Supermarius

 

Giugurta davanti al console romano

 

Prologo.

Attorniato dalle proprie guardie del corpo, un uomo, un re, cavalca in silenzio lungo la strada deserta. Si ferma, guarda una prima volta verso la città dalla quale è stato allontanato, riprende il cammino, si ferma una seconda volta. Osserva a lungo, sempre in silenzio e da lontano, le vie, i fori, i palazzi, i templi, le case , quasi volesse cercare in quell’ordito di muri e di storia un particolare nuovo, l’illuminazione  in grado di metterlo di colpo in mezzo a una verità diversa. Ma niente smuove la sua convinzione. No, in quella città tutto – potere compreso-  si compra e si vende.
“Città venale, se troverai un compratore non durerai a lungo” esclama a un tratto a voce alta. Tocca coi talloni i  fianchi del cavallo e riprende il cammino senza più voltarsi e senza più parlare.

Quella città è Roma, quell’uomo è Giugurta, re di Numidia.

 Un tipo pericoloso.

Giugurta nasce figlio di un principe  e di una concubina. Crescendo, disprezza l’ozio e le mollezze, ama cavalcare, andare a caccia ed esercitarsi con le armi. Quando rimane orfano di padre, il re Micipsa, suo zio, lo adotta, per pentirsi quasi subito: quel giovanotto  è troppo ambizioso, troppo intelligente, troppo irruento, troppo popolare, può creare disordini. Lo manda allora a combattere  a fianco dei Romani nella guerra contro Numanzia con la segreta speranza di non vederlo più tornare. Giugurta, invece,  torna, sano, salvo, ricco di nuove conoscenze militari e di importanti amicizie, carico di onori. Il leggendario conquistatore di Cartagine, il console Publio Scipione Emiliano in persona, ne tesse l’elogio. Tutto da rifare, dunque, per Micipsa. Che ora cerca di ammorbidire il focoso nipote con le buone, conferendogli responsabilità e  nominandolo suo erede al pari dei figli Jempsale e Aderbale.
Non l’avesse mai fatto. Alla morte del re,  Giugurta dissimula, sembra stare al gioco , ma aspira a ben altro. Comincia col chiedere l’abolizione di tutte le leggi emanate da Micipsa negli ultimi cinque anni, perché, secondo lui,  si tratta di leggi emanate da un re semirimbambito. E’ un clamoroso autogol. Fra quelle leggi ce n’è anche una “ ad personam”, quella con la quale il re lo inserisce fra i suoi eredi. Messo alle strette, Giugurta getta la maschera: fa assassinare a tradimento Jempsale( Livio fornirà una versione diversa) e sconfigge Aderbale in battaglia, costringendolo ad abbandonare la Numidia e a cercare rifugio a Roma.

Auri  sacra fames..

La reazione di Roma è in sintonia con l’andazzo di quei tempi: all’inizio è indignata, poi, a mano a mano che l’oro di Giugurta dalla Numidia prende la via dell’Urbe e finisce nelle tasche giuste, si fa meno accesa. I senatori, “ lavorati” a puntino da chi è stato beneficiato da tutto quel ben di dio, convocano in Senato Aderbale e gli ambasciatori di Numidia per ascoltarne le rispettive ragioni.
Aderbale parla con il cuore in mano: mio padre è morto, mio fratello è stato assassinato, i miei amici sono stati crocifissi  o gettati in carcere, non ho più alleati. Forse neppure dignità. Tutti mi voltano le spalle. Lo farà anche Roma? Quella Roma alla quale fin dai tempi di mio nonno Massinissa noi Numidi abbiamo giurato fedeltà,  a fianco della quale abbiamo combattuto il comune nemico cartaginese e alla quale siamo ancora fedeli?
Balle, replicano gli ambasciatori di Giugurta: Jempsale è stato ucciso dai Numidi a causa della sua crudeltà e Aderbale è un aggressore , gli è andata male ed è stato cacciato per questo. La fedeltà a Roma ? Dimenticate che il nostro re si è distinto in combattimento a fianco dei legionari romani? Potrebbe mai tradire?
Viene il tempo di decidere e i senatori, complice anche l’oro del re, non la vedono tutti allo stesso modo: c’è chi è a favore di Aderbale e chi, invece sostiene le ragioni di Giugurta. Alla fine i Padri Coscritti  anziché allestire un esercito, formano una delegazione e la spediscono( 116 a.c.) in Numidia per sistemare le cose. E che cosa fa Giugurta? Fa valere le proprie entrature presso famiglie romane potenti, ma soprattutto, conoscendo i suoi polli, fa  girare sostanziose bustarelle, compra i membri della delegazione e, nella spartizione del regno seguita agli accordi di pace, si fa assegnare i territori migliori. Aderbale ingoia il rospo: ha ottenuto poco, molto poco,  ma anche il poco è pur sempre meglio di niente. E così preferisce tacere e adeguarsi.
Tutto sistemato? Neanche per idea. Un paio di anni dopo, Giugurta ci riprova. Incalzato da vicino, Aderbale si rifugia nella propria capitale, Cirta( l’odierna Costantina in Algeria), questa volta deciso a resistere. Da Roma, per la seconda volta, invece di un esercito, arriva una delegazione. Di incorruttibili? Sì, aspetta e spera. Con le tasche belle gonfie di monete sonanti, i delegati romani in Numidia chiudono più di un occhio. Giugurta ne approfitta, espugna Cirta e uccide Aderbale . Ma – errore fatale- fa passare a fil di spada  anche  molti Italici e qualche cittadino romano. A questo punto il Senato prima ci pensa un po’ su( tanto per non smentirsi) , poi rompe gli indugi e dichiara guerra all’empio fedifrago( 113 a.c.).

Suk mundi?

Il console incaricato di mettere le cose a posto si chiama Lucio Calpurnio Bestia. E’ bravo, esperto, coraggioso, intelligente, ma anche aeger avaritiae,  avido di denaro e di ricchezze. Scrive Sallustio: un concentrato di ottime qualità rese inutili da quel vizio esecrando. Da militare esperto, Bestia capisce subito una cosa: il suo esercito, così com’è messo, non può competere con l’imprendibile cavalleria di Giugurta, favorita dal terreno e dalla conoscenza dei luoghi; da uomo schiavo dell’ avaritia, Bestia non sa resistere al richiamo dell’ auri sacra fames, dell’esecranda fame di denaro. Uno dei suoi luogotenenti, Emilio Scauro, non è da meno. Però è più furbo( o più cauto, fate voi): ha un mucchio di ambizioni, ma sa mascherarle molto bene. Stando così le cose,  i due, invece di combattere, preferiscono trattare. E intascare bustarelle.  Risultato: viene stipulata la pace,  Giugurta se la cava anche in questo frangente e a Roma, per la seconda volta, monta l’indignazione.
Lucio Memmio, tribuno della plebe, cavalca il malcontento. A Roma come al fronte, la Repubblica è stata messa in vendita, tuona( domi militiaeque  res publica venalis fuit). E incalza: Giugurta venga qui, protetto da un salvacondotto, e vuoti il sacco. Bestia e Scauro tremano; la nobiltà, temendo un pericoloso precedente in grado di mettere a rischio i propri privilegi, fa quadrato intorno ai due. Tutto inutile: Memmio la spunta  e il pretore Lucio Cassio viene spedito in Numidia con l’incarico di condurre il re a Roma. Giugurta sa di avere la coscienza sporca, non si fida, teme tranelli. Cassio insiste, ricorre alla solite menate ( Roma sa esercitare tanto la forza quanto la clemenza, ti do la mia parola, ecc. ecc.)  e lo convince.
Ma intanto, in Numidia, la corruzione non si ferma. C’è chi rivende a Giugurta gli elefanti da guerra requisiti a seguito degli accordi di pace, chi gli riconsegna dietro compenso i disertori, chi compie scorrerie nei paesi vicini, chi si macchia di chissà quali altre nefandezze. Eventi eccezionali? Mica tanto. Almeno secondo Memmio. Che una volta, in Senato,  aveva amaramente constatato: il peculato? l’estorsione nei confronti degli alleati? Cose gravi, gravissime, ma ormai di nessuna importanza tanto sono comuni(tamen consuetudine iam pro nihilo habentur. E se fossimo al giorno d’oggi, caro Memmio, verrebbero tranquillamente depenalizzati. O no?).
Poi aveva portato l’affondo. Guardatevi intorno, aveva continuato. Non vedete forse, dovunque andiate, nobili imbelli, avidi, arricchitisi in modo illecito e dimentichi delle antiche virtù ostentare cariche prestigiose, esercitare il consolato, celebrare immeritati trionfi? Non vi rendete conto, o Quiriti, di essere stati privati della vostra autorità e del vostro prestigio?
Che abbia ragione Giugurta quando pensa che Roma assomigli a un suk più che al centro del mondo?

Quello che accade dopo sembra dargli ragione. Il popolo rumoreggia quando il re si presenta in Senato, la veste ordinaria, l’atteggiamento dimesso. Mossa studiata, per non urtare la suscettibilità di chi lo dovrà ascoltare. Del popolino vociante Giugurta se ne infischia alla grande. Sa di avere le spalle coperte. E non solo dal salvacondotto del Senato. Per via dei suoi trascorsi militari, a Roma conta amicizie altolocate e soprattutto a Roma non è arrivato  a mani vuote. E appena messo piede nell’Urbe, ha cominciato a distribuire regali a destra e a manca, guadagnando  alla sua causa un pezzo da novanta, il collega di Memmio, il tribuno Gaio Bebio. E così, quando viene invitato a vuotare il sacco, Giugurta,  su consiglio di Bebio, si avvale della facoltà di non rispondere.
La mossa spiazza tutti; Bestia e Scauro tirano un grosso sospiro di sollievo, la nobiltà   si rianima e il re diventa ancora più impudente e sfrontato. Tanto impudente e sfrontato da fare assassinare un suo possibile rivale da tempo in esilio volontario a Roma, Massiva, al quale, pescando nel torbido, il console Spurio Albino, destinato in  Numidia, aveva consigliato di reclamare per sé il trono. Quando la notizia dell’assassinio di Massiva diventa di dominio pubblico, come diremmo oggi, Giugurta viene invitato a lasciare Roma . In tempo per consegnare alla storia, tramite Sallustio,  la profezia della città in attesa di un compratore.
La guerra riprende fra alti e bassi,  fra operazioni militari e  giochi di potere. Quella, infatti,  non è una guerra come le altre. Sui campi di battaglia di Numidia si allungano le ombre delle contraddizioni politiche e sociali della Roma di quei tempi. Tempi in cui la lotta fra i nobili e la plebe, dopo la tragica  fine dei Gracchi, si era fatta più acuta. Scrive Sallustio: in tempi antichi, i problemi erano comuni e il timore dei nemici favoriva la concordia; con la scomparsa dei nemici, con l’aumentare della ricchezza e dell’estensione della Repubblica, chi aveva meno ( la plebe) voleva avere di più e chi aveva di più( la nobilitas) non voleva  avere di meno. Di qui i contrasti, le lotte, i momentanei periodi di calma apparente, le rivendicazioni, i tumulti, gli abusi , l’ascesa degli “uomini nuovi” , optimates vs populares e viceversa.
Con questa instabilità sullo sfondo, il console Spurio Albino parte alla volta della Numidia deciso a fare un solo boccone di Giugurta, ma una volta in Africa sembra più desideroso di accumulare vantaggi personali che di salvaguardare gli interessi della Repubblica. Più che alla Numidia, insomma, guarda a Roma; più che al potere del Senato, guarda al proprio. E, appena può, ritorna nell’Urbe per presiedere i Comizi elettorali. Quell’ “inetto presuntuoso” ( la definizione è di Sallustio) di suo fratello Aulo Albino rimasto in Numidia come propretore, spinto dalla fretta, dall’ambizione o dalla voglia di impadronirsi del tesoro di Giugurta, si caccia in un brutto pasticcio e a Suthul subisce una sconfitta clamorosa. Come al tempo delle guerre sannitiche, i legionari romani devono passare sotto il giogo.
Apriti cielo! A Roma, l’indignazione, soprattutto fra la plebe,  monta. Com’è questa storia? Non siamo neppure capaci di avere ragione di un piccolo re di un piccolo regno? E che cosa ci sta a fare il Senato se passiamo da una sconfitta all’altra? E, poi,  perché i comandanti ritornano dall’Africa sconfitti, ma ricchi sfondati?  Viene istituita allora una commissione con l’incarico di esaminare le posizioni dei presunti corrotti. E  chi ne viene chiamato a far parte? Emilio Scauro. Sì, proprio lui, il luogotenente di Bestia in odore di bustarelle.
E’ una brutta situazione, urge rimediare. Il Senato questa volta va sul sicuro e affida(109 a.c.) al console Quinto Cecilio Metello l’incarico di togliere le castagne dal fuoco. Metello , uomo tutto d’un pezzo, onesto, incorruttibile, gradito a tutti,  è un ottimo generale. Trova l’esercito in condizioni pietose e lo riorganizza; cerca di combattere Giugurta con le sue stesse armi, facendo girare soldi e promesse nel tentativo di guadagnare alla propria causa i dignitari numidi;  coglie qualche sporadico successo( a Methul, ad esempio), subito trasformato a Roma in una vittoria decisiva; arriva più volte a un passo dalla vittoria, senza mai essere capace, tuttavia, complice la guerra di guerriglia in cui Giugurta è maestro, di portare il colpo definitivo.   E, in più, deve tenere a bada  un  soldato esperto, coraggioso e determinato: il suo luogotenente Gaio Mario.
Mario è  un homo novus con ambizioni neppure troppo segrete. Ha esercitato diverse magistrature,  aspira al consolato e, sulla carta, ne ha tutti i titoli: fa della virtus– un misto di valore militare e di eccellenza  individuale- il proprio credo; aspira alla gloria ; è onesto, si è fatto le ossa in più di una battaglia, è frugale , è insensibile ai vizi del tempo. Gli manca il requisito principale: il sangue blu. Ma dalla sua ha la profezia di un indovino, consultato a Utica: niente ti è precluso, gli dei ti sono favorevoli, ce la farai. E allora, perché non provarci?
Metello non la pensa così: il consolato? Non è roba per te. Quella è una magistratura per chi  può vantare antenati illustri e se vai a Roma ti sarà  negata. Come è giusto che sia. Quindi rassegnati: io non ti darò il permesso di partire. Perché quel rifiuto? Perché quell’atteggiamento così intransigente? C’è forse ruggine fra i due? Può darsi, ma l’atteggiamento di Metello è in un qualche modo specchio dei tempi. In quell’atteggiamento è contenuto, infatti, un  confronto più vasto: status quo contro cambiamento, vecchio contro nuovo.  Resta da capire come sarà il nuovo.
Mario è un tipo tosto e non molla. Alla fine Metello cede e lo autorizza a partire. Tornato a Roma Mario cavalca la tigre dell’antipolitica( e ti pareva..) e ne ha per tutti: per la nobilitas corrotta e pusillanime , avida di privilegi e di prebende, indegna dei suoi antenati; per lo stesso Metello, accusato di   tirare in lungo la guerra contro Giugurta per ricavarne vantaggi personali. Musica pura agli orecchi della plebe e non solo. Mario stravince e  Metello se non cade in depressione poco ci manca. Di sicuro deve cedere il comando delle operazioni e se anche in patria viene accolto come un vincitore e viene gratificato dell’appellativo di “ Numidicus”, non può non  masticare amaro.
Prima di partire per l’Africa per decisione del popolo( e anche questa è una bella novità), Mario mette le cose in chiaro con il Senato: mi serve un altro esercito, un esercito diverso. Basta coi cittadini-soldato: è ora di mettere al servizio della Repubblica soldati professionisti, non importa se nullatenenti, disoccupati o sottoproletari . Non vi va bene? Toglietemi l’incarico e mettete al mio posto uno di quei nobili discendenti da antiche famiglie,  sempre pronti a riempirsi la bocca delle glorie degli antenati, ma incapaci di combinare  alcunché. Io, per parte mia,  non ho gesta di antenati da far valere, ma posso mostrarvi le cicatrici delle mie ferite ricevute in battaglia. Come dire: è il valore personale il vero discrimine, non il sangue.
Valore personale Mario può vantarne  in abbondanza, ma Giugurta è un osso duro, maestro del mordi e fuggi , conoscitore dei luoghi e delle tecniche di combattimento romane. E per di più, adesso ha un alleato: Bocco, re di Mauritania.  Come già Metello,  Mario deve sudare non poco per cogliere una vittoria qui, uno striminzito successo là. Poi un legionario ligure in cerca di lumache gli apre, casualmente, le porte della stanza del tesoro del re e il suo questore Lucio Cornelio Silla( lui sì di antica famiglia) tira dalla parte di Roma il re Bocco. Senza più soldi per pagare le proprie truppe, senza più alleati, Giugurta si batte con la forza della disperazione, ma ha il destino segnato. Sarà consegnato da Bocco a Silla e  morirà ( 104 a.c.)  nella città che, forse, si era illuso di comprare. Sul trono di Mauritania sale un suo fratellastro, Gauda, debole di mente.

Epilogo

Quella guerra in apparenza “ minore” fu decisiva per il destino della Repubblica. Come andò a finire? Male, inutile dirlo. Mario ebbe il suo trionfo, Silla si sentì defraudato; il conflitto fra i due si inasprì; il confronto fra optimates e populares , cioè fra sostenitori dell’autorità del Senato da una parte e del diritto sovrano del popolo di prendere decisioni dall’altra, diventò guerra aperta e  la Repubblica conobbe le liste di proscrizione, le sollevazioni interne, gli attacchi esterni, la guerra civile,  un bagno di sangue senza precedenti.
Le fu risparmiato il tracollo del sesterzio, questo sì, ma non  l’”uomo della provvidenza”.
Meditate gente, meditate.

Da leggere:

Gaio Sallustio Crispo, La guerra contro Giugurta, Bur

Plutarco, Vite parallele, Vita di Silla, Vita di Mario, UTET,

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Sotto il titolo: Giambattista Tiepolo (1696-1770), Giugurta davanti al console romano( 1716 circa)

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