Il sangue e la nebbia

Dintorni di Piacenza,  218 – 217 a.c. Quartieri d’inverno dell’esercito cartaginese.

Ci ha provato due volte, Annibale a valicare l’Appennino. Troppa neve, però, troppo freddo, troppo ghiaccio. E un vento impetuoso , affilato come una lama. Adesso è di nuovo qui, fermo nei luoghi del suo secondo trionfo ( la vittoria lungo il fiume Trebbia) e le cose non vanno bene. I Galli brontolano.  Hanno cominciato sottovoce, in pochi; poi  hanno continuato ,  sempre più forte, in molti.  E anche questa sera, nella casa  dove  alcuni di loro  sono riuniti, c’è chi si lamenta:  “Eravamo convinti  di ricevere vantaggi da questa alleanza; eravamo sicuri di arricchirci con il bottino tolto ai nemici. E che cosa abbiamo avuto? Poco o niente. E per soprammercato , adesso,  dobbiamo dar da mangiare  allo straniero e al suo esercito durante l’inverno. Speravamo  di tenere la guerra lontana dalle nostre case e invece la guerra  , finora, si è combattuta qui. Brutto affare. Forse, a pensarci bene,  sarebbe stato meglio scegliere  i Romani…..”
“Ma che dici?  Dimentichi  Brenno? Vuoi forse rinnegare il nostro  passato?” ribatte un altro.
“Già,  Brenno… Giocato dalle  oche del Campidoglio, se non ricordo male. Non fraintendetemi:   non rinnego alcunché .. Odio ancora i Romani, ma , adesso, in me , cresce  anche il risentimento verso  questo straniero. E’ bravo a promettere; ma quanto a mantenere… Ha battuto i Romani, mi dite? Certo , ma  ora sverna a nostre spese. Può piacermi tutto questo? Guardatevi intorno:  poco lontano da qui ,  i Romani , in armi, aspettano.  Che cosa aspettano? Che lo straniero commetta un errore . E allora, chi ci salverà? Chi salverà le nostre case? Le nostre famiglie? Quando Annibale se ne sarà andato, che ne sarà di noi?”

Due dei presenti si scambiano uno sguardo, le mani  stringono la spada. Un breve cenno del capo , più eloquente di mille parole, e sono fuori. Il freddo è pungente e soffia un vento fastidioso. L’accampamento sembra deserto. Guardano verso gli alloggiamenti di Annibale. Ci pensano da tempo: colpiranno presto.

Dintorni di Piacenza, inverno del 218-217 a.c., quartier generale di  Annibale.

“Ascolta , generale”.  I tre uomini  tengono il capo abbassato, uno di essi parla lentamente. ” Si prepara un attentato contro di te:  lo sappiamo con certezza. Qui, al campo, le  voci corrono, lo avresti saputo comunque…”  Rialzano il capo, con uno scatto di orgoglio. “Avremmo potuto far finta di niente, lasciare a te il compito di scoprire tutto, ma siamo venuti lo stesso. Molti di noi sono insoddisfatti, l’inverno è duro e se   i tuoi soldati mangiano , le nostre donne e i nostri figli fanno la fame.  Per questo,  alcuni  di noi  sono esasperati. Ma i più continuano  ad avere fiducia in te . Adesso  lo sai. Ricordatene, quando sarà il momento”.

Dintorni di Piacenza,  218-217 a.c. Quartieri d’inverno dell’esercito cartaginese.

Un uomo- più che un uomo,  un’ombra – si muove  fra i fuochi del  campo cartaginese.  E’ coperto da un mantello, i lunghi capelli gli scendono fin quasi sulle spalle. Avanza senza fretta, ma  con passo deciso. Di tanto in tanto, quando sfiora il fuoco di un bivacco, la luce , per un istante, gli illumina il viso. L’uomo si copre il volto con il mantello  : non vuole che qualcuno la veda, ma soprattutto non vuole che qualcuno riconosca il suo sguardo.
Non è solo. C’è un  altro  uomo con lui, anch’egli vestito in modo dimesso, senza insegne o gradi. E’ avvolto in un ampio mantello , la destra  stringe l’elsa della spada. Si guarda intorno continuamente, attento ai rumori e alle voci.
La tenda del comandante in capo è deserta. Quando gli attentatori  vi fanno  irruzione  trovano  nessuno. Lui, il comandante in capo, è al sicuro, in un’altra parte del campo,  sotto la tenda di un  ufficiale fidato. Dormirà lì, questa notte.  Si sfila  con movimenti lenti il mantello;  la mano del suo compagno  non impugna più la spada. E’ andata. Per quanto potrà continuare?
“La primavera sistemerà ogni cosa”, dice Annibale,  togliendosi la parrucca usata per mimetizzarsi” La primavera sistemerà ogni cosa”.

Roma, primavera del 217 a.c.

La sera è disturbata  dal vento. Nuvole nere si addensano, sempre più minacciose, sul cielo dell’Urbe. Il Foro è quasi deserto. I senatori più in vista se ne sono andati da poco e, con essi, la folla dei clientes  e dei postulanti.  Due uomini, due senatori, Gaio Lentulo e  Publio Fabricino  si attardano nei pressi del Foro. I due sono amici. Hanno licenziato i clienti , ma non hanno fretta di tornare a casa.  Gaio  Lentulo, il più anziano, si sistema la toga .  “ Queste  sedute  dedicate a  tributi e bilanci sono noiosissime. Ma quando ci sono soldi in ballo, non si può mancare. “ Alza lo sguardo verso le nubi. “ Fra poco pioverà”, dice, cambiando discorso. “ Il console Flaminio ha scelto un brutto giorno per  raggiungere  le legioni ”.
“ Pioggia o sole, un giorno vale l’altro”, ribatte  Fabricino  .  “Flaminio è un osso duro,  sa il fatto suo .”
“Auguriamocelo,  mio nobile amico,  ma  ho un brutto presentimento. Flaminio è partito quasi da privato  cittadino, senza insegne e senza littori,  senza fare i prescritti sacrifici, senza ricevere   l’investitura formale  da parte del Senato…”
“Non avrà voluto perdere tempo . O, forse,  avrà fiutato l’aria. A volte, lo sai anche tu,  i responsi degli àuspici sono manovrati. Se fossero stati sfavorevoli, avrebbe dovuto rinunciare a questa impresa”, lo interrompe Fabricino.
Lentulo sembra non  cogliere la provocazione e continua “ E, in più, è uomo impulsivo..”
“E’ impulsivo,  ne convengo. Ma la sua impulsività, come tu la chiami, ci ha già dato, qualche anno fa,  la vittoria sui Galli Insubri. Una grande vittoria.”
“Un colpo di fortuna, mio caro. E del tutto casuale. Annibale è fatto di un’altra pasta . La fortuna, lui, se la va a cercare: non l’aspetta, la provoca. E c’è anche dell’altro”.
“Dell’altro?”
“Sì,  dell’altro. Forse  gli dei ci  hanno  abbandonato…” Tace, pensieroso.
“Ah,  i prodigi di cui parla tutta Roma…..” Fabricino scuote la testa.
“Già, proprio   quelli. Da quando Annibale  ha lasciato la Gallia Cisalpina e valicato l’Appennino,  ne accadono  di tutti i colori. Le punte delle lance dei nostri legionari  prendono fuoco, gli scudi  sudano sangue, dal cielo cadono proiettili roventi, mieti una spiga di grano e quella sprizza sangue, la luna e il sole- me l’ha riferito un mio liberto, tornato dall’Apulia-   hanno cercato di oscurarsi a vicenda  , ogni giorno sfulmina a tutto spiano.  E, poi,  quelle parole! Le parole scritte su uno scudo  caduto dal piedestallo : “ Marte brandisce la sua lancia”. Perché quello scudo e non un altro? No , non sono tranquillo.”.
“Fossi in te non mi preoccuperei. Ragioniamo: o i prodigi sono fantasie  per creduloni o sono segni del volere divino . Se sono fantasie  per creduloni, hanno forse importanza? Se sono segni divini, basta  ingraziarsi gli dei . E non  sono stati fatti, forse,  i sacrifici per espiare? Non sono state celebrate le cerimonie  che i Decemviri, dopo aver consultato i Libri, ci hanno detto celebrare? Flaminio o qualcun altro ha offeso  gli dei? Abbiamo sacrificato, le nostre colpe sono state emendate.”
“Forse hai ragione tu, chi lo sa? O, forse, le colpe di Flaminio, le colpe di tutti noi sono molto  gravi  e  nessun sacrificio potrà  mai emendarle . Sarà per questo  che  gli dei  ci mandano Annibale,  accompagnato  da   segni premonitori?”
Dopo aver pronunciato queste parole Lentulo alza gli occhi  ancora una volta a guardare   il cielo e poi, quasi parlando a se stesso , sussurra: “Fra poco pioverà. Gli dei , di certo, hanno già deciso. Ma Annibale? Che cosa starà facendo in questo momento Annibale?

Primavera del   217 a.c. Campo cartaginese.

 “ Sceglieremo la  via più breve. “ . Annibale  sa dove è diretto  Flaminio: ad Arezzo. E vuole andargli incontro.  E’ piovuto molto nei giorni precedenti. L’Arno e  i torrenti dell’Etruria , in piena, sono straripati, inondando i campi. “ Passeremo attraverso  le zone allagate.  I nostri veterani e gli Ispanici si muoveranno per primi, i Galli li seguiranno  e formeranno il centro del nostro esercito in marcia ; e tu, Magone” e così dicendo indica il fratello” Tu e la cavalleria verrete per ultimi”.
Annibale è in piedi, davanti ai suoi ufficiali. Da qualche giorno non ci vede bene. L’occhio destro, in  particolare, gli fa male e lacrima. Colpa di quel clima infame , umido e  freddo; colpa delle veglie e delle notti insonni; colpa  della  stanchezza. Ma non lo dà a vedere. “ Sarà dura, ma ce la faremo. Dobbiamo farcela. ”, conclude.

Arezzo, accampamento del console Flaminio.

“Le campagne  bruciano, mi dici? Lo vedo da me, non sono cieco. Quei diavoli sono arrivati alla svelta. Come avranno fatto?  Con un tempo  simile poi …” Il console Flaminio, attorniato dai suoi ufficiali,  non  sembra  preoccupato: ostenta solo un atteggiamento di   distaccata meraviglia.
“Hanno attraversato le zone allagate, Annibale in testa   a tutti. Lui era all’asciutto, al sicuro sul suo elefante. Ma  gli altri  se la sono vista brutta. Non è piacevole marciare  per giornate intere con l’acqua alle ginocchia e , a volte, fino alla cintola, nel fango quando va bene, senza ripari e senza luoghi dove riposarsi.”
Chi parla è uno degli ufficiali di Flaminio: ha interrogato gli informatori, ha ascoltato i rapporti degli esploratori, conosce  i  disagi affrontati dall’esercito nemico. “ Durante la marcia”, continua, “  I Cartaginesi, per dormire qualche ora  all’asciutto , si sono  coricati  sui bagagli o sulle carcasse degli animali da soma stramazzati  per la  fatica. I  Galli, a un certo punto, hanno    ceduto  , ma , collocati com’erano al centro dello schieramento ,  non si sono  potuti fermare”.  Flaminio ascolta. Dice:  “Saranno stanchi, spossati, hanno avuto perdite. Siamo in vantaggio. E’ il momento di togliere il campo e di  non dar loro respiro”.
“Console”, posso esprimere il mio parere?” interviene  un altro ufficiale.  “E se  tutto questo fosse una trappola? Se Annibale avesse fatto saccheggiare  la campagna intorno a noi   non per sfamare i suoi , ma proprio per  farci muovere e  attirarci dove vuole lui? Limitiamoci a contrastarlo con la nostra cavalleria e con le nostre truppe leggere, mandiamo messaggeri al  console Servilio, aspettiamolo,  uniamo le forze e, solo allora,  diamo battaglia ”.
“Amico mio, trappola o no, dobbiamo muoverci. E dobbiamo farlo adesso. Aspettare ancora? Guardati intorno:  le proprietà e i territori degli alleati sono messi a ferro e a fuoco ,  le stesse  mura  di Roma sono minacciate. Posso permetterlo  ? Può permetterlo  il popolo romano?   No, non lasceremo Annibale libero di muoversi a proprio piacimento né di sfiggirci;  Servilio è già stato avvertito: è in marcia , sa  dove dirigersi. Ma se  fosse necessario , saremo noi a fare la prima mossa.  Aspettare? Non se ne parla: Annibale non deve godere di  questo vantaggio. Ne ha avuti anche troppi, finora”
Si alza . “ Levate le insegne”, ordina.

Fra Cortona e il lago Trasimeno, testa dell’esercito cartaginese.


Annibale è giunto in un punto dove il Trasimeno  è molto vicino alle alture sovrastanti Cortona.  Fra il lago e le alture  si stende una strada- più che una strada, un sentiero-  breve e molto stretta. Al termine della strada ,  si apre una pianura adagiata  a ridosso delle colline.  E’ un posto ideale per un’imboscata: c’è il lago da una parte, le alture tutt’intorno. Basta presidiare le  colline e mandare  la cavalleria   all’inizio della strada che immette nelle breve pianura, ordinare ai  cavalieri  di restare nascosti e di tenersi pronti.  Una volta entrati nella strada e sbucati nella  pianura, per  i Romani sarà difficile  uscirne . Si troveranno  i nemici da tutte le parti: di fronte ,  sul fianco , alle spalle .
Il problema è come attirarli nella trappola.
“Ci fermeremo qui” , ordina Annibale “ Preparate il campo”.

Arezzo ,  campo romano.

L’esercito è schierato in ordine di marcia, Flaminio si fa portare il cavallo. Monta in sella, ma l’animale è nervoso,  scalcia e s’impenna. Il console viene sbalzato di sella a cade rovinosamente . In silenzio,  vengono prestati i primi soccorsi.  Nessuno ha voglia di fare commenti.  Già, perché quella caduta  non è un buon  segno. Proprio per niente. Ha tutta  l’aria di essere un avvertimento divino e puzza di sorte infausta lontano un miglio.
“ Console!”, un centurione trafelato si avvicina a Flaminio, nel frattempo  rialzatosi senza gravi danni” Abbiamo un problema..”
“ Quale problema? Avanti, non stare lì come un cretino. Parla!”
“Ecco, balbetta l’ufficiale”  Ecco …”
“Vuoi sbrigarti, maledetto idiota? Dobbiamo aspettare ancora molto?”
“Un’insegna, console. E’ piantata al suolo e non riusciamo a  svellerla”.
Di nuovo  silenzio . Flaminio  se ne accorge.  Deve dire qualcosa. E non può sbagliare.
“Un’insegna , eh? E, dimmi,  non hai , per caso,  anche una lettera del Senato? Una lettera che mi vieta di combattere?  Ritorna da quella maledetta insegna , usa le pale  se le mani  dei tuoi soldati, contratte dalla paura,  non dovessero bastare  e toglila  da dove si trova!”.
I legionari approvano  le parole del console. Più  in là, alcuni ufficiali  si scambiano un’occhiata e scuotono la testa. Due prodigi infausti in una volta: butta male.

Colle di Montigeto, campo cartaginese.

 “ Abbiamo devastato  la campagna  intorno a Cortona secondo i tuoi ordini .  I Romani ci sono stati  alle costole  e non ci  hanno mollato”.
Annibale ascolta in silenzio le parole del fratello Magone. “ E’ un trucco semplice, ma dovrebbe funzionare.  “dice.
“Io,  però” ribatte Magone, scuotendo il capo “ non capisco una cosa:  Servilio sta scendendo in aiuto al collega e noi che cosa facciamo? Invece di sganciarci e di filarcela, andiamo a metterci dritti dritti  in mezzo fra lui e Flaminio”
Annibale sorride “Perché lo faccio, mi chiedi? Semplice:  Flaminio deve credere di essere in vantaggio, di averci messo con le spalle al muro,  di averci preso fra due fuochi, ecco perché lo faccio”
“E  pensi che Flaminio abboccherà?” , chiede Magone.
“ Non ne sono sicuro, ma che cosa potremmo fare? Abbiamo subito perdite lungo la marcia di avvicinamento, anche il mio elefante, l’ultimo , non ce l’ha fatta . Siamo in territorio nemico, a corto di viveri , qualcuno  dei nostri alleati brontola. Ci serve una vittoria. E ci serve subito. Perché, in caso contrario, gli alleati potrebbero abbandonarci.  Se poi  Servilio riuscisse  a  chiudere la tenaglia , dovremmo combattere su due fronti. Dobbiamo rischiare. Rischiare e sperare. Sperare nell’ambizione di Flaminio, nel suo orgoglio, nella sua voglia di combattere, nel suo essere refrattario ai consigli e alla prudenza. Sperare nel desiderio  di rivincita di tutto il popolo romano.  E rischiare , puntando tutto sul luogo, su questo luogo. A Flaminio prudono le mani. Vedrai , non aspetterà Servilio, puoi scommetterci  e , pur di non lasciarci scappare, pur di mantenere il vantaggio che crede di avere, si farà prendere dalla fretta. E commetterà un errore.” Si interrompe per un momento, seguendo il filo dei propri pensieri . “ Va’ ora“, dice poi, rivolto al fratello “ E portami notizie dei Romani, quando le avrai ”.

Passo di Borghetto, accampamento  romano.

“Console,  sarebbe opportuno ordinare  agli esploratori  di    dare un’occhiata ai dintorni ”
“Gli esploratori? Un’occhiata ai dintorni? Per il momento non è necessario . Vedremo domani.  Sistemate il campo e aspettate ordini”.
Per il console Flaminio, quella è  una notte agitata,  fatta di  sogni e di  risvegli improvvisi, di valutazioni e di ripensamenti.  “ A Roma c’è chi non vuole  lo scontro in campo aperto con Annibale:  pazientare, aspettare di essere in vantaggio,  queste sono  le parole d’ordine. Parole ripetute fino alla noia da Quinto Fabio Massimo, uomo in vista nell’Urbe, uomo  prudente e scaltro. Prudenza, sempre prudenza. E pazienza, per giunta.  Ma Roma non vuole questo. Roma vuole una vittoria, una vittoria decisiva. Certo che  Quinto Fabio Massimo ha ragione. Non sono stupido.  Dove volete che vada Annibale? Il tempo gioca a suo sfavore. Basterebbe aspettare. Ma c’è gloria nell’attesa? No, non per me, Gaio Flaminio, console romano. Ho già battuto gli Insubri( e il Senato non voleva quella campagna!), batterò anche Annibale e sarò ricordato come il salvatore della Patria. Un console romano comanda un esercito,    ha delle responsabilità: non deve nasconderle dietro tattiche attendiste.  Non aspetterò un minuto di più:  Annibale si è messo in trappola , è proprio in mezzo fra me e Servilio.  Non lo mollerò. Se, nel frattempo, Servilio sarà arrivato, tanto meglio; se non sarà arrivato, vedrò di guadagnare tempo anche per lui.  Un trucco? Non può essere. Annibale vuole gettarci fumo negli occhi per nascondere così la sua debolezza. Ecco spiegato il suo comportamento.  Non c’è altra spiegazione”.

Lago Trasimeno, campo cartaginese.

“ Ci siamo!”. Magone irrompe  nella tenda del fratello. Annibale è seduto e sta parlando con  alcuni ufficiali. Tutt’intorno brillano i fuochi del suo accampamento.
“Sei sicuro?” Chiede Annibale, alzandosi di scatto.
“Sicurissimo. C’è la conferma dei nostri esploratori  : i Romani sono qui, a poca distanza da noi. Procedono in ordine di marcia , sembra abbiano fretta.”
“ Bene, il trucco ha funzionato” dice quasi parlando fra sé e sé . Poi, rivolto ai presenti: “ Ora muoviamoci. Conoscete gli ordini. “
Gli ufficiali  escono dalla tenda e raggiungono i propri reparti.

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

E’ l’alba.  Sul lago ristagna   una leggera foschia.
“Il console a volte non lo capisco: ricognizioni? E perché mai? Per  l’intera notte abbiamo visto, davanti a noi, i fuochi lontani di un accampamento. Anche adesso  vediamo, davanti a noi .  Ma vediamo  intorno a noi?” Chi parla è un centurione della coorte di testa.
“ E che cosa  dovrebbe esserci  intorno a noi  ?” gli  chiede  un altro.
“Non lo so,  ma questa faccenda non mi piace” E così dicendo, rivolge uno sguardo, preoccupato, alle alture. “ Se soltanto avessimo  mandato un paio di pattuglie  a esplorare quelle  maledette colline. E poi, questa strada, questo sentiero così stretto, così incassato….Se avessimo qualcuno alle spalle e dovessimo tornare indietro..Non voglio pensarci. E se Annibale avesse fatto occupare dai suoi quelle alture? E se avesse pensato di chiuderci  la strada ? Un bel guaio, non credi? E tutto per non aver voluto esplorare i luoghi. Il console è un valoroso,  non ha esitazioni,   ma  a volte non lo capisco. Non lo capisco proprio.  Si fa accompagnare da servi carichi di  catene per imprigionare i nemici e non manda esploratori per sapere  se su quelle maledette colline si nasconda qualcuno.” E scuote la testa.
Sbucano nella breve pianura al termine del sentiero.
“ Ci mancava anche la nebbia, adesso”. E, in effetti, la foschia  si è trasformata in  una  nebbia fitta  e bassa.  “ Seguire le insegne! Mantenere l’ordine di marcia!”

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

“Ora!” Il segnale di Annibale viene trasmesso a tutti i reparti. Dalle colline , non ancora raggiunte  dalla nebbia ferma sulla pianura , scendono urlando migliaia  di soldati cartaginesi. Dalla parte opposta, la cavalleria di Maarbale e di Adrubale  esce dai nascondigli,  chiude il sentiero e piomba alle spalle delle legioni.

Periferia di Perugia, locanda del  grifone  : qualche tempo dopo.

Seduto  all’ombra di un grande albero, all’aperto, un uomo  sta parlando. Racconta del Trasimeno. E , intorno a lui, altri uomini ascoltano, attenti.
“Ci si vedeva poco o niente . Dov’erano i nemici? E  chi si  muoveva  vicino a te era davvero  un tuo commilitone? Sono scesi dalle colline come diavoli, urlando. Loro erano fuori dalla nebbia e sapevano dove andare ; noi, dentro la nebbia,  non vedevamo a un passo. Non ci si capiva niente.  O, meglio, una cosa la capivamo:  ci stavano venendo addosso da tutte le parti”.
Una breve pausa, un sorso di vino.
“Proprio così: fummo colti di sorpresa e andammo subito in confusione. Chi tentava di scappare, finiva dritto nel mezzo di una mischia furibonda; chi  voleva combattere , veniva ricacciato indietro da chi fuggiva terrorizzato . Un disastro!”
“ Ma tu l’hai scampata. Sei qui, bevi il tuo  vino  . Come è potuto accadere?
“ Annibale mi ha risparmiato. Finito di combattere,  ha detto a noi Italici superstiti: andate, tornate alle vostre case. Non vi sarà fatto alcun male. Siete liberi.
“ E  con i Romani ha fatto lo stesso?”
“ No. Li ha tenuti in catene. Chiederà un riscatto o li userà  come ostaggi”.
“ Ma perché ha lasciato libero te e tutti gli Italici e ha trattenuto i Romani?”
“Mah, vallo a sapere! Ho sentito qualcuno dire: Annibale è  lontano dall’Africa , ha bisogno di alleati.   L’unico modo per sperare di farcela è quello di sollevare gli Italici contro Roma. Liberando me e tutti gli altri è come se ci avesse detto: vedete, io  vi tratto e vi tratterò sempre meglio dei Romani. Insomma, spera di portarci  dalla sua parte. Ma tiro a indovinare.  Questa è politica, e di politica io mi intendo poco.”
“ Ma torniamo alla battaglia.  Come reagì  Flaminio?
“ Il console si è battuto da valoroso: ha mantenuto la calma, ha impartito  ordini, accorreva dovunque vedesse qualcuno in difficoltà.  Ma in quella confusione..” Una pausa, un altro sorso di vino. “ In quella confusione , urlare  ordini era una perdita di tempo. Il clamore dei nemici  spegneva tutte le nostre  grida , anche quelle del console.  Non scorgevamo  né insegne  né ufficiali, sembrava che  le legioni si fossero liquefatte. Poi, a un certo punto capimmo:  era inutile prendersela con gli dei,  la nostra sorte   dipendeva dalle nostre spade e allora ciascuno di noi divenne comandante di se stesso. Combattemmo  ognuno per sé,  con  grande accanimento. Ma i nemici ci avevano sorpreso, inutile negarlo. Il valore dei singoli legionari  non poteva avere la meglio su chi aveva saputo costruirsi il vantaggio fin dall’inizio.” Una breve pausa “ Annibale è un nemico  e non un nemico qualsiasi. Una grave minaccia per Roma, per l’ Italia,  per tutti noi. La personificazione stessa , sul campo di battaglia, dell’inganno e della frode, come dicono in molti.   Eppure….”
“Eppure?”
“Eppure, ci credereste?  non posso fare a meno di ammirarlo.  E non perché mi ha salvato la vita, no.   Ci vuole fegato per fare quello che ha fatto finora. E, tornando a quella giornata, una grande abilità : ci ha giocati come pivelli”.
“Combatteste  a lungo?”
“ La battaglia andò avanti, violentissima, più o meno per tre ore. Un’eternità, per noi.  A un certo punto,  il console  cadde , trafitto dalla lancia  di un  Gallo , desideroso di vendicare la sconfitta subita dalla propria gente, per mano di Flaminio,  qualche anno prima. Fu l’inizio della fine. La maggior parte di noi perse la testa e  non pensò più a  combattere. Ci fu chi , cercando di salvare la pelle , si inerpicò  sulle colline , lungo  sentieri da capre. Invano. Altri , per mettersi in salvo, si gettarono  nelle acque del lago: molti di loro  furono inghiottiti  dai gorghi o, ritornati verso riva, stanchi e spossati,  furono finiti dai nemici.  Qualcuno, sul momento ,  ce la fece. Seimila dei nostri attaccarono il nemico, riuscirono a passare   e  uscirono dalla gola. Erano davanti a  noi, all’avanguardia,  e ignoravano  ciò che stava succedendo dietro di loro. Quando furono sulle alture e la nebbia si diradò, videro tutto:  i morti, i feriti e il nemico vincitore. Si tolsero da quell’inferno alla svelta. Ma non corsero abbastanza veloci: Maarbale li raggiunse e   li fece tutti prigionieri. Ecco come andò  quel giorno al Trasimeno. “

Lago Trasimeno, campo di battaglia.

Un ufficiale cavalca verso Annibale, immobile su una piccola altura.
“ Il corpo del console non si trova, generale” gli dice appena lo ha raggiunto” Lo abbiamo cercato dappertutto, ma non si trova”.
“ Cercate ancora. Il console si è battuto da valoroso, merita di essere sepolto con tutti gli onori. Trovatelo”.

Roma,  il giorno  dopo la battaglia.

Uomini e donne scendono per le strade dell’Urbe. Sembra che tutta Roma  si sia data convegno nel Foro. Una matrona irrompe nel mezzo della folla . Chiede “ Che accade ? E’ successo qualcosa di grave? Perché tanta gente ? Perché tanta eccitazione?”
“Non si sa molto”  qualcuno le risponde “Si parla di una grave sconfitta….”
“Una grave sconfitta? E dove? E che ne è dei nostri soldati?”
L’uomo non aggiunge  altro, non sa aggiungere altro   e, con espressione sempre più  preoccupata, si affretta verso la parte  nord-occidentale del Foro, dove si  è già radunata una folla enorme.
Le grida si sommano alle grida, le esclamazioni alle esclamazioni. Si formano capannelli.  C’è chi parla di una sconfitta di Flaminio; c’è chi,  al contrario,  si dice sicuro di una ritirata del console  su posizioni più favorevoli . Nel tentativo di alleviare  l’angoscia  resa più grave dall’incertezza,  le donne in ansia  per i padri,  per i  figli, per i  mariti in armi chiedono notizie a chiunque capiti loro a tiro . Tutti –  e non solo le donne -vogliono sapere.

Sono passate molte ore, il  tramonto è vicino, l’attesa si è fatta insopportabile.  Il  pretore  Marzio  Pomponio  compare davanti alla folla :  con fare grave e con voce rotta  annuncia  “ Siamo stati battuti. Una sconfitta  terribile” . Dopo aver pronunciato queste parole, il pretore  , a capo chino, si ritira.
La gente rumoreggia.  Flaminio è stato ucciso? Che ne è dei nostri figli, dei nostri padri, dei nostri mariti? Pretore, fermati, ti preghiamo. Ci devi una spiegazione. Non puoi andartene così. Che cosa dobbiamo sperare? Che cosa dobbiamo temere? ”
Tutto inutile. Pomponio è sparito. L’unica cosa certa, fonte di altre più terribili incertezze, è la sconfitta.

Roma, qualche giorno dopo la battaglia.

Da giorni, davanti alle porte della città, staziona una folla numerosa. E silenziosa. Ci sono molte donne. Con l’animo oppresso scrutano  l’orizzonte  , fin dove può arrivare il loro sguardo. Aspettano. Aggrappate alla speranza,  aspettano il ritorno dei propri uomini. Si avvicina  un gruppo di legionari.  Sulle corazze e sulle tuniche  dei soldati ,  si vedono, qua e là,   macchie di sangue raggrumato . Sono coperti di polvere e di fango e recano sui volti  l’umiliazione della sconfitta. Non hanno voglia di parlare.
Una donna esce dalla folla e  si  dirige verso di loro. Presto anche le altre donne la seguiranno. “ Avete notizie di mio figlio?  Militava nella prima coorte della seconda legione. “
Un soldato la guarda e senza fermarsi, trascinando il suo passo stanco  verso le porte dell’Urbe, le   risponde  mestamente : “ Quello che resta della prima coorte  è tutto  qui”. E  indica i compagni.
“Tutto qui? Siete dunque voi gli unici superstiti? Chiede  la donna, portandosi le mani al volto, allora mio figlio è… è   ..” e non riesce a terminare la  frase. Si sente mancare  e, priva di forze,  si accascia  su un sasso , lì, ai bordi della strada. Passa un altro gruppo di soldati , un altro ancora. Le ore se ne vanno , una dopo l’altra,  ma la donna non si alza. Non bada più a chi passa, il suo volto è terreo, gli occhi sbarrati.
“Madre!”
Il grido improvviso la scuote. Quella voce, quella voce.. Non è possibile! Non è possibile! Eppure, quella è la voce di mio  figlio. Sto sognando?
Si volta lentamente.
“Madre! Madre!”
Davanti a lei c’è un giovano soldato,  coperto di fango e di sudore , come tutti i reduci dalla battaglia . Una fasciatura, sulla coscia sinistra, è macchiata di  sangue. E’  sangue scuro, color ruggine, sangue rappreso.
“Non può essere, non può essere”. Si alza, corre, spalancando le braccia,  verso il figlio ritrovato. E ad un tratto, sente le forze venirle meno, il respiro farsi affannoso. Rallenta, si ferma, barcolla e, infine,  cade ,  senza vita  e senza un grido,  nelle braccia del figlio.

Appendice.

Un ritratto  al curaro.

Quando parla di  Flaminio, Livio va giù di brutto. Lo definisce arrogante ( ferox) per il precedente consolato, durante il quale, contro il parere del Senato, aveva portato guerra agli Insubri(223,a.c.), stanziati , grosso modo, nell’odierna Lombardia; poco timorato ( metuens) sia delle leggi , sia degli dei; temerario per indole ( ingenio) e sfrontato per la fortuna toccatagli  sia sul piano militare ( la citata guerra  vittoriosa contro gli Insubri), sia sul piano  civile( presentazione , nel 232 a.c.,  in veste di tribuno ,   della legge  sulla divisione dell’agro piceno e gallico, accolta con grande favore dalla plebe ; costruzione della via Flaminia , importante arteria di collegamento fa l’Adriatico a Roma). Insomma, secondo Livio, il console  si era montato la testa. E come si sarebbe comportato , sul campo di battaglia, uno del genere? C’è da chiederselo?  Con arroganza e con eccessiva precipitazione , senza consultare né gli uomini né gli dei.

Un’alleanza a rischio.

Che Annibale temesse inganni e  tiri mancini  da parte dei Galli , al punto da doversene andare in giro travestito,  è testimoniato da Livio (XXII, I) , il quale scrive  che “ pur essendo stato più volte insidiato dai loro capi, era stato salvato proprio dai reciproci tradimenti di questi, che svelavano le cospirazioni con la stessa leggerezza con cui avevano cospirato e si era protetto dalle insidie anche con l’inganno, cambiando ora la veste , ora le parrucche”. Vero o falso?

Soltanto  precipitazione?

Flaminio si cacciò  in una maledetta trappola , tralasciando  ogni cautela . Perché? Perché non prese le dovute precauzioni? Perché avanzò come se avesse il fuoco sotto il sedere?  Perché non fece esplorare le colline e le zone circostanti la strada che avrebbe dovuto imboccare? Perché non si accorse di quanto pericolosa fosse la sua posizione?
Perché era presuntuoso, vanaglorioso, superficiale , impulsivo e per niente timorato degli dei.  Gli storici antichi- Livio, in particolare, come abbiamo appena visto-  insistono su questo aspetto  , fornendoci  un quadro , nel complesso,  negativo dell’uomo e attribuendogli l’intera responsabilità della disfatta. Ma il carattere, per quanto importante, non spiega tutto. In fondo, a  Flaminio era affidata la  vita di migliaia di uomini oltre che, naturalmente, la  sicurezza di Roma; era un console, non un legionario  qualsiasi, insomma  aveva dei doveri. Da vivere  sul serio e non a cuor  leggero. A meno che- cosa da escludere- non fosse psicopatico.
Dunque, perché Flaminio entrò sconsideratamente  in quel malpasso? Gli storici antichi non lo dicono, dicono solo che entrò. Possiamo soltanto azzardare delle ipotesi.  Forse aveva fretta di raggiungere Servilio- in arrivo da  est- e di prendere in mezzo Annibale , prima che potesse sganciarsi; forse si aspettava da Annibale il rispetto  delle  regole d’ingaggio sacre per un romano  ( combattimento in campo aperto, alla luce del sole, senza inganni o trucchi)  e il ripudio di ogni insidia, a cominciare dalle imboscate  ( si spiegherebbe, in questo modo, il mancato invio di esploratori); forse riteneva Servilio più vicino  o  Annibale più lontano di quanto non fosse; forse sottovalutò le forze cartaginesi e sopravvalutò le proprie  o, forse, fu accecato davvero  dal desiderio di gloria  e non vide i pericoli ai quali andava incontro.

Dove e quando?

Fra le tante interpretazioni circa i luoghi della battaglia- non nominati da Livio- la più accreditata è quella di Gaetano De Sanctis, secondo la  quale il combattimento ebbe luogo nella pianura di Tuoro, a nord del Trasimeno, fra i passi di Borghetto e le alture di Montigeto, poste a nord-ovest della cittadina di Passignano. Secondo altri, il luogo della battaglia va posto tra Montigeto e Montecolognola, a nord-est del lago.
La battaglia fu combattuta, molto probabilmente , il 24 giugno del 217, secondo il calendario giuliano( in aprile, secondo il calendario non riformato).

La  mossa di Annibale.

Il console Servilio Gemino era a Rimini e il console Flaminio ad Arezzo.  Perché? Non sarebbe stato meglio , per i Romani, tenere unito l’esercito? Per cercare di dare  una risposta a questo interrogativo, bisogna fare un passo indietro. Annibale era reduce da due vittorie ( Ticino e Trebbia), ottenute entrambe  lontano da Roma, nella Gallia Cisalpina.  Non erano bastate, non sarebbero bastate. Se voleva, come voleva, sollevare  mezza Italia contro il potere  di Roma,  doveva portare la guerra nel cuore stesso della Penisola.
Quando, all’inizio della primavera del 217,  si mosse da Piacenza , gli si offrivano due possibilità: scendere da ovest, dopo aver varcato l’Appennino  in Liguria ( dove, arrivato in pianura, avrebbe potuto contare sull’appoggio della flotta) o altrove oppure lasciarsi l’Appennino alla sua destra e scendere verso il centro dell’Italia  lungo l’Adriatico. Ecco perché Servilio era a Rimini: per sbarrare la strada ad  Annibale, semmai avesse  scelto la seconda opzione. Come è noto, Annibale scelse, invece,  la via più difficile , valicò l’Appennino  e  puntò al  cuore di una delle regioni più ricche e fertili dell’Italia  di allora : l’ Etruria.  Da dove sia passato è ancora oggi oggetto di discussione. Probabilmente- ed è questa l’ipotesi più avvalorata- dal passo della Porretta, in direzione di Pistoia. Ad ogni modo,  con Annibale  in Etruria,  presidiare l’altro fronte, quello adriatico,   era inutile. Servilio, allora, lasciò Rimini,  si mosse  lungo la Via Flaminia  e andò incontro al collega  di stanza ad Arezzo. Il piano era semplice: i due eserciti consolari , l’uno provenendo da est ( Servilio), l’altro da ovest ( Flaminio) avrebbero dovuto prendere  Annibale fra due fuochi. Annibale,  allora, giocò il tutto per tutto:  lasciò perdere  ogni diversione,  puntò  dritto  su Cortona e il Trasimeno ,  andandosi  a mettere- e lo fece apposta-  proprio in mezzo ai due eserciti consolari. Almeno in apparenza, quello era un vantaggio per i Romani.  Fu il timore  di perdere  quel vantaggio   a tradire Flaminio, sceso subito da Arezzo  verso sud sulle tracce del nemico? Messa da parte ogni  cautela,  incalzò Annibale  perché non gli sfuggisse  e perché restasse inchiodato    lì, in mezzo a quella morsa che si stava delineando? Con buona pace di Livio ( per lui tutta la colpa, inutile ripeterlo, è di quel miscredente di Flaminio), questa è l’ipotesi più   probabile.

Cattivi presagi.

 Quando un console partiva per la guerra, si seguiva una procedura prestabilita – fatta di sacrifici agli dei, di pronuncia solenne di voti  e di investitura  ufficiale –  culminante con la consegna del mantello e delle insegne di generale , simboli  del  potere militare, l’imperium.
Questa procedura prevedeva anche l’interpretazione degli auspìci- richiesti dal console-  e l’indizione di feste particolari in onore di Giove, le cosiddette  Feriae Latinae. I consoli non potevano lasciare Roma e raggiungere la destinazione assegnata prima  di averle indette. Flaminio non si attiene alla  procedura prevista. Perché?  Per due motivi: teme di dare troppo vantaggio ad Annibale indugiando a Roma durante  le Feriae e  teme soprattutto un tiro mancino da parte del  Senato. Come dice Fabricino nel nostro racconto, gli auspìci venivano, spesso, interpretati in chiave politica: se chi li chiedeva era inviso ai potenti di turno( classi o individui)  , era facile che dagli auspìci uscissero responsi sfavorevoli. In questo caso, tutto da rifare: chi li aveva chiesti veniva rimosso dall’incarico.
Flaminio, dunque,  temendo-  forse a ragione, visti i suoi precedenti rapporti con il Senato-   una trappola, lascia Roma quasi da privato cittadino( Livio, meno tenero, dice che lo fa  di nascosto, senza insegne, senza littori, come un servo). Veste la toga pretesta, simbolo del suo potere, in un albergo di Rimini, non solennemente  davanti ai Numi Tutelari (i Penati) dell’Urbe. L’indignazione è grande , gli si intima di tornare. Niente da fare. Entrato in carica, celebra un sacrificio: salvata la poltrona, come si direbbe oggi, può farlo senza rischi.  Senza rischi? Il povero vitello sacrificale, colpito dagli officianti, si divincola e se la dà a gambe levate, lordando di sangue quasi tutti i presenti. C’è chi insegue la povera bestia ferita , chi  abbandona il proprio posto in fretta e furia:  insomma un  gran parapiglia . Che, come un’onda, si propaga alle persone vicine e  si fa generale. Brutto segno, si commenta: si preannunciano giorni infausti e terribili.
Flaminio non si scompone: si fa consegnare quattro legioni ( due dal console precedente, Sempronio; due dal pretore G.Atilio)  e parte alla volta dell’Etruria, per intercettare  Annibale.
La marcia di Flaminio inizia, dunque, all’insegna del sacrilegio( e … della iella) Livio, ad arte, unisce in poche righe ,  a conclusione del libro XXI,  i due avvenimenti, il sacrificio mal riuscito e la partenza, per  dirci che,  con un comandante così poco rispettoso degli dei  , il destino è segnato.

Cartine: consulta http://www.archeoguida.itEventiBattaglie

Da leggere:

Brizzi, Giovanni, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, il Mulino, 1997
Brizzi, Giovanni, Annibale. Come un’autobiografia, Milano, Bompiani, 2003,
Brizzi, Giovanni,  Scipione e Annibale, la guerra per salvare Roma, Roma-Bari 2007
Granzotto, Gianni,  Annibale, Oscar Mondadori 1980
Haefs, Gisbert,  Annibale. Il romanzo di Cartagine, Marco Tropea Editore 1997
Tito Livio, Storia di Roma , Mondadori, 2007
Polibio, Le Storie, Mondadori, 1955
Proserpio, Paolo,  Le battaglie di Annibale: da Sagunto a Zama, Varesina Grafica Editrice 1971
Rumiz, Paolo, Annibale. Un viaggio, Feltrinelli Editore 2008

Su questo sito, se ti va, puoi leggere anche:

Il sangue e la polvere Canne 216 a.c: “Tu sai vincere Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria”.
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Supermarius. Il crepuscolo della Repubblica Romana fra guerre, disordini sociali e corruzione.
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L’equivoco. Si va verso Canne fra buoi dalle corna infuocate , parole capite male e smania di combattere.
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La cartina è tratta da :http://www.warfare.itcampi di battaglia d’Italia

La battaglia in due parole.

Dopo aver battuto i Romani sul fiume Trebbia(218 a.c), Annibale trascorre l’inverno nei dintorni di Piacenza. La stagione è inclemente, i Galli brontolano. Due tentativi di valicare l’Appennino vanno a vuoto; gli elefanti da guerra superstiti non reggono il freddo della Pianura Padana e muoiono tutti meno uno, il leggendario Surus.
Spesso rischiando grosso, Annibale riesce a tenere la situazione sotto controllo e, in primavera, passa finalmente l’Appennino. A Roma sinistri presagi  annunciano l’arrivo del Cartaginese. Le lance prendono fuoco, le spighe del grano sprizzano sangue, la luna oscura il sole. Butta male.
Ma i Romani sono decisi a battersi. Quando la direzione di Annibale è chiara, il console Flaminio parte con le proprie legioni per intercettarlo, mentre il console Servilio, di stanza a Rimini, si mette in marcia per congiungersi al collega.
La manovra a tenaglia impostata dai Romani, tuttavia, viene vanificata . Annibale – uscito non senza fatica dagli acquitrini provocati da incessanti piogge- mette a ferro e fuoco la campagna, provoca Flaminio in tutti i modi  e scende verso il  Lago Trasimeno. Lungo il lago, corre uno stretto passaggio circondato da alture. Annibale si sposta dal colle di  Montigeto  all’estremità orientale del passaggio, pone il campo e ordina di ravvivare i fuochi. Deciso a non farsi sfuggire la preda, Flaminio lo segue e  entra nel passaggio. E a questo punto scatta la trappola.
Dalle alture dove era stata appostata , la fanteria cartaginese  si avventa  sui Romani, mentre Maarbale, con la sua imprendibile cavalleria numida, blocca ogni via di fuga. Due legioni vengono distrutte e lo stesso console Flaminio cade sul campo.

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