Il sole di Vergìna

Prologo.

Il giovane principe macedone si muove, straniero in terra straniera, in domo Epaminondae, fra le strade di Tebe. Lo hanno portato lì avvenimenti ingarbugliati  e un motivo molto semplice: fra Tebe e il re di Macedonia, Alessandro II, è in vigore una tregua. E i Tebani hanno chiesto garanzie sotto forma di ostaggi. Lui è uno di questi.

La stella argeade a sedici punte, conosciuta anche come “Il sole di Vergìna”

Tebe non è una città qualunque. In quel momento, Tebe, fresca della vittoria sugli Spartani a Leuttra,  è la Grecia. Comanda lei, piaccia o non piaccia. E a Tebe si può imparare molto.  Dai filosofi, naturalmente ( e dai pitagorici, in particolare), ma soprattutto dagli strateghi.  Perché la falange tebana, in battaglia, assume una disposizione obliqua? Perché il settore più forte dello schieramento è l’ala sinistra e non l’ala destra come praticato da secoli? Il giovane ostaggio osserva e riflette. Osserva i movimenti coordinati della fanteria tebana e la immagina schierata su un numero maggiore di file; osserva l’armamento dell’oplita tebano e lo immagina con uno scudo più piccolo e con una lancia più lunga, molto più lunga; pensa ai cavalieri imprendibili della sua terra e , sui campi di battaglia, li vede  agire in combinazione con la fanteria. Quel giovane principe, ostaggio in terra straniera, osserva e impara, osserva e rielabora.
Il suo nome è Filippo.

Lontano dall’Ellade.

Terra  di montagne , di cavalli e di cavalieri, ma anche terra di pianura, di ampi fiumi e di campi coltivati, circondata da popoli bellicosi, soggetta a razzie e a incursioni di bande di tagliagole , la Macedonia vive per lungo tempo isolata dal resto della Grecia. Per i Greci del sud, i Macedoni sono semibarbari, nonostante i loro re affermino di vantare ascendenze greche ( argive per la precisione) e di annoverare Ercole  fra i propri capostipiti.
Poi, a poco a poco, dalle guerre persiane in avanti, la Macedonia , “paese dal quale un tempo non si poteva neppure acquistare uno schiavo di valore” secondo la celebre affermazione di Demostene, si avvicina al mondo greco. A modo suo, naturalmente e portandosi appresso le sue contraddizioni, le sue difficoltà, i suoi usi,  le sue tradizioni, i suoi contrasti, le sue asprezze, le sue precarietà, il suo desiderio di indipendenza.

Il territorio dell’antica Macedonia. Da: http://www.historyofmacedonia.org/AncientMacedon…
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Alessandro I, il re,  ha molto da farsi perdonare. Durante le guerre persiane ha scelto- o è stato costretto a scegliere-  la parte sbagliata e la macchia è rimasta. Erodoto cerca di cancellarla inventandosi o esagerando comportamenti filo-greci del re. In fin dei conti chi comunica a  Pausania alla vigilia dello scontro di Platea le  intenzioni di Mardonio? Alessandro. E chi sconsiglia  i Greci di attestarsi al passo di Tempe? Sempre Alessandro. E ancora: è o non è Alessandro un Eraclide, un discendente di Ercole?  Ce n’è d’avanzo per farne un benemerito della causa.
Alessandro, filelleno o filo persiano che sia, ha le idee chiare: approfittare dell’instabilità seguita alle guerre persiane per rafforzare il regno, espandersi, abbassare la cresta agli Illiri e ai Peoni, tenere alla larga i Tessali, fare affidamento sulle proprie forze, diffidare tanto di Atene quanto di Sparta, le potenze egemoni del tempo. Si ellenizza, sì, ma a piccole dosi: chiama a corte alcuni intellettuali, offre il proprio patrocinio a Pindaro, cerca di riorganizzare le finanze sul modello greco, sottolinea il valore e l’importanza   dell’assemblea degli uomini in armi. Svolta “democratica”, dunque? Un’operazione di facciata, a dirla tutta, perché l’assemblea, a differenza di quanto accade altrove, non delibera, ratifica soltanto le decisioni del re, dopo averlo eletto. E allo stesso modo si comporta il consiglio ristretto della Corona formato dai fedelissimi del sovrano. Sul piano politico e sociale Alessandro – nelle cui mani sono concentrati ampi poteri politici, militari, religiosi-  non va oltre.
Va oltre sul piano militare. Per realizzare i suoi piani, il re macedone ha bisogno di un esercito, non di un nuovo sistema di governo; ha bisogno di disciplina, non di democrazia; ha bisogno di opliti, non di filosofi. Ha  visto gli Spartani e gli Ateniesi combattere, ha capito l’importanza della fanteria. Ed è a riorganizzare l’esercito che Alessandro si dedica. Anche a costo di provocare una specie di rivoluzione sociale. Da sempre, infatti, i cavalieri, gli hetairoi,  tutti nobili, costituiscono il nerbo del suo esercito. Accetteranno un ruolo pari se non inferiore a quello dei pezhetaìroi, dei fanti appiedati?  Accetteranno di dividere con questi ultimi privilegi e bottino?
Ma la cosa sembra funzionare. Il legame fra il re l’aristocrazia  è un legame troppo solido perché possa essere messo in discussione e la politica espansionistica del sovrano è, per i nobili, una garanzia di guadagni e di prebende. Dal canto suo il “popolo” chiamato a servire sotto le armi avverte nuove responsabilità, si sente parte integrante della monarchia.  Pezeteri e hetairoi insieme arriveranno così fino alle miniere  del Pangeo, si porteranno oltre il corso dello Strimone, si spingeranno fino a Pidna, si affacceranno sul Golfo Termaico. Mettendo in allarme  Atene.
I cui maneggi politici portano a una divisione del regno. Gli anni successivi alla morte di Alessandro sono, infatti, anni confusi, a tratti avvolti nell’oscurità più profonda. Che il regno venga diviso è un fatto: è stato Alessandro a volerlo o è stata l’ingerenza  ateniese a determinarlo? Nell’arco di una ventina d’anni( 450-430 circa), tre dei cinque figli del re ( Alceta, Filippo e Perdicca) si contendono il potere, fra guerre aperte, effimere tregue, compromessi, definizione di zone d’influenza , cambi di alleanze, giravolte politiche, perdite di territorio, sempre sotto lo sguardo interessato di Atene il cui unico obiettivo è quello di mantenere il regno di Macedonia in uno stato di debolezza per poterlo controllare meglio. La fondazione di Amfipoli (437) alla foce dello Strimone è un altro chiaro indizio di questo atteggiamento.
Alla fine, intorno al 440, è Perdicca a spuntarla, anche se la lotta con il fratello Filippo, sostenuto da Atene, non è del tutto finita. Il nuovo re, secondo nel nome,  approfitta della situazione conflittuale fra Sparta e Atene  per schierarsi ora con l’una, ora con l’altra, tenendosi le mani libere e badando unicamente agli interessi della Macedonia. Perde e riacquista la città di Terme, appoggia il generale spartano Brasida, con l’aiuto del quale riduce all’obbedienza- per il momento, almeno-  i riottosi principi dell’Alta Macedonia,  spinge alla ribellione Potidea e le città della penisola Calcidica, giunge a un accordo con i Traci, passa con disinvoltura- e più volte- da Sparta ad Atene e viceversa.
Quando muore, Perdicca lascia una Macedonia più solida, più consapevole di se stessa anche se territorialmente quasi immutata rispetto a quella di Alessandro. Dopo di lui, la “semibarbara” Macedonia non può più essere ignorata dal resto del mondo greco. Perdicca lascia anche un’eredità politica: dobbiamo rafforzarci, consolidare la nostra indipendenza, allargare il nostro territorio, usare gli altri non esserne usati.   Questo atteggiamento –lo stesso di Alessandro Filelleno, per altro- contribuirà ad alimentare nei sovrani macedoni un sentimento di diffidenza verso i Greci del sud, misto, tuttavia, ad ammirazione; contribuirà ad accentuare il nazionalismo e, nello stesso tempo, a rendere viva la necessità di un cambiamento culturale. E’ come se la Macedonia, insomma,  volesse restare immutabile e al tempo stesso rinnovarsi, come se volesse chiudersi a ogni cambiamento e nello stesso tempo ne fosse attratta.

Archelao, salito su un trono di sangue nel 413 , avverte tutto il fascino del mondo greco, cerca di coniugare nazionalismo e koinè, tradizione e innovazione.  E’ l’artefice, secondo Tucidide e gran parte degli storici moderni, della modernizzazione in senso ellenistico della Macedonia, è il generoso sovrano pronto a fornire ad Atene il legname di cui ha bisogno per ricostruire la flotta, è il mecenate protettore di artisti del calibro di Euripide e del pittore Zeusi, è il costruttore di strade e di fortezze, di templi e di santuari, è il riformatore dell’esercito, è il fondatore di una nuova capitale, Pella.
Ma tutti questi onori, tutti questi riconoscimenti nascondono ampie zone d’ombra. L’esercito era già stato riformato da Alessandro Filelleno; quello di Archelao, tanto esaltato da Tucidide, non riesce ad avere ragione di una banda di tagliagole, segno che, forse, tanto forte non è; la riforma amministrativa attribuita ad Archelao non è una vera  e propria riforma, quanto piuttosto un tentativo, a tratti estemporaneo, di distribuire meglio il carico fiscale fra le varie zone del regno per evitare malumori e ribellioni( per alcuni studiosi, quella riforma non è neppure esistita) ; il costo politico dell’avvicinamento all’Ellade è alto.
Archelao sembra non rendersene conto, ma chi ne esalta la politica, chi lo chiama “ amico”  –Atene, in questo caso-  lo fa in base ai propri interessi, persegue un secondo fine: quello di impedirne ogni iniziativa autonoma. Celebrando Archelao, un’ Atene in difficoltà e prostrata dal prolungarsi della Guerra del Peloponneso, riconosce implicitamente la Macedonia come stato, ma al solo fine di impedirle di espandersi o di nuocerle. Privando in questo modo Archelao dell’unico elemento in grado di tenere unito il proprio dominio: la politica di espansione. Risultato: sotto il regno di Archelao, la Macedonia non cresce territorialmente, non si espande, ridiventa irrequieta e potenzialmente debole. Intorno al 400, al termine del proprio regno, il re sembra svegliarsi dal torpore, accenna a  riprendere la politica espansionistica. Ma quando impugna la spada contro i Tessali, si becca immediatamente l’appellativo di “barbaro” da parte degli Ateniesi e subisce l’occupazione di una fortezza di confine da parte degli Spartani.  Decisamente, avrà constatato il re con amarezza, la Macedonia ad alto tasso di ellenizzazione  è tollerata solo quando se ne sta buona e non pesta i piedi a qualcuno.
Ma è tardi per cercare di rimediare. Archelao muore assassinato alla fine del 400 o nell’anno successivo  e i nodi, tutti i nodi, vengono di colpo al pettine. La Macedonia  è irrequieta e frammentata; il malcontento è diffuso; i nobili mordono il freno; i principati delle Terre Alte sono in subbuglio; l’esercito è debole; la successione al trono è un succedersi di assassinii;  i vicini alzano la cresta e i re devono fare concessioni territoriali  per tenerli calmi . Come se non bastasse, sotto il regno di Aminta III,  i Calcidesi, sempre più arroganti e sfrontati,  arrivano a minacciare la stessa capitale del regno, Pella. Fra mille difficoltà e guerre dall’esito incerto ( contro i Tessali, ad esempio), ritorna la politica dei due forni: oggi con Atene, domani con Sparta o Tebe e viceversa. Chi la mette in pratica – Perdicca III- giunge a un certo punto a conquistare Amfipoli e a suscitare nuovi entusiasmi nel suo popolo.
E, tuttavia, la sua è , a ben vedere, una politica dal fiato corto, un ritorno al passato senza le condizioni del passato, una visione tattica limitata, non una strategia di ampio respiro. E così, quando Perdicca III muore,  la situazione ritorna al punto di partenza. La Macedonia ha bisogno di ristrutturarsi, di cambiare marcia. La politica dei due forni non può reggere all’infinito; non si può stare perennemente sulla difensiva; non si può rinunciare alla politica espansionistica, senza pagare dazio all’interno e all’esterno; servono riforme e idee nuove per mettersi in movimento. Ma per andare dove? Per realizzare che cosa? Per realizzare una politica di dominio puro e semplice o , piuttosto, per dare vita a una politica di espansione basata, seppure da una posizione di forza, sulla conciliazione di interessi diversi? La prima è una politica perdente, la seconda  è la strada da percorrere. Ma per percorrerla ci vuole un trascinatore di uomini.
Ci vuole Filippo figlio di Aminta: Filippo II.

Verso l’Ellade

Lasciata Tebe e tornato in patria per fare da tutore al re bambino Aminta IV, Filippo si trova alle prese con un mucchio di problemi. I Peoni e gli Illiri hanno ripreso le scorrerie; i principi delle Terre Alte, soggiogati da Perdicca, hanno rialzato la testa; i Calcidesi sono irrequieti e costituiscono una seria minaccia; nella corsa al trono,  i Traci sostengono un loro candidato, Pausania,  e gli Ateniesi sponsorizzano il fratello di Pausania, Argeo;  l’intera Macedonia sembra sul punto di collassare.
Filippo agisce rapidamente e con abilità. Compra i Peoni, fa capire ai Traci che una Macedonia debole significa un’Atene forte e un’Atene forte significa una Tracia  debole; ritira la guarnigione da Amfipoli , restituendo la città agli Ateniesi e stipulando con loro un trattato; contrae matrimoni ” politici”. Si copre le spalle, insomma . E, con le spalle coperte, riduce prima all’obbedienza i principi dell’Alta Macedonia facendo loro perdere la voglia di ribellarsi, poi sbaraglia gli Illiri ricacciandoli per sempre oltre il Lago Licnitide.
In questa prima fase  i successi di Filippo sono soprattutto – matrimoni a parte-  successi ottenuti in punta di lancia. I soldati  macedoni sono professionisti; la falange  è un gigantesco istrice dal quale spuntano i mortiferi aculei delle sarisse, lance lunghe fino a sei metri; un’ala – la sinistra- attacca mentre il centro e l’ala destra bloccano lo schieramento avversario;  la cavalleria pesante agisce da martello, prendendo alle spalle il nemico e spingendolo a infilzarsi sull’incudine formato dalle picche dei pezeteri. E’ una rivoluzione per i tempi, resa possibile dalla lezione di Tebe.  E con questo esercito da lui stesso organizzato, grazie alla macchine d’assedio progettate dai suoi genieri , Filippo prima si prende Amfipoli in barba agli accordi o alle clausole segrete – vere o presunte-  con Atene,  poi Pidna.
Dopo questi successi, molte città greche delle regioni limitrofe chiedono il suo intervento per risolvere  annose o più recenti controversie : Filippo muove il proprio esercito, sistema le questioni  e poi ritorna da dove è venuto.  Perché quell’intervento gratuito? Perché non sottomette le città che ha aiutato? E perché, una volta avutane ragione in battaglia,  non si sbarazza dei  riottosi nobili della Lincestide e dell’Orestide, ma li chiama a corte? Filippo ha capito- o, comunque, intuito-   questo: il dominio senza il consenso ha i piedi d’argilla e, alla lunga, non paga. Detto in altri termini: annettere non è sinonimo di sottomettere . Sarà, questo, uno dei tratti più significativi della sua politica?
Dopo Amfipoli, Filippo non calca la mano. Non è ancora il momento di uscire dai confini e  di tentare di imporsi sulla Grecia, anche se Atene e Sparta- e il re macedone lo sa bene-  hanno perso prestigio e importanza. L’imperialismo della prima, espresso dalla Lega Delio-Attica, ha prodotto malumori, ribellioni e una guerra( quella del Peloponneso) lunga e devastante; l’assolutismo della seconda- uscita vincitrice dal conflitto- è stato mal digerito da molti; durante quegli anni bui, i Persiani hanno rialzato la cresta, pescando nel torbido e cercando di tenere divisi i Greci per controllarli meglio.
Il fallimento di Sparta e di Atene, la loro cronica incapacità di rinnovarsi, hanno portato alla ribalta nuove realtà e nuove idee. La Beozia, ad esempio, egemonizzata da Tebe, la Focide custode dei luoghi sacri, la Tessaglia controllata dai tiranni di Fere, la stessa Macedonia.  Sono tutte realtà capaci di andare oltre l’ideale democratico classico e la libertà da esso garantita senza per altro cadere nell’assolutismo aristocratico di stampo spartano. Gli abitanti di queste regioni, i cittadini di queste città si sentono sudditi  impegnati nella realizzazione di un progetto comune, non schiavi dipendenti dal capriccio altrui. E a questo progetto  sono disposti a  sacrificare parte delle proprie libertà individuali.  Filippo sembra esserne consapevole, ma, per il momento, preferisce aspettare e mantenersi prudente.
Anche perché la presa di Amfipoli ha aperto un altro problema: quello dei coloni di Crenide. Provengono dall’isola di Taso ( Thassos) e cercano di sostituirsi agli Ateniesi nello sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo. Minacciati dai Traci, chiedono aiuto a Filippo. E  aiutare Crenide significa mettersi contro i Traci. Ma è proprio questo l’obiettivo di Filippo, deciso a consolidare i confini a oriente e , soprattutto, deciso a impadronirsi dell’oro del Pangeo. La coalizione antimacedone allestita in fretta e furia non regge. Gli Illiri e i Peoni vengono battuti ancora prima di potersi congiungere con i Traci; Atene che pure partecipa alla coalizione è al momento impegnata nella guerra sociale e non può fornire alcun aiuto; i confini vengono spostati al fiume Nesto e Crenide , ovviamente, passa di mano. E di nome: d’ora in avanti si chiamerà Filippi.
L’oro del Pangeo fa della Macedonia uno stato ricchissimo quando il resto della Grecia ha le casse statali desolatamente vuote; l’esercito macedone è una macchina da guerra perfetta; l’unità interna è compiuta; i confini sono in gran parte sicuri, i soldati  vedono  Filippo combattere in prima fila , dare e ricevere ferite e stravedono per lui.  Filippo viene proclamato re dall’assemblea degli uomini in armi: l’intera Macedonia ha trovato un capo e si stringe intorno a lui. Ne condivide il progetto. Filippo lo sa e quando, nel 336,  sua figlia Cleopatra andrà in sposa ad Alessandro re dell’Epiro, si presenterà in pubblico senza scorta. Solo i tiranni hanno bisogno di scorta armata, dirà. Sa che nessuno, in patria, lo considera tale.
Nel 354, poco dopo essere stato proclamato  re al posto di Aminta, Filippo conquista  l’ultima città controllata da Atene  in terra macedone – Metone- e , dal 354 al 352, gran parte della Tessaglia settentrionale.
Il momento di guardare a sud è finalmente arrivato.

Cheronea.

La terza guerra sacra( 356-346 a.c) gli fornisce il pretesto per intervenire[1]. Filippo scende in campo contro i “sacrileghi” Focesi e i loro alleati, fatica più del previsto, subisce due gravi sconfitte militari,  deve tornare in patria per reprimere la ribellione dei Calcidesi  e per dare il colpo di grazia ai Traci, ma alla fine riesce a imporsi.  Nell’ Anfizionia –cioè nella Lega Sacra- di Delfi dove viene ammesso dopo la vittoria sui Focesi , è lui, ora a contare di più. Come userà il proprio potere? Per Demostene non ci sono dubbi: per soddisfare la propria ambizione e per sottomettere l’intera Grecia. L’auspicio di Isocrate, dopo la fine della guerra sacra e la stipula di un importante accordo di pace con Atene( la cosiddetta “Pace di Filocrate”, 346), è un altro: possa Filippo guidarci contro i Persiani per farla finita una volta per tutte e per dare pace e prosperità alla Grecia. Per il primo, il re macedone è un tiranno liberticida, per il secondo – anche se in seguito cambierà idea- un dono degli dei.  Chi ha ragione?
Alcuni storici antichi e moderni insistono su questo particolare: Filippo  si preoccupò sempre di giustificare presso i Greci il proprio operato, ora presentandosi come ” vendicatore del santuario e di Apollo”( Guerra Sacra), ora come garante della giustizia ( distruzione di Olinto e delle città della Calcidica).  Perché lo scrivono? I più lo fanno  per sottolineare l’astuzia politica del re, per metterne in risalto la capacità di convincere  raccontando frottole; per altri si tratta di puro tatticismo: tenere buoni i Greci per chiudere la partita ancora in corso coi Focesi e  dare addosso ai Traci. E sarà anche così. Ma  chi viene per conquistare e per sottomettere si preoccupa forse  di giustificare il proprio operato con qualcuno? Filippo, invece, lo fa. Doppio gioco? Tatticismo? E se invece, spiegando il proprio operato, Filippo volesse far capire  implicitamente di non voler essere il padrone della Grecia, ma di volerne essere la guida? Quella guida di cui ormai si sentiva l’esigenza, sia che si volesse attaccare la Persia, sia che si volesse costruire la pace comune? Per qualcuno, oggi come allora, si tratta di un’ipotesi plausibile.
Non per Demostene.  Ma  perché Demostene dà addosso a Filippo un giorno sì  e l’altro pure? Vede nella pace di Filocrate un favore fatto a Filippo? Ignora il cambiamento in atto? Non sente come anacronistica l’idea di un ritorno ai tempi  di Pericle e compagnia? Demostene non ignora alcunché: semplicemente non concepisce per la Grecia altra guida al di fuori di Atene, massima espressione degli ideali di libertà e di democrazia .  Solo Atene, dunque, è degna di guidare la Grecia, non certo un “barbaro” come il re macedone. E, così, per riuscire più convincente, agita davanti ai propri concittadini e alla Grecia tutta lo spettro della tirannide perpetua.
E Filippo come vede Demostene? In altri termini, qual è il suo atteggiamento nei confronti della civiltà greca? L’impressione è che il re non ne sia indifferente e che desideri  comprenderla . Per qual altro motivo invita Aristotele a Pella  come precettore del giovane principe Alessandro? Per farsi propaganda? O perché immagina per – più che per la Macedonia-  e per la Grecia un futuro diverso? La civiltà greca non può , non deve morire nell’abbraccio macedone: i suoi princìpi devono piuttosto dare sostanza e significato a una fase politica nuova caratterizzata dalla stabilità. Forse  Filippo la vede  davvero in questo modo se cerca  di arrivare a un accordo con Atene, se inquadra fra le sue truppe soldati greci, se cerca di far capire ai Greci che il vero interlocutore è lui, in quanto re e non la Macedonia in quanto stato, se si serve di amministratori greci, se, al di là di accordi temporanei e “ tattici”, indica nei Persiani, sacrileghi  violatori di templi,  il nemico da combattere .
Ma per i contemporanei Filippo assomiglia al Filippo di Demostene, non ancora a quello del primo Isocrate, assomiglia al tiranno, non ancora al portatore di istanze nuove. Infiammata dall’oratore ateniese gran parte della Grecia si unisce in una coalizione anti-macedone. Sul campo di battaglia di Cheronea(338), ancora una volta, Filippo ha la meglio. E, ancora una volta, non calca la mano con Atene( con Tebe, invece, va giù di brutto). Riconsegna i prigionieri ateniesi senza pretendere riscatti, restituisce le salme dei caduti, riconosce il valore  dei suoi avversari, permette loro di mantenere la flotta. E , soprattutto, sancisce il suo nuovo ruolo fondando, l’anno dopo, la Lega di Corinto e ottenendo il riconoscimento della propria egemonia personale  sulla Grecia( Sparta esclusa), presentandosi come il “ comandante dei Greci”e il garante della pace comune. Quella pace comune che alla Grecia del tempo, divisa, frammentata, debole, poteva soltanto essere imposta dall’esterno.
E intanto,  avanguardia del grosso che verrà, diecimila soldati macedoni e greci, al comando dei generali Attalo e Parmenione,  mettono piede sul suolo persiano.
Non sarà Filippo a guidarli. Il giorno dopo il matrimonio di Cleopatra, mentre il re, come abbiamo visto, esce senza scorta per inaugurare i giochi  e partecipare ai festeggiamenti indetti in Aigai( oggi Vergìna) l’antica capitale macedone e città sacra,  un ufficiale della sua guardia del corpo, Pausania, lo pugnala a morte. Aristotele dà credito al  gesto di un amante umiliato; altri tirano in ballo una congiura ordita da Olimpiade, già moglie del re e madre di Alessandro; altri ancora incolpano i Persiani e i principi della Lincestide; altri infine la interpretano come una reazione all’idea che Filippo potesse essere divinizzato.  Un giallo in piena regola, insomma. Con un colpevole immediatamente giustiziato, ma a distanza di secoli, ancora senza un movente preciso.
Toccherà così al figlio di Filippo,  Alessandro, terzo nel nome e “Il Grande” per i posteri, reprimere la reazione greca e affrontare il leone persiano.

Epilogo.

La scoperta delle cosiddette tombe reali macedoni di Vergìna databili fra il 340 e il 300 a.c.  ha aggiunto mistero a mistero.  La tomba II è senz’altro la tomba di un re. Ma quale? Per l’archeologo greco Manolis Andronikos – lo scopritore-  è la tomba di Filippo II; per altri quella di Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno, morto nel 317 a.c.  Dice il primo,  fra le altre e molto scientifiche argomentazioni:  i resti recuperati evidenziano una brutta ferita all’arcata orbitale destra e Filippo aveva perso un occhio in combattimento o mentre stava verificando il funzionamento di una catapulta  durante l’assedio di Metone; nella tomba sono stati trovati due schinieri uno più corto dell’altro e Filippo, stando alle fonti antiche, zoppicava; sul fregio posto sopra l’ingresso è dipinta una scena di caccia in cui compaiono Filippo nell’atto di uccidere un leone e Alessandro, in disparte fra gli alberi e incoronato d’alloro; il corredo è ricchissimo e appartiene inequivocabilmente a un re guerriero e Filippo era un re guerriero al quadrato, mentre Arrideo – re solo di nome-  era malato e psicologicamente instabile e dunque indegno di una tomba simile.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, ci sono le controprove. La ferita all’arcata sopracciliare non presenta tracce evidenti di calcificazione. E poteva non calcificarsi una ferita ricevuta da Filippo diciotto anni prima della morte( assedio di Metone) ? Impossibile. Si tratterebbe, dunque, di una lesione provocata da una cremazione approssimativa. Gli schinieri asimmetrici? Il più corto è il sinistro e Filippo, stando alle fonti antiche,  zoppicava dalla gamba destra. E che dire degli altri schinieri trovati all’interno della tomba? Tutti perfettamente uguali. La scena di caccia? Fa pensare più a un avvenimento all’uso persiano – e quindi  introdotta in Grecia dopo le imprese di Alessandro Magno- che  a una scena genuinamente autoctona. Sembra più una scena di caccia all’interno di uno spazio chiuso destinato appositamente allo scopo( come era in uso fra i Persiani),  che a una scena in uno spazio aperto. E poi, c’erano leoni in Macedonia? E ancora:  Filippo III Arrideo era un re  tanto rammollito e incapace da non poter essere sepolto con un corredo di armi e armature? Chi afferma questo, dimentica la testimonianza degli storici antichi( e di Diodoro, in particolare), secondo i quali l’usurpatore Cassandro volle dedicare ad Arrideo un funerale con tutti gli onori.  E che dire infine della volta a botte della tomba? Richiama le costruzioni persiane e compare nell’architettura greca solo dopo le conquiste di  Alessandro.
Se c’erano leoni in Macedonia? Certo che c’erano, è la risposta. Erodoto e Senofonte che cosa scrivono in proposito? Scrivono: quando volevano andare a caccia di leoni, i Greci si recavano in Macedonia. La volta a botte? Dimenticate- è la replica- che ne è stata trovata una quasi identica e risalente al periodo precedente quello diFilippo II? E si potrebbe andare avanti  ancora per un bel po’. Fino a identificare quei resti, come ha fatto qualcuno,  con quelli di Alessandro Magno.
Ma se davvero in quella tomba è  sepolto Filippo II, re dai molti volti e dalle molte mogli ( sette, senza contare le amanti) , valoroso soldato e accorto diplomatico, politico conservatore e sovrano innovatore, uomo dai sogni impossibili e dalle  idee grandiose,  generale determinato e deciso, allora nel buio di quella tomba splende davvero il sole di Vergìna.

Da leggere:

Pierre Briant, Alessandro Magno: dalla Grecia all’Oriente, Electa/Gallimard, 1992
Robin Lane Fox, Alessandro Magno, Einaudi, 2004
Nicolas Guild. Il Macedone, Rizzoli, 1993
Valerio Massimo Manfredi, Alèxandros, il figlio del sogno, Mondadori, 2002
Arnaldo Momigliano, Filippo il Macedone, Guerini e Associati, 1987
Giuseppe Squillace, Filippo il Macedone, Laterza, 2009

Nell’antichità, scrissero di Filippo  o della Macedonia, gli storici Erodoto, Tucidide, Giustino, Arriano , Diodoro Siculo.

Se ti va,  su questo sito puoi leggere anche:

I giorni della terra e dell’acqua Maratona 490 a.c.: un pugno di opliti scalzi contro l’esercito più potente del mondo di allora).
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La lepre e la giumenta. Alla vigilia delle Termopili, gli avvisi degli dei al Re dei re….
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Il muro di legno. La mattanza di Salamina, 480, a.c.
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La resa dei conti. Il più grande esercito greco dai tempi della guerra di Troia e trecentomila persiani si affrontano nella pianura davanti a  Platea, in Beozia.
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Per qualche dàrico in più. 401 a.c: comincia la ” discesa” verso il mare di diecimila opliti greci pagati un dàrico e mezzo al mese…
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Appendice.

Filippo alla conquista della Grecia: gli avvenimenti in breve.

359 a.c. Filippo è nominato reggente di Macedonia in nome del legittimo re, Aminta IV. Ha ventuno anni.
358 . Filippo affronta gli Illiri ( il luogo non è noto, forse nei dintorni dell’attuale Monastir) e li sconfigge. Gli Illiri lasciano sul campo più di 7.000 uomini. I confini occidentali sono resi sicuri e gli irrequieti principati dell’Alta Macedonia, fra i quali la Lincestide, terra di origine della madre di Filippo,  ridotti all’obbedienza.
357. Filippo sposa Olimpiade ( Olimpias) principessa epirota. E’ il suo terzo matrimonio. In precedenza aveva sposato, per ragioni “politiche”, la principessa illirica Audata e, dopo di lei, la macedone Fila, principessa della regione dell’Elimea. Anche quello con Olimpiade è un matrimonio “politico”: l’ Epiro diventa una regione gravitante nell’orbita macedone.
357. Filippo rompe il trattato con Atene e attacca la città di Amfipoli. Da un lato, vuole uno  sbocco al mare per dare fiato al commercio e, dall’altro,  l’accesso alle miniere d’oro del Pangeo.
356. Filippo conquista la città di Crenide, porta del Pangeo, vicina all’odierna Drama. La città assume il nuovo nome di Filippi. I confini con la Tracia vengono spostati al fiume Nesto ( oggi Mesta).
356. Nasce Alessandro, il futuro Alessandro Magno. Filippo viene proclamato re dall’assemblea degli uomini in armi.
356. Nella Penisola Calcidica, i Macedoni conquistano la città di Potidea, legata ad Atene. Mentre gli Ateniesi si preparano a contrattaccare, Filippo conquista   Pidna, da lungo tempo  base navale ateniese. Tutti i cittadini non macedoni vengono espulsi, la città viene rasa al suolo e rifondata come città macedone. Approfittando dello scoppio della terza Guerra Sacra, Filippo entra in armi  in Tessaglia.
354. Viene conquistata anche la città greca di Metone.
352. Filippo controlla saldamente tutta la parte settentrionale della Tessaglia. Dopo aver sconfitto i Focesi ai Campi di Croco, il suo esercito si spinge verso sud, ma, giunto al Passo delle Termopili, vi trova attestato un forte contingente greco formato da Ateniesi, Spartani e abitanti dell’Acaia. I Macedoni si ritirano.
351. L’oratore greco Demostene, fiero avversario di Filippo in cui vede una minaccia per la libertà della Grecia, compone la sua prima orazione – la prima delle  cosiddette “ Filippiche” –  contro il re macedone.
348. Filippo, tornato in Macedonia, rivolge la propria attenzione alle città della Penisola Calcidica. Conquista Olinto e altre 31 città. Sia Olinto sia le altre città vengono rase al suolo e gli abitanti non macedoni ridotti in schiavitù. L’intera Penisola Calcidica è annessa alla Macedonia.
346. Viene stipulato un trattato di pace fra Filippo e Atene( pace di Filocrate).
345. Spedizioni di Filippo contro Illiri e  Traci , ribellatisi al dominio macedone.
344. Seconda “Filippica” di Demostene.
344. Spedizione contro i Tessali, ribellatisi a Filippo.
341. Terza Filippica.
339. Campagna decisiva contro i Traci. La regione viene conquistata quasi per intero. Solo le città greche di Bisanzio e di  Perinto resistono. Pur di fermare Filippo, i Greci per quanto possa sembrare paradossale, chiedono aiuto ai loro tradizionali nemici, i Persiani.
339. Scontro con gli Sciti  nelle vicinanze del Danubio. Filippo li sconfigge, ma mentre sta tornando in Macedonia, viene attaccato dai Traci Triballi e ferito gravemente a una gamba. Gran parte del bottino di guerra tolto  agli Sciti  cade nelle mani dei Triballi.
338, 2 agosto. A Cheronea, nella Grecia Centrale, l’esercito macedone, inferiore di numero, sconfigge l’esercito della coalizione greca. Nel corso della battaglia, si distingue il giovane figlio  del re,  il diciottenne Alessandro.
337. Sotto l’egida macedone, prende vita la Lega di Corinto . Filippo dichiara di voler essere “ Il comandante dei Greci”. E’ sincero?  Intanto, prepara piani per attaccare l’impero persiano.
337. Filippo sposa Cleopatra, giovane nobile macedone. Il re è al suo settimo matrimonio.
336. Filippo II è assassinato nel teatro di Aigai ( o Ege, oggi Vergìna) da una sua guardia del corpo, Pausania.

La Grecia alla morte di Filippo II di Macedonia(336 a.c.). Fonte: http://www.historyofmacedonia.org/ancientmacedonia/philipofma cedon.html

Qualche nome.

Alessandro I detto Filelleno ( “amico degli Elleni”), re dal 498  al 450 a.c.
Aminta III, re macedone dal 392  al 369 a.c
Archelao, re macedone dal  413 al 399.
Cassandro, re di Macedonia dal 302 al 297 a.c, dopo aver usurpato il trono. Si deve a lui la fondazione dell’odierna Salonicco, Thessaloniki, dal nome della moglie, sorellastra di Alessandro Magno.
Demostene( 384-322 a.c), oratore ateniese, fiero nemico di Filippo.
Filippo II, re di Macedonia dal 359 al 336.
Filippo III Arrideo, re di Macedonia dal 323  al 317 a.c. Proclamato re alla morte di Alessandro Magno,  malato,  affetto da turbe mentali,  inadatto al trono, regnò di nome, ma non di fatto. Fu fatto assassinare dalla madre di Alessandro, Olimpiade.
Isocrate ( 436-338 a.c.), retore ateniese autore del Discorso a Filippo.
Leuttra: cittadina della Beozia dove nel 371 a.c. i Tebani  guidati da Pelopida e Epaminonda sconfissero in battaglia gli Spartani, dando inizio all’egemonia tebana sulla Grecia. In quell’ occasione, la falange tebana assunse uno schieramento non convenzionale disponendosi lungo una linea obliqua,  con l’ala sinistra molto più forte rispetto al centro e all’ala destra.
Perdicca III, re di Macedonia dal 365 al 359 a.c.

Come arrivare a Vergìna in autobus  da Salonicco.

autobusRaggiungere Vergìna( in greco Βεργίνα ) dal centro di Salonicco non è complicato. Se noleggiate un’auto, tuttavia, ricordatevi che il traffico in città è , a tratti, intollerabile. E’ molto meglio, secondo me, raggiungere Vergìna in autobus: nessun problema di traffico, nessun rischio di sbagliare strada, nessuna possibilità di causare un incidente individuale o di esserne vittime. Si sale a bordo, ci si siede e si va. Gli autobus greci sono sempre puntuali.

1. Dal centro di Salonicco alla stazione della KTEL.

Il punto di partenza è la stazione KTEL( vale a dire la stazione degli autobus extraurbani) di via Giannitzòn, situata a circa quattro chilometri dal centro della città. Per arrivarci, raggiungete anzitutto la  via principale di Salonicco, l’Odòs Egnatia ( l’antica Via Egnazia che portava da Brindisi a Bisanzio), salite poi sull’autobus urbano numero 8 , direzione KTEL( la “L” in greco è rappresentata graficamente da una “V” rovesciata, ΚΤΕΛ) e scendete al capolinea, situato davanti  alla stazione degli autobus( la corsa dura circa una ventina di minuti e costa 0,80 centesimi di euro, maggio 2012).

2. Dalla stazione Ktel a Vergìna.

Entrate nella stazione degli autobus extraurbani e recatevi alla biglietteria dell’ Imathia( in greco Ημαθία). Qui acquistate un biglietto andata e ritorno per Veria ( in greco Βέροια). Gli autobus per Veria partono all’incirca ogni mezzora a partire dalle 6 del mattino. Il mio consiglio è quello di prendere l’autobus espresso ( cioè diretto, contrassegnato da una “T” sugli orari greci) delle 10,15. Il viaggio dura circa un’ora e, una volta a Veria, alle 11,15 si prende la coincidenza per Vergìna. I biglietti per quest’ultima località possono essere acquistati tanto in stazione a Veria, quanto sull’autobus. Il biglietto di andata e ritorno per Veria costa circa 13 euro e quello di andata per Vergìna 1,70. Il viaggio da Veria a Vergìna dura circa una ventina di minuti e la fermata è situata nelle immediate vicinanze del museo.

La visita al sito archeologico dura circa un’ora e mezza. Il palazzo e il teatro sono chiusi e in restauro, sicché si visitano solo le tombe macedoni – compresa quella del re Filippo II- attorno alle quali è stato costruito il museo. All’interno ci si muove in un’atmosfera molto suggestiva, dove il buio domina sulla luce, quasi a voler rappresentare il mondo dell’oltretomba.

3. Il ritorno: Da Vergìna a Veria.

Terminata la visita, potete, se volete,  prendere l’autobus delle 14 che da Vergìna porta a Veria( il biglietto si acquista a bordo) oppure mangiare qualcosa e tornare a Veria con la corsa delle 14,52( attenzione, perché la corsa successiva dopo quella delle 14,52,  parte alle 17,45 da Alessandria- in greco Αλεξάνδρεια –  e arriva a Vergina intorno alle 18,30). La fermata dell’autobus si trova esattamente sul lato opposto della strada dove siete stati lasciati all’andata. La fermata non è segnalata da tabelle o altro. La riconoscerete facilmente, tuttavia, non solo perché come ho detto, si trova esattamente sull’altro lato della strada dove siete stati lasciati all’andata, ma anche per la presenza di un’impalcatura metallica di colore amaranto.

4. Il ritorno: da Veria a Salonicco.

Da Veria, gli autobus espresso per Salonicco partono ogni ora: 14,45, 15,45, 16,45 e così via. Se siete già in possesso del biglietto di ritorno, recatevi alla stazione posta di fronte alla stazione dove siete arrivati. Qui presentate il biglietto del ritorno: l’impiegata segnerà sul biglietto l’orario della corsa e vi assegnerà i posti a sedere. Una volta arrivati a Salonicco, potete ritornare in centro, in una ventina di minuti, sia con l’autobus n. 8. sia con l’autobus n. 31 ( fermata Colombou).

Su questo sito potete consultare gli orari degli autobus della Ktel: http://www.ktelmacedonia.gr/en/content/show/tid=124

e qui quelli per Vergìna:http://www.veriorama.com/ktel_route.php?id=343&category=category

Immagini riportate nel post.

Le immagini riportate in questo post sono, nell’ordine: la stella di Vergìna, simbolo della monarchia macedone; Il ratto di Proserpina, che adornava una parete della tomba I a Vergìna; una moneta d’oro con l’effigie di Filippo II( è raffigurato il lato sinistro del volto del re, in quanto il destro era deturpato da una brutta ferita ricevuta in combattimento); la falange macedone; la corona d’oro con foglie di quercia- l’albero sacro a Zeus-  e ghiande trovata nella tomba II( esposta al Museo di Salonicco); il ” larnax” dorato sormontato dalla stella argeade contenente i resti  di Filippo II ( o di Filippo III Arrideo, a seconda delle versioni).

Note.

[1]Nel 356 i componenti della Lega Sacra- o  Anfizionia-  di Delfi, sobillati dai Tebani,  accusarono i Focesi di aver coltivato illegalmente la pianura   di Cirra, posta sotto il santuario di Apollo e, quindi, inviolabile .  Per tutta risposta, i Focesi , sanzionati con una pesante multa, occuparono il  santuario di Delfi e si impadronirono delle ricchezze in esso contenute.  I Tebani colsero la palla al balzo: alleati con i Tessali, i Beoti e gli abitanti della Locride,   dichiararono guerra ai Focesi, accusandoli di sacrilegio. Dal canto loro Sparta e Atene, desiderose di limitare l’ingerenza tebana, si schierarono con i ribelli.  La Macedonia non faceva parte dell’Anfizionia e, quindi,  era fuori dai giochi. Ma quando i Tessali, minacciati dal tiranno di Fere , Licofrone, chiesero aiuto a Filippo(354 a.c), la Macedonia entrò nella partita, dando al sovrano argeade, vincitore dopo alterne vicende fatte di  sconfitte e di vittorie, di interruzioni  e di riprese delle ostilità  , l’occasione per presentarsi ai Greci come il vendicatore del santuario e di Apollo. La guerra, lunga e difficile, terminò nel 346.

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