Lo scudo di Brasida

Prologo

Il braccio di mare prospiciente il promontorio di Pilo, in Peloponneso,  è affollato di navi. Sono triremi spartane. Li comanda l’ammiraglio Trasimelida. Devono avvicinarsi alla riva e sbarcare la fanteria affinché impegni gli opliti ateniesi schierati sul litorale.
Lo spazio di manovra è ridotto, gli approdi sono disagevoli e difficoltosi. Visto lo spazio esiguo in cui devono operare, le navi possono cozzare le une contro le altre e venire danneggiate. Per questo i trierarchi – i comandanti delle triremi- e i timonieri ci vanno piano. Manovrano con cautela, si muovono lentamente. Troppo lentamente secondo uno di quei comandanti, l’unico a invocare maggiore coraggio e maggiore determinazione.
“ Vorreste risparmiare le navi mentre il nemico occupa il suolo della nostra patria?” grida da bordo della propria trireme “ Non preoccupatevi delle navi. Portatele a terra. Se necessario anche sulle rocce. Ma fate in modo che la nostra fanteria possa sbarcare e impadronirsi delle posizioni nemiche.” E facendo seguire i fatti alle parole, ordina al proprio timoniere di dirigersi a tutta velocità verso la terraferma.
Quel comandante spartano si chiama Brasida.

Una guerra come nessun’altra

Pilo ( oggi Navarino) si trova in Messenia, nella parte sudoccidentale del Peloponneso e controlla l’accesso alla baia omonima. L’isola di Sfacteria la ripara dai venti. Nella tarda primavera del 425 a.c.- sesto anno di guerra- una flotta ateniese di quaranta triremi, al comando degli strateghi Eurimedonte e Sofocle, sta costeggiando il Peloponneso diretta in Sicilia, dove Siracusa ha conquistato la filo-ateniese Messene ( Messina)  e dove Locri ha attaccato Reggio, alleata di Atene.
Con gli strateghi c’è anche  Demostene, uno dei generali più in vista di Atene. Il governo ateniese lo ha autorizzato a servirsi di quelle navi per condurre, se necessario, scorrerie in territorio nemico come rappresaglia agli attacchi spartani. Mentre la flotta ateniese sta navigando lungo le coste del Peloponneso, infatti, un esercito spartano guidato dal re Agide, figlio di Archidamo, è accampato davanti ad Atene e ne devasta la campagna.
Non si tratta di una novità. Quei primi anni di guerra fra le due superpotenze di allora – Atene e Sparta e i rispettivi alleati[1]– conosciuta come Guerra del Peloponneso, hanno visto i Lacedemoni invadere periodicamente l’Attica e distruggere i raccolti nel tentativo di affamare gli Ateniesi o di costringerli a una battaglia in campo aperto.
Ma gli Ateniesi, protetti dalle “ Lunghe Mura” e da una flotta formidabile, non sono caduti nella provocazione degli Spartani. Dominano il mare, hanno grandi disponibilità finanziarie e difese formidabili. I viveri e le vettovaglie necessari possono essere comprati altrove e fatti arrivare in tutta sicurezza al Pireo. Perché, dunque, giocarsi tutto in una sola giornata accettando lo scontro in campo aperto? E contro gli invincibili Spartani, per giunta? Si è sempre fatto così? Le rivalità e le dispute sono sempre state risolte con una battaglia di opliti combattuta secondo regole condivise? Beh, adesso è il momento di andare controcorrente, di infischiarsene delle regole e delle consuetudini e di vedere chi saprà resistere più a lungo.
Quella guerra mondiale ante litteram si annuncia, dunque, come una guerra di logoramento. Vincerà chi avrà più risorse, chi avrà più uomini e più navi, chi riuscirà a evitare le defezioni e le rivolte interne, chi saprà tenere alto il morale della popolazione, chi saprà meglio proteggersi con un sistema di alleanze stabili. E – perché no?- chi avrà dalla sua il favore degli dei.
Il vecchio re spartano Archidamo l’aveva detto fin dall’inizio: siamo proprio sicuri di volere questa guerra? Per battere Atene ci vuole una flotta più forte della sua. E noi non l’abbiamo e forse non l’avremo mai. Se Atene evita lo scontro in campo aperto, come riusciremo ad averne ragione?

Il volere del Fato

Da tempo Demostene coltiva un’idea: creare una testa di ponte ateniese in territorio spartano. Informatori messeni glielo hanno confermato più di una volta: Pilo potrebbe diventare un’ottima base operativa. Lì , a Pilo, c’è un porto, ci sono  forti difese naturali, c’è abbondanza di legname e di pietre, non ci sono guarnigioni nemiche nelle vicinanze.
Quando la flotta ateniese giunge all’altezza della Laconia, Demostene propone agli strateghi: fermiamoci a Pilo, fortifichiamoci e devastiamo il territorio spartano. E aggiunge: Pilo è in Messenia e i Messeni nutrono ostilità verso i Lacedemoni. Incoraggiati dalla nostra presenza e dai nostri raid, impugneranno le armi e causeranno ai nostri nemici non pochi problemi.
L’idea è buona. E anche rivoluzionaria, se vogliamo: lo scontro in campo aperto sostituito dalla guerra di guerriglia. Accompagnata dalla sollevazione delle popolazioni( o delle classi sociali) sottomesse. Ma Eurimedonte e Sofocle non ne vogliono sapere. La nostra missione è un’altra, sostengono. Dobbiamo dirigerci a Corcira[2]. I Corciresi sono nei guai, è nostro dovere aiutarli. Inoltre triremi nemiche hanno raggiunto l’isola. Dobbiamo intercettarle, impegnarle in combattimento, toglierle di mezzo e poi raggiungere la Sicilia.
Demostene insiste, difende con passione la propria idea, non cede. Ma per quanto insista non riesce a ottenere alcunché. E a questo punto il caso ( il Fato?) gli dà una mano. Il mare, corso da venti impetuosi, si agita. Le fragili ( e costose) triremi corrono il rischio di capovolgersi. Urge trovare un riparo. E quale riparo più sicuro del porto di Pilo? Ma non cercare di convincerci a restare qui, mettono in chiaro Eurimedonte e Sofocle. Appena i venti si saranno calmati, prenderemo di nuovo il mare. Demostene non insiste, anche se in cuor suo fatica a rassegnarsi. Ecco un’occasione perduta, pensa.
Perduta? Mai dire mai. Alla tempesta subentra una bonaccia. Non si può prendere il mare. I soldati, i marinai, i rematori non sopportano quell’ozio forzato. Non fanno niente e non hanno niente da fare. Hanno bisogno, un bisogno quasi vitale, di tenersi occupati. E allora eccoli trasportare pietre e tronchi, caricarsi i contenitori di malta sulle spalle, alzare muri e chiudere brecce. In meno di sei giorni, Pilo diventa una piccola, munita fortezza. Anche Eurimedonte e Sofocle ne devono prendere atto. Una volta tornati i venti salpano, sì, alla volta di Corcira, ma lasciano a Pilo un contingente di mille uomini , un centinaio di opliti e cinque navi. E Demostene, naturalmente.
E gli Spartani? Se la prendono comoda. A Sparta gli Efori, i gheronti, e tutti gli Spartiati sanno del colpo di mano ateniese a Pilo, rabbrividiscono al pensiero della patria violata, ma non interrompono il periodo di feste sacre. Né mobilitano subito un contingente per stroncare sul nascere quel tentativo. Anche perché il grosso dell’esercito è ancora in Attica. E poi – ragionano- che cosa sperano di ottenere gli Ateniesi? Sono lontani dalla loro città, sono pochi, non possono essere riforniti con regolarità. Quando sarà il momento li spazzeremo via in men che non si dica. O, al solo vederci, se la daranno a gambe levate.
Agide, il re, non la pensa così: Pilo è un affronto arrecato a me, a Sparta, ai nostri alleati. Non bisogna indugiare. E facendo seguire i fatti alle parole abbandona l’Attica e torna in Peloponneso. Il re la mette sul piano personale e tira in ballo l’onore ferito. Reazione sacrosanta. Ma l’abbandono dell’Attica ha anche un’altra spiegazione: il grano non era maturo, i viveri cominciavano a scarseggiare e l’operazione si sarebbe dovuta comunque interrompere di lì a poco. Pilo ne ha solo accelerato i tempi.

Per terra e per mare

Adesso per Demostene e i suoi si fa grigia. Le triremi spartane hanno lasciato Corcira eludendo la flotta ateniese e ora sono lì, a Pilo, pronte a sbarcare opliti o a bloccare il porto qualora lo sbarco fallisse. Un esercito nemico è schierato sulla terraferma e si ingrossa ogni giorno di più. L’isola di Sfacteria- boscosa e accidentata- è stata occupata. E’ vero: Eurimedonte e Sofocle sono stati raggiunti presso l’isola di Zacinto da una delle  due navi inviate loro incontro da Demostene e messi al corrente della situazione. Ma riusciranno a ritornare in tempo?
Lo scontro è inevitabile. Bisogna combattere. E, in attesa del ritorno della flotta, bisogna farlo da soli. Demostene ordina allora di tirare a riva le tre navi rimastegli, le protegge con una palizzata , arma i marinai con armature e scudi di vimini tolti a una nave di pirati messeni, schiera gran parte di suoi sulle alture e dietro le fortificazioni con l’ordine di bloccare la fanteria nemica. Poi, con una sessantina di opliti e alcuni arcieri, si lascia alle spalle le fortificazioni e prende posizione nella parte sudoccidentale del promontorio, laddove ritiene più probabile uno sbarco. Ai propri uomini dice: è vero, i nemici sono molto più numerosi di noi. Ma noi possiamo contare sulle fortificazioni e sulle asperità dei luoghi. Inoltre il luogo dello sbarco è accidentato, le navi nemiche non potranno attaccare in massa, ma solo sbarcare piccoli gruppi per volta. E questo ci avvantaggerà.
Gli Spartani attaccano dal mare con le navi, attaccano da terra con la fanteria. Le fortificazioni tengono, gli sbarchi vengono respinti. Demostene ha visto giusto: solo piccoli contingenti prendono di volta in volta terra e gli Spartani non possono far valere la forza del numero. Per uno strano gioco del destino, i ruoli si sono invertiti: Sparta- potenza terrestre- attacca dal mare e Atene – potenza marittima- combatte sulla terraferma.
Si va avanti così per un paio di giorni. Gli Spartani pensano allora di costruire macchine da assedio per prendere d’assalto le fortificazioni. Non fanno in tempo. Tornati da Zacinto, Eurimedonte e Sofocle entrano con la flotta nel porto di Pilo- che il nemico non ha potuto o non ha voluto bloccare-  e lanciano le loro navi contro le triremi spartane, sbaragliandole. Tagliati fuori dalla terraferma, impossibilitati a ricevere rifornimenti, viveri e rinforzi, gli opliti spartani sull’isola di Sfacteria sono ora sotto assedio.
A Sparta le notizie provenienti da Pilo provocano costernazione. Il caso e gli errori  commessi sul luogo della battaglia hanno creato una situazione imprevista e imprevedibile. L’esercito e ciò che resta della flotta sono ancora lì, a Pilo, ma che cosa possono fare? Inutile minimizzare: gli opliti di Sfacteria sono, in tutto e per tutto, degli ostaggi. Se non li si vuole abbandonare al loro destino, l’unica soluzione è trattare.

Epilogo

L’impatto contro la costa è violento. Brasida perde l’equilibrio, ma si rialza subito. Armi in pugno, si dirige verso la passerella della sua trireme per scendere a terra. Non è ancora sceso quando viene attaccato dai nemici. Molti di loro cadono trafitti dalla sua lancia, colpiti dalla sua spada. Raggiunto da numerose frecce, continua a combattere. Poi a un certo punto, a causa delle ferite subite,  perde conoscenza. Lo scudo gli scivola dal braccio e cade in mare. I marinai sollevano il loro comandante- coperto di sangue, ma vivo-  e lo portano al sicuro facendosi strada fra mucchi di cadaveri. Lo scudo di Brasida viene recuperato dagli Ateniesi e conservato come un trofeo.
L’anno dopo, imbracciando di nuovo uno scudo, Brasida si prenderà la propria rivincita in Tracia.

Da leggere

Victor Davis Hanson, Una guerra diversa da tutte le altre, Garzanti, 2009
Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso, Mondadori, Oscar Storia, 2015
J.F. Lazenby, The Peloponnesian War, a Military Study, 2003
William Shepherd, Pylos and Sphacteria, 425 B.C., Osprey, 2013
Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Bur, 2009, traduzione di Franco Ferrari, Libro IV

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QUI puoi trovare altri post relativi alla storia greca( e a quella romana) pubblicati su questo sito.

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Quella riportata nell’ epilogo è la versione proposta da Diodoro Siculo( 90 a.c. – 26 a.c.). Quella di Tucidide (455 a.c. circa-400 a.c. circa ) è meno ricca di particolari. Scrive quest’ultimo: “ Brasida così spingeva gli altri e, costretto il suo timoniere a gettarsi contro la riva, correva alla scala: mentre tentava di scendere fu respinto dagli Ateniesi e, ferito in più parti, perse i sensi e, nel cadere al di là della fila dei remi, il suo scudo scivolò in mare. Gettato a riva, gli Ateniesi poi lo raccattarono e se ne servirono per il trofeo che elevarono in memoria di questo assalto.” (IV, 12.1)

Immagine riportata in apertura:  Gefallenenrede von Perikles ( Orazione di Pericle in onore dei caduti). Il dipinto, opera del  pittore Philipp von Foltz( 1805-1877), è del 1853.

La cartina è tratta dalla fondamentale opera di Donald Kagan, La Guerra del Peloponneso.

[1] Più che due singole città-stato (Sparta e Atene), nella guerra del Peloponneso si affrontavano due sistemi di alleanze contrapposti: la Lega del Peloponneso e la Lega Delio-Attica. La prima era egemonizzata da Sparta, la seconda da Atene. Tucidide ( II,9) ci dice chi erano i componenti di ciascuna Lega e in che modo contribuivano alla causa comune.
Oltre a Sparta facevano parte della Lega del Peloponneso ” tutti i Peloponnesiaci  dentro l’Istmo, ad eccezione degli Argivi  e degli Achei … Fuori del Peloponneso i Megaresi, i Beoti, i Locresi, i Focesi, gli Ambracioti, i Leucadi, gli Anattori. Di questi fornivano una flotta i Corinti, i Megaresi, i  Sicioni, i Pellenesi, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadi. Fornivano cavalieri i Beoti, i Focesi, i Locresi; le altre città fornivano la fanteria…
Degli Ateniesi erano alleati i Chii, i Lesbi, i Plateesi, i Messeni di Naupatto, la maggioranza degli Acarnani, i Corciresi, gli Zacinti e altre città soggette a tributo delle seguenti nazioni: la Caria marittima, i Dori confinanti coi Carii, la Ionia, l’Ellesponto, le località della Tracia, tutte le isole volte a levante tra il Peloponneso e Creta, ad eccezione di Melo e di Tera. Di questi fornivano la flotta i Chii, i Lesbi e i Corciresi; gli altri fornivano truppe di fanteria e danaro.”
L’impero ateniese( sulla cartina seguente indicato con il colore giallo) era prevalentemente marittimo, quello spartano ( colore rosso) prevalentemente continentale.
La cartina è tratta da Wikipedia

[2]L’attuale Corfù.

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