Un “ordinario generale romano”

Cavalieri Parti

Prologo

Dall’alto di una duna, un uomo scruta l’ampia distesa di sabbia davanti a sé. È riccamente vestito, ha il volto imbellettato, i lunghi capelli divisi da una scriminatura. Ha l’aspetto di un cortigiano d’alto rango, ma è un comandante militare: ha il compito di opporsi alle legioni romane in avvicinamento lungo la bassura.
Dietro di lui si stendono lunghe file di cavalieri armati di lancia. Le scaglie della loro corazza hanno la forma di “ piume d’uccello”. Le corazze e le lance sono avvolte in pelli e coperte. Poco più indietro, migliaia di arcieri aspettano sotto il sole  l’ordine di muoversi. Sono Parti Arsacidi, signori della Mesopotamia.
Non lontano dalla linea delle armi, centinaia di cammelli sostano immobili sotto il peso delle some. Non trasportano profumi o vivande, vesti preziose o vasellame d’oro: trasportano migliaia  e migliaia di micidiali frecce dalle punte uncinate.

Due uomini speciali.

Il comandante dei Parti appartiene a un’antica e nobile famiglia, quella dei Surena (Suren). Il suo nome è Rostam Surena-Pahlavi. Stando a Plutarco, è un uomo fuori dal comune . È giovane,  è bello, è ricco, è potente, gode di enormi privilegi alla corte del re Orode.  Ha terre ovunque, migliaia di servi, oro, donne. Dispone di un esercito personale di diecimila uomini a cavallo. Quando si sposta, duecento carri trasportano le sue concubine e mille cammelli i rifornimenti per le sue truppe e il suo seguito.
Anche il comandante romano appartiene a un’antica famiglia. Si chiama Marco Licinio Crasso. Come Surena, è ricco sfondato. Si è fatto i soldi con la speculazione edilizia, con le miniere di argento, con le proprietà terriere, con le confische seguite alle proscrizioni sillane. A Roma è una vera e propria potenza: tutti gli chiedono qualcosa, tutti gli devono qualcosa. Quando il suo nome spunta nell’ “affaire” Catilina , nessuno vuole rogne e la cosa muore lì. Persino gli avversari politici gli girano alla larga: quello- dicono -è un bue col fieno sulle corna.[1]
È popolare, adulato, eloquente, fortunato. È avaro, ma, paradossalmente, odia gli avari; rischiando grosso, non esita a entrare in confidenza con una vergine vestale  proprietaria di una splendida villa su cui ha messo gli occhi. Ha centinaia di maestranze alla proprie dipendenze: muratori, architetti, carpentieri. Hanno il compito di dirgli quali abitazioni acquistare – per un tozzo di pane- nei quartieri di Roma colpiti dagli incendi. Non è spocchioso e quasi irritante come Pompeo, non agisce come se disdegnasse i comuni mortali, ma, al contrario, si fa vedere in giro, ha una parola per tutti, non ostenta il lusso, è temperato.  Offre sacrifici agli dei e grano alla plebe.  Ha folle di clienti; agli amici presta soldi  a interessi zero, ma non transige sulle scadenze. Ama ripetere. “ Non è abbastanza ricco chi non può permettersi di mantenere un esercito con la rendita di un anno.” E lui, ovviamente, può permetterselo.

Sir Laurence Olivier ( qui con l'attore Kirk Douglas) interpreta Crasso nel film Spartacus di Stanley Kubrick, 1960

Sir Laurence Olivier ( qui con l’attore Kirk Douglas) interpreta Crasso nel film Spartacus di Stanley Kubrick, 1960

Ha tutto. Eppure, sotto sotto, gli manca qualcosa: la gloria in battaglia. E’ vero: anni addietro è stato l’artefice della vittoria di Silla a Porta Collina, ribaltando le sorti dello scontro[2], ma pochi ormai lo ricordano. Ha domato la rivolta di Spartaco( uno schiavo-gladiatore, pericoloso come un serpente, ma non propriamente un re o un principe) ma tutto il merito – con annesso trionfo- se l’è preso Pompeo. E che dire di Giulio Cesare? In Gallia non fa che mietere successi; a Roma il suo prestigio e la sua popolarità sono alle stelle. Quello squattrinato cronico, quel giovanotto rampante al quale lui, Crasso in persona, tempo prima aveva garantito per i suoi debiti consentendogli di partire come propretore per la Spagna è l’uomo del momento. Né  serve ironizzare su quanto sia “ grande” Pompeo[3]: solo una vittoria clamorosa in battaglia può dargli fama e prestigio e colmare la distanza  che lo separa dai suoi due colleghi. Saprà cogliere l’occasione quando e se  si  presenterà?
Se l’occasione non si presenta, va creata. E creare un’occasione non è poi così difficile. In fondo sono loro tre – lui, Cesare e Pompeo – a comandare. In barba alle leggi, alle consuetudini repubblicane, al Senato, a Cicerone e a Catone. Con un accordo privato( passato alla storia come “ Primo Triumvirato”) si sono spartiti il potere: fanno e disfano, occupano cariche, muovono soldi, si scambiano favori. E in questo giro del dare e dell’avere, a Crasso tocca, nel 55, il governo della Siria, la sua occasione.
Ha sessant’anni suonati e, stando all’annotazione maligna di Plutarco, ne dimostra anche qualcuno in più. Vista l’età, non può né deve lasciarsela sfuggire.

Questa spedizione non s’ha da fare.

La provincia romana della Siria confina con il regno dei Parti. Padroni della Mesopotamia, cavalieri abilissimi e arcieri formidabili, i Parti guardano a oriente, controllano la “ via della seta”, commerciano con la Cina e, almeno per il momento, non sono in guerra con Roma. Anzi, con i buoni uffici dell’onnipresente Pompeo Magno hanno da poco sottoscritto un trattato circa la controversa questione dei confini.  Così, quando le intenzioni di Crasso di portare la guerra ai Parti diventano chiare, a Roma c’è chi vuole impedirglielo. Caio Ateio Capitone, uno dei sacri e inviolabili tribuni della plebe, alza la voce, insiste sull’inopportunità di un’operazione militare a oriente. Dice:  i Parti non hanno fatto alcun torto a Roma, il mandato conferito a Crasso non parla di portare loro guerra: perché attaccarli, allora? [4]
La protesta sale; c’è folla nelle strade; Crasso se la vede brutta, teme di dover rinunciare al suo sogno di raggiungere, dopo aver sconfitto i Parti,  la Battriana[5] , l’India e “l’oceano che cinge la terra”. Ma il giorno stabilito per la partenza, basta la sola presenza del “Magno” Pompeo al suo fianco per fare sbollire i furori della plebe. Crasso può così lasciare Roma e  raggiungere Brindisi. Incalzato, però, dalle potenti maledizioni di Ateio.
I cui primi effetti non tardano a manifestarsi. A Brindisi c’è mare grosso e tempo infame. Crasso salpa ugualmente e, prima di raggiungere Durazzo in Illiria, perde numerose navi con i relativi uomini imbarcati . Poi le cose vanno meglio. Raggiunta la Siria, l’esercito attraversa in armi l’Eufrate e, dopo aver sconfitto il satrapo Silace a Ichne, ottiene il controllo di numerose città. Quasi sempre senza colpo ferire. Le città mesopotamiche, infatti, aprono spontaneamente le loro porte ai conquistatori romani.
Qualcuna di esse, a dire il vero, cerca di resistere. A Zenodotia, per esempio, vengono uccisi, in un’imboscata un centinaio di soldati romani. Crasso reagisce immediatamente: conquista la città, ne incamera le ricchezze e ne fa vendere gli abitanti come schiavi. Dopo Zenodotia, Crasso viene acclamato imperator dai suoi soldati, viene cioè celebrato come il comandante artefice di una vittoria decisiva.  Per mettere il vincitore di Zenodotia sullo stesso piano di quello di Zama ci vuole un bel coraggio[6]. O un’overdose di fiducia.

Legioni e “dragoni”.

A dire il vero, la fiducia non è del tutto ingiustificata. Crasso può contare su sette legioni, quattromila ausiliari e altrettanti cavalieri, più di quarantamila uomini. Non saranno tutti fulmini di guerra( il numero delle reclute è molto alto), ma sono bene armati, bene equipaggiati, ottimamente comandati. Gli ufficiali di Crasso, ad esempio, hanno esperienza, determinazione, coraggio. Dalla Gallia con un migliaio di cavalieri al seguito sta per arrivare Publio Licinio Crasso, figlio del comandante, giovane di belle speranze e dalle molte qualità, caro tanto a Cicerone quanto a Cesare. E che dire del questore Cassio Longino? Sa quando bisogna essere prudenti e quando bisogna osare. Conosce bene il mestiere. Come lo conoscono Ottavio, Vargunteio e decine di ufficiali subalterni. Il difetto è semmai nella poca cavalleria al seguito. Ma da sempre le legioni basano la propria forza sulla fanteria, sulla manovra a ranghi compatti, sullo scontro ravvicinato. Ma anche Surena lo sa. E si è preparato di conseguenza.

Statua di un alto dignitario arsacide, forse lo stesso Surena.

Statua di un alto dignitario arsacide, forse lo stesso Surena.

Ha diecimila uomini ai suoi ordini, inquadrati in dieci reggimenti chiamati “ dragoni.”[7] I suoi nobili formano il “dragone” dei catafratti. Sono cavalieri corazzati armati di lancia e montati su possenti cavalli da battaglia. Poi ci sono gli arcieri. Cavalcano i veloci e resistenti pony della steppa, maneggiano un arco ricurvo , scagliano frecce in grado di trapassare le corazze e gli scudi dei legionari. Sono veloci come il vento, instancabili, micidiali. Ma hanno un limite: una volta esaurite le frecce a loro disposizione diventano se non proprio inutili, sicuramente vulnerabili. E proprio per ovviare a questo limite, perché  gli arcieri non restino a secco,  Surena ha fatto caricare migliaia di frecce sui suoi cammelli.

Troppi errori.

Acclamato imperator, Crasso sospende la campagna e torna in Siria per far svernare l’esercito e per aspettare suo figlio in arrivo dalla Gallia.  Errore colossale, stando a Plutarco. Secondo soltanto all’aver voluto a tutti i costi imbarcarsi in quell’impresa. In Siria, nei quartieri d’inverno, i legionari non si addestrano, non svolgono manovre, si infiacchiscono. Il nemico, al contrario, ne approfitta per riorganizzarsi. Crasso sembra solo preoccupato di arraffare soldi. Si fa consegnare il tesoro dei templi; impone arruolamenti forzati a città e tiranni, ma esenta dall’obbligo chi gli dà denaro in cambio. O almeno così ce la racconta Plutarco.
Andò davvero in questo modo? Davvero Crasso tenne i legionari inattivi? Davvero non si preoccupò di curarne l’addestramento? Difficile crederlo. E, infatti, fra gli storici moderni c’è chi non lo crede. Sia come sia, per Plutarco una cosa comunque è certa: Crasso godeva di scarso favore in alto loco. Un esempio? Esce dal tempio dedicato a non so quale divinità e scivola malamente, rovinando sul figlio, caduto davanti a lui e prima di lui.
Brutto , bruttissimo presagio. Colpa delle maledizioni di Ateio?

Passato l’inverno, si ricomincia. Arrivano ambasciatori di Orode. Sono bene informati. Dicono: siete qui a combattere in nome del popolo romano? Se è così, ci batteremo con tutte le nostre forze. Ma se siete qui a combattere una guerra privata, non autorizzata dal senato, le cose cambiano. Per riguardo all’età del vostro comandante, non infieriremo. Di più: vi lasceremo andare sani e salvi. Che ve ne pare? Crasso, allora, gioca a fare il Pompeo: “Vi risponderò, ma non adesso. Avrete la mia risposta a Seleucia.”
“Proconsole” , ironizza allora il capo delegazione mostrando a Crasso il palmo della mano, “tu arriverai a Seleucia quando su questo palmo spunteranno i peli.” Crasso incassa senza battere ciglio.
Intanto alcuni dei suoi lasciati a presidiare le città conquistate l’anno precedente gli riferiscono di massicci movimenti di cavalleria, di scontri sanguinosi, di nemici velocissimi e imprendibili, di frecce in grado di trapassare corazze e scudi. I Parti sono passati all’offensiva, attaccano le guarnigioni romane e si stanno riprendendo gran parte delle città e dei territori perduti nel 54.
Fra i legionari sale l’apprensione. Solo l’arrivo del re d’Armenia Artavasde (Artawazd) contribuisce a rialzare un po’ il morale: promette soldati ( diecimila catafratti e trentamila fanti) e non lesina consigli a Crasso. Uno su tutti: séguimi in Armenia e attacca da nord. Su un terreno sconnesso e accidentato, i Parti si muovono a fatica, la loro cavalleria perde impeto. E inoltre avrai a disposizione viveri, acqua potabile, luoghi sicuri dove accamparti. Ma Crasso è deciso: grazie, ma niente da fare. Accetto i soldati, non il consiglio.
È il suo secondo errore da quando ha messo piede in Siria. Un errore gravissimo.

Cattivi presagi.

Marco Licinio Crasso. Parigi, Louvre.

Marco Licinio Crasso. Parigi, Louvre.

Anche gli dei cercano di farglielo capire. Quando l’esercito attraversa l’Eufrate a Zeugma, infatti, ne succedono di tutti i colori. Scoppiano violenti temporali, soffiano venti impetuosi, cadono fulmini sul luogo scelto per porre l’accampamento. Un cavallo da battaglia di Crasso, sontuosamente bardato, sparisce nei flutti insieme al suo palafreniere; la prima aquila d’argento sollevata dai legionari , come se fosse spinta da una mano invisibile, si gira al contrario; al momento del rancio vengono distribuite razioni a base di lenticchie e focacce d’orzo, considerate cibo per i defunti.
Come se non bastasse, Crasso rincara la dose. Dice: farò abbattere il ponte: nessuno tornerà da qui. Brivido lungo la schiena e scongiuri a tutto spiano fra i legionari. Intendeva dire: torneremo attraverso l’Armenia, ma si dimentica di precisarlo. Quando poi compie il sacrificio rituale, si lascia sfuggire di mano le viscere della vittima. Colpa della vecchiaia, ci scherza su. Ma i suoi non sono tranquilli. Per niente.

La marcia verso l’interno.

Non è tranquillo Cassio Longino, questore, ma, in pratica, il secondo in comando. Aspettiamo, dice. Fermiamoci e stiamo a vedere quali intenzioni abbiano i Parti, quanti siano, chi li comandi. Non vuoi aspettare? Hai fretta di iniziare la campagna? Hai fretta di raggiungere Seleucia? E va bene, avanziamo, anche se gli indovini ce lo sconsigliano. Ma non allontaniamoci dall’Eufrate. Seguiamone il corso: avremo acqua in abbondanza e potremo essere riforniti con le barche.
Anche questo è un ottimo consiglio, ma anch’esso non viene ascoltato.
Colpa di un certo Abgaro (Abgar Ariamnes) e, indirettamente, anche del re Artavasde. Abgaro è un capo arabo dalla parlantina sciolta e dal doppiogioco facile. È re dell’Osroene, gode di un certo credito, certificato dallo stesso Pompeo; passa per filoromano. Arriva all’accampamento, incensa Crasso, ne magnifica l’esercito e gli rimprovera l’eccessiva esitazione. Gli dice: con uomini come questi, indugiare è una colpa. I Parti sono in confusione, il re non si sa dove sia: attaccali e tua sarà la vittoria.
Per Plutarco è tutto un colossale imbroglio. Orode non è per niente confuso o chissà dove. È in Armenia con il grosso dell’esercito. Intende punire Artavasde per l’aiuto offerto ai Romani. Ma per farlo ha bisogno di tenere impegnato l’esercito di Crasso. Così ha mandato Surena e Silace a sud , perché stoppino Crasso e gli impediscano di congiungersi con il re armeno.
Appena può, Artavasde informa Crasso: Orode ha invaso l’Armenia. Tutti i miei uomini servono qui. Non posso mandarti i rinforzi promessi. E aggiunge: vieni a soccorrermi. Ma se non puoi o non vuoi, ricordati sempre di evitare i luoghi piani e aperti. Crasso la prende male, considera il re armeno una specie di fellone e di spergiuro, minaccia di fargliela pagare e , spinto forse dall’impulsività o dalla fretta, cade nel tranello di Abgaro: ordina di abbandonare l’Eufrate e di tagliare verso l’interno.
Un altro errore. Il terzo. Il più grave.
I legionari romani avanzano in luoghi piatti, sabbiosi, aridi, desolati. Soffrono la sete e gli scherni di Abgaro, hanno notizie confuse sul nemico. Crasso è impaziente, Cassio è preoccupato. Abgaro, al contrario, è più che soddisfatto: ha portato a termine la propria missione. Ora può andarsene ( fingendo di muovere contro il nemico) e lasciare il posto a Surena.

Nei piani di Orode, la partita principale si gioca in Armenia. Quella di Surena dovrebbe essere, come diremmo oggi, un’azione diversiva, di “ contenimento”. Ma il giovane e ambizioso comandante non ha alcuna voglia di fare da comprimario. Ha trascorso l’inverno raccogliendo informazioni; ha scambiato opinioni e pareri con chi ha affrontato i Romani sul campo di battaglia; sa come combattono; è convinto di conoscere i loro punti forti e i loro punti deboli.
Non ha fanteria con sé , ma solo soldati a cavallo. Il perché è facilmente intuibile: impegnare i Romani in uno scontro ravvicinato equivale a suicidarsi. Ma la mobilità, gli attacchi improvvisi e continui, la freccia e la lancia, possono metterli in grave difficoltà. E per tenere celato fino all’ultimo il proprio piano ha fatto coprire- come abbiamo visto- le armi e le corazze dei suoi catafratti con pelli e coperte perché non riflettano i raggi del sole. Visti da lontano, quei cavalieri corazzati possono essere scambiati facilmente per normali cavalieri.
Dal canto loro, i Romani procedono a un’andatura sostenuta, sembra abbiano fretta di giungere a contatto con i Parti. Ma sono anche affaticati, assetati e preoccupati. Non hanno informazioni circa il numero e la forza ( solo cavalleria? cavalleria e fanteria?)  del nemico. Il morale è basso. Anche gli dei sembrano guardare altrove. Una mattina, Crasso per sbaglio ha indossato-anche se per poco- un mantello nero in luogo della porpora; al momento di partire, un paio di insegne sono state divelte a fatica. Per i legionari si tratta di cattivi presagi, ma Crasso sembra non badarci.
Non può ignorare, però, i rapporti dei suoi esploratori. Ci hanno attaccato in forze, gli riferiscono alcuni di essi, molti di noi sono stati uccisi; i Parti in armi ci stanno venendo incontro. E sono tanti. Nell’udire queste notizie, prima ancora di aver visto il nemico, i legionari si perdono d’animo e Crasso va in confusione. Su indicazione di Cassio e per evitare possibili accerchiamenti, ordina ai suoi di schierarsi su un’unica, estesa linea e colloca la cavalleria alle ali. Ma poi cambia idea e dispone le legioni a quadrato, con dodici coorti[8] per ogni lato inframmezzate da reparti montati. Cassio e suo figlio Publio comandano le ali, egli stesso il centro. È il 6 giugno del 53 a.c.
Così schierati, raggiungono il fiume Balisso ( oggi Belik). Fa caldo, non c’è molta acqua, ma anche quella poca basta a dare refrigerio ai soldati assetati. Cassio consiglia di fermarsi e di passare lì la notte, ma Crasso ignora il consiglio: ai legionari viene ordinato di procedere a marce forzate e di consumare il rancio durante il cammino.

L’arco ricurvo.

Quando, la mattina del 9 giugno, avvistano i Parti nei pressi di Carre ( oggi Haran, in Turchia), i legionari si rianimano: il nemico sembra essere poco numeroso, non c’è fanteria. Poi un cupo, insistente, minaccioso, assordante rullare di tamburi riempie la pianura. Le armature e le armi “ di ferro margiano” [9]dei catafratti, non più celate da pelli e coperte, riflettono i raggi del sole e mandano bagliori sinistri.  Anche Surena, maestoso e regale, ha fatto la sua apparizione sul campo di battaglia. È uno spettacolo magnifico e terribile, reso ancor più terribile dall’ossessivo rullare dei tamburi.
La prima mossa è di Surena: i catafratti abbassano le lance e caricano frontalmente. I legionari serrano le file e erigono un muro di scudi. I cavalieri corazzati, allora, interrompono la carica, si ritirano e lasciano il posto agli arcieri a cavallo. Arrivano al galoppo da tutte le parti, tendono i loro potenti archi ricurvi, scagliano le loro micidiali frecce e non cessano di farlo neppure quando si allontanano. Tirano nel mucchio, non possono sbagliare. Schierati a quadrato, i Romani sono troppo fitti, troppo ammassati e costituiscono un bersaglio perfetto. Le perdite aumentano. Ma i legionari, stoicamente e valorosamente, resistono. Pensano: prima o poi le frecce finiranno. E quando saranno finite, potremo contrattaccare.
Ma le frecce sembrano non finire mai. Vuotata la faretra, gli arcieri cavalcano fino alle retrovie, situate a pochissima distanza dal fronte. Lì li aspettano i cammelli con il loro carico di frecce. Gli arcieri riempiono di nuovo la faretra e ritornano immediatamente a combattere.
È la mossa che cambia il volto alla battaglia. Crasso se ne rende conto. Per interrompere quel carosello micidiale, per evitare di finire accerchiato e per avere il tempo di riorganizzarsi, ordina al proprio figlio Publio di compiere una sortita in forze contro la cavalleria nemica. Il giovane raduna milletrecento cavalieri ( compresi i Galli inviati da Giulio Cesare), cinquecento arcieri e circa quattromila fanti e muove verso il nemico.

È un massacro. Attirati intenzionalmente dai Parti sempre più lontano dal grosso delle legioni, accecati dalle nuvole di polvere sollevate ad arte dai cavalieri nemici, circondati, isolati e ridotti in uno spazio sempre più ristretto, colpiti dalle frecce degli arcieri e dalle lance dei catafratti, i Romani cadono uno dopo l’altro fra atroci tormenti. I dardi uncinati dei Parti penetrano in profondità e non possono essere estratti senza lacerare la carne. I Galli si battono da leoni, prima di essere sopraffatti; Publio rifiuta di mettersi in salvo e si fa dare la morte da un proprio scudiero, imitato da altri ufficiali.
Crasso, frattanto, ha fatto avanzare le legioni nel tentativo di soccorrere il figlio. La vista della testa mozzata del giovane Publio conficcata su una lancia e gli scherni dei Parti all’indirizzo del padre abbattono il morale di legionari. Vincendo il suo indicibile dolore personale, Crasso cerca di risollevarne gli animi, con parole nobili ed elevate. “ Questo è un mio lutto personale, o Romani. Ma la grande gloria e il grande destino di Roma stanno in voi… Se avete un poco di pietà per me, privato del figlio più valoroso di tutti, dimostratemelo con la vostra ira contro i nemici. Cancellate la loro gioia, punite la loro crudeltà , non vi spaventate per l’accaduto se è vero che qualcosa si deve soffrire quando si aspira a grandi risultati” E conclude: “ Roma è arrivata a tale potere non in grazia della fortuna, ma perché i Romani hanno affrontato i pericoli con coraggio e ostinazione.” (26, 6,7,8)
Pochi lo ascoltano, quasi nessuno lo segue. Il grido di guerra dei legionari è una specie di vagito se confrontato con quello, alto e squillante, dei Parti; le frecce del nemico non danno scampo; il mortale carosello non si interrompe un momento; le sortite diventano missioni suicide. Al calar della notte, i Parti si ritirano: lasciano a Crasso il tempo di riflettere e di piangere la morte di Publio. Crasso è distrutto, non ha voglia di vedere nessuno; soffre per la morte del figlio e, forse, anche per aver sprecato l’occasione di eguagliare le imprese di Cesare e Pompeo.
È Cassio Longino, allora, a prendere in mano la situazione. Convoca i comandanti di reparto e ordina di lasciare il campo alla chetichella. I feriti più gravi vengono abbandonati. Non è una ritirata tranquilla. I legionari sono tesi, sempre sul chi vive, terrorizzati dall’idea di essere assaliti dal nemico. Procedono lentamente. Solo trecento cavalieri comandati da un certo Ignazio arrivano poco prima di mezzanotte in vista di Carre,  riferiscono a Caio Coponio, comandante della guarnigione, di una battaglia fra Crasso e i Parti e, senza aggiungere altri particolari, si allontanano.
Coponio intuisce che qualcosa non va, fa uscire i suoi in ordine di battaglia, raggiunge Crasso e i fuggitivi e li scorta all’interno della città. I Parti riprendono l’inseguimento all’alba. Massacrano i feriti abbandonati dai Romani la notte precedente; annientano quattro coorti al comando di Bergantino, concedendo però salva la vita a venti uomini, in segno di rispetto per il loro valore e si presentano davanti alle mura di Carre. Si dicono pronti a discutere una tregua o una armistizio, ma in realtà non hanno alcuna intenzione di farsi sfuggire la preda. Sanno di non essere in grado di condurre un assedio e cercano così di guadagnare tempo nella speranza di costringere Crasso a commettere un errore.
Che puntualmente si verifica. Quando decidono di abbandonare Carre, i Romani si affidano a un certo Andromaco e alle sue parole rassicuranti: i Parti non combattono di notte: seguitemi, filiamocela e ve la caverete. Ma Andromaco è fatto della stessa stoffa di Abgaro: porta i Romani lungo strade tortuose e  in luoghi inospitali, facendo loro perdere tempo prezioso. Cassio subodora l’inganno, ritorna a Carre e con cinquecento cavalieri ripara in Siria. Cinquemila uomini al comando di Ottavio raggiungono i monti prima di giorno e si mettono al sicuro. Crasso, invece, non ce la fa ed è costretto a fermarsi su una modesta altura ai piedi delle montagne a un paio di chilometri da Ottavio. Con lui , stando a Plutarco, ci sono quattro coorti di fanti, un manipolo di cavalieri e “ cinque littori”.
All’arrivo dei Parti, Ottavio agisce rapidamente: raduna attorno a sé alcuni uomini e scende in soccorso del proprio comandante, presto imitato da molti altri legionari. Obiettivo: resistere almeno fino al calare della notte e poi filarsela.
Ma gli inganni non sono finiti. Surena non vuole lasciarsi sfuggire la preda. Teme una resistenza più accanita del previsto; vuole evitare di prolungare lo scontro fino al calare delle tenebre; sa che con il favore dell’oscurità i Romani potrebbero svignarsela e sa anche che fra le montagne la sua cavalleria è come azzoppata. Tentando il tutto per tutto, si presenta, allora, davanti alla posizione occupata da Crasso, allenta la corda del proprio arco in segno di pace e si dichiara disposto a discutere un armistizio.
Per i legionari quelle parole sono musica pura. Rumoreggiano, urlano a Crasso di accettare la proposta di Surena, lo provocano sfidandolo a porsi alla loro testa se intenderà dare battaglia. Crasso invano cerca di convincerli: se scende la notte, per noi è fatta. Potremo raggiungere le montagne, dove la cavalleria nemica non potrà raggiungerci. Si tratta di resistere ancora per poco tempo e poi, finalmente, saremo salvi.
Tutto inutile. Crasso, allora, si rassegna ad accettare l’invito di Surena. Non prima di aver rivolto a Ottavio e a un altro ufficiale, il tribuno Petronio, nobili parole: se vi salverete, riferite a tutti che Crasso cadde perché ingannato dal nemico, non perché tradito dai propri concittadini.
Quando incontra Crasso, Surena è bravo a dissimulare: il re vuole la pace, dice. E continua: raggiungiamo il fiume e mettiamo gli accordi nero su bianco. Perché nero su bianco, mi chiedete? Semplice: perché voi Romani  avete l’abitudine di non ricordare molto i patti.
E a questo punto la situazione precipita. Crasso chiede il proprio cavallo per recarsi al luogo dell’incontro; Surena gliene offre uno riccamente bardato. Crasso viene posto in arcione, gli scudieri pungolano l’animale per accelerarne la corsa. Ottavio, Petronio e gli altri Romani, al contrario, fiutando o immaginando un pericolo, cercano di fermarlo, afferrandone le briglie. Si accende una zuffa. Ottavio sfila la spada a uno scudiero e lo uccide prima di essere a sua volta colpito a morte; Petronio cade a terra; stando a Plutarco, Crasso viene ucciso da un Parto di nome Exarte. La sua testa e la sua mano destra, staccate dal corpo, vengono inviate come trofei a Orode, nel frattempo rappacificatosi con Artavasde.

Epilogo.

In questo modo, vittima dei propri errori e della propria ambizione[10], morì Crasso, il “bue con il fieno sulle corna” , il ricco patrizio possessore di settemila talenti ( a tanto era stimato il suo patrimonio, più o meno 150 milioni di euro attuali), l’ ”ordinario generale romano” [11]desideroso di gloria, il padre straziato dal dolore, il comandante esposto al ludibrio del nemico in abiti femminili durante un macabro “trionfo” allestito da Surena a Seleucia  [12], l’uomo nella cui bocca fu versato oro fuso e la cui testa mozzata fu esibita come trofeo durante il banchetto di riconciliazione fra Artavasde e Orode.
La sua morte non cambiò le cose in Siria, dalla quale prima Cassio Longino e poi Ventidio Basso tennero lontani i Parti, sconfiggendoli ripetutamente[13]. Ma le cambiò a Roma. Crasso agiva da “cuscinetto” fra le opposte fazioni che si disputavano il potere. Venuto a mancare lui, i dissidi si  acuirono, lo scontro si trasformò in guerra civile: la Repubblica aveva ormai i giorni contati.
E Surena? Non fece in tempo a godersi fama e gloria. Invidioso dei suoi successi, Orode lo fece assassinare prima di cadere assassinato, a sua volta, dal proprio figlio Fraate.
Il cerchio si chiudeva. Nel sangue come era cominciato.

Da leggere:

Andrea Frediani, I grandi condottieri di Roma antica, Newton Compton, 2011

Piero Pastoretto, La battaglia di Carre, http://www.queendido.org/Carre.pdf.

Plutarco, Vita di Crasso, Collana “ Classici greci” a cura di Italo Lana, Volume secondo, curato da Domenico Magnino, UTET, 1992

Giusto Traina, La resa di Roma. 9 giugno 53, a.c. battaglia di Carre, Laterza, 2010

images[6]Giusto Traina, Note in margine alla battaglia di Carre

Sangue nella foresta

Il massacro di Teutoburgo, la disperazione di Augusto, la fine dell’espansione romana oltre il Reno.
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Supermarius.
Giugurta davanti al console romanoIl crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
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Una storia di migranti

Sarcofago Ludovisi 260 circa Museo Altemps Roma

I Goti ai confini dell’impero romano d’Oriente, la corruzione dei funzionari romani, l’inettitudine dei comandanti, la disfatta di Adrianopoli.
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L’immagine sotto il titolo è tratta dal seguente sito: http://www.iranchamber.com/history/parthians/parthian_army.php

Al seguente indirizzo web è possibile prendere visione di una cartina dell’impero partico arsacide.

Note.

[1] Riferimento all’usanza romana di coprire col fieno le corna dei buoi bizzosi per  indicarne la pericolosità.

[2] La battaglia fu combattuta  alle porte di Roma ( 1-2 novembre 82 a.c) fra i soldati di Silla e quelli della fazione filo-mariana a lui avversa. Fu uno scontro durissimo e a lungo incerto. Più di una volta Silla fu sul punto di essere battuto. Fu Crasso a decidere le sorti dello scontro, riportando una brillante vittoria all’ala destra dello schieramento.

[3] L’appellativo di Gneo Pompeo era “ Magnus”, Grande. Se l’era guadagnato con brillanti campagne militari coronate da successo. Ma, come è noto, in latino l’aggettivo “ magnus, a, um” riferito a persona si usa anche per indicare qualità fisiche, quali la statura, l’imponenza, la prestanza. Una volta Crasso – lo racconta Plutarco- udendo fra la folla qualcuno esclamare: “ Sta arrivando Pompeo “il Grande!” scoppiò a ridere e, con intento palesemente ironico, chiese :”E quanto è “grande” Pompeo?”, giocando appunto sul doppio significato dell’aggettivo magnus, “ eccellente “( per qualità), “ alto” ( di statura) , ma anche “ grosso”.

[4] Quella della legittimità della spedizione di Crasso contro i Parti è una questione dibattuta: alcuni la considerano legittima, altri no. Di certo c’è questo: già prima di Crasso, il Senato aveva pensato a una spedizione contro di loro.
Nel 58 a.c. il re Fraate III era stato assassinato e i due figli del re, implicati nella congiura, Mitridate e Orode si erano disputati il potere e l’accesso al trono. Mitridate aveva chiesto – e ottenuto- l’appoggio di Roma e il proconsole in Siria, Aulo Gabinio, era stato incaricato di intervenire con le armi in suo favore. Ma la spedizione di Gabinio era stata momentaneamente sospesa perché si doveva sistemare un’urgente questione in Egitto. Mentre le armi romane rimettevano sul trono d’Egitto Tolomeo XIII, Mitridate veniva sconfitto e ucciso da Orode . Roma subiva in questo modo uno smacco e un contraccolpo alla propria credibilità internazionale. È quindi plausibile che l’idea di muovere contro i Parti – originariamente dettata da motivi di ordine economico ( controllo della “Via della seta”, commerci con l’Estremo Oriente) non solo non fosse stata accantonata, ma resa ancor più attuale dalla necessità di recuperare il prestigio perduto.

[5] L’antica Battriana, compresa fra la catena montuosa dell’Hindu Kush e il fiume Amu Darja corrisponde, grosso modo, alla parte settentrionale dell’odierno Afganistan.

[6] Scrive Plutarco, Vita di Crasso , 17,6:“Ne guadagnò disonore, perché apparve un meschino senza speranze di imprese di maggior rilievo, dato che si era inorgoglito per un successo così modesto.”

[7] Secondo la testimonianza di Luciano,  nell’esercito dei Parti l’unità base ( mille uomini) era chiamata “ dragone”.

[8] La coorte era un’unità militare romana  e contava, a seconda dei periodi storici, dai 400 ai  600 uomini. Ogni legione era, in genere, formata da dieci coorti.

[9] La Margiana era un’antica regione dell’Asia, corrispondente , grosso modo, a parte dell’attuale Turkmenistan. Era famosa per la lavorazione del ferro.

[10] È un luogo comune diffuso quello di attribuire interamente a Crasso e alle sue scelte la responsabilità della sconfitta di Carre. Si aspettava una battaglia non dissimile da quelle combattute- e vinte- da Lucullo e da Pompeo in oriente, si trovò ad affrontarne una totalmente diversa( e, per di più, con poca cavalleria e con truppe in gran parte inesperte); fu attirato su un terreno sfavorevole; non si preoccupò di raccogliere informazioni attendibili; commise errori nello schierare i suoi; fu completamente sorpreso dalla tattica messa in atto da Surena; non seppe agire in modo da togliere forza ed efficacia alla cavalleria dei Parti; tenne in scarsa considerazione i consigli dei propri collaboratori; si fidò troppo di informatori legati a filo doppio con il nemico.
Ma c’è anche chi ne difende le scelte. Nell’articolo “Note in margine alla battaglia di Carre”, il professor Giusto Traina riporta la valutazione dello storico Albino Garzetti( 1944) “ E’  un problema oscurissimo della storia militare antica la tragica impotenza dell’esercito romano contro le frecce partiche nella giornata di Carre. Ogni tentativo di spiegazione sfugge il nucleo della questione e si risolve per lo più nel ricostruire come avvenne, non nel determinare perché avvenne… Ma la ragione per cui l’armamento stesso delle legioni fu assolutamente impotente di fronte agli arcieri ,ch’erano ancora e sempre i medesimi delle precedenti battaglie dei Greci e dei Romani in Oriente, rimane misteriosa.”

[11] Fu Karl Marx in una lettera a Friedrich Engels a definirlo in questo modo.

[12] ScrivePlutarco: “ Surena mandò ad Orode in Armenia la testa e la mano destra di Crasso; fatta poi diffondere dai suoi messi a Seleucia la voce che egli portava con sé Crasso vivo, preparò un corteo scherzoso, chiamandolo per derisione “ trionfo”. Uno dei prigionieri, il più assomigliante a Crasso, Gaio Pacciano, vestito con un abito regale da donna e ammaestrato a rispondere quando lo chiamavano Crasso e Imperator, stava su un cavallo: lo precedevano trombettieri e littori a dorso di cammello; pendevano dai fasci delle borse e , presso le scuri stavano teste di Romani tagliate di recente. Seguivano cortigiane e musici di Seleucia i cui canti sconci e buffoneschi prendevano di mira l’effeminatezza e la viltà di Crasso.”(32, 1-3)

[13] Subito dopo Carre, i Parti provarono a invadere la Siria, ma furono ripetutamente sconfitti da Cassio Longino, prima e da Publio Ventidio Basso, poi. Anche Giulio Cesare pensò a una spedizione contro i Parti, ma fu assassinato prima di realizzarla; la spedizione condotta da Marco Antonio si risolse, nel 37 a.c.,  in un mezzo disastro. Solo nel 20 a.c. trentatré anni dopo la battaglia di Carre,  Augusto riebbe le insegne perdute da Crasso e ottenne la liberazione dei prigionieri ancora in vita.

 

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