Le ali della farfalla

24/04/2018

 

Prologo

Fa freddo e c’è ghiaccio dappertutto. I soldati non si azzardano a uscire dai ripari. Quando devono farlo per necessità di servizio, si coprono con pelli di pecora e calzano comodi calzari. Nonostante le calde vesti, nonostante i calzari ai piedi, più di uno non ce la fa e resta indietro. Ma c’è anche chi tiene duro. Uno, in particolare. Non ha calzari ai piedi, non indossa pelli di pecora, ma il suo solito, ordinario mantello. Sente il freddo, avverte la fatica. Eppure, mentre gli altri arrancano, lui avanza spedito, immerso nei propri pensieri, apparentemente estraneo a tutto ciò che lo circonda.

Due città contese

L’antica Epidamno oggi si chiama Durazzo. Ne conosciamo la storia, ne ammiriamo i monumenti e le bellezze naturali. Ma nel 436 a.c., Epidamno è solo “ una città alla destra di chi entra con la nave nel golfo Ionio” e di cui molti in Grecia ignorano persino l’esistenza.
La città di Potidea si trova nella Penisola Calcidica. È di origine corinzia, non è lontana dal Regno di Macedonia. Paga il tributo a Atene, ma è restata in buoni rapporti anche con l’antica madrepatria. Ogni anno inviati corinzi la raggiungono per controllare e soprintendere, ma anche per mantenere viva l’antica amicizia.
E lì, in quelle città apparentemente prive di importanza , una farfalla batte le sue ali. E quel battito d’ali scatenerà un uragano.

Epidamno non è una città tranquilla. Non lo è mai stata. Disordini interni, vicini bellicosi e aggressivi le hanno fatto perdere, a poco a poco, prosperità e benessere. Quando, nel 436, la fazione diciamo così “ democratica” prende il sopravvento e caccia gli oligarchi la situazione non migliora. Al contrario. Con l’aiuto di bande di tagliagole, i fuorusciti tentano di riprendersi il potere, corrono le campagne in lungo e in largo, distruggono raccolti e rendono precari traffici e commerci.
Gli abitanti di Epidamno non ne possono più: quella guerra di guerriglia implacabile e devastante deve finire. Chiedono allora aiuto a Corcira ( oggi Corfù) di cui Epidamno è una colonia. Come parlare al vento. I Corciresi non vogliono grane, ignorano la richiesta di aiuto e a Epidamno tutto continua come prima. Che fare allora? Se Corcira è sorda, vediamo se Corinto lo è altrettanto, si dicono gli Epidamni. Perché pensano di rivolgersi a Corinto? Perché Corcira era stata fondata, in origine, da coloni corinzi. E anche se, col passare del tempo, si era, a poco a poco, staccata dalla madrepatria , la sua origine restava sempre quella.
Prima di prendere una decisione, gli Epidamni consultano il dio. Si recano a Delfi e chiedono a Apollo se facciano bene o no, dopo il rifiuto di Corcira, a rivolgersi a Corinto. Per il tramite della sua sacerdotessa, Apollo risponde che sì, chiedere aiuto a Corinto è legittimo. Detto, fatto. I Corinzi, già da tempo infuriati per l’atteggiamento dei Corciresi sempre più supponenti nei confronti della madrepatria, non si fanno pregare e inviano a Epidamno- via terra, non via mare, per evitare le triremi nemiche-  un contingente di soldati e un gruppo di coloni.
Mossa pericolosa, visti i tempi. La Grecia, infatti, è un’immensa polveriera e una semplice scintilla potrebbe scatenare il finimondo. Sparta guida la Lega del Peloponneso – di cui Corinto fa parte; Atene guida la Lega Delio-Attica. Le due Leghe vivono una pace precaria e una mossa avventata di una delle due parti potrebbe portare a soluzioni imprevedibili e disastrose. Ecco perché l’intervento di Corinto in favore di Epidamno potrebbe innescare un pericoloso e incontrollabile effetto domino in tutta la Grecia.
Non va così. Nell’immediato, almeno. Sparta e Atene, infatti, si chiamano fuori. Corcira, però, non ci sta. Non vuole interferenze da parte di Corinto e, per fare capire che aria tiri, muove una flotta di una quarantina di navi verso Epidamno. Arrivati in vista della città, gli ammiragli corciresi intimano: “Cacciate i Corinzi e riammettete in città gli esuli.” E aggiungono: “Chi vuole può andarsene sano e salvo; chi resta sarà considerato un nemico.” Nessuno caccia i Corinzi, nessuno esce dalla città. La flotta allora prende posizione intorno all’istmo e, coadiuvata sulla terraferma dai fuoriusciti e dagli Illiri, stringe d’assedio Epidamno.

Anche a Potidea la situazione non è tranquilla. La città è alleata di Atene, ma da quando è stata fondata Anfipoli(437) ha visto i suoi traffici diminuire e la sua posizione chiave verso il Mar Nero farsi meno importante. Il re macedone Perdicca II soffia sul fuoco. È furbo e spregiudicato. Bada ai propri interessi; sfrutta la rivalità fra Sparta e Atene per rafforzare il proprio regno; si allea ora con l’una ora con l’altra stando attento a non concedere troppo sia all’una sia all’altra. Ce l’ha con Atene( con la quale fino a poco tempo prima andava d’amore e d’accordo) perché sostiene la ribellione di suo fratello Filippo, deciso a sostituirlo sul trono. Così non perde occasione per crearle difficoltà. Semina zizzania fra le città vicine- Potidea compresa- incitandole a ribellarsi. Perdicca non è il solo a soffiare sul fuoco. Anche Corinto- sempre lei- ha il dente avvelenato con gli Ateniesi e non lesina, per il tramite dei propri inviati, consigli più o meno interessati agli abitanti di Potidea.

Tuttavia, per il momento almeno, Potidea e le sue tensioni restano sullo sfondo. È sul Mar Ionio che il battito d’ali della farfalla si fa vento di tempesta. I Corinzi, infatti, forzano la mano: armano una flotta; bandiscono, in segno di sfida, una colonia a Epidamno; stringono alleanze. I Corciresi si allarmano e inviano ambasciatori a Corinto. Propongono di risolvere la questione con un arbitrato. O consultando l’oracolo di Delfi. Ma è un dialogo fra sordi. Un arbitrato? L’oracolo di Delfi? Togliete l’assedio e poi se ne riparla, è la risposta dei Corinzi. E allora voi sloggiate sia i coloni sia la guarnigione è la replica dei Corciresi. Non volete mandare via i coloni e i soldati? Benissimo. Neanche noi ce ne andremo: stipuliamo una tregua e discutiamo, qui e ora. Tutto tempo perso.
I Corinzi stanno preparando una sorta di spedizione punitiva e la tirano in lungo al solo scopo di ultimarne i preparativi. Una volta pronti, i Corinzi inviano a vele spiegate una flotta verso Epidamno decisi a farla finita una volta per tutte. Va loro male, molto male. Intercettata presso Capo Leuchimme ( o Leucimme) la flotta da guerra corinzia viene sbaragliata da quella di Corcira. Nello stesso giorno anche Epidamno cede e capitola.
Sembra finita lì. Quello fra Corcira e Corinto, per interposta Epidamno, ha tutta l’aria di essere l’ennesimo conflitto regionale destinato a non lasciare strascichi. Ma non è affatto così. I Corciresi, imbaldanziti, continuano a correre il mare, attaccando gli alleati di Corinto; i Corinzi rispondono costruendo e varando nuove navi da guerra. C’è un momento in cui le due flotte si trovano di nuovo l’una di fronte all’altra. Ma nessuna delle due ha intenzione di attaccare battaglia per prima e, subentrata la cattiva stagione, entrambe ritornano da dove sono partite.
Ma quello scontro mancato ha allarmato i Corciresi. A differenza di Corinto, essi non hanno alleati. Se quella disputa continua, rischiano di trovarsi isolati e a mal partito. Corinto infatti continua ad armarsi, non smette di impiegare capitali e forza lavoro per costruire navi, assolda rematori, ha l’appoggio di Sparta. Urge correre ai ripari, urge trovare alleati. E quale alleato più potente di Atene?I Corciresi inviano allora ambasciatori ad Atene per sondarne la disponibilità. Saputolo, anche i Corinzi fanno altrettanto.
A Atene, i Corciresi parlano per primi. Il loro è un discorso appassionato. Chiediamo aiuto, esordiscono. Datecelo e avremo con voi un debito di riconoscenza. E continuano: saremo sempre fedeli e leali. Prestateci ascolto e ci guadagnerete anche voi. Se stipulerete con noi un’alleanza, altre città della Grecia guarderanno a voi con occhi diversi. Diranno: Atene accoglie chi chiede aiuto. E, allora, in caso di bisogno con chi stringerebbero un’alleanza? Con voi, naturalmente. Accogliendoci come alleati non violerete gli accordi di pace. Il decreto riconosce a chi è neutrale di scegliere, se vuole, uno dei due blocchi. E poi lo sapete anche voi: la guerra ci sarà. E’ solo questione di tempo. E quando quel momento verrà, potrete contare sulla nostra flotta. E non è una flotta qualsiasi, badate bene: è la seconda flotta -i primi siete voi- dell’intera Grecia.
È vero, ribattono i Corinzi, se accetterete l’alleanza con Corcira non violerete la lettera del trattato di pace, ma lo spirito sì. Il trattato è nato per impedire che scoppino guerre, non per provocarle. Questo è lo spirito del trattato. Dobbiamo rispettarlo tutti, nessuno escluso. Siamo sempre stati in buoni rapporti, noi Corinzi e voi Ateniesi: potremmo mai diventare nemici acerrimi? Potremmo mai comportarci dall’oggi al domani come se fossimo nemici da lunga, lunghissima data? Non fummo forse noi, in tempi recentissimi, a dissuadere Sparta dall’attaccarvi?
La guerra è inevitabile? Le guerre sono decise dagli uomini. E le decisioni degli uomini si possono cambiare, modificare, aggiustare. Niente, dunque, è inevitabile. E poi, vi conviene allearvi con Corcira? Non limitatevi al qui e adesso. Guardate avanti. Se accoglierete Corcira nella Lega di Delo rischiate una guerra. E che cosa ci guadagnereste? I Corciresi hanno una flotta di prim’ordine? Vero, ma attenti: gli alleati non portano soltanto flotte, ricchezze o risorse, portano anche obblighi ai quali, una volta presi gli impegni, è difficile sottrarsi. Valutate dunque bene i pro e i contro, i costi e i benefici, prima di decidere.
Gli Ateniesi discutono a lungo. Alla fine scelgono Corcira( e la sua flotta). Ma lo fanno a modo loro. Va bene, dicono ai Corciresi, vi aiuteremo. Ma interverremo al vostro fianco solo nel caso in cui foste attaccati per primi. Si tratta, dunque, di un’alleanza difensiva, la prima di cui si abbia traccia nella storia greca. È Pericle stesso, stando a Plutarco(Vita di Pericle,29,1), a suggerirla. Atene vuole, insomma, procedere con cautela. Vuole avere dalla propria parte- semmai dovesse scoppiare una guerra- la potente flotta corcirese, ma non desidera allarmare troppo i Peloponnesiaci in generale e Sparta in particolare. E così ai comandanti delle dieci triremi inviate da Atene a Corcira viene ordinato di tenersi in disparte e di entrare in battaglia solo nel caso in cui ci sia un’evidente minaccia di uno sbarco corinzio sull’isola. Quegli ordini sono un incubo, commenta Donald Kagan, per qualsiasi comandante. Come capire, nell’infuriare di una battaglia, le vere intenzioni del nemico? Se si è cauti, si rischia di essere ininfluenti; se si è precipitosi, si rischia di venire invischiati in “ uno scontro non necessario”.
Dieci navi sono poche. E anche questo è un segnale. Vedete, sembrano dire gli Ateniesi, non abbiamo alcuna intenzione di fare guerra a Corinto. Se l’avessimo , riempiremmo di navi il mare. Ma ricordatevi: anche noi siamo della partita. Il messaggio è chiaro: piantatela con le vostre liti e finiamola qui.
Ma Corinto non sembra in vena di cogliere messaggi. Centocinquanta navi corinzie, intenzionate a dare battaglia, salpano alla volta di Corcira e nei pressi delle isole Sibota entrano in contatto con le triremi nemiche. È il settembre del 433 a.c. I Corciresi sbaragliano l’ala sinistra nemica, i Corinzi hanno la meglio altrove. Le navi ateniesi sono costrette a intervenire. Fanno bene? Fanno male? Un dato è certo: il loro non è un intervento risolutivo. Risolutiva è invece l’apparizione sulla scena dello scontro di altre venti triremi inviate da Atene in un secondo tempo. I Corinzi le credono l’avanguardia di una flotta ben più numerosa e si ritirano. Chi ha vinto? Chi ha perso? Abbiamo vinto noi, affermano i Corciresi. E i Corinzi di rimando: voi vaneggiate. Abbiamo affondato settanta navi, abbiamo più di mille prigionieri. Siamo noi i vincitori.
E Atene? Intervenendo a favore di Corcira contro Corinto ha violato le disposizioni del trattato di pace, si è fatta un nemico potente, ha messo in allarme Sparta e la Lega del Peloponneso. Ne valeva la pena?

Potidea è sempre più irrequieta. E con lei l’intera regione. Perdicca, infatti, non cessa di pescare nel torbido: invia ambasciatori a Sparta, cerca alleati in Tracia, istituisce una corsia preferenziale con Corinto, persuade gli abitanti della Penisola Calcidica ad abbandonare le città e a rifugiarsi a Olinto, fortificata per l’occasione. Atene si sente minacciata. Se Potidea dovesse staccarsi dalla Lega di Delo, altre città-stato potrebbero seguirne l’esempio. Sarebbe un colpo durissimo per il suo impero. C’è una sola soluzione: Potidea deve essere ricondotta all’obbedienza e Perdicca deve essere ridimensionato.
Mentre navi da guerra cariche di opliti si dirigono verso la Tracia, agli abitanti di Potidea viene ordinato di abbattere le mura, di cacciare gli inviati corinzi, di non accoglierne più in futuro e di consegnare ostaggi. Sono richieste dure, impossibili da accettare. Gli Spartani hanno promesso: se Atene vi attaccherà, noi invaderemo l’Attica. Dal canto suo Atene ha ordinato ai comandanti della flotta diretta in Tracia, di lasciar perdere per il momento Perdicca, di raggiungere Potidea, di abbatterne le mura e di prendere gli ostaggi. Forti dell’appoggio spartano, gli abitanti di Potidea si ribellano. Il battito d’ali della farfalla sta per scatenare un uragano.
Il conflitto, infatti, si allarga. Si combatte in Macedonia, si combatte a Potidea. Arrivano “volontari “ da Corinto; rinforzi consistenti da Atene. Quando i due eserciti vengono a contatto, i “ volontari” corinzi al comando di Aristeo si battono bene, riportano un’effimera vittoria sull’ala sinistra ateniese, ma non possono modificare l’esito dello scontro. Padroni del campo, gli Ateniesi cominciano a stringere il cerchio intorno alla città. Fanno intervenire altre truppe, la stringono d’assedio.
Parte la salva di accuse reciproche. Atene accusa Corinto – e di riflesso la Lega del Peloponneso – di aver indotto alla ribellione una città alleata e soggetta a tributo commettendo un  vero e proprio atto di guerra. Corinto ribatte accusando Atene di assediare una sua colonia e i Corinzi che in essa risiedono. Tuttavia, per ora, non è ancora guerra aperta. Corinto ha agito autonomamente, ma non è affatto intenzionata a lasciar perdere.
Messi corinzi partono alla volta di Sparta.

Epilogo

A Potidea, l’uomo che, imperturbabile, camminava scalzo sul terreno ghiacciato divide, soldato fra soldati, la tenda con Alcibiade, un giovane emergente di cui in Atene si dicono meraviglie e al quale si pronostica un futuro di successi. Durante uno scontro particolarmente duro, entrambi si battono con determinazione e coraggio. A un certo punto, Alcibiade cade a terra ferito. Sotto gli occhi di tutti, l’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato gli si mette davanti, lo protegge dagli assalti nemici e gli permette di mettersi in salvo. È un grande atto di valore. Che merita una ricompensa. Ma essa viene assegnata al giovane ferito non a chi lo ha salvato a rischio della propria vita. E a questo punto succede una cosa apparentemente straordinaria. L’uomo che camminava scalzo sul terreno ghiacciato è il primo a sostenere questa decisione. Servirà a far crescere in Alcibiade l’ambizione per le cose più belle e più nobili, dice.
Quell’uomo è Socrate.

Da leggere:

Andrea Frediani, La grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F.Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Platone, Simposio, 219-220, Adelphi, 1979
Plutarco, Vite Parallele, Vita di Alcibiade, Vita di Pericle, UTET, 2010
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

Altri articoli sulla guerra del Peloponneso contenuti in questo sito:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
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La freccia di Sfacteria

Guerra del Peloponneso (431-404 a.c.).A Sfacteria va in scena qualcosa che ha dell’incredibile agli occhi dell’intera Grecia: più di quattrocento opliti spartani, intrappolati sull’isola, anziché combattere fino alla morte, gettano gli scudi, alzano le mani e si arrendono. Leggi l’articolo.

 

I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
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Sotto il titolo: Antonio Canova (1757-1822), Socrate salva Alcibiade nella battaglia di Potidea, Museo dell’Accademia di San Luca, Roma

 

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La freccia di Sfacteria

25/02/2018

 

Prologo

I delegati inviati da Sparta a Pilo per vedere e capire non impiegano molto tempo per rendersi conto della situazione. La flotta da guerra è stata quasi distrutta, le navi ateniesi controllano le acque e bloccano Sfacteria, il contingente spartano sbarcato sull’isola è tagliato fuori. Bisogna trattare. Viene stipulata una tregua. Gli Spartani si impegnano a consegnare le navi e a sospendere gli attacchi; gli Ateniesi non ostacoleranno i rifornimenti di cibo agli assediati e, a loro volta, non attaccheranno. La tregua resterà in vigore fino al ritorno da Atene degli ambasciatori lacedemoni. Poi si vedrà.

Una pace impossibile

A Atene, ambasciatori spartani poco laconici e insolitamente loquaci parlano chiaro: ridateci i nostri uomini e noi stringeremo con voi un trattato di pace e di alleanza. Di più: avrete anche la nostra amicizia. Se accetterete la pace, la Grecia tutta vi sarà grata. E ammoniscono: attenti a non inorgoglirvi troppo: la ruota della Fortuna oggi gira a vostro favore. Ma domani?
Gli Ateniesi, consapevoli di tenere il coltello dalla parte giusta, ribattono: ci offrite pace e amicizia? Sublime intendimento. Ma noi vogliamo anche qualcosa di più concreto: restituiteci Nisea, Pege, Trezene e l’Acaia [1]. Non è roba vostra, non le avete conquistate, ma ricevute a seguito degli accordi della pace precedente[2]. Ridatecele  e noi  toglieremo l’assedio a Sfacteria.
I delegati spartani non dicono di no. Anticipando i tempi, suggeriscono di istituire una commissione ristretta ( proprio come si farebbe oggi) per trattare la questione con calma, lontano da orecchi indiscreti. E, del resto, vanno capiti. Quattrocento dei loro sono intrappolati a Sfacteria, bisogna tirarli fuori di lì. Ma bisogna farlo senza umiliare pubblicamente gli alleati con concessioni in odore di resa o, peggio, di tradimento. Ecco perché chiedono colloqui riservati.
O, forse, non hanno secondi fini e vogliono davvero la pace. Quella guerra dura ormai da sei anni. Ed è una guerra diversa dalle precedenti, una guerra crudele e brutale. E costosa. Per entrambe le parti in conflitto. La popolazione di Atene è stata decimata da una terribile epidemia ( di tifo?), i campi dell’Attica giacciono in abbandono. In Laconia e in Messenia gli Iloti sono irrequieti; la  battaglia decisiva tanto attesa dagli Spartani non è stata ancora combattuta e chissà se mai lo sarà; si rischia uno stallo infinito. Conviene riflettere con attenzione, soppesare i pro e i contro, valutare i costi materiali e umani. Certo, le differenze (politiche, sociali, economiche) fra le due fazioni in lotta rimangono enormi; da entrambe le parti  ci sono troppe offese da vendicare e troppi torti – veri o presunti- da riparare. Per queste ragioni, sul medio periodo, la pace potrebbe rivelarsi fragile ed effimera. Ma un tentativo va fatto. E gli Spartani ci provano.
Gli Ateniesi, però, non ci stanno. Sale alla ribalta Cleone, populista ante litteram, adorato dalle folle ( un po’ meno dagli aristocratici), parlantina sciolta e ego smisurato. Rivolgendosi all’Assemblea, dice: fidarsi degli Spartani? E quando mai. Questi ci stanno prendendo in giro. Vogliono trattare? Trattare sul serio? E perché, allora, chiedono di fare le cose di nascosto? E, rivolgendosi ai delegati spartani, incalza: volete trattare davvero? E allora fatelo davanti a tutti ( in streaming, direbbe  un suo omologo – o un suo alter ego?-  di oggi).
La politica di Sparta è – ed è stata per secoli- quella di badare prima di tutto ai propri interessi  e poi a quegli degli altri. Ma adesso Sparta non può anteporre la salvezza dei quattrocentoventi uomini intrappolati a Sfacteria all’alleanza con Tebe o Corinto. Non può farlo nel corso di una trattativa pubblica, almeno. Così, visto che Cleone non cede sullo streaming, gli ambasciatori lacedemoni salutano, tolgono il disturbo e se  ne tornano da dove sono venuti.

La parola alle armi

La pace sfuma, la tregua scade ma a Sfacteria la protervia degli Ateniesi non accenna a diminuire .  La tregua è terminata e, stando ai patti,  rivolete indietro le vostre navi? Non se ne parla neanche. Durante la tregua avete compiuto scorrerie e attaccato le nostre posizioni. Non avete rispettato gli accordi. È una menzogna e un’ingiustizia, dite? Provate a smentirci, se siete capaci.
Gli Ateniesi si comportano in questo modo perché convinti di vincere facile. Sia sul campo di battaglia, sia ad Atene si nutrono pochi dubbi in proposito. Un pugno di uomini a corto di viveri, isolato dal grosso dell’esercito non può resistere a lungo. Invece quegli uomini resistono. L’isola è boscosa e accidentata. Per esperienza diretta, Demostene , il comandante ateniese, lo sa: quei boschi avvantaggiano chi si difende, ostacolano chi attacca. Nelle notti ventose, poi, quando il mare è agitato, piccole imbarcazioni si avvicinano al litorale e scaricano viveri per gli assediati. Non tutte ce la fanno. Così come, spesso, non ce la fa chi prova a passare a nuoto, tirandosi dietro otri pieni di semi di papavero e di lino misti a miele. Ma nonostante i fallimenti, c’è sempre qualcuno che ci prova. Per ottenere laute ricompense o, se Ilota, la libertà. Epitada, il comandante spartano, non potendo contare su linee di rifornimento sicure e continue, ha messo a mezza razione i suoi fin dall’inizio della tregua.
Le cose vanno dunque per le lunghe e ad Atene cresce il malcontento. Che storia è questa? Perché non siamo riusciti ancora a occupare l’isola? Qualcuno comincia a pentirsi di non aver accettato le proposte spartane e se la prende con Cleone. Al fronte, per i soldati di Demostene non va meglio. La pressione spartana su Pilo non accenna a diminuire, l’acqua scarseggia, il cibo arriva via mare. Col contagocce, però. Gli approdi , infatti, non sono facili e si rischia di andare a sbattere contro gli scogli. A turno, le triremi fanno la spola per rifornire gli uomini a terra. Si tratta di un’operazione delicata e pericolosa. Fra i soldati lo stress aumenta, la frustrazione cresce, il morale si abbassa. Anche perché, di lì a poco, sarebbe arrivata la cattiva stagione e se per allora l’isola non fosse stata conquistata gli assediati avrebbero potuto farla franca e tutta quella fatica sarebbe stata fatica sprecata.
Cleone, inutile dirlo, è sulle spine. Le notizie in arrivo da Pilo e da Sfacteria sono sempre meno rassicuranti? Tutte balle, afferma perentoriamente. Tutte balle? ribattono i latori delle notizie. Vieni a vedere di persona e ci saprai dire. Giusto, fa loro eco l’Assemblea: Cleone vada, torni e riferisca.
Questa non ci voleva, pensa Cleone. Se vado, torno e confermo quanto detto dai messaggeri mi sarà rinfacciato di aver raccontato frottole. Se vado, torno e, contro ogni evidenza, resto sulle mie posizioni ( “tutte balle”) ci farò la classica figura da peracottaro. Prova allora a metterla su un altro piano. Smettiamola di discutere se le affermazioni degli scout siano vere o false, mandiamo più soldati e facciamola finita. E aggiunge: ne prenderei io il comando se solo potessi farlo. Ma non posso, perché non sono stratego. È una mossa astuta e il bluff potrebbe anche funzionare se qualcuno non chiedesse  di vedere le carte.
Nicia, uno degli strateghi( e politicamente avverso ai populisti ) udita l’affermazione di Cleone risponde: se è per questo rimediamo subito. Ti autorizzo io a comandare quegli uomini. Io sono stratego e ho l’autorità per farlo. Anche i miei colleghi sono d’accordo. Che ne dici? Cleone pensa a una specie di scherzo. Quando mai si è vista una cosa del genere? È una cosa dell’altro mondo, contraria alla legge e alla logica e nessun magistrato ateniese vorrà e potrà darle corso. Sai che precedente creerebbe una situazione come questa? Secondo me, Nicia sta bluffando. Vuole fare il furbo e mettermi in cattiva luce presso l’opinione pubblica. Che cosa penserà di me la gente se adesso mi tiro indietro?
Certo che ci vado, è la risposta. Tanto – pensa- questa storia finirà presto in una bolla di sapone e io avrò salvato la faccia. Passano le ore, passano i giorni. Quand’è che partirai per la tua missione ? insistono gli Ateniesi. Cleone vacilla: dunque Nicia fa sul serio, vuole davvero cedermi il comando. Io? Partirei anche subito, ma lo stratego è Nicia: parta lui, secondo la legge. Ma Nicia insiste e chiama come testimoni tutti i cittadini di Atene. E loro, i cittadini di Atene- “ come fa di solito la folla”( Tucidide, V, 28 3)- non cedono. Anzi:  più Cleone accampa scuse, più gridano che parta.
Messo alle strette, Cleone accetta l’incarico. Si presenta in assemblea e, come costume di ogni buon populista, le spara grosse : entro venti giorni sarò di ritorno con i Lacedemoni prigionieri o non tornerò affatto. Pochi ci credono, più di uno si lascia scappare un sorrisetto beffardo: venti giorni? Non ce la farà mai. Ma gli avversari politici di Cleone gongolano: se cade in battaglia, ce ne liberiamo; se torna con i prigionieri, Sparta dovrà scendere a più miti consigli.[3]
Formato il contingente ( soldati di Lemno e di Imbro, quattrocento arcieri), firmato il decreto   di autorizzazione, Cleone parte per il fronte. In tutta fretta, chiosa Tucidide. Ha chiesto e ottenuto di avere come collega il solo Demostene, di cui gli è noto l’atteggiamento aggressivo.

Fine di un mito?

Cleone ha la fortuna dalla sua. A Sfacteria, infatti, la situazione è cambiata.  Un incendio provocato da un soldato sbadato( o affamato: si stava preparando il rancio) ha ridotto in cenere gran parte della vegetazione dell’isola. Gli assediati – più numerosi di quanto inizialmente ritenuto- non hanno più dove nascondersi e ripararsi. È il momento di portare il colpo decisivo. Demostene e Cleone riuniscono l’esercito, intimano agli Spartani di arrendersi e, ricevuto un netto rifiuto, sbarcano sull’isola ottocento opliti. C’è tensione. I soldati ateniesi temono tanto l’ambiente accidentato e sconnesso, quanto la fama di invincibilità della fanteria lacedemone.
All’estremità meridionale dell’isola gli Spartani hanno una guarnigione di una trentina di soldati e ne hanno una seconda- più numerosa- all’estremità opposta( dove ci sono rudimentali fortificazioni appoggiate a una parete rocciosa). Il grosso delle truppe è dislocato nella zona centrale.
La guarnigione di stanza nella parte meridionale viene colta completamente di sorpresa e sopraffatta facilmente. Poi, sul fare dell’alba, gli ottocento opliti sbarcati per primi vengono raggiunti dal resto dell’esercito. Demostene divide i suoi in reparti di duecento uomini ciascuno e li posiziona sulle alture. Sono reparti di arcieri, di frombolieri, di soldati armati di giavellotto. Completamente indifesi contro gli opliti. Se gli opliti, però, riuscissero a portarli a tiro delle proprie lance.
Ma non ci riescono. Disorientati da quella situazione del tutto nuova per loro, bersagliati da lontano dalle frecce degli arcieri e dai proiettili dei frombolieri, frustrati dalla tattica volutamente attendista degli opliti ateniesi con i quali non riescono a venire a contatto, accecati dalla polvere, assordati dalle grida e dalle urla degli attaccanti, impossibilitati a dare e a ricevere ordini, attaccati ai fianchi- e derisi-  dalla fanteria leggera, più mobile di loro, Epitada e i suoi opliti si ritirano, combattendo, verso l’estremità settentrionale dell’isola trovando riparo all’interno delle fortificazioni predisposte in precedenza.
E a questo punto le cose cambiano di nuovo. L’impetuosa avanzata ateniese si arresta davanti alle difese spartane; la manovra avvolgente non può più essere tentata; l’unica possibilità, ora, è l’attacco frontale. Gli Ateniesi ci provano più e più volte nel corso di un’intera giornata, ma ogni volta vengono respinti. Benché a corto di viveri, benché ridotti di numero a causa delle perdite, benché costretti in quello spazio limitato, non più bersagliati da tutte le parti dalle frecce degli arcieri, non  più tormentati dagli inafferrabili psiloi, Epitada e i suoi uomini schierano la falange e resistono. Sembra di essere tornati  – si parva licet– alle Termopili: un pugno di uomini determinati, addestrati e decisi tiene in scacco forze superiori.
Le Termopili avevano un punto debole: il sentiero dell’Anopaia, mal presidiato dai Focesi. Anche Sfacteria ha il suo punto debole: la parete rocciosa sovrastante il forte.  Alle Termopili era stato  il traditore Efialte( o chi per lui ) a indicare ai Persiani il sentiero; a Sfacteria è il comandante dei Messeni, Comone,  a prendere l’iniziativa. Con un gruppo di arcieri e di psiloi scala la parete rocciosa ( considerata insormontabile) e si presenta alle spalle degli Spartani. Presi fra due fuochi, i difensori cedono. Cleone e Demostene fermano gli attacchi e intimano agli Spartani di consegnare le armi. Come reagiranno i Lacedemoni? Impugneranno più forte la lancia, stringeranno più saldamente lo scudo e ripeteranno con orgoglio le parole di Leonida ai Persiani: se volete le nostre armi, molòn labé, venite a prenderle?
Niente di tutto questo. Gli Spartani gettano a terra gli scudi e agitano le mani: smettono di combattere e accettano una tregua. Epitada è caduto con le armi in pugno; il secondo in comando, Ippagrete, è gravemente ferito. Allora è Stifone a condurre le trattative per gli Spartani. Dice: lasciate che uno di noi raggiunga la terraferma e al ritorno ci riferisca le istruzioni ricevute. Ma Demostene e Cleone non ne vogliono sapere. Che siano araldi spartani a raggiungere l’isola e a dire come dovete comportarvi, ribattono. Sbarcati a Sfacteria, gli araldi riferiscono a Stifone e ai suoi: la decisione è vostra. Fate come credete, ma salvate l’onore. Dopo una breve consultazione, Stifone e i suoi consegnano le armi e si arrendono. Ne erano stati sbarcati quattrocentoventi, duecentonovantadue vengono fatti prigionieri. Fra questi ci sono centoventi Spartiati appartenenti alle famiglie più in vista di Sparta.

Lì, in quell’isoletta devastata dagli incendi si infrange un mito. Lo stupore è grande anche fra i vincitori: gli invincibile Spartani, i valorosi combattenti delle Termopili e di Platea, i leggendari fanti corazzati vincitori di mille battaglie disobbediscono alle leggi di Licurgo, non restano al proprio posto fino alla morte, non antepongono alla propria vita il proprio onore e il proprio valore , non temono l’atimìa, il disprezzo dei concittadini e gettano le armi. Non era mai successo. Non a memoria d’uomo, almeno.
A Sparta il contraccolpo è terribile. Il suolo sacro della patria è stato violato; i Messeni partono dalla testa di ponte di Pilo e devastano il territorio; gli Ateniesi, occupata l’isola di Citera abitata da Perieci, hanno basi navali tutt’intorno al Peloponneso e sono in grado di intercettare le navi mercantili cariche di grano provenienti dall’Egitto e dalla Libia. Qualsiasi reazione è condizionata dal timore di non rivedere più gli uomini catturati a Sfacteria: se si invade l’Attica e si devastano i raccolti, se si tenta di riprendere Citera,  gli Ateniesi per rappresaglia potrebbero giustiziare gli ostaggi.
Lo sconforto sale, la fiducia in se stessi viene meno. Solo allora ci si rende pienamente conto del clamoroso errore commesso occupando Sfacteria. Per impedire agli Ateniesi di usarla come base per compiere raid( ma era davvero questa la loro intenzione?) si era agito d’impulso, senza riflettere sui possibili rischi e sui pericoli di una tale operazione. Compresa l’eventualità di un blocco navale , poi puntualmente verificatasi.
Prima di Sfacteria gli Spartani scendevano in battaglia decisi e determinati, dopo Sfacteria sono titubanti e incerti; prima non avevano cavalleria né arcieri, dopo, “ contrariamente alle loro abitudini” ( IV,55, 2) istituiscono un corpo di cavalleria e formano reparti di tiratori; prima, certi del proprio coraggio, erano sicuri di vincere ogni battaglia , dopo temono di fallire perché scoraggiati e non “ avvezzi alla sventura”.  Cercano in ogni modo  e più volte di venire a patti con gli Ateniesi senza ottenere alcunché. All’indomani dei fatti di Pilo e di Sfacteria, Sparta tocca il suo punto più basso: demoralizzata e sfiduciata, guarda con preoccupazione al futuro. Chi lo avrebbe mai detto?
Ad Atene si respira un’aria diversa. Agli occhi dei più, le tattiche innovative impiegate da Demostene a Sfacteria hanno reso la falange spartana un’arma quasi spuntata. A Sfacteria, la freccia ha avuto ragione della lancia, la mobilità degli uni ha reso quasi nulla la forza d’urto degli altri. Certo, generalizzare trasformando un’eccezione in una regola sarebbe pericoloso. Molto pericoloso.  I più avveduti, i più saggi non lo fanno. Ma tutti, nessuno escluso, si abbandonano all’euforia del momento.
I motivi non mancano. Atene ha una base operativa in territorio nemico, la sua potenza navale è intatta, ha quasi trecento ostaggi cui Sparta sembra tenere molto, ha acquistato prestigio e considerazione presso i propri alleati. Se lo volesse potrebbe trattare la pace da una posizione di forza e cercare di porre fine a quella guerra infinita.
Ma non vuole farlo. E soprattutto non vuole farlo Cleone. Cleone è un arruffapopoli, come abbiamo visto. Ma è anche un “falco” conclamato. O, forse, è “falco” conclamato perché arruffapopoli. Contro ogni previsione ha mantenuto la propria promessa per quanto incredibile e avventata fosse sembrata all’inizio. Adesso, forte della popolarità conquistata, può spingere sull’acceleratore, correggere se non proprio ribaltare la prudente politica voluta  da Pericle, abbandonare l’attendismo e cercare di forzare la mano.

Epilogo

Un uomo si avvicina all’ostaggio spartano. Quell’uomo non è ateniese, viene da un’altra città, una città alleata di Atene. La notizia di quanto accaduto a Sfacteria ha fatto il giro di tutta la Grecia. Tanti tuoi commilitoni – lo apostrofa rivolgendogli la parola- sono morti con le armi in pugno. Non credi che quegli uomini meritino di essere chiamati valorosi?
C’è del sarcasmo nella sua voce. Forse anche disprezzo. Per lui, valoroso è chi cade in battaglia, non chi getta lo scudo e si arrende. È come se, rivolgendogli quella domanda, gli stesse dicendo: a differenza di chi da Sfacteria non è mai tornato, tu hai gettato lo scudo: hai salvato la tua vita a spese del tuo onore.
“Amico mio”, risponde il prigioniero “ Una freccia capace di distinguere un valoroso da chi non lo è sarebbe davvero un’arma da tenere in altissimo conto.”
Con quella risposta volutamente ironica (“ le frecce colpiscono a caso”), l’ostaggio spartano, seppure in modo inconsapevole, porta alla luce una verità incontrovertibile: in quella guerra tutto si sta modificando. Le consuetudini cambiano, le certezze vacillano, le tattiche – politiche e militari- mutano. E se la freccia può avere ragione della lancia, anche il valore delle Termopili  non appartiene più al presente, ma a un passato sempre più lontano.

Da leggere:

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, libro  XII, 55-63, BUR,  2016
Andrea Frediani, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, Newton Compton
Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
H.L. Havell, Capture of A Hundred and Twenty Spartans at Sphacteria, sito web  
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War: a military study, Taylor & Francis, 2003
Plutarco, Vite parallele, Vita di Nicia, Utet, 2010
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C, Osprey, 2013
Studia Humanitatis- παιδεία, La beffa di Sfacteria, sito web 
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, IV,  BUR, 2009, traduzione di Franco Ferrari

In questo sito puoi leggere altri articoli relativi alla Guerra del Peloponneso:

Lo scudo di Brasida

Guerra del Peloponneso( 431-404 a.c.). Una tempesta porta quaranta triremi ateniesi a Pilo, in territorio nemico. La reazione spartana non è immediata. Gli Ateniesi si fortificano e aspettano.
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I fiumi della capra

A Egospotami ( “ I fiumi della capra”), con un audace colpo di mano, il navarco spartano Lisandro coglie la tanto sospirata vittoria decisiva sugli Ateniesi.
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Le ali della farfalla.

Due città contese, un atto di valore, le avvisaglie di una guerra devastante.
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[1] Nisea era il porto orientale dell’antica Megara, collegato alle fortificazioni della città mediante “lunghe mura”. Dal 427 a.c., per tre anni, gli Ateniesi assediarono il porto fino alla sua caduta nel 424 grazie a un colpo di mano di una fazione interna filo-ateniese  Pege( o Paghe) era il porto occidentale dell’antica Megara. Entrambe le località erano di fondamentale importanza strategica per una potenza marittima come Atene. Controllando Nisea e Pege, essa, infatti, avrebbe potuto controllare tanto il Golfo di Corinto, quanto il Golfo Saronico.
Trezene era una città del Peloponneso, situata nell’Argolide orientale; l’Acaia era una regione situata nella parte settentrionale del Peloponneso. Controllando sia l’una sia l’altra, Atene avrebbe potuto contare su due importanti teste di ponte in territorio nemico.

[2] La cosiddetta “ Pace dei Trent’anni”, seguita alla prima guerra del Peloponneso(460-445 a.c.). In base agli accordi , Atene rinunciava alle proprie conquiste nel Peloponneso( Nisea, Pege, l’Acaia e Trezene) ; Sparta riconosceva ad Atene il possesso di Naupatto( oggi Lepanto) nella Locride Ozolia. Le eventuali controversie future sarebbero state risolte mediante un arbitrato, qualora una delle due parti  in causa ne avesse fatto richiesta. Se lo avessero voluto, le città – stato neutrali ( vale a dire non facenti parte della Lega Delio-Attica o della Lega del Peloponneso) avrebbero potuto scegliere con chi stare e di quale alleanza far parte. Il trattato, inoltre, riconosceva come legittime entrambe le Leghe.
La Pace dei Trent’anni durò poco. Nel 431 gli Spartani accusarono gli Ateniesi di averne violato le clausole. Ne seguì una guerra lunga e sanguinosa, crudele e brutale, conclusasi nel 404 con la vittoria di Sparta. Questa guerra è comunemente conosciuta come “ Guerra del Peloponneso”.
Nella seguente cartina(tratta da Wikipedia) sono indicati i luoghi della battaglia e i luoghi contesi citati in questo articolo.

 

[3]Questa la versione dei fatti proposta da Tucidide ( IV, 28).
Lazenby avanza un’ ipotesi diversa. Secondo lui è possibile che Cleone non abbia subito gli avvenimenti, ma li abbia intenzionalmente provocati. In altri termini, secondo Lazenby, Cleone  agì  come agì al solo scopo di farsi affidare il comando del contingente in partenza per Sfacteria. Tergiversò e tornò spesso sulle proprie decisioni  unicamente allo scopo di guadagnare tempo in attesa del  momento propizio. Quando Demostene chiese rinforzi e le truppe si raccolsero in Atene, Cleone capì che era giunto il momento di rischiare e di accettare la nomina. Il contingente di rinforzo, infatti, una volta sul posto, avrebbe fatto pendere la bilancia dalla parte degli attaccanti. E, una volta ottenuta la vittoria, Cleone ci avrebbe guadagnato in prestigio e importanza.
Visto il tipo, un’ipotesi del genere potrebbe avere più di un fondamento.

 


Lo scudo di Brasida

12/02/2018

Prologo

Il braccio di mare prospiciente il promontorio di Pilo, in Peloponneso,  è affollato di navi. Sono triremi spartane. Li comanda l’ammiraglio Trasimelida. Devono avvicinarsi alla riva e sbarcare la fanteria affinché impegni gli opliti ateniesi schierati sul litorale.
Lo spazio di manovra è ridotto, gli approdi sono disagevoli e difficoltosi. Visto lo spazio esiguo in cui devono operare, le navi possono cozzare le une contro le altre e venire danneggiate. Per questo i trierarchi – i comandanti delle triremi- e i timonieri ci vanno piano. Manovrano con cautela, si muovono lentamente. Troppo lentamente secondo uno di quei comandanti, l’unico a invocare maggiore coraggio e maggiore determinazione.
“ Vorreste risparmiare le navi mentre il nemico occupa il suolo della nostra patria?” grida da bordo della propria trireme “ Non preoccupatevi delle navi. Portatele a terra. Se necessario anche sulle rocce. Ma fate in modo che la nostra fanteria possa sbarcare e impadronirsi delle posizioni nemiche.” E facendo seguire i fatti alle parole, ordina al proprio timoniere di dirigersi a tutta velocità verso la terraferma.
Quel comandante spartano si chiama Brasida.

Una guerra come nessun’altra

Pilo ( oggi Navarino) si trova in Messenia, nella parte sudoccidentale del Peloponneso e controlla l’accesso alla baia omonima. L’isola di Sfacteria la ripara dai venti. Nella tarda primavera del 425 a.c.- sesto anno di guerra- una flotta ateniese di quaranta triremi, al comando degli strateghi Eurimedonte e Sofocle, sta costeggiando il Peloponneso diretta in Sicilia, dove Siracusa ha conquistato la filo-ateniese Messene ( Messina)  e dove Locri ha attaccato Reggio, alleata di Atene.
Con gli strateghi c’è anche  Demostene, uno dei generali più in vista di Atene. Il governo ateniese lo ha autorizzato a servirsi di quelle navi per condurre, se necessario, scorrerie in territorio nemico come rappresaglia agli attacchi spartani. Mentre la flotta ateniese sta navigando lungo le coste del Peloponneso, infatti, un esercito spartano guidato dal re Agide, figlio di Archidamo, è accampato davanti ad Atene e ne devasta la campagna.
Non si tratta di una novità. Quei primi anni di guerra fra le due superpotenze di allora – Atene e Sparta e i rispettivi alleati[1]– conosciuta come Guerra del Peloponneso, hanno visto i Lacedemoni invadere periodicamente l’Attica e distruggere i raccolti nel tentativo di affamare gli Ateniesi o di costringerli a una battaglia in campo aperto.
Ma gli Ateniesi, protetti dalle “ Lunghe Mura” e da una flotta formidabile, non sono caduti nella provocazione degli Spartani. Dominano il mare, hanno grandi disponibilità finanziarie e difese formidabili. I viveri e le vettovaglie necessari possono essere comprati altrove e fatti arrivare in tutta sicurezza al Pireo. Perché, dunque, giocarsi tutto in una sola giornata accettando lo scontro in campo aperto? E contro gli invincibili Spartani, per giunta? Si è sempre fatto così? Le rivalità e le dispute sono sempre state risolte con una battaglia di opliti combattuta secondo regole condivise? Beh, adesso è il momento di andare controcorrente, di infischiarsene delle regole e delle consuetudini e di vedere chi saprà resistere più a lungo.
Quella guerra mondiale ante litteram si annuncia, dunque, come una guerra di logoramento. Vincerà chi avrà più risorse, chi avrà più uomini e più navi, chi riuscirà a evitare le defezioni e le rivolte interne, chi saprà tenere alto il morale della popolazione, chi saprà meglio proteggersi con un sistema di alleanze stabili. E – perché no?- chi avrà dalla sua il favore degli dei.
Il vecchio re spartano Archidamo l’aveva detto fin dall’inizio: siamo proprio sicuri di volere questa guerra? Per battere Atene ci vuole una flotta più forte della sua. E noi non l’abbiamo e forse non l’avremo mai. Se Atene evita lo scontro in campo aperto, come riusciremo ad averne ragione?

Il volere del Fato

Da tempo Demostene coltiva un’idea: creare una testa di ponte ateniese in territorio spartano. Informatori messeni glielo hanno confermato più di una volta: Pilo potrebbe diventare un’ottima base operativa. Lì , a Pilo, c’è un porto, ci sono  forti difese naturali, c’è abbondanza di legname e di pietre, non ci sono guarnigioni nemiche nelle vicinanze.
Quando la flotta ateniese giunge all’altezza della Laconia, Demostene propone agli strateghi: fermiamoci a Pilo, fortifichiamoci e devastiamo il territorio spartano. E aggiunge: Pilo è in Messenia e i Messeni nutrono ostilità verso i Lacedemoni. Incoraggiati dalla nostra presenza e dai nostri raid, impugneranno le armi e causeranno ai nostri nemici non pochi problemi.
L’idea è buona. E anche rivoluzionaria, se vogliamo: lo scontro in campo aperto sostituito dalla guerra di guerriglia. Accompagnata dalla sollevazione delle popolazioni( o delle classi sociali) sottomesse. Ma Eurimedonte e Sofocle non ne vogliono sapere. La nostra missione è un’altra, sostengono. Dobbiamo dirigerci a Corcira[2]. I Corciresi sono nei guai, è nostro dovere aiutarli. Inoltre triremi nemiche hanno raggiunto l’isola. Dobbiamo intercettarle, impegnarle in combattimento, toglierle di mezzo e poi raggiungere la Sicilia.
Demostene insiste, difende con passione la propria idea, non cede. Ma per quanto insista non riesce a ottenere alcunché. E a questo punto il caso ( il Fato?) gli dà una mano. Il mare, corso da venti impetuosi, si agita. Le fragili ( e costose) triremi corrono il rischio di capovolgersi. Urge trovare un riparo. E quale riparo più sicuro del porto di Pilo? Ma non cercare di convincerci a restare qui, mettono in chiaro Eurimedonte e Sofocle. Appena i venti si saranno calmati, prenderemo di nuovo il mare. Demostene non insiste, anche se in cuor suo fatica a rassegnarsi. Ecco un’occasione perduta, pensa.
Perduta? Mai dire mai. Alla tempesta subentra una bonaccia. Non si può prendere il mare. I soldati, i marinai, i rematori non sopportano quell’ozio forzato. Non fanno niente e non hanno niente da fare. Hanno bisogno, un bisogno quasi vitale, di tenersi occupati. E allora eccoli trasportare pietre e tronchi, caricarsi i contenitori di malta sulle spalle, alzare muri e chiudere brecce. In meno di sei giorni, Pilo diventa una piccola, munita fortezza. Anche Eurimedonte e Sofocle ne devono prendere atto. Una volta tornati i venti salpano, sì, alla volta di Corcira, ma lasciano a Pilo un contingente di mille uomini , un centinaio di opliti e cinque navi. E Demostene, naturalmente.
E gli Spartani? Se la prendono comoda. A Sparta gli Efori, i gheronti, e tutti gli Spartiati sanno del colpo di mano ateniese a Pilo, rabbrividiscono al pensiero della patria violata, ma non interrompono il periodo di feste sacre. Né mobilitano subito un contingente per stroncare sul nascere quel tentativo. Anche perché il grosso dell’esercito è ancora in Attica. E poi – ragionano- che cosa sperano di ottenere gli Ateniesi? Sono lontani dalla loro città, sono pochi, non possono essere riforniti con regolarità. Quando sarà il momento li spazzeremo via in men che non si dica. O, al solo vederci, se la daranno a gambe levate.
Agide, il re, non la pensa così: Pilo è un affronto arrecato a me, a Sparta, ai nostri alleati. Non bisogna indugiare. E facendo seguire i fatti alle parole abbandona l’Attica e torna in Peloponneso. Il re la mette sul piano personale e tira in ballo l’onore ferito. Reazione sacrosanta. Ma l’abbandono dell’Attica ha anche un’altra spiegazione: il grano non era maturo, i viveri cominciavano a scarseggiare e l’operazione si sarebbe dovuta comunque interrompere di lì a poco. Pilo ne ha solo accelerato i tempi.

Per terra e per mare

Adesso per Demostene e i suoi si fa grigia. Le triremi spartane hanno lasciato Corcira eludendo la flotta ateniese e ora sono lì, a Pilo, pronte a sbarcare opliti o a bloccare il porto qualora lo sbarco fallisse. Un esercito nemico è schierato sulla terraferma e si ingrossa ogni giorno di più. L’isola di Sfacteria- boscosa e accidentata- è stata occupata. E’ vero: Eurimedonte e Sofocle sono stati raggiunti presso l’isola di Zacinto da una delle  due navi inviate loro incontro da Demostene e messi al corrente della situazione. Ma riusciranno a ritornare in tempo?
Lo scontro è inevitabile. Bisogna combattere. E, in attesa del ritorno della flotta, bisogna farlo da soli. Demostene ordina allora di tirare a riva le tre navi rimastegli, le protegge con una palizzata , arma i marinai con armature e scudi di vimini tolti a una nave di pirati messeni, schiera gran parte di suoi sulle alture e dietro le fortificazioni con l’ordine di bloccare la fanteria nemica. Poi, con una sessantina di opliti e alcuni arcieri, si lascia alle spalle le fortificazioni e prende posizione nella parte sudoccidentale del promontorio, laddove ritiene più probabile uno sbarco. Ai propri uomini dice: è vero, i nemici sono molto più numerosi di noi. Ma noi possiamo contare sulle fortificazioni e sulle asperità dei luoghi. Inoltre il luogo dello sbarco è accidentato, le navi nemiche non potranno attaccare in massa, ma solo sbarcare piccoli gruppi per volta. E questo ci avvantaggerà.
Gli Spartani attaccano dal mare con le navi, attaccano da terra con la fanteria. Le fortificazioni tengono, gli sbarchi vengono respinti. Demostene ha visto giusto: solo piccoli contingenti prendono di volta in volta terra e gli Spartani non possono far valere la forza del numero. Per uno strano gioco del destino, i ruoli si sono invertiti: Sparta- potenza terrestre- attacca dal mare e Atene – potenza marittima- combatte sulla terraferma.
Si va avanti così per un paio di giorni. Gli Spartani pensano allora di costruire macchine da assedio per prendere d’assalto le fortificazioni. Non fanno in tempo. Tornati da Zacinto, Eurimedonte e Sofocle entrano con la flotta nel porto di Pilo- che il nemico non ha potuto o non ha voluto bloccare-  e lanciano le loro navi contro le triremi spartane, sbaragliandole. Tagliati fuori dalla terraferma, impossibilitati a ricevere rifornimenti, viveri e rinforzi, gli opliti spartani sull’isola di Sfacteria sono ora sotto assedio.
A Sparta le notizie provenienti da Pilo provocano costernazione. Il caso e gli errori  commessi sul luogo della battaglia hanno creato una situazione imprevista e imprevedibile. L’esercito e ciò che resta della flotta sono ancora lì, a Pilo, ma che cosa possono fare? Inutile minimizzare: gli opliti di Sfacteria sono, in tutto e per tutto, degli ostaggi. Se non li si vuole abbandonare al loro destino, l’unica soluzione è trattare.

Epilogo

L’impatto contro la costa è violento. Brasida perde l’equilibrio, ma si rialza subito. Armi in pugno, si dirige verso la passerella della sua trireme per scendere a terra. Non è ancora sceso quando viene attaccato dai nemici. Molti di loro cadono trafitti dalla sua lancia, colpiti dalla sua spada. Raggiunto da numerose frecce, continua a combattere. Poi a un certo punto, a causa delle ferite subite,  perde conoscenza. Lo scudo gli scivola dal braccio e cade in mare. I marinai sollevano il loro comandante- coperto di sangue, ma vivo-  e lo portano al sicuro facendosi strada fra mucchi di cadaveri. Lo scudo di Brasida viene recuperato dagli Ateniesi e conservato come un trofeo.
L’anno dopo, imbracciando di nuovo uno scudo, Brasida si prenderà la propria rivincita in Tracia.

Da leggere

Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War, a Military Study, 2003
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C., Osprey, 2013
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Bur, 2009, traduzione di Franco Ferrari, Libro IV

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QUI puoi trovare altri post relativi alla storia greca( e a quella romana) pubblicati su questo sito.

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Quella riportata nell’ epilogo è la versione proposta da Diodoro Siculo( 90 a.c. – 26 a.c.). Quella di Tucidide (455 a.c. circa-400 a.c. circa ) è meno ricca di particolari. Scrive quest’ultimo: “ Brasida così spingeva gli altri e, costretto il suo timoniere a gettarsi contro la riva, correva alla scala: mentre tentava di scendere fu respinto dagli Ateniesi e, ferito in più parti, perse i sensi e, nel cadere al di là della fila dei remi, il suo scudo scivolò in mare. Gettato a riva, gli Ateniesi poi lo raccattarono e se ne servirono per il trofeo che elevarono in memoria di questo assalto.” (IV, 12.1)

Immagine riportata in apertura:  Gefallenenrede von Perikles ( Orazione di Pericle in onore dei caduti). Il dipinto, opera del  pittore Philipp von Foltz( 1805-1877), è del 1853.

La cartina è tratta dalla fondamentale opera di Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso.

[1] Più che due singole città-stato (Sparta e Atene), nella guerra del Peloponneso si affrontavano due sistemi di alleanze contrapposti: la Lega del Peloponneso e la Lega Delio-Attica. La prima era egemonizzata da Sparta, la seconda da Atene. Tucidide ( II,9) ci dice chi erano i componenti di ciascuna Lega e in che modo contribuivano alla causa comune.
Oltre a Sparta facevano parte della Lega del Peloponneso ” tutti i Peloponnesiaci  dentro l’Istmo, ad eccezione degli Argivi  e degli Achei … Fuori del Peloponneso i Megaresi, i Beoti, i Locresi, i Focesi, gli Ambracioti, i Leucadi, gli Anattori. Di questi fornivano una flotta i Corinti, i Megaresi, i  Sicioni, i Pellenesi, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadi. Fornivano cavalieri i Beoti, i Focesi, i Locresi; le altre città fornivano la fanteria…
Degli Ateniesi erano alleati i Chii, i Lesbi, i Plateesi, i Messeni di Naupatto, la maggioranza degli Acarnani, i Corciresi, gli Zacinti e altre città soggette a tributo delle seguenti nazioni: la Caria marittima, i Dori confinanti coi Carii, la Ionia, l’Ellesponto, le località della Tracia, tutte le isole volte a levante tra il Peloponneso e Creta, ad eccezione di Melo e di Tera. Di questi fornivano la flotta i Chii, i Lesbi e i Corciresi; gli altri fornivano truppe di fanteria e danaro.”
L’impero ateniese( sulla cartina seguente indicato con il colore giallo) era prevalentemente marittimo, quello spartano ( colore rosso) prevalentemente continentale.
La cartina è tratta da Wikipedia

[2]L’attuale Corfù.


I volantini alati

04/03/2017

 

operazione-vago-1988

Prologo

Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque nacque l’11 novembre 1855 nel conselho di Batalha, distretto di Leiria, Portogallo.  Militare di carriera, membro di un’antica famiglia nobiliare, si distinse durante le guerre coloniali, fu nominato governatore del Mozambico, acquistò considerazione  e popolarità in patria, il favore del re dom Carlos e, stando ai si dice, anche il cuore della regina Donna Amelia. Rientrato a Lisbona nel 1898, fatto oggetto di critiche per il suo comportamento in Africa, disgustato dal clima di decadenza e dalla confusione imperante nel Paese, si tolse la vita l’8 gennaio del 1902[1].
Ma a più di un secolo di distanza, il 10 novembre del 1961, Joaquim Augusto Mouzinho de Albuquerque ritornò prepotentemente agli onori della cronaca.

In volo per amore

il-comandante-marcelinoIl 10 novembre 1961, il comandante José Siqueira Marcelino, asso dell’aviazione  civile portoghese, avrebbe dovuto volare con un  Lockheed Super Constellation  da Lisbona a Oporto . Nello stesso giorno, un DC6 francese noleggiato dalla TAP,  avrebbe dovuto compiere il tragitto da Casablanca, in Marocco, a Lisbona. Il comandante Marcelino era un  ex pilota militare. Esperto, abilissimo, insignito di numerose onorificenze godeva di considerazione e prestigio nell’ambiente e conosceva persone importanti. Piaceva alle donne e le donne piacevano a lui.

maria-luisa-infanteMaria Luisa( o Luiza) Infante era un’assistente di volo della TAP. Quel 10 novembre avrebbe dovuto volare da  Casablanca a Lisbona. Marcelino – il cui matrimonio era da tempo in crisi- era attratto da Maria Luisa. Doppiamente attratto, perché, a differenza di tante altre donne, sembrava insensibile al suo fascino. Pur di stare insieme a lei e grazie alle entrature e al prestigio maturati nell’ambiente, il comandante riuscì a farsi assegnare il volo di andata e ritorno dal Marocco al Portogallo anziché quello interno. Ma ottenne anche di più: il Super Constellation fu assegnato alla rotta dall’Africa all’Europa e il DC6 a quella  da Lisbona a Oporto. Per ottimizzare l’impiego dei velivoli e risparmiare sul costo del noleggio, fu la motivazione ufficiale.
La TAP assegnava allora (e , credo, assegni ancora) a ogni suo aereo il nome di un portoghese illustre: Bartolomeu Dias, Vasco da Gama, Nun’Alvares Pereira, Fernau de Magalhaes e così via. Quello di Marcelino si chiamava Mouzinho de Albuquerque.

 

Il 10 novembre a bordo del Super Constellation si trovavano diciannove passeggeri- in gran parte americani- e sette membri d’equipaggio. Marcelino e Maria Luisa avevano passato insieme la serata del 9 novembre in un locale notturno , il Gallo d’oro( Le Coque d’Or), cenando e assistendo a uno spettacolo di danza del ventre. Erano poi tornati in  albergo dormendo ciascuno nella propria camera.
Alle 9,15 l’aereo decollò dall’aeroporto di Casablanca con destinazione Lisbona. Il tempo era buono, il cielo limpido. Il volo si preannunciava palma-inaciotranquillo. Ma quarantacinque minuti dopo il decollo, Marcelino sentì la canna di una pistola contro la sua nuca. Uno dei passeggeri era entrato nella cabina di pilotaggio. Ed era armato. Si chiamava Hermìnio da Palma Inàcio.
Con lui, a bordo, c’erano altri cinque antifascisti portoghesi- quattro uomini e una donna[2]– decisi a compiere un’azione clamorosa ai danni del regime di Salazar: sorvolare Lisbona, Barreiro, Beja e Faro, lanciare migliaia di volantini contro l’Estado Novo e le imminenti elezioni politiche- considerate una specie di farsa- ritornare in Marocco e atterrare a Tangeri.
L’esperto comandante non perse la calma. “ Non si può fare.” obiettò quando conobbe le intenzioni dei dirottatori “Non abbiamo carburante a sufficienza. Né è possibile aprire le porte dell’aereo per lanciare i volantini.” Ma Palma Inàcio era stato meccanico di aerei, aveva conseguito il brevetto di pilota durante una sua breve permanenza negli Stati Uniti d’America, sapeva dove mettere le mani. Si fece consegnare il piano di volo: gli bastò un’occhiata per capire quanto inconsistente fosse l’obiezione del comandante. In quanto all’impossibilità di lanciare volantini, bastava tenersi bassi, depressurizzare la cabina e aprire una delle uscite di sicurezza.
Marcelino desistette dal compiere altri tentativi: non poteva mettere a rischio l’incolumità e la sicurezza dei passeggeri Dal canto loro, i dirottatori, su richiesta dell’equipaggio, tennero le armi[3] ben nascoste, pronti tuttavia ad usarle in caso di necessità. Insomma, a bordo tutto sembrava normale. E Maria del Pilar Blanco, assistente di volo, non vedeva l’ora di arrivare. A Lisbona l’aspettavano il matrimonio, un marito da amare, i figli da crescere, una casa cui badare. Detto in altri termini, l’aspettava una vita felice in puro stile Estado Novo. Quando si rese conto di quanto stava succedendo, Maria del Pilar sentì il proprio futuro in pericolo e scoppiò a piangere. Vedendola così afflitta, un membro del commando le si avvicinò sussurrandole: “ Tranquilla. Andrà tutto bene.”
E i passeggeri? Due di essi se ne stavano in disparte e in silenzio, apparentemente concentrati sugli affari loro. Gli altri ridevano e scherzavano, bevevano vino e si scambiavano battute. Le solerti assistenti di volo, infatti, avevano provveduto a distribuire con tempestività bevande alcoliche, champagne compreso. Le signore a bordo furono omaggiate di una rosa. Sembrava più una festicciola fra amici che un’azione militare senza precedenti. Paradossalmente i più nervosi erano i dirottatori. Uno di loro non resse la tensione( o il mal d’aereo) e dovette recarsi in bagno a vomitare. Maria Luisa lo seguì, trovò il bagno in condizioni indecenti e senza preamboli ordinò al dirottatore di pulire dove aveva sporcato. Fu prontamente obbedita.
Al momento di iniziare la manovra di discesa su Portela, il comandante Marcelino contattò la torre di controllo e fu autorizzato ad atterrare . Il Super Constellation scese verso la pista numero cinque fino quasi a sfiorarla, ma all’ultimo momento, riprese quota e, volando a poco più di cento metri dal suolo, passò sopra la Baixa, sfiorò la statua del Marchese di Pombal e i tetti dei palazzi della capitale. Migliaia di “volantini con le ali” piovvero su Lisbona.
Il comandante Marcelino ricontattò la torre. Fece capire di essere stato costretto a eseguire quella manovra, che era in atto un dirottamento e che avrebbe proseguito verso il sud del Paese. L’esterrefatto controllore di volo gli chiese di ripetere quanto aveva appena detto, tanto la cosa sembrava inverosimile. Non fu necessario ripetere. Il generale Costa Macedo, in volo nei paraggi su un monomotore , intercettò la comunicazione, capì immediatamente di che cosa si trattava e diede l’allarme. Dalla base di Monte Real, si alzarono in volo due caccia Sabre F 86: avevano l’ordine di intercettare il super Constellation, di costringerlo ad atterrare in territorio portoghese o , stando alla testimonianza di uno dei due piloti, di abbatterlo in caso di rifiuto da parte del comandante.
Non andò così. Volando bassissimo per evitare i radar e i caccia, il Super Constellation sorvolò le cittadine di Beja e di Barreiro, sulle quali furono lanciati altri volantini. In vista di Faro, nell’Algarve, il comandante Marcelino eseguì una manovra degna della sua fama: volando a non più di dodici -quindici metri di altezza passò in mezzo a due navi militari, impedendo loro di fare fuoco per paura di colpirsi reciprocamente.
Dopo tre ore dal decollo da Casablanca, Mouzinho de Albuquerque atterrò di nuovo in Marocco, a Tangeri.

Epilogo

All’aeroporto, ad aspettare i dirottatori, c’era l’ideatore dell’operazione, il capitano Henrique Galvão in persona. Passeggeri ed equipaggio furono portati negli uffici della polizia marocchina e interrogati. Il comandante Marcelino udì nell’ufficio accanto al suo l’inconfondibile rumore di bottiglie di champagne stappate: i dirottatori brindavano al successo della loro impresa. Il governo portoghese ne chiese l’estradizione, il Marocco non la concesse. I sei antifascisti ripararono in Brasile.
Tornato in Portogallo, il comandante Marcelino fu interrogato dalla PIDE, ma non volle rivelare il motivo per cui si era fatto assegnare una rotta diversa da quella originaria e perché i due aerei – il Super Constellation e il DC6 francese- erano stati scambiati. La TAP lo sospese dal servizio per un mese.
Molti anni e molte ore di volo dopo, in un Portogallo senza più Salazar, avrebbe dichiarato: tacqui per salvaguardare il buon nome e la tranquillità ( oggi diremmo la privacy) della donna per seguire la quale mi ero dato da fare per scambiare i voli e gli aerei.
José Siqueira Marcelino e Maria Luisa Infante si sposarono l’11 aprile del 1967.

 

[1] Secondo alcune fonti, Mouzinho de Albuquerque non si sarebbe suicidato, ma potrebbe essere stato assassinato. È quanto sostiene, ad esempio, il diplomatico portoghese Antònio Mascarenhas Galvao. Analizzando le ore e i momenti precedenti la scomparsa di Mouzinho, l’autore individua comportamenti incompatibili con un aspirante suicida. Pranza con la famiglia reale, si reca dall’oculista a farsi controllare un versamento di sangue in un occhio, sosta in libreria dove acquista un volume che non sarà trovato accanto al suo cadavere, si reca al club dove è iscritto e accompagna il fratello del re in Piazza dos Restauradores. E che dire del tipo di arma usato? Una pistola a tamburo, calibro 45, ben diversa da quelle automatiche solitamente usate da Mouzinho. E della posizione del corpo all’interno dell’auto dove fu trovato? Il corpo è  piegato in avanti, mentre, secondo logica, dovrebbe essere piegato all’indietro. E così via.

È vero: esiste una lettera inviata a Donna Amelia, la regina, in cui Mouzinho le chiede perdono per il gesto che sta per compiere e di pregare per lui. Ma è autentica o è un falso? Secondo l’autore, l’ex governatore del Mozambico dava fastidio a molti , forse a troppi. Il che spiegherebbe anche un eventuale omicidio. Prove concrete circa l’assassinio di Mouzinho, tuttavia, non sono state ancora trovate. La versione più accreditata, dunque, resta quella del suicidio. (Confronta: http://noticias.sapo.pt/lusa/artigo/09630de2b83f75808f6575.html)

[2] Oltre a Herminio da Palma Inacio, facevano parte del commando Amandio Silva, Camilo Mortagua, Fernando Vasconcelos, Joao Martins e la moglie- allora incinta-  di Vasconcelos, Maria Helena Vidal. L’intero piano era stato concepito dal capitano Henrique Galvão, protagonista nel gennaio precedente, insieme al generale Humberto Delgado, dell’assalto al piroscafo Santa Maria. In realtà, il dirottamento del Super Constellation  doveva far parte di un’operazione più vasta per far cadere Salazar. Ma l’operazione fu annullata perché il Partito Comunista Portoghese negò il proprio appoggio. Galvão e Delgado, tuttavia, diedero ugualmente il via libera al dirottamento dell’aereo della Tap, trasformandolo in un clamoroso gesto di protesta a beneficio dell’opinione pubblica portoghese e mondiale.

Originariamente il dirottamento avrebbe dovuto avere luogo un mese prima, il 13 di ottobre, sempre sulla rotta Casablanca-Tangeri-Lisbona. Tuttavia una “ soffiata” mise sul chi vive la PIDE- la potente polizia segreta portoghese: i controlli furono aumentati e a bordo furono fatti salire paracadutisti armati. Galvão annullò l’operazione , attendendo l’occasione propizia per realizzarla di nuovo. E l’ occasione si presentò proprio il 10 novembre. La PIDE questa volta non sospettò alcunché. Seguiva il gruppo da mesi, ma fu tratta in inganno dal loro comportamento. I membri del gruppo, infatti, riuscirono a far credere di stare preparando l’assalto a una nave, sulla falsariga di quanto accaduto in gennaio, quando era stato dirottato  il piroscafo Santa Maria.

[3] Cinque pistole erano state portate a bordo dell’aereo  da  Maria Helena Vidal, infilate in una cintura sotto il vestito. Poiché Maria Helena Vidal era incinta, quel rigonfiamento sembrò del tutto naturale.

La foto sotto il titolo ritrae il comandante Marcelino( a sinistra di chi guarda) e Hermìnio da Palma Inàcio(a destra) nel 1998, durante un incontro dei partecipanti al dirottamento del 1961. Da: especiedemocracia.blogspot

Da leggere:

articolo comparso sul blog Observador firmato da Ricardo Oliveira Duarte e Miguel Soares
Articolo comparso sul giornale Publico, a firma Paulo Moura, 14/7/2009
Operação Vagô , da Wikipedia, a enciclopedia livre
Articolo comparso sul seguente sito


Clicca sull’immagine del PDF per accedere alla traduzione(con traduttore automatico) inglese


A spasso con Matilda

24/12/2016

gallipoli

Prologo

Nelle aree rurali dell’Australia, alla fine dell’Ottocento, non era raro incontrare gli swagmen. Si muovevano a piedi da una fattoria all’altra, soli o, talvolta, in compagnia di un cane. Dormivano dove capitava, si offrivano come tosatori di pecore o per altri lavori occasionali. A tracolla portavano una coperta arrotolata( swag, da cui il nome swagman) nella quale erano raccolti tutti i loro averi ( attrezzi, provviste, utensili). Conducevano una vita libera anche se grama, erano ben visti e bene accolti. Se non c’era lavoro, ricevevano comunque un pasto e caldo e un posto per la notte.
Col tempo, lo swagman si trasformò in una specie di eroe romantico, fu celebrato da romanzieri e poeti, fu ritratto dai pittori.  La sua coperta arrotolata prese il curioso nome di Matilda e “ Girovagando con Matilda”, “ A spasso con Matilda” ( Waltzing Matilda),  diventò una ballata di conosciuta e cantata da tutti, una sorta  di inno nazionale non ufficiale, l’espressione del carattere indipendente e fiero degli australiani.

Quando, nel 1915, le prime truppe australiane lasciarono i porti della madrepatria dirette in Europa e in Medio Oriente, la folla sui moli agitava bandiere, lanciava baci, fremeva di orgoglio, piangeva di commozione. Le bande militari suonavano Waltzing Matilda. A bordo di quelle navi c’erano numerosi swagmen:  avevano rinunciato alla vita libera e alla loro coperta arrotolata per indossare l’uniforme e servire la patria.
Nessuno di loro aveva mai sentito nominare un posto chiamato Gallipoli.

Un nuovo fronte

Impararono presto a conoscerlo. Sotto il fuoco nemico, presero d’assalto le alture sovrastanti la baia; videro le acque e le spiagge arrossarsi di sangue; conobbero la paura degli attacchi notturni, soffrirono la sete, vissero in mezzo a centinaia di cadaveri insepolti; scavarono trincee e sopportarono stoicamente quella vita da talpe, tormentati dalle mosche, debilitati dalle malattie, bersagliati dall’artiglieria e dal tiro dei cecchini; si batterono, sempre, con coraggio e valore. Ma che cosa ci facevano lì, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro pianure? Che cos’era accaduto?

In Europa l’illusione di una guerra di breve durata è ormai svanita. Sul fronte occidentale le Potenze dell’Intesa pagano costi altissimi per guadagnare pochi metri di terreno. Quando ci riescono. Sul fronte orientale i russi sono in difficoltà. Hanno subìto una sconfitta umiliante e perso migliaia di uomini a Tannenberg e ai Laghi Masuri, sono sotto pressione nel Caucaso, temono di non poter resistere a un’offensiva in grande stile. Hanno milioni di potenziali soldati, ma non possono armarli ed equipaggiarli come si deve. Chiedono armi, chiedono munizioni, chiedono aiuto.
Per aiutare la Russia (e, contemporaneamente, per permettere al grano russo di arrivare in Europa) occorre mantenere aperti gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Ma gli Stretti sono controllati dalla Turchia. La Turchia è ancora formalmente un impero, anche se, in pratica, il sultano conta meno di niente: a Costantinopoli, infatti, comandano i “ Giovani Turchi”, spregiudicati e filotedeschi.
Per mantenere aperti gli Stretti, dunque, occorre costringere la Turchia- una sorta di malato terminale, secondo gli Alleati- a ritirarsi dal conflitto. Con la Turchia fuori dal conflitto, le Potenze ancora indecise ( Romania, Bulgaria, Grecia, la stessa Italia) potrebbero sposare la causa dell’Intesa; il Kaiser avrebbe un alleato in meno e un problema in più;  la vitale rotta da e per Suez non correrebbe il rischio di essere minacciata; la Russia potrebbe essere rifornita e aiutata.
L’idea di un’azione militare contro l’impero ottomano è di Winston Churchill, allora primo Lord dell’Ammiragliato – in altri termini, ministro della Marina- nel governo Asquith. Lord Horatio Kitchener, ministro della Guerra e figura quasi leggendaria in patria, non è entusiasta di imbarcarsi in una nuova avventura( come non lo è il Primo Lord del Mare, Jackie Fisher), ma alla fine, viste anche le pressanti richieste russe, autorizza l’operazione. I francesi, in un primo momento scettici e critici sull’apertura di un altro fronte, cambiano idea e si accodano.

Rule Britannia, Britannia rule the waves!

Il piano prevede un’azione navale in grande stile nella zona dei Dardanelli, la neutralizzazione delle fortificazioni costiere, l’ingresso delle navi nel Mare di Marmara e il bombardamento di Costantinopoli. Non è previsto, almeno in un primo momento, l’impiego massiccio di truppe di terra, anche se, naturalmente, è stato messo a punto un piano di massima. Se tutto va bene- si ragiona a Londra e a Parigi, soprattutto a Londra – basteranno le corazzate( anzi , basterà la loro sola presenza) a ridurre i Turchi a più miti consigli.
Tanto ottimismo non è giustificato. Dopo l’azione dimostrativa del 19 febbraio( bombardamento dei forti costieri), i turchi sono sul chi vive e si aspettano un attacco. Hanno rafforzato le fortificazioni e posato mine. Dal canto loro, gli Alleati, sempre più sicuri di avere a che fare con uno stato moribondo e con un esercito da operetta, non ritengono opportuno rischiare le navi di ultima generazione e assegnano alla missione unità antiquate. Tanto- ragionano- anche se dovessimo perderne qualcuna non sarebbe un gran danno.

L’attacco navale vero e proprio comincia il 18 marzo 1915 e, inizialmente, ha successo. I forti all’imboccatura dei Dardanelli vengono neutralizzati, le navi alleate entrano nello Stretto. E a questo punto cominciano i guai. I dragamine hanno equipaggi civili,  privi dell’esperienza necessaria a operare sotto il fuoco; per avere ragione della seconda cintura di forti bisogna avvicinarsi a riva, perché i tiri da lunga distanza risultano inefficaci. E durante la manovra di avvicinamento, tre corazzate saltano sulle mine posate parallele alla costa una decina di giorni prima e non identificate e vanno a fondo. Una quarta viene seriamente danneggiata.
Il comandante della flotta, il vice ammiraglio John de Robbeck, comunica a Londra l’accaduto e aggiunge di essere pronto a riprendere le operazione nel giro di tre o quattro giorni. Poi ci ripensa e propone: meglio farlo con l’appoggio dell’esercito. La sua proposta viene approvata dal Gabinetto di Guerra. È un grave errore. Le fortificazioni costiere, infatti, sono a corto di munizioni;  Costantinopoli è pressoché indifesa; i  turchi si stanno preparando ad abbandonare i forti e  a ritirarsi vero l’interno. Grazie a un messaggio cifrato opportunamente decrittato dai Servizi, Churchill sa tutto questo.  Prova a mettersi di traverso, prima minacciando e poi blandendo, ma inutilmente.
Radunare la forza da sbarco è operazione complessa. Né si può fare in completa segretezza. E i turchi, quasi miracolati da de Robbeck e dalla decisione del Gabinetto di Guerra, ne approfittano immediatamente. Spostano truppe nel settore dei Dardanelli, formano una divisione di riserva pronta a intervenire in caso di necessità nei settori minacciati, portano in posizione batterie mobili di artiglieria. Il loro comandante – il generale tedesco Otto Liman von Sanders – conosce il mestiere, sa sfruttare il terreno a proprio vantaggio, fa occupare i punti strategici ( le alture, soprattutto), dispone i suoi uomini e i suoi cannoni in modo da tenere sotto controllo le spiagge.

Lo sbarco ha luogo il 25 aprile. Gli inglesi e i francesi prendono terra a Capo Helles nell’estremità meridionale della penisola; gli australiani e i neozelandesi dell’ANZAC ( Australian and New Zealand Army Corps) un po’ più a nord, sul lato occidentale, a Gaba Tepe, in quella che presto sarà conosciuta come ANZAC cove, la baia ANZAC. Il loro obiettivo è quello di prendere i forti costieri e le postazioni sulle alture, in modo da consentire alle navi di avvicinarsi, in sicurezza, a Costantinopoli.

Dig, dig, dig”

La penisola di Gallipoli è il posto meno adatto per uno sbarco. Spiagge strette sovrastate da alture, pendii accidentati, forre, burroni roccia dura. E per di più gli Alleati dispongono di scarse informazioni, hanno mappe risalenti alla guerra di Crimea ( 1853-55), comandanti inesperti e  indecisi( unica eccezione il maggior generale William Birdwood, inglese, comandante dell’ ANZAC), piani confusi e velleitari; una bassa considerazione della capacità di resistenza e di  tenuta del soldato turco, “Johnny Turk” come sarà  in seguito soprannominato dai soldati alleati.
Australiani e neozelandesi sbarcano nel posto sbagliato quando ancora è buio; perdono tempo nel cercare di raccapezzarsi e di individuare gli obiettivi; hanno di fronte un pugno di difensori, ma, anche a causa del ritardato sbarco dell’artiglieria, non riescono ad approfittarne. Von Sanders fa affluire immediatamente rinforzi. Li comanda un colonnello turco di trentaquattro anni. Prima di ogni attacco, è solito rivolgersi ai suoi soldati con questa frase: “ Io non mi aspetto che voi attacchiate. Io vi ordino di morire.” Si chiama Mustafà Kemal. Dopo la fine della guerra diventerà Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.
A Capo Helles, le truppe da sbarco si accaniscono contro i punti più forti delle difese turche( le spiagge designate in codice come V e W). Inutilmente. Sulle spiagge X e S incontrano scarsa resistenza, sulla spiaggia Y nessuna. Ma non avanzano: si fermano in attesa di un ricongiungimento con i commilitoni provenienti da V e da W, perché così recitano gli ordini. E perdono un’occasione forse unica per forzare le difese turche. Già dal primo giorno, il blitzkrieg , sia  a Capo Helles, sia a ANZAC Cove, rischia di trasformarsi in una guerra di logoramento. Abbandonare l’operazione? Spalleggiato da Kitchener,  il comandante in capo del corpo di spedizione alleato( MEF, Mediterranean Expeditionary Force) , il generale Ian Hamilton, è perentorio: si resta a Gallipoli e si va avanti.

Da lì in poi, per i soldati a terra, la parola d’ordine diventa “dig”, scavare. Scavare e ancora scavare. I fianchi delle alture si trasformano in una successione di trincee sulle quali i turchi fanno piovere migliaia di bombe; il fronte riproduce gli stessi orrori e ripropone gli stessi attacchi insensati del fronte occidentale; le malattie colpiscono duro e mietono più vittime dei colpi di mortaio; a Suvla Bay una manovra di aggiramento condotta ai primi di agosto, ha inizialmente successo, poi, a causa delle indecisioni del generale sir Frederick Stopford  e dalla pronta reazione turca si trasforma nell’ennesimo massacro.
Saltano le teste: quella di Churchill prima ancora di Suvla Bay, quella di Hamilton dopo il fallito attacco alla baia. Il suo sostituto, il generale Charles Monro, ha un’unica alternativa: evacuare Gallipoli. E così avviene. Fra il novembre 1915 e il gennaio 1916, l’intero corpo di spedizione abbandona i Dardanelli senza perdite. È l’unico vero successo dell’intera campagna. Con non poca perfidia, Churchill liquiderà Monro con queste parole: “Venne, vide, capitolò.”(“ He came, he saw, he capitulated”), ma oggettivamente a Gallipoli non si poteva più continuare.

Epilogo

Quando le navi ritornarono nei porti australiani e neozelandesi recavano a bordo uomini segnati nel fisico e provati nel morale. Quegli uomini furono accolti , come un tempo, con le note di Waltzing Matilda, ma la folla non agitava bandiere né mandava baci. Uno swagman cui erano state amputate entrambe le gambe fu felice di non trovare nessuno ad attenderlo e ringraziò Dio per questo.
Tutto era cambiato e niente era più come prima. Sulle spiagge insanguinate di Gallipoli e pagando un prezzo elevatissimo( 11.000 morti, migliaia di feriti), Australia e Nuova Zelanda avevano formato la propria identità nazionale. Ma per molti swagmen reduci da Gallipoli non ci sarebbero mai più stati “giri di walzer” con Matilda nella pianure australiane.

Da leggere:

Alberto Caminiti, Gallipoli 1915. La campagna dei Dardanelli, Genova, 2008

Philip Haythornthwaite, Gallipoli 1915, Goriziana, 2015

In inglese:

https://nzhistory.govt.nz/war/the-gallipoli-campaign/gallipoli-in-brief

Da vedere:

Gli anni spezzati (Gallipoli), di Peter Weir, 1981

The water diviner, di Russell Crowe, 2014

Da ascoltare:

Waltzing Matilda ( qui nella versione dei Seekers)

And the band played Waltzing Matilda, versione di Eric Bogle.

QUI è consultabile una mappa delle spiagge degli sbarchi e delle forze coinvolte.

L’immagine sotto il titolo è tratta dal sito: https://rivegauche-filmcritica.com

 

I post relativi alla Prima Guerra Mondiale pubblicati su questo sito:

 

Il punto decisivo.

Otto dix . Il trittico della GuerraVerdun 1916: “L’inferno non può essere peggio. L’umanità è impazzita…gli uomini sono impazziti”
Clicca qui per leggere l’articolo

 

 

L’esercito degli innocenti.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPiccardia, Francia,1916. Papaveri rossi e sangue sulla Somme.
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La terza volta

Otto Dix Guerra di trincea 1932

La terza battaglia di Ypres, 1917: fango, pioggia e sangue a Passchendaele.
Clicca qui per leggere l’articolo.

 

 

La battaglia di Guglielmo

Am Kemmel Schlacht in Flandren(15-29 aprile 1918)Wilhelm von SchreuerKaiserschlacht ( la battaglia per il Kaiser) : i tedeschi all’offensiva sul fronte occidentale nella primavera del 1918 fra santi, arcangeli, dei e cannoni a lunghissima gittata.
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“Pranzo a Parigi, cena a Pietroburgo”.

Battaglia della MarnaFrancia 1914: il ” piano perfetto” del conte von Schlieffen fra angeli, panico, decisioni arbitrarie e ..miracoli.
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Finestre chiuse, porte aperte.

Otto dix stosstruppenUn giovane tenente , un brillante generale e quattrocento cannoni che non sparano un colpo. Dove? A Caporetto.
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Heia Safari!
Tanga la battagliaAfrica Orientale Tedesca 1914-18: si combatte nel bush, nella boscaglia, fra api inferocite, penuria di cibo, malattie, la guerriglia di Paul Emil von Lettow-Vorbeck, unico ufficiale tedesco a non conoscere la sconfitta.
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La vittoria più bella

24/08/2016
Da: steamcommunity.com-

Da: steamcommunity.com

Prologo

Daniel Paul Coulombe è nato a Saint Louis, Missouri, ventisei ani fa. Gioca a baseball fra i professionisti. È un buon lanciatore. Ha fatto parte del roster dei Los Angeles Dodgers e attualmente (2016) veste i colori verde-oro degli Oakland Athletics.
Se Daniel Paul Coulombe è un giocatore professionista lo deve alle sue doti naturali, al suo braccio mancino potente, alla varietà dei suoi lanci, all’allenamento costante, alla sua intelligenza tattica, al suo desiderio di imporsi, alla costanza e alla determinazione con le quali ha affrontato il  percorso che lo ha portato dalla Little League alla Major League.
Ma se Daniel Paul Coulombe è un giocatore di baseball professionista lo deve anche, seppure indirettamente, a un pilota tedesco della Seconda Guerra Mondiale.

La prima volta

Il 20 dicembre 1943 un bombardiere B17 americano decollò dall’aeroporto di Kimbolton in Gran Bretagna per effettuare una missione sulla città di Brema, in Germania. Ai comandi della fortezza volante- battezzata dall’equipaggio “Ye Olde Pub”-  c’era il secondo tenente Charles “ Charlie” Brown, un ragazzo di ventuno anni originario del West Virginia. Charlie Brown era alla sua prima missione. Nella formazione diretta a Brema, il suo aereo occupava una posizione pericolosa, comunemente conosciuta dagli equipaggi come “ Purple Heart corner”, l’angolo della Purple Heart,  la medaglia che si assegnava a chi veniva ferito o – alla memoria- a chi cadeva in combattimento.

I bombardamenti strategici alleati miravano a fiaccare la resistenza dei tedeschi nel tentativo di abbreviare la guerra. I bombardieri americani di giorno e quelli britannici di notte non davano tregua. Passavano e ripassavano sulle città tedesche sganciando tonnellate di bombe, causando migliaia di vittime fra la popolazione civile, distruggendo infrastrutture, abitazioni, caserme, ponti. Ma anche ospedali e scuole. A quei tempi le bombe “ intelligenti”( ammesso che esistano) non erano ancora state inventate. Le bombe di allora cadevano tanto sugli obiettivi militari, quanto sui quartieri residenziali. Nel luglio del 1943, durante i terribili giorni dell’operazione Gomorrah,  la città di Amburgo era stata praticamente ridotta in cenere.
Ma, nonostante i bombardamenti, la Germania non cedeva. E più la Germania resisteva, più le missioni alleate aumentavano. E più le missioni aumentavano, maggiori si facevano le perdite. Da una parte e dall’altra. Sotto i colpi dei cannoni contraerei da 88 e delle mitragliatrici degli ME 109, gli Alleati perdevano sempre più aerei e sempre più equipaggi; complice una serrata propaganda interna, per la martoriata e affamata popolazione civile gli aviatori alleati erano l’incarnazione del diavolo, i cavalieri dell’Apocalisse portatori di morte e di distruzione; per i piloti da caccia erano nemici da odiare e verso i quali non si doveva né si poteva provare pietà o compassione. Non abbattere un bombardiere alleato avendone l’occasione era considerato  alto tradimento.

Nel posto sbagliato

Nell’angolo della Purple Heart, Ye Olde Pub si avvicinava a Brema. Charlie Brown era nervoso, sentiva la responsabilità della missione ed era preoccupato per i suoi nove uomini di equipaggio. Il mitragliere nella torretta posta sulla parte superiore della fusoliera aveva il grado di  sergente maggiore : si chiamava Bertrand “ Frenchy” Coulombe.
La contraerea colpì quasi subito: il muso di plexiglass del B17 di Brown fu squarciato; uno dei quattro motori perse potenza, un altro prese a funzionare a intermittenza, la fusoliera fu danneggiata. Ma il B17 era un aereo molto resistente. E bene armato. Anche se a fatica, Ye Olde Pub riuscì a portarsi sull’obiettivo, le bombe furono sganciate e, subito dopo, Charlie Brown cominciò la manovra per il rientro.
Allontanarsi non fu facile. Danneggiato com’era, Ye Olde Pub non riuscì a rimanere agganciato alla formazione e ben presto si trovò isolato, in condizioni di estrema vulnerabilità. I caccia tedeschi lo attaccarono quasi subito, danneggiando il terzo motore, l’impianto idraulico e quello elettrico, mettendo fuori uso l’impianto dell’ossigeno, squarciando il timone, ferendo sei uomini e uccidendone uno, il mitragliere di coda, il sergente Hugh “Ecky” Eckenrode.
L’attacco durò una decina minuti, un tempo interminabile durante il quale Brown cercò, per quanto poteva, di rispondere al fuoco nemico ( due caccia furono danneggiati) e di manovrare il suo B17 per metterlo al sicuro. Ma come manovrare in quelle condizioni? L’aereo cominciò a perdere quota, scendendo in cerchi concentrici verso il suolo. A causa della mancanza di ossigeno, Brown perse quasi conoscenza. Poi Ye Olde Pub uscì dall’avvitamento,  abbassò il muso e, privo di controllo, scese in picchiata verso terra.  I caccia nemici se n’erano andati.

La croce di cavaliere

Il tenente pilota Franz Stigler- un asso della Luftwaffe–  atterrò all’aeroporto di Jever per riarmare e per rifornire il suo ME 109. Più a sud, nei cieli sopra Brema, la battaglia aerea infuriava ancora. Stigler era un bavarese ventottenne, cattolico e appassionato di volo fin da ragazzo. Ottenuto il brevetto, aveva prestato dapprima servizio alla Lufthansa come pilota civile, poi come istruttore di volo militare. Suo fratello August, pilota anch’egli, era caduto in missione durante la cosiddetta “ Battaglia d’Inghilterra”. Franz aveva allora deciso di lasciare l’incarico di istruttore e di servire in aviazione come pilota da caccia. Non era iscritto al partito nazista.
Il suo sogno era la croce di cavaliere. Gli mancava una vittoria per ottenerla. Una sola. Guadagnare quella medaglia era per lui un modo di onorare la memoria del fratello. Come pilota da caccia, Stigler si era formato in Africa nel JG-27 ( Jagdgeshwader 27), a contatto con veri e propri assi e assimilando il loro codice d’onore: rispetta le regole, rispetta te stesso, rispetta il nemico, conserva la tua umanità, risparmia chi è indifeso o chi si é lanciato col paracadute. “Se gli spari o se sento dire che lo hai fatto, io sparo a te”, gli aveva detto senza mezzi termini il suo comandante di stormo, il tenente Gustav Roedel.

Una situazione disperata

A tremila metri di altitudine, l’ossigeno dell’atmosfera entrò nella carlinga del B17. Charlie Brown ritornò padrone di sé. La situazione era drammatica. Ye Olde Pub era in caduta libera: il timone di coda non rispondeva, lo stabilizzatore non funzionava, di quattro motori solo uno era in piena efficienza. Gli stantuffi delle siringhe di morfina erano bloccati a causa del freddo ed era difficile prestare assistenza al ferito più grave, il sergente Alex Yelesanko, detto “ Russian”, il Russo.
La massa scura degli alberi si avvicinava sempre di più, lo schianto sembrava inevitabile. Ma a seicento metri di altitudine, Ye Olde Pub, quasi per miracolo, rispose ai comandi e recuperò l’assetto. Charlie Brown disse ai suoi: “ Chi vuole può lanciarsi con il paracadute. Io cercherò di riportare il bombardiere in Inghilterra.” Per raggiungere l’Inghilterra, il B17 avrebbe dovuto superare lo sbarramento antiaereo costiero e volare per più di due ore sulle fredde acque del Mare del Nord. Era un’impresa disperata. Tutti a bordo lo sapevano, ma nessuno si lanciò.

Un uomo d’onore.

Stigler, i meccanici, gli armieri e tutto il personale dell’aeroporto di Jever osservarono, increduli, il bombardiere avvicinarsi, rasentare la cima degli alberi e allontanarsi riprendendo lentamente quota. Stigler gettò a terra la sigaretta che stava fumando e si precipitò verso il suo 109. Salì a bordo e premette il pulsante dell’accensione. Il radiatore dell’aereo era stato colpito da un proiettile, il motore correva il rischio di surriscaldarsi. Stigler  decollò ugualmente. Davanti a lui, l’agognata croce di cavaliere  si stava dirigendo , come un’aquila ferita, verso la costa.
Nella torretta posta sulla parte superiore della fusoliera, Bertrand “ Frenchy” Coulombe lo avvistò per primo. Arrivava alto, un puntino sempre più grande nel cielo. Tentò di avvisare Charlie Brown, ma la radio era fuori uso e non ci riuscì. Stigler si portò in coda alla sua preda, il dito sul grilletto, pronto a far fuoco.
Stranamente il B17 non reagiva. Stigler si avvicinò e capì perché la mitragliatrice di coda non sparava: il mitragliere era stato colpito. Si fece più vicino e vide “Ecky” Eckenrode coperto di sangue giacere senza vita accanto alle sue armi. Attraverso i fori della fusoliera gli apparvero altri uomini intenti a prestare soccorso ai feriti. Si chiese come mai quel bombardiere, conciato com’era, riuscisse ancora a volare. Gli uomini a bordo erano nemici: forse nel corso della missione le loro bombe avevano ucciso civili, distrutto abitazioni. Ma erano anche uomini in evidente difficoltà. Inermi e  rannicchiati contro le pareti della fusoliera lottavano per sopravvivere. Gli vennero in mente le parole del suo comandante in Africa: “ Se spari a uno che si è lanciato col paracadute, io sparo a te.”
La costa era vicina e il mare appariva, scuro e minaccioso, in lontananza.
Stigler affiancò Je Olde Pub e tolse il dito dal grilletto.

Il comandante della batteria contraerea costiera vide il B17 avvicinarsi. Al suo fianco un ME 109 con le insegne della Luftwaffe sembrava quasi scortarlo verso il mare aperto. Era una situazione strana e per molti versi inspiegabile( una missione segreta? Un’esercitazione?), ma una cosa era certa: non si poteva aprire il fuoco e correre il rischio di abbattere il 109. Il comandante della batteria ordinò ai suoi di non sparare. La manovra di Stigler aveva ottenuto l’effetto sperato.

La vittoria più bella.

Quando l’ME 109 comparve, vicinissimo, alla loro destra, Charlie Brown e il suo copilota, Spencer “ Pinky” Luke, pensarono di stare vivendo un incubo. Non si erano accorti, frastornati e terrorizzati com’erano, di aver superato indenni- e proprio grazie a quel caccia- lo sbarramento contraereo costiero. Stigler mosse la testa e gesticolò nel tentativo di richiamare la loro attenzione. Tornate indietro- sembrava dire- e atterrate. Non potete farcela. Da Charlie Brown e da “Pinky” Luke nessuna risposta.
Stigler, allora, fece un altro tentativo. Mosse le labbra e sillabò la parola “Sweden”. La neutrale Svezia si trovava a una mezzora di volo verso nordest. Ye Olde Pub avrebbe potuto farcela a raggiungerla. Una volta atterrati in territorio svedese,  gli uomini dell’equipaggio sarebbero stati curati e assistiti. Sarebbero stati internati, certo, ma per loro la guerra sarebbe finita.
Charlie Brown non capiva che cosa volesse Stigler. In quei momenti così concitati e drammatici, non poteva capire. Nessuno avrebbe potuto capire. A un certo punto Charlie ordinò a Coulombe di tenersi pronto a sparare. Visti vani i propri sforzi e comprese le intenzioni  dell’equipaggio, Stigler agitò le ali del proprio 109 in segno di saluto e scomparve all’orizzonte, rinunciando a una vittoria sicura e alla croce di cavaliere.
“ Ora”, disse allontanandosi, “siete nelle mani di Dio.”

Epilogo

Dal Vancouver Sun, 29-30 marzo 2008:

“STIGLER-FRANZ. Dopo una vita lunga e straordinaria, Franz ci ha lasciato il 22 marzo 2008. Prima di lui erano scomparsi i suoi genitori, Franz e Anna e suo fratello Gustel. Lascia l’amata moglie Hija, la figlia Jovita, i nipoti Melina, Corbin, Jason e Nathan, i pronipoti Mackenzie e Aidan, la nipote Christiane ( Burkhard), il fratello speciale Charlie Brown, gli amici del cuore Jim, Anne e tanti altri amici.”

Dal Miami Herald, 7 dicembre 2008:

BROWN CHARLES L. “Il 24 novembre 2008 ci ha lasciato il tenente colonnello( in pensione) Charles L. Brown. Scienziato, inventore, eroe della Seconda Guerra Mondiale, decorato con la Air Force Cross, Charlie L. Brown, risiedeva a Miami dal 1972.”
Il testo continua elencando i numerosi servizi resi allo Stato dal colonnello Brown prima e dopo la guerra, si sofferma sull’episodio del 20 dicembre 1943, quando il tenente Franz Stigler, pur potendolo fare, non abbatté Ye Old Pub e conclude:

Quarantacinque anni dopo , i due piloti si rincontrarono e divennero intimi come fratelli.” ( as close as brothers).

Da MLB.com del 14 marzo 2014, articolo a firma Ken Gurnick:

Daniel Paul Coulombe: “Oggi io non sarei qui. Se il pilota tedesco avesse eseguito gli ordini, mio nonno sarebbe morto.”

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A Higher CallLa vicenda raccontata brevemente in questo post è tratta dal libro scritto da Adam Makos -con la collaborazione di Larry Alexander – A Higher Call ( sottotitolo: An incredible true story of heroism and chivalry during the Second World War).
Il libro – i cui diritti sono già stati acquistati da una casa cinematografica americana- non è ( ancora) stato tradotto in italiano. L’edizione inglese, tuttavia, è disponibile su Amazon.com, tanto nella versione cartacea, quanto nella versione e-book per Kindle.
Il combattimento nei cieli sopra Brema occupa la parte centrale del libro ed è preceduto e seguito da altri parti altrettanto interessanti in cui l’autore descrive la personalità e le azioni dei protagonisti( tutti personaggi realmente esistiti, da Galland a Goering, da Stigler a Roedel, da Marseille a “Mighty Mo” Preston) racconta perché dell’episodio non si parlò per lunghissimo tempo né in America né in Germania, descrive l’avventuroso viaggio di ritorno verso l’Inghilterra di Ye Old Pub, riporta episodi non propriamente edificanti tanto da una parte quanto dall’altra( millantare credito sotto forma di aerei abbattuti era una tentazione alla quale si indulgeva facilmente) e segue Stigler negli ultimi giorni della guerra e oltre fino all’incontro con il ” nemico” Charlie Brown.
Non so se il libro abbia dei limiti, so che deve essere letto. La storia di Stigler e di Charlie Brown sarà pure un’eccezione, ma, proprio per questo, è ancora più bella.

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Cliccando sull’immagine del pdf si può accedere alla traduzione in inglese del post. Attenzione, però. Si tratta di una traduzione automatica. Il risultato, pertanto, non è garantito.