterrate. Non potete farcela. Da Charlie Brown e da “Pinky” Luke nessuna risposta.
Stigler, allora, fece un altro tentativo. Mosse le labbra e sillabò la parola “Sweden”. La neutrale Svezia si trovava a una mezzora di volo verso nordest. Ye Olde Pub avrebbe potuto farcela a raggiungerla. Una volta atterrati in territorio svedese,  gli uomini dell’equipaggio sarebbero stati curati e assistiti. Sarebbero stati internati, certo, ma per loro la guerra sarebbe finita.
Charlie Brown non capiva che cosa volesse Stigler. In quei momenti così concitati e drammatici, non poteva capire. Nessuno avrebbe potuto capire. A un certo punto Charlie ordinò a Coulombe di tenersi pronto a sparare. Visti vani i propri sforzi e comprese le intenzioni  dell’equipaggio, Stigler agitò le ali del proprio 109 in segno di saluto e scomparve all’orizzonte, rinunciando a una vittoria sicura e alla croce di cavaliere.
“ Ora”, disse allontanandosi, “siete nelle mani di Dio.”

Epilogo

Dal Vancouver Sun, 29-30 marzo 2008:

“STIGLER-FRANZ. Dopo una vita lunga e straordinaria, Franz ci ha lasciato il 22 marzo 2008. Prima di lui erano scomparsi i suoi genitori, Franz e Anna e suo fratello Gustel. Lascia l’amata moglie Hija, la figlia Jovita, i nipoti Melina, Corbin, Jason e Nathan, i pronipoti Mackenzie e Aidan, la nipote Christiane ( Burkhard), il fratello speciale Charlie Brown, gli amici del cuore Jim, Anne e tanti altri amici.”

Dal Miami Herald, 7 dicembre 2008:

BROWN CHARLES L. “Il 24 novembre 2008 ci ha lasciato il tenente colonnello( in pensione) Charles L. Brown. Scienziato, inventore, eroe della Seconda Guerra Mondiale, decorato con la Air Force Cross, Charlie L. Brown, risiedeva a Miami dal 1972.”
Il testo continua elencando i numerosi servizi resi allo Stato dal colonnello Brown prima e dopo la guerra, si sofferma sull’episodio del 20 dicembre 1943, quando il tenente Franz Stigler, pur potendolo fare, non abbatté Ye Old Pub e conclude:

Quarantacinque anni dopo , i due piloti si rincontrarono e divennero intimi come fratelli.” ( as close as brothers).

Da MLB.com del 14 marzo 2014, articolo a firma Ken Gurnick:

Daniel Paul Coulombe: “Oggi io non sarei qui. Se il pilota tedesco avesse eseguito gli ordini, mio nonno sarebbe morto.”

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A Higher CallLa vicenda raccontata brevemente in questo post è tratta dal libro scritto da Adam Makos -con la collaborazione di Larry Alexander – A Higher Call ( sottotitolo: An incredible true story of heroism and chivalry during the Second Worl War).
Il libro – i cui diritti sono già stati acquistati da una casa cinematografica americana- non è ( ancora) stato tradotto in italiano. L’edizione inglese, tuttavia, è disponibile su Amazon.com, tanto nella versione cartacea, quanto nella versione e-book per Kindle.
Il combattimento nei cieli sopra Brema occupa la parte centrale del libro ed è preceduto e seguito da altri parti altrettanto interessanti in cui l’autore descrive la personalità e le azioni dei protagonisti( tutti personaggi realmente esistiti, da Galland a Goering, da Stigler a Roedel, da Marseille a “Mighty Mo” Preston) racconta perché dell’episodio non si parlò per lunghissimo tempo né in America né in Germania, descrive l’avventuroso viaggio di ritorno verso l’Inghilterra di Ye Old Pub, riporta episodi non propriamente edificanti tanto da una parte quanto dall’altra( millantare credito sotto forma di aerei abbattuti era una tentazione alla quale si indulgeva facilmente) e segue Stigler negli ultimi giorni della guerra e oltre fino all’incontro con il ” nemico” Charlie Brown.
Non so se il libro abbia dei limiti, so che deve essere letto. La storia di Stigler e di Charlie Brown sarà pure un’eccezione, ma, proprio per questo, è ancora più bella.

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Cliccando sull’immagine del pdf si può accedere alla traduzione in inglese del post. Attenzione, però. Si tratta di una traduzione automatica. Il risultato, pertanto, non è garantito.

 


Una storia di migranti

19/06/2016

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

 

Prologo

È l’autunno del 376 dopo Cristo. Le rive dell’Ister, il Danubio, sono affollate. Si vedono uomini biondi di alta statura. Hanno i capelli lunghi, sono armati. Dietro di loro si muovono donne e bambini e decine di carri trainati da buoi o da cavalli. I Romani li chiamano “ barbari”, loro si definiscono Goti. Tervingi, per la precisione.  Fuggono dalla guerra come i migranti dei nostri giorni e cercano protezione.

L’accoglienza.

L’impero romano accoglieva volentieri i migranti provenienti dalle regioni poste oltre il limes. C’era bisogno di manodopera e c’era bisogno di soldati. I migranti trovavano lavoro nei campi dei latifondisti (non come schiavi, ma come salariati) o entravano a far parte dei ranghi delle legioni. Accogliendo i migranti, lo stato si trovava a disposizione  una considerevole forza lavoro e un serbatoio dal quale attingere soldati per sorvegliare i confini e condurre le guerre.
Il processo era cominciato, grosso modo, ai tempi dell’imperatore Marco Aurelio( 121-180 d.c.). Col tempo, i migranti si erano integrati ed erano stati accettati; alcuni avevano fatto carriera, altri si erano arricchiti. Pagavano le tasse, partecipavano alla vita pubblica, prestavano servizio militare. I più eminenti anteponevano al proprio nome barbarico il “prenomen” Flavius.  Insomma, non erano un corpo estraneo né una potenziale causa di disordini e di discriminazioni. Erano entrati nell’impero poco alla volta nel corso dei secoli e ora ne facevano parte a tutti gli effetti, anche se non ne erano cittadini. Ci si era abituati  a loro e la loro presenza era considerata perfettamente normale.

 L’attesa.

La comparsa dei Goti Tervingi [1]lungo il limes danubiano, però, non era “normale”. Questa volta non  si erano spostati gruppi relativamente ridotti di uomini: questa volta si era spostato un popolo intero con  i guerrieri, i carri, le donne, i vecchi e i bambini. Premuti dagli Unni, i Goti avevano lasciato le loro terre e raggiunto il  Danubio. Una volta arrivati, avevano chiesto di essere accolti entro i confini dell’impero.
Non si era mai vista tanta gente in una volta sola. Era una situazione eccezionale e richiedeva una decisione eccezionale. I funzionari locali non potevano – e forse neppure volevano- prenderla. Toccava all’imperatore d’Oriente decidere. Ma l’imperatore Valente si trovava altrove. A duemila chilometri di distanza, ai confini dell’odierno Iran, stava preparando la guerra contro i Parti Sasanidi. Ci sarebbe voluto tempo, molto tempo, per raggiungerlo e per riportare la sua decisione. Così in attesa del responso imperiale, i Goti si accamparono sulla riva orientale del grande fiume con il terrore di vedersi arrivare alle spalle, da un momento all’altro, i ferocissimi Unni.  Erano, comprensibilmente, tesi e nervosi. E tesi e nervosi erano anche i funzionari e gli ufficiali romani  a causa dell’eccezionalità di quella situazione.

Una decisione controversa.

Stando ai cronisti antichi, Valente non era un fulmine di guerra e neppure un genio.  Grasso, mezzo orbo da un occhio, irresoluto, forse anche ignorante, doveva la sua posizione e il suo incarico al fratello Valentiniano, lui sì deciso, energico e determinato( anche se altrettanto ignorante)[2]. A Costantinopoli Valente non godeva di molta popolarità ed era inoltre malvisto dai cristiani cattolici perché cristiano ariano.[3]
Valente dunque viene informato dell’arrivo dei Goti, riunisce il concistoro ( una specie di Consiglio dei Ministri), ne ascolta i pareri e comunica la propria decisione: i Goti potranno entrare nei confini dell’impero a patto di consegnare le armi, un certo numero di ostaggi e di rispettare la legge romana. Niente di nuovo, dunque: si fa come si è sempre fatto. I nuovi migranti saranno accolti nei confini dell’impero, saranno distribuiti nelle zone dove c’è bisogno di manodopera, l’esercito avrà presto nuove reclute, l’erario incamererà i proventi di nuove tasse. I migranti come risorsa, in altre parole. O come“ affare”.
Ma questo non è un affare come gli altri. La novità, in questo caso, è rappresentata dalle dimensioni dei richiedenti asilo. Quella massa enorme di persone deve essere rifocillata, nutrita,  assistita, censita, avviata verso le zone di insediamento. E sorvegliata. A molti quella decisione non piace affatto: tutti quegli uomini possono trasformarsi in un grave pericolo per l’impero. Ammiano Marcellino scrive: ci siamo dati la zappa sui piedi. Prima eravamo protetti dal Danubio, dopo la decisione di Valente non più. Ma c’è anche chi sottolinea l’aspetto “ umanitario” della decisione dell’imperatore. Temistio – intellettuale e alto funzionario imperiale-  scrive: ci preoccupiamo di salvare dall’estinzione leoni, elefanti e ippopotami. “Rallegriamoci, dunque, che per decisione di Valente sia stato salvato dallo sterminio un intero popolo di uomini,  magari  barbari, come dirà qualcuno, ma sempre uomini.”

Nei centri di accoglienza.

Per quel “ popolo di uomini”, attraversare il Danubio – impetuoso e gonfio per le piogge- è impresa ardua. Il ponte fatto erigere dall’imperatore Costantino cinquant’anni prima è crollato e non è stato mai più ricostruito. I Goti attraversano il fiume sulle imbarcazioni messe a disposizione dai Romani, ma anche su zattere, persino su tronchi d’albero.  È una traversata caotica e i morti affogati non si contano. Eppure il peggio deve ancora venire.
Una volta raggiunta la sponda occidentale, i superstiti vengono sistemati alla bell’e meglio in campi improvvisati. Radunare e smistare tutte quelle persone verso le zone meno popolate della Mesia perché si trasformino in agricoltori richiede tempo. Quasi nessuno, poi, consegna le armi. Lontano dagli occhi di Valente, i funzionari romani preferiscono, infatti, intascare bustarelle anziché requisire spade o lance.
C’è poco da mangiare, il malcontento aumenta. E il flusso dei migranti non si arresta. Si è sparsa la voce circa l’apertura delle frontiere e sulla sponda orientale del Danubio sempre più guerrieri Alani o Goti Greutungi[4] , donne e bambini si affollano in attesa di passare sulla sponda opposta.
Secondo gli accordi, in attesa di raggiungere le zone loro assegnate, i Goti avrebbero dovuto essere nutriti con razioni militari. I corrotti funzionari locali- in particolare il comes ( conte) Lupicino e il dux (duca) Massimo- si fanno pagare le razioni o vendono ai Goti carne di cane o carne avariata.  Ben presto i soldi finiscono, ma la fame non diminuisce. Per sopravvivere, i Goti sono costretti a vendere i propri figli e a prostituire le proprie donne. Al campo arrivano, sempre più numerosi, i mercanti di schiavi: hanno fiutato l’affare e non vogliono lasciarselo sfuggire.
Il malcontento sale, gli uomini rumoreggiano e minacciano una rivolta. Lupicino e Massimo si rendono conto di aver tirato troppo la corda e di aver contribuito a creare una situazione esplosiva. Decidono allora di far muovere i Goti verso l’interno. Avrebbero dovuto farlo subito, ma, come si dice, meglio tardi che mai. Una lunga colonna di uomini, donne, bambini, carri e carriaggi prende la direzione della città murata di Marcianopoli ( l’odierna Devnja, in Bulgaria). L’intera guarnigione di confine è impegnata a scortarli. Sulla riva romana del Danubio sono rimasti solo pochi soldati. Chi si trova dall’altra parte – bande di Alani, persino gruppi di Unni- ne approfitta immediatamente e attraversa il fiume.
Raggiunta Marcianopoli, Lupicino invita i capi Goti a banchetto. Perché lo fa? Per assicurarsi la loro collaborazione nella gestione di quell’affare complicato o piuttosto per eliminarli? I capi entrano in città, ma tutti gli altri restano fuori. La popolazione locale non vuole quella massa di migranti e le porte della città rimangono chiuse. La rabbia esplode, scoppiano tafferugli e disordini, numerosi soldati romani vengono uccisi. Lupicino, informato di quanto sta succedendo all’esterno,  forza allora la mano e cerca di togliere di mezzo i capi goti presenti al banchetto. Confida che gli altri, là fuori, senza nessuno a guidarli, si sbanderanno e potranno essere controllati più facilmente. La scorta di Fritigerno e di Alavivo ( i due più prestigiosi capi goti) viene eliminata, ma Fritigerno riesce a convincere Lupicino a lasciarlo andare. Una volta tornato dai suoi farà cessare i disordini, assicura.
Lupicino gli crede e lo lascia andare. È un errore colossale. Una volta fuori dalle mura di Marcianopoli, infatti, Fritigerno dichiara rotto il patto stipulato con i Romani. La zona intorno alla città viene corsa in lungo e in largo. I Goti bruciano fattorie, razziano il bestiame, catturano giovani e giovinette da vendere come schiavi, si impossessano di depositi di viveri, spargono il terrore ovunque. È la guerra.

“Con le mura conviene stare in pace.”

Lupicino ha due alternative: chiedere aiuto a Valente ( pericoloso ai fini della carriera) o sbrigarsela da solo[5]. Sceglie di fare da solo. Mette insieme un piccolo esercito ( circa seimila uomini) e muove contro i Goti. Le sue sono truppe scelte. Appartengono alle legiones comitatenses, gruppi mobili pronti a intervenire nei punti di maggior pericolo. Lupicino però può fare affidamento solo sulle unità di stanza a Marcianopoli: le altre legioni sono dislocate in zone troppo distanti dalla città e non ce la farebbero ad arrivare in tempi brevi.
Rispetto al passato le legioni sono cambiate. Ognuna di esse conta millecinquecento, milleseicento uomini anziché cinquemila come ai tempi di Giulio Cesare. Sono aumentati i sagittarii, gli arcieri: a loro è affidato il compito di colpire da lontano, una volta prerogativa dei velites armati di giavellotto. Unità di cavalleria corazzata e di cavalleria leggera accompagnano la fanteria.  Anche l’armamento individuale è cambiato. Lo scudo di legionari è diventato più piccolo, il gladius è stato sostituito dalla più lunga spatha, il pilum dalla lancia. La disciplina e l’addestramento, però, sono sempre gli stessi e, in campo aperto, le formazioni militari romane restano formazioni temibili.
Non in questa occasione. In questa occasione le truppe di Lupicino si disuniscono sotto l’impeto e l’incalzare dei Goti – più numerosi- e vengono massacrate. Vista la mala parata, Lupicino abbandona il campo di battaglia e si rifugia nella più sicura Marcianopoli.
Sulle ali dell’entusiasmo per la vittoria ottenuta, i Goti, armatisi con le armi tolte ai Romani caduti, si spingono fin sotto le mura di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia). Sono aumentati di numero, giacché grazie all’insipienza e alla stupidità dei funzionari romani, alcune unità di mercenari goti hanno disertato e si sono unite a Fritigerno.
Le città murate, tuttavia, sono un ostacolo insormontabile per i Goti. Non hanno macchine da assedio né sanno costruirle. Fritigerno ci mette poco a capirlo, rinuncia ad assediare Adrianopoli asserendo che “ con le mura conviene stare in pace”o qualcosa del genere e riprende a razziare le campagne.

Verso Nord.

Informato di quanto sta accadendo lungo il Danubio, Valente si preoccupa. Avvia in fretta e furia colloqui di pace con i Persiani e manda alcune unità di truppe scelte, magnis itineribus, a marce forzate, verso la Tracia. Sono comandate da due generali “ cortigiani”, cioè più adatti agli intrallazzi di corte che ai fragori di una battaglia: Traiano e Profuturo.I due ripetono l’errore di Lupicino: anziché adottare tattiche di controguerriglia, cercano lo scontro  in campo aperto; anziché effettuare rastrellamenti, isolare un gruppo di razziatori alla volta ed eliminarlo, si dirigono verso l’accampamento dove è raccolto il grosso del nemico.
Questa volta, però, i Goti non aspettano i Romani per dare battaglia. Affrontare Lupicino e il suo esiguo contingente è un conto; combattere contro truppe esperte e numerose , un altro. Fritigerno e i suoi tolgono allora il campo e lentamente si dirigono verso le montagne della Tracia, ne attraversano i valichi e puntano a nord, verso il delta del Danubio. Sembra una ritirata in piena regola. E forse lo è. Forse i Goti ne hanno abbastanza e vogliono rientrare nei territori d’origine portandosi dietro il bottino e i prigionieri.
Nella loro lenta marcia verso nord, i Goti si accampano non lontano da una località denominata ad Salices ( “verso i salici”, “in direzione dei salici”). I Romani non hanno smesso di tallonarli. La battaglia è inevitabile ed entrambi i contendenti ne sono consapevoli. I Goti hanno disposto i loro carri in cerchio come fanno di solito quando pongono il campo e hanno fatto rientrare le bande mandate a razziare nei dintorni. Traiano e Profuturo sono stati raggiunti da Ricomere, un alto ufficiale dell’imperatore d’Occidente – e nipote di Valente- Graziano, alla testa di un contingente di soldati. I legionari di Ricomere non sono molto numerosi, tuttavia la loro presenza ha un forte connotato simbolico: Graziano è  della partita, si è reso conto del pericolo ed è pronto ad aiutare lo zio. Ora e in futuro.
Nelle battaglie raccontate nei film storici i soldati corrono come centometristi e, armati di tutto punto, si scagliano gli uni contro gli altri. In realtà non andava affatto così. E infatti lì, ad Salices, nessuno corre. All’inizio, almeno. I Romani si muovono in assetto di battaglia; i Goti lasciano il cerchio dei carri  e avanzano a loro volta. Poi le due masse di soldati si fermano, l’una di fronte all’altra. I Romani intonano il barritus, il loro grido  di guerra. È una specie di muggito, modulato su un’unica nota all’inizio bassa, poi sempre più alta  e da ultimo assordante; i guerrieri goti , a turno, escono dalle file e occupano lo spazio intermedio ricordando le glorie dei propri antenati e giurando fedeltà ai capi.
L’attesa dura a lungo. A un certo punto volano le prime frecce; le due masse avanzano e cozzano l’una contro l’altra. Entrambi i contendenti spingono con gli scudi, colpiscono con le lance nel tentativo di rompere la compattezza dello schieramento avversario.
Si combatte per gran parte della giornata. Sul far della sera il contatto viene rotto. Lentamente, i Goti ritornano all’interno del cerchio di carri e i Romani si dirigono verso il proprio accampamento. Non ci sono né vinti né vincitori né perdite elevate. Per i Romani, tuttavia, c’è più di un motivo per preoccuparsi. I “ barbari” non se la sono data a gambe davanti alle legioni, anzi. Hanno combattuto con vigore e coraggio, hanno tenuto testa ai veterani d’Oriente, hanno anche sfondato in alcuni punti dello schieramento prima di essere stoppati dalle riserve immediatamente impiegate da Ricomere. Insomma, prenderli sottogamba è stato un clamoroso errore, continuare a farlo sarebbe gravissimo.

Si alzano i muri.

Dopo la battaglia dei Salici, i Romani cambiano tattica. La zona viene evacuata, i viveri vengono ammassati in appositi depositi nelle città presidiate dalle legioni. C’è poco o niente da razziare. I Goti allora cercano di scendere di nuovo verso sud, ma per farlo devono riattraversare le montagne. I Romani bloccano i valichi erigendo terrapieni,  costruendo sbarramenti in muratura , scavando trincee. I Goti provano a forzare i passaggi, ma, per quanto impeto ci mettano, non ce la fanno.
Sembrano in trappola. Il cibo scarseggia o manca del tutto, l’inverno si sta avvicinando, i valichi verso sud e la pianura sono bloccati. Ma verso nord la strada è aperta. E allora i Goti ne approfittano per mettersi in contatto con bande di Alani e di Unni passate al di qua del Danubio. Sono predoni, si muovono a cavallo, sono attirati dalla prospettiva di fare bottino. È un bel guaio per i Romani. Perché  un conto è bloccare il lento convoglio dei Goti di Fritigerno, un altro conto è tenere a bada gruppi mobilissimi di cavalieri in grado di spostarsi con estrema rapidità da una zona all’altra. Il comandante romano, Saturnino, preoccupato della nuova minaccia e spaventato( forse non del tutto a torto) dall’idea di vedersi spuntare alle spalle gli Unni e gli Alani , toglie il blocco e scende in pianura. Tanto, pensa, l’inverno è ormai alle porte e i Goti si muovono molto lentamente. Ci penseranno la neve e il gelo a bloccarli. E invece i Goti, informati da spie e da disertori, non perdono tempo, superano i valichi sguarniti, scendono di nuovo in pianura e di nuovo riprendono a correre il paese in lungo e in largo. Sorprendono un’unità romana ancora fuori dalle mura della città verso la quale si sta dirigendo e la distruggono. Ma quando tentano il colpo con un’altra unità comandata da Frigerido –romano nonostante il nome “barbarico”- hanno la peggio. I Goti superstiti  di quello scontro vengono inviati verso l’interno dove c’è bisogno di manodopera. Alcuni di essi arriveranno fino a Parma e  a Modena, in Pianura Padana.

Una questione di sicurezza,

Per quanto sanguinosi siano, quegli scontri non sono decisivi . Valente allora decide di metterci la faccia e di occuparsi personalmente della questione. Lascia Antiochia e raggiunge Costantinopoli, dove non si fa vedere da anni. In città tira una brutta aria. Quando si presenta ad assistere ai giochi nel circo , Valente si becca un uragano di fischi. Eppure, grazie a lui, Costantinopoli è una città-cantiere, si stanno realizzando opere pubbliche, un grande acquedotto. La popolazione dovrebbe essergli grata. Ma la popolazione  non bada a tutto questo: le interessa la sicurezza, la pretende: è ora che i barbari la smettano di spargere il terrore in lungo e in largo.
I fischi di Costantinopoli svegliano l’imperatore. Dalla sua villa suburbana a Melanthias dove prudentemente e sdegnosamente si è ritirato, Valente prepara il suo piano di guerra. Richiama dalla pensione un generale tutto d’un pezzo, incorruttibile, valoroso, popolare fra i soldati e gli affida il comando di un reparto – duemila uomini- con il quale condurre azioni di controguerriglia. Sebastiano- questo è il nome del generale- ci sa fare e ottiene rapidamente successi significativi. Non cerca lo scontro frontale. Dà la caccia ai razziatori, un gruppo alla volta, attaccandoli quando meno se lo aspettano. Anche di notte.
Fritigerno si rende conto appieno il pericolo. Sospende momentaneamente il saccheggio e riunisce tutte le bande in una località chiamata Cabyle. Si tratta di una località assai importante dal punto di vista strategico, a cavallo di importanti vie di comunicazione. In questa zona il terreno è aperto e i Goti non corrono il rischio di essere circondati. Fritigerno lo sa: presto Graziano e Valente riuniranno le proprie forze e marceranno contro di lui. Per questo ha bisogno di avere tutti i suoi uomini uniti.
Graziano, in effetti, sta scendendo con le sue truppe lungo il Danubio. Bande di Alani non gli danno tregua, tendono imboscate e causano perdite. La marcia tuttavia non si arresta. Nonostante i guai incontrati lungo il cammino, nonostante il giovane imperatore non stia bene di salute, le truppe d’Occidente raggiungono presto “Campo di Marte”, una fortezza di frontiera vicino all’odierna Kula , al confine serbo-bulgaro.

Anche Valente ha radunato il proprio esercito. Quindici -ventimila uomini, con una consistente presenza di veterani. La sua idea è di muovere lungo la valle del fiume Maritza ( che i Romani chiamano Hebrus), dirigersi a ovest, lasciarsi alle spalle Adrianopoli e intercettare i Goti nella zona fra Beroea e Cabyle. Graziano nel frattempo avrebbe dovuto superare il passo di Succi, raggiungere Filippopoli( l’odierna Plodviv in Bulgaria) e percorre in senso inverso la valle del Maritza per congiungersi con le forze dello zio e stringere i Goti in una morsa.

 

Antica Tracia

 

Fritigerno però gioca d’anticipo. Con una mossa a sorpresa scende a sud lungo la valle del fiume Tundza e si dirige verso Adrianopoli, intenzionato a portarsi alle spalle di Valente e a tagliargli la via dei rifornimenti. Sulle prime l’imperatore crede si tratti di una diversione. Manda alcune unità a cavallo e a piedi a controllare i passi montani lungo il tragitto seguito dai Goti e aspetta. Ma ben presto deve ricredersi. Le informazioni raccolte dai suoi esploratori non lasciano dubbi: non si tratta di una diversione, ma della manovra principale.
Valente allora ritorna con i suoi verso Adrianopoli, fa allestire come consuetudine il campo fortificato e convoca il proprio consiglio di guerra. La questione è: attaccare subito o aspettare Graziano e attaccare insieme? Valente non nutre simpatia per il nipote, dal quale ha appena ricevuto alcune lettere personali. Gliele ha portate Ricomere, il comandante sfortunato della battaglia dei Salici. Graziano scrive: non lanciarti in azioni temerarie, aspettami e uniti avremo la vittoria. Ma come aspettare se gli esploratori parlano di non più di diecimila guerrieri goti? Se Sebastiano, l’invitto Sebastiano, preme perché si attacchi subito? E poi, perché dividere la gloria della vittoria con quello sbarbatello di Graziano, sempre pronto a vantare le proprie imprese? E che ne sarà della popolazione abbandonata a se stessa in attesa dell’arrivo delle truppe d’Occidente? A nulla vale la prudenza invocata dal comandante della cavalleria , il sarmata Vittore: Valente ha deciso: non aspetterà Graziano, attaccherà subito e avrà la gloria della vittoria tutta per sé.

La trattativa.

Appena presa la decisione, nel campo risuonano gli ordini, i reparti si raggruppano, raggiungono la posizione loro assegnata e si preparano a uscire contro il nemico. Ma Fritigerno ha in serbo un’altra mossa. Manda al campo romano un suo uomo fidato – un prete cristiano- con due lettere per Valente. Scrive: mantieni quanto hai promesso due anni fa e noi non combatteremo. Dacci la terra da coltivare, un territorio dove risiedere e noi deporremo le armi. E aggiunge: io personalmente desidero la pace. Sono i miei guerrieri a essere irruenti. Esci con il tuo esercito, schierati davanti a loro, mostra i muscoli e anche i più riottosi cederanno. Valente non si lascia convincere. Forse non si fida dei “barbari”, forse teme un tranello, forse è sicuro di spazzarli via in quattro e quattr’otto e non è disposto a fare concessioni.
Ma perché quella mossa da parte di Fritigerno? È dettata dalla sincerità o è solo un espediente per prendere tempo? Di certo c’è questo: I Goti si muovono lentamente. Secondo Ammiano Marcellino impiegano più di tre giorni per portarsi nelle vicinanze di Adrianopoli. Sono i carri a rallentarli o aspettano qualcosa o qualcuno?
Si è dibattuto a lungo su quanti fossero. Come abbiamo visto, secondo gli esploratori di Valente non arrivavano a diecimila. Secondo Ammiano Marcellino erano molti di più. Certamente non i duecentomila di cui parlano alcuni storici moderni, ma più di diecimila. Un dato è comunque certo: gran parte della cavalleria era stata mandata in giro a procurarsi viveri e foraggio e non era stata individuata dagli scout. Fritigerno procede lentamente perché ne aspetta il ritorno?

La battaglia.

Adesso i due schieramenti si trovano l’uno di fronte all’altro. I Romani si sono sorbiti una marcia di tredici, quattordici chilometri sotto un sole cocente e su un terreno sconnesso e irregolare. Valente ha lasciato il tesoro imperiale , il bagaglio personale e i consiglieri civili a Adrianopoli e adesso è lì, alla testa dei propri uomini e ne condivide aspettative e disagi. Sono circa le due del pomeriggio del 9 agosto 378 d.c.
I Goti hanno allestito il carrago– il loro cerchio di carri- in una zona leggermente sopraelevata nei pressi dell’odierno villaggio di Muratçali. I Goti non combattevano stando all’interno del carrago, ma vi si schieravano davanti e vi ritornavano per trovarvi riparo nel caso in cui gli avvenimenti avessero preso una brutta piega. Dunque in quella torrida giornata di agosto, i Goti sono schierati davanti ai propri carri e i Romani li fronteggiano intonando il barritus, la fanteria al centro, la cavalleria  alle ali. All’ala destra, i Romani si avvicinano ai nemici. Li provocano spingendo avanti i cavalli e poi rinculando. È un gioco pericoloso al quale i Goti rispondono urlando, agitando le armi e provocando a loro volta.
Tuttavia un contatto vero e proprio ancora non c’è. Fritigerno rigioca la carta della trattativa. Ammiano Marcellino non ha dubbi: è un colossale imbroglio per prendere tempo. Se è così, i Romani gli danno una mano. Respingono la prima ambasceria perché composta da uomini di basso rango e si dichiarano disposti a intavolare trattative con persone più altolocate . E intanto il tempo passa, i soldati romani soffrono terribilmente la sete. Ma non smettono di battere sugli scudi e di intonare il barritus.
Fritigerno accetta: verrò io stesso a trattare, ma voglio garanzie. Mandatemi uno dei vostri uomini più in vista. Lo terrò in ostaggio durante le trattative  e poi lo rilascerò. Valente sceglie uno del proprio entourage, il tribuno Equizio, ma il prescelto non ne vuole neanche sentir parlare. E intanto il tempo corre via inesorabile e i Greutungi e gli Alani, altrettanto inesorabilmente, si stanno avvicinando. Alla fine è Ricomere a offrirsi come ostaggio. Tutto a posto? Nemmeno per sogno. Si perde altro tempo per dotare Ricomere delle credenziali comprovanti il proprio rango. Perché Valente accetta la trattativa? Spera di chiudere la questione senza spargimento di sangue? Vuole guadagnare tempo in  attesa dell’arrivo di Graziano? Crede nella buona fede di Fritigerno? Sia come sia, quei colloqui non si svolgeranno mai.
Ricomere, infatti, è appena partito alla volta del campo dei Goti quando all’ala destra dello schieramento la situazione precipita. I cavalieri romani si avvicinano sempre di più ai Goti, li provocano, li urtano coi cavalli. Parte qualche freccia. A questo punto i Romani non si trattengono più e  caricano il nemico. I comandanti – Bacurio e Cassio- agiscono di propria iniziativa, non su ordine diretto di Valente. La loro è una mossa fatale. I Goti resistono e costringono la cavalleria a ripiegare in disordine. Si tratta ancora di un fatto circoscritto, le fanterie non sono ancora entrate in azione, forse ci sarebbe ancora spazio per la mediazione. Ma questo spazio si chiude immediatamente quando sui Romani in fuga piombano, improvvisi, gli Alani e i Greutungi tornati a rotta di collo dalla loro razzie per sostenere Fritigerno.
Mentre tutto questo succede all’ala destra, nel settore opposto, la cavalleria romana, ricompattatasi dopo il primo attacco nemico, riesce ad avanzare e a spingersi fin quasi all’interno del carrago. Ma nessuno ne sostiene l’azione e così anch’essa viene sopraffatta dai cavalieri Alani e Greutungi. A questo punto, la fanteria romana, priva di qualsiasi protezione sui fianchi, viene circondata e fatta a pezzi. Ammiano Marcellino ricorre a toni drammatici e ci racconta di alte e dense nuvole di polvere attraverso le quali volano, invisibili ai Romani, le mortali frecce nemiche; di un terreno reso viscido dal sangue dei caduti e dei feriti; dell’impossibilità da parte dei Romani di effettuare una ritirata ordinata; di lance spezzate e di scudi resi inservibili; di uomini esausti per la sete, per il caldo e per il  peso dell’armatura. A un certo punto la resistenza cessa e i Romani fuggono in disordine.
Alcuni reparti , tuttavia, fanno eccezione. I Matiarii e i Lanciarii –due reggimenti di èlite- combattono bene e cercano di ritirarsi con ordine in mezzo a quell’enorme confusione. Valente, quasi senza più guardia del corpo, cerca di raggiungerne i ranghi per trovare protezione. Ma la situazione ormai è compromessa: i Batavi si rifiutano di entrare in battaglia a fianco dei Romani;  non ci sono più riserve da impiegare; la cavalleria nemica è inarrestabile. Vista la mala parata, Ricomere e Saturnino tagliano prudentemente la corda, seguiti a ruota da Vittore. Cadono Sebastiano ed Equizio, cadono Traiano e Valeriano; cadono decine di ufficiali superiori. E Valente? Cade anch’egli, ma il suo cadavere non verrà mai trovato. Secondo alcuni, l’imperatore d’Oriente fu colpito da una freccia e morì nel corso della battaglia; secondo altri bruciò vivo all’interno di un casolare dato alle fiamme da un gruppo di Goti del tutto ignari della sua presenza all’interno.

Adrianopoli fu un colpo terribile per l’impero. E non solo per la morte di Valente e neppure per il numero dei caduti( a Canne, a Carre e a Teutoburgo, in passato, ne erano morti di più). Le disciplinate, addestrate e una volta invincibili legioni romane erano state battute in campo aperto da un esercito di “barbari”. Di chi la colpa? Dell’impazienza sconsiderata di Valente? Del volere degli dei? O perché erano stati ignorati gli infausti presagi precedenti la battaglia? Domanda meno oziosa di quanto possa sembrare, quest’ultima, perché se la religione cristiana –ormai religione di stato- relegava nella superstizione le pratiche pagane, in pratica non era così. La maggioranza della popolazione ci credeva, eccome.
Ad ogni modo, per errore umano o per volontà divina i Goti restarono padroni del campo. Provarono anche ad assediare Costantinopoli, dove la popolazione si rifiutò di aprire le porte della città ai soldati romani temendo chissà che cosa. L’assedio non poteva avere successo e in effetti fallì. I Goti ripresero a correre le campagne fino a che un energico generale di origine spagnola, Teodosio, nominato imperatore d’Oriente da Graziano, pose fine al conflitto, giungendo a un accordo con i Goti e accogliendoli come foederati all’interno dell’impero.

Col tempo, Adrianopoli è diventata un simbolo, una specie di spartiacque della storia. Nella sconfitta di Valente, infatti, c’è chi vede l’inizio della fine per l’impero romano d’Occidente. I “barbari” infatti si spingeranno sempre più a ovest ( in questo assecondati dagli imperatori orientali, ben felici di toglierseli dai piedi) fino ad arrivare a Ravenna e a Roma. Per alcuni addirittura il Medioevo comincia lì, nel tardo pomeriggio di quella torrida giornata estiva, in cui la cavalleria dei Goti ebbe la meglio sulla fanteria romana. Le cose non stanno esattamente così. Ci vorrà ancora molto tempo prima di un cambiamento effettivo, ma sicuramente Adrianopoli contribuì ad accelerare il processo.

Epilogo.

Negli anni successivi al riconoscimento da parte di Teodosio, i Goti accolti nell’impero si diressero a occidente in cerca di soldi, a caccia di prebende e di incarichi. Quando erano pagati stavano buoni, combattevano per Roma anche contro altri Goti. Ma quando erano a corto di soldi si agitavano, rumoreggiavano e minacciavano. Gli imperatori d’Occidente dovevano fare i salti mortali per accontentarli. E non sempre ci riuscivano. A volte non volevano, altre volte proprio non c’erano soldi. O terre da distribuire. O cariche da assegnare ai capi. La situazione era perennemente tesa: i Goti minacciavano di fare sfracelli, si quietavano, poi minacciavano di nuovo. Alcuni dei loro capi sedevano in Senato: si toglievano la pelliccia per indossare la toga e , una volta finita la seduta, si rimettevano la pelliccia  e ritornavano quelli di prima. O, almeno, così è stato scritto. La convivenza, insomma, a poco a poco si era fatta meno facile; i “ barbari”- sempre più numerosi nell’esercito- erano in grado di condizionare la politica imperiale.
Nel 410, uno di loro, stanco di dilazioni e di promesse non mantenute mise a sacco Roma. Non veniva da lontano, dalla Germania, dalla Scandinavia o da qualche altra remota parte oltre il limes. Non invase alcunché, perché, con i suoi, si trovava già da un pezzo dentro i confini dell’impero. Parlava latino, si professava cristiano, era un generale dell’esercito. I Romani lo conoscevano come Flavius Alaricus; noi lo conosciamo come Alarico, capo dei Goti.

Da leggere

Alessandro Barbero, 9 agosto 378. Il giorno dei barbari, Laterza, 2012
Guido Cervo, Le mura di Adrianopoli, Piemme, 2009
Alessandro Defilippi, Danubio rosso. L’alba dei barbari, Mondadori, 2012
Simon Macdowall, Howard Gerrard Adrianople AD 378. The Goths crush Rome’s Legions, Osprey, 2011
Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri, liber XXXI, UTET, 2014

Nel web.

http://www.mondostoria.it/battaglia-di-adrianopoli–378-d.c.-.html

In questo filmato Youtube, Alessandro Barbero illustra la battaglia di Adrianopoli.

Sotto il titolo: Sarcofago Ludovisi, 260 d.c., Museo Altemps, Roma

In questo sito:

 

Il sangue e la polvere
Morte di Lucio Emilio Paolo a CanneCanne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
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Il sangue e la nebbia
Trasimeno Annibale ordina l'attacco217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.
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Supermarius.
Giugurta davanti al console romanoIl crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
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L’equivoco.
senato_roma Da_Romainun clickSi va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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Un “ordinario generale romano”

Cavalieri PartiCarre, 53 a.c.: la mobilità e l’arco, il cavallo e la lancia contro il gladio e lo scudo nel deserto della Mesopotamia.
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Sangue nella foresta

Il massacro di Teutoburgo, la disperazione di Augusto, la fine dell’espansione romana oltre il Reno.
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NB: Non riesco a trovare l’indirizzo del sito dal quale ho tratto la cartina dell’antica Tracia e quindi sono impossibilitato- per una mia negligenza- a citare la fonte. Se il proprietario dell’immagine lo vorrà, la rimuoverò dal post.

[1] Noti anche col nome di Visigoti.
[2] Nel 364, una volta nominato imperatore, Valentiniano aveva tenuto per sé la parte occidentale dell’impero e aveva affidato a Valente la parte orientale. Valentiniano era morto nel 375 ( cioè un anno prima dell’arrivo dei Goti sul Danubio) e il suo posto era stato preso dal figlio diciassettenne Graziano.
[3] Detto in parole poverissime, secondo l’arianesimo in Cristo prevale la natura umana e non la natura divina. La natura divina è prerogativa solo di Dio, in quanto eterno e non generato. Cristo è stato generato da Dio, è la più eccellente delle sue creature , ma , proprio perché “generato”, proprio perché ha avuto un inizio nel tempo, non può avere la medesima sostanza di Dio. Diffusa a partire dal 320 d.c. da un prete di Alessandria d’Egitto di nome Ario, l’arianesimo fu condannato nel Concilio di Nicea ( 325 d.c.) come eresia. I Goti- ma anche numerose altre popolazioni “barbariche”- quando si convertivano al cristianesimo, sceglievano a stragrande maggioranza, la dottrina ariana.
[4] Goti orientali, conosciuti anche come Ostrogoti.
[5] Alessandro Barbero, 9 agosto 378. Il giorno dei barbari, Laterza


Sangue nella foresta

22/05/2016
Arminius Ambush, L'imboscata di Arminio, 1873. Peter Jansen(1844-1908)

Arminius Ambush, L’imboscata di Arminio, 1873. Peter Jansen(1844-1908)

Prologo

L’esercito vittorioso di Germanico Giulio Cesare si è spinto fino ai confini estremi del territorio dei Bructeri. È la Germania posta fra il Reno e l’Elba, territorio di tribù indomite, regione di boschi, di acquitrini, di fiumi e di paludi. Germanico sa dove si sta dirigendo. Il legato Aulo Cecina ha aperto la strada, mandando pattuglie in avanscoperta, facendo costruire ponti e alzare terrapieni per agevolare il passaggio dei legionari.
Seguito dai propri soldati, Germanico si inoltra in una fitta foresta. In quel luogo vengono trovati i resti di due accampamenti romani. Uno è un campo in grado di contenere tre legioni; l’altro – nulla più di un fossato poco profondo- un pugno di uomini.  E lì, nell’accampamento più piccolo,  biancheggiano ancora, sparse o a mucchi, le ossa di uomini e di cavalli; si vedono teschi inchiodati ai tronchi degli alberi; nei dintorni si ergono lugubri altari  destinati ai sacrifici umani. Un legionario indica a Germanico il luogo dove il comandante di quegli sfortunati uomini fu dapprima ferito e poi si tolse la vita; un altro la piccola altura usata dal capo vittorioso dei Germani per schernire Roma e  le sue insegne.
I legionari raccolgono quelle ossa senza sapere se siano di un amico, di un parente, di un conoscente o di un nemico e le interrano in piccole buche. Alzano un tumulo commemorativo. Profondamente turbato, Germanico depone la prima zolla di terra.
Quel luogo “tetro alla vista e cupo alla memoria”[1] è la Selva di Teutoburgo. Lì, sei anni prima, nel settembre del 9 dopo Cristo, tre splendide legioni al comando di Quintilio Varo erano state massacrate dai Germani.

Il capro espiatorio.

Durante la campagna di Gallia, Caio Giulio Cesare aveva portato le aquile delle legioni fino al fiume Reno. Il suo erede politico, l’imperatore Ottaviano Augusto, accarezzava il sogno di portarle fino all’Elba e di fare della Germania Magna una provincia romana. Fortunate campagne militari oltre il Reno lo avevano illuso di avercela fatta: la Germania era stata conquistata ed era pronta per essere romanizzata. Così quando uno dei suoi più abili generali – e suo successore in pectore-,  Tiberio, aveva dovuto rinunciare a una campagna contro i Marcomanni per precipitarsi a sedare una rivolta in Dalmazia e in Pannonia, Augusto aveva inviato in Germania, in qualità di legatus ( oggi diremmo governatore), un uomo del proprio entourage, appartenente a un’antica famiglia nobiliare ormai decaduta: Publio Quintilio Varo.

Ma chi era Quintilio Varo? Varo non era un novellino. Si era fatto le ossa prima in Africa settentrionale come proconsole, poi in Siria come legatus Augusti. L’imperatore lo apprezzava e lo aveva accolto nel suo entourage non solo perché era stato il marito di Vipsania,  figlia del suo amico di tante battaglie( nonché genero)  Vipsanio Agrippa e neppure perché aveva sposato in seconde nozze Claudia Pulchra figlia di una sua nipote.  Romanizzare la Germania Magna – la grande scommessa di Augusto- non era un compito semplice. Ci volevano mano ferma e occhi aperti, capacità di dialogo e rigore amministrativo, tatto e decisione, bastone e carota, magnanimità e spietatezza.  Agli occhi di Augusto, Varo era l’uomo giusto per dare forma a quel progetto ambizioso. Ma era davvero l’uomo giusto?
Gli storici antichi non sono certo teneri nei suoi confronti. Per Velleio Patercolo[2], Varo è  una sorta di smidollato e di pasticcione, la caricatura di un comandante. In Siria si è comportato bene, mi dite? Può darsi. Ma spiegatemi come mai “entrò povero in una Siria ricca [e] uscì ricco da una Siria povera”( pauper divitem [Syriam] ingressus, dives pauperem reliquit.) Cassio Dione[3] non è da meno. Scrive: come generale valeva niente, come amministratore accelerò l’imposizione di tasse, interrompendo un processo di integrazione( ancorché limitato e largamente incompleto) già in atto e inimicandosi tutti quanti i Germani.  Per Floro[4], Varo è arrogante, spocchioso e crudele. Acquista dignità solo dandosi la morte come “Paolo nella fatale giornata di Canne.” Tacito[5], il più autorevole di tutti, non lo giudica, limitandosi a indicare nei disegni del Fato e nell’imboscata di Arminio le cause della sua sconfitta( “ Varus fato et vi Armini cecidit).
È difficile, tuttavia, credere a un errore di valutazione di Augusto. Scegliendo Varo, Augusto sapeva quello che faceva. La romanizzazione dei territori oltre il Reno era il “suo” progetto, la Germania la “sua” Gallia. Non poteva, non doveva fallire. Stando così le cose avrebbe mandato sulle tracce di Druso e di Tiberio, un rammollito e un incompetente solo perché legato al proprio entourage? C’è più di una ragione per credere che Varo non fosse la persona descritta da Velleio e soci. I fatti parlavano per lui: aveva esperienza, era determinato, sapeva agire con rapidità e decisione. Anche con il pugno di ferro, se necessario. Quando era legatus in Siria, ad esempio, era intervenuto negli affari interni del vicino regno di Giudea e non aveva esitato a far crocifiggere duemila Giudei per interrompere sul nascere una ribellione in quella zona satellite dell’impero. Ma una volta sedata la ribellione, non aveva calcato la mano, aveva lasciato ampia autonomia alle comunità mantenutesi fedeli o neutrali, impedito i saccheggi e le spoliazioni. Dal punto di vista militare aveva fatto tesoro della lezione di Carre, potenziando i reparti di cavalleria al seguito delle legioni. Era, insomma, un ottimo amministratore e un buon comandante. Ma la Germania non era la Siria.

La Germania oltre il Reno aveva conosciuto le campagne trionfali di Druso prima e di Tiberio poi. Diverse tribù erano state assoggettate, altre vincolate con trattati. Lungo il Reno e lungo il fiume Lippe erano state edificati presìdi fortificati permanenti. E non solo a scopo difensivo. Mogontiacum, Bonna, Colonia Claudia Ara, Aliso e Castra Vetera [6]avrebbero dovuto fungere da trampolini  di lancio per completare la penetrazione in profondità fino all’Elba.
Gelosi delle proprie tradizioni e della propria indipendenza, i Germani avevano subìto e subivano la presenza romana, ma, piano piano, avevano imparato e stavano imparando anche a tenere mercati, a discutere in assemblea, a risolvere le questioni davanti a un giudice, a relazionarsi con i nuovi arrivati. Stavano, insomma, assimilando, seppur lentamente e per ora in alcune zone soltanto, lo stile di vita romano.
Nei luoghi dove arrivavano, i Romani portavano il Latino, il diritto, le strade, gli acquedotti. E le tasse. Varo ne portò troppe e troppo in fretta. Si comportò come se la Germania fosse già una provincia e non un territorio in gran parte da stabilizzare; considerò i Germani dei barbari ( di umano , secondo lui, avevano soltanto le membra e la voce) e li trattò alla stregua dei popoli soggetti. Non si sforzò di capire i loro costumi e la loro mentalità. Invece di andarci piano e di favorire il processo di integrazione in atto, volle accelerare i tempi rovinando tutto. I Germani cominciarono a nutrire odio e rancore verso di lui, ma seppero dissimularli molto bene. Finsero  di stare al gioco, adottando un atteggiamento pacifico e in apparenza collaborativo. E Varo, credendoli leali e addirittura desiderosi di far parte dell’Impero,  continuò a sbagliare.

Si fidava in modo particolare di un giovane principe della tribù dei Cherusci, intelligente e fiero, svelto di mente e di mano: Arminio[7].  Cresciuto a Roma – dove a sette anni d’età era stato portato in qualità di ostaggio- Arminio  aveva imparato molto e combattuto bene sotto le insegne imperiali in Dalmazia e in Pannonia. Gli erano stati conferiti la cittadinanza romana e il rango equestre. Parlava latino, conosceva gente potente. Militava nella cavalleria ausiliaria e ci sapeva fare. Ma dentro di sé  restava  un Germano.
In Germania- dove era tornato più o meno nel periodo in cui Varo ne era stato nominato governatore (intorno al 7 d.c.) – Arminio aveva trovato tribù in subbuglio, malcontento diffuso e crescente, tanti amici ma anche qualche nemico. Segeste, ad esempio, non gli aveva perdonato il rapimento della figlia Thusnelda e le successive nozze. E Segeste, oltre ad essere filo-romano, era anche molto potente fra i Cherusci.
Aveva allora cominciato a tramare nell’ombra. Mentre professava fedeltà a Roma, istigava i Catti, gli Usipeti, i Marsi, i Cherusci, i Bructeri e le altre tribù a ribellarsi; mentre si dichiarava leale a Varo, preparava piani per distruggerne le legioni. Perché questo comportamento? Perché Arminio tradì? Per ambizione personale? per una sorta di “ patriottismo” ante litteram? per difendere la libertà del suo popolo? Impossibile avere una risposta dagli storici antichi. Di certo c’è questo: Arminio conosceva, per esperienza diretta, le tattiche di combattimento dei Romani, ne aveva individuato i punti deboli, era sicuro di poterli battere. Doveva solo scegliere il luogo e i tempi.

La trappola.

La trappola scattò alla fine dell’estate del 9 d.c. Varo si era spinto fino al fiume Visurgis ( l’attuale Weser). Aveva riscosso imposte, mostrato i muscoli, represso qualche tentativo di ribellione, accolto le richieste di chi aveva chiesto aiuto, lasciato guarnigioni in diverse località. Ora le sue tre legioni (la XVII, XVIII, XIX), le unità di cavalleria, sei coorti di fanteria e le truppe ausiliarie ( queste ultime reclutate fra le tribù locali) per un totale di diciotto- ventimila uomini si stavano dirigendo, con il loro seguito di carri, carriaggi, bestie da soma, donne e bambini, verso gli accampamenti invernali di Castra Vetera.

A un certo punto della marcia, Varo decise di modificare il proprio percorso per andare a sedare una fantomatica ribellione scoppiata – stando alle informazioni diffuse ad arte da Arminio- non molto lontano dalla sua direttrice di marcia. Era quella l’esca della trappola preparata da tempo. Arminio si offrì di indicare ai Romani la strada. Varo si fidò e acconsentì. “Le più disciplinate, le più valorose, le più esperte” legioni dell’esercito romano ( Velleio Patercolo) si incamminarono verso il massiccio del Kalkriese, la selva di Teutoburgo e verso il loro tragico destino.
Eppure le cose sarebbero potute andare diversamente se Varo avesse creduto a Segeste. Il potente capo cherusco, suocero di Arminio, gli disse apertamente: attenzione, Arminio sta per tradirti. Anzi, ti ha già tradito. Ha riunito diverse tribù e prepara un’imboscata. Arrestalo in via precauzionale e sarai al sicuro. Non mi credi? Arresta anche me se vuoi. Anzi, mi offro come ostaggio per dimostrare la mia buona fede.
Ma per Varo a essere inaffidabile era Segeste, non Arminio. Per lui, Segeste era il padre in cerca di vendetta, non il leale alleato dei Romani; era l’uomo accecato dall’odio, non il principe amante della pace. Odiava Arminio perché gli aveva rapito- e sposato- la figlia Thusnelda e cercava l’ occasione per fargliela pagare. Uno come lui non poteva essere credibile, aveva pensato Varo.  E la sera prima dell’imboscata fatale, aveva cenato in compagnia di Arminio, discutendo di diritto e di politica.
Un imperscrutabile disegno del Fato? Senza scomodare gli dei, un errore colossale.

Morte nella foresta.

Le legioni procedevano attraverso una fitta foresta, su un sentiero sconnesso e circondato da paludi e acquitrini. Quel sentiero, usato dagli abitanti del luogo per i loro traffici e per i loro scambi commerciali, era quanto di più inadatto si potesse immaginare per una formazione militare. Il sentiero era stretto; in alcuni punti gli alberi dovevano essere abbattuti per consentire il passaggio dei soldati. Il lavoro dei genieri rallentava la marcia. Come la rallentavano i carri e i carriaggi delle salmerie. Era impossibile procedere in formazione di combattimento; l’intera colonna era sgranata lungo parecchi chilometri. Abituati a muoversi – e a combattere- in spazi aperti, i legionari si sentivano a disagio in quell’ambiente angusto e buio, adatto alle imboscate e popolato, secondo molti di loro, da spiriti maligni.
Arminio aveva lasciato la colonna, ufficialmente per raccogliere rinforzi nei dintorni, in realtà per coordinare l’imboscata. I suoi, infatti, erano già appostati dietro gli alberi e i terrapieni eretti in alcuni punti ai lati del sentiero e aspettavano solo l’ordine di attaccare. Altrove, altri Germani si erano sbarazzati – o si stavano sbarazzando- delle guarnigioni romane lasciate da Varo in numerose località nel territorio circostante.
Su quel terreno sconnesso e disagevole, i legionari avanzavano affiancati, spalla contro spalla, in file ridotte, sempre più tesi e sempre più turbati da cattivi presentimenti. Varo non aveva neppure mandato in avanscoperta gli esploratori. [8]
L’attacco arrivò improvviso e micidiale. In un clima da tregenda – si era scatenata una violenta tempesta- i Germani uscirono dagli alberi e scagliarono sulle file romane migliaia di lance. Colti di sorpresa, numerosi legionari caddero trafitti, altri ricevettero gravi ferite. Causa lo spazio ridotto, i giavellotti non potevano essere utilizzati, le file non potevano essere formate né serrate, il terreno sdrucciolevole rendeva precario l’equilibrio. A cominciare dalla retroguardia – la prima ad essere assalita- la colonna cominciò a spezzettarsi in tanti tronconi.
Arminio aveva visto giusto. In formazione di battaglia, su un terreno aperto, le legioni romane erano imbattibili. Imbottigliate in uno spazio ridotto erano vulnerabili. Il superiore addestramento dei legionari, la loro disciplina, la loro forza d’urto, i ranghi compatti, i meccanismi mandati a memoria, il combattimento ravvicinato , tutto questo perdeva di efficacia fino ad annullarsi, lì, in mezzo ai faggi e agli ontani del Saltus Teutoburgensis[9], sotto la pioggia battente, fra le urla degli attaccanti e i gemiti dei feriti.
Al centro della colonna – lunga, come si è detto, parecchi chilometri- Varo fu informato in ritardo di quanto stava succedendo. Forse sottovalutando la portata dell’attacco, ordinò di serrare i ranghi e di stringere le file con il risultato di aumentare la confusione e il disordine. I carri delle salmerie, i muli e i cavalli imbizzarriti o feriti ostacolavano i movimenti. I Germani si fecero allora più vicini. Smisero di scagliare le lance da lontano e affrontarono i legionari in uno scontro ravvicinato. Le loro lunghe lance li avvantaggiavano nel combattimento, la loro superiore mobilità li rendeva micidiali. Sopportando perdite rilevanti, i Romani riuscirono comunque a compattarsi e, raggiunta una radura relativamente ampia, a formare un campo per la notte.
Fu una notte fredda e terribile, resa ancora più terribile dalla paura di attacchi notturni e dal senso di sgomento diffusosi dopo gli avvenimenti della giornata. Gli uomini, stanchi e demoralizzati, si ripararono alla bell’e meglio in attesa dell’alba. Nessuno dormì.
La mattina seguente, bruciati i carri e liberatisi di ogni cosa superflua, i Romani ripresero la marcia, dirigendosi a ovest. Uscirono dai boschi e si trovarono finalmente su un terreno aperto. Ma i Germani, lungi dall’accettare un combattimento ravvicinato, si tenevano alla larga, scagliavano le loro lance e poi si ritiravano. Quando le legioni – o, meglio, i loro resti- entrarono di nuovo nella foresta, i Germani si fecero sotto, colpendo senza pietà. I Romani subirono altre perdite e alla sera i superstiti posero un secondo campo di fortuna, molto più piccolo rispetto al primo.
Il giorno successivo, rimessisi in marcia, si trovarono la strada sbarrata ai piedi del massiccio del Kalkriese, poco distante dall’odierna Osnabrueck. I Germani- nel frattempo aumentati di numero- avevano bloccato il sentiero con un ampio muro di legno e di terra battuta, dall’alto del quale cominciarono a bersagliare i legionari. Gli scudi , intrisi di pioggia, non proteggevano; gli archi non si tendevano.  Stretti fra la foresta e le paludi, impossibilitati a forzare il blocco( alcuni riuscirono a passare, ma furono pochissimi), circondati e assaliti da ogni parte, i legionari caddero, uno dopo l’altro, uno sull’altro. Stando a Floro( II, 30), fu un massacro spaventoso e brutale. I Germani cavarono occhi, squartarono, decapitarono, compirono atti di una ferocia  inaudita. A un soldato fu strappata la lingua e cucita la bocca, fra gli scherni dei torturatori. Varo- ferito in precedenza- e molti ufficiali si tolsero la vita; due aquile delle legioni caddero- sommo affronto- in mano nemica.[10]; quasi tutti gli ufficiali romani di rango elevato furono arsi vivi o sgozzati e offerti in sacrificio alle divinità dei vincitori.

Epilogo.

Appresa la notizia del massacro, Augusto rimase sconvolto. Si vestì a lutto, si fece crescere barba e capelli, fece allontanare da Roma e dai ranghi della propria guardia chiunque fosse di stirpe celtica. In lui presero corpo le ataviche paure di un popolo intero. Vide torme di “barbari”assetati di sangue sciamare da nord in direzione dell’Italia e della Gallia; pensò con terrore alle passate invasioni dei Galli di Brenno e a quelle dei Cimbri e dei Teutoni; si aspettò di ricevere, da un momento all’altro, ferali notizie dai confini settentrionali dell’impero; ricorse ad arruolamenti forzati.
Ma lì, ai confini settentrionali dell’impero, il legato Giulio Asprenas aveva mosso le sue due legioni di stanza a Castra Vetera e , per il momento, aveva fermato Arminio. Poi sarebbero venute le  campagne (rappresaglie, niente di più) di Germanico e di Tiberio, Varo sarebbe stato vendicato, Arminio  ucciso a tradimento dai suoi stessi connazionali . Ma ogni velleità di conquista fu abbandonata per sempre: Augusto vietò espressamente al suo successore designato, Tiberio,  di intraprendere una politica espansionistica oltre il Reno. Le tre legioni perdute a Teutoburgo non furono mai più ricostituite.
Si dice che Augusto, la barba incolta, i capelli lunghi, si aggirasse ancora mesi dopo il disastro per le stanze del proprio palazzo come in trance. A volte batteva la testa contro i muri esclamando : “ Quintili Vare, legiones redde!”, Quintilio Varo, rendimi le legioni!

Teutoburgo fu un disastro per Roma. Eppure, in qualche modo, cambiò la storia. Se dopo Canne (216 ac) e Carre (53 ac) – sconfitte ben più sanguinose di quella di Teutoburgo- Roma aveva cercato la rivincita e continuato con maggiore determinazione la propria politica di espansione nel Mediterraneo e in Oriente, dopo Teutoburgo diede il via a una serie di rappresaglie, ma rinunciò a qualsiasi velleità di conquistare la Germania Magna. Il limes fu fissato al Reno e lì rimase per secoli.
Ha scritto Stefano Malatesta:Ci sono delle sconfitte che risultano più utili delle vittorie. Se Varo avesse sconfitto i germani, Roma si poteva illudere di continuare in eterno i suoi sogni di conquista, finendo di logorarsi in guerre costosissime per non occupare realmente territori che non davano che scarsi tributi, perché non esistevano coltivazioni estese, né bestiame da tassare o requisire, come in Gallia, ma solo boschi e paludi. Con la caduta verticale di Teutoburgo l’ imperialismo romano aveva ricevuto un alt che faceva bene più a lui che ai suoi avversari, destinati nei prossimi secoli a scannarsi tra loro o a servire come cavalleria quei romani che non li volevano più combattere. Era il trionfo della politica di Augusto che molti anni prima, comprendendo che un imperialismo, per quanto potente, non può essere il poliziotto del mondo, e aveva cercato di ridurre le pretese di un espansionismo inutile, oltre che dannoso. Ma questa non è la lettura abituale che di quell’ avvenimento danno gli storici conformisti.” [11]

Da leggere:

Massimo Bocchiola, Marco Sartori, Teutoburgo. La grande disfatta delle legioni di Augusto, Rizzoli, 2005

Andrea Frediani – Le grandi battaglie di Roma antica – Newton Compton, 2007
Michael McNally, La battaglia di Teutoburgo. La disfatta di Varo 9 D.C., Goriziana, 2012
Harry Turtledove, La battaglia di Teutoburgo, Fanucci, 2009
Peter Wells, La battaglia che fermò l’impero romano. La disfatta di Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo, Il Saggiatore, 2004

Da vedere:

Il massacro della Foresta Nera, film di Ferdinando Baldi, 1966

Qui è possibile consultare una cartina con la descrizione della battaglia

Su questo sito:

Il sangue e la polvere

Morte di Lucio Emilio Paolo a CanneCanne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.

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Il sangue e la nebbia

Trasimeno Annibale ordina l'attacco217 a.c.: Lago Trasimeno: le legioni del console Flaminio nella trappola di Annibale.

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Supermarius.

Giugurta davanti al console romanoIl crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.

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L’equivoco.
senato_roma Da_Romainun clickSi va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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Un “ordinario generale romano”

Cavalieri PartiCarre, 53 a.c.: la mobilità e l’arco, il cavallo e la lancia contro il gladio e lo scudo nel deserto della Mesopotamia.

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Una storia di migranti

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

I Goti ai confini dell’impero romano d’Oriente, la corruzione dei funzionari romani, l’inettitudine dei comandanti, la disfatta di Adrianopoli.
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[1] Maestos locos vusuque ac memoria deformis, Tacito, Annales, I, 61

[2] Marco Velleio Patercolo (19 ac. -31 d.c) fu uno storico romano autore di un’opera, in due libri,  intitolata Historiae romanae. Ex ufficiale di alto rango( fu tribunus militum sotto Tiberio e legatus Augusti durante la rivolta pannonica del 6-9 D.C.), occupò importanti cariche pubbliche e fu elevato al rango senatoriale. Conobbe personalmente Varo e probabilmente anche Arminio. Velleio Patercolo è  la fonte più vicina ai tragici avvenimenti di Teutoburgo.

[3] Lucio Cassio Dione Cocceiano( 155 d.c- 235) occupò importanti cariche pubbliche e scrisse, in lingua greca,  una monumentale storia romana dalle origini al 229 dopo Cristo. La sua opera è giunta  a noi incompleta. È l’unico ad averci lasciato  una descrizione dettagliata della battaglia di Teutoburgo.

[4] Lucio Anneo Floro ( 70/75 dc- 145 circa) è autore di un’opera storica conosciuta come Epitomae de Tito Livio, vale a dire un compendio( epitome, in Latino; ἐπίτομή in Greco) della monumentale opera liviana. Il titolo non è probabilmente quello originale. A lungo considerato uno storico “ minore”, fornisce una versione diversa da quella di Dione, descrivendo la battaglia come un unico, violento e sanguinoso attacco al campo fortificato ( castra) di Varo ([Germani].. ..castra rapiunt, tres legiones opprimunt, II,30)

[5] Publio Cornelio Tacito ( 55/58 d.c.- 117/120) è uno dei più grandi storici dell’Antichità. Non si occupa specificamente del disastro di Teutoburgo, in quanto gli avvenimenti narrati nelle sue opere prendono avvio dalla morte di Augusto ( 14 D.C.). Tuttavia, seppure di sfuggita, fornisce informazioni sulla battaglia( quando, ad esempio, racconta dell’arrivo di Germanico sul luogo del disastro nel 15 D.C.) e sui protagonisti dello scontro. Ad Arminio, ad esempio, attribuisce l’appellativo di “ liberator Germaniae”, anche se non passa sotto silenzio il suo tradimento.

[6] Rispettivamente le attuali Magonza( Mainz), Bonn, Colonia, Haltern e Xanten.

[7]..iuvenis genere nobili, manu fortis, sensu celer, ultra barbarum promptus ingenio ( giovane di nobile stirpe, valoroso, rapido nelle decisioni, pronto d’ingegno più di quanto si possa ravvisare in un barbaro), Velleio Patercolo, Historiae Romanae, Liber Posterior,  118. Il nome latino Arminius  fu trasformato in Hermann. Il primo a farlo fu probabilmente Martin Lutero nel Cinquecento.
In Germania Arminio fu trasformato in un mito. Gli furono eretti monumenti e dedicate opere letterarie e musicali. Diventò l’eroe nazionale della Germania di Bismark e, naturalmente, della Germania nazista. Si dice abbia ispirato la figura di Sigfrido, l’eroe della Saga dei Nibelunghi. Ancora oggi in Germania, Hermann e la sua variante Armin sono nomi propri molto diffusi.

[8] Probabilmente Varo fece uscire gli esploratori. Nessun comandante, per quanto inesperto fosse, avrebbe tralasciato di farlo. E, per di più, in territorio ostile. Tuttavia gli esploratori di Varo appartenevano alle truppe ausiliarie e le truppe ausiliarie erano formate da Germani. Gli esploratori dunque uscirono in avanscoperta, videro – o forse sapevano già- quanto si stava preparando, tornarono e tacquero il pericolo, preferendo non tradire i connazionali in agguato. Questa versione, avanzata da molti storici moderni, è forse più attendibile di quella avanzata dagli storici antichi.

[9] ..procul Teutoburgensi saltu, in quo reliquiae Vari  legionumque insepultae dicebantur. (Tacito, Annales, I, 60. ..non lontano dalla Selva di Teutoburgo , nella quale si diceva giacessero insepolti i resti delle legioni di Varo). Tacito, tuttavia, non fornisce indicazioni ulteriori su dove esattamente si trovi il saltus teutoburgensis. Lo stesso termine saltus è ambiguo in quanto può essere tradotto con “ foresta, selva”, ma anche con “ passo”. Il massacro fu compiuto, allora, in una “ foresta” oppure in prossimità di un “ passo”? Anche a seguito degli scavi archeologici e dei reperti rinvenuti, gli storici moderni lo collocano nella Bassa Sassonia, nella zona del Massiccio di Kalkriese.

[10] La terza insegna fu tolta dall’asta dal vessillifero e nascosta da qualche parte nella palude. Due insegne delle legioni trucidate a Teutoburgo furono recuperate dal generale Lucio Stertinio ( Tacito, Annali, I, 60) e da Germanico durante le campagne oltre il Reno seguite al disastro di Varo; la terza aquila fu recuperata presso la tribù dei Marsi, nel 42 d.c.

[11] Stefano Malatesta, La Repubblica, 6 gennaio 2006.

 


“Bloody Omaha”

13/04/2016

Omaha Beach feriti

Prologo.

La spiaggia –a forma di mezzaluna- misura circa otto chilometri. Scogliere alte e ripide la chiudono alle estremità orientale e occidentale. La spiaggia termina con una riva di ciottoli, alta, in alcuni punti , anche tre metri e ampia quindici. Oltre la riva, si alza un muro parte in cemento e parte in legno. Al di là di quest’ultimo, stretti passaggi dominati da ripide falesie conducono ad alcuni villaggi nell’entroterra. Durante la bassa marea, la spiaggia resta scoperta per circa 280 metri; durante l’alta marea, le acque la coprono fino alla riva di ciottoli.
Spiagge come questa sono frequenti lungo le coste della Normandia. Ma questa non è una spiaggia come le altre: questa è Omaha Beach.

Una posizione formidabile.

Nella seconda metà del gennaio 1944, un sottomarino britannico tascabile, l’X-20, al traino di un peschereccio armato, si era spinto fino in prossimità di Omaha Beach. Due genieri –  il capitano Logan Scott-Bowden e il sergente Bruce Ogden-Smith- avevano raggiunto a nuoto la riva, prelevato campioni di terreno e, dopo aver eluso la sorveglianza tedesca, erano ritornati in Inghilterra. Il giorno dopo il suo ritorno, Scott-Bowden era stato convocato a Londra. Ammiragli e generali- in particolare Omar Bradley, comandante della Prima armata americana- avevano voluto sapere se, su quella spiaggia, il terreno fosse  abbastanza solido per reggere il peso degli Sherman da trenta tonnellate.
Poco prima di lasciare la riunione, Scott-Bowden aveva detto con franchezza al generale Bradley: “Spero non vi dispiaccia sentirmelo dire, signore, ma quella spiaggia è una posizione davvero formidabile e dobbiamo aspettarci perdite tremende”.
“Lo so figliolo”, aveva risposto il generale mettendogli una mano sulla spalla , “lo so.” [1]

Omaha Beach, dunque, era l’ultimo posto in cui sbarcare. Ma era anche l’unico posto in grado di congiungere il settore britannico con Utah Beach, all’estremità occidentale del fronte. Per gli Alleati gli stretti passaggi verso le cittadine di Colleville-sur-Mer, Saint Laurent-sur-Mer e Vierville-sur-Mer erano vitali: di lì sarebbero dovuti transitare uomini e mezzi corazzati diretti verso l’interno. Sarebbe toccato alle squadre d’assalto delle prime ondate il compito di  conquistare quei passaggi e di metterli in sicurezza.
Non era un compito facile. In prossimità di quei passaggi, infatti, i tedeschi avevano allestito difese formidabili. Mitragliatrici, mortai e artiglieria erano stati posizionati sulle alture e orientati in modo da prendere d’infilata la spiaggia . I comandanti militari alleati lo sapevano. Ma ponevano la massima fiducia nel massiccio bombardamento preliminare: secondo loro, avrebbe spianato le difese tedesche e tolto di mezzo gran parte degli ostacoli sistemati sul bagnasciuga.
Ma non tutti erano ottimisti. Il generale di Corpo d’armata Leonard “Gee” Gerow, americano, era uno di questi. Non gli era piaciuta e continuava a non piacergli l’idea di mandare i propri uomini a terra mezz’ora dopo l’alba, quando già faceva chiaro; restava scettico circa l’efficacia del bombardamento preliminare; riteneva insufficiente il numero di soldati impiegati nella fase iniziale dell’operazione. E che dire dei genieri? Senza il favore del buio sarebbero stati esposti al fuoco nemico. E allora, come avrebbero potuto aprire corridoi sicuri per la fanteria o togliere di mezzo con le cariche esplosive gli ostacoli disseminati sul bagnasciuga?
Tutto inutile. Bradley e Eisenhower lo avevano ascoltato, ma non avevano cambiato idea: l’attacco iniziale si sarebbe svolto nei modi e secondo i tempi stabiliti.

Il piano.

Sotto l’aspetto operativo, la spiaggia era stata divisa in quattro settori: Charlie, Dog, Easy e Fox. Ogni settore – con l’esclusione di Charlie – era stato a sua volta diviso in sottosettori.  Da ovest verso est si stendevano, nell’ordine, Dog Green, Dog White, Dog Red, Easy Green, Easy Red, Fox Green. A ogni unità era stato assegnato un settore. Dog e Easy Green erano di competenza degli uomini della 29.ma divisione di fanteria, impegnata nella prima ondata con il 116 RCT( Regimental Combat Team); Easy Red e Fox Green spettavano alla Prima divisione di fanteria( il Grande Uno Rosso) e in particolare, per quanto riguarda gli sbarchi iniziali, al 16.mo RCT.
Gli uomini della Compagnia A del 116.mo sarebbero dovuti sbarcare davanti all’uscita per Vierville, denominata in codice D-1; quelli delle Compagnie E e F davanti a D-3 ( Les Moulins). Nel settore del Grande Uno Rosso, le Compagnie E e F del 16.mo RCT avrebbero dovuto procedere verso E-1 ; le Compagnie I e L ( settore Fox) avrebbero dovuto forzare il passaggio E-3 verso Colleville. (Consulta la cartina)
L’intera operazione di sbarco sarebbe stata preceduta da un violento bombardamento aeronavale. Corazzate, incrociatori, cacciatorpediniere, LCT, bombardieri pesanti B 17 avrebbe dovuto spianare le difese tedesche, aprire buche sulla spiaggia da utilizzare come ripari,  far esplodere le mine e costringere gli artiglieri nemici a restare rintanati nei rifugi.
Era stato previsto anche l’impiego di carri armati. La maggior parte di essi avrebbe dovuto toccare terra qualche minuto prima dell’ ora H( prevista per le 6,30). I carri avrebbero dovuto sostenere le fanterie e agire in modo coordinato con i reparti ai quali erano stati assegnati. Alcuni tank sarebbero stati lanciati direttamente dalle navi. Si trattava dei cosiddetti Duplex Drive ( DD), carri Sherman in grado di muoversi, grazie a ingegnosi accorgimenti, tanto in acqua quanto sulla terraferma. Altri carri sarebbero stati trasportati direttamente sulla spiaggia.
Le truppe d’assalto ( “Force O”, prima ondata; “Force B”, seconda ondata) sarebbero state seguite a brevissima distanza dai genieri della Marina e dell’Esercito. I genieri avrebbero dovuto liberare la spiaggia dagli ostacoli e dalle mine,  tracciare corridoi per consentire alla fanteria e ai carri armati di procedere verso l’interno,  preparare il terreno per i futuri sbarchi,  approntare luoghi sicuri per l’evacuazione dei feriti e per l’arrivo dei rifornimenti. Il responsabile del trasporto delle truppe della prima ondata, l’ammiraglio John L. Hall aveva avvisato: secondo me, i genieri  sono troppo pochi per il compito loro affidato. E, per di più- aveva aggiunto- dovranno operare in condizioni estremamente sfavorevoli. Ma anche in questo caso, come era capitato con Gerow, nessuno aveva tenuto nel debito conto le sue affermazioni. Come era stata cortesemente ma fermamente rifiutata l’offerta inglese di carri attrezzati per fare esplodere le mine, per superare i fossati anticarro, per rimuovere gli ostacoli. Le “ diavolerie di Hobart”( Hobart’s Funnies) piacevano poco agli americani. Se ne sarebbero pentiti amaramente.
Tutto era stato calcolato e definito nei minimi particolari: la marea, i tempi di avvicinamento, la successione degli sbarchi, la durata del bombardamento. Ma qualcosa era sfuggito. A Omaha gli Alleati si aspettavano di fronteggiare truppe di seconda scelta [2]. Invece intorno alla metà di marzo, un’eccellente divisione tedesca – la 352.ma, agli ordini del maggiore generale Dietrich Kraiss- era stata spostata proprio in questo settore del fronte.[3] Ma le ragioni per cui le cose andarono tragicamente storte e si arrivò a un passo dal fallimento non dipesero dalla sola presenza della 352.ma. Ci furono anche altre ragioni.

La battaglia e il piano di battaglia.

La massima di von Moltke il Vecchio[4], secondo la quale il primo a cadere in battaglia è il piano di battaglia, trovò tragica e drammatica conferma a Omaha Beach. Il bombardamento iniziale fallì. Corazzate e incrociatori “spararono Jeep”[5] alla cieca e mancarono i bersagli;  per paura di colpire le truppe da sbarco, i piloti dei B 17  e dei Liberator ritardarono di trenta secondi il lancio delle bombe e colpirono  mucche al pascolo, fattorie isolate o villaggi nell’interno; i razzi sparati dagli LCT finirono corti; il cemento delle difese tedesche fu appena scalfito; gli ostacoli sul bagnasciuga rimasero intatti; non una buca fu aperta sulla spiaggia. Insomma, fu sollevata molta polvere , ma furono inferti pochissimi danni.
I primi mezzi da sbarco arrivarono alle 6,30. Esausti, tormentati dal mal di mare, bagnati fradici, i GI videro pesci morti galleggiare in superficie e cominciarono a temere che i razzi  degli LCT fossero finiti in acqua e non sulle scogliere. Quando non videro buche sulla spiaggia, i loro timori si trasformarono in certezza. Qualcuno si mise a pregare a voce alta.
La visibilità era scarsa, il mare era mosso, il vento e le correnti erano forti. I fragili LCPV furono trasportati verso est e pochissime unità presero terra nel settore assegnato.( Consulta di nuovo la cartina). La  Compagnia E del 116.mo destinata a Easy Green sbarcò a Fox Green, all’estremità opposta. Fu un caso limite. In genere si trattò di deviazioni di poche centinaia di metri. Ma sufficienti per mandare a monte i piani iniziali. Numerose compagnie si trovarono isolate, impossibilitate a stabilire un qualsiasi collegamento fra di loro; altre unità si frazionarono in tanti gruppetti, il più delle volte distanti gli uni dagli altri e senza alcun collegamento gli uni con gli altri.
I genieri non poterono operare secondo quanto stabilito. Partirono in ritardo; come tutti, furono portati fuori zona dalla forte corrente; persero gran parte del materiale; furono ostacolati dalla marea in aumento e dai commilitoni acquattati dietro gli ostacoli in cerca di riparo; ricevettero scarso appoggio da parte dei carri armati. Eppure, bagnati fradici, appesantiti dall’equipaggiamento, essi riuscirono, pagando un prezzo altissimo, ad aprire sei corridoi completi ( due nella zona del 116.mo; quattro nel settore Easy) e tre parziali. Ma riuscirono a marcarne uno solo: gli indispensabili nastri erano andati quasi tutti perduti al momento dello sbarco. Così come erano andati perduti i paletti di demarcazione.
A causa delle cattive condizioni del mare, pochi piloti furono in grado di portare i loro LCPV nei settori prestabiliti. Alcuni mezzi finirono sui banchi di sabbia prospicienti l’area dello sbarco, altri furono colpiti prima di arrivare in vista della spiaggia; in alcuni punti i portelli furono aperti in zone in cui l’acqua era troppo alta. I carri armati anfibi, destinati ad appoggiare le fanterie a terra, affondarono quasi tutti quando furono calati in acqua da distanze impossibili ( quattro/cinque chilometri dalla riva). Alcuni ufficiali, agendo di testa propria, usando il buon senso o perché costretti da cause di forza maggiore( guasti, malfunzionamenti, imprevisti) portarono gli LCT della loro flottiglia fin quasi a riva, rinunciando a calare i DD in acqua e scaricandoli –come, col senno di poi, avrebbero dovuto fare tutti- direttamente sulla spiaggia.  Il fuoco anticarro tedesco, tuttavia, fu immediato , intenso e micidiale. C’erano solo un paio di 88 lungo l’intera costa. Ma anche i cannoni cecoslovacchi da 100 millimetri in dotazione alla 726.ma divisione sapevano colpire duro.

Quando le prime truppe d’assalto misero piede sulla spiaggia, i tedeschi aprirono il fuoco con le mitragliatrici, con le armi leggere e con i mortai. Fu una carneficina spaventosa. Appesantiti dall’equipaggiamento, privi di riparo, con quasi trecento metri da percorrere parte in acqua, parte allo scoperto, i GI della prima ondata furono falciati a centinaia. La Compagnia A ( 116.mo, 29.ma divisione) , una delle poche a non sbagliare settore, prese terra proprio davanti alle difese del “ passaggio” verso Vierville e fu spazzata via in meno di un quarto d’ora. Alla sua destra, i Rangers del Secondo reggimento, Compagnia C ( una piccola compagnia di una settantina di uomini) persero metà degli effettivi prima di raggiungere il precario riparo offerto dalla riva di ciottoli.
Il settore denominato Dog Green si trasformò in una specie di mattatoio. Ovunque c’erano morti e feriti; ovunque si udivano invocazioni di aiuto e grida di disperazione; caos e confusione regnavano sovrani. Gli uomini cominciarono allora a uscire dai mezzi da sbarco scavalcandone le sponde laterali; in tanti furono trascinati verso il fondo dal pesante equipaggiamento; le armi individuali, liberate troppo presto dai teli impermeabili di protezione, si incepparono. Ci fu chi trovò riparo dietro gli ostacoli presenti sulla spiaggia, impedendo di fatto ai genieri di neutralizzarli; altri si finsero morti, abbandonandosi alla corrente in attesa di essere trasportati fin sotto il muro di ciottoli – e, quindi, al riparo- dalla marea montante.
Gran parte degli ufficiali e dei sottufficiali cadde nei primi momenti dello sbarco. Numerosi soldati, senza guida e senza ordini, terrorizzati da quanto accadeva intorno a loro, rinunciarono ad avanzare e si dedicarono al recupero dei commilitoni feriti. Ma nonostante i loro sforzi, non pochi feriti affogarono quando la marea prese a salire. Ricordate l’inizio del film Salvate il soldato Ryan quando i Rangers del capitano John Miller- Tom Hanks  sbarcano sulla costa normanna? La descrizione di quei momenti riassume sullo schermo, con il crudo realismo delle immagini, quanto accadde all’alba del 6 giugno 1944 a Omaha Beach.
Per la verità non tutti gli sbarchi finirono in un bagno di sangue. A Dog Red, il fumo della vegetazione incendiata dal bombardamento preliminare offrì una copertura insperata  alla truppe da sbarco della Compagnia G ( originariamente destinata a Dog White e finita fuori zona per effetto della corrente) e ne limitò le perdite. Altrove gruppi di soldati toccarono casualmente terra nei rari “ punti morti” non coperti dal fuoco incrociato tedesco. Ma furono eccezioni. E per giunta non sfruttate immediatamente. Gli ufficiali, infatti, sbarcati fuori zona, si dimostrarono indecisi sul da farsi e non seppero passare immediatamente all’azione. I dubbi di Gerow si erano trasformati in realtà: l’imprevisto non era stato calcolato e adesso nessuno sapeva che cosa fare se non cercare di restare vivo.

Dalle 7,00 alle 7,40 arrivò la seconda ondata[6]. La marea si era alzata, numerosi ostacoli non erano stati eliminati, il fuoco nemico era ancora intenso. Nessuna unità della prima ondata aveva ancora lasciato la riva di ciottoli per inoltrarsi all’interno. Privi di un supporto efficace da parte dei carri armati e non potendo contare sull’appoggio della fanteria già a terra, anche i nuovi arrivati riportarono perdite elevate, soprattutto in alcuni settori del fronte.
Ancora una volta i GI furono sbarcati lontano dai loro obiettivi; le unità si disunirono; i genieri non poterono agire efficacemente sugli ostacoli; le radio da campo non funzionarono o funzionarono a intermittenza, rendendo ardue se non proprio impossibili le comunicazioni; in alcuni casi, i lanciafiamme, i tubi bangalore, i mortai andarono perduti; più di un mezzo da sbarco fu danneggiato o affondato; numerosi pezzi di artiglieria finirono in fondo al mare.
Per i GI della seconda ondata, inoltrarsi verso i villaggi dell’interno – erano questi gli ordini- non era dunque immediatamente possibile. A causa della marea montante, nessun corridoio era utilizzabile; i mezzi ( carri armati compresi) non potevano muoversi verso l’interno ed erano facili bersagli per l’artiglieria nemica. Ben presto la spiaggia fu congestionata e  gli sbarchi di uomini e mezzi furono temporaneamente sospesi.
Fu il momento di massima crisi. I comandanti ricevevano poche informazioni e quelle poche erano negative. Verso mezzogiorno, Bradley prese addirittura in considerazione l’eventualità di abbandonare Omaha e di dirottare i propri uomini verso Utah o Juno. Dal canto loro, i difensori tedeschi erano convinti di essere riusciti a respingere l’invasione.

Ma non era così. Alcune unità- soprattutto in prossimità della zona coperta dal fumo degli incendi- erano riuscite a prendere terra con perdite relativamente ridotte, con quasi tutto l’equipaggiamento intatto e avevano cominciato a riorganizzarsi. A Dog Green, gruppi di soldati erano riusciti a portarsi alla base delle scogliere, trovando riparo nelle nicchie e negli anfratti fra le rocce. Individualmente o in piccoli gruppi spesso formati da elementi di unità diverse, i GI cercavano- dove potevano- di uscire dai ripari e di dirigersi vero le alture. Il maggiore Sidney V. Bingham cercò di forzare il passaggio verso Les Moulins (Easy Green, D-3) con  50 uomini della Compagnia F. Arrivò con dieci uomini fin quasi in cima alla scogliera, ma, impossibilitato a neutralizzare un nido di mitragliatrici, dovette ritornare indietro. Erano ancora azioni sporadiche e male organizzate, ma stavano comunque rivelando un’inversione di tendenza.
Il fuoco nemico era sempre molto intenso, soprattutto in corrispondenza delle uscite dalla spiaggia, ma più gli sbarchi- e i potenziali bersagli- aumentavano, meno esso diventava accurato. A partire dalle 7,30 cominciarono ad arrivare a Omaha anche gli ufficiali comandanti. Il colonnello Charles Canham (116.mo) e il generale di brigata Norman “Dutch” Cota (116.mo) furono tra i primi a sbarcare a Dog White. Trovarono la riva di ciottoli affollata di soldati e altri ( i Rangers del Secondo battaglione[7]) in arrivo . Nella zona dove i due  alti ufficiali erano sbarcati, il fumo rendeva meno efficace il fuoco tedesco proveniente dalle scogliere. C’erano insomma le condizioni per tentare finalmente di aprirsi una via verso l’interno.
La presenza degli ufficiali restituì morale agli sfiduciati e atterriti soldati. Sia Cota sia Canham diedero l’esempio, portandosi sulla linea del fuoco ( Canham fu ferito a un polso) e non esitando ad avanzare per primi. È rimasta famosa l’affermazione rivolta dal colonnello George Taylor, 16.mo reggimento, Prima divisione, ai propri soldati: “ Su questa spiaggia ci sono due tipi di uomini: quelli che sono morti e quelli che stanno per morire. Togliamoci da qui.”[8] E facendo seguire alle parole i fatti, si era diretto verso l’interno.
Quanto accadeva nella zona del generale Cota o in quella del colonnello Taylor non era un fatto isolato. Lungo l’intero fronte, infatti, gruppi di uomini stavano cercando di oltrepassare la killing zone e di raggiungere le scogliere. I piani originari erano saltati e gli ufficiali e i soldati improvvisavano. Spesso il caso dava loro una mano, facendoli agire in settori in cui le difese nemiche erano più deboli o il fumo degli incendi offriva  una preziosa copertura.
Paradossalmente, l’aver sbagliato zona si rivelò, in questa seconda fase, un fattore decisivo. Anziché sbarcare di fronte alle uscite fortemente difese, alcune unità  finirono sui fianchi delle postazioni tedesche e cominciarono a infiltrarsi. Certo, avanzare non era semplice. Bisognava infatti aprire varchi nei reticolati e superare campi minati prima di portarsi alle spalle dei centri di resistenza. Ma con il migliorare delle comunicazioni, anche il fuoco di copertura si faceva più accurato. Quello dei carri armati, ovviamente; ma soprattutto quello dei cacciatorpediniere. Furono essi- a detta di molti-  a risolvere il momento critico. Si spinsero vicinissimi alla riva, a volte a meno di cinquecento metri. Rischiarono grosso, ma colpirono duro. Le difese tedesche furono centrate con precisione e la resistenza cominciò a indebolirsi.
La linea tedesca era molto forte, ma non era scaglionata in profondità. Chi l’avesse superata sarebbe riuscito a procedere con relativa facilità verso l’interno. Intorno a mezzogiorno, i “bastardi” di Cota raggiunsero la cima delle scogliere sopra Vierville e mezz’ora più tardi, quando il fuoco dei cannoni navali cessò, lo stesso Cota in persona guidò una pattuglia verso la base della scogliera. Furono fatti numerosi prigionieri, fu aperta una via in un piccolo campo minato e  i genieri colmarono un fossato anticarro.
A Fox Green, elementi del 16.mo reggimento ai quali si erano aggregati uomini del 116.m0 si mossero verso Colleville-sur-Mer. Durante l’avvicinamento, la resistenza fu blanda. Il pericolo maggiore venne dal fuoco amico. Verso le 13,30 Bradley ricevette notizie confortanti: le truppe prima bloccate a Easy Red, Easy Green, Fox Red  stavano dirigendosi verso le alture. Ma soltanto nel tardo pomeriggio le scogliere furono occupate e furono necessari altri due giorni per fare tacere completamente il fuoco tedesco. Ad ogni modo, già dalla sera del 6 giugno, esso non era più in grado di bloccare sulla spiaggia il flusso di uomini e di mezzi.

Epilogo

Lo sbarco a Omaha Beach fu una vittoria pagata a carissimo prezzo. Fra morti, feriti e dispersi, gli americani ebbero circa tremila perdite( quattromila, secondo altre stime; poco più di duemila stando ad altre fonti) . Quasi tremila civili francesi persero la vita o riportarono ferite a causa dei bombardamenti. Si disse: le perdite subite furono in linea con quelle stimate. Anzi, addirittura inferiori. E tuttavia, questo non giustifica- col senno di poi naturalmente- gli errori di valutazione iniziali che furono, in gran parte, la causa di quelle perdite.
Fu un errore far sbarcare i soldati alla luce del giorno; fu un errore far arrivare i bombardieri dal mare anziché farli volare paralleli alla costa; fu un errore ritardare – seppure di poco- il lancio delle bombe; fu un errore l’aver rifiutato le “ diavolerie di Hobart”, quanto mai utili contro le mine e gli ostacoli anticarro; fu un errore non aver messo in conto eventuali imprevisti né aver predisposto adeguate contromisure per farvi fronte; fu un errore sovraccaricare i soldati di equipaggiamento ; fu un errore attaccare frontalmente le difese tedesche anziché aggirarle; fu un errore mettere in mare i carri anfibi da distanze impossibili.
Né serve a molto invocare la presenza della 352.ma come principale se non unico fattore destabilizzante. La 352.ma era una formazione esperta, ma non di élite. E per di più incompleta. Un intero reggimento era stato mandato nella zona dove erano stati segnalati lanci di paracadutisti. Quando fu richiamato, non fu in grado di raggiungere Omaha se non nel tardo pomeriggio. In quanto ai micidiali cannoni da 88 millimetri, ce n’era( forse) uno solo
Una cosa comunque è certa: se Omaha Beach non si trasformò in un disastro ciò fu dovuto in gran parte al coraggio e all’iniziativa dei singoli ufficiali, dei singoli uomini e dei singoli reparti, capaci di assumere l’iniziativa e di improvvisare quando tutto sembrava perduto, quando gli ordini non arrivavano e le falesie normanne sembravano più alte dell’ Himalaya. Si dovette alla capacità di assumersi rischi da parte dei comandanti dei cacciatorpediniere se le difese tedesche furono sgretolate e gli uomini e i reparti furono in grado di aprire passaggi sicuri verso l’interno; si dovette al coraggio e all’abnegazione di medici e di infermieri sottoposti a un lavoro massacrante se il numero dei morti –altissimo, per altro -non raggiunse dimensioni intollerabili.

Da leggere:

La bibliografia sullo sbarco in Normandia è praticamente sterminata. Io mi limiterò a riportare i testi che ho consultato e i siti web che ho visitato.

Stephen E. Ambrose, D-Day, June 6 1944: The battle for the Normandy beaches, Paperback, 2002( In italiano: D-Day: storia dello sbarco in Normandia, Rizzoli, 2004)
Anthony Beevor, D-Day: The battle for Normandy, Paperback, 2010 ( tradotto in italiano con il titolo: D-Day: la battaglia che salvò l’Europa, Rizzoli 2010)
Marco Gasperini, D Day: da Omaha Beach a Berlino, Il Capricorno, 2014
Cornelius Ryan, Il giorno più lungo, Rizzoli, 2003

Nel Web:

http://www.militaryhistoryonline.com/wwii/dday/omaha.aspx

http://www.world-war.co.uk/Dday/omaha.php3

http://www.historyofwar.org/articles/battles_omaha_beach.html

http://www.29infantrydivision.org/WWII-Battles/Omaha-Beach/index.html

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Omaha

 

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Omaha Beach

 

Su questo sito:

I denti del cobra


Il “Bocage” normanno è una trappola per gli Sherman alleati. Poi, alla vigilia della decisiva operazione ” Cobra”, il sergente Curtis G.Culin, Esercito degli Stati Uniti, ha un’intuizione…
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Prosciutto e marmellata ( “Ham and Jam”)

Pegasus Bridge simbolo parà6 giugno 1944: ” La più grande prodezza aeronautica di tutta la guerra“: l’assalto ai ponti sul Canale di Caen e sull’Orne, in Normandia.
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La vittoria più bella

A Higher Call 1Da nemici a fratelli. L’incredibile storia di due piloti in guerra sui cieli della Germania pochi giorni prima del Natale 1943.
Clicca qui per leggere l’articolo
 
 
 

Da vedere:

Il giorno più lungo, prodotto da Darryl F. Zanuck, 1962

Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg, 1998

L’immagine riportata sotto il titolo è tratta da Commons.wikimedia.org

[1]Sir, I hope you don’t mind my saying it, but this beach is a very formidabile position indeed and there are bound to be tremendous casualties. “ L’episodio e la conversazione sono riportati in  Anthony Beevor, D-Day. The battle for Normandy, Paperback, 2009.

[2] Si trattava della 726.ma divisione, una divisione statica( vale a dire non motorizzata né corazzata) formata in gran parte da coscritti provenienti dall’Est europeo.

[3] Il 6 giugno, la 352.ma non era schierata al completo a Omaha. Il Kampfgruppe Meyer, ad esempio, era stato inviato in tutta fretta nella zona dove erano stati segnalati lanci di paracadutisti in gran parte fasulli. Il giorno dello sbarco, nella zona di Omaha Beach, erano operativi due battaglioni e un reggimento della 352.ma ( Beevor).

[4] Helmuth Karl von Moltke(1800-1891) fu un generale prussiano. Sconfisse i francesi a Sédan (1871) durante la guerra franco-prussiana del 1870-71. E’ considerato uno dei più grandi strateghi  della storia. La frase esatta è: “Nessun piano sopravvive al primo contatto con il nemico.”( Kein Plan überlebt  die erste Feindeberuehrung.”) 

[5] Fra i soldati americani stipati sui mezzi da sbarco ci fu chi usò questa similitudine per alludere alle dimensioni e al calibro dei proiettili sparati dai cannoni navali di corazzate e incrociatori.

[6] Gli sbarchi successivi – intervallati di pochi minuti gli uni dagli altri- si sarebbero dovuti effettuare a partire dalle 9,30. Se la spiaggia non fosse stata sgombra per quell’ora, ci sarebbero stati problemi di sovraffollamento. Non tanto di uomini, quanto piuttosto di mezzi e di artiglieria. E questo avrebbe di certo aumentato la confusione e il caos.

[7]I Rangers del Secondo battaglione avrebbero dovuto, in origine,  dirigersi verso la Point du Hoc, nel settore occidentale di Omaha Beach e dare man forte ai commilitoni  che avevano avuto il compito di neutralizzare una batteria pesante posta sulla cima.( La batteria, come è noto, non si trovava- come era stato ritenuto- sulla cima, ma era stata spostata verso l’interno). Poiché le comunicazioni non funzionavano, i Rangers del secondo battaglione non ricevettero la comunicazione dell’avvenuta conquista della Point du Hoc. Ritenendo fallita la missione, si diressero verso la spiaggia dove era avvenuto lo sbarco principale. Il loro arrivo si rivelerà decisivo per la penetrazione verso l’interno.

[8]There are two kinds of people who are staying on this beach: those who are dead and those who are going to die. Now let’s get the hell out of here.”


Prosciutto e marmellata ( “Ham and Jam”)

04/03/2016

Operazione MUSH

 

Prologo

Il maggiore John Howard, Compagnia D, Secondo battaglione di fanteria leggera Oxfordshire and Buckinghamshire(“Ox and Bucks”), ripiegò accuratamente la propria uniforme di servizio e la ripose in un cassetto dell’armadio in camera da letto. Un modo come un altro per dire che, d’ora in poi, la sua unica uniforme sarebbe stata quella  da combattimento. Alla fine della licenza, al momento di tornare al battaglione, raccolse dal pavimento una scarpa del proprio figlioletto Terry e se la infilò in tasca come portafortuna. Poi tranquillizzò la moglie Joy : “ Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché in quel momento io avrò già finito il mio lavoro”.

Il colonnello Hans von Luck, comandante del 125.mo reggimento Panzer Grenadier  della 21.ma divisione di stanza nella zona di Caen, in Normandia, era un veterano. Aveva combattuto in Polonia, in Francia, sul fonte orientale e in Africa agli ordini di Rommel.
Era un tipo particolare, von Luck. Uno all’antica. Durante la sua permanenza in Africa, nel suo settore, alle cinque del pomeriggio le ostilità cessavano, gli inglesi prendevano  il tè, i tedeschi il caffè. Un giorno uno dei suoi si impadronì di un camion pieno di viveri. Von Luck guardò l’orologio e ordinò di restituirlo agli inglesi: il camion era stato catturato alle sei, un’ora dopo la tregua. I patti andavano rispettati, anche se, durante un raid( evidentemente prima delle cinque del pomeriggio), gli inglesi si erano impadroniti della sua motocicletta preferita.
Von Luck si aspettava l’invasione. Se l’era figurata molte volte da quando era in Francia. Era preparato. I suoi uomini erano preparati. Sapeva che cosa fare. Ma solo Hitler in persona poteva ordinare alla divisione di muoversi.
E questo von Luck non lo sapeva.

Thérèse e Georges Gondrée erano i proprietari del piccolo caffè vicino al ponte sul Canale di Caen. Thérèse era alsaziana di origine e conosceva il tedesco; per via dei suoi trascorsi alla Lloyd Bank di Parigi, Georges conosceva l’inglese. Entrambi lavoravano per la Resistenza. Fingendo di non capire, Thérèse ascoltava le conversazioni dei sottufficiali e dei soldati tedeschi e le riferiva al marito; Georges raccoglieva le informazioni e le inviava, tramite i suoi contatti, a Londra. Ai primi di giugno, i servizi inglesi ricevettero una sua comunicazione: riguardava l’esatta ubicazione del meccanismo per fare detonare le mine poste sotto le arcate del ponte sul Canale di Caen.

Il soldato semplice Vern Bonck aveva ventidue anni. Nato e cresciuto in Polonia, era stato arruolato nella Wehrmacht e spedito in Francia. Altri suoi connazionali lo avevano preceduto, altri lo avrebbero seguito. L’essere considerati truppe di seconda scelta si era rivelato una specie di terno al lotto: pochi rischi, vita relativamente tranquilla, buon vino, donnine allegre.
Quella sera Bonck, terminato il proprio turno di guardia al ponte del Canale di Caen , non andò a dormire, ma insieme a un commilitone, anch’egli polacco, decise di prendere servizio nel bordello della vicina cittadina di Bénouville. Quando Bonk e il suo compagno varcarono l’ingresso del bordello, mezzanotte era passata da poco.
Da cinque minuti era martedì 6 giugno.
6 giugno 1944.

Overlord

Da tempo gli Alleati pensavano all’apertura di un secondo fronte in Europa. Lo chiedeva con insistenza Stalin, lo esigeva la situazione sul terreno. Ma dove, come, quando aprirlo? Con quali forze? Da quale porta entrare in Germania? Dai Balcani, come sarebbe piaciuto a Churchill o dalla Francia, come voleva Marshall[1]?
Nell’aprile del 1942, Marshall in persona era volato a Londra per proporre l’apertura del secondo fronte in Francia per l’anno seguente. Ma a quel tempo Churchill aveva altre gatte da pelare. In Africa settentrionale Rommel sembrava inarrestabile e Suez concretamente minacciata. La perdita del canale avrebbe tagliato fuori la Gran Bretagna dal proprio impero e consentito ai tedeschi di impadronirsi delle risorse petrolifere della zona. Con grave disappunto di Marshall,  Churchill riuscì a convincere Roosevelt a dare la precedenza al Mediterraneo. Ma dopo El Alamein, Torch e Husky, la questione dell’apertura del secondo fronte in Europa non poteva più essere rimandata. Fedele alla propria idea, Churchill insisteva sull’Italia e sulla Sella di Lubiana; con altrettanta energia, Marshall proponeva la Francia. E questa volta fu lui a spuntarla.
Gli analisti militari del COSSAC (Chief Of Staff , Supreme Allied Command) sotto la guida del generale britannico  Frederick E. Morgan si misero al lavoro. Un lavoro non facile. C’era bisogno di almeno un porto, della copertura aerea, di un terreno relativamente solido, di maree favorevoli, di mezzi da sbarco in numero adeguato. Nella scelta del luogo dello sbarco si andò per esclusione: Brest in Bretagna era troppo lontana,  Calais troppo prevedibile perché troppo vicina e troppo rischiosa perché troppo difesa. Restava la Normandia. E qui, fra la penisola di Cotentin a ovest e l’estuario del fiume Orne a est,  fu individuato il luogo dello sbarco.
Lo sfortunato raid alleato a Dieppe (1942) aveva dimostrato l’impossibilità – o comunque, la grande difficoltà- di occupare con un attacco dal mare un porto ben difeso. Ma gli Alleati avevano bisogno di un approdo sicuro per mettere a terra, dopo la prima ondata, truppe e rifornimenti. Furono così predisposti due porti artificiali- chiamati in codice Mulberries, gelsi. Essi sarebbero stati assemblati pezzo per pezzo vicino alle coste normanne per ricevere, in attesa della conquista del porto naturale di Cherbourg,  i rifornimenti e gli uomini da sbarcare nei giorni successivi al consolidamento delle teste di ponte. Un linea di navi affondate e disposte poppa contro prua, ( in codice, Gooseberry, uva spina) avrebbe inoltre fornito riparo alle imbarcazioni più piccole, consentendo loro di caricare e di scaricare senza correre grossi rischi.
Alla prima fase dell’operazione ( lo sbarco, Operazione Nettuno) furono assegnate cinque divisioni ( originariamente ne erano state previste tre): due americane( Utah Beach e Omaha Beach,  una canadese( Juno Beach) e due britanniche( Gold e Sword) Fondamentali erano l’appoggio aereo e l’appoggio navale. I cieli erano dominio assoluto degli aerei alleati e tale superiorità doveva essere sfruttata al massimo.

Ponti e alianti.

Ancora in fase di progettazione, tuttavia, ci si accorse che i fianchi delle future teste di ponte erano scoperti. E vulnerabili. Soprattutto a est, nella spiaggia designata in codice come “ Sword”. Gli analisti militari del COSSAC”, sollecitati” da un Montgomery alquanto preoccupato, corsero ai ripari rafforzando il fianco occidentale dello schieramento con due divisioni di paracadutisti ( 82.ma e 101.ma aviotrasportate, americane) e quello orientale con una divisione britannica ( la Sesta aviotrasportata). Stando al piano, i parà avrebbero dovuto prendere terra qualche ora prima degli sbarchi, raggrupparsi, raggiungere  gli obiettivi assegnati, occupare e tenere le vie di comunicazione da e per le spiagge, creare confusione dietro le linee tedesche e appoggiare le truppe da sbarco.
Ma, una volta a terra, i paracadutisti avrebbero dovuto essere riforniti nel giro di breve tempo. Era impensabile, infatti, poter affrontare le unità corazzate tedesche o tenere le posizioni contando sul solo armamento leggero. Dunque, erano necessari artiglieria e carri armati. E siccome artiglieria e carri armati non possono- di solito- essere paracadutati, ma, una volta sbarcati, devono raggiungere il fonte viaggiando su strada o su ferrovia, il controllo delle vie di comunicazione terrestri diventava vitale.

Nella zona di Sword la chiave di tutto erano i ponti sul Canale di Caen e sul fiume Orne vicini rispettivamente alle cittadine di Bénouville e di Ranville[2]. Se quei ponti fossero rimasti in mano tedesca -ragionavano gli analisti del COSSAC-  i paracadutisti della Sesta divisione, senza possibilità di ricevere rifornimenti, sarebbero stati isolati e facilmente sopraffatti. Il grosso delle forze tedesche, infatti, era concentrato a nord e a est della Senna in previsione di uno sbarco alleato nella zona del Pas de Calais. Una volta  resisi conto che quello in Normandia era lo sbarco principale e una volta neutralizzati i parà, i tedeschi avrebbero potuto servirsi dei ponti sull’Orne per contrattaccare in forze i britannici a Sword e, dopo Sword, estendere il contrattacco a tutte le altre spiagge.
Non poteva accadere, non doveva accadere. Perciò quei ponti dovevano essere occupati dagli Alleati e tenuti fino al completamento dei lanci e al consolidamento completo delle teste di ponte  a terra. L’azione doveva essere rapida e risolutiva; sorpresa e velocità di esecuzione erano essenziali. I paracadutisti non potevano garantirle. Era una questione di tempo, non di valore individuale. Anche nell’ipotesi – tutt’altro che scontata- di un lancio perfetto e da manuale, quanto tempo avrebbero impiegato per raggrupparsi, raccogliere l’equipaggiamento, organizzarsi e passare all’azione?
Le operazioni aviotrasportate erano maledettamente rischiose. Dopo la costosissima conquista di Creta ( 1941), Hitler, ad esempio, non aveva più voluto sentir parlare di impiegare i paracadutisti in operazioni autonome. Se non si potevano impiegare i parà, si sarebbe potuto comunque fare ricorso agli alianti d’assalto. Gli Horsa inglesi potevano portare direttamente sul luogo dell’azione una trentina di uomini ciascuno. Ma i piloti sarebbero riusciti ad atterrare indenni? E di notte, per giunta? E come dimenticare il mezzo disastro dell’operazione Fustian( Sicilia, 1943)? [3]
Gli interrogativi e le riserve non mancavano, dunque. Né potevano mancare. Ma c’erano anche esempi contrari. D’accordo, Fustian si era rivelata un fallimento, ma la presa del forte di Eben-Emael da parte dei tedeschi nel 1940 era stata un successo pieno. E che dire della conquista del ponte sul Canale di Corinto, in Grecia? Entrambe le operazioni erano state condotte da truppe d’assalto imbarcate su alianti. Che cosa aveva di diverso il ponte sul Canale di Caen da quello sul Canale di Corinto? Se c’erano riusciti i tedeschi, perché gli Alleati avrebbero dovuto fallire?
Si decise, pertanto, di correre il rischio e di impiegare gli alianti d’assalto per prendere i ponti. Il generale britannico Richard “Windy” Gale [4], comandante della Sesta divisione aviotrasportata preparò il piano e scelse gli uomini. La scelta cadde sulla Compagnia D, Secondo battaglione di fanteria leggera Oxfordshire e Buckingamshire ( Ox and Bucks). La Compagnia del maggiore John Howard.
Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché io , in quel momento, avrò già finito il mio lavoro.”

“Hold until relieved”

Il “lavoro” cominciò il 5 giugno nell’aeroporto di Tarrant Rushton, nel Dorset. Alle 22,56, sei bombardieri Halifax decollarono portandosi al traino altrettanti alianti Horsa . A bordo degli alianti c’erano 180 uomini: la Compagnia D, due plotoni della Compagnia B, trenta genieri e un medico, il capitano John Vaughan. E , naturalmente,  i piloti ( due per aliante).  Gli alianti 1,2 e 3 formavano il primo gruppo: obiettivo il Canale di Caen; gli alianti 4, 5 e 6 formavano il secondo gruppo ed erano diretti al ponte sull’Orne. I due gruppi volavano paralleli l’uno all’altro.[5] Il maggiore John Howard comandava l’intera operazione.
Aveva ordini precisi: prendere i ponti con un fulmineo colpo di mano, organizzare la difesa, tenere la posizione finché non fosse stato rilevato. “ Hold until relieved” aveva scritto il generale di Brigata Nigel Poett. E aveva aggiunto: prendere i ponti non dovrebbe essere un grosso problema. A patto che gli alianti atterrino esattamente nelle zone assegnate. Avrete dalla vostra l’effetto sorpresa, avrete di fronte truppe per la gran parte inesperte, poco motivate e di seconda scelta. Potreste, dovreste farcela. I problemi, quelli veri, cominceranno con il contrattacco tedesco.
Hold until relieved”. A bordo dell’aliante numero 1, Howard continuava a pensare alle parole del suo superiore. “ Hold until relieved”. Ce l’avrebbero fatta a prendere i ponti intatti e resistere fino all’arrivo dei rinforzi? A che distanza dai ponti sarebbero atterrati gli alianti? Ci sarebbe stata contraerea? I tedeschi avevano fatto in tempo a piantare i pali ( i famosi e famigerati “Asparagi di Rommel”) nella zona d’atterraggio?
Howard allontanò da sé questi pensieri. Stranamente non soffriva di mal d’aereo, come era successo in tutte le esercitazioni precedenti. Intorno a lui gli uomini, i suoi uomini, quegli uomini di cui era fiero e orgoglioso, i volti anneriti dal nerofumo, gli Sten ad armacollo, cantavano per esorcizzare la tensione. Si erano allenati duramente. Mesi di addestramento feroce, esercitazioni con munizioni vere li avevano induriti e resi capaci di prendere decisioni in una frazione di secondo. Avevano assaltato quei maledetti ponti, dieci, venti, trenta volte, di giorno e di notte, con la luna piena e nella completa oscurità urlando “ Baker! Baker! Baker! o Able! Able! Able! per identificarsi e per evitare il fuoco amico.  Ma le manovre sono una cosa, il combattimento un’altra. E Howard lo sapeva. Fin troppo bene.

Sette minuti dopo mezzanotte.

Ai comandi di “ Lady Irene”, l’aliante numero 1, il sergente maggiore Jim Wallwork vedeva brillare il riflesso argenteo della risacca sotto di sé. Più o meno nello stesso momento, il Brigadiere Nigel Poett a bordo di un Albemarle si avvicinava alla zona di lancio. Dietro di lui, altri  cinque Albemarle trasportavano i pathfinder , gli uomini incaricati di illuminare le Drop Zone per i paracadutisti della Quinta brigata e in particolare del Settimo battaglione del colonnello Richard Geoffrey Pine-Coffin[6], incaricato di rilevare Howard. Il colonnello von Luck udì il rumore degli Albemarle. Aveva l’orecchio allenato e non ci mise molto a capire: volavano bassi. Non pensò a un attacco di paracadutisti: probabilmente quegli aerei stavano effettuando un lancio di armi e rifornimenti per gli uomini della Resistenza francese, si disse. Mandò in giro qualche pattuglia.

Nel bordello di Benouville, il soldato Bonk e il suo camerata ordinarono una bottiglia di vino rosso e si appartarono con due ragazze. Il maggiore Hans Schmidt, responsabile della difesa dei ponti sul Canale di Caen e sull’Orne, era a Ranville in compagnia dell’amante; le guarnigioni non erano in stato di massima allerta; le cariche esplosive non si trovavano nelle camere di scoppio: Schmidt, temendo incidenti o colpi di mano da parte degli uomini della Resistenza, aveva fatto riporre le mine in un luogo sicuro . Thérèse e Georges Gondrée erano già a letto.

Arrivati in vista della costa, i piloti sganciarono i cavi di traino. Ci fu uno scossone iniziale, poi solo silenzio: gli Horsa e gli uomini del maggiore Howard erano soli.
Mezzanotte era passata da sette minuti. L’invasione era cominciata.

Pegasus Bridge simbolo paràIl tenente Herbert “Den” Brotheridge, comandante di plotone, aprì, non senza sforzo, la porta dell’aliante numero 1. Brotheridge era un ottimo ufficiale: intelligente, coraggioso, deciso. Gli piaceva il gioco del calcio, lo praticava e ci sapeva fare. Avrebbe potuto benissimo giocare fra i professionisti. Howard ne apprezzava le qualità di uomo e di soldato e l’aveva spinto prima a diventare ufficiale, poi l’aveva voluto al suo fianco sull’aliante numero 1. Margaret, sua moglie, aspettava un bambino: questione di giorni, forse di ore.
Il cielo era coperto da nuvole. Lady Irene viaggiava alla velocità di circa duecentocinquanta chilometri orari. Durante estenuanti esercitazioni, Wallwork e il co-pilota John Ainsworth avevano provato e riprovato la manovra: controlla la velocità, vira; controlla la velocità, vira di nuovo. E ora, nel cielo sopra Caen, Ainsworth, servendosi di un cronometro, dettava i tempi ( e lo stesso facevano i co-piloti degli altri alianti): contava ad alta voce i secondi e urlava a Wallwork quando virare.
Come giganteschi uccelli rapaci, silenziosi e invisibili, distanziati di un minuto l’uno dall’altro, gli Horsa scendevano nel buio verso la preda: duemila metri: vira; millecinquecento metri: vira, mille metri: vira. Wallwork non vedeva niente e confidava nell’esattezza dei calcoli del suo co-pilota. Poi la luna spuntò per un momento dalle nuvole e Wallwork fu finalmente in grado di distinguere, in lontananza, l’inconfondibile silouette del ponte e la zona d’atterraggio. Il Canale appariva come un sottile nastro argentato.
“ OK”, disse a se stesso, “Andiamo.”

Lady Irene toccò terra esattamente dove, secondo i calcoli di Ainsworth, doveva toccarla. Non un metro di più, non un metro di meno. Viaggiava alla velocità di centosessanta chilometri l’ora. Troppi per una zona d’atterraggio lunga sì e no quattrocento metri. Non c’erano “ asparagi”.
Wallwork gridò allora a Ainsworth di azionare il paracadute dell’aliante. Quella manovra non gli piaceva( a volte il paracadute non si apriva), ma non c’era altro da fare se si voleva evitare di finire lunghi e di andare a sbattere contro il terrapieno della strada posto alla fine di quei quattrocento, infiniti, metri. Il paracadute si gonfiò, il muso dell’Horsa si inclinò bruscamente verso il basso, le ruote finirono in mille pezzi, l’intero aliante rimbalzò una prima volta, toccò terra di nuovo e di nuovo rimbalzò finché, senza più paracadute, piombò a cento chilometri all’ora sui reticolati, arrestandosi a una quarantina di metri dal ponte.
Wallwork e Ainsworth non fecero in tempo a godersi “ la più grande prodezza aerea dell’intera guerra” come la definì il Maresciallo dell’Aria, sir Leigh- Mallory: furono sbalzati fuori dalla carlinga e finirono lunghi distesi sul terreno.  Persero conoscenza. Toccò  loro un altro onore: quello di essere i primi soldati alleati a mettere piede ( e qualche altra arte del corpo, in verità) sul suolo francese il giorno dell’invasione.
Le due sentinelle tedesche in servizio sul ponte udirono tutto quel fracasso, ma non ci fecero caso più di tanto. C’era stata e c’era un’intensa attività aerea nella zona. L’ennesimo rottame dell’ennesimo aereo abbattuto, pensarono. Dentro Lady Irene c’era silenzio. Gli uomini erano intontiti. Il maggiore Howard aveva battuto il capo contro la parte superiore della carlinga  e l’elmetto gli si era calato sugli occhi. Non vedeva niente.
Mezzanotte era passata da sedici minuti.

“Che cosa stiamo aspettando, signore?”

Neanche una decina di secondi dopo l’impatto- a molti sembrarono minuti- gli Ox and Bucks, riavutisi, uscirono armi in pugno da Lady Irene, chi dalla porta principale, chi dal retro e si diressero di corsa verso i propri obiettivi. Sapevano che cosa fare, l’avevano provato e riprovato decine di volte, non potevano sbagliare.
Nel frattempo, in rapida successione, gli alianti 2 e 3 atterrarono vicino a Lady Irene. Nell’impatto, un uomo del numero 3  perse la vita e il tenente David Wood fu sbalzato fuori dal numero 2, armi  personali e munizioni comprese. Ripresosi, raggruppò i suoi e li condusse verso le trincee posizionate  sul lato orientale della strada.
Anche il tenente “Sandy” Smith fu catapultato fuori dall’aliante numero 3. Finì in mezzo al fango( l’aliante era atterrato ai bordi di uno stagno) e perse il suo Sten. Quando si rialzò, un caporale del suo plotone gli si avvicinò e, con calma, disse:” Che cosa stiamo aspettando, signore?” Fu questione di un attimo: Smith si rialzò, afferrò uno Sten e si diresse di corsa verso il ponte.
Più o meno nello stesso momento, il brigadier generale Nigel Poett, lanciatosi dall’Albemarle,  toccava terra in un avvallamento a circa un paio di chilometri dai ponti. Nessuno atterrò vicino a lui: non un parà, non il prezioso operatore radio al quale Howard avrebbe dovuto comunicare, servendosi delle parole in codice Ham and Jam, prosciutto e marmellata, la notizia della conquista dei ponti. Il brigadiere era solo. Si guardò intorno sperando di vedere la torre campanaria di Ranville, la sua stella polare. La torre non si vedeva. Poi udì gli spari. Si incamminò nella loro direzione attraverso un campo di grano. Poco più avanti si imbatté in un soldato sbandato e insieme a lui proseguì il cammino.

Pegasus Bridge simbolo paràBrotheridge e il suo plotone imboccarono di corsa il ponte, gli Sten imbracciati all’altezza del petto,  pronti a fare fuoco. La giovane sentinella tedesca- poco più di un ragazzo- si vide arrivare contro ventidue diavoli in divisa da combattimento, le facce annerite, le armi spianate. La parte dell’eroe non le si addiceva.  Anziché sparare, si mise a correre verso l’altra estremità del ponte, gridando :” Paracadutisti!” La seconda sentinella udì il grido e fece in tempo a sparare un razzo di segnalazione prima di essere colpita da una raffica di mitra( furono questi i colpi uditi da Poett). Il razzo e una forte esplosione( gli uomini di Brotheridge avevano fatto saltare il bunker all’imboccature orientale del ponte), fecero scattare l’allarme. I tedeschi guadagnarono le trincee e reagirono aprendo il fuoco con le mitragliatrici leggere e con gli Schmeisser.  Brotheridge fu raggiunto da un proiettile e cadde a terra. Morì dopo pochi minuti senza riprendere conoscenza. Due settimane dopo, sua moglie Margaret diede alla luce una bambina.
Non ci fu resistenza organizzata: i tedeschi erano stati colti completamente di sorpresa. Trincee e bunker sulle rive del Canale furono “ ripuliti” con le bombe a mano: il ponte fu catturato in meno di dieci minuti. Non senza ulteriori costi, però. Il tenente David Wood fu ferito alla gamba sinistra; il tenente “Sandy” Smith fu raggiunto dalle schegge di una granata e riportò una grave ferita a un polso. In più aveva un ginocchio dolorante. Entrambi avevano bisogno di cure. E del dottor Vaughan.
Il dottor Vaughan viaggiava a bordo dell’aliante numero 3 e sedeva immediatamente dietro i piloti. Al momento dell’atterraggio fu sbalzato fuori dall’abitacolo. Rimase privo di conoscenza per un quarto d’ora. Quando si rimise in piedi, sembrò un po’ frastornato, tanto frastornato da dirigersi per ben due volte verso le posizioni tedesche. Tornato pienamente in sé, il dottor Vaughan cominciò a prendersi cura dei feriti. E non sbagliò più direzione.
Anche Wallwork e Ainsworth ripresero conoscenza. Il primo aveva la faccia completamente coperta di sangue a causa dei tagli riportati quando era stato sbalzato fuori da Lady Irene; il secondo era bloccato sotto l’aliante. Wallwork allora aiutò il proprio co-pilota a liberarsi e lo affidò alle cure di un infermiere. Quindi cominciò a scaricare l’aliante e a portare le munizioni in prima linea. [7]
Mentre sul ponte ancora si sparava, i genieri ne esploravano le arcate alla ricerca delle cariche esplosive: trovarono le camere di scoppio vuote. Fu un sollievo per Howard e un colpo di fortuna per gli Alleati.

Nel bordello di Bénouville, Vern Bonk e il suo camerata polacco udirono i primi spari. Afferrarono le armi, si precipitarono fuori e si diressero di corsa verso il ponte del Canale di Caen. A un certo punto si fermarono per riprendere fiato. Che fare? Proseguire? tornare indietro? I due non ci pensarono un momento: scaricarono i loro Schmeisser sparando in aria e tornarono  di gran carriera a Bénouville, dicendo di essersi ritirati per mancanza di munizioni dopo aver impegnato il nemico sul ponte del Canale.

Anche Georges Gondrée udì gli spari e volle andare a vedere che cosa stesse succedendo proprio sotto casa sua. Strisciando sul pavimento raggiunse una finestra. Aprì con grande cautela le imposte e fece per sporgersi . In quel preciso momento una raffica di Sten colpì le imposte appena sopra la sua testa. Georges Gondrée tornò indietro , raggiunse moglie e figlie e insieme a loro scese  nello scantinato.

Fox!Fox!Fox!

Venti minuti dopo mezzanotte, nella zona di Ranville, l’aliante numero 6 atterrò a circa trecento metri dal ponte sull’Orne; un minuto dopo, il numero 5  atterrò trecento metri più indietro. L’Horsa numero 4 con a bordo il capitano Brian Friday, secondo in comando, e il tenente Tony Hooper, comandante di plotone, sbagliò zona e finì a circa venti chilometri di distanza nei pressi di un ponte sul fiume Dives [8]. Ma Howard aveva addestrato i propri uomini ad agire autonomamente, affinché potessero far fronte a eventuali inconvenienti. Ogni plotone aveva sì un compito preciso, ma conosceva anche tutte le fasi dell’operazione e, durante l’addestramento, le aveva provate e riprovate decine di volte.
Il tenente Dennis Fox raggruppò quindi rapidamente i propri uomini usciti dall’aliante numero 6 e, senza aspettare ordini o Friday, si diresse di corsa verso il ponte. Una mitragliatrice tedesca aprì il fuoco e gli uomini si gettarono a terra. Il sergente Charles “Wagger” Thornton si fece avanti e la neutralizzò con un unico colpo di mortaio. Subito dopo l’esplosione, tutti gli uomini scattarono in avanti urlando e in  breve raggiunsero l’estremità opposta. Non incontrarono resistenza. Fox schierò i propri uomini in posizione di attesa.
Aveva appena finito di farlo, quando una ventina di uomini imboccò il ponte urlando “ Easy! Easy! Easy!”. Era il plotone del tenente “Todd” Sweeney. Dall’ estremità opposta arrivò la risposta: “ Fox! Fox! Fox!”. Gli uomini di Sweeney attraversarono il ponte senza sparare un solo colpo.
A mezzanotte e ventisei minuti, il caporale Ted Tappenden, operatore radio di Howard, ricevette la comunicazione tanto attesa: il ponte di Ranville era stato conquistato intatto. Ham and Jam.
Erano trascorsi dieci minuti dall’atterraggio dei primi Horsa.

Ham and bloody Jam

Alle 0,50 i parà della Quinta brigata cominciarono a prendere terra nella zona del fiume Dives e a est dei ponti difesi dagli Ox and Bucks.  Il maggiore Howard passò alla fase due e organizzò la difesa. Sapendo di essere protetto sul lato orientale dai parà, rafforzò il settore occidentale, dislocando meglio i plotoni e impiegando i genieri come forza di riserva. Finito di impartire gli ordini, Howard cominciò a soffiare in Morse nel suo fischietto: tre punti, una linea; tre punti, una linea( era la “V” di Victory) . I parà avevano bisogno di sapere dove dirigersi: con il suo fischietto Howard cercava di fornire loro un punto di riferimento. Ma ci sarebbe voluto tempo, molto tempo, prima che gli uomini di Pine-Coffin si raggruppassero, raccogliessero il materiale e arrivassero. E sicuramente i tedeschi avrebbero contrattaccato. Dalle parti di Le Port e di Bénouville, infatti, si udiva il rumore poco rassicurante e minaccioso di carri armati in movimento. Howard non era per niente tranquillo.
Accanto a lui, Tappenden continuava a ripetere alla radio: “ Ham and Jam”, “ Ham and Jam” . Inutilmente. Un paio di volte perse la pazienza ed esclamò: “Hello Dog four. Ham and Jam, Ham and bloody Jam. Where the hell are you?”, che, tradotto, suona, più o meno, in questo modo: “Pronto Dog quattro. Prosciutto e marmellata, prosciutto e quella stramaledetta marmellata. Dove cavolo siete?”

Il destinatario di quella sfilza di imprecazioni si trovava in quel momento nei pressi di Ranville. Il generale Poett, infatti, era uscito finalmente dal campo di grano in compagnia del soldato sbandato incontrato lungo il cammino e aveva raggiunto il ponte sull’Orne. Dopo aver conferito con il tenente Sweeny,  Poett raggiunse il ponte sul Canale. Qui incontrò Howard e fu messo al corrente della situazione.
Quando Poett arrivò al ponte di Bénouville, Tappenden si riappacificò con la marmellata.

Pegasus Bridge simbolo paràNel frattempo, il colonnello Pine-Coffin s’era perso. Sceso con il paracadute poco prima dell’una di notte, non sapeva dove si trovasse. Come già Poett prima di lui, non vedeva la torre della chiesa di Ranville e in più non riusciva a individuare la posizione sulle mappe. Aveva intorno a sé meno di cento uomini e non sapeva dove fosse finito il grosso del suo battaglione. Stava ancora cercando di raccogliere le idee, quando udì il fischietto di Howard. Che fare? Muovere quel pugno di uomini o aspettare di aver radunato tutti gli effettivi? Cento uomini erano sicuramente pochi, ma erano pur sempre meglio di niente e aspettare avrebbe significato solo perdere tempo.
Pine- Coffin non ci pensò due volte: ordinò ai suoi cento parà di dirigersi a passo sostenuto nella direzione da cui provenivano i segnali.

“Vi ricacceremo in mare”

Sui ponti conquistati era stato allestito un posto di medicazione. E lì, Con la pazienza di un santo, Il dottor Vaughan ascoltava quel ferito tedesco magnificare, in perfetto inglese, la razza superiore e il genio militare di Adolf Hitler. Per ora vi è andata bene, sbraitava il ferito. E vi è andata bene perché il nostro Fuehrer non è stato ancora informato della vostra stupida azione. Appena saprà che siete qui, reagirà di brutto e per voi saranno guai seri. In men che non si dica sarete ributtati in mare.
Quegli sproloqui infastidivano appena il dottore: il suo dovere di medico era quello di curare chiunque ne avesse bisogno. Anche i nazisti convinti. E Hans Schmidt aveva tutta l’aria di esserlo. Era stato ferito mentre in auto si stava recando a rotta di collo verso il ponte sull’Orne per rendersi conto di quanto stesse succedendo. Forse era un nazista, sicuramente era un nemico, ma era ferito e andava curato. Questo imponeva il giuramento di Ippocrate.
Schmidt era partito in fretta e furia da Ranville insieme all’amante e alla scorta. Lasciata la donna davanti alla sua abitazione, era arrivato a velocità folle sul ponte, sorprendendo le pattuglie di guardia. Non Sweeny, però. Una raffica di Sten aveva raggiunto la Mercedes  del maggiore facendola sbandare e mandandola ad arrestarsi violentemente contro la struttura del ponte. A bordo furono trovate calze da donna, biancheria intima e bottiglie di vino.
Vaughan praticò a Schmidt un’iniezione di morfina e cominciò a fasciargli le ferite. Dopo una decina di minuti, il maggiore smise di magnificare Hitler e la razza ariana e ringraziò il dottore per come lo stava curando.

Il contrattacco

All’una e trenta, due carri armati Panzer IV *** avanzarono nell’oscurità verso il ponte sul Canale. Venivano avanti con molta cautela, uno davanti, l’altro un po’ più indietro. Howard li udiva più che vederli e sudava freddo. Se i tedeschi avessero ripreso il ponte, avrebbero avuto il tempo di organizzare un perimetro difensivo e di bloccare i paracadutisti prima del loro arrivo. Poi sarebbero intervenuti i reparti corazzati e sarebbe stata la fine.
All’imboccatura del ponte , il sergente Thornton tremava come una foglia. Ma era pronto. Nessuno sparava, la tensione era alle stelle.

Subito dopo l’una di notte, il colonnello von Luck ricevette i primi rapporti sull’arrivo di paracadutisti nella sua zona. Mise immediatamente il reggimento in stato di allerta: di lì a poco- ne era sicuro- gli sarebbe stato impartito l’ordine di muoversi. I parà erano nel loro momento di massima vulnerabilità: avrebbero dovuto raggrupparsi, recuperare l’armamento pesante, organizzarsi. Era quello il momento per intervenire. L’attesa avrebbe soltanto favorito il nemico. I paracadutisti si sarebbero raggruppati, avrebbero raggiunto i ponti, avrebbero organizzato le difese e, con la luce del giorno, avrebbero potuto contare sull’aviazione e sul fuoco dei cannoni navali. Von Luck fremeva: non si doveva aspettare, bisognava contrattaccare immediatamente.
Ma l’ordine di muoversi non arrivava.

Sul ponte di Caen, frattanto, appostato nell’ oscurità, invisibile agli equipaggi dei panzer, il sergente Thornton brandiva un fucile anticarro PIAT, l’unico ancora funzionante. Gli altri erano stati danneggiati durante l’atterraggio. Il PIAT era un’arma macchinosa e pesante, efficace solo a breve distanza. Ma Thornton non poteva, non doveva sbagliare. Se il colpo fosse andato a vuoto, niente e nessuno avrebbe potuto fermare i carri.
Il panzer di testa avanzava lentamente, il cannone minacciosamente proteso in avanti. Trenta metri, venticinque metri…
Thornton tirò il grilletto.

Il colonnello Pine- Coffin vide accendersi la notte davanti a lui. In lontananza, lunghe lingue di fuoco si alzarono verso il cielo. A qualche miglio di distanza, all’imboccatura del ponte di Caen, il panzer di testa bruciava, le munizioni e le bombe a bordo esplodevano, mettendo in scena una specie di spettacolo pirotecnico. Il colpo di Thornton era andato a segno. L’altro carro si era ritirato. Arrivato a Bénouville, il comandante del panzer aveva riferito ai suoi superiori che nella zona del ponte c’erano almeno sei cannoni anticarro. I comandanti avevano allora preferito aspettare l’alba per riprovarci. Non ci sarebbero stati ulteriori attacchi, quella notte.
Pine- Coffin adesso sapeva dove dirigersi. Avanzò con i suoi cento uomini quasi a passo di corsa verso quelle lingue di fuoco. Il resto del reggimento, sparpagliato nei dintorni, fece lo stesso.

Dormire, dolce dormire.

Verso le tre di notte, il tenente Fox e il sergente Thornton ispezionarono i bunker sulle rive del Canale. In uno di essi trovarono tre soldati tedeschi addormentati. Inspiegabilmente non si erano accorti di alcunché. Fox si avvicinò a uno di essi, gli puntò la luce della sua torcia elettrica in faccia e gli intimò di alzarsi. Il tedesco, insonnolito, alzò appena le palpebre, gettò un’occhiata a Fox, alla sua strana uniforme, al suo volto annerito dal nerofumo, alla sua arma altrettanto strana e pensò a uno scherzo da parte dei commilitoni. Senza tanti complimenti lo mandò  a quel paese e riprese a dormire.
Il sergente Thornton cominciò a ridere così forte che gli vennero le lacrime agli occhi.

Mentre il sergente Thornton si sbellicava dalle risa, il colonnello von Luck aveva riunito il suo reggimento ed era pronto. I motori dei carri erano accesi, mancava solo l’ordine di muoversi. Ma quell’ordine poteva impartirlo solo Hitler in persona. Solo lui poteva muovere le divisioni corazzate. Non von Rundstedt, non Rommel, non von Salmuth. E tanto meno von Luck. E Hitler, in quel momento stava dormendo. Svegliarlo? E perché? Sì certo, c’erano stati lanci di paracadutisti in Normandia, ma chi garantiva che quello fosse l’attacco principale e non una manovra diversiva? No, non valeva la pena di svegliare il Fuehrer.
E intanto, mentre Hitler dormiva, mentre i motori dei carri di von Luck continuavano a girare a vuoto, i paracadutisti del generale Gale prendevano posizione intorno ai ponti di Bénouville e di Ranville. Con loro c’era anche il capitano Richard Todd, Settimo battaglione aviotrasportato.
Diciotto anni più tardi avrebbe interpretato il ruolo del maggiore John Howard nel film Il giorno più lungo.

Epilogo.

Cominciava ad albeggiare e von Luck era ancora fermo accanto ai suoi carri con il motore acceso. Mentre dentro di sé imprecava e malediceva la stupidità degli alti papaveri, vide avanzare alcuni suoi uomini. Avevano catturato due segnalatori alleati atterrati nella zona di Ranville e recuperato una motocicletta dall’interno di un aliante abbandonato. Von Luck degnò appena di uno sguardo i prigionieri: tutta la sua attenzione era concentrata sulla motocicletta. Gli sembrava familiare. Guardò meglio e non ebbe più dubbi: era proprio la sua motocicletta perduta in Africa. Uno strano destino gliela riconsegnava, a distanza di tempo, sulle coste normanne.
Ma l’ordine di contrattaccare non era ancora arrivato.

Georges Gondrèe sentì bussare alla porta. Con infinita cautela andò ad aprire. Si trovò davanti due soldati dalle strane uniformi, la faccia annerita, l’aspetto minaccioso. Uno di due gli chiese, in francese, se ci fossero tedeschi all’interno della sua abitazione. Georges non sapeva che fare, non sapeva se fidarsi o no. Chi erano quei soldati? Da dove venivano? Erano forse tedeschi camuffati mandati lì a verificare se collaborava o no con la Resistenza? Era un trappola per smascherarlo? Decise di fare lo gnorri.
A gesti, intercalando qualche parola di francese, fece capire che no, non c’erano tedeschi. I due soldati entrarono, gli Sten spianati. Georges presentò Thérèse e le figlie. I due soldati si scambiarono un’occhiata. Poi uno dei due si rivolse all’altro, in perfetto cockney, dicendo che tutto gli sembrava a posto.
Georges Gondrée allora capì. Non si trattava di un tranello o di un’astuta messinscena: quei soldati erano soldati inglesi. Pianse di gioia. Per festeggiare, resuscitò un centinaio di bottiglie sepolte all’arrivo dei tedeschi, 1450 giorni prima. Anche l’astemio Howard si arrese allo champagne.
Thérèse Gondrée baciava tutti i soldati che incontrava e non la smetteva più. Ben presto la sua faccia diventò nera. Per due giorni Thérèse non si lavò: voleva fare sapere a tutti che lei era stata la prima donna francese a incontrare i soldati alleati  il giorno dell’invasione.

Verso l’una del pomeriggio del 6 giugno, il maggiore Howard udì il suono di una cornamusa provenire dalla direzione di Bénouville. Era quella di Bill Millin: annunciava l’arrivo dei berretti verdi di Lord Lovat e dei 177 commando francesi del comandante Philippe Kieffer.
Quando saprai che l’invasione è cominciata, potrai smettere di preoccuparti perché io , in quel momento, avrò già finito il mio lavoro.”

 

Quel che successe dopo.

Il maggiore John Howard

Il maggiore John Howard

Il 13 novembre 1944, per un tragico e beffardo gioco del destino, il maggiore John Howard fu vittima di un incidente stradale. Nell’incidente riportò gravi lesioni. Al termine del conflitto avrebbe voluto essere confermato in servizio permanente effettivo, ma fu giudicato fisicamente inidoneo e la sua richiesta fu respinta. Trovò lavoro presso il Ministero dell’Agricoltura.
Fino al giorno della sua scomparsa avvenuta nel 1999, ogni anno, immancabilmente, il maggiore Howard tornava in Francia sui luoghi della sua incredibile impresa. Il governo francese lo ha insignito di un’alta onorificenza e recentemente è stato emesso un francobollo con la sua effigie per ricordare gli avvenimenti di quei giorni. La via principale del Pegasus Memorial a Ranville, in Francia, porta il suo nome.

Modello - a grandezza naturale-di un aliante Horsa al Pegasus Memorial

Modello – a grandezza naturale-di un aliante Horsa al Pegasus Memorial

Il ponte sul Canale di Caen, ribattezzato “Ponte Pegaso”, “ Pegasus Bridge( Il cavallo alato Pegaso, con in arcione il mitico guerriero Bellerofonte, era il simbolo delle forze aviotrasportate britanniche) è stato sostituito nel 1994 da una nuova struttura, in grado di reggere il traffico moderno. Il vecchio ponte fu acquistato per la cifra simbolica di un franco francese da alcuni reduci dello sbarco del ’44. Per sette anni- mancavano i fondi per restaurarlo- rimase ad arrugginire accanto al suo fratello più giovane. Alla fine i fondi furono trovati e oggi il ponte, quel ponte, rimesso completamente  a nuovo e tirato a lucido, fa bella mostra di sé nel Pegasus Memorial. Accanto al ponte si possono ammirare un modello in scala originale di un aliante Horsa e il busto di bronzo dedicato al maggiore Howard.

Il Caffè Gondrée, oggi.

Il Caffè Gondrée, oggi.

Ogni anno, fin che ha gestito il caffè, Thérèse Gondrée ha sempre offerto champagne ai reduci della Sesta divisione aviotrasportata e ai berretti verdi di Kieffer arrivati con lord Lovat. Dal giugno del 1987, il Caffè Gondrée è monumento nazionale. Oggi è gestito da una figlia di Georges e Thérèse, Arlette.

 

Il colonnello Hans von Luck

Il colonnello Hans von Luck

Nel 1991, il colonnello “Todd” Sweeney si incontrò con il colonnello Hans von Luck a Ranville, in Normandia. Insieme- i due, dopo la guerra, avevano avuto modo di conoscersi personalmente e di stimarsi- visitarono il  locale cimitero con le sue 2.562 tombe di cui 322 di soldati tedeschi. Sweeney e von Luck sostarono in raccoglimento nei rispettivi settori, entrambi commossi e profondamente turbati. Nel silenzio del sacrario, mentre rendeva onore ai compagni caduti, Sweeney pensò alla guerra e al suo significato. D’accordo, allora non c’era alternativa, disse a se stesso. Ma davvero la guerra è necessaria? O non è piuttosto il modo sbagliato di sistemare le cose.
All’altra estremità del cimitero, probabilmente von Luck la stava pensando allo stesso modo.

 

Questa succinta rievocazione dei momenti salienti della conquista dei ponti sul Canale di Caen e sul fiume Orne il 6 giugno 1944, si basa sul libro di Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge , al quale si rimanda.
***Nella versione di Antony Beevor ( D-Day , la battaglia che salvò l’Europa), gli uomini di Howard non furono attaccati da due panzer, ma da due semicingolati carichi di truppe. In quell’occasione, sempre secondo Beevor, dopo il colpo andato a segno di Thornton, furono fatti numerosi prigionieri, compreso il maggiore Schmidt, catturato invece -secondo Ambrose e come abbiamo visto- in tutt’altra circostanza.

 

Da leggere:

Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge , Simon & Schuster, 1988

Stephen E. Ambrose, D-Day. Storia dello sbarco in Normandia, BUR, 2004

Antony Beevor, D-Day, la battaglia che salvò l’Europa, Rizzoli, 2010

Will Fowler, Pegasus Bridge, Bénouville D-Day 1944, Osprey 2010

Cornelius Ryan , Il giorno più lungo, BUR, 2003

Da vedere:

Il giorno più lungo, prodotto da Darryl F. Zanuck, 1962

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[1] George C. Marshall, generale, capo di stato maggiore dell’esercito americano durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo nome è legato anche  al piano per la ricostruzione dell’Europa post-bellica, noto appunto come Piano Marshall.

[2] Il Canale di Caen congiungeva il capoluogo del Calvados con la cittadina di Ouistreham sulla Manica. Nel 1944, il ponte sul Canale si presentava come un ponte basculante in acciaio lungo cinquantasei metri e largo quattro. All’imboccatura del ponte, sulla riva orientale, si trovavano una casamatta, un cannone anticarro e, più a nord lungo la riva, una seconda mitragliatrice. Sulla riva occidentale, dove, sul lato sud della strada che portava a Benouville,  si trovava il locale dei Gondrèe, erano posizionate altre due mitragliatrici.  Su entrambe le rive del Canale erano state scavate trincee e  bunker. Reticolati mobili erano stati collocati sulla riva orientale. Al di là del ponte, la strada che lo attraversava si congiungeva perpendicolarmente con quella che portava alle località di Le Port(a nord) e di Bénouvile ( a sud). Incontrandosi, le due strade formavano una specie di “T”.
Il ponte sull’Orne- un ponte girevole- era stato disegnato dal famoso ingegnere Gustav Eiffel, lo stesso dell’arcinota torre simbolo di Parigi. Era in acciaio e lungo un centinaio di metri. Era meno difeso di quello sul Canale.
I due corsi d’acqua correvano paralleli fino a Ouistreham. I due ponti distavano circa cinquecento metri l’uno dall’altro.
Grazie alle informazioni inviate dagli uomini della Resistenza francese, gli Alleati sapevano tutto dei due ponti: struttura, difese, consistenza delle truppe ecc. Di conseguenza, l’operazione era stata preparata fin nei minimi particolari.

[3] Proprio perché rischioso, questo genere di operazioni faceva discutere. Secondo Marshall, ad esempio, occorreva tenere unite le forze aviotrasportate e non disperderle e, per quanto riguardava lo sbarco in Normandia, lanciarle a sorpresa nella zona di Evreux a circa 130 km a est di Caen per prendere tanto il controllo delle rive della Senna quanto quello delle strade per Parigi.
Eisenhower citava Anzio per sostenere il contrario. A Anzio avevamo artiglieria e carri armati , argomentava, eppure siamo stati bloccati per mesi. E aggiungeva: i tedeschi sono maestri nel contrattaccare e una forza isolata, poco mobile e priva di armamento pesante, può essere facilmente neutralizzata. Per questo motivo, secondo lui, operare nei dintorni di Evreux significava sacrificare inutilmente ottimi soldati, mentre operare sui fianchi dello sbarco avrebbe potuto essere più utile e più efficace tatticamente.
Eisenhower non cambiò idea e Marshall non tornò più sull’argomento. (Stephen E. Ambrose, Pegasus Bridge, Simon & Schuster, 1988, pag 10)

[4] In inglese “ gale” significa “tempesta”, “ vento forte”. Di qui il soprannome ( “Windy”= ventoso) dato al generale Richard Gale.

[5] Questi gli ufficiali comandanti di plotone: aliante n.1: tenente Den Brotheridge; aliante n. 2: tenente David Wood; aliante n.3: tenente “Sandy” Smith; aliante n.4 : capitano Brian Friday ( secondo in comando) e tenente Tony Hooper; aliante n. 6 : tenente Dennis Fox; aliante n. 5: tenente Tod Sweeney.

[6] I soldati di Howard scherzavano- facendo anche ampi scongiuri- sul fatto di dover essere rilevati dal Settimo battaglione del colonnello Pine-Coffin. Pine Coffin, infatti, significa letteralmente “ Bara di pino”

[7] Per ordine esplicito del generale Montgomery, i piloti degli alianti, durante quell’operazione, non dovevano essere impegnati in combattimento: le loro competenze erano troppo preziose perché fossero inutilmente sprecate. Per questo motivo a Wallwork fu affidato il compito di trasportare le munizioni.

[8] I cinque ponti sul Dives, in una zona allagata artificialmente, dovevano essere distrutti, per impedire ai tedeschi di servirsene per eventuali contrattacchi. Il compito di distruggerli era stato affidato ai paracadutisti  del generale Gale.

 

Sotto il titolo: Albert Richards( 1919-1945): Exercise MUSH( Aprile-maggio 1944), Londra, Imperial War Museum

In maggio, gli uomini di Howard eseguirono un’esercitazione denominata Exercise MUSH, una specie di prova generale dell’attacco ai ponti sul Canale di Caen e sull’Orne. Furono scelti due ponti in Inghilterra molto simili a quelli da attaccare in Francia e  gli Ox and Bucks furono trasportati con autocarri militari sul luogo prescelto. Erano presenti alcuni giudici o arbitri ( umpires) , il cui compito era quello di valutare i risultati dell’esercitazione.
Una volta ricevuto il segnale di inizio della manovra, gli Ox and Bucks si avvicinarono ai ponti, li assaltarono e apparentemente riuscirono a impadronirsene. Uno degli arbitri, tuttavia, fu di diverso parere. Secondo lui, gli uomini di Howard erano arrivati tardi su uno dei ponti e non erano riusciti a impedire che fosse fatto saltare in aria. Ci furono vibrate proteste, ma l’arbitro non cambiò idea.
Quando, venti minuti dopo la mezzanotte del 6 giugno 1944, il tenente “Todd” Sweeney raggiunse il tenente Fox sul ponte di Ranville , per prima cosa gli chiese come stessero andando le cose.  Fox rispose che  tutto stava andando nel migliore dei modi. E aggiunse, con chiaro- e ironico- riferimento a MUSH: “But where the hell are the umpires?”, ma dove cavolo sono gli arbitri?

 

La cartina con i particolari dell’operazione ( le difese dei ponti, le zone di atterraggio degli alianti, ecc.) è consultabile QUI

 images[6]Cliccando sull’immagine del Pdf, è possibile accedere alla traduzione in  inglese del post. Attenzione, però. Si tratta di una traduzione automatica. Il risultato, pertanto, non è garantito.